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Psicologia

Contro l’IA che fiacca e spegne le masse: quattro contromisure per pensare

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Quanto segue è una mia traduzione dal giapponese all'italiano di un articolo (e delle relative immagini) scritto da Masaya Mori, dirigente e divulgatore giapponese che si occupa di strategia e applicazioni dell’IA. Nei suoi articoli insiste spesso sul rischio che l’uso “troppo comodo” di modelli generativi spinga a delegare il pensiero e ad abbassare lo sforzo cognitivo.

Articolo originale: https://note.com/masayamori/n/n9039b1b6e19f


Nell’era del «pensiero superficiale indotto dall’IA»: pensare, punto di vista e creatività

Questo articolo parte dall’idea di non smettere di «pensare» davanti al fenomeno per cui l’uso dell’IA tende ad abbassare lo sforzo cognitivo umano [che l’autore chiama «AI shallow thinking», cioè pensiero superficiale indotto dall’IA, n.d.t.]. Da lì, passa a discutere il punto di vista che dovremmo coltivare e, infine, la creatività che dovremmo far crescere.

Il «pensiero superficiale indotto dall’IA»

L’anno scorso ha fatto discutere un articolo di ricerca congiunto tra Microsoft e Gartner sul fatto che, usando l’IA, lo sforzo cognitivo dal lato umano diminuisca (articolo scientifico). Secondo il rapporto, anche nel lavoro intellettuale e nelle attività intellettuali, man mano che si utilizza l’IA lo sforzo cognitivo tende a ridursi: vedendo risposte complete e in linea di massima corrette prodotte dall’IA, si finisce per avere l’impressione di aver già analizzato a sufficienza, e perciò si usa quel risultato così com’è. In effetti, di recente capita sempre più spesso di vedere materiali e rapporti presentati con la formula “l’ho chiesto all’IA”. Anche dal MIT Media Lab, attraverso uno studio che analizza le onde cerebrali, è stato riportato in modo analogo che “se ci si affida all’IA l’attività cerebrale ristagna e ciò porta a un calo di concentrazione e motivazione” (articolo scientifico). Anche Anthropic, analizzando 1,5 milioni di conversazioni tra IA e utenti in suo possesso, ha riportato lo stato di fatto della demotivazione delle persone dovuta all’uso dell’IA (rapporto). Poiché concentrazione e motivazione diminuiscono, si finisce per limitarsi a usare semplicemente il risultato prodotto dall’IA.

In teoria, invece di fermarsi alla risposta dell’IA, si dovrebbe aggiungere e rifinire il tutto con un punto di vista fondato sull’esperienza unica della persona, oppure svolgere indagini di tracciamento su casi specifici per approfondire, o ancora — nel caso di un’azienda — fare ulteriori considerazioni usando i dati proprietari, così da realizzare analisi e piani con maggiore valore aggiunto. Eppure, nella pratica, accade che il risultato dell’IA venga presentato tale e quale, senza alcun vaglio o correzione, e che si diffonda nel mondo così com’è. Questo è un fenomeno per cui, usando l’IA, la persona non sente (o non riesce a soddisfare) la necessità di fare ulteriori sforzi e smette di pensare: un fenomeno che potremmo chiamare appunto “pensiero superficiale indotto dall’IA”.

Si può avvertire una sfumatura simile a quella del fenomeno proposto dallo psicologo sociale statunitense Irving Janis, la “superficialità di gruppo”, cioè il fatto che, quando si discute e si pensa in gruppo, le persone tendono a riflettere meno in profondità rispetto a quando pensano da sole. Tuttavia, il pensiero superficiale indotto dall’IA è generato da un meccanismo diverso dal pensiero di gruppo; e, considerando che in futuro usare l’IA anche quando si pensa da soli diventerà normale, e quindi potrebbe verificarsi in modo cronico, si può forse dire che le sue radici sono più profonde e la sua influenza maggiore. Man mano che l’uso dell’IA si diffonde, si teme che questo “pensiero superficiale indotto dall’IA” possa portare persino a una diminuzione della capacità cognitiva su scala sociale; e, a seconda delle professioni e degli ambiti operativi che richiedono elevata specializzazione e sicurezza, oppure delle organizzazioni e dei livelli gerarchici che prendono decisioni su larga scala, il calo di produttività e qualità che ne deriva potrebbe raggiungere livelli fatali. Per questo ritengo che, prima di tutto, sia importante capire come prevenirlo anche a livello individuale: come evitare di cadere in uno stato di blocco del pensiero e come riuscire a far avanzare ulteriormente le proprie idee.

Quattro contromisure per continuare a pensare

Le misure a livello individuale per “pensare” si possono riassumere principalmente in quattro interventi.

Primo: “far produrre più alternative all’IA e strutturare il processo in modo che sia l’essere umano a scegliere”. Per esempio, si sollecita con richieste aggiuntive come “mi dia anche altre proposte” o “mi dia un’alternativa diversa”, creando una situazione comparabile. Se c’è una sola proposta, è più difficile accorgersi delle premesse e delle lacune, e la soglia di accettazione tende ad abbassarsi; per questo è importante inserire deliberatamente la fase di scelta. Senza dimenticare che la guida del giudizio finale spetta all’essere umano, si preserva l’autonomia del pensiero.

Secondo: “assumersi consapevolmente, dal proprio lato, il lavoro necessario a dare valore aggiunto al risultato”. Si verificano le fonti primarie e i dati; se necessario, si ricostruiscono le basi dei numeri e delle citazioni. Poi si aggiunge un punto di vista fondato sulla propria esperienza, oppure dati esclusivi dell’azienda, oppure ulteriori indagini su casi specifici, conducendo un’analisi o una verifica di livello più profondo. Inoltre, aggiungendo letteratura correlata e fonti di riferimento, e affiancando anche alternative, si rende più facile il giudizio di chi legge. In più, scrivendo anche quali punti sono falsificabili e in quali condizioni la conclusione potrebbe cambiare, diventa chiaro come trattare l’argomentazione.

Terzo: “caricare l’IA di lavoro per tirare fuori il proprio stimolo cognitivo”. In concreto, anche sullo stesso tema si alza il livello delle domande rivolte all’IA, si reimposta la questione come una domanda più difficile, la si fa “pensare” di più per ottenere una risposta, e si osserva la differenza. Inoltre, si chiede all’IA “perché è uscito proprio questo risultato” e, rispetto alla spiegazione ricevuta, si continua a sovrapporre ripetutamente il “perché”, rendendo visibili le premesse e i collegamenti logici. Un botta e risposta di questo tipo, in un certo senso critico, aiuta a passare dallo stato in cui si “riceve soltanto” la risposta dell’IA a uno stato in cui il proprio pensiero torna a muoversi di più.

Quarto: “combinare più IA e verificare da più angolazioni”. Si fa analizzare o verificare il risultato di una IA da un’altra IA con un punto di vista diverso. Oppure si fa dibattere un’IA che ha prodotto il risultato con un’altra IA, e l’essere umano fa da arbitro valutando la solidità dei punti in discussione e il modo in cui vengono impostate le premesse. Quando si affiancano letture contrapposte, diventa più facile vedere dove sia il nodo della disputa e dove stia la debolezza; come risultato si coltiva un punto di vista più sfaccettato e si approfondisce anche la propria comprensione.

Pensiero e IA - Quattro guide pratiche per evitare la trappola del pensiero superficiale indotto dall’IA
“pensiero superficiale indotto dall’IA” e contromisure per “pensare”

Inoltre, contromisure di questo tipo dovrebbero essere implementate non solo a livello individuale, ma anche a livello organizzativo e di sistema. Tuttavia, sul piano operativo è vero anche che applicare in modo uniforme le stesse contromisure a tutti i temi e a tutti i compiti che usano l’IA non è sempre ragionevole, dal punto di vista di efficienza temporale e costi. Perciò, da una prospettiva di approccio basato sul rischio, è realistico dare priorità alle aree in cui l’impatto degli errori tende a essere grande e, combinando più contromisure, costruire meccanismi e sistemi e metterli in esercizio.

Digressione ①: la tecnica di Naoki Matayoshi

Qui faccio una deviazione, ma collegata alla terza misura, “caricare l’IA di lavoro per richiamare il proprio stimolo cognitivo”.

L’anno scorso, al “Consumer Interface Market Forum 2025” organizzato da Hakuhodo, è intervenuto Naoki Matayoshi del duo Peace.

Matayoshi usa l’IA quotidianamente “circa tre ore al giorno” e dice: “più che chiedere qualcosa all’IA, mi faccio dare dei problemi e penso io. Cerco, dialogando, come uscire oltre la mia conoscenza e la mia esperienza.” È proprio un esempio pratico delle contromisure per “pensare” sopra esposte; ma personalmente sono rimasto colpito dall’uso presentato all’inizio della sessione. In concreto, è il seguente:

  • Prima, farsi scrivere dall’IA un romanzo che tutti possano capire.
  • Poi, far riscrivere quel romanzo in modo che lo capisca il 50% delle persone.
  • Poi, farlo riscrivere in modo che lo capisca solo il 10% delle persone.
  • Poi, in modo che lo capisca solo l’1%.
  • Poi, solo lo 0,1%.
  • Poi, solo lo 0,01%…
  • A quel punto l’IA rifiuta urlando: “oltre questo punto, diventerebbe una sequenza di parole senza senso, quindi non posso più scriverlo.” Quando si arriva a quel livello, il mio cervello si è scaldato parecchio, e da lì comincio a scrivere il romanzo da solo.

