LILY EVANS: LEGAMI CON IL BUDDISMO DI NICHIREN DAISHONIN (Tue, 05 May 2026 14:08:19 +0000)
La figura di Lily Evans, all’interno della saga di Harry Potter, rappresenta per molti aspetti quello che si può definire un atteggiamento in linea con i principi del Buddismo di Nichiren Daishonin. Le sue azioni, infatti, sono profonde e incisive, mosse dal suo cuore e dalla sua straordinaria bontà nei confronti di tutte le persone che la circondano. Nondimeno, il suo carattere denota determinazione e coraggio la sua determinazione e il suo coraggio, qualità che riuscirà a trasmettere anche agli altri personaggi della storia.
Il personaggio di Lily nella saga di Harry Potter
La saga di Harry Potter è diventata ormai famosissima in tutto il mondo e ha accompagnato la crescita di moltissime persone a partire dagli anni novanta fino ad oggi. Questa storia parla di un ragazzino orfano che, dopo aver trascorso un’infanzia infelice senza genitori, e allevato dai suoi perfidi zii, scopre un giorno di essere un mago e di essere stato ammesso alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, un castello magico collocato in un luogo misterioso della Scozia che accoglie tutti i giovani maghi e le giovani streghe della Gran Bretagna. Arrivato a scuola Harry scopre un mondo completamente diverso da quello a cui era stato abituato, pieno di vicende strane e creature magiche. Lily, la madre di Harry, crebbe assieme alla sorella maggiore Petunia, la quale, priva di poteri magici, nutriva una profonda invidia nei suoi confronti. Per questo motivo, le due sorelle si trovarono spesso in conflitto fra loro, ma Lily le era comunque molto affezionata. Un altro motivo di scontro fra le due fu la frequentazione che Lily intrattenne con lo strano giovane Severus Piton.
Lily e Severus
Nella storia, Serverus Piton è l’insegnante di pozioni di Harry. Severus, prima di frequentare la scuola di Hogwarts, non era altro che un povero ragazzino che vestiva logori abiti più grandi di lui che gli conferivano un aspetto particolarmente buffo agli occhi di chi lo guardava e, in ragione del suo atteggiamento furtivo e sinistro, non era molto benvoluto dai più. Sua madre, dalla quale Severus prese spunto per il suo soprannome, il Principe Mezzosangue, era una strega, mentre suo padre era un babbano. A causa di queste loro differenze, i due coniugi litigavano continuamente. Severus, cresciuto in questo ambiente, aveva sviluppato un’ossessione nei confronti della magia. Desiderava raggiungere il prima possibile la scuola di Hogwarts per poter manifestare liberamente i suoi poteri e allontanarsi dalle difficoltà del suo ambiente familiare. Nonostante le stranezze di Piton, Lily, durante i loro primi timidi incontri, rimase, in un certo modo, colpita da quello strambo ragazzo e, grazie alla sua indole che le permetteva di ricercare la bellezza che le persone spesso nascondono a causa delle proprie sofferenze, riuscì a conoscere Severus, vedendo in lui ciò che si celava nel suo fare tenebroso e insicuro. In questi anni, Piton fece amicizia con alcuni personaggi che sarebbero in seguito diventati i Mangiamorte, i seguaci di Lord Voldemort, il mago oscuro che uccise i genitori di Harry. Anche se Lily non approvava le sue frequentazioni, cercò sempre di rimanere sua amica, valorizzando la sua parte sensibile, una componente che Severus custodiva gelosamente dentro di sé, come se solo Lily fosse in grado di richiamare questo lato del suo essere. Era la capacità di amare, infatti, che permetteva a Lily di vedere realmente la vera bellezza di Piton. Indipendentemente dalla tipologia di amore, sia amicale che romantico, questo sentimento permette alle persone di risvegliare la loro componente più umana e compassionevole. Come scrive il maestro buddista Daisaku Ikeda: «Proprio amando sinceramente qualcuno diventeremo capaci di estendere questo amore all’intera umanità». Con questa frase, Ikeda spiega come l’amore può dilatarsi da un singolo individuo all’intera umanità. Si tratta di un’emozione che amplia il nostro desiderio di indagare la realtà delle persone, guardando direttamente il sole nel cuore degli uomini e delle donne senza essere accecati: se non c’è amore, non c’è conoscenza. Quando si ama, si è portati a desiderare di conoscere l’altro: cominciando dall’ affetto che si prova per una singola persona, si può imparare ad estendere questo sentimento in modo più ampio. Piton, grazie all’affetto che Lily provava per lui, è riuscito a riscaldare la sua anima ferita e, seppur nascondendo a tutti la dolcezza nel suo cuore, al di là del suo atteggiamento apparentemente malvagio, dopo la morte dell’amata, si impegnò a proteggere il giovane Potter. Per Piton, era particolarmente difficile prendersi cura di Harry che, tranne per gli occhi, era l’esatta copia del padre James. Da studenti, James e Severus non sono mai andati d’accordo, anzi, spesso il primo si prendeva gioco dell’altro compiendo ripetuti atti di bullismo e la loro rivalità rasentava un sentimento di odio profondo. Grazie all’amore di Lily, Severus riuscì ad aprire il suo cuore ed andare al di là del dolore che gli aveva procurato il padre di Harry. Pur muovendosi di nascosto e mostrandosi comunque tenebroso, si prese cura del ragazzo. Il suo legame con Lily non lo ha mai abbandonato: rimaneva, come sigillato, nel suo Patronus che, come per Lily, prendeva la forma di una cerva d’argento.
La morte di Lily
La grandezza del personaggio di Lily si manifesta nel momento della sua morte. Nei libri, si racconta di come Lord Voldemort, per scongiurare una profezia, decide di assassinare il piccolo Harry. La profezia, infatti, parlava di un bambino nato alla fine di luglio e figlio di due maghi che avevano osato sfidare il Signore oscuro. Veniva detto che questo bambino avrebbe causato la rovina di Voldemort. Così, dopo aver trucidato James, che invano aveva cercato di contrastarlo, il mago oscuro si avventò su Lily. Voldemort propose di risparmiarla, non era lei il suo obiettivo, ma la donna non indietreggiò minimamente e non si scostò neanche di un passo dal suo bambino, cadendo esanime in un lampo di luce verde trattenuto nel colore dei suoi occhi spenti che, con tanta apprensione, avevano vegliato sul piccolo inerme. Tuttavia, il suo amore per il figlio era rimasto intoccato e Voldemort, dopo aver scagliato l’anatema su Harry, rimase sconfitto e privo di un corpo. In questo senso, Lily è un esempio incredibile di coraggio. Nella storia, attraverso il suo sacrificio, ha creato un incantesimo di protezione sul piccolo Harry che lo avvolgerà fino al compimento della maggiore età. In uno degli scritti di Nichiren Daishonin, la lettera intitolata L’inverno si trasforma sempre in primavera, si legge di come Nichiren esprima la sua vicinanza alla monaca laica Myoichi, rimasta da poco vedova. Nella lettera, Nichiren incoraggia la donna, dicendole che il marito, nonostante sia venuto a mancare in questa vita, le rimarrà sempre accanto, sebbene lei non riesca a vederlo. Inoltre Nichiren, eternamente grato ai due coniugi per l’aiuto che gli diedero, promette alla donna di ripagare il debito di gratitudine nei suoi confronti e di non dimenticarla mai, mostrando come i benefici portati da azioni mosse da un sincero sentimento non si estinguono neanche con la morte. Nel testo si legge:
È possibile che stia osservando giorno e notte sua moglie e i suoi figli negli specchi celesti del sole e della luna. Dal momento che tu e i tuoi figli siete persone comuni, non potete né vederlo né sentirlo, così come un sordo non può udire il fragore del tuono né un cieco vedere la luce del sole. Siate certi che egli vi è vicino e vi protegge.
RSND, 1, 477.
Allo stesso modo l’amore di Lily travalica la morte, avvolgendo sempre il figlio Harry con la sua protezione. Nell’ ottica buddista, ciò che conta più di ogni cosa è essere vicini alle persone, impegnandosi con ogni mezzo per far raggiungere una felicità autentica e duratura a tutti coloro che possiamo incontrare. In un’altra delle lettere di Nichiren, viene nominato uno dei più fidati sostenitori del monaco, cioè il samurai Shijo Kingo. In questo scritto, il Daishonin esorta il suo discepolo a comportarsi con prudenza per evitare di mettersi in pericolo, ricordando, inoltre, di come il samurai rimase con lui persino quando stava per essere decapitato. Come Lily desiderava rimanere accanto a Harry fino alla fine, così anche Nichiren, nel momento in cui il suo affezionato discepolo si trovò in forte difficoltà, memore di ciò che Kingo aveva fatto per lui, afferma di volergli restare accanto in ogni circostanza:
Se tu dovessi cadere nell’inferno per qualche grave colpa, anche se Shakyamuni mi invitasse a diventare un Budda, io rifiuterei: preferirei venire all’inferno con te. Perché, se cadessimo nell’inferno insieme, troveremmo là il Budda Shakyamuni e il Sutra del Loto.
RSND, 1, 752.
La protezione rivolta alle persone che si amano arriva persino nei più profondi e tormentati abissi della disperazione, così come l’abbraccio protettivo di Lily per Harry: una magia che fuoriesce dalle pagine del libro.
LA SINFONIA N. 5 DI BEETHOVEN: TRASFORMARE L’IMPOSSIBILE IN POSSIBILE (Tue, 05 May 2026 13:58:49 +0000)
La Quinta Sinfonia di Beethoven, detta Del Destino, ha cambiato per sempre la Storia della musica e della cultura occidentale. Quali rapporti ci possono essere tra la sinfonia e il Buddismo di Nichiren?
LA QUINTA SINFONIA: LA MUSICA DELL’INVERNO CHE SI TRASFORMA IN PRIMAVERA
LaQuinta Sinfonia fu scritta da Beethoven tra il 1804 e il 1808. Fu eseguita per la prima volta a teatro il 22 dicembre del 1808. Quando era giovane, D. Ikeda, il terzo presidente della Soka Gakkai, ascoltava sempre questa composizione musicale, nei momenti in cui si trovava in maggiore difficoltà. Era infatti la sua sinfonia preferita, insieme all’Inno alla Gioia dello stesso autore. Ma che cosa lo incoraggiava tanto in questa musica?
