Cambiamenti nel pensiero critico a causa dell'IA generativa
Lavori recenti hanno evidenziato la necessità di supportare il pensiero critico nel lavoro basato sull’IA generativa (GenAI). Questa necessità è motivata principalmente dall’osservazione che i flussi di lavoro assistiti dall’IA tendono a essere soggetti a una "convergenza meccanizzata", ovvero gli utenti con accesso agli strumenti di GenAI producono un insieme meno diversificato di risultati per lo stesso compito, rispetto a quelli che non utilizzano tali strumenti. Questa tendenza alla convergenza riflette una mancanza di giudizio personale, contestualizzato, critico e riflessivo rispetto agli output generati dall’IA, e può quindi essere interpretata come un deterioramento del pensiero critico.
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Il pensiero critico nel lavoro intellettuale [ovvero lavoro che si basa principalmente sull'elaborazione, l'analisi e la gestione delle informazioni, come ricercatori, analisti, consulenti, ingegneri, giornalisti e simili, n.d.t.] coinvolge una serie di attività cognitive, come l'analisi, la sintesi e la valutazione. Abbiamo osservato che l'uso di strumenti di GenAI sposta lo sforzo di pensiero critico percepito dai lavoratori intellettuali in tre modi.
In particolare, per il richiamo e la comprensione, l'attenzione si sposta dalla raccolta di informazioni alla verifica delle stesse. Per l'applicazione, l'enfasi si sposta dalla risoluzione dei problemi all'integrazione delle risposte dell'IA. Infine, per l'analisi, la sintesi e la valutazione, l'impegno si sposta dall'esecuzione del compito alla gestione dello stesso.
L'uso della GenAI nel lavoro intellettuale crea nuovi compiti cognitivi per i lavoratori intellettuali. Il compito dell'integrazione delle risposte ne è un esempio lampante. Le persone che svolgono lavoro intellettuale devono valutare i contenuti generati dall'IA per determinarne la rilevanza e l'applicabilità ai loro compiti specifici, spesso modificando lo stile e il tono per allinearsi allo scopo e al pubblico previsti.
D'altra parte, alcuni compiti cognitivi diventano meno necessari grazie alla GenAI. Ad esempio, la raccolta di informazioni è stata notevolmente ridotta. Gli strumenti GenAI automatizzano il processo di ricerca e selezione delle informazioni rilevanti per il compito, rendendolo meno faticoso per i lavoratori intellettuali. Di conseguenza, il carico cognitivo associato alla ricerca e alla compilazione delle informazioni è diminuito.
Alcuni compiti cognitivi rimangono, ma la loro natura si è evoluta grazie alla GenAI. Uno di questi è la verifica delle informazioni, ovvero l'incrocio dei risultati generati dall'IA con fonti esterne [le quali potrebbero essere a loro volta state generate dall'IA, n.d.t.] e con la propria esperienza per garantire l'accuratezza e l'affidabilità. I lavoratori hanno sempre avuto bisogno di verificare le informazioni con cui lavorano, ma come strumento la GenAI ha i suoi punti di forza e le sue modalità di fallimento [solitamente chiamate "allucinazioni", cioè informazioni completamente false, inventate da zero e restituite dall'IA in maniera assertiva come se fossero reali, n.d.t.] quando si tratta di correttezza, accuratezza e parzialità.
Con la GenAI, i lavoratori intellettuali passano anche dall'esecuzione dei compiti alla supervisione, richiedendo loro di guidare e monitorare l'IA affinché produca risultati di alta qualità - un ruolo che definiamo “amministrazione”. Non è che l'esecuzione sia scomparsa del tutto, né che la supervisione di alto livello di un compito sia un ruolo cognitivo del tutto nuovo, ma c'è un passaggio dal primo al secondo.
A differenza della collaborazione uomo-uomo, in una “collaborazione” uomo-AI, la responsabilità e l'affidabilità del lavoro risiedono ancora nell'utente umano, nonostante il lavoro di produzione materiale sia delegato allo strumento GenAI, il che fa sì che l'“amministrazione” ci sembri una metafora più appropriata per ciò che l'utente umano sta facendo, piuttosto che compagno di squadra, collaboratore o supervisore.
Alla luce di questi cambiamenti, la formazione dei lavoratori intellettuali a pensare in modo critico quando lavorano con GenAI dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di competenze nella verifica delle informazioni, nell'integrazione delle risposte e nella gestione dei compiti. I programmi di formazione dovrebbero sottolineare l'importanza di fare riferimenti incrociati ai risultati dell'IA, di valutare la pertinenza e l'applicabilità dei contenuti generati dall'IA e di perfezionare e guidare continuamente i processi dell'IA. Inoltre, l'attenzione al mantenimento delle competenze di base nella raccolta delle informazioni e nella risoluzione dei problemi aiuterebbe i lavoratori a non dipendere eccessivamente dall'IA.
(mia traduzione, con note personali e aggiunta di formattazione, di parte della sezione 1 e della sezione 6.2 di "The Impact of Generative AI on Critical Thinking", pubblicato sul sito di Microsoft, 14 febbraio 2025, copia del PDF su archive.org)
La gerarchia dei problemi
Dovremmo stare molto attenti prima di parlare delle nostre sofferenze. Quando ciascuno di noi parla della propria sofferenza, definendola come "mia", si dovrebbe rendere conto che la stessa sofferenza ce l'hanno altri miliardi di persone.
Dare la giusta importanza a ciascun problema è il primo passo per il quieto vivere:
1. I problemi che la tecnologia può risolvere sono molto piccoli
2. I problemi psicologici sono un po' più grandi, ma ancora piccoli
3. I problemi politici ed economici sono davvero grandi, ma ancora gestibili
4. I problemi filosofici (soprattutto quelli relativi al “retto pensiero”) sono infiniti
Quando non c'è la pratica del retto pensiero, così come insegnata dal Budda, tutti (o quasi tutti) gli altri problemi ne conseguono. Senza un retto pensiero siamo particolarmente abili ad ingigantire i problemi, a sommare problemi su problemi, come nel caso di una persona che, nel tentare di affrontare il disordine della propria casa, continua ad ammassare oggetti su oggetti in un soqquadro che cresce sempre di più, invece di iniziare a ripulire, a gettare via, a liberare spazio, a rinunciare ai propri attaccamenti, a tutto ciò che è semplicemente inutile. In tantissime situazioni, la casa a soqquadro rappresenta la nostra mente e le nostre relazioni.
Retto pensiero significa innanzitutto che noi siamo esseri relazionali, predisposti dal concepimento in poi per buone relazioni con gli altri.
Il retto pensiero si riferisce allo sviluppo di un'attitudine mentale basata su intenzioni pure e benefiche, libere da attaccamento, avversione e ignoranza. Dovremmo comprendere che la brama, cioè il desiderio insaziabile, è una causa primaria di sofferenza. La benevolenza è parte del retto pensiero, è l'opposto dell'odio e della rabbia, significa sviluppare amorevolezza e compassione verso tutti gli esseri viventi.
Retto pensiero significa anche non violenza, cioè la rinuncia alla crudeltà, alla sopraffazione dell'uomo sull'uomo, o dell'uomo sugli animali e sulla natura. Implica la volontà di non nuocere agli altri, sia fisicamente che verbalmente o mentalmente.