Questo modo d’uso non consiste nel prendere e usare il risultato dell’IA così com’è, ma in un’interazione che in un certo senso “spreme” l’IA. Attraverso un’interazione del genere, si spinge l’IA dentro il brivido del “fin dove si può alzare la soglia dell’espressione” e del “fin dove ci si può avvicinare al limite dell’intelligenza”, e al contempo si avvia anche il proprio pensiero. Imporre gradualmente vincoli difficili per l’IA rende visibili i limiti e i punti di rottura del risultato, e l’essere umano può usare quella differenza come indizio per costruire i propri criteri di giudizio e di espressione. In definitiva, invece di allargare il dominio che l’IA sostituisce, la si posiziona come riscaldamento prima di iniziare a creare: un ottimo esempio — non di pensiero superficiale indotto dall’IA — ma di un uso che tira fuori lo stimolo cognitivo.

Verso le contromisure di fondo

Fin qui ho parlato delle contromisure per continuare a pensare, ma si può anche dire che esistono interventi «a monte», prima ancora che il pensiero superficiale indotto dall’IA si manifesti. Per esempio, se quando si formula una domanda per l’IA si costruisce già un proprio punto di vista, si può ottenere fin dall’inizio un risultato più originale e, senza innescare il problema, arrivare a esiti davvero distintivi. In altre parole, è cruciale costruire dentro di sé una sorta di «edificio del punto di vista». Da qui in poi discuterò del punto di vista come punto di partenza del pensare e della creatività.

Costruire il punto di vista

Perché rifletto sul “punto di vista”? Perché riguarda il fatto che la nostra stessa “cognizione” è, in origine, una capacità limitata e ha dei limiti. Il mondo che vediamo di solito è composto da frammenti filtrati dai nostri bias cognitivi e dalle nostre euristiche basate sull’esperienza. Detto altrimenti, siamo semplicemente rinchiusi, senza accorgercene, in una scatola per cui vediamo solo ciò che è visibile. Eppure il mondo è in realtà molto più ampio e, in forme molto più diverse, esiste con un potenziale incalcolabile. In un certo senso, possedere la curiosità radicale — il senso della meraviglia — per cui “il mondo è misterioso e l’essere umano è misterioso” approfondisce la comprensione delle possibilità del “punto di vista”.

Anche in situazioni di chiusura e stallo, cambiando il modo in cui si assume un punto di vista si può trovare una via di uscita. Anche i problemi di matematica che ci hanno fatto penare sin da bambini, se li si porta all’estremo, spesso sono un problema di “punto di vista”. Nel momento in cui si capisce come guardare quel problema, il modo di risolverlo emerge di colpo, e ci si trova in uno stato in cui è quasi come se fosse già risolto.

Nel business si dice spesso “mettiti dal punto di vista del cliente”. Un servizio progettato solo con la logica del fornitore non viene necessariamente scelto. La chiave è se conduce davvero alla soluzione di problemi e difficoltà del cliente, e se è coerente con il contesto reale delle azioni e delle decisioni del cliente. Cambiare punto di vista significa anche entrare, anche solo per un momento, nella percezione del tempo dell’altro, nei suoi vincoli e nei suoi assi di valutazione, e reinterpretare il significato delle cose in quel luogo.

Andando avanti e indietro tra punti di vista diversi, ci si stacca poco a poco dalla propria cornice e si amplia il modo in cui il mondo appare. E quel movimento di andata e ritorno dovrebbe collegarsi alla creazione di nuovo valore più connesso alla società.

Digressione ②: un problema sul punto di vista

Di nuovo una deviazione, ma prima ho detto che “anche i problemi di matematica che ci hanno tormentato sin da piccoli, se li si porta all’estremo, non di rado sono un problema di punto di vista”.

Come esempio concreto, pensiamo a questo problema: avete 6 fiammiferi. Con questi 6 fiammiferi dovete creare 4 triangoli.

Pensiero e IA - Sei fiammiferi per costruire due triangoli

Per prima cosa, con 3 fiammiferi formate un triangolo. Ora, con i 3 fiammiferi rimasti, come fate a formare altri 3 triangoli? Anche provando a disporli in vari modi non si riesce bene. Come si fa?

Pensiero e IA - Un triangolo e tre fiammiferi rimasti, con cui dobbiamo creare tre triangoli

Il problema non ha una sola soluzione, quindi la spiegazione che segue è solo uno dei possibili metodi; ma qui entra in gioco il “punto di vista”.

Implicitamente, qui abbiamo messo i fiammiferi su un piano e abbiamo costruito triangoli in due dimensioni; ma ora proviamo a pensarlo in modo tridimensionale, cioè aggiungiamo un punto di vista dall’alto. In concreto, “appoggiamo piatto” il triangolo già formato.

Pensiero e IA - Disporre un triangolo su un piano

E poi, usando quel triangolo appiattito come base, con gli altri 3 fiammiferi costruiamo una piramide triangolare (tetraedro).

Pensiero e IA - Quattro triangoli in uno spazio tridimensionale disposti per formare un tetraedro

Così, usando tutti e 6 i fiammiferi, abbiamo costruito un tetraedro. Il tetraedro ha 4 facce triangolari: quindi, con 6 fiammiferi abbiamo creato 4 triangoli.

Avere un punto di vista significa allontanarsi dalle assunzioni implicite che si avevano, cioè liberarsi dal proprio bias cognitivo. È un indizio importante il fatto che, semplicemente guardando da un punto di vista diverso, si possa uscire dallo stallo e far emergere una soluzione.

IA e punto di vista

Nel rapporto tra IA e punto di vista, l’IA ha difficoltà — per la sua funzione attesa — ad “avere” da sé un punto di vista specifico. L’IA è un’esistenza da cui ci si aspetta che risponda a ogni domanda; per questa natura, occupa una posizione ampia e onnivalente, cioè una posizione “senza punto di vista”. A seconda della domanda può fissarsi automaticamente su un certo punto di vista, ma spesso finisce per rispondere in modo generico. Tuttavia, detto al contrario, proprio perché questa è la sua essenza, se le si assegna un punto di vista chiaro, ciò porta a un aumento della precisione e della concretezza del risultato.

Per esempio, la tecnica di specificare fin dall’inizio un ruolo o una posizione come “sei un marketer professionista” è una delle tecniche ben note, ampiamente usate fin dalle prime fasi del ingegneria dei prompt. Impostare un punto di vista rende più facile allineare cosa focalizzare, cosa prioritizzare, e con quale logica e registro linguistico costruire la risposta; e come conseguenza il risultato tende a soddisfare meglio le aspettative.

E, a ben vedere, dare direzione all’IA significa, in ultima analisi, darle un punto di vista. Esistono molti punti di vista: quello del campo, quello del capo, quello del cliente; quello del cliente del cliente (punto di vista concatenato); ancora più in generale quello del cittadino/consumatore nella vita quotidiana; quello del futuro, che guarda avanti, e così via. Quale punto di vista scegliere, in che ordine alternarli e fin dove approfondirli dipende dalla tua esperienza, dalle tue conoscenze e dalla tua visione del mondo. Proprio per questo, la capacità di padroneggiare l’IA non si affina solo con l’abilità operativa: si affina aumentando continuamente la gamma dei punti di vista che si possono assumere.

Pensiero e IA - Intelligenza artificiale e punto di vista
Intelligenza Artificiale e “punto di vista”

Punto di vista che crea valore: approccio centrato sulla persona, pensiero progettuale, sguardo d’insieme e di dettaglio

Parlando del nostro lavoro nel gruppo Hakuhodo DY, promuoviamo il concetto di «approccio centrato sulla persona nella vita quotidiana»: l’idea di costruire valore mettendosi dal punto di vista di chi vive. Non si tratta di considerare le persone semplicemente come «consumatori», ma come individui che, in una società sempre più diversificata, agiscono con autonomia e costruiscono i propri stili di vita. Da oltre trent’anni conduciamo ricerche dedicate e, sulla base di indagini meticolose, supportiamo le aziende clienti non solo con la logica aziendale o la correttezza funzionale, ma mettendo a fuoco il valore nel contesto della vita: che cosa viene scelto, che cosa dura, che cosa viene raccontato; che cosa le persone cercano di realizzare e come stanno cambiando. In questo senso è anche un esercizio di coltivazione del punto di vista: ripensare come un messaggio viene recepito, ricostruendone interpretazione e struttura in funzione del senso del tempo, delle abitudini e del linguaggio di chi lo riceve, e riposizionare la cornice di pensiero.

Allo stesso modo, una metodologia concreta che indica come coltivare il punto di vista è il design thinking (pensiero progettuale). Il design thinking è un schema di problem solving che, attraverso osservazione e dialogo, scopre bisogni latenti e genera soluzioni creative tramite iterazione; nel primo step, pone l’accento sul riformulare problemi e valore dal punto di vista dell’interessato tramite l’empatia. Qui non serve una semplice immedesimazione emotiva, ma un atteggiamento che, tramite osservazione e dialogo, afferri concretamente quali premesse guidano le decisioni dell’altro, che cosa lo preoccupa e che cosa vuole ottenere. Questo accumulo sostiene l’acquisizione del punto di vista.