L’opera si apre con un celebre tema (tre note brevi e una lunga), che Beethoven definì, parlando a un allievo, “il Destino che bussa alla porta”. Da lì, l’autore mette letteralmente in musica la lotta interiore che egli intraprende contro il proprio destino.
Il primo movimento è percorso dall’estrema sofferenza esistenziale di Beethoven, costretto dalla sordità alla solitudine, l’isolamento e la mancanza di amore. In realtà, l’autore non rappresenta soltanto, con la sua arte, il proprio dolore personale. Usa quest’ultimo come un espediente per mostrare la lotta che tutti gli esseri umani compiono nei confronti del proprio destino o karma, soprattutto quando quest’ultimo ci sembra quasi insormontabile. A questo proposito, D. Ikeda scrive:
“Affrontare le difficoltà è doloroso. Ma l’importante è guardare negli occhi le circostanze e i problemi davanti a noi e affrontarli di petto, senza scappare. Tutte le grandi persone, tutti gli eroi hanno dovuto sopportare problemi e difficoltà. La sofferenza è la fucina che permette di forgiare uno spirito d’acciaio. Ogni aspra lotta nella vita può diventare una forza trainante per il miglioramento personale e una fonte di creatività.”
NRU, 27, 207-208.
Più in generale, il Buddismo di Nichiren insegna che, con la recitazione di Nam myoho renge kyo davanti al Gohonzon, impegnandosi nella fede, nella preghiera e nell’azione, seguendo gli incoraggiamenti del maestro D. Ikeda, qualsiasi sofferenza possa essere superata e qualsiasi karma o destino possa essere trasformato. Rivoluzione umana è questo processo di autoriforma personale e miglioramento costante di se stessi, che avviene attraverso la pratica buddista. In questo senso, la Quinta Sinfonia è un’opera di altissima spiritualità.
Prima di Beethoven, i quattro movimento canonici delle sinfonie erano slegati tra loro. Nella Quinta, l’autore li unisce, inserendo il tema del Destino in tutti e quattro i tempi (Allegro con brio, Andante con moto, Allegro, Allegro – Presto), ora in modo evidente – come nel primo movimento -, ora in modo più celato – come negli altri tre. Attraverso la tecnica della variazione, accade che la sinfonia, che si era cupamente aperta in modo minore (do minore), col drammatico tema del Destino, piano piano, movimento dopo movimento, come dopo un lungo epico viaggio, si chiude in modo maggiore (do maggiore), gioiosamente. Questo processo trasformativo a livello musicale ha delle implicazioni filosofiche. È una grande metafora del passaggio dalla tenebra alla luce (che risente degli ideali dell’Illuminismo europeo, cari dall’autore). È soprattutto per Beethoven la rappresentazione musicale dell’emancipazione dell’essere umano dal proprio destino: la manifestazione che qualunque sofferenza possa essere superata. Questo processo è molto simile a quello che intraprendono i praticanti del Buddismo Nichiren Daishonin (il fondatore del Buddismo che da lui prende il nome). Partendo spesso da situazioni che sembrano impossibili da risolvere, riescono ad aprire e far fiorire le loro esistenze, realizzando i propri sogni e i propridesideri. Scrive infatti Nichiren:
“Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l’inverno, che si trasforma sempre in primavera. Non si è mai visto né udito, sin dai tempi antichi, di un inverno che si sia trasformato in autunno, né si è mai sentito di alcun credente del Sutra del Loto che sia diventato un essere comune. Un passo del sutra dice: “Fra coloro che ascoltano la Legge, nemmeno uno mancherà di conseguire la Buddità.”
RSND, 1, 477.
Come il Buddismo di Nichiren insegna che si possa trasformare l’impossibile in possibile, attraverso la recitazione di Nam myoho renge kyo, in modo analogo, con questa trasformazione musicale dal modo minore al maggiore, il compositore ci invita a credere che ogni situazione possa essere ribaltata in un’occasione di crescita.
LA SINFONIA DELLA RIVOLUZIONE UMANA: IL CAMBIAMENTO PARTE DA NOI
Il fatto che il famoso tema del Destino sia presente in tutti i movimenti è molto importante. Quando compiamo la nostra rivoluzione umana, sprigioniamo il nostro infinito potenziale, mentre attraversiamo sofferenze e difficoltà: costruiamo pian piano uno stato di felicità assoluta che non si fa condizionare dagli avvenimenti esterni. Rimaniamo noi stessi, non diventiamo altre persone. Ci evolviamo nella nostra versione migliore. Allo stesso modo, il tema del Destino è, sì, sempre lo stesso, ma invece di ancorarsi al suo potenziale negativo (il modo minore), si trasforma e sprigiona il suo potenziale positivo (il modo maggiore). In questo senso, possiamo definire la Quinta Sinfonia come la musica della rivoluzione umana.
Ciò che bisogna sottolineare – e che Beethoven evidenzia attraverso la tecnica compositiva adottata nella sinfonia – è che la vera origine della trasformazione della nostra vita non risiede altro che dentro noi stessi. Come dice un proverbio, citato da D. Ikeda (D. Ikeda,La mappa della felicità, 19 settembre): “Scava sotto i tuoi piedi, lì troverai la sorgente”.
AFFRONTARE CON FIDUCIA TUTTI GLI OSTACOLI VERSO LA VITTORIA FINALE
Dopo il primo tempo, l’Allegro con brio, così drammatico, il secondo, l’Andante con moto, lirico e malinconico, arriva il terzo movimento: l’Allegro. Quest’ultimo tempo è pieno di forza ed energia. Rappresenta il riscatto eroico dalla sofferenza. Che cosa accade però quando il movimento si sta per concludere? Quei toni tanto gioiosi e combattivi si spengono improvvisamente. La musica, cambiando completamente, si fa sempre più scura, drammatica, tragica. L’ascoltatore si trova ad attraversare un lungo tunnel di dolore. Ma quando sembra che non ci sia più via d’uscita, finisce il terzo movimento, sfociando nel tempo successivo. Comincia allora il quarto, l’Allegro – Presto. Il tunnel è stato superato, la musica torna ancor più piena di forza vitale ed energia. Chi ascolta si sente come come chi esce dal buio di una grotta e ritrova la luce.
Spesso, più cerchiamo di trasformare la nostra condizione, più tutto sembra andare a rotoli. Incontriamo di fatto delle resistenze. Con questo passaggio musicale tra il terzo e il quarto movimento (così cupo che il musicista romantico R. Schumann racconta che, assistendo a una esecuzione della sinfonia, un bambino si fosse nascosto in un angolo dalla paura), Beethoven vuole mostrare, così come insegna il Buddismo di Nichiren, che nei momenti cruciali, in cui ci stiamo impegnando sinceramente per trasformare la nostra esistenza, è normale che emergano delle difficoltà. Ciò accade perché entra in azione la parte oscurata della nostra vita, detta oscurità fondamentale, che non ci fa riconoscere l’infinito potenziale insito dentro di noi.
Internamente, l’oscurità fondamentale si può manifestare come il pensiero che ci fa credere che siamo sbagliati, che non siamo all’altezza, che non riusciremo mai a cambiare le cose. Esternamente, può comparire sotto forma di ostacoli e difficoltà. Il suo scopo è di bloccare l’emergere della nostra parte illuminata, chiamata Buddità – fatta di felicità, apertura, coraggio, speranza, buona fortuna, saggezza, compassione.Quando arriva l’oscurità a bloccarci, è cruciale recitare Nam myoho renge kyo e andare fino in fondo, rideterminando con forza e decisione ancora più grandi. È proprio a quel punto che vinciamo e superiamo i nostri limiti, realizzando una grande vittoria per noi stessi e per incoraggiare gli altri. Come scrive D. Ikeda:
“Il vero valore di una persona si rivela solo quando affronta le avversità. Quando un ostacolo intralcia il vostro cammino, lo usate come scusa per giustificare la vostra resa o lo considerate un’opportunità per un’ulteriore crescita e lo affrontate? Si può affermare senza esagerare che questa decisione determinerà la vostra direzione futura. E la decisione sulla strada da intraprendere spetta a voi.”
NRU, 23, 88.
I FIORI DEL MALE DI BAUDELAIRE: LA POESIA DELLO SPIRITO DI RICERCA (Tue, 05 May 2026 13:43:51 +0000)
I Fiori del Male – pubblicati nella prima edizione nel 1857 – è una raccolta di poesie dell’autore francese Charles Baudelaire (1821-1867), divisa in cinque sezioni: Spleen e ideale, Quadri di Parigi, Il vino, I Fiori del Male, La morte. Qual è il legame del libro col Buddismo di Nichiren?
UN’OPERA SCANDALOSA E INNOVATIVA, CON UN TITOLO EMBLEMATICO
Quando I Fiori del Male uscirono nel 1857, a causa dei temi scabrosi affrontati, furono subito ritirati dalla censura, perché ritenuti immorali. Baudelaire fu costretto a eliminare sei liriche e a pagare un’ingente multa. Ma non si fece scoraggiare: nel 1861, con rinnovata determinazione, pubblicò una seconda edizione, arricchita di ben 35 nuove poesie, contro le sei soppresse. Come scrive D. Ikeda:
“Una vita dedicata a una missione incontra sicuramente una serie di dolorose difficoltà, ma se il cuore rimane saldo e la fede non si fa sviare, non c’è difficoltà che non possa essere superata. […] Perciò più lottiamo, più potere tiriamo fuori. La fede è il mezzo per estrarre questo tesoro nascosto.”
D. Ikeda, MDG, I, 254.
I Fiori del Male si configurano come un viaggio immaginario compiuto dal poeta nelle profondità dell’Inferno: Inferno che non corrisponde al mondo ultraterreno, come in Dante, ma al mondo reale, a quello contemporaneo, che Baudelaire – l’archetipo del poeta maledetto – vede ossessionato dal falso mito del progresso tecnologico.
Per il poeta, la modernità è caratterizzata dalla perdita di valori ed è fortemente abbrutita dalla sterile sete di guadagno, in senso capitalista. Il titolo I Fiori del Male ha una grande importanza: come i fiori nascono dalla terra fangosa, così le poesie di Baudelaire nascono dal male del presente. Nello specifico, l’immagine del titolo allude alla precisa idea di estrarre la bellezza dal male, dall’oscurità più profonda dell’esistenza umana (alla lettera la traduzione di Les Fleurs du Mal sarebbe “i Fiori dal Male”), come colse bene Fabrizio De André, quando scrisse la canzone Via del Campo (dai diamanti non nasce niente, / dal letame nascono i fior).
