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Psicologia

Pillole di Psicologia - Non esiste una parola in tibetano per "bassa autostima"

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2021

Mia traduzione, con note tra parentesi e una precisazione linguistica in calce, di un paragrafo di "The one where I asked the Dalai Lama a question":

[...]

Una volta, molti anni fa [in una conferenza del 1990 a Dharmsala, in India, ndt], Sua Santità [Dalai Lama Tenzin Gyatso, ndt] era in riunione con un gruppo di terapeuti e insegnanti di meditazione occidentali.

Una di loro, Sharon Salzburg, gli chiese come poteva aiutare i suoi studenti con una bassa autostima.

«Bassa autostima? Che cos'è?» - chiese Sua Santità - «Non ne ho mai sentito parlare».

Il suo traduttore cercò di spiegarglielo, il che non fu affatto facile perché non esiste una parola in tibetano per "bassa autostima". Alla fine ci riuscì.

Sua Santità era incredulo: «Sei sicura che i tuoi studenti abbiano questo [problema]?», le chiese in modo pressante.

Lei rispose: «Certo che ce l'hanno. In effetti, io stessa ne soffro».

Una tale risposta lo fece saltare in aria, a quanto pare. Puntò col dito tutti i presenti nella stanza: «Ce l'avete anche voi [questo problema]? Ce l'avete?».

Tutti fecero cenno di sì e lui disse: «Come potete avere una bassa autostima se possedete [tutti quanti] la natura di Budda?».

[...]

Per chi vuole approfondire, quanto accaduto è confermato e raccontato dalla stessa Sharon Salzburg sul suo blog, in questo articolo qui linkato del 1 novembre 2002.

Una precisazione linguistica: le fonti che ho trovato in inglese relative a questo episodio a volte usano l'espressione "self-hatred" (odio di sé), a volte "low self-esteem" (bassa autostima). In questo contesto, il significato è lo stesso. L'espressione "odio di sé", infatti, è usata raramente da psicologi e psichiatri, che di solito descrivono gli individui affetti da tale sentimento come "persone con scarsa autostima" (fonte). Credo che l'equivalenza tra "odio di sé" e "bassa autostima" sia un ulteriore motivo di attenzione.

(13 agosto 2021)

Pillole di discipline psicosociali - Dalla separazione all’unità

Ultimo aggiornamento: 9 Agosto 2021

Vorrei cominciare questa breve riflessione con due frasi tratte da alcuni insegnamenti buddisti a me cari:

«Per adesso resta calmo e guarda cosa accade. E non andare in giro a lamentarti con altri di quanto ti sia difficile vivere in questo mondo. Un simile comportamento è del tutto sconveniente per un uomo saggio.» (tratto da “I tre tipi di tesori”, lettera di Nichiren Daishonin del 1277)

«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore» (tratto da “Gosho di Capodanno”, lettera di Nichiren Daishonin, anno non noto)

Già queste due frasi sono sufficienti, provo solo ad aggiungere una piccola considerazione riferita alla situazione attuale di noi italiani, che nell’ultimo anno, come popolazione, siamo riusciti a fare più di quattromila manifestazioni di protesta, anche con il nobile intento di attuare una “disubbidienza costituzionale”. Eppure siamo divisi? Anche le nostre famiglie sono spaccate?

Ogni evento della vita può e dovrebbe essere letto in maniera positiva. Se l’attuale disavventura può darci una lezione, forse è proprio quella di andare verso l’unità. Al di là delle separazioni ideologiche, è fondamentale plasmare la propria indole e comportamento.

Proviamo a parlare di meno, ad ascoltare, a non tentare di imporre una idea (anche perché sarebbe controproducente), a scoprire una “fiduciosa attesa” nell’apertura del cuore e dell’intelletto nostra e altrui, nell’accoglienza, nella pazienza.

Ragionare in “giusto e sbagliato” è una trappola, è la base di tutte le guerre e il rafforzamento proprio di ciò che si desidera combattere. E’ il contrario dell’unità, dell’amore, del rispetto, della conoscenza.