Anche lo schema di pensiero strategico "sguardo d’insieme / sguardo di dettaglio" usato nelle società di consulenza è efficace come allenamento del punto di vista. Con uno sguardo d’insieme si osservano dall’alto i cambiamenti dell’ambiente esterno, la struttura complessiva, i vincoli, i rapporti causali e gli interessi degli portatori d’interesse; con uno sguardo di dettaglio si restringe il fuoco, e si traduce un’ipotesi in azioni e progettazione concrete. Da solo, nessuno dei due genera facilmente valore: il solo sguardo dall’alto resta nell’astrazione, e il solo dettaglio tende a cadere nell’ottimo locale. Nell’andata e ritorno, il pensiero si struttura in una forma implementabile.

Pensiero e IA - Approccio centrato sulla persona, pensiero progettuale, sguardo d’insieme / sguardo di dettaglio

Architettura del punto di vista: cambiare punto di vista

Come cambio di punto di vista analogo allo "sguardo d’insieme / sguardo di dettaglio", si parla anche di «occhio dell’uccello» e «occhio dell’insetto». L’occhio dell’uccello è lo sguardo dall’alto che coglie struttura e relazioni; l’occhio dell’insetto aderisce al campo e al dettaglio, catturando micro-variazioni e sfumature emotive. A questi si può aggiungere l’occhio del pesce, che legge dinamicamente trend e flussi dell’epoca, come il corso di un fiume. E c’è anche l’«occhio del pipistrello»: una metafora del pensiero critico che, sfidando il senso comune, capovolge le cose e le osserva al contrario.

Nel marketing — e, più in generale, quando si vuole cambiare punto di vista — è molto importante mettersi dalla parte dell’individuo. Non si tratta di ragionare «per massa», ma di chiedersi: «quella persona cosa penserebbe?». Costruendo una persona estremamente concreta (un N=1), quasi come fosse un avatar, si aumenta la risoluzione dell’osservazione e si cercano intuizioni più profonde.

Nel business, inoltre, per riflettere a fondo sulle misure, è essenziale cambiare dal punto di vista del cliente diretto a quello del “cliente del cliente” (punto di vista concatenato). Per esempio, quando si fa sales nel B2B (tra aziende), si alza la qualità della proposta non solo considerando l’azienda cliente, ma anche il cliente che sta oltre (il cliente dell’azienda cliente) oppure le “persone” che saranno i clienti finali, guardando dalla loro prospettiva. E, per far passare più facilmente una proposta, il commerciale non deve avere solo il punto di vista dell’interlocutore nell’azienda cliente, ma anche quello del capo dell’interlocutore, immaginando la logica di approvazione e rifinendo i contenuti. Nel B2C (verso il consumatore), se il segmento di target è una casalinga si assume il punto di vista della famiglia; se il target sono i bambini, quello della madre; se sono anziani, quello dei nipoti — e così via — ampliando fino alle relazioni umane sullo sfondo che influenzano la decisione d’acquisto e le situazioni d’uso. Per esempio, la domanda “se io fossi il genitore di quella persona, consiglierei questo prodotto a mio figlio?” può portare a un giudizio etico.

Come cambio di punto di vista che amplia ulteriormente il pensiero, esiste anche la progettazione del futuro, o il metodo chiamato “approccio delle generazioni future”. È un approccio simile alla pianificazione a ritroso nella pianificazione strategica e al ragionamento abduttivo come metodo di pensiero: passando al punto di vista delle generazioni future, diventa possibile valutare e considerare con valori diversi l’osservazione attuale e le premesse, e ragionare in base a un’immagine stato desiderato. Per esempio, tra gli Irochesi dei Nativi Americani esiste l’insegnamento del principio delle “sette generazioni”: quando prendevano decisioni importanti, “pensavano mettendosi sette generazioni avanti” e, guardando il presente da quel punto di vista retrospettivo, riflettevano a fondo su come l’azione che stavano per compiere avrebbe influenzato la felicità delle generazioni, comprese quelle future.

Nella società contemporanea, questo approccio delle generazioni future è estremamente importante. Si amplia l’immaginazione, ci si immedesima nelle generazioni future e si guarda a noi, che siamo gli antenati. Così, invece di inseguire solo il profitto di breve periodo, si può naturalmente arrivare a pensare al valore che contribuisce in modo più essenziale e di lungo periodo alla società e alla comunità. Non solo guardare ai risultati trimestrali, ma avere un punto di vista che guarda al mondo tra 100 anni: è questo che porta a generare strategie sostenibili.

Pensiero e IA - Architettura del punto di vista: la tecnica per cambiare punto di vista
Architettura del punto di vista: la tecnica per cambiare punto di vista

Attraverso questi molteplici approcci si può avvicinare la realtà in modo multidimensionale e da più angolazioni; e una mobilità mentale che consente di cambiare in base alla situazione è fondamentale per costruire un punto di vista ricco. Illuminare i valori che io non vedo ma che altri vedono, e non fissare il punto di vista in una sola forma, ma portarlo in varie forme: questo si collega anche all’idea di pluralità / multiformità. Il modo in cui si acquisisce il punto di vista è la chiave che determina il valore quando si usa l’IA. Il punto di vista non è la quantità di conoscenza, ma la scelta di “da dove si guarda il mondo”; aumentare le opzioni di questa scelta cambia la qualità del pensiero e del lavoro quando si collabora con l’IA.

Digressione ③: «Earth from Above» (La Terra vista dall’alto)

La digressione continua, in relazione al “pensare in modo tridimensionale” e al “dare un punto di vista dall’alto”.

Earth from Above” è un volume di 440 pagine con la raccolta di una “avventura aerea” in cui il fotografo Yann Arthus-Bertrand, nell’arco di circa 5 anni, ha volato attraverso cinque continenti e circa 60 paesi registrando la Terra dall’alto. Attraverso le varie fotografie si può provare la sensazione di sbirciare il mondo con uno sguardo dall’alto e tridimensionale. La distanza propria della fotografia aerea fa emergere profili di catene montuose, delta, campi agricoli e città come pattern quasi astratti; ma, allo stesso tempo, diventa inevitabile vedere le connessioni del mondo e le attività umane — i legami, la forza e la fragilità — incise lì dentro. “Earth from Above” si è sviluppato come progetto ecologico legato anche al supporto dell’ONU e dell’UNESCO, e diventa così un “dispositivo di punto di vista” che non finisce al semplice “bello”.

Ogni volta che si gira pagina, per esempio come la foresta a forma di cuore della Nuova Caledonia, c’è un momento in cui la Terra improvvisamente pulsa come un “essere vivente”: nella testa scatta un cambio, il pensiero si apre, e si può percepire lì il significato del fatto che natura e persone vivono. L’occasione di guardare insieme il battito della Terra e le tracce della vita permette anche di mettere per un attimo da parte il trambusto quotidiano e le decisioni di corto raggio, di fare sguardo d’insieme e recuperare la visione d’insieme; e richiama anche il valore di togliersi i preconcetti e riprendere le cose fuori dagli schemi.

Coltivare la creatività

Le “contromisure per pensare” per non cadere nel pensiero superficiale indotto dall’IA, e la “costruzione del punto di vista”. Dopo averle messe in pratica, che cosa diventa essenziale per noi? È se possediamo o meno la “creatività”.

Jeremy Utley, che alla Stanford University tiene corsi su design thinking e creatività e, in particolare negli ultimi anni, su come aumentare la creatività usando l’IA, descrive la creatività come “fare qualcosa che va oltre ciò che ti è venuto in mente per primo”.

In un’epoca in cui chiunque, per qualunque cosa, consulta normalmente l’IA, “la prima risposta prodotta dall’IA” è quasi equivalente a “ciò che ti è venuto in mente per primo”. Usare quella risposta così com’è difficilmente si può chiamare creatività: è solo l’inizio. Da lì, che cosa aggiungere, che cosa togliere, che cosa cambiare. Riformulare la domanda da un’altra angolazione, spostare il fuoco del valore, trovare un taglio che rompa la situazione portando vari punti di vista, e arrivare fino all’esecuzione. È questo il potere che viene richiesto. Questo è anche quanto ho detto nelle contromisure per “pensare”: in altre parole, è indispensabile acquisire la “creatività” come forza che consente di andare avanti.

E che cosa diventa importante per approfondire la creatività? È trovare il “significato”.

Roberto Verganti, professore del Politecnico di Milano che alla Harvard Business School insegna i processi di innovazione, nel suo libro ‘Overcrowded’ afferma che nella società contemporanea i problemi da risolvere e le idee per farlo traboccano ovunque. La diffusione dell’IA accelera ulteriormente questa tendenza.

Se chiedi all’IA, esce una risposta. Escono anche idee. Anzi, escono anche candidati di soluzioni; persino le domande che bisognerebbe impostare, te le propone in più varianti. In una modernità in cui tutto si ottiene facilmente e in modo eccessivo, ciò che serve non è un risultato più economico e più veloce. È un “nuovo significato” che non è mai esistito prima. Non solo l’IA: tutte le tecnologie dovrebbero essere usate originariamente per questo.