A un’attenta analisi, il titolo dell’opera presenta una forte analogia con l’immagine del fiore di loto, evocata nel Sutra del Loto, l’insegnamento definitivo del Budda storico Siddharta o Shakyamuni che stabilisce che tutti gli esseri viventi sono Budda e che tutte le persone possono conseguire la Buddità nella loro forma presente. L’immagine del fiore è inoltre presente nella parola renge (loto) di Nam-myoho-renge-kyo. Ma perché il loto? Esso genera il fiore e il frutto insieme (immagine che richiama la Legge di causa ed effetto e l’idea di poter conseguire la Buddità nella propria esistenza presente) e, soprattutto, nasce dalla melma, così come gli esseri umani vengono al mondo in mezzo a difficoltà e sofferenze. Come scrive Nichiren Daishonin:
È come il seme del loto che contiene al tempo stesso il fiore il frutto. Anche il Budda dimora nei nostri cuori, così come dentro la pietra focaia esiste il fuoco e dentro le gemme esiste il valore. […] Tu potresti chiederti come il Budda possa risiedere dentro di noi. […] Il puro fiore di loto sboccia dalla melma, il profumato sandalo cresce dalla terra, […] la luna si alza da dietro le montagne e le rischiara..”
RSND, 1, 1008.
Il titolo I Fiori del Male è ricollegabile, infine, con il principio buddista di trasformare il veleno in medicina, ovvero di utilizzare le sofferenze, i desideri, gli ostacoli e le avversità, per trasformare e purificare le nostre vite, affrontandole attraverso la fede e la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. È in questo modo che trasformiamo le difficoltà in occasione di miglioramento di noi stessi (la rivoluzione umana) e creiamo valore. A questo proposito D. Ikeda scrive:
“Non dovremmo mai decidere che qualcosa è impossibile, dando per scontato che non riusciremo mai. Nella nostra vita è intrinsecamente contenuto il potere dell’intero universo e la Legge mistica lo fa emergere. Decidete con forza: “Io posso farlo!”. Allora la determinazione delle vostre preghiere e delle vostre azioni spezzerà il muro dei limiti che voi stessi vi imponete.”
D. Ikeda, Una rivoluzione della leadership, 13.
L’INTERCONNESSIONE TRA TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E IL POTERE DELLA POESIA
Nella celebre poesia Corrispondenze il poeta scrive: La Natura è un tempio con vive colonne / da cui fuoriescono a volte confuse parole; / vi attraversa l’uomo selve di simboli / che lo guardano in maniera familiare. Nell’ottica di Baudelaire, la realtà della vita è tempestata di simboli, che gli esseri umani possono scoprire andando più in profondità, cioè, ricercando una via più mistica e spirituale d’intendere l’esistenza. È proprio qui, d’altronde, che per l’autore nasce la magia della poesia. Il punto fondamentale è che per Baudelaire tutte le cose, tutte le vite sono intimamente interconnesse fra di loro, così come insegna il Buddismo di Nichiren.
Un esempio celebre per spiegare questo concetto è quello della Rete di Indra. Nella mitologia induista, si parla di un dio di nome Indra che tesse una rete infinita, con gioielli splendenti che si riflettono l’un l’altro, creando giochi di luce. È questa un’allegoria per mostrare come le vite di tutti gli esseri umani siano tra di loro profondamente interconnesse, anche se apparentemente le persone non lo vedono. Come scrive Nichiren: “Noi persone comuni non possiamo vedere le nostre ciglia che sono vicine né i cieli che sono lontani. Ugualmente non capiamo che il Budda possa risiedere nel nostro cuore” (RSND, 1, 1008).
In ultima analisi, la lirica di Baudelaire ci invita a ricercare i collegamenti profondi tra e le cose, e ad approfondire il nostro spirito di ricerca, che per il Buddismo significa rafforzare la nostra conoscenza del Buddismo e la nostra fede. D. Ikeda scrive a questo proposito: “Spirito di ricerca e pratica risoluta sono le chiavi per la crescita e la vittoria; sono fonte di ispirazione, pace della mente e sviluppo”(D. Ikeda, Una rivoluzione della leadership, 59).
Fin dall’Antichità, gli esseri umani si sono serviti della poesia per esprimere una visione più profonda dell’esistenza, e per veicolare sentimenti, valori, ideali, fragilità interiori. Come scrive D. Ikeda:
“La poesia è davvero una fonte di creatività infinita, che offre potenti spunti per riflettere sulla realtà del nostro mondo e ci avvicina alla vera natura dell’umanità. È sulla base di questa convinzione che cito versi di grandi poeti di tutto il mondo e di tutte le epoche ogni volta che parlo con i giovani del modo migliore di vivere. […] L’uso della poesia per risvegliare la coscienza umana e riesaminare il significato e lo scopo della nostra vita è fondamentale per realizzare una trasformazione interiore degli esseri umani.”
S. Rees & D. Ikeda, Pace, giustizia e poesia, 137-138.
Nella poesia L’Albatros Baudelaire scrive: “Tante volte l’equipaggio / per divertimento, cattura dei vasti uccelli di mare, / gli albatri, sereni compagni di viaggio / […] Com’è goffo e fiacco, quel viaggiatore alato! / Com’è ridicolo e brutto, lui prima così bello! / E uno gli stuzzica il becco con il cannello della pipa e / un altro fa lo zoppo per imitare lo sciancato che volava! / Il Poeta è simile al principe delle nubi che, / abituato alla tempesta, se n’infischia dell’arciere; / sulla terra esiliato, accolto a fischiate, / le sue ali gigantesche gli impediscono di camminare”. Lo scrittore francese paragona la propria condizione a quella dell’albatros: come quest’ultimo è il signore dei cieli marini, libero di volare dove desidera, ma se catturato dai marinai, è deriso per la propria goffaggine, trovandosi fuori posto in non contesto che non è il suo, così il poeta – che ricerca una visione profonda e spirituale della vita – è incompreso, relegato e rigettato dalla società contemporanea, interessata solo alla crescita economica e materiale.
Se per Baudelaire la poesia diviene l’unica via, nella desolazione del presente, per un’elevazione spirituale e ideale dell’umanità, la figura dell’Albatros-poeta ricorda i praticanti del Buddismo di Nichiren, che, avendo fatto il voto di aiutare tutte le persone a diventare felici, sono spesso criticati e ostacolati, fraintesi, nonostante le loro nobili e sincere intenzioni di sostenere e aiutare gli altri ma non per questo indietreggiano o si fanno scoraggiare.
Ma qual è, in conclusione, il punto di vista di D. Ikeda sulla poesia? Egli scrive:
“Le poesie bellissime non sono un insieme di belle parole o di belle frasi. Credo che le belle parole nascano da uno spirito che lotta per l’umanità attraverso le vicissitudini della vita. La poesia è un tentativo di tradurre in parole le emozioni che proviamo nella vita quotidiana. Così è per la letteratura. Tutta la grande letteratura, antica e moderna, è un ponte che collega un essere umano a un altro. La qualità della nostra vita è determinata da quanti ponti riusciamo ad attraversare.”
D. Ikeda, I protagonisti del XXI secolo, 218.
LA FIDUCIA – CONTINUARE A CREDERE SEMPRE (Fri, 01 May 2026 13:03:07 +0000)
Oggi viviamo in un clima in cui prevalgono la precarietà, l’incertezza e la paura del futuro. Proprio per questo abbiamo bisogno più che mai della parola fiducia.
Il cambiamento comincia a mettersi in moto dentro e fuori la nostra vita, quando ci impegniamo a superare qualsiasi ostacolo che abbiamo davanti, con la ferma determinazione di vincere assolutamente. Come scrive Nichiren Daishonin, il fondatore del Buddismo che da lui prende il nome:
“Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l’inverno, che si trasforma sempre in primavera. Non si è mai visto né udito, sin dai tempi antichi, di un inverno che si sia trasformato in autunno, né si è mai sentito di alcun credente del Sutra del Loto che sia diventato un essere comune. Un passo del sutra dice: “Fra coloro che ascoltano la Legge, nemmeno uno mancherà di conseguire la Buddità”
(RSND, 1, 477)
Quando abbiamo un rapporto difficile con un genitore, quando ci misuriamo con una difficoltà che fatichiamo a sciogliere, quando ci troviamo immersi nei problemi economici, per fare solo alcuni esempi, come possiamo credere che le cose miglioreranno? Oppure, su una più vasta scala, davanti alle guerre, come possiamo immaginare che arriveremo alla pace? E’ difficile, ma tutto comincia dal credere, noi per primi, che il cambiamento sia possibile. Per fare questo, abbiamo bisogno di sviluppare fiducia. Ma di che tipo? La fiducia, per definizione, è un atteggiamento di tranquillità e sicurezza che qualcuno o qualcosa corrisponda alle proprie aspettative, alle proprie attese, alle proprie speranze. Il termine italiano deriva dal latino fiducia, che può essere tradotto con “fiducia”, “confidenza”, “sicurezza”, “coraggio”, “fierezza”,“fedeltà”. La parola latina viene a sua volta dal verbo fidere, che significa “fidarsi”, “aver fiducia in”, “contare su”, “credere”, “sperare”, “essere convinto che”. Dunque, notiamo che la fiducia è fortemente connessa con il concetto di convinzione, determinazione, speranza, coraggio. La fiducia in se stessi si costruisce nel tempo. Vittoria dopo vittoria. Fallimento dopo fallimento. Spesso, dopo che abbiamo raggiunto una grande vittoria attraverso una lotta intensa, troviamo l’energia per buttarci addirittura in una nuova sfida, e per incoraggiare gli altri a fare lo stesso. Parallelamente, anche la sconfitta è importante. Può diventare il propulsore per raggiungere traguardi ancora più alti. In questo senso, possiamo dire che la fiducia in se stessi sia qualcosa di ben diverso dall’arroganza. Chi è arrogante, non possedendo un’autentica fiducia in se stesso, tende a farsi dominare dalla paura nei momenti cruciali, finendo per scappare dai problemi o per tradire gli altri. Chi ha vera fiducia in se stesso non si fa abbattere: continua a lottare con sincerità e ottimismo. Il punto sta quindi nel non smettere di progredire, qualunque cosa accada.