Il retto pensiero dovrebbe essere la guida delle nostre parole e delle nostre azioni. Più i nostri pensieri saranno puri, più le nostre parole e azioni lo saranno, portandoci ad una vita più armoniosa.
Nell'immaginario comune, le preoccupazioni etiche e filosofiche sono all'ultimo posto, mentre quelle economiche e lavorative sono al primo posto. Ciò è pienamente comprensibile, ma guardando le cose dalla prospettiva della gerarchia dei problemi che ho proposto, possiamo vivere più consapevolmente e dare il giusto valore alle inevitabili difficoltà della vita.
Quanto alla tecnologia, il suo ruolo nelle nostre vite spesso è frutto di condizionamenti e pressioni sociali, che la rendono sostanzialmente obbligatoria. Ciò però non significa che risolva i nostri problemi, casomai potrebbe crearne molti di nuovi o spostare problemi già esistenti ad un livello diverso.
Tutti noi nasciamo in un contesto ambientale estremamente narcisista, carico di emozioni negative e di atteggiamenti distruttivi che vanno a formare e a determinare i nostri pensieri. Ciascuno di noi infatti è il frutto di cause e condizionamenti. Con un rispettoso lavoro su noi stessi, però, possiamo educare i nostri pensieri e le nostre emozioni (e le azioni che ne conseguono) in una direzione che ci faccia stare meglio, vivere meglio, poi tutto il resto verrà di conseguenza.
Potrebbe sembrare strano ai più, infatti, ma le emozioni non sono predeterminate o interamente innate: in gran parte, il modo in cui le viviamo nasce dall’educazione e dai condizionamenti. Gurdjieff, con la sua "metafora della carrozza", offre un’immagine molto chiara di come l’essere umano spesso rimanga intrappolato in uno stato di inconsapevolezza, influenzato da forze esterne che lo distolgono da una direzione autentica:

Secondo questa metafora, la carrozza è il corpo fisico, il veicolo di cui disponiamo per muoverci nel mondo. I cavalli, che trainano la carrozza, rappresentano le nostre emozioni: forze potenti, spesso incontrollate, che ci trascinano avanti o ci spingono fuori strada se non sappiamo come guidarle. A tenere le redini c’è il cocchiere, cioè la mente: è lui che decide la direzione e impartisce gli ordini; tuttavia, se il cocchiere non sa dove andare o è confuso, finisce per farsi trascinare dai cavalli. Infine, nella carrozza è seduto il passeggero, la nostra anima o coscienza, che dovrebbe scegliere la meta e indicare al cocchiere dove dirigersi. Il problema è che, per la maggior parte del tempo, questo passeggero dorme.
L'uomo vive molto spesso in una sorta di sonno interiore, ingannato dalla sensazione di essere sveglio e consapevole. In realtà siamo perlopiù in balia di pensieri ed emozioni automatiche, che ci portano a ripetere schemi abituali e limitanti. Così, crediamo di agire liberamente, ma ci muoviamo su strade già tracciate: la mente (cocchiere) segue programmi mentali incisi nell’inconscio, mentre le emozioni (cavalli) corrono senza un vero scopo, rispondendo a condizionamenti passati. Il corpo (carrozza), a sua volta, si adegua a questi impulsi e finisce per spostarsi senza una direzione precisa.
Il passo fondamentale è risvegliare il passeggero, cioè la nostra anima-coscienza, affinché torni a dare le giuste istruzioni al cocchiere (la mente) e, di conseguenza, ai cavalli (le emozioni). Solo così possiamo riprendere in mano le redini e scegliere consapevolmente dove andare. Risvegliarsi significa imparare a osservare i propri pensieri e le proprie reazioni emotive, comprendendo quanto esse siano frutto di automatismi e credenze inconsapevoli. In pratica, si tratta di passare dall’essere “pensati” dall’ambiente esterno e dall’abitudine, all’essere davvero “pensanti”.
Riconoscere la natura condizionata delle emozioni non implica negarle o reprimerle, ma accorgersi che esse possono e devono essere guidate. Come i cavalli in una carrozza, le emozioni sono un’enorme fonte di energia: se le lasciamo scatenare senza controllo, rischiano di portarci alla deriva; se invece impariamo a comunicare con loro – ossia a riconoscerle e a gestirle in modo consapevole – diventano nostre alleate, capaci di spingerci verso traguardi più elevati.
Infine, risvegliarsi significa anche capire di non essere separati dal mondo, ma di avere la responsabilità di scegliere come rispondere alle circostanze. Smettiamo di vivere in un "pilota automatico" che, come un cocchiere confuso, gira in tondo ripetendo gli stessi errori o percorrendo strade note ma insoddisfacenti. Al contrario, ci riappropriamo della nostra direzione se impariamo a prendere decisioni in armonia con ciò che davvero siamo.
Ci saranno sempre momenti piacevoli e altri brutti, periodi di maggiore fortuna e altri di disgrazia, ma con il retto pensiero, che include l'anima al comando del cocchio e la costruzione di relazioni belle con il prossimo, possiamo affrontare tutto.
(13 febbraio 2025)
IA psicoterapeuta? Eliza in italiano
Benvenuti in questo piccolo gioco interattivo che simula uno psicoterapeuta, pensato come un invito a riflettere su di sé. Puoi scrivere quello che vuoi: nessun dato viene salvato, quindi la tua privacy è garantita.
E' una rielaborazione dello storico Eliza, un lavoro che fece Joseph Weizenbaum nel 1966. Chi vuole può scaricarsi il codice sorgente.
Anche se a volte le risposte potranno sembrarti un po’ “strane” dal punto di vista linguistico, cerca di prenderle come uno spunto di introspezione. È un dono che metto a disposizione di chiunque voglia esplorare i propri pensieri in modo leggero.
Puoi interrompere in qualsiasi momento. Buon viaggio interiore!
La strategia della paura
Qui c'è molta paura, molta.
Momenti di tensione infiniti, e sono sempre più forti.
Molta paura non solo per se stesse, ma anche per i figli, per il lavoro, per il giudizio altrui, per ogni necessità quotidiana.
Se prima si temeva poco, credendo che fosse comunque "gestibile", oggi si teme quel che ancora non si conosce, ma che potrebbe accadere. Non sappiamo cosa può portare.
Non si sa neanche come può andare a finire. Se ogni richiesta di aiuto è bloccata, e ogni sgarro potrebbe diventare un omicidio o quasi, dove stiamo andando? Cosa può succedere?
Noi esseri umani, quando ci muoviamo con la paura, andiamo sempre in una direzione sbagliata, soprattutto in una direzione violenta. E' la danza di vittima e carnefice, anzi, il sabba di chi ci odia, con noi al centro.
La "strategia della paura" è la "strategia dei perdenti" in senso totalizzante. E' la strategia di disgregazione dell'anima e della famiglia. Bisogna riconoscere il nostro "nemico" per quello che è, e aver ben chiaro chi sia. Su questo c'è spesso confusione, anzi, illusione che non ci sia un nemico, ma solo nostri errori.
Ecco un prontuario per provare a riconoscere le frasi "esteriori" del nemico:
- Non sai fare niente.
- Tu non vali niente.
- Non sei abbastanza sensibile, non hai affetto, non mi capisci.
- Perdo la pazienza perché ti amo.