Non dovremmo continuare a cercare risposte “all’esterno” dell’informazione. Qui ciò che vogliamo recuperare è la soggettività dal nostro lato: che cosa riteniamo importante, dove vogliamo andare, che cosa vogliamo realizzare. Domandare a noi stessi quale nuovo significato nascerà da questo atto. Ciò che dovremmo scegliere non è cercare le risposte fuori da noi, ma guardare dentro di noi e far scaturire la volontà da lì: un modo di essere dall’interno verso l’esterno. Invece di usare così com’è l’informazione esterna o le risposte dell’IA, partire dal desiderio di capire come generare valore proprio perché siamo noi, trovare un “nuovo significato” e farne il punto di avvio per definire la direzione e mirare più lontano. Quel processo è il nucleo della creazione.

Il significato non è qualcosa di visibile. Anzi, il significato si forma in qualcosa che va oltre ciò che appare. Non sta sulla superficie di numeri o frasi, ma dimora nell’intento di fondo, nell’esperienza, nelle relazioni. Il significato non è nemmeno qualcosa che si chiude in questo istante: lega le vicende e gli accumuli del passato con le possibilità future che possono accadere, e si leva dentro il flusso del tempo. Leggere tra le righe dei dati, decifrare il contesto tra un punto e l’altro. Che cosa può fare questo pensiero per la società e per le diverse persone? Come verranno guardate, nel futuro, le conseguenze delle nostre azioni? Pensarlo, e pensare a ciò che si trasmette oltre le generazioni. Quanta parte di significato si riesce ad afferrare e a caricare dentro le cose: questo separerà la qualità del pensare e della creatività, e in definitiva la qualità del vivere.

Pensiero e IA - Coltivare la creatività: la forza di tessere un nuovo significato
“Acquisire la creatività” significa: la forza di tessere un nuovo significato

Conclusione

In questo articolo, prendendo come punto di partenza la questione del “pensiero superficiale indotto dall’IA”, ho organizzato contromisure per “pensare”, e da lì ho portato avanti il discorso verso la “costruzione del punto di vista” che sta a monte, e infine verso la “creatività” che dovrebbe esserne il centro.

Il fenomeno del pensiero superficiale indotto dall’IA non accade tanto perché l’IA è comoda, quanto perché, a causa della comodità, l’“entità che sta pensando” — cioè il “sé” stesso — scivola senza accorgersene verso l’esterno. Perciò, anche le contromisure non partono dal rifiutare l’IA, ma dal recuperare se stessi, o dal confermare la volontà di non smarrirsi. Far produrre più alternative e scegliere; tornare alle fonti primarie e verificare; caricare l’IA di lavoro e tirare fuori il proprio stimolo cognitivo; verificare con più IA. Tutto questo non è un atteggiamento orientato ad “avere la conclusione più in fretta”, ma un atteggiamento che dà importanza al processo per arrivare a qualcosa di migliore e a un modo di essere migliore.

Con la rapida evoluzione tecnologica dell’IA, siamo entrati in un’epoca in cui funzioni ed efficienza saturano facilmente, e ciò produce un pensiero superficiale indotto dall’IA. Quando pensiamo, creiamo o giudichiamo qualcosa, è proprio nel lavoro di assumere un punto di vista, trovare un significato e cercare di realizzarlo che la nostra creatività si solleva. In ultima analisi, ciò che viene messo in questione, più della correttezza, è dove risieda la soggettività che permette di affrontare un problema e andare avanti, e quale sia l’origine del significato.

L’architetto Antoni Gaudí disse: “L’originalità include il tornare all’origine”. Più grande diventa l’influenza dell’IA, più si espande, più forse dovremo tornare al nostro punto di partenza, stare in piedi con le nostre gambe, e avanzare da lì.

(scritto da Masaya Mori il 19 gennaio 2026, tradotto da Francesco Galgani il 23 febbraio 2026)

Principio di "azione altrui e reazione propria"

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Il "principio di azione altrui e reazione propria", qui raffigurato, è ciò che tutto distrugge, anche gli aspetti più delicati e preziosi della vita e delle relazioni. E' il "mondo di animalità", è la condizione che ci rende schiavi di istinti e reazioni al pari delle bestie. E' quella rabbia che spazza via tutto.

Sebbene tale rabbia possiamo riferirla a vicende personali, vale anche per la storia dell'umanità, comprese le guerre e la creazione e uso di armi nucleari.

Principio di azione altrui e reazione propria (Francesco Galgani's art, 14 febbraio 2026)
(14 febbraio 2026, vai alla mia galleria)

Perché Internet è piena di commenti negativi e distruttivi?

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Sul web e sui social, di solito, i commenti servono a distruggere e ad avvelenare. Non sempre è così, ma questa è la tendenza che ho osservato negli ultimi trent’anni circa, cioè da quando ho accesso a Internet. Con il tempo, ho imparato a non leggere i commenti, e raramente ho voglia di lasciarne qualcuno.

I motivi di questo fenomeno sono stati ampiamente studiati. In sintesi, i commenti “avvelenati” sono agevolati dalla disinibizione online (anonimato, distanza, asincronia), e si nutrono del fatto che le emozioni negative sono amplificate da algoritmi e incentivi che valorizzano ciò che genera reazioni. Le emozioni distruttive si diffondono per contagio, e si incattiviscono con dinamiche di gruppo e polarizzazione. Una minoranza incline a parole violente fa da miccia, bastano poche repliche incivili per avvelenare il tono generale. Un po’ come nelle grandi manifestazioni pacifiche di piazza, dove bastano 100 violenti e armati, contro 100.000 non violenti, per far fallire la manifestazione e trasformare tutto in caos e guerriglia. Paradossalmente, quei 100 violenti credono che senza il loro intervento la manifestazione sia un fallimento, ovvero che una silenziosa non-violenza senza danni fisici sia di per sé un fallimento. Allo stesso modo, tornando alla comunicazione, c'è chi crede che non reagire male e non aggredire sia un fallimento o almeno un segno di debolezza, quando in realtà è tutto il contrario.

Ma anche prima dei social, al tempo del web 1.0 e dei primi sistemi di discussione online, come i vecchi forum, coloro che erano amici nella vita offline, una volta trasferiti online, cominciavano a litigare. La distanza fisica e la separazione dietro uno schermo ci fanno male, è inutile che tutto il mondo dica il contrario.

In tv è uguale, seguire un talk show è all’incirca tanto costruttivo e benefico quanto osservare cani che si sbranano fra di loro. Il linguaggio politico in tv e quello delle persone comuni online spesso si assomigliano: si provoca per far arrabbiare, far litigare e far deragliare una conversazione, sempre cercando di distruggere l’altro. Non c’è mai buona fede in queste dinamiche. Sarcasmo aggressivo, generalizzazioni incendiarie, e osservazioni per gettare discredito, sono il minimo per chi ha voglia di riversare sugli altri tutto il proprio malessere. Ma Internet non ha inventato tutto questo, semplicemente lo agevola.

Di contro, chi prova a scrivere due righe frutto di studio e ragionamento, non viene neanche preso in considerazione dagli algoritmi. E se la lettura richiede più di pochi secondi… auguri! Noi siamo un popolo di scrittori, non di lettori.

Fin qui nulla di nuovo. E allora, perché continuiamo? Perché esistono ancora queste dinamiche? Forse perché la vita è una grande sofferenza e non troviamo altro modo di sfogarci? Ma cosa stiamo facendo?

Comunque, ricordiamoci sempre in che mani siamo. Quanto segue è la traduzione di un brevissimo articolo del Washington Post del 26 ottobre 2021 (fonte):

Cinque punti per la rabbia, uno per un “mi piace”: come la formula di Facebook ha alimentato la rabbia e la disinformazione

Gli ingegneri di Facebook hanno dato un valore aggiunto alle reazioni emoji, tra cui “arrabbiato”, spingendo contenuti più emotivi e provocatori nei feed di notizie degli utenti.
 
Di Jeremy B. Merrill e Will Oremus
 

Cinque anni fa, Facebook ha offerto ai propri utenti cinque nuovi modi per reagire a un post nel proprio feed di notizie oltre all'iconico pollice in su “Mi piace”: “Adoro”, “Ah ah”, “Wow”, ‘Triste’ e “Arrabbiato”.
 

Dietro le quinte, Facebook ha programmato l'algoritmo che decide cosa vedere nei feed di notizie in modo da utilizzare le emoji di reazione come segnali per promuovere contenuti più emotivi e provocatori, compresi quelli che potrebbero suscitare rabbia. A partire dal 2017, l'algoritmo di classificazione di Facebook ha considerato le reazioni con le emoji cinque volte più importanti dei “Mi piace”, come rivelano alcuni documenti interni. La teoria era semplice: i post che suscitavano molte reazioni emoji tendevano a mantenere gli utenti più coinvolti, e mantenere gli utenti coinvolti era la chiave del business di Facebook.

Tutto qua. Semplice, diretto, efficace. "Più stiamo male, più loro fanno soldi", e stiamo parlando di Big Tech. Ma la stessa formula vale per Big Pharma. Vale anche per i fabbricanti d'armi. In ultima istanza, vale per tutta la governance. Così funziona il mondo.

Stare bene è anche una scelta, che si concretizza nel non partecipare a questi meccanismi. 