SPESSO SIAMO NOI IL PRIMO NEMICO DI NOI STESSI
Nichiren scrive: “Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza”(RSND, 1, 267). Dato che per il Buddismo il nostro ambiente esterno è lo specchio di noi stessi e, trasformando noi stessi, trasformiamo anche il nostro ambiente, chi è il nostro vero nemico? La nostra oscurità fondamentale. Questa corrisponde alla credenza erronea, illusoria, che ci fa pensare che non saremo mai davvero felici, che non potremo mai realizzare i nostri desideri, i nostri sogni, né migliorare una certa situazione. La più profonda fiducia in se stessi parte invece dal credere che siamo Budda perfettamente dotati, cioè esseri assolutamente degni di rispetto, perfetti così come siamo, in grado di vincere su qualsiasi ostacolo e sofferenza. Ma come possiamo risvegliare questa natura di Budda da dentro di noi? Attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Come sostiene D. Ikeda:
“Quando trasformiamo i nostri problemi in preghiere, il loro significato cambia: la nostra vita si riempie di determinazione e convinzione e possiamo espandere il nostro stato vitale. Le avversità diventano il trampolino di lancio per la nostra rivoluzione umana e anche il karma si trasforma in missione per kosen-rufu. In tal modo tutte le nostre lotte diventano il carburante per una nuova crescita e sviluppo”
(D. Ikeda, L’immenso potere della preghiera, 26)
Non è facile. A volte, più ci impegniamo per trasformare la nostra vita, più tutto sembra remare contro. Tuttavia, attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, attraverso il nostro impegno nella fede, nella pratica e nello studio con perseveranza, compassione e dedizione sincera, possiamo vincere su tutti i nostri limiti. Ma cosa c’entra recitare una preghiera con la fiducia in se stessi? L’elemento centrale è che, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo con fede davanti al Gohonzon, apparentemente ci potrebbe sembrare di affidarci a qualcosa di esterno da noi. In realtà, ci stiamo affidando alla profondità della nostra vita, la nostra Buddità. Così facendo, andiamo a sprigionare l’infinito potenziale e l’infinito coraggio che sono già dentro di noi. D. Ikeda scrive:
“Nessuno di noi è convinto sin dall’inizio di possedere un grande potere. Ma quando prendiamo coraggio dall’esempio del maestro, la forza di agire e di combattere scaturisce dalle nostre vite. Quella forza e quelle capacità in realtà sono già dentro di noi perché abbracciamo la Legge mistica che è il ruggito del re leone”
(D. Ikeda, MDG, 1, 170)
Ogni persona è protagonista della sua vita. Ha una nobile missione, che solo lei può realizzare. Per questo, non serve seguire gli schemi imposti dalla società – sebbene sia sempre utile ascoltare con saggezza i consigli dei buoni amici. Dunque, è centrale che ci assumiamo la responsabilità della nostra vita. È importante che ognuno e ognuna di noi, scrivendo da sé la propria storia e seguendo il proprio unico cammino, si realizzi in ogni ambito che desidera (lavorativo, familiare, sentimentale, artistico ecc.) attraverso la fede: in questo modo può autenticamente adempiere alla propria unica missione. Perciò, è fondamentale non delegare agli altri la trasformazione della propria esistenza, bensì, partendo dal principio di alzarsi da soli, ripetersi in ogni circostanza: “La mia vita vale! Posso farcela! Vincerò assolutamente! Raggiungerò un grande traguardo che incoraggerà tantissime persone!”. In questo senso, D. Ikeda afferma:
“Non aspettate che siano gli altri ad agire; sono il vostro entusiasmo e il vostro impegno che contano. L’appassionato spirito combattivo di tali individui indipendenti dal cuore di leone spalancherà il cammino della rivoluzione umana che conduce a kosen-rufu [che corrisponde alla pace mondiale, al raggiungimento della felicità di tutte le persone e la diffusione del Buddismo in tutto il mondo]”
(D. Ikeda, L’immenso potere della preghiera, 53)
LA FIDUCIA NEGLI ALTRI: CREDERE SEMPRE NEL POTENZIALE DELLE PERSONE
Quando abbiamo fiducia in noi stessi, rispettiamo profondamente la nostra vita, e ce ne prendiamo cura. In modo analogo, quando abbiamo fiducia nelle altre persone, le stiamo profondamente rispettando. A ben guardare, ciò che rispettiamo davvero è la natura di Budda perfettamente dotati, che è presente dentro gli altri come in noi stessi. “Coloro che non riconoscono la dignità e il valore della vita di tutte le persone, e operano discriminazioni nei confronti degli altri, in realtà stanno denigrando se stessi. Apprezzare e rispettare gli altri è la maniera per far risplendere al massimo la nostra Torre preziosa [un’allegoria per intendere la preziosità della nostra vita]” ( D. Ikeda in BS, 261, 34). Oggi è difficile dare fiducia agli altri. In televisione e sui social, dilaga il linguaggio della violenza, dell’odio, della discriminazione. Quotidianamente assistiamo a un clima di invidia sociale e di diffidenza reciproca. In un contesto come questo, parlare di “dare fiducia agli altri” – e farlo davvero – rappresenta quasi un gesto di rottura con la tendenza e la mentalità collettive. Quanto fanno riflettere le parole di D. Ikeda: “Se tutta l’umanità fosse in grado di percepire la suprema dignità e il valore di ogni persona, la direzione della storia cambierebbe in meglio” (BS, 261, 37). Se, dopo che la nostra fiducia è stata tradita, cominciamo a nutrire dubbi sulle persone, a non credere più nella loro bontà e nel loro potenziale, che cosa ci accade? Tendiamo a chiuderci in noi stessi, anche senza accorgercene. Ma se invece decidiamo di continuare a nutrire fiducia nelle altre persone, nonostante i tradimenti? In questo caso, il nostro cuore si aprirà senza dubbio. Saremo come il sole, che illumina tutto anche quando piove. Saremo come il diamante inscalfibile, che continua a brillare ovunque si trovi. In conclusione, per avere e mantenere la fiducia in se stessi e negli altri, oltre al nostro sforzo personale, animato da una preghiera sincera e da una piena convinzione, abbiamo bisogno di una parola fondamentale: il coraggio. A questo proposito, D. Ikeda afferma:
“Tutto inizia dal coraggio. Quando facciamo Gongyo e recitiamo Nam myoho renge kyo stiamo lottando per attingere al nostro coraggio interiore. Il coraggio è essenziale anche per dialogare, quando ci adoperiamo per trasformare la nostra vita e quella degli altri”
(D. Ikeda, L’immenso potere della preghiera, 53)
IL RISPETTO – UN VALORE AGGIUNTO ALLA NOSTRA VITA (Fri, 01 May 2026 13:02:56 +0000)
Il rispetto secondo la visione buddista
Il Buddismo vede il rispetto non come una cieca prostrazione a qualcosa che sta al di sopra di noi, o come un sentimento che siamo forzati a sentire verso l’altro, quanto piuttosto una ricerca costante del riconoscimento della dignità della vita di ogni essere vivente.
“Il tempo in cui ora viviamo è definito l’Ultimo giorno della Legge, un’epoca di discordia e contese in cui tutto tende verso il conflitto. L’unico modo per opporre resistenza e contrastare le ondate violente di una tale epoca è avere una forte fede nella natura di Budda propria e degli altri, e ciò viene messo in pratica attraverso il rispetto che riusciamo a sentire per gli altri.”
Ikeda D., Credere in noi stessi e negli altri, Buddismo e Società, 133, pag.11.
Il rispetto si rende visibile tramite le nostre azioni e, prima ancora, tramite i nostri pensieri e le nostre parole.
Oggi più che mai, queste parole e pensieri viaggiano attraverso nuovi strumenti: le tecnologie digitali. In un certo senso, è proprio nel mondo virtuale che il rispetto viene messo alla prova, spesso in modo più sottile ma non meno rilevante. L’utilizzo dei social-media ha permesso a sempre più persone di condividere i propri giudizi e pensieri. Ciò sicuramente ci permette più libertà di espressione, ma siamo veramente sicuri di essere consapevoli delle conseguenze delle nostre parole online? Di essere coscienti di avere davanti un altro essere umano, che seppur può sembrarci così diverso da noi, ha la sua storia personale e le sue lotte quotidiane da affrontare?
Una forma di amore verso noi stessi
Parlare di rispetto, significa sensibilizzare contro la violenza delle parole, significa pensare a come le usiamo e per quale scopo.
Il rispetto ha a che fare con il rispetto per la dignità della vita. “Nichiren lo descriveva con una metafora poetica, dicendo che quando ci inchiniamo davanti a uno specchio la figura nello specchio si inchina verso di noi”4 Non si tratta perciò di un arma su cui far valere sé stessi al di sopra degli altri, quanto piuttosto qualcosa che posso percepire dentro la mia vita e che solo così posso trasmettere, perché so che la mia esperienza ha valore quanto la tua e che va ascoltata, percepita e non giudicata.
E’ proprio quando manchiamo di rispetto verso gli altri che stiamo mancando di rispetto prima di tutto a noi stessi e poniamo le basi per la nostra infelicità.
“Dobbiamo costruire una società che ha un obiettivo più elevato del profitto a breve termine. Per fare questo, il primo passo consiste nel rispettare se stessi e vivere con dignità, fiducia e orgoglio in se stessi. E’ così che svilupperemo la capacità di trattare gli altri con rispetto”
Traduzione dal libro “L’espoir au quotidien, 365 citations pour s’épanouir jour après jour” di Daisaku Ikeda
Dalle differenze alla compassione
Quanto spesso osservando i comportamenti o le vite degli altri che ci sembrano così diverse dalle nostre, siamo portati a giudicare? In realtà è un processo psicologico, mentale, che fa parte di ognuno e ognuna di noi. Per semplificare la realtà, categorizziamo e ci avviciniamo a ciò che più ci assomiglia, allontanandoci da quello che non ci sembra familiare.