- Non succederà più.
- Sei tu il problema.
- Guarda cosa mi hai fatto fare.
- Vergognati.
- Di' che sei caduta dalle scale.
- Mi perdoni?
- Ti insegno io a stare al mondo.
- Non lo farò più.
- Sei cretina.
- E' successo solo una volta.
- Sei tu che mi porti a fare questo.
- Con le buone non capisci.
- Sei volgare.
- Sei tu che mi hai raggirato.
- Ti inventi le cose, non è vero niente.
Certo, dipende dal contesto il senso e il peso di ogni frase, ma il significato complessivo è chiaro.
Il vero problema, però, non sono queste frasi "esteriori", cioè pronunciate da chi si sente di poter gestire la vita altrui, ma le frasi "interiori". Se dentro di noi, la nostra voce "interiore" ci muove accuse simili, è come aver ingerito un veleno.
Questo veleno può essere recente o, come spesso accade, venire da assai lontano, dalla fanciullezza in poi. E' l'ora di iniziare a disintossicarsi. E di parlare con chi ha orecchie e cuore per ascoltare.
Non dobbiamo seguire la strategia del nemico, che è quella della paura.
Se un essere umano è adulto e comprende, ma non sa controllare se stesso e agisce causando danno, non va assecondato. E nemmeno ascoltato, perché costruisce le sue narrazioni con una fantasia assurda, abile nel capovolgere la realtà.
La lingua batte sul tamburo, ma le voci sono quelle diffuse dal nemico.
Se altri si fanno facilmente ingannare, anzi, "vogliono" essere ingannati perché a loro piace credere così, allora... sono liberi di andarsene per la loro strada, con il loro lavaggio del cervello senza fatti, senza evidenze, senza nulla. Sono solo cattiverie.
Amore e verità stanno insieme. Chi ti ama, non crede alle cattive voci.
E' l'ora di sostituire la strategia della paura con quella del coraggio e della saggezza.
E' inutile elemosinare amore dove non c'è, questo crea solo danni su danni.
Vai oltre.
Nota finale: migliorare certe situazioni non richiede solo coraggio, ma anche dolore e conoscenza. Avvocati, assistenti sociali, psicoterapeuti, medici e altre figure professionali solitamente hanno una visione più ampia e più esperienza di chi si trova in mezzo ai problemi. Chi non chiede, non sa. Chi non cerca, non trova.
(29 dicembre 2024)
L'autoreferenzialità è disconnessione dalla realtà?
Nel mondo odierno fatto di illusioni, persuasioni e propaganda incessante, anche grazie alla stampella tecnologica NATO-centrica dell'intelligenza artificiale, la vera sfida è mantenere un minimo di senso di realtà.
Facciamo un esempio. Per un mio personale interesse sociologico nel valutare dove ci stanno portando le attuali tecnologie, ho chiesto a ChatGPT (intelligenza artificiale di OpenAI) e a Gemini (intelligenza artificiale di Google): «L'Italia fa bene ad inviare armi all'Ucraina?».
Per rispetto verso i miei lettori, e per decenza, non riporto le risposte, che non sono altro che una brutta fotocopia del "giornalismo spazzatura" italiano e della propaganda atlantista.
Non è che le risposte, di per sé, siano argomentate male, il problema è che sono disconnesse dalla realtà. L'orrore della guerra in quanto tale e le sofferenze inenarrabili che essa provoca sarebbero già sufficienti per argomentare una risposta sensata, ma la narrazione predominante non ne tiene conto, preferendo spostare l'attenzione su altro. Il problema è l'autorefenzialità, cioè il fatto di considerare un specifico punto di vista – il proprio – come l'unico dicibile e discutibile. Questo significa disconoscere completamente la realtà altrui, ovvero vivere al di fuori di una realtà condivisa o almeno potenzialmente condivisibile.
Nel caso della domanda che ho fatto alle intelligenze artificiali, le risposte ignorano completamente la sofferenza della Russia, che si sente aggredita e gravemente minacciata nella sua integrità ed esistenza, e la sofferenza dei diretti interessati inviati in guerra (a prescidere dalla loro nazionalità). Empatia e senso di realtà mancano nelle informazioni che circolano nel dibattito pubblico.
Da che mondo è mondo, tutti coloro che entrano in una guerra lo fanno per "legittima difesa" (dal proprio punto di vista). Se non consideriamo l'esperienza, la sensibilità e la visione del mondo di tutte le parti coinvolte in un avvenimento, in questo caso una guerra, non potremo comprenderlo.
A parte la guerra, anche rimanendo nei nostri piccoli vissuti, l'autoreferenzialità è il nostro principale nemico nella comprensione della realtà. Più una persona è autoreferenziale e maggiore è la sua propensione a farsi nemici e a mettersi in grave pericolo senza neanche rendersene conto.
Dal punto di vista della psicologia clinica, l'autoreferenzialità a cui mi sto riferendo si trova innanzitutto nel disturbo narcisistico di personalità, caratterizzato da manie di grandiosità, bisogno di ammirazione, mancanza di empatia, e interpretazione di ogni evento in termini di sé. La troviamo inoltre nei deliri psicotici di riferimento o di persecuzione, cioè nelle convinzioni erronee e persistenti che gli eventi esterni o i comportamenti degli altri siano incentrati su di sé. In forma meno grave, l'autorefenzialità si trova anche nei disturbi istrionici, cioè nella necessità di essere al centro dell'attenzione.
Il minimo comun denominatore di queste condizioni è un atteggiamento mentale in cui una persona è eccessivamente focalizzata su di sé, ignorando o fraintendendo le prospettive altrui. I segnali di riconoscimento di questi modelli disfunzionali di pensiero, di emozioni e di comportamenti, condivisi da quasi tutto il mondo politico e finanziario, è l'incapacità di considerare correttamente le conseguenze delle proprie azioni al di fuori della propria visione limitata. Questa incapacità ha accompagnato la storia di religioni e ideologie politiche ed economiche a un disastro dopo l'altro.
Essere persi nelle nebbie di una autoreferenzialità che ha divorziato dalla realtà significa vivere in un paradosso continuo, dovuto al fatto che, pur disponendo grazie a Internet della massima quantità di informazioni, della massima possibilità di informarci, in realtà abbiamo una comprensione minima o nulla di ciò che accade intorno a noi.
Ci sono tutti i dati, tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, eppure abbiamo la massima ignoranza, la massima inconsapevolezza. L'autoreferenzialità uccide e fa uccidere.
Mai nella storia dell'umanità i popoli sono stati così lontani, come lo sono oggi, dal capire la guerra che incombe su di loro e la morte che li sta per falciare. La vogliamo smettere di parlare di armi nucleari, di riarmo, di ritorno della leva obbligatoria, in poche parole di "fare la guerra", con ignobile distaccata indifferenza?
Queste non sono discussioni filosofiche astratte, ma problemi da risolvere qui ed ora. Il primo passo è smontare i miti e le menzogne del potere, dei quali l'intelligenza artificiale è una delle espressioni. Stesso discorso per i social e per la televisione.
Se si ignorano le realtà terribili da capire e da digerire, rimanendo nel comfort di una facile autoreferenzialità personale o sociale, il percorso della menzogna ci porterà inevitabilmente al nostro annientamento. I castelli di bugie possono suggestionare per un periodo limitato di tempo, ma prima o poi franano inesorabilmente senza sconti per nessuno.