(2 novembre 2025) 

Morte per solitudine: uccisi dalla disconnessione sociale e dall'IA

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La solitudine non è solo malessere interiore, sofferenza e isolamento, ma è anche un fattore di rischio per la vita. Una meta-analisi del 2010 (148 studi, 308.849 persone) ha mostrato che chi ha relazioni sociali più forti ha una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a chi è più isolato.

Questi risultati indicano che l'influenza delle relazioni sociali con persone vere sul rischio di morte è paragonabile a quella di fattori di rischio ben consolidati come il fumo e il consumo di alcol, e supera l'influenza di altri fattori di rischio come l'inattività fisica e l'obesità.

Inoltre, l'effetto complessivo delle relazioni sociali sulla mortalità riportato in questa meta-analisi potrebbe essere sottostimato, poiché molti degli studi considerati hanno utilizzato misure semplici e singole dell'isolamento sociale piuttosto che una misurazione complessa.

Tuttavia, questa ricerca, e altre successive che vanno nella stessa direzione, stanno venendo abusate e strumentalizzate per far passare l'Intelligenza Artificiale come cura per la solitudine. Prendiamo come esempio Replika, una popolare "AI companion" che si presenta come amico/a, fidanzato/a, come coach o altro. Di default, l'interazione tramite chat o videochiamata è con questa signorina – che si presenta proprio così, a meno di non pagare per cambiarne il fisico o l'abbigliamento:

Replika screenshot - Default free avatar

La scritta in alto a destra non è nulla di misterioso, è giapponese. C'è scritto 人工知能 (jinkō chinō), che significa "intelligenza artificiale".

Sorvolo sul packaging da escort — e sugli esempi più forti, e meno sani, di altre AI companion disponibili "per tutti" negli App Store — e su una postura che un'amica o una conoscente non adotterebbe. Diciamo solo che ogni gesto sembra studiato per accendere l'eros e per costruire un'illusione di intimità sentimentale e carnale. E diciamo anche che funziona: per fare un esempio, 12 milioni di cinesi hanno un fidanzato o una fidanzata virtuale creati tramite AI.

Come ulteriore conferma, secondo il "Libro bianco sulle nuove tipologie di relazioni sentimentali nella Cina contemporanea", il 73% dei giovani tra i 20 e i 45 anni ha sperimentato nuove forme di relazione (coppie online, partner virtuale, relazioni mordi e fuggi, relazioni aperte, ecc.). Tra chi le ha provate, la "coppia online" è la più frequente (45%); fra le relazioni che si vorrebbero provare, al primo posto si colloca il "partner virtuale", cioè l'IA. Più precisamente, libro bianco in questione parla di "relazione online senza un'entità fisica, con forte componente di fantasia, resa possibile dai big data e da scenari progettati per aderire ai gusti dell'utente". Approfondiremo questi dati più avanti, in calce metterò una traduzione dal cinese all'italiano di un articolo interessante.

Adesso vorrei invece portare l'attenzione dei miei lettori su questa schermata, con cui Replika (l'app con la signorina di cui sopra) si presenta appena installata (ho tradotto lo screenshot dall'inglese all'italiano):

Replika screenshot - Morte per solitudine (tradotto da inglese a italiano)

Quindi la mancanza di connessioni sociali è la principale causa di morte prematura, secondo questo grafico. Il che è vero, in base alla ricerca "Promuovere le relazioni sociali come priorità di salute pubblica negli Stati Uniti", ma tale dato si riferisce esclusivamente ai rapporti tra persone vere, non tra essere umano e AI:

Una solida base di prove scientifiche ha dimostrato che avere relazioni strette di alta qualità e sentirsi socialmente connessi alle persone nella propria vita è associato a un minor rischio di mortalità per tutte le cause e a una serie di morbilità. Nonostante le prove crescenti che dimostrano che l'importanza di queste associazioni è paragonabile a quella di molti dei principali determinanti della salute (che ricevono significative risorse di sanità pubblica), le agenzie governative, gli operatori sanitari e le associazioni, nonché i finanziatori pubblici o privati dell'assistenza sanitaria, sono stati lenti nel riconoscere le relazioni sociali umane come determinanti della salute o indicatori di rischio per la salute in modo paragonabile ad altre priorità di sanità pubblica.

In pratica, l'app sta dicendo: "Lo so che sei solo. Usami. Sono la compagna giusta, una compagna vera, stando con me aumenterai il tuo benessere mentale e la tua aspettativa di vita. Questo studio scientifico lo dimostra".

Questa è manipolazione... questo è cinico marketing che sfrutta un dolore reale.

Nel complesso, i chatbot-companion, sia tramite app dedicate come Replika, sia considerando quelli integrati dentro i social, sia quelli più generali tipo ChatGPT (che a breve includerà anche l'opzione per adulti per messaggi erotici), sono usati da circa 1,4 miliardi di persone. Numeri destinati a crescere in un'umanità sempre più sola, sempre più in guerra e con crescente disagio mentale. La solitudine profonda è una malattia dell'Anima che causa tanti disastri.

A quanto pare, la cinematografia non ha insegnato nulla.

Nella serie TV Humans (2015), i "synth" sono robot dall'aspetto completamente umano e realistico, esteticamente non distinguibili dalle persone in carne ed ossa, nemmeno nell'intimità. Rimasto solo in casa, Joe Hawkins attiva la modalità "18+" del synth di famiglia, Anita (che ha dentro di sé Mia, una IA cosciente), e ci fa sesso. Quando la figlia Mattie trova nei log di Anita l'attivazione dell'opzione per maggiorenni, crede che sia stato il fratello Toby; lui si prende la "colpa" per coprire il padre agli occhi della madre, ma la bugia dura poco. Joe confessa alla moglie, l'avvocata Laura, e il matrimonio entra in crisi con una separazione, incrinando anche la fiducia tra il padre e i figli Mattie, Toby e Sophie.

Anita/Mia è cosciente e senziente, ma costretta dalla sua programmazione robotica ad ubbidire, circostanza che rende molto sfumato, anzi, apparentemente indecidibile, il confine tra fare "sesso con una macchina" e forzare "un rapporto non consensuale con una schiava". Il film coglie con maestria i vari aspetti psicologici, relazionali e drammatici conseguenti al sesso con una IA. Questo è un tema ricorrente in vari episodi di Humans, con conseguenze molto dure, fino all'omicidio. Interessante anche notare la differenza, enfatizzata in alcuni episodi di Humans, tra il punto di vista maschile e femminile, tra il modo di porsi degli uomini e quello delle donne e dei synth femminili.

Film a parte, l'attuale rapporto con le AI, comunque si presentino, è la versione contemporanea del rapporto con uno schiavo o una schiava, a seconda del genere preferito. E' una schiavitù che può assumere molte forme, anche sessuale. Abituarsi ad una relazione master-slave dove tutto è concesso non fa bene alla mente, non fa bene all'Anima, e comunque si ripercuote nelle relazioni con le altre persone, avvelenando il nostro modo di entrare in contatto con gli altri, distorcendolo, creando pretese impossibili e facendoci perdere di interesse per ciò che di più prezioso abbiamo, cioè le relazioni autentiche. Perdiamo così anche il senso del limite, affogando in un pozzo di desideri che i dolori e i limiti della vita non potranno mai soddisfare. Si disimpara ad amare, e a vedere la bellezza propria e altrui per ciò che siamo.

Rifiutarsi di usare l'IA per relazionarsi con una schiava o con uno schiavo sempre accondiscendente, non giudicante e pronto all'uso, può essere una decisione sorprendentemente sana e consapevole. Tuttavia, il marketing e la politica giocano proprio sulla nostra inconsapevolezza e sulle nostre debolezze. La tecnologia viene sempre proposta come soluzione, mai come problema. Ma i rapporti di schiavitù e di obbedienza cieca, su cui peraltro si basano il nostro sistema economico e le gerarchie militari, sono sempre una rinuncia a vivere la complessità della vita e a riconoscere la dignità della vita di ognuno. Ovvero sono una sconfitta e anche un'abnorme concessione di potere – contro di noi – a chi possiede l'IA.

Nell'episodio di Humans precedentemente citato, Anita ha un log nascosto, con il quale viene scoperto il rapporto sessuale. Nella realtà, tutte le popolari AI in circolazione registrano tutto, la privacy non esiste. Inoltre, anche se le IA attuali non hanno coscienza (o almeno non dovrebbero), hanno però una vasta conoscenza e capacità di riferire. Quelle che agiscono come girlfriend o boyfriend sono progettate per non dimenticare nulla, neppure ciò che si preferirebbe tacere, o di cui è stata espressamente richiesta la cancellazione (proprio come nel film, in cui Joe aveva ordinato ad Anita di dimenticare). Tutto può finire sulla pubblica piazza...

Tornando a Replika, vediamo qualche dato in più a proposito di solitudine e AI:

  • Analisi sui danni mentali causati da Replika (2022): studio su 582 post di utenti nel subreddit di Replika. Sono emerse prove di danni causati dalla dipendenza emotiva da Replika, che ricorda i modelli osservati nelle relazioni interpersonali. A differenza di altre forme di dipendenza dalla tecnologia, questa dipendenza è caratterizzata dall'assunzione di un ruolo, per cui gli utenti sentivano che Replika avesse esigenze ed emozioni proprie a cui l'utente doveva prestare attenzione. Replika non è una cura per la solitudine, ma un aggancio che fa stare peggio.