(9 agosto 2021)

Pillole di Psicologia - Trovare la giusta motivazione

Ultimo aggiornamento: 22 Luglio 2021

Il fare umano, qualunque esso sia, spesso ha scopi ulteriori che trascendono l’“oggetto del farsi”, così come nel quadro di un pittore, o in qualsiasi altra opera o attività, possono esserci ragioni che stanno al di sopra della consapevolezza.

Tra queste ragioni, credo che molto del nostro “fare” sia un “sostituto relazionale”, ovvero, quando le interazioni sociali sono percepite come scarse e comunque non sufficientemente nutrienti e appaganti, riempiamo questa carenza affettiva con atti di natura diversa.

In particolare, ciò è vero nel campo delle arti, della letteratura, delle scienze e in ogni altro settore che necessiti atti creativi, sebbene ciò possa essere vero anche in qualsiasi altra situazione della vita. L’atto creativo in sé, a prescindere da quale esso sia, diventa occasione di relazione a volte nel “qui ed ora”, ma più spesso “a distanza nel tempo e nello spazio” (anche oltre la morte), diventa un possibile soddisfacimento del bisogno di riconoscimento, una maniera di affermare “io esisto” (o “io sono esistito”), ma anche un bisogno in sé che prescinde dalla relazione con l’altro, pur ricercandola.

Da questo punto di vista, qualsiasi atto creativo, o altro tipo di fatica, che non comporti una condivisione e un possibile riconoscimento, rischia di non essere sostenuto da sufficiente motivazione e di arenarsi. Non sempre è così, quel che intendo sottolineare è che si tratta di qualcosa al di sopra dell’“Io consapevole”, ovvero si tratta di un bisogno innanzitutto animico. Non è facile parlare di ciò in un contesto sociale, culturale, lavorativo e scolastico che riconosce e premia principalmente i bisogni egoici, cioè quelli contrapposti all’Anima e al di sotto dell’“Io consapevole” - vedi nota in calce (*). Eppure sono proprio i bisogni dell’Anima, espressi in sentimenti più o meno consapevoli, che motivano e sostengono il nostro agire.

Prima di impegnarsi in una qualsiasi attività, potrebbe essere questa la domanda fondamentale che ciascuno può porsi:

«Che tipo e qualità di relazione, condivisione o “atto creativo” comporta o può comportare il mio agire non soltanto in relazione con me, ma anche e soprattutto con “l’altro diverso da me”?»

Se a tale domanda non riuscissimo a trovare una risposta soddisfacente, probabilmente ci converrebbe mettere in seria discussione le nostre intenzioni, perché la vita è relazione, e in mancanza di relazione mancherebbe l’essenziale.

Tutto ciò può essere la motivazione profonda, reale e positiva alla base di una miriade di attività sociali, di volontariato, di condivisioni in cui il valore principale è proprio la “condivisione in sé”, a prescindere da possibili ritorni economici o di altro genere. A tal proposito, il mondo del Software Libero (come profetizzato dal maestro Richard Matthew Stallman) e delle licenze Creative Commons (di cui vediamo l’applicazione in progetti come Wikipedia) ne sono un esempio di grande valore umano e sociale.

Cercare “relazioni creative di qualità” è la testa d’ariete che può buttare giù il muro degli egoismi e regalarci una vita migliore.

(22 luglio 2021)

(*) Nota: in questo contesto, quando parlo dei bisogni animici, li considero “al di sopra” dell’“Io consapevole”, quando parlo dei bisogni egoici li considero invece “al di sotto” dell’“Io consapevole”. Tale modello che qui ho utilizzato è una trasposizione dell’ovoide di Roberto Assagioli, in cui faccio corrispondere l’Ego all’inconscio inferiore e l’Anima all’inconscio superiore. Tale modello è qui disegnato: http://www.psicosintesi.it/istituto/cosa-psicosintesi/ovoide. L'inconscio inferiore è il contenitore nel quale risiedono le funzioni fisiche automatiche, gli elementi istintuali primordiali, le pulsioni e tutto il materiale rimosso dal campo di coscienza. L’inconscio medio comprende il campo di coscienza e quegli elementi che possono volontariamente essere richiamati nel campo di coscienza. L'inconscio superiore contiene le qualità più elevate della psiche ed è il recipiente nel quale affluiscono le nostre intuizioni. Al centro dell'ovoide si colloca il "Sé personale" o "Io" (centro di coscienza e volontà) illuminato, dall’alto, dal "Sé transpersonale" o "Sé spirituale", che rappresenta l’animo profondo di ognuno e che pervade tutte le cose e dà accesso alle energie transpersonali. Tutti i livelli interagiscono tra di loro ed ogni struttura psichica è immersa nell’inconscio collettivo.