Essere consapevoli di questo è una grande spinta alla riflessione e al cambiamento. Ciascuno e ciascuna di noi infatti può aprire la propria mente, e farlo per un obiettivo ben preciso: vivere meglio con se stessi e saper interagire in armonia con l’ambiente che ci circonda, sviluppando una vera compassione e creando valore positivo nella società. “La compassione buddista (jihi) ha un significato ampio. Il carattere «ji» indica la vera amicizia, il puro amore dei genitori e la simpatia mentre «hi» contiene in sè l’idea di pietà e preoccupazione per le sofferenze altrui. Nel Buddismo «jihi» può essere dunque tradotto più fedelmente come «togliere sofferenza e dare felicità» . Il concetto di «ji» – dare pace e sicurezza a tutti gli esseri viventi al mondo – assume il significato di «dare felicità» e «hi» quello di «togliere sofferenza a tutti gli esseri viventi»” 5.
Così come scrive Daisaku ikeda:
“Il rispetto reciproco delle differenze è la chiave per la crescita e il progresso. Infatti è perché siamo tutti diversi che possiamo imparare l’uno dall’altro, consentire ai nostri talenti di brillare e rivelare un potenziale persino maggiore di quanto ne manifesteremo se stessimo da soli.”
D. Ikeda, Il rispetto delle differenze, Buddismo e Società 146, pag. 65
L’unicità come valore
“Nella Raccolta degli insegnamenti orali il Daishonin afferma che il ciliegio, il susino, il pesco e il prugno racchiudono ciascuno la suprema verità proprio così come sono, senza dover subire alcun cambiamento (cfr. BS, 124, 47).
Il Buddismo del Daishonin è un insegnamento che consente a ogni persona di esprimere pienamente le proprie uniche caratteristiche. Ciò che più conta è la felicità di ogni persona e la vittoria nella vita. Una persona che cambia il proprio karma, una persona che cresce come essere umano: questa è la base di tutto.”6
Quando il rispetto e la dignità della vita diventano la nostra guida, tutto il resto, incluse le nostre differenze come esseri umani, diventano solo un espediente per crescere e accrescere la nostra esistenza.
Adesso potresti chiederti, come faccio a sentire tutto questo dentro la mia vita? Per me è possibile?
“Tutti noi possiamo accedere alla Buddità. Nichiren trova lo strumento per rendere concreta tale possibilità. Nel Gosho si legge: «Le pratiche di Shakyamuni e le virtù che come conseguenza egli ottenne sono tutte contenute nei cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. Se noi crediamo in questi cinque caratteri, ci saranno garantiti naturalmente gli stessi benefici che come conseguenza egli ottenne» (L’oggetto di culto per l’osservazione della mente, RSND, 1, 325;)“.
La dignità della vita – Il Nuovo Rinascimento
Sforziamoci quindi di sviluppare e trasmettere questo spirito nella nostra vita, perché potremmo scoprire di essere migliori di ciò che siamo e ritornare al senso più profondo della nostra esistenza come esseri umani: una coesistenza armoniosa e pacifica, in cui ognuno e ognuna possa sentirsi pienamente rispettato e brillare nel proprio unico modo.
LA CURA – STRUMENTO DI PACE E DI RIVOLUZIONE (Fri, 01 May 2026 13:02:38 +0000)
Il concetto di cura, studiato dalla pedagogia e dalla psicologia di oggi, potrebbe rappresentare un buon antidoto per questi tempi così avvelenati dal linguaggio dell’odio, dalla guerra, dalla violenza, dalle discriminazioni e dall’individualismo. Che rapporto potrebbe avere con il Buddismo di Nichiren?
LA CURA DI SE STESSI: VENERARE E RISPETTARE LA NOSTRA UNICITA’
Possiamo distinguere tra due tipi di cura: quella di sé e quella degli altri. Le due cose vanno intese come i risvolti della stessa medaglia. In una celebre lettera indirizzata alla monaca laica Toki, Nichiren Daishonin, il fondatore del Buddismo che da lui prende il nome, scrive: “Prenditi cura di te e non affliggere la tua mente” (RSND, 1, 585). Ma che cosa significa profondamente?
Prendersi cura di sé è, ad esempio, non giudicare né denigrare se stessi, non dare spazio alla lamentela nella nostra vita: non lasciarsi dominare dal pensiero negativo, dal dubbio, dal pessimismo. Bensì, significa valorizzarsi, rispettarsi, ascoltarsi, credere in se stessi e nel proprio infinito potenziale: impegnarsi, insomma, a scegliere il pensiero positivo, l’ottimismo, la speranza. Vuol dire, soprattutto, venerare l’unicità, la bellezza e la dignità della propria vita, cioè la nostra intrinseca natura di Budda. Questo punto è ben esemplificato da una celeberrima canzone di F. Battiato, La Cura: “Perché sei un essere speciale / ed io avrò cura di te”.
Pensando al Buddismo di Nichiren, la pratica per sé e, in particolare, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo rappresentano forse la forma più alta di cura di sé. Come scrive Nichiren:
“Quando c’è da soffrire, soffri [intende “illumina la sofferenza]; quando c’è da gioire, gioisci [intende “apri la tua vita”]. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge? Rafforza il potere della tua fede più che mai”
RSND, 1 607.
Possiamo recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon così come siamo, senza filtri, proprio perché solo così possiamo prenderci veramente cura di noi stessi.
D. Ikeda scrive: “La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità” (RU, 1, IV). Per rivoluzione umana intendiamo il percorso di trasformazione interiore, di autoriforma personale, compiuto affrontando la realtà attraverso la fede in Nam-myoho-renge-kyo, seguendo gli incoraggiamenti di D. Ikeda. Ma il cammino non è facile. Spesso, più cerchiamo di trasformare la nostra vita, più si alzano davanti a noi delle montagne che sembrano insormontabili. Che fare in quel momento? Per il Buddismo, la nostra mente e il nostro ambiente sono strettamente collegati. Per questo, Nichiren ci incoraggia a diventare padroni della nostra mente, e non viceversa: questo perché, se la negatività della mente ci governa, questa stessa negatività si proietterà nel nostro ambiente esterno. Se trasformiamo noi stessi, prendendoci cura di noi in questo modo, allora anche l’ambiente cambierà.
Oltre alla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e lo sfidarsi all’insegna di fede-preghiera-azione, può essere utile seguire i tre punti suggeriti da S. Pritchard, vicepresidente della Soka Gakkai Europea, al Corso Giovani di Chianciano 2025 (NR, 907): rispetto, fiducia, auto-incoraggiamento caloroso. Questo non vuol dire illudersi che tutto vada bene quando, in realtà , le cose stanno andando a rotoli. Significa, piuttosto, scegliere di aprire il proprio cuore, anche nei momenti più difficili. S. Pritchard ha chiesto ai giovani del corso di Chianciano che cosa avrebbero detto, se si fosse presentato davanti a loro una persona che stesse passando la loro stessa situazione. Ha chiesto come l’avrebbero incoraggiata. Infine, ha spronato i giovani a riportare quello stesso incoraggiamento nelle proprie vite. In sintesi, se impariamo ad auto-incoraggiarci, impariamo a diventare padroni della nostra mente, a scegliere e creare ogni volta la speranza, lì nel luogo dove ci troviamo.
LA CURA DEGLI ALTRI: IL CUORE CHE E’ IMPORTANTE
Alla cura degli altri corrisponde l’apertura del nostro cuore verso le altre persone. L’attenzione, l’ascolto e l’empatia sono degli strumenti che ci possono aiutare: sono ingredienti essenziali della compassione in senso buddista, come scrive D. Ikeda:
“Alla base dell’azione buddista c’è la compassione, che presenta due aspetti: togliere sofferenza e trasmettere gioia, cercando di eliminare le preoccupazioni e i timori delle persone offrendo gioia, rassicurazione e speranza”
D. Ikeda, Cos’è la felicità, p. 100.
Una delle forme più alte di cura degli altri è lo shakubuku, cioè parlare agli altri di Buddismo. Ma che cosa vuol dire profondamente? Permettere a tutte le persone di rivelare la propria condizione di Budda perfettamente dotati ed essere felici, trasformando la propria vita e sprigionando il proprio infinito potenziale, contribuendo alla realizzazione della pace. Anche la pratica per gli altri è una forma di cura. A questo proposito, D. Ikeda scrive:
“Dedicarsi agli altri è un impegno che deve essere assolto nutrendo sempre gratitudine verso gli altri: dedicarsi agli altri ci permette di crescere e di diventare persone più forti. Non dimentichiamo che la fortuna, i benefici e la saggezza crescono nella misura delle azioni che compiamo per la causa di kosen-rufu. […] Verrà invece il giorno in cui […] ci accorgeremo di quanto la tenacia con cui abbiamo continuato a dedicarci alla felicità dei nostri amici ci abbia fatto crescere e resi forti. Ci renderemo conto di quanto la sincerità con cui abbiamo recitato daimoku [recitare Nam-myoho-renge-kyo] pensando ai nostri amici abbia arricchito il nostro cuore. […] Verrà il giorno in cui queste persone diranno di noi: “Saperlo al mio fianco mi ha permesso di rialzarmi”, “Se sono quello che sono è merito di quel compagno di fede di allora”
D. Ikeda, Cos’è la felicità, 99.
Quando troviamo un giusto equilibrio tra cura di sé e degli altri, cioè anche tra pratica per sé e pratica per gli altri, possiamo davvero realizzare la nostra vita a 360 gradi, superando i nostri limiti.
LA CURA COME STRUMENTO DI RIVOLUZIONE PER LA CREAZIONE DELLA PACE
Quando parliamo di cura degli altri, non ci limitiamo a intendere solo la cura di un essere umano verso un altro essere umano, ma anche quella dell’umanità verso il patrimonio culturale, il paesaggio, la natura, gli animali, la difesa dell’ambiente. In generale, è prendersi cura degli altri lottare per la pace e la libertà, per l’educazione e per una società più giusta, più solidale, più inclusiva.
Nel nostro tempo, dominato dal linguaggio dell’odio, dalle discriminazioni, dalla violenza e dalla guerra, scegliere di prendersi cura di sé e degli altri, cioè non rassegnarsi al pessimismo, al male e all’egoismo, ma scegliere la speranza, il bene, l’amore di sé e degli altri, con dedizione sincera e altruista verso le persone, rappresenta un gesto rivoluzionario. Un gesto di controtendenza rispetto all’andamento della mentalità comune. Un gesto di pace.