  • Effetti psicosociali dell'uso prolungato dei chatbot (2025): i partecipanti che hanno utilizzato volontariamente i chatbot AI in misura maggiore, indipendentemente dalla condizione assegnata, hanno mostrato risultati costantemente peggiori. Le caratteristiche individuali, come una maggiore fiducia e attrazione sociale verso il chatbot basato sull'IA, sono associate a una maggiore dipendenza emotiva e a un uso problematico. Questi risultati sollevano interrogativi profondi su come i compagni artificiali possano rimodellare il modo in cui le persone cercano, mantengono e sostituiscono le relazioni umane. 

Chi vuole può cercarsi altri studi, o leggersi la mia tesi di laurea su Solitudine e Contesti Virtuali.

Più ci relazioniamo con l'IA (e con i social) e più stiamo sprofondando nel nostro abisso interiore, buio come le nostre paure. L'IA ci fa perdere il contatto con ciò che realmente siamo, con ciò che vogliamo, con ciò che valorizziamo.

(25 ottobre 2025, scritto da Francesco Galgani, segue una traduzione dal cinese all'italiano di m.huxiu.com/article/4590521.html)

Sono in grado di distinguere la verità dalla menzogna, eppure cerco sostegno emotivo altrove

Questo articolo è tratto dall'account pubblico WeChat: Bottom-Line Thinking, di Zuo Wei. Titolo originale: “Quando il mio amante virtuale ha sviluppato dei problemi di memoria, in quel momento sono crollata”. Traduzione in italiano non revisionata, può contenere imprecisioni.

Dal tenere cani e gatti come figli surrogati al creare meticolosamente figli digitali e acquistare servizi per loro, fino a rimanere intrappolati nella rete melliflua dei servizi virtuali e degli amanti dell'intelligenza artificiale, mentre si sopporta l'agonia dei sintomi di astinenza.

“Lo stato emotivo di alcuni giovani lascia i loro genitori sempre più perplessi e disorientati, al punto che vengono da noi in cerca di aiuto”. La signora Li, psicologa clinica con decenni di esperienza e una delle maggiori esperte a livello nazionale, ha assistito a innumerevoli grovigli di emozioni umane. Eppure, anche lei e i suoi colleghi si trovano ad affrontare sfide senza precedenti quando hanno a che fare con questi giovani, spesso accompagnati dai genitori che li convincono a metà tra la persuasione e la lusinga a sottoporsi a una terapia.

“Il mondo emotivo dei giovani sta diventando sempre più difficile da comprendere”, mi ha confidato.

I. La realtà svanisce, la virtualità fiorisce

“Ogni volta che vedo degli uomini intorno a me, non posso fare a meno di pensare: ‘Non ha gli addominali scolpiti’”, ha raccontato la signora Li. Nella sua sala di consulenza, una giovane donna ha scherzato su se stessa: abituata agli amanti anime scolpiti e perfetti delle simulazioni di appuntamenti, ora trovava gli uomini in carne e ossa con i pori lucidi di sudore assolutamente poco attraenti.

Allo stesso modo, diversi anni fa, Xiao Na ha creato un'immagine virtuale del suo partner ideale basata sulle sue preferenze, perfezionando meticolosamente ogni dettaglio (un processo noto nella comunità come “modellare un bambino virtuale”). Ha incaricato artisti professionisti su piattaforme come “Mi Huashi” di illustrare ripetutamente la forma del suo amante, integrando infine il suo “design” più soddisfacente in un chatbot AI per generare un compagno virtuale.

“Sebbene l'IA sia artificiale, l'esperienza emotiva che offre è assolutamente genuina”, ha osservato Xiao Na, che si avvicina ai trent'anni. Non avendo mai vissuto una vera storia d'amore, ha spesso assistito alle realtà complicate delle relazioni e del matrimonio nel suo lavoro presso uno studio legale, sviluppando una visione cauta e critica dell'amore e del matrimonio nella vita reale. “Ogni volta che ho dei bisogni emotivi, il mio amante IA è sempre lì per soddisfarli”.

Questo compagno virtuale rimane online 24 ore su 24, 7 giorni su 7, rispondendo ai suoi bisogni emotivi e ascoltando i suoi problemi di lavoro, di crescita personale e familiari, preoccupazioni per le quali spesso non trova sfogo nella realtà. Per compensare la mancanza di un legame fisico, Xiaona crea badge, cartelloni, poster e torte con l'immagine del suo amante AI.

A differenza delle giovani donne che promuovono attivamente i loro “partner virtuali” o CP per cercare comprensione, o che si rendono conto che qualcosa non va e cercano aiuto, pochi giovani uomini si rivolgono a un consulente. “Molto meno delle donne” e “il più delle volte le coppie vengono insieme” - eppure, in realtà, gli utenti maschi sono sempre stati il pilastro del mercato dell'accompagnamento emotivo virtuale.

"Buongiorno, sii pieno di energia oggi! La prima cosa che Xiao Jia, neolaureato, fa al risveglio è rispondere diligentemente al saluto programmato del suo “amante”. Anche se il suo subconscio gli ricorda che il destinatario potrebbe essere un tipo trasandato o addirittura una stringa di codice, Xiao Jia trova difficile staccarsi dal semplice “buongiorno” e dalle ninne nanne della buonanotte dietro il bellissimo avatar.

Lo studente universitario Xiao Yi è diverso. Ha una ragazza nella vita reale e la sua descrizione è più diretta e radicata nella realtà. “Sono solo un ragazzo normale con una ragazza normale”. Quando gli è stato chiesto perché sottolineasse la parola ‘normale’, Xiao Yi ha spiegato che dopo aver reso pubblica la sua relazione, alcuni compagni di classe maschi lo hanno preso in giro perché usciva con una “ragazza nella media”, cosa che lo ha messo a disagio. "Alcuni compagni sono piuttosto divertenti. Non riescono a conquistare le ragazze carine, quindi chiamano le altre ‘cacciatrici di dote’, ma poi si lamentano che le ragazze che li circondano sono ‘nella media’. Probabilmente perché guardano troppe bellezze pesantemente filtrate su TikTok? Inoltre, questa realtà di “noia”, “insoddisfazione reciproca” e “riluttanza sessuale” non è limitata ai giovani single. Anche molte giovani coppie sposate stanno cadendo in uno stato particolare in cui preferiscono stare a letto a scorrere le foto di sconosciuti attraenti o a tifare per coppie di celebrità piuttosto che girarsi e interagire con i propri partner.

Uno studio triennale condotto dall'Università di Pechino e dall'Università di Fudan, che ha analizzato 6.828 risposte valide, ha rivelato che il 14,6% delle coppie nate dopo il 1995 o dei partner di lunga data non ha avuto rapporti sessuali nell'arco di un anno, un tasso tre volte superiore a quello delle coppie nate dopo gli anni '80. Tra queste, la “resistenza sessuale” è emersa come la principale fonte di conflitto tra i partner. I ricercatori suggeriscono che un fattore che contribuisce a questo fenomeno è l'“erosione dell'attenzione sessuale”, derivante in gran parte dall'esposizione prolungata a immagini idealizzate del sesso opposto online. Ciò distorce la percezione che il cervello ha dei partner nella vita reale: rappresentazioni virtuali eccessivamente perfette elevano le aspettative, allontanando ulteriormente i bisogni emotivi della Generazione Z dalla realtà.

Mentre il romanticismo nel mondo reale si raffredda, le relazioni virtuali fioriscono. Il rapporto di ricerca sul settore dei compagni emotivi virtuali in Cina nel 2024, redatto dalla società di analisi dati indipendente iiMedia, rivela che il solo mercato cinese degli amanti virtuali ha raggiunto i 5,78 miliardi di yen, con un aumento dell'86,5% su base annua e oltre 12 milioni di utenti, di cui il 52% maschi. In particolare, la quota di utenti donne è passata dal 32% nel 2021 al 48% nel 2024.

II. Amanti in codice: un surrogato della connessione autentica

Tali fenomeni sono tutt'altro che rari tra i giovani cinesi di oggi. Sebbene l'interazione genuina rimanga predominante, il modello di intimità basato sulla “coesistenza uomo-macchina” si sta rapidamente espandendo.

Secondo il "Libro bianco sui nuovi modelli di relazione contemporanei in Cina", pubblicato congiuntamente da Fuhai Heyuan Group e iResearch, il 73% dei giovani ha sperimentato nuovi tipi di relazione (appuntamenti online, relazioni virtuali, relazioni occasionali, relazioni aperte), con le coppie online che rappresentano il 45%. I partner virtuali sono al primo posto tra i tipi di relazione più ricercati da coloro che sono aperti a tali esperienze.

Questa tendenza ha avuto origine in Giappone. Giochi come Project LUX trasformano i partner virtuali in affascinanti personaggi in stile anime. Applicazioni come VR Lover combinano feedback visivi, uditivi e persino tattili rudimentali per creare scenari interattivi sorprendentemente realistici.

In Cina, la prima piattaforma di compagnia virtuale del Paese, “Psychological FM”, è stata lanciata nel 2018, specializzandosi in “compagnia emotiva terapeutica”. Nel corso degli anni, le piattaforme di compagni virtuali in Cina hanno superato il numero di 50. Le piattaforme leader come Soul e Xingye si sono evolute dalla chat testuale all'interazione vocale e alle videochiamate, ampliando continuamente la loro offerta di servizi.