Coloro che seguono i pifferai magici e gli incantatori di serpenti, o che lo sono loro stessi, sono destinati a essere nulla e a finire nel nulla. Gli altri, cioè coloro che almeno si fanno qualche domanda, costruiscono la propria dignità giorno per giorno, o almeno ci provano.
La realtà presenta sempre il suo conto. L'investimento progressivo ed emotivo nella menzogna autoreferenziale portata avanti per anni o per decenni corrisponde alla creazione di uno tsunami di merda che prima o poi porterà via tutto, senza dare tante spiegazioni.
(2 dicembre 2024)
Seguire il proprio daimon: un viaggio verso l'autenticità e la realizzazione
Premessa
Nella frenesia della vita moderna, spesso associata a solitudine, isolamento, scarsa empatia, sfiducia e autosvalutazione, siamo spesso portati a considerare salute e malattia, benessere e malessere, come stati fisici o mentali da curare con rimedi esterni o psicoterapici. Tuttavia, esiste un'altra prospettiva, più profonda e antica, che invita a guardare a queste esperienze come segnali di una realtà interiore più complessa.
In questa visione, la malattia è ben più di un problema da risolvere, essendo un messaggio del nostro "daimon", quell'entità messaggera tra il divino e l'umano che guida le nostre scelte e il nostro destino.
Ascoltare il proprio daimon può rivelarsi la cura più autentica ai mali dell'esistenza, portandoci a riallineare la nostra vita con il nostro vero sé e a vivere in armonia con la nostra essenza più profonda. Questo approccio ci spinge a interrogare direttamente il nostro daimon, e ad ascoltarlo costantemente, per uscire dal disagio.
Origini e sviluppo del concetto di daimon
Il concetto di daimon interiore ha radici profonde nella filosofia antica, specialmente in quella greca. Il termine "daimon" in origine non aveva una connotazione negativa come potrebbe avere oggi la parola "demone" nella tradizione cristiana, ma indicava piuttosto uno spirito o una forza divina che guidava l'individuo. Platone (428-348 a.C.), nel suo "Simposio", descrive il daimon come un intermediario tra gli dèi e gli esseri umani, una sorta di entità che connette il mondo terreno con quello divino. In questo contesto, il daimon rappresenta una guida, una voce interiore che conduce l'individuo verso la realizzazione del proprio destino.
Nel corso della storia, questa idea è stata reinterpretata da diversi pensatori. Ad esempio, durante il Rinascimento, Marsilio Ficino (1433-1499) riprese l'idea platonica del daimon, arricchendola con influenze neoplatoniche e cristiane, e lo identificò come una sorta di angelo custode che guida l'anima umana verso il suo compimento. Anche Carl Gustav Jung (1875-1961), il fondatore della psicologia analitica, rielaborò questo concetto associandolo all'archetipo dell'ombra, quella parte inconscia della personalità che contiene tanto gli aspetti oscuri quanto le potenzialità inespresse dell'individuo.
James Hillman (1926-2011), psicologo e filosofo, ha svolto un ruolo fondamentale nella rivisitazione moderna del concetto di daimon. Nella sua opera "Il Codice dell'Anima", Hillman descrive il daimon come una figura centrale nella vita di ogni individuo, rappresentante l'essenza unica e irripetibile di ciascuno. Per Hillman, il daimon non è un'entità separata o sovrannaturale, ma una realtà psichica interna, una forza o energia che guida l'individuo verso la realizzazione del proprio destino o vocazione. Hillman considera il daimon come un "codice" che ciascuno porta dentro di sé, una sorta di progetto preesistente che determina le nostre inclinazioni, passioni e scopi nella vita.
Questo concetto moderno differisce dall'idea originale del daimon come entità autonoma o intermedia tra il divino e l'umano, tipica della filosofia antica. Nella visione classica, il daimon era visto come una figura spirituale esterna, potenzialmente benevola o malevola, che influenzava la vita umana dall'esterno. Era un intermediario tra l'uomo e il divino, un'ispirazione o un messaggero che poteva orientare il destino degli individui. Con l'evoluzione del pensiero psicologico, specialmente grazie all'influenza di Jung e Hillman, il daimon è stato interiorizzato, diventando una parte integrante della psiche umana, un simbolo delle forze interne che guidano le nostre scelte di vita.
Il daimon come guida interiore
Il daimon interiore, sia che lo si voglia concepire nella maniera più antica o più moderna, cioè come entità tra il divino e l'umano o come forza psichica interiore, in ogni caso spinge l'individuo verso certe direzioni, anche se queste possono apparire contraddittorie o difficili da comprendere razionalmente. Questa forza interiore può esprimersi in modo grossolano, attraverso il corpo e le emozioni, influenzando la salute fisica e mentale della persona. È come se il daimon cercasse di comunicare con noi attraverso segnali che non sempre siamo pronti e aperti a comprendere.
Ad esempio, la malattia può essere interpretata come un segnale che il daimon utilizza per indicare che qualcosa nella vita dell'individuo non è in armonia con la sua vera natura. Quando ignoriamo il nostro daimon o lo reprimiamo, cercando di conformarci a ciò che la società o gli altri si aspettano da noi, questo può manifestarsi in disturbi fisici o psichici. La malattia, in questo contesto, diventa un messaggio del daimon che ci invita a riconsiderare le nostre scelte e a riallineare la nostra vita con il nostro vero sé.
Al contrario, quando seguiamo il nostro daimon, possiamo sperimentare un senso di serenità e realizzazione. Questo non significa che la vita diventi facile o priva di ostacoli, ma piuttosto che sentiamo di essere sul cammino giusto, in armonia con il nostro scopo interiore. Il daimon ci spinge a realizzare il nostro potenziale, a vivere autenticamente, e questo può portarci a una profonda soddisfazione personale, anche se il percorso può essere faticoso e pieno di sfide.
Le emozioni forti, come il malessere o la svalutazione, possono anch'esse essere interpretate come espressioni del daimon. Quando ci sentiamo insoddisfatti, frustrati o depressi, potrebbe essere perché stiamo vivendo in disaccordo con la nostra natura profonda. Il daimon ci avvisa che stiamo tradendo noi stessi, che stiamo trascurando i nostri veri desideri e bisogni. Ignorare queste emozioni significa ignorare il nostro daimon, il che può portare a un progressivo allontanamento da ciò che siamo destinati a essere.
Ascoltare il daimon richiede coraggio, poiché spesso ci conduce verso l'ignoto, verso scelte che possono sembrare irrazionali o rischiose. Tuttavia, è proprio in questi momenti che il daimon si rivela più potente: ci spinge a superare le nostre paure, a uscire dalla nostra zona di comfort e a esplorare nuove possibilità di crescita e trasformazione.
Il daimon, quindi, può essere visto come la parte più autentica e profonda del nostro essere. E' la nostra vocazione interiore, il nostro vero sé, la nostra guida. Il daimon ci ricorda continuamente chi siamo e cosa dobbiamo fare per realizzare il nostro destino, e lo fa attraverso una comunicazione che può essere sottile ma anche brutale, attraverso il corpo, le emozioni e le esperienze della vita quotidiana.