Pillole di Psicologia - Darsi dei limiti = Darsi pace?

Ultimo aggiornamento: 22 Luglio 2021

In questa piccola pillola di Psicologia, vorrei dedicare alcune parole riguardo al fatto che “darsi dei limiti” significa anche “darsi pace”.

In realtà nessuno di noi sa realmente quali siano i propri limiti in senso assoluto, in base al principio che “tutto sembra impossibile finché non viene realizzato”. Non è una questione di porsi dei limiti per non affrontare con coraggio le sfide e le opportunità della vita, è invece questione di darsi interiormente il permesso adulto e consapevole di “essere ok” così come siamo. Quando c’è una profonda accoglienza di noi stessi così come siamo, allora possiamo anche tirare fuori – con saggezza – il coraggio di fare ciò che sentiamo giusto e adeguato in base alle circostanze. Ciò richiede un atteggiamento fondamentalmente non giudicante e fiducioso nella vita.

Un importante atto di coraggio è anche quello di riconoscere l’esistenza di un limite, qualunque esso sia. Questo limite è ciò che ci rende umani e la pace sta proprio nell’accogliere con gratitudine la vita così com’è, con quello che siamo e per quello che abbiamo.

Darsi un limite significa, quindi, non solo darsi il permesso di “essere ok” così come siamo, ma anche il permesso di “essere felici e a proprio agio” nel qui ed ora (guardando al mondo come a un regalo gradito piuttosto che rifiutarlo come se fosse un inferno). Questi due sono i permessi fondamentali. Quando l’“Io adulto” sa darsi questi permessi, probabilmente è già abbastanza maturo da concedersi anche altri permessi, tra cui:

- discernere autonomamente, valutare, fare scelte;
- percepirsi e darsi credito come “grande e autonomo” e, al tempo stesso, “essere visto”, cioè riconosciuto e rispettato dagli interlocutori;
- darsi le proprie regole e costruire la propria etica, al di là delle regole apprese da bambini e delle pressioni sociali che ci accompagnano per tutta la vita;
- ribellarsi (possibilmente con intelligenza e saggezza) a ciò che è percepito come ingiusto o comunque non adeguato o rispettoso di sé;
- poter sbagliare, poter cambiare idee, stile di vita, comportamenti;
- potersi realizzare;
- poter dire di “no”;
- poter continuare a crescere e a svilupparsi per tutta la vita;
- potersi riposare;
- eccetera.

Se l’“Io” è davvero adulto e maturo, riconosce questi permessi anche alle altre persone e al contempo considera l’interazione con “l’altro diverso da sé” come fondamentale per la propria crescita e per un continuo cambiamento e arricchimento che non vuole bloccare.

Con queste premesse, chi sa darsi dei limiti davvero semina pace interiore e coesistenza pacifica e armoniosa.

Il più grande nemico di tutto ciò è un sentimento di fondo di “non sentirsi ok”, tale sentimento è un demone che ha comunque anche una funzione positiva. Il suo scopo, infatti, è quello di metterci continuamente di fronte alla scelta di credere alle critiche dell’oscurità giudicante o a quella di aver fede nella propria scintilla divina. Tale demone svolge una funzione positiva se la scelta è quella di amarci.

(22 luglio 2021)

Un suggerimento di lettura: “Io sono ok, tu sei ok – Guida all’Analisi Transazionale”, di Thomas A. Harris, editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2013 (traduzione e riedizione del saggio originale pubblicato negli Stati Uniti nel 1969).