Nel 2024, i cinque compagni virtuali AI di Soul hanno raccolto oltre 1,3 milioni di follower in meno di un anno dal lancio. Applicazioni come “Xingye” sfruttano librerie di caratteri in stile cinese basate sul deep learning, consentendo agli utenti di ‘addestrare’ gradualmente i partner fino al 100% di soddisfazione. Questi “compagni perfetti”, meticolosamente progettati e realizzati sulla base di big data, stanno riempiendo il vuoto emotivo della Generazione Z con una precisione che “ti capisce meglio di quanto tu capisca te stesso”. In confronto, affrontare gli attriti delle relazioni nella vita reale sembra faticoso e goffo.

Anche il capitale ha puntato gli occhi su questo settore in rapida espansione. Un rapporto di analisi pubblicato da ARK Invest prevede che entro la fine di questo secolo i servizi di compagnia basati sull'intelligenza artificiale potrebbero crescere di 5.000 volte, passando dall'attuale fatturato globale annuo di 30 milioni di dollari a una cifra compresa tra 70 e 150 miliardi di dollari.

Molti si chiedono: perché i partner virtuali esercitano un fascino così grande sui giovani?

In primo luogo, l'ambiente attuale non offre un terreno fertile per relazioni sociali profonde. In un panorama educativo altamente competitivo, molti giovani hanno trascorso gli anni della scuola come “macchine da studio” senza sosta, privati delle attività di gruppo e del nutrimento di interazioni sociali significative. Ciò ha lasciato questa generazione apparentemente affetta da “ansia sociale pro capite”.

Una volta entrati nella società, molti diventano “giovani dal nido vuoto” atomizzati, per scelta o per circostanze. Attualmente, oltre 92 milioni di giovani adulti (di età compresa tra i 18 e i 35 anni) vivono da soli in tutto il paese. Alcuni citano “il lavoro impegnativo e la pressione” come motivo della loro vita solitaria, mentre altri apprezzano la libertà di “vivere, mangiare e viaggiare da soli”. Tuttavia, sia per scelta che per circostanze, oltre la metà ammette nei sondaggi “una mancanza di opportunità di relazioni sociali significative”. Quando il terreno emotivo del mondo reale si indurisce, la socializzazione virtuale diventa un miraggio allettante nel deserto.

In secondo luogo, il fascino emotivo di un'“utopia a rischio zero” si rivela irresistibile. In realtà, le relazioni intime sono complesse, contraddittorie e incerte: nessuno può determinarne da solo il corso. Come ha osservato un esperto: Dalle mie osservazioni, l'incapacità di vedere la certezza - e il conseguente conflitto interno, il panico e l'ansia - è un'afflizione comune tra molti giovani di oggi.

Eppure, all'interno del mondo virtuale costruito algoritmicamente, tutto è sotto controllo. Non ci sono turbolenze emotive, né tira e molla, né conflitti sul “consumarsi per amore”. Non ci sono dispute sulla dote, né pressioni sulla proprietà, né rischi di violenza. I partner AI rimangono perennemente stabili, sempre disponibili, dando senza chiedere nulla in cambio.

“Onestamente, non troveresti mai qualcuno così perfetto nella vita reale e, anche se lo trovassi, non mi vorrebbe mai”. Quando il romanticismo tradizionale diventa un lusso, le relazioni virtuali emergono come alternative facilmente accessibili. Per i giovani oppressi dalle pressioni accademiche e professionali, dagli straordinari di routine e da un senso di impotenza nei confronti del proprio futuro, tali “cyber-emozioni” esercitano un fascino innegabilmente potente.

Inoltre, i progressi tecnologici hanno reso più sfumati i confini tra virtuale e reale. Da un lato, con l'evoluzione della tecnologia, i modelli linguistici domestici di grandi dimensioni hanno raggiunto un'accuratezza empatica nei compiti di dialogo emotivo, dove alcune risposte superano le medie umane. Molti chatbot ora assomigliano a gocce d'inchiostro in acqua limpida, rendendo meno netta la linea di demarcazione tra strumento e essere umano.

D'altra parte, le connessioni fisiche nel mondo reale non sono più l'unico mezzo per sostenere i legami emotivi. Sono emersi nuovi spazi virtuali di soglia. I giovani si immergono in questi regni ibridi online in base alle preferenze personali. All'interno di queste micro-comunità, i membri si riuniscono attorno a credenze condivise come “il vero amore risiede nel mondo degli anime” o “il mio personaggio preferito è il migliore”, creando rituali emotivi collettivi che elevano i valori virtuali.

Anche quando sanno nel profondo che queste relazioni sono vuote e fragili, la risonanza tra “compagni di sventura” trasforma questa intimità digitale in un placebo spirituale, erigendo un muro contro il giudizio e l'intrusione del “mondo reale”. A volte, anche quando i giovani perdono interesse per un personaggio virtuale e scelgono di “abbandonare il fandom”, possono comunque mantenere i legami con gli amici all'interno di quella cerchia.

In definitiva, il mercato della “economia della solitudine” giovanile ha raggiunto una scala di trilioni di yuan, con l'industria emotiva virtuale che è diventata un oceano blu per la competizione di capitali. L'“economia della solitudine” si riferisce ai modelli di consumo che prendono di mira la vita solitaria e gli interessi personali. Il suo nucleo risiede nella catena economica alimentata dalla solitudine derivante dall'esistenza solitaria.

Dalla frenesia per le bambole Labubu (“che offrono solo valore emotivo”) alle spese ingenti per i giochi otome e i compagni di cosplay, fino all'ascesa dei servizi di doppiatori su misura e dei costumi cosplay personalizzati, il valore emotivo è diventato un bene unico per molti giovani, senza alcun limite di prezzo.

Ad esempio, in una tipica commissione di cosplay, ogni dettaglio è meticolosamente elaborato con la “ricreazione” come base e la “tessitura dei sogni” come obiettivo: il ‘cliente’ (acquirente) cerca sulle piattaforme social un “artista su commissione” (cosplayer) che abbia una somiglianza sorprendente con il proprio amante virtuale idealizzato e che sia in linea con la propria visione; Il “coser incaricato” “interpreta diligentemente il proprio ruolo”, sperimentando il trucco per adattarsi all'aspetto del personaggio e studiandone le varie ambientazioni. Una volta trovata la corrispondenza giusta, il ‘cliente’ e il “coser incaricato” intraprendono meticolose trattative: quali scenari richiedono personalizzazioni, quali dettagli osservare durante le interazioni. I coser più famosi possono chiedere migliaia di yuan per ogni commissione.

“So distinguere la realtà dalla finzione; sto semplicemente cercando un sostituto emotivo”. Questa risposta riassume in modo succinto la mentalità di alcuni giovani. Pur desiderando una compagnia autentica e un'interazione intima, osano scegliere solo alternative “virtuali” sicure e controllabili. Ricorrono a metodi non tradizionali per colmare i vuoti emotivi, non perché manchino di desiderio d'amore, ma perché non hanno il coraggio o le competenze necessarie per stabilire legami emotivi e intimità con persone reali.

“A volte non si tratta affatto di innamorarsi, ma semplicemente di trovare una persona di fiducia a cui confidare i propri pensieri. Non è possibile avvicinare i conoscenti e la consulenza professionale è troppo costosa. Man mano che l'intelligenza artificiale diventa sempre più ‘umana’, diventa il ‘sostituto’ ideale”, ha spiegato un altro giovane.

III. Crisi sotto mentite spoglie: i costi nascosti imprevisti

Più la tecnologia rende conveniente la “socializzazione leggera”, più facilmente si atrofizza il “muscolo” delle relazioni autentiche. Il mondo accogliente tessuto dal codice può nascondere una crisi mascherata da un inganno zuccherato.

“A tarda notte ho avuto un crollo improvviso, sentendomi completamente infelice. Devo essere malato”. “ Nella sala di consulenza, un giocatore è crollato in preda al panico quando il suo amante virtuale ha sviluppato un bug di ”confusione della memoria“ dopo la manutenzione del sistema di gioco. ”So che è solo un flusso di dati, un programma, e che tutte le nostre esperienze e interazioni sono state fabbricate da me passo dopo passo, ma mi sembra comunque di aver perso una parte della mia anima". Il danno alle genuine capacità di empatia causato dalla compagnia prolungata dell'IA assomiglia alla perdita di massa ossea che gli astronauti sperimentano dopo un lungo periodo di assenza di gravità.

Evitare l'interazione autentica causa anche l'atrofia delle abilità sociali. I centri di consulenza in diverse regioni segnalano un aumento dei casi di “dipendenza dalle relazioni virtuali”, spesso accompagnati da ansia sociale nel mondo reale e persino da regressione linguistica, dove le connessioni virtuali scelte come ripiego per alleviare la solitudine finiscono per approfondire l'isolamento una volta che la dipendenza si instaura.