Possiamo vedere nella cura anche una forma di dialogo: di profondo e sincero dialogo con se stessi nel caso della cura di sé, di dialogo per la costruzione della pace nel caso della cura degli altri. A questo proposito D. Ikeda scrive:
“Il Buddismo di Nichiren Daishonin dissolve il senso di impotenza e il pessimismo risvegliandoci alla verità: siamo noi i protagonisti del cambiamento. A volte può sembrare impossibile realizzare un cambiamento in un singolo paese o addirittura nel mondo. […] Una trasformazione interiore nel cuore e nella mente degli esseri umani è il punto di partenza di un cambiamento autentico non solo nella società, ma anche nel paese e nelle condizioni ambientali. […] Lo strumento più efficace per unire le persone è il dialogo, continuo e incessante. Quando noi […] ci impegniamo tenacemente a dialogare con le persone intorno a noi, senza mai arrenderci davanti a nessuno, non solo risvegliamo la nostra natura di Budda ma anche quella della persona con cui stiamo parlando”
BS, 190.
Proprio perché la cura è così importante per trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità, per fare la differenza nella società ed essere le ruote motrici del cambiamento, è fondamentale approfondire ogni giorno di più la nostra fede: è qui che possiamo trovare la forza per non arrenderci mai, anche nei momenti più duri. Come dice D. Ikeda:
“Nel Buddismo, la forte fede nella Legge mistica si chiama mondo di Buddità. Se la spada della fede rimane nel fodero, non serve combattere gli ostacoli; se non viene lucidata si appannerà e diverrà debole. Quelli che non sfoderano la propria spada interiore, né la fanno risplendere, conducono vite piene di paure e di timori. Questa magnifica spada è il vostro stesso cuore; è il vostro stesso carattere. Dunque far risplendere la spada interiore significa studiare, sviluppare amicizie e costruire un forte io”
D. Ikeda, Sfide e visioni per il futuro, 45.
VIVERE FELICI E A PROPRIO AGIO – LIBERI DA STEREOTIPI (Fri, 01 May 2026 13:01:39 +0000)
Uno dei significati di Myo di Nam-myoho-renge-kyo è “essere perfettamente dotato” e nell’insegnamento del Sutra del Loto si legge: “All’inizio ho fatto il voto di rendere tutte le persone uguali a me, senza alcuna distinzione tra noi” (Espedienti | La Biblioteca di Nichiren). Quello che traspare è il desiderio di condurre tutte le persone alla Buddità, uno stato vitale ampio e vasto che ognuno e ognuna può percepire a prescindere dal genere, sesso, cultura, etnia, lingua etc.
Essere perfettamente dotato, significato intrinseco di Nam-myoho-renge-kyo, ci permette di comprendere come ciascuno di noi possieda tutte le potenzialità per sviluppare a pieno la propria vita, senza distinzioni e senza particolari “privilegi” riservati a certi tipi di persone.
La Buddità, è perciò una condizione vitale che abbraccia tutti e tutte e che può essere trasmessa ad ogni essere vivente.
Una verità accessibile a tutti e tutte
L’insegnamento del Buddismo pone l’accento su questo aspetto, anzi, possiamo dire che si fonda proprio su questo principio. Continuando ad approfondire le scritture buddiste, nel Gosho Sul conseguimento della Buddità da parte delle donne si legge: “A eccezione di questo Sutra del Loto, il conseguimento della Buddità non è ritenuto possibile. Al di fuori di questo sutra non c’è alcuna indicazione che le donne possano conseguire la Buddità. In realtà, nei sutra predicati prima del Sutra del Loto, le donne erano viste con disgusto.” E poi: “Non devono esserci discriminazioni tra coloro che recitano Nam-myoho-renge-kyo (…) siano essi uomini o donne” (RSND,1,341). Queste dichiarazioni che risalgono al XIII secolo appaiono come una luce che brilla per permettere ad ogni essere umano di sentirsi degno della stessa felicità e opportunità. È un appello alla parità di genere, al rispetto e l’accettazione di ogni identità o espressione e la profonda consapevolezza e certezza che ognuno e ognuna, così com’è, è meritevole di rispetto e di considerazione e di realizzare la propria vita a pieno, senza limiti.
Costruire una coscienza collettiva
Nonostante siano passati diversi anni da queste dichiarazioni, risultano ancora urgenti e attuali in quanto, mossi dai nostri stereotipi e pregiudizi, creiamo spesso dei muri e limitiamo sia a noi che agli altri la possibilità di esprimersi liberamente e di avere per tutte le stesse opportunità di vita. Infatti, gli stereotipi di genere, influenzano tutt’oggi l’esistenza di noi esseri umani, e possono influenzare l’educazione dei gioielli più preziosi che sono i bambini e le bambine e le loro ambizioni, scelte e la fiducia in loro stessi. Nessuno ne è esente, in quanto si tratta di “processi mentali” che ci portano a semplificare l’ambiente e categorizzare le persone sulla base di un principio di somiglianza. Minimizziamo perciò le differenze di persone considerate appartenenti ad uno stesso gruppo e amplifichiamo di conseguenza quelle tra persone molto diverse tra loro. Si vanno a creare così degli stereotipi, identificando la persona con particolari caratteristiche e definendo in maniera semplicistica cosa voglia dire “esser parte di quel gruppo” piuttosto che di un altro e quindi anche “cosa sia possibile fare per quella persona” e cosa non lo sia. La cultura ha un ruolo cruciale in questo processo in quanto, tramite la socializzazione, le persone sono spesso talmente immerse in queste convinzioni da scambiarle come realtà oggettive. È perciò importante riuscire a riconoscerle e comprendere che sono prive di fondamento, in quanto ogni storia, ogni persona, possiede le sue uniche peculiarità ed infinite possibilità di sviluppo.
Nella Proposta di Pace di Daisaku Ikeda del 2017 si legge:
“E’ inaccettabile per chiunque essere privato dei propri diritti e della libertà: noi dobbiamo adoperarci per far si che tutte le persone, in tutta la loro diversità, possano goderne pienamente. Lo scopo dell’eguaglianza di genere serve a far sì che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa far risplendere la luce della sua dignità e umanità intrinseca in modo aderente al suo proprio e unico sé. Il movimento della SGI, con i giovani al centro, si impegnerà ulteriormente per espandere la solidarietà fra le persone unite dall’intento di realizzare una cultura dei diritti umani (…) per la creazione di una società in cui nessuno sia lasciato indietro”
Ikeda, D., Proposta di Pace 2017, BS, 182,41.
Una storia di emancipazione
Di questa distinzione ne è un esempio lampante la costruzione culturale di immagini della mascolinità e della femminilità che sono influenzate da secolari tradizioni stereotipate. Ogni aspetto della nostra vita ne è intrinseco, a partire dall’educazione dei più piccoli. Se ci pensiamo consideriamo culturalmente “normale” che il colore rosa sia da femmine e il blu da maschi o che le bambine siano più inclini ai giochi di cura e i bambini ai giochi di movimento o che per i bambini sia strano piangere perché “considerato qualcosa da femmine”. Cresciamo con queste dicotomie che spesso influenzano tutta la nostra esistenza.
La cosa più importante invece, proprio come ci insegna il Buddismo, è che
“Uomini e donne diventino felici. Diventare felici è l’obiettivo, tutto il resto è un mezzo.” (…) “Non serve stabilire come debba essere un uomo o una donna, ma impegnarsi a vivere in un modo degno di un essere umano”
La saggezza del Sutra del Loto, vol.2, Esperia, p.46.
Un esempio lampante di questa verità è la storia della Figlia del Re Drago, Ryunio. Questa fiaba buddista, racconta la storia di una piccola bambina metà sirena, metà drago, che ama ascoltare le storie dei saggi della sua epoca. Dotata di un carattere forte e sensibile allo stesso tempo, ha il desiderio di scoprire se “il magico gioiello” di cui è in possesso può aiutare tutti gli esseri umani a diventare felici. Questo gioiello è la metafora della consapevolezza della buddità intrinseca in ogni essere umano. Chiunque incontra nel suo viaggio, crede che sia impossibile per una bambina e soprattutto per una femmina, riuscire ad essere così saggia e coraggiosa e perciò viene respinta più volte. Finalmente poi, al suo incontro con Shakyamuni, che decide di ascoltarla e accogliere il suo gioiello, lei riesce a mostrare l’effettivo potere del magico gioiello. In questa storia viene rappresentato un nuovo pensiero che si contrappone al vecchio: chiunque può illuminarsi, e ciò può avvenire prima di tutto anche dalle donne (anche quelle non considerate conformi ai canoni tradizionalmente legati al genere femminile).
Apriamo perciò la nostra mente e la nostra vita alla possibilità di essere ciò che vogliamo, senza incasellarci in categorie ristrette, perché queste portano solo ad una limitazione del proprio sviluppo e quello degli altri. Riflettiamo e agiamo per promuovere una concreta equità, libera da stereotipi. Decidiamo di diventare dei buoni esempi, soprattutto per i bambini e le bambine del domani, per costruire un futuro più libero e giusto.
Grazie alla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo possiamo percepire quanto questa verità sia eterna e immutabile: ognuno e ognuna è un fiore prezioso e ha il diritto inalienabile di vivere secondo le proprie uniche peculiarità e di essere autenticamente e liberamente felice.
Demon Slayer – L’importanza di essere buoni amici (Fri, 01 May 2026 12:52:06 +0000)
Demon Slayer è un manga e un anime di successo che racconta il viaggio formativo di un ragazzo, Tanjiro, che dopo aver perduto tutta la famiglia a causa dei demoni, decide di entrare a far parte della squadra ammazzademoni, deciso a trovare un modo di aiutare la sorella, divenuta demone, a ritornare essere umano. Questo articolo sarà basato sulla prima stagione della serie, in cui inizia il viaggio di Tanjiro, la scoperta della dura realtà del mondo e delle esperienze umane, ma anche dell’amicizia e del grande valore umano che possono creare le relazioni, scoprendo i forti legami che le esperienze di vita hanno con i principi del Buddismo di Nichiren Daishonin.
«La vita è come il cielo, cambia costantemente»1. Già dal primo episodio, in cui vediamo Tanjiro rimanere orfano, con la sorella minore trasformata in demone, viene mostrata la severità della realtà. Tutto scorre, tutto passa: nulla rimane mai immutato, ma può sempre cambiare. Tanjiro cade in una profonda sofferenza e disperazione. Quello che sorprende è la sua capacità di rilanciare, di non darsi mai per vinto, di fare una promessa.