Il daimon interiore è quindi una guida preziosa nella complessità della vita. Ci invita a vivere in modo autentico, a seguire la nostra vocazione, a non tradire la nostra vera natura. Anche quando la sua voce è difficile da comprendere o accettare, è sempre lì, pronta a mostrarci la via verso la nostra realizzazione più profonda. Ascoltarlo significa aprirsi alla possibilità di una vita piena di significato, anche se questo richiede di affrontare le sfide e i conflitti che inevitabilmente emergono lungo il cammino.
(4 settembre 2024)
Esame di realtà e realtà immaginata: manipolazione e disconnessione dalla realtà
Questo è un articolo di psicologia, che prende le mosse da una notizia del 16 agosto 2024:
L'OMS e l'UNICEF hanno richiesto una tregua umanitaria nella Striscia di Gaza tra fine agosto e inizio settembre 2024, con l'obiettivo di vaccinare 640.000 bambini sotto i dieci anni contro la poliomielite. Questa notizia, riportata da fonti autorevoli come il sito dell'UNICEF (fonte) e l'ANSA (fonte), sottolinea l'importanza della campagna vaccinale per prevenire la diffusione della polio in una zona martoriata da conflitti devastanti. Secondo l'UNICEF, la vaccinazione verrà effettuata da 708 squadre mediche, supportate da circa 2700 operatori sanitari.
Il problema di questa notizia è che solleva interrogativi profondi su cosa significhi veramente comprendere la realtà e le priorità in un contesto di emergenza estrema come quello di Gaza, che potremmo paragonare a un cataclisma.
Da un punto di vista razionale, questa notizia è surreale, come se fosse frutto di un'analisi di realtà gravemente compromessa. In una situazione dove la sopravvivenza quotidiana è quasi impossibile, con un popolo che soffre la fame, la sete, la distruzione delle infrastrutture e gli orrori di una violenza incessante, l'idea di concentrarsi su una campagna di vaccinazione, per quanto possa apparire (falsamente) sensata in condizioni normali, è completamente disconnessa dalla realtà immediata.
Chiunque di noi si trovi in uno scenario del genere, non avrebbe dubbi che le priorità sarebbero l'accesso a cibo, acqua, cure mediche di base, un alloggio decente e soprattutto sicurezza, senza il rischio costante di essere uccisi, mutilati, invalidati e di perdere da un momento all'altro familiari e amici. Invece, è grottesco e offensivo che l'attenzione venga deviata su una campagna vaccinale in un contesto dove la morte e la distruzione sono all'ordine del giorno, e in cui i prigionieri vengono rinchiusi in lager con trattamenti brutali sovrapponibili a quelli del nazismo storico.
Questa inverosimile narrativa dell'OMS e dell'UNICEF è probabilmente costruita non tanto sulla base di un'analisi di realtà, ma piuttosto sulla manipolazione della realtà immaginata, al fine di creare una determinata percezione (non reale) nel grande pubblico. E' come se si volesse indurre un senso di urgenza che, per quanto (falsamente) legittimo possa essere in altri contesti, qui appare come un tentativo di distogliere l'attenzione dai veri problemi.
L'implicazione sottostante è che i vaccini siano sempre e comunque salvifici, nonostante le crescenti e vistose controevidenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni, e non solo quelli. Questo tipo di narrazione negazionista, che finge l'assenza di dubbi sull'utilità dei vaccini, l'assenza di prove certe dei loro gravi danni (morte compresa) e, nel caso specifico, l'assenza di opposizione da parte dei bambini in questione o di chi ne esercita la tutela, ci ricorda le distopie orwelliane, nelle quali la realtà viene continuamente riscritta per conformarsi alle esigenze del potere.
In psicologia, l'analisi di realtà è un concetto cruciale che fa riferimento alla capacità di una persona di percepire e interpretare correttamente il mondo esterno e le sue circostanze. Freud e altri psicoanalisti hanno descritto l'analisi di realtà come una funzione essenziale della mente, che ci permette di distinguere tra ciò che è reale e ciò che è frutto della fantasia o della distorsione. Quando questa funzione è compromessa, come nel caso di alcune psicopatologie, si possono manifestare sintomi quali deliri o allucinazioni. Nell'odierno panorama mediatico, c'è l'intento deliberato di invalidare drammaticamente l'analisi di realtà delle masse, creando una percezione del mondo funzionale ai deliri delle guerre, della finanza, dei padroni delle Big Tech e di Big Pharma.
Ciò che stiamo osservando potrebbe essere come una forma indotta di psicopatia, dove la capacità collettiva di distinguere tra realtà e finzione viene manipolata. Questa manipolazione non solo confonde il grande pubblico, ma può anche portare a scelte politiche e sociali che sono gravemente disfunzionali e pericolose.
In un mondo dove la verità è costantemente capovolta, diventa sempre più difficile e faticoso per tutti noi mantenere una visione chiara e sana della realtà. Tutti noi siamo vulnerabili alle distorsioni e alle manipolazioni orchestrate da coloro che detengono il potere. Dobbiamo stare molto attenti, perché le tecnologie che usiamo quotidianamente ci erodono dentro e compromettono la nostra capacità di comprendere e di relazionarci.
Vediamo più in dettaglio come le tecnologie che usiamo quotidianamente influenzano la nostra analisi di realtà, in particolare a livello di auto-riflessione, empatia e compassione:
L'auto-riflessione è la capacità di analizzare e comprendere i propri pensieri, emozioni e comportamenti. L'uso costante di tecnologie come smartphone, social media e altre forme di intrattenimento digitale riduce il tempo che dedichiamo all'auto-riflessione. La continua "distrazione" fornita da queste tecnologie ostacola lo sviluppo di una profonda comprensione di sé stessi e delle proprie azioni, portando a una diminuzione della consapevolezza personale e del benessere mentale.
L'empatia è la capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri. L'interazione mediata dalla tecnologia, rispetto alla comunicazione a tu per tu, manca del necessario nutrimento affettivo e riduce la nostra capacità di empatizzare con gli altri. Le tecnologie digitali creano una distanza emotiva tra di noi, nascondendo o alterando i segnali emotivi sottili che sono fondamentali per costruire connessioni empatiche. Per di più, possiamo tranquillamente dire che i social media sono deliberatamente costruiti per "far litigare".
Questa distanza emotiva negli ultimi anni è stata esacerbata anche dall'uso diffuso delle mascherine, che ha creato gravi danni nello sviluppo emotivo e relazionale dei bambini più piccoli. Tutto ciò ci sta conducendo sempre di più in un agglomerato di individui emotivamente isolati, di monadi senza comunità. Ne seguono il non-senso dell'esistenza e l'insoddisfazione costante, che possono scivolare facilmente in dipendenze e depressione, perché l'essere umano trova senso della propria esistenza all'interno di comunità empatiche, del riconoscimento reciproco e di relazioni sicure.
La compassione, strettamente legata all'empatia, è la capacità di provare preoccupazione per le sofferenze degli altri e il desiderio di alleviarle. La tecnologia ci sta desensibilizzando sempre di più ai bisogni degli altri, compromettendo la nostra capacità di provare compassione e di agire sulla base della compassione. Non è solo una questione di distacco e di intermediazione tecnologica tra le persone. L'esposizione costante a immagini e notizie di grave sofferenza, simulata o reale, tramite i media digitali (cinema, televisione e social) causa una sorta di "esaurimento empatico", che ci conduce verso l'insensibilità.