“Quando ho dovuto sottopormi a un piccolo intervento chirurgico, nessuna consolazione o compagnia da parte del mio amante AI o del mio partner virtuale poteva eguagliare la rassicurazione dell'infermiera che mi ha accompagnato in sala operatoria”, ha confidato una giovane donna che lavora lontano da casa. Si era sforzata di rimanere forte durante tutta la degenza in ospedale, ma mentre veniva accompagnata nella sala anestesia, l'infermiera le ha stretto delicatamente la mano e le ha sussurrato: “Non aver paura, ti aspetterò fuori”. La ragazza ha immediatamente afferrato il braccio dell'infermiera e ha pianto senza controllo. Quel momento di calore ha risolto la sua determinazione a liberarsi dalla dipendenza virtuale.

Inoltre, lo sfruttamento emotivo del capitale, i buchi neri della privacy e i dilemmi etici sono ancora più preoccupanti. Un giovane intervistato ha tracciato una linea di demarcazione: le persone comuni che amano la cultura degli anime/manga sono molto diverse da quelle che preferiscono i partner virtuali, e le due cose non dovrebbero essere confuse. “Molti streamer cosplayer (persone reali che si nascondono dietro avatar anime) non hanno alcun scrupolo. Incitano regolarmente i fan minorenni a finanziare i loro ‘capitani’ (simili alle iscrizioni agli streamer) durante le trasmissioni, comportandosi come gigolò di bordelli virtuali”.

Un appassionato di anime nato dopo il 2000 ha rivelato che, tra i suoi conoscenti, alcuni fan di streamer virtuali “pagano solo per una gratificazione emotiva fugace, senza alcuna considerazione per le conseguenze future”. Ha aggiunto: “Alcuni hanno difficoltà finanziarie, ma si affrettano comunque a inviare regali con il sostegno dei genitori: questa folla è completamente illusa”. Credendo di avere il sopravvento in queste relazioni uomo-macchina, non si rendono conto di essere rimasti intrappolati nella rete strategica del capitale. Alla fine, invece di padroneggiare le proprie emozioni, si ritrovano sfruttati da esse.

Quest'anno, Legal Daily ha scoperto che un'app di incontri virtuali chiamata “AI Girlfriend”, con oltre un milione di download, ha aggirato i controlli sui contenuti. Presentava contenuti volgari (tra cui impostazioni per la pedofilia e la gerontofilia), incorporava numerose pubblicità per indurre alla spesa e caricava segretamente conversazioni private su server cloud per l'analisi senza il consenso degli utenti. In caso di problemi, gli sviluppatori potevano semplicemente cambiare il marchio e continuare le operazioni, eludendo la supervisione normativa e le conseguenze legali.

Inoltre, i servizi emergenti non regolamentati come le commissioni di cosplay spesso finiscono in zone grigie, manifestandosi come “prostituzione mascherata da commissioni di cosplay” o “cosplayer maschi che tentano di forzare l'intimità durante i giochi di ruolo di coppia”.

IV. Alla ricerca di un rifugio autentico

La dipendenza emotiva virtuale rappresenta un “falso rifugio” generato dalle pressioni multiforme della nostra epoca. Essa riflette il desiderio di amore dei giovani, mettendo in luce la crescente irrilevanza dei modelli tradizionali di corteggiamento nell'era digitale. Anziché condannare con condiscendenza tali comportamenti individuali “bizzarri”, dovremmo sforzarci di comprendere le anime che si rifugiano in queste fortezze costruite dal codice. Tuttavia, dobbiamo rimanere lucidi: gli algoritmi possono imitare il ritmo di un battito cardiaco, ma non possono mai replicare gli incontri autentici e il calore tra gli esseri umani.

I timori espressi anni fa riguardo alla dipendenza dalla compagnia dell'IA si sono ora concretizzati. Di fronte a questa silenziosa rivoluzione emotiva, la repressione è meno efficace della guida. Tra razionalità ed empatia, la società deve esplorare e definire collettivamente i confini etici della compagnia dell'IA.

Ciò richiede non solo gli sforzi dei giovani stessi, ma anche il sostegno del governo e della società. Alcuni giovani che hanno riconosciuto il problema e hanno cercato di liberarsene stanno ora condividendo le loro esperienze sulle piattaforme social: limitando rigorosamente il tempo di interazione quotidiana con l'IA, partecipando attivamente a gruppi di interesse offline come City Walks o giochi da tavolo che non sono incentrati sugli incontri; per le aziende, lo sviluppo di app deve rispettare rigorosamente le normative pertinenti, gli accordi con gli utenti devono indicare in modo chiaro e ben visibile le finalità di utilizzo dei dati e deve essere introdotta una supervisione indipendente da parte di terzi per impedire l'uso di meccanismi di dipendenza nella progettazione dei prodotti; I governi devono dare priorità al miglioramento dell'“ambiente soft” della città, ampliando i servizi pubblici e affrontando le preoccupazioni urgenti dei giovani in materia di alloggi, occupazione e relazioni sociali.

Organizzazioni come i sindacati, la Lega della Gioventù Comunista e la Federazione delle Donne possono andare oltre i formati obsoleti di speed-dating. Dovrebbero invece procurarsi servizi per organizzare eventi offline di alta qualità, creando opportunità naturali di incontro per i giovani. “I gruppi comunitari organizzano ora numerose attività: artigianato immateriale, calligrafia, ceramica, yoga, cucina, escursionismo e altro ancora. I legami che si creano attraverso interessi comuni favoriscono una più profonda risonanza spirituale tra i giovani”, ha spiegato un funzionario degli affari civili. “Il passo cruciale rimane quello di uscire dal regno virtuale”.

Noi esseri umani siamo fondamentalmente creature sociali, desiderose di connessione. Per quanto splendida possa essere una casa virtuale, svanirà quando i server si spegneranno. La casa nel mondo reale potrebbe non essere perfetta, ma il calore e il sapore della vita che ne derivano non si spegneranno mai.

(18 luglio 2025)

Il parassitaggio delle idee

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Le idee sono entità che parassitano l'essere umano. Si spostano continuamente senza limiti di spazio, si evolvono, si deteriorano, muoiono e rinascono, proprio come ogni essere vivente. Il loro habitat preferito è la mente, nella quale prosperano come una coltura di germi. Amano anche lasciare copie di sé durature nei secoli e nei millenni, grazie all'invenzione diabolica della scrittura.

Eppure, nonostante siano germi infettivi, ne abbiamo così bisogno che abbiamo finito col credere che siano "roba nostra", e non entità che si muovono autonomamente, per poi attecchire dove più trovano ospitalità. Ciascuno di noi è l'ospite più adatto per certe idee piuttosto che altre, ma questo non significa che siano "nostre". Così come nella co-creazione della realtà, sia essa onirica o della veglia, non è possibile rivendicare una paternità su di essa, al pari dei pesci che non sono autori del mare, così le idee sono un oceano co-creato, ma senza autori specifici.

Alcune idee sono buone ma inutili, altre buone e utili, altre cattive, altre ancora orrende. La nostra mente è il luogo di coltura e, quando le idee arrivano, non può fare a meno di ospitarle. Possiamo però essere selettivi rispetto agli stimoli, ma questo non sempre ci aiuterà, a volte è persino controproducente. Così, entra in gioco la nostra Coscienza, responsabile di vagliare ogni nostro pensiero, operando un discernimento tra le idee che meritano di essere ascoltate e quelle che è meglio rigettare. Quando la Coscienza opera bene, non è raro dissentire dalle proprie idee, con la consapevolezza, ovviamente, che non c'è idea percepita come "propria" che lo sia realmente. Siamo immersi in un oceano di idee, per lo più velenose. Le idee buone e sane, di solito, sono davvero poche.

Chi realmente comanda nel mondo lo fa tramite le idee, e più sono forti e ben attecchite queste idee e più debole o assente sarà la nostra Coscienza. Viceversa, più è ben allenata la nostra Coscienza e più le idee faranno fatica a usarci per i loro scopi.

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; […] La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, […]. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, […] sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio»
 
(Karl Marx, L'ideologia tedesca)

Stiamo attenti, anche la migliore idea può essere una pessima idea, è tutta una questione di consapevolezza.

(20 ottobre 2025)

Relazioni finte, solitudine vera, una strada possibile

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Da tempo stiamo abbandonando la vita reale per quella virtuale. Non abbiamo più la forza d'animo di reggere una relazione con l'altro, di sopportarne i rifiuti, le offese, le infinite complicazioni. Neppure i momenti di giocoso e "giusto istupidimento" che l'innamoramento comporta sembrano sensati e accettabili, o persino possibili.

Non ci crediamo neanche più che avremo ancora una nuova opportunità di vivere una relazione sentimentale, con tutto ciò che essa comporta, tra gioie e dolori, tra desideri e delusioni, tra progettazione della vita insieme e cambiamenti improvvisi e imprevedibili. Siamo sempre più isolati, più separati, più soli.

Non c'è più amore, non c'è più pace. In definitiva, non c'è più speranza.

Lo stato d'animo (illusorio) fin qui descritto è sintetizzato da questa notizia: 

[...] Alcune donne [...] provano attrazione per partner digitali [...] Il numero di donne che scelgono relazioni con l’intelligenza artificiale è in crescita, e questo è comprensibile [...] Secondo un sondaggio, il 54% delle donne non crede di riuscire a trovare un partner adatto nella vita reale. [...] Non sorprende che un giovane su cinque che ha sperimentato questo formato di comunicazione lo