Nei momenti di difficoltà, Tanjiro ricorda per cosa sta lottando, per cosa sta combattendo e per cosa sta sopravvivendo. Davanti all’orrore con cui è divenuto orfano, con la sorella che tenta inizialmente di mangiarlo, lui promette di trovare un modo di farla tornare nuovamente umana.
La capacità di promettere di realizzare proprio l’opposto di ciò che ci sta buttando giù in un certo momento, di determinare un punto di svolta da questo momento in poi, è la forza derivante dalla fede nel proprio infinito potenziale. Non importa quanto siamo in difficoltà e scoraggiati dalle circostanze difficili, quando decidiamo di credere profondamente, di sforzarci al massimo, fino alla fine, per realizzare i nostri sogni e i nostri obiettivi nella vita, non ci ritroveremo mai bloccati. Questo è l’insegnamento del Buddismo di Nichiren. Come afferma il terzo presidente della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda:
Come il sole del mattino disperde l’oscurità, la vita di coloro che recitano costantemente Nam-myoho-renge-kyo non giungerà mai a un punto morto. Recitare Daimoku2 è il fondamento del Buddismo. Quando recitiamo vigorosamente Daimoku, il sole sorge luminoso nei nostri cuori
Ikeda D., Gli insegnamenti della vittoria, vol. 2, Esperia, p. 602
Recitando Nam-myoho-renge-kyo facciamo emergere la speranza nel nostro infinito potenziale per superare qualsiasi tipo di momento o difficoltà. Costruendo questo tipo di forza, iniziamo a vedere come la vera felicità non può esistere se non viene condivisa con le altre persone. Gli esseri umani e con loro tutto l’ambiente del pianeta Terra e dell’universo intero, secondo la filosofia buddista, sono interrelati e interconnessi. Al di là di qualsiasi interpretazione teorica e astratta riguardo a questi argomenti, il Buddismo è un insegnamento per vivere la propria vita al massimo della felicità. I principi e gli insegnamenti si manifestano nella vita di tutti i giorni. Le azioni di Tanjiro sono in linea con l’atteggiamento e la visione della vita del Buddismo. Tanjiro riesce ad avere compassione persino per i demoni e dimostra che ogni persona può trasformare la sua vita. Mettendosi nei panni dei demoni, riconosce la loro profonda sofferenza e molto spesso, quando li sconfigge, essi ritrovano la pace e la serenità spirituale che non riuscivano ad ottenere.
Nel corso della storia, Tanjiro mostra la sua gentilezza e l’apertura verso tutte le persone, unita ad un forte senso di giustizia che non scende mai a compromessi con chi non rispetta la vita umana e la dignità delle persone. Questo aspetto è alla base dell’insegnamento buddista, il «comportamento da essere umano»3. Può sembrare un’affermazione generica, ma questa frase coglie proprio il motivo per cui esiste la pratica del Buddismo: fare in modo che ogni essere umano riesca a manifestare le infinite capacità che possiede già interiormente e costruire una vita che crea unione, dialogo e una rete di incoraggiamento e sostegno reciproco tra le persone. Questo si intende con “comportamento da essere umano” nel Buddismo, un comportamento basato sulla fede nel potenziale illimitato di ogni singola persona, a partire proprio da noi stessi e noi stesse. Questo richiede uno sforzo ed un impegno costante, inevitabile per realizzare qualsiasi obiettivo nella vita. Tanjiro non si rassegna mai con nessuno, nemmeno con i demoni: cerca sempre di dialogare, di trovare un punto di incontro su cui vincere insieme, lottando contro le sue stesse fragilità e risvegliando attraverso il suo esempio di lotta anche gli altri, mostrando gentilezza in risposta ai comportamenti più oppositivi e mantenendo alto lo spirito di verità e giustizia che non si piega di fronte a nessun tipo di situazione.
Cambiare le situazioni in meglio o in peggio dipende dalle nostre azioni, che a loro volta scaturiscono dal nostro atteggiamento e dalla nostra determinazione. In particolare, quando apprezziamo le persone intorno a noi e diamo valore alla relazione che abbiamo con loro, queste ci sosterranno e ci proteggeranno. Il Daishonin insegna che dovremmo interagire con gli altri, anche con coloro che creano più difficoltà, con saggezza e apertura mentale. Ciò si accorda con la ragione ed è la chiave per costruire belle relazioni umane
Ikeda D., in «Buddismo e società», n. 230, 2023, p.38, https://buddismoesocieta.org/a/18427
La forza di Tanjiro risiede proprio nel suo spirito di non lasciare nessuno indietro ma di aiutare tutte le persone: è questo suo atteggiamento a far emergere quell’infinita forza di volontà che gli permette di superare tutti gli ostacoli.
Di episodio in episodio, Tanjiro incontra e fa amicizia, non solo con altri ammazzademoni come Inosuke e Zenitsu, ma anche con persone comuni che nel momento cruciale hanno il coraggio di aiutarlo. Il Buddismo mette molta enfasi sui “buoni amici”. I buoni amici sono quelle persone che credono nel nostro potenziale in qualsiasi situazione e che ci aiutano a trovare sempre il coraggio di avanzare fedeli alle proprie convinzioni e a trionfare sull’infelicità. Come scrive Daisaku Ikeda:
Il punto fondamentale è sforzarci in prima persona di coltivare buone relazioni con gli altri, diventando persone capaci di costruire relazioni armoniose. […] Avere buoni amici è come essere dotati di un potente motore ausiliario. Quando incontriamo un ripido pendio o un ostacolo possiamo incoraggiarci reciprocamente e trovare la forza di continuare ad avanzare vigorosamente
Ikeda D., Amore e amicizia, Esperia, p. 33
In questo senso, anche i demoni sono buoni amici. All’interno del Sutra del Loto, insegnamento di riferimento del Buddismo di Nichiren, viene dichiarato che anche le persone che hanno commesso le azioni più malvagie4 possono illuminarsi e cambiare la loro vita. Inoltre, affrontando le sofferenze che emergono nei rapporti con le persone, abbiamo la possibilità di trasformare ancora più velocemente il karma. Nel momento in cui decidiamo di utilizzare le esperienze della nostra vita con la forte decisione di incoraggiare le altre persone attraverso il nostro esempio, sprigioniamo la vera forza della pratica buddista: una compassione basata sul rispetto della vita umana in quanto tale. Non è un apprendere intellettualmente, ma un vivere con la propria vita. Questo fa emergere una saggezza concreta che si applica nella vita di tutti i giorni e in ogni istante che viviamo.
Tanjiro aiuta le persone a migliorarsi e nel frattempo anche lui migliora insieme a loro, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo su se stesso. Questa è la forza che un’amicizia sincera può fare. Non dipende da nessun altro, possiamo decidere subito, in questo istante, di essere noi per primi e per prime buoni amici e buone amiche per le altre persone, e vedere cosa succede!
RELIGIONI – dialogo per una religione per l’essere umano (Fri, 01 May 2026 12:26:04 +0000)
Cosa accadrebbe se i leader fondatori originari delle religioni si potessero riunire ad una conferenza?
Con questa domanda, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda metteva in luce lo spirito che secondo lui aveva animato queste persone, dai cui insegnamenti sarebbero sorte le principali tradizioni religiose: trovare un metodo per sradicare l’infelicità e realizzare la pace nel mondo per tutta l’umanità5.
Quando saremo in grado di concepire e comprendere veramente i desideri e le azioni per la felicità delle persone dei grandi precursori delle varie religioni, e di eliminare nelle generazioni future il dogmatismo intollerante che ancora persiste, credo che si spalancherà sconfinato davanti a noi l’orizzonte l’amore universale per l’umanità
Buddismo e Società, 232, p. 9, https://buddismoesocieta.org/a/un-la-boratorio-di-umanita
Dal punto di vista del Buddismo, tutte le persone hanno diritto ad essere felici e di realizzare una comunità armoniosa di rispetto e convivenza pacifica, basata sul rispetto della dignità della vita; è l’obiettivo e la determinazione nella fede di una persona che mette in pratica i suoi insegnamenti.
Questo è lo spirito originario di ogni religione secondo il terzo presidente della Soka Gakkai Daisaku Ikeda: alla base di ogni grande religione vi è un profondo rispetto per ogni singolo essere umano, in cui l’empatia verso gli altri è un punto fondamentale. Se paragoniamo le grandi religioni umane a dei fiumi di profonda saggezza, spinti dalla corrente del dialogo interreligioso, ecco che tutte insieme, pur nelle rispettive diversità, diverrebbero un grande mare che avvolgerebbe l’intero pianeta di pace e stabilità.
Nella prefazione all’edizione italiana della Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, il testo di riferimento per i praticanti del buddismo di Nichiren, il maestro Daisaku Ikeda evidenzia la missione della Soka Gakkai nel promuovere il dialogo interreligioso, «uno dei temi più importanti della nostra civiltà» (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. xi).
Una delle caratteristiche fondamentali della nostra epoca è il pluralismo religioso, cioè la presenza di più fedi e tradizioni religiose diverse che convivono all’interno delle stesse comunità. Non è una novità, nella storia sono sempre esistite convivenze tra religioni diverse.
Le particolari connotazioni di ogni religione nascono da un complesso di influenze dovute alle diversità degli esseri umani, alle caratteristiche di ogni epoca, alle peculiarità di ogni luogo e alle diverse evoluzioni della storia. Nonostante tali differenze, ogni dottrina possiede al suo interno i princìpi e la saggezza necessari a realizzare la felicità delle persone
Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. xi
La valorizzazione della diversità e dell’unicità di ogni singola persona è alla base del Buddismo di Nichiren; esso insegna che ogni persona ha la capacità di manifestare il profondo desiderio per la propria e altrui felicità, desiderio che viene chiamato “voto del bodhisattva”6.