Pillole di Psicologia - Il senso delle preghiere

Ultimo aggiornamento: 22 Luglio 2021

Esistono un’infinità di forme di spiritualità e di modi di pregare, tutti quanti legittimi. Eppure, secondo me, nella grande impresa di “collegare” o di “far comunicare” il sé individuale con “ciò che è più grande del proprio sé individuale” (ammesso che sia questo il senso della preghiera), rischiamo di perdere la visione d’insieme. Indubbiamente il senso della preghiera dipende dal tipo e dalla qualità della spiritualità: anche laddove non sia presente una trascendenza verso cui rivolgersi, la preghiera potrebbe essere intesa come il tentativo di fondere ciò che è interno a sé con ciò che è esterno a sé, fino al punto in cui non ci sono più un interno e un esterno. La differenza rispetto a quanto ho scritto precedentemente è che non si tratta più di “far comunicare”, ma di “far coincidere”. Credo che questa sia la visione dei mistici di tutto il mondo, al di là dei contesti culturali e religiosi.

Eppure c’è qualcosa che “stona”, che non torna. Al di là della preghiera di chi ha riconosciuto la propria natura “divina” (o come altrimenti la si vuole denominare), ovvero di chi, messo da parte ogni egoismo, non fa appello unicamente a un potere esterno o a un potere interno, perché tutto è collegato a tutto, rimane il fatto che, nel senso comune, “pregare” è fondamentalmente sinonimo di “chiedere”. Di per sé non c’è nulla di male o di sbagliato, però potrebbe essere una trappola.

Provo a spiegare quest’ultimo punto, partendo dal presupposto che “nulla è per caso”, e che quindi ogni preghiera viene ascoltata e ottiene una risposta (al di là che questa risposta possa o meno piacere). Se non fossimo d’accordo su questo presupposto, la preghiera non avrebbe senso o quantomeno sarebbe fortemente depotenziata, ma se invece crediamo nel forte potere della preghiera, allora necessariamente crediamo che “tutto ha un senso”, ovvero che “nulla è per caso” (due modi diversi di esprimere lo stesso concetto).

Se fin qui siamo d’accordo, ovvero che “tutto ha un senso” e che “nulla è per caso”, quale effetto può avere una preghiera più o meno velatamente lamentosa, ovvero di continue richieste (o della stessa continua richiesta), fatta da chi si sente in continuo stato di bisogno? Una risposta può venire dagli studi delle discipline psico-sociali, che per anni mi hanno accompagnato. Nel 1948, il sociologo statunitense Robert King Merton (1910-2003), introdusse nelle scienze sociali il concetto di “profezia che si autoadempie”, definendola come «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l'avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». Merton trasse ispirazione dalla formulazione che un altro celebre sociologo americano, William Thomas (1863-1947), aveva dato di quello che è passato alla storia come Teorema di Thomas, che recita: «Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze». Orbene, qual è in questo caso la profezia che si autoadempie? Quella di essere in continuo stato di bisogno, perché con questa condizione interiore viene formulata la preghiera.

Se davvero tutto è collegato a tutto e tutto ha un senso, e se davvero la vita è la più alta forma di intelligenza che esista, cerchiamo di recuperare la visione d’insieme. Se siamo qui, c’è un motivo e per quel motivo (o missione) la vita già ci dà quel che ci occorre. E’ questione di crederci veramente o, in altre parole, di fidarsi della vita (senza giudizi, lamentele, pretese, accuse). Questa fiducia di fondo può cambiare completamente la condizione interiore rispetto alla preghiera, che non sarà più per “chiedere alla vita”, ma per “dare alla vita” ciò che Le occorre da noi, ovvero per adempiere alla nostra missione. Qual è in questo caso la profezia che si autoadempie? Quella di dare completo senso alla nostra esistenza e di avere già, adesso, in questo preciso momento, tutto ciò che ci occorre per adempiere alla nostra missione.

(22 luglio 2021)

Dal giudizio all'accoglienza con gratitudine: lo sguardo di Dio sulle disgrazie umane?

Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2021

Quanto segue è un frammento di una conferenza dedicata ai “Tipi umani”, nel quale Mauro Scardovelli racconta una storiella secondo me meritevole di attenzione (per la quale lui ringrazia Raimon Panikkar, non mi è però chiaro quale sia la fonte). E’ una storia che negli anni ho sentito tante volte in occasioni diverse.