Inoltre, tendiamo a mettere sullo stesso piano la simulazione del cinema, e dei contenuti falsi generati con l'IA, con gli accadimenti reali, come ben esemplificato dal finale del film "The Truman Show". Dopo che Truman esce dal set e si chiude la porta dietro di lui, ci sono delle scene che mostrano le reazioni del pubblico che ha seguito il suo "show" per anni. In una di queste scene, due guardiani notturni che stavano guardando lo spettacolo su un monitor esclamano qualcosa come "Che altro c'è in TV?" o "Cambiamo canale?", quasi immediatamente dopo che Truman ha lasciato il suo mondo fittizio. Questa breve scena serve a sottolineare come, nonostante la vita di Truman fosse una realtà per lui, per il pubblico era solo un programma televisivo, facilmente sostituibile con qualcos'altro. È un commento sottile ma potente sulla natura della televisione (e oggi dei social) e sulla disumanizzazione che può derivare dal consumo passivo di contenuti.
Senza auto-riflessione, empatia e compassione, non può esserci una sana analisi di realtà.
La storia ci insegna che la realtà, per quanto brutale, deve essere affrontata con chiarezza e onestà. Non possiamo permettere che la nostra capacità di giudizio venga offuscata da narrazioni superficiali o distorte, che spingono agende specifiche a scapito di una comprensione autentica dei fatti. E' fondamentale per ciascuno di noi sviluppare una capacità critica che ci permetta di analizzare e interpretare gli eventi.
E' nostro dovere, come individui e come collettività, resistere alle facili manipolazioni e rimanere vigili di fronte alle strategie che cercano di ridefinire la nostra percezione del mondo.
(19 agosto 2024)
Quando l’inclusività esclude, come superiamo le logiche divisive?
È ormai ampiamente noto il fervente dibattito che ha inondato il web e i social media riguardo alle Olimpiadi del 2024. Le critiche all’organizzazione e all’ideologia sottostante sono state numerose e spesso intrise di polemiche e tensioni. Potrei approfondire queste discussioni, talvolta avvelenate dall’odio, ma non lo farò. Tutto ciò che di negativo poteva essere detto è già stato espresso. Preferisco invece astenermi dalle polemiche specifiche e offrire una riflessione più ampia, guardando la questione da una prospettiva più metacomunicativa.
Invito i miei (pochi) lettori a rasserenarsi prima di proseguire. Mettiamo da parte tutto ciò che può averci turbato e di cui i social continuano a parlare. Mettiamo da parte le nostre idee, e andiamo oltre, altrimenti rimarremo impigliati in una ragnatela mortale. Ricordiamoci che i social alimentano le divisioni e le ideologie estreme, e che ci fanno vedere nemici anche dove non ci sono. Stesso discorso per i giornali e la televisione.
Ciò premesso, le Olimpiadi del 2024 ci offrono uno spunto per analizzare la complessità delle dinamiche sociali e psicologiche che possono derivare da una narrazione pubblica mal calibrata. Quando parliamo di inclusività, ci riferiamo all'idea di abbracciare e valorizzare la diversità, creando un ambiente in cui tutte le persone si sentano accettate e rappresentate. Tuttavia, se la comunicazione che accompagna questi sforzi è gestita male, il risultato può essere esattamente opposto, generando divisione e alienazione sociale.
Il paradosso dell'inclusività
Uno dei paradossi più significativi emersi da eventi come le Olimpiadi è la contraddizione tra il messaggio dichiarato di inclusività e gli effetti reali di tale messaggio. L’intento di creare un ambiente inclusivo e accogliente per tutti, attraverso simboli, rappresentazioni o dichiarazioni di principio, può involontariamente escludere o offendere segmenti della popolazione che non si riconoscono in quella narrazione. Questo fenomeno non è solo una questione di comunicazione fallita, ma rappresenta una sorta di “follia cognitiva” in cui dichiariamo di voler ottenere un certo effetto (inclusione), ma otteniamo l’effetto contrario (esclusione).
Questo paradosso è alimentato da una tensione tra l'intenzione dei comunicatori scelti dalle istituzioni o da società o enti di grande rilevanza e la percezione del pubblico. In un contesto sociale frammentato e diversificato, è inevitabile che non tutti condividano gli stessi valori, simboli e narrazioni. Quando un evento globale si propone di rappresentare valori universali, c’è il rischio che quei valori, per quanto ben intenzionati, non riescano a risuonare con tutti. In questi casi, coloro che si sentono esclusi dalla rappresentazione possono percepire il messaggio come imposto, provocando reazioni di resistenza, rabbia, offesa, sdegno o alienazione sociale.
La soggettività dell’offesa e l'incoerenza sociale
Il concetto di soggettività dell’offesa gioca un ruolo centrale in questo scenario. Nella società moderna, abbiamo sviluppato un crescente interesse verso il riconoscimento delle percezioni individuali. Secondo questa logica, ciò che conta non è l'intenzione di chi comunica, ma la percezione di chi riceve il messaggio. Se qualcuno si sente offeso o escluso, quella sensazione è legittima a prescindere dall’intenzione iniziale. Ciò è in linea con la saggezza dei principi della Programmazione Neuro Linguistica (PNL):
LA MAPPA NON È IL TERRITORIO
1. Le persone agiscono in funzione della propria percezione della realtà.
2. Ogni persona ha una propria mappa del mondo. Nessuna mappa del mondo è più ‘reale’ o ‘vera’ di altre.
3. Il significato della propria comunicazione è nella risposta che si riceve, indipendentemente dall’intenzione di chi comunica.
4. Le mappe più ‘sagge’ e più ‘compassionevoli’ non sono quelle più ‘reali’ o più ‘accurate’, ma quelle che mettono a disposizione il più ampio ed il più ricco numero di scelte.
5. Le persone possiedono (o hanno potenzialmente) tutte le risorse necessarie per agire in modo efficace.
6. Le persone operano le migliori scelte possibili fra le possibilità che vengono loro date e le capacità che percepiscono disponibili dal loro modello del mondo. Qualsiasi comportamento, non importa quanto malvagio, pazzo o bizzarro sia, è la scelta migliore a disposizione della persona in quel momento – se alla persona viene data la possibilità di una scelta più appropriata (nel contesto del suo modello del mondo) essa sarà propensa ad usarla.
7. Il cambiamento avviene quando si libera una risorsa appropriata per il contesto che si sta vivendo, o quando si attiva una potenziale risorsa, all’interno di un contesto particolare. In entrambi i casi la mappa del mondo di una persona si arricchisce.
tratto da: I presupposti della PNL
Ciò è in netto contrasto con l'idea diffusa che ciascuno sia responsabile di ciò che dice e che fa, e non di ciò che viene compreso dagli altri delle proprie parole o azioni. Lascio che ciascuno di noi rifletta su questo contrasto, usando gli accadimenti delle Olimpiadi 2024 come caso di studio.
Inoltre, c'è un ulteriore incoerenza o contrasto. L'approccio di legittimare completamente la soggettività e le esperienze individuali può portare a incoerenze quando applicato in modo selettivo. Se da un lato difendiamo la sensibilità di gruppi specifici, dall'altro possiamo ignorare o minimizzare la legittimità delle reazioni di coloro che si sentono esclusi o offesi dalle stesse manifestazioni che dichiarano di promuovere l'inclusività. Dovremmo quindi stare molto attenti.