Come afferma Daisaku Ikeda, questo desiderio è posseduto da tutti gli esseri umani; risvegliarlo e «stimolare la natura umana positiva» (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. xii) non è appannaggio solo del buddismo, ma di tutte le religioni che promuovono la pace e ricercano la felicità di tutti gli esseri umani. Alla luce di quanto afferma il maestro D. Ikeda, si comprende che, se ci basiamo sulla pratica e lo studio del Buddismo e ci impegniamo a dialogare con più persone possibili su tematiche fondamentali, come la felicità, il dialogo interreligioso, la cultura, l’educazione, le nostre vite si apriranno e diventeremo tutti, nel nostro piccolo, costruttori di pace. Nel contesto del dialogo interreligioso, significa «accettare e valorizzare le caratteristiche di ogni singolo credo e, allo stesso tempo, afferrare la profonda verità e sapienza presente nelle sue dottrine» (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. xi) Questa è la strada per costruire un sodalizio di religioni per l’essere umano che, influenzandosi positivamente a vicenda, possono sempre più diventare una forza propulsiva per realizzare la pace nel mondo.
Potrebbe sembrare una missione troppo grande, se guardiamo solamente alle nostre capacità personali, ed è proprio su questo punto che rientra un grande insegnamento del Buddismo. Infatti, sono proprio le persone comuni ad avere suprema importanza e l’inizio di un grande cambiamento risiede nel primo passo che ognuno e ognuna di noi può fare nella direzione del dialogo.
Le grandi imprese cominciano immancabilmente da piccole cose. Un viaggio di mille miglia comincia con un passo, come si dice. Senza quel primo passo non possiamo ottenere la vittoria nel viaggio verso una grande meta. Allo stesso modo la rivoluzione umana, o la trasformazione interiore delle persone, che per noi della SGI è la via verso una pace duratura, inizia dal dialogo sincero con un singolo individuo.
Impegnarsi nel dialogo permette di trasformare positivamente sia la nostra vita che quella degli altri. È il mezzo per rompere il guscio del nostro “piccolo io”, superare il muro della nostra indifferenza e creare legami positivi con gli altri. Quando abbiamo il coraggio di incontrare le persone e parlare dei nostri ideali, stiamo facendo un primo passo nella nostra stessa rivoluzione umana. […] Non si costruisce il dialogo rimanendo semplicemente seduti ad aspettare. È necessario ricercare il contatto con gli altri e parlare con loro
https://ilnuovorinascimento.org/a/nel-dialogo-scorre-lenergia
Non vi è gerarchia tra gli esseri umani, tutte sono persone comuni e attraverso questa comunione di relazioni instaurata da ogni singola persona che lo spirito del buddismo della dignità della vita e di non lasciare nessuno indietro si è mantenuta e propagata. Ognuno e ognuna di noi è perfettamente capace di costruire amicizie sincere e dialoghi basati sul rispetto reciproco. Non serve aspettare di diventare migliori di quello che siamo, di sapere più cose o di sentirsi preparati e giusti, il potenziale del dialogo e dell’amicizia, anche quello interreligioso, è posseduto all’interno di ogni persona. Ciò che è più conta è l’intenzione profonda che muove le nostre intenzioni; Nichiren scrive che «è il cuore che è importante»7. Siamo tutte e tutti perfettamente capaci così come siamo e non dovremmo limitarci per paura di sbagliare. Più parliamo con le altre persone con un atteggiamento aperto e un sincero proposito di imparare insieme l’uno dall’altro, più prendiamo fiducia nelle nostre capacità e creiamo ponti di comunicazione che ci permettono di aumentare le reti delle nostre comunità e la fiducia reciproca, che di conseguenza aumentano la probabilità di risoluzione pacifica dei conflitti e un vivere insieme basato sull’impegno condiviso di vivere «felici e a proprio agio»8.
La felicità è la ricchezza più preziosa (Mon, 22 Dec 2025 09:50:00 +0000)
Mi chiamo Naomi, ho 27 anni e vivo a Firenze, ma sono originaria di Lanciano, in Abruzzo. Pratico il Buddismo di Nichiren Daishonin dal 2024, anche se l’ho incontrato per la prima volta dieci anni fa.
Sono cresciuta in una famiglia dove, per sopravvivere, bisognava lavorare il più possibile senza lamentarsi. Per i miei genitori, crescere significava diventare una persona autonoma, con una vita stabile e sicura.
Questo mi ha portato a comprendere subito il valore dei soldi, e per una bambina curiosa come me il denaro non era uno strumento, ma un limite che mi impediva di realizzare ciò che desideravo.
Anche il mio percorso formativo è stato contagiato dall’obiettivo dell’emancipazione: ho studiato fashion design perché credevo che mi avrebbe permesso sia di essere creativa, sia di avere una stabilità economica lavorando in azienda.
Per anni ho vissuto mettendo al primo posto il dovere, mai la mia felicità. Persino realizzare la felicità altrui lo percepivo come dovere morale. La mia salute, i miei sogni e il mio benessere venivano sempre dopo quelli degli altri.
Infatti, dopo gli studi mi sono trasferita nelle Marche per un tirocinio, che però alla fine non si è potuto svolgere. Sono rimasta lì e ho trovato altri lavori, amicizie, hobby; poteva sembrare comunque una vita appagante, ma non era quello che desideravo.
Ma il maestro Ikeda afferma:
Lo scopo della fede è diventare felici. Spero che tutti voi intraprenderete questo cammino sicuro, senza deviare su strade secondarie che conducono all’infelicità. Vi prego di avanzare con fiducia e orgoglio!
Daisaku Ikeda, Giorno per giorno, 4 novembre
A settembre 2024 mi sono trasferita da mia zia a Roma, una città immensa che mi travolgeva con il suo ritmo incessante. Avevo iniziato a fare la stilista in un’azienda di maglieria credendo che fosse il lavoro dei miei sogni, ma dietro la facciata splendente si nascondeva un ambiente tossico, fatto di abusi e comportamenti che soffocavano la mia dignità.
Mi sono ritrovata sfruttata e delusa. Nel tentativo di monetizzare la mia passione per la moda, me ne sono solo allontanata.
Il punto di svolta è arrivato quando grazie a mia zia, da anni membro della Soka Gakkai, ho iniziato a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Ero talmente curiosa che le ho chiesto io stessa di partecipare agli incontri buddisti insieme a lei!
Ricordo con chiarezza il primo desiderio che emerse praticando: volevo che l’amore di un ragazzo del mio paese natale colmasse il mio senso di abbandono, e che la sua presenza mi facesse finalmente sentire degna, vista e amata.
Sono riuscita a instaurare una relazione con lui, eppure, più passava il tempo, recitando Daimoku e osservando i sottili mutamenti dentro di me, più la mia preghiera diventava comprensione. Così ho iniziato a praticare con il desiderio che entrambi potessimo trovare la nostra felicità, anche se questo ha significato lasciarci.
E in quel momento ho compreso cosa significa davvero elevare lo stato vitale: non si dovrebbe fuggire dal dolore, ma abbracciarlo con coraggio. Non è dagli altri che dipende il nostro sentirci vivi, ma dalla capacità individuale di risvegliare la Buddità intrinseca, quella fonte di gioia, saggezza e compassione che si trova nel cuore di ogni persona.
Grazie alla pratica buddista e ai compagni e le compagne di fede, ho scoperto una nuova me, più forte, coraggiosa e sicura di sé.
Così, a inizio 2025 ho deciso di trasferirmi ancora, questa volta a Firenze, dove è iniziata davvero la mia rinascita. Appena arrivata ho sentito tutto il calore e l’accoglienza dei praticanti.
Ho trovato subito lavoro come commessa, ma ogni giorno convivevo con la paura del costo della vita in città. E infatti il mio timore si è amplificato quando, dopo soli due mesi, hanno chiuso il negozio in cui lavoravo, lasciandomi a casa. La me di qualche tempo prima avrebbe reagito cercando immediatamente un’altra occupazione, spinta dall’urgenza di sentirsi al sicuro e dall’ansia di dover controllare tutto.
Stavolta invece, mi sono fermata e ho riflettuto sul percorso fatto fino a quel momento. Per la prima volta ho avuto la consapevolezza di meritarmi anche io qualcosa. Per questo motivo, ho deciso di realizzare il viaggio dei miei sogni: partire da sola per il Giappone.
Avevo spesso condiviso questo mio desiderio con le persone intorno a me, ma mi avevano sempre scoraggiata per vari motivi, soprattutto economici. Questa volta però avevo deciso di ascoltare il mio cuore e mettere da parte le paure razionali.
Thoreau, pensatore del rinascimento americano, scrisse nel suo diario: “Nulla deve essere posposto. Prendete al volo le occasioni. Ora o mai più. Dovete vivere nel presente, lanciatevi in ogni onda, trovate la vostra eternità in ogni momento”.
Non dovremmo rinviare ma cogliere l’attimo, vivendo con tutto il nostro essere nel presente. L’autore afferma che in questo modo ogni momento si trasformerà in eternità.
Daisaku Ikeda, Giorno per giorno, 14 aprile
Quel viaggio è stato come un cammino interiore, ho visitato luoghi di una bellezza indescrivibile e incontrato persone che mi hanno fatta sentire accolta anche a migliaia di chilometri da casa. E in quell’apparente disorientamento, ho sentito per la prima volta di essere esattamente nel luogo in cui dovevo essere.
Proprio durante il viaggio ho anche ricevuto una splendida notizia: ero stata ammessa all’Accademia di Belle Arti di Firenze, realizzando così un altro sogno nel cassetto.
Al mio ritorno in Italia, nel giro di pochi giorni ho sostenuto diversi colloqui, trovando immediatamente il lavoro di cui avevo bisogno: un impiego che mi permette di mantenermi, ma soprattutto di coltivare le mie passioni e lo studio.
Il vero cambiamento è stato comprendere che la Legge mistica non si manifesta solo tramite i benefici ottenuti, ma durante il percorso stesso, nel modo in cui affrontiamo le difficoltà, con coraggio, fiducia, gratitudine e determinazione.
Grazie a ciò, la scorsa estate ho deciso di ricevere il Gohonzon, lo specchio della nostra vita che ci aiuta a risvegliare il potenziale che è dentro di noi.
La routine, la famiglia, il lavoro e gli amici possono assorbirci al punto da farci dimenticare chi siamo davvero. Quando smettiamo di ascoltarci, anche nei gesti più piccoli, rischiamo di perderci.
Per questo motivo, sono determinata a non accettare più compromessi dettati da paure economiche o dal timore di non essere accettata dagli altri; da ora in poi sarò gentile con me stessa, perché volersi bene è una responsabilità personale. La felicità non è un premio per chi si sacrifica in silenzio, ma una scelta quotidiana.