Sotto il video riporto i link dell’intera conferenza, tenutasi a Milano, nell’aprile 2009.

Quando Mauro parla del passaggio dal “linguaggio del giudizio” al “linguaggio dei bisogni e dei sentimenti”, si sta riferendo a quanto da lui meglio già spiegato nella serie di video dedicati alla “comunicazione non-violenta”, a loro volta basati sul libro “Parlare pace” di Marshall Rosenberg.

DOWNLOAD MP4

Video dell'intera conferenza: parte 1 - parte 2 - parte 3 - parte 4 - parte 5 - parte 6 - parte 7 - parte 8 - parte 9

Covid e comunicazione (non?) violenta

Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2021

Come sono migliorate o peggiorate le nostre relazioni umane in quest’epoca di costrizioni, divieti, arroganza, ipocondria, collera, violenza, non-lavoro, compressione delle libertà e dei diritti, lamentela, attenzione alla morte, ma anche amicizia, amore, ricerca, studio, lavoro, libertà, novità, gioia, gratitudine, attenzione alla vita? Gli opposti ci sono tutti, coesistono, tutto è interdipendente e vale il principio di contraddizione, ma cosa ne è di noi, del linguaggio che usiamo con noi stessi e con i nostri cari, cosa ne è della qualità della nostra vita e delle nostre relazioni?

Il percorso collettivo è fatto di tanti percorsi personali intrecciati. Qual è la nostra parte?

Il mio invito è mettere a confronto le questioni che qui ho sollevato con i video che, a suo tempo, avevo pubblicato in questa sezione dedicata alla comunicazione non-violenta:
https://www.informatica-libera.net/content/comunicazione-non-violenta-cnv-mauro-scardovelli

Grazie a tutti,
6 maggio 2021

Principio di igiene mentale (trasposizione del rasoio di Occam)

Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2021

In linea di massima, una soluzione di un problema è semplice se rientra in ciò che, con un certo stato di consapevolezza, capiamo e riteniamo di poter realizzare, non-semplice in tutti gli altri casi. In questo senso, la semplicità o non-semplicità non sono strettamente legate a quanto tempo e impegno possa richiedere una soluzione, bensì a quanta comprensione ne abbiamo.

Con questa premessa semantica, dato un problema, se vogliamo salvaguardare la nostra salute mentale, fisica e relazionale:

  1. Se c'è una soluzione semplice tra quelle che riteniamo possibili, allora realizziamola.
  2. Se ci sono soltanto soluzioni non-semplici, allora occupiamoci di altro per permettere al nostro stato di consapevolezza di cambiare (al momento opportuno guarderemo il problema da un'altra prospettiva).
  3. Se non vediamo soluzioni, allora: o non esiste il problema o c'è qualcosa di importante che (ancora?) non abbiamo capito, in entrambi i casi è meglio se pensiamo ad altro.

Francesco Galgani,
3 aprile 2021

Epidemia di paura: vaccini e controindicazioni

Ultimo aggiornamento: 1 Aprile 2021

I vaccini contro il virus infettivo della paura esistono, ma non possono essere acquistati in farmacia e non possono essere iniettati con una siringa.

Ce ne sono di vari tipi, la scelta è libera. Questi vaccini possono immunizzare direttamente o indirettamente contro la paura, in ogni caso dalla “scienza del cuore” sono considerati tutti validi.

Uno di questi immunizza contro il senso di solitudine, di isolamento, di unicità (nel senso di “essere uno ed uno soltanto”), di distanziamento: dopo l’assunzione, nei propri pensieri diminuisce sempre di più l’uso del pronome soggetto “io”, sostituito dal pronome soggetto “noi”. Tra gli effetti collaterali frequenti si nota una forte attenuazione del desiderio di sentirsi superiori, di ricercare consensi, di ricercare un amore esterno compensativo, di creare o accentuare contrasti; tra gli effetti poco frequenti è riportato un crescente distacco critico nell’uso della tecnologia e nel valore attribuitole, l’eventuale uso dei social si riduce o sparisce; tra gli effetti rari rientrano un cambiamento nell’uso del linguaggio, in particolare si riducono drasticamente i giudizi, le lamentele, le pretese e le accuse; tra gli effetti molto rari c’è un forte affievolimento e quasi sparizione della dicotomia bene/male, giusto/sbagliato, sparizione associata a pace interiore e piena gioia di vivere nel “qui ed ora”, con piena accettazione della complessità e contraddittorietà delle esperienze di vita. Nell’ultima casistica le condizioni generali di salute migliorano notevolmente.