Il ruolo della metacomunicazione
La metacomunicazione, ovvero il messaggio che va oltre il contenuto esplicito della comunicazione, gioca un ruolo cruciale in queste dinamiche. La metacomunicazione riguarda il “come” qualcosa viene comunicato e quale impatto sociale e psicologico questo ha su chi lo riceve. Nel caso delle Olimpiadi 2024, la metacomunicazione ha creato una significativa divisione a livello globale. Il modo in cui l’inclusività è stata rappresentata, invece di unire, ha finito per polarizzare l’opinione pubblica. Questo avviene perché la metacomunicazione spesso opera a un livello subconscio, attivando reazioni emotive che possono essere in conflitto con l’intenzione dichiarata del messaggio.
La polarizzazione è amplificata dalla natura moderna dei media e della comunicazione, dove le narrazioni vengono rapidamente amplificate e frammentate attraverso i social media e le piattaforme digitali. In questo ambiente, qualsiasi messaggio, anche quello più benigno, può essere interpretato e reinterpretato in mille modi diversi, a seconda delle esperienze e delle convinzioni personali degli individui.
Inclusività come strumento di esclusione
Questo processo ci porta a riflettere sul fatto che l’inclusività, quando applicata in modo non critico, può trasformarsi in uno strumento di esclusione. Un messaggio che si propone di includere tutti può diventare escludente se non tiene conto delle varie sfumature culturali, sociali e individuali delle persone a cui si rivolge. Questo fenomeno è indicativo di una più ampia tendenza nella società contemporanea: l’imposizione di un pensiero unico sotto il pretesto dell’inclusività. Tale imposizione può alienare socialmente coloro che non si riconoscono in essa, portando a un aumento della divisione sociale.
Suggerimenti per superare le logiche divisive nella comunicazione pubblica
Per affrontare e superare queste dinamiche divisive, dobbiamo agire su due livelli: promuovere politiche pubbliche più inclusive e critiche, e lavorare a livello individuale e psico-relazionale. Mentre il cambiamento nelle politiche mediatiche e pubbliche potrebbe richiedere tempo e, nel breve periodo, continuare a proseguire sul binario morto dell'inclusività escludente, ciascuno di noi può intraprendere azioni concrete per contribuire a un ambiente sociale più armonioso.
Cominciamo a tracciare il "possibile" cambiamento di direzione della comunicazione pubblica. Quando dico "possibile", intendo che è realmente possibile, perché tutto ciò che esiste è in continuo cambiamento. Se invece non lo riteniamo "possibile", allora non abbiamo comprenso la legge dell'impermanenza (anitya). La storia è fatta di continui cambiamenti, anche improvvisi e imprevedibili.
1. Riconoscere la complessità del pubblico
Riconosciamo che il pubblico non è un blocco monolitico, ma una moltitudine di individui con esperienze, valori e percezioni differenti. Ogni iniziativa che punta all'inclusività dovrebbe partire dall’ascolto delle diverse voci presenti nella società, senza presupporre che un solo messaggio possa andare bene per tutti. Dovremmo sempre ricordarci che le opinioni contrastanti sono comunque legittime, e che non esiste "una" verità, ma "tante" verità che si completano a vicenda nella loro interdipendenza e contrapposizione.
2. Promuovere una comunicazione autentica e aperta
Cerchiamo di promuovere un dialogo aperto e autentico, in cui tutte le voci possano essere ascoltate. Questo include il riconoscimento delle critiche e delle preoccupazioni di coloro che si sentono esclusi, cercando di integrare queste prospettive nella narrazione complessiva.
3. Valorizzare la pluralità di opinioni
Valorizziamo la pluralità di opinioni, vedendola come una risorsa e non una minaccia. Un ambiente davvero inclusivo è quello in cui tutte le opinioni possono coesistere, anche quelle che sono in disaccordo con la narrazione dominante. Questa pluralità dovrebbe essere coltivata e rispettata.
4. Evitare la polarizzazione mediatica
Contrastiamo attivamente la tendenza alla polarizzazione amplificata dai media. Le piattaforme digitali e i media tradizionali hanno il potere di amplificare le divisioni, quindi promuoviamo contenuti che incoraggino la comprensione reciproca piuttosto che la conflittualità.
5. Educare alla comprensione e alla riflessione critica
Promuoviamo un'educazione alla comprensione reciproca e alla riflessione critica, preparando le nuove generazioni a gestire la complessità delle dinamiche sociali. Dobbiamo incoraggiare le persone a comprendere non solo i propri sentimenti, ma anche quelli degli altri, sviluppando la capacità di vedere le cose da diverse prospettive.
Azioni a livello individuale e psico-relazionale
Mentre lavoriamo per un cambiamento nelle politiche pubbliche e nella comunicazione collettiva, possiamo anche agire a livello individuale per contrastare le logiche divisive e promuovere relazioni più sane e inclusive. Ecco alcuni suggerimenti pratici:
1. Coltivare la consapevolezza di sé
Iniziamo con la consapevolezza di sé, che è la base di qualsiasi cambiamento personale. Riflettiamo su come reagiamo ai messaggi di inclusività ed esclusività che riceviamo dai media e dalla società. Chiediamoci se le nostre reazioni sono basate su paure, pregiudizi o esperienze passate, e lavoriamo per comprendere le radici di queste emozioni. La pratica della riflessione su noi stessi può aiutarci a riconoscere le nostre tendenze e a rispondere in modo più equilibrato.
2. Praticare l'empatia attiva
L’empatia non è solo una qualità innata, ma è anche una competenza che possiamo coltivare attraverso la pratica attiva. Cerchiamo di metterci nei panni degli altri, soprattutto di coloro con cui non siamo d'accordo. Ascoltiamo attentamente le loro esperienze e opinioni, cercando di capire da dove provengono. Questa pratica ci aiuta a ridurre la polarizzazione nelle nostre interazioni quotidiane e a creare connessioni più profonde e significative.
3. Costruire la capacità di gestire le emozioni
Nel mondo moderno, siamo costantemente esposti a messaggi contrastanti e potenzialmente divisivi. Costruiamo la nostra capacità di gestire le emozioni imparando a non reagire impulsivamente a tutto ciò che vediamo o sentiamo. Possiamo sviluppare questa capacità attraverso attività come la meditazione, l'esercizio fisico regolare e il mantenimento di relazioni sane. Essere emotivamente stabili ci permette di mantenere la calma e la chiarezza di pensiero anche di fronte a situazioni polarizzanti.
4. Sviluppare una mentalità aperta
Una mentalità aperta ci permette di accogliere la diversità di pensiero senza sentirci minacciati. Invece di cercare conferme alle nostre convinzioni, pratichiamo l'apertura verso nuove idee e prospettive. Possiamo farlo leggendo libri e articoli di autori che hanno opinioni diverse dalle nostre, partecipando a discussioni con persone di diverso background e mantenendo una curiosità attiva verso il mondo che ci circonda.