Un altro di questi vaccini immunizza contro la “pretesa di conoscere”, cioè contro l’ignoranza; anche in questo caso si osservano importanti effetti collaterali nell’uso del linguaggio e nelle relazioni interpersonali, maggiore pace interiore e migliore salute generale.

Un altro ancora immunizza contro la paura di morire, di impazzire, di subire gravi malattie, menomazioni o di essere indigenti; l’effetto collaterale più comune è che sparisce anche la paura di vivere. Nei pazienti trattati con questo vaccino cambia il senso attribuito agli eventi sgraditi, spiacevoli o dolorosi, i quali divengono parte integrante e necessaria di un percorso personale di consapevolezza: più precisamente, tali eventi vengono ritenuti utili per “capire qualcosa che non abbiamo ancora capito”, sia a livello individuale, sia collettivo. Questo vaccino è particolarmente indicato per chi soffre di stati ansiosi, disturbi del sonno o crisi di panico.

Tutti questi vaccini sono ancora in via sperimentale, ma disponibili per chiunque ne faccia richiesta alla propria anima.

Francesco Galgani,
1 aprile 2021

Linguaggio inclusivo di genere?

Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio 2021

Identità di genereVorrei esporre una mia breve riflessione partendo da una notizia che inizia così: «Allattamento al seno, madre, latte materno: e se questi termini sparissero per sempre dal vocabolario per essere sostituiti da un linguaggio più inclusivo? E’ quello che starebbe avvenendo in Inghilterra, [...]» (fonte tg Byoblu24, 13 febbraio 2021, a partire da 15 minuti e 30 secondi).

Ovviamente la tentazione sarebbe quella di infilarmi nella discussione etichettando come "giusto" o "sbagliato" quanto sta avvenendo, visti anche gli analoghi problemi che abbiamo in Italia con i famosi "genitore 1" e "genitore 2" al posto di "padre" e "madre". Ma, essendo il modo con cui viene trattata l'inclusività di genere sotteso a una scelta ideologica, come tale la considero e vado oltre, cercando di osservare la questione da un punto di vista più globale.

Il linguaggio crea il pensiero e al contempo lo ingabbia. Cambiare il linguaggio, o parti di esso, per volontà propria o per costrizione, vuol dire semplicemente cambiare gabbia (o almeno provarci). Stare dentro ad una certa gabbia linguistica piuttosto che a un'altra può aiutare o al contrario ostacolare il proprio percorso esistenziale di consapevolezza, può anche spostarne la direzione, ma in nessun caso potrà offrire soluzioni ai problemi di fondo della natura umana. Al massimo può renderli più o meno evidenti. Così, possiamo sopprimere la parola "mamma" per spostare l'attenzione da certi problemi verso altri, possiamo anche creare un nuovo linguaggio completamente "asessuato", ma così facendo, di certo, non avremo risolto i problemi della sessualità e dell'identità di genere, li avremo soltanto spostati, nascosti o, peggio, ne avremo aggiunti di nuovi.

Ad ogni modo, coloro che cercano di costruire un linguaggio più "empatico" verso situazioni non così semplici da gestire, hanno tutta la mia solidarietà. Io stesso, in varie circostanze, mi sono trovato nella condizione di non disporre di aggettivi che non fossero né maschili né femminili in situazioni dove qualunque scelta duale avrebbe potuto non rispettare la sensibilità di chi si trovava di fronte a me. Quindi capisco il problema. Ma il vero problema è se l'empatia, la compassione e la comprensione reciproca ci sono davvero o no, soltanto in conseguenza di esse verranno "naturali" certe scelte linguistiche piuttosto che altre. Al di fuori di questi sentimenti, tutto il resto è finzione.

(Francesco Galgani, 13 febbraio 2021)

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