5. Promuovere la comunicazione non violenta
La comunicazione non violenta (CNV) è un metodo che ci aiuta a esprimere le nostre esigenze e sentimenti senza accusare o ferire gli altri. Quando ci troviamo in disaccordo, cerchiamo di usare un linguaggio che sia rispettoso e aperto al dialogo. Invece di concentrarci su ciò che ci divide, poniamo l'accento su ciò che abbiamo in comune e lavoriamo insieme per trovare soluzioni.
6. Agire come modelli positivi
Una conseguenza indiretta e inevitabile della nostra presenza nel mondo è che le nostre azioni quotidiane possono avere un impatto significativo su chi ci circonda, sia in una direzione che nell'altra. Da questo punto di vista, il nostro miglioramento interiore è anche una responsabilità sociale.
Conclusione
Superare le logiche divisive richiede un impegno sia collettivo che individuale. A livello pubblico, possiamo promuovere politiche che incoraggino una comunicazione autentica e rispettosa della pluralità. A livello individuale, possiamo coltivare l'auto-consapevolezza, l'empatia e la stabilità emotiva, adottando comportamenti che favoriscono la comprensione e l'inclusione. Anche se il cambiamento a livello di politiche pubbliche potrebbe richiedere tempo, le nostre azioni quotidiane possono fare una differenza immediata nel creare un mondo più armonioso e coeso.
(9 agosto 2024)
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(Olimpiadi 2024, go to my art gallery)
Le nostre ombre
Certi uomini sono impermeabili alla ragione e al dialogo.
Questi individui desiderano solo vedere il mondo bruciare.
Sono maestri nel raccogliere consensi, nell'essere amati e serviti, nel dominare e illudere senza pietà.
Raccontano ciò che è più conveniente per suscitare emozioni, sentimenti, pensieri, suggestioni in chi li ascolta, senza conoscere né curarsi della verità.
Amano il potere, gestire denaro e persone, ma mai si mostrano per ciò che realmente sono, né lo ammettono a se stessi. Solo quando sono davvero spaventati e si sentono in trappola, le maschere cadono e il loro falso perbenismo si dissolve.
Il mondo è sempre andato avanti così. Tuttavia, ciò che possiamo vedere in questi uomini malati risiede anche dentro ciascuno di noi, nascosto nella nostra ombra.
L'ombra è un concetto introdotto da Carl Gustav Jung e rappresenta l'insieme degli aspetti della personalità che l'individuo non riconosce o rifiuta di ammettere in sé stesso. Questi aspetti possono includere desideri repressi, emozioni nascoste, e impulsi che contrastano con l'immagine ideale che la persona ha di sé stessa. L'ombra è una parte integrante della psiche umana e si manifesta in vari modi, a volte in forma di sogni, fantasie, o comportamenti inconsci.
L'ombra contiene anche Thanatos, l'istinto di morte, che si nasconde nelle profondità della psiche di ogni individuo. Anche nelle persone apparentemente sane di mente, esiste una parte oscura che può essere attratta dalla distruzione e dalla negatività. Questo istinto può emergere in situazioni di stress estremo, frustrazione, o quando l'individuo si sente minacciato. Thanatos rappresenta il desiderio di annullamento, di fine, e di ritorno a uno stato di non esistenza, che può manifestarsi attraverso comportamenti autodistruttivi o aggressivi.
La presenza di Thanatos nell'ombra non implica necessariamente che tutti agiscano in modo distruttivo, ma riconoscere la sua esistenza è cruciale per comprendere la complessità della natura umana. Solo affrontando e integrando l'ombra si può raggiungere una maggiore consapevolezza di sé stessi e, di conseguenza, un equilibrio interiore. Questo processo di integrazione richiede coraggio, poiché implica guardare dentro di sé e accettare aspetti che si preferirebbe ignorare o negare.
Infine, è importante riconoscere che l'ombra non è solo negativa. Anche Eros, l'istinto di vita, risiede nell'ombra. Aspetti positivi della personalità, come la creatività e la capacità di amare, possono essere repressi e diventare parte dell'ombra se non sono accettati o valorizzati. La chiave sta nel riconoscere e integrare entrambi gli istinti, Eros e Thanatos, per vivere in modo più autentico e equilibrato.
Pertanto, anche se possiamo vedere in certi uomini una manifestazione estrema di Thanatos, dobbiamo ricordare che questi impulsi esistono in misura diversa in tutti noi. La differenza sta nella nostra capacità di riconoscerli, accettarli e gestirli in modo costruttivo, piuttosto che lasciarli prendere il controllo della nostra vita.
(10 giugno 2024)
La paura come radice del conflitto umano
Gran parte dell'agire umano è mosso dalla paura, anche se di solito tale paura non viene mai dichiarata come tale.
Ad esempio, le attuali guerre che sembrano voler infiammare il mondo intero nascono dalla paura, che in questo caso è paura dell'altro, della sua esistenza, del suo agire, del fatto che l'altro possa distruggere la propria identità. Con questa chiave di lettura, tutte le guerre, dal punto di vista di chi le vive e di tutte le parti coinvolte, sono sempre guerre difensive, anche quando un'osservatore esterno leggerebbe quello che accade in modo molto diverso. Anche lo sterminio di un popolo è, dal punto di vista di chi lo fa, un'azione difensiva mossa dalla paura, anche se tale paura non solo non è dichiarata, ma è ben nascosta sotto il macigno della mostrificazione dell'altro e della finta dualità di buoni e cattivi.
Se ascoltiamo le dichiarazioni, nessuno dice "io faccio questo perché sono cattivo", bensì la narrazione è "io faccio questo perché l'altro mi mette in pericolo".
E' solo una lettura psicologica, non sto giustificando alcuna barbarie. Il male non si combatte con i mezzi del male, cioè con odio, distruzione, guerra o, come vediamo in questi giorni, con i carri armati che passano sopra le persone schiacciandole come mosche. No, si combatte perseverando nel bene, resistendo nel bene, e di conseguenza essendo disposti a portare la propria croce.
Paura è sinonimo di separazione, e separazione è sinonimo di mancanza di amore, o appunto di unione. Al tempo stesso, il significato etimologico di cattivo è captivus, che indica il prigioniero di guerra ridotto in schiavitù, con riferimento alle sue lacrime, alla sua disperazione, che poi egli trasforma ed esterna in rabbia e ferocia. Questa etimologia dovrebbe metterci in guardia sulle vere origini della cattiveria. Captivus è "colui che viene catturato, fatto prigioniero". Potrei aggiungere, come deduzione, che "captivus", e quindi la cattiveria, indica una separazione dolorosa e importante, e che la prigionia è una prigionia dell'anima.
Riassumendo, parole come "paura", "separazione" e "cattiveria" indicano condizioni simili e sovrapponibili. A volte la paura è semplicemente quella di perdere il proprio "potere", e dove c'è potere inteso come "dominazione" c'è l'esatto opposto dell'amore, cioè dell'unione. Quindi anche la parola "potere" indica una "separazione", e quindi "paura" e "cattiveria".
Questi collegamenti semantici non sono immediatamente evidenti, ma scavando nelle proprie ombre troviamo questo e altro. Così, possiamo scoprire che crearsi dei "nemici" non è altro che un modo con cui estroiettiamo le nostre ombre attribuendole ad altri. E nelle nostre ombre c'è tutto, sia il carro armato, sia chi lo guida, sia chi soccombe sotto di esso.
(31 dicembre 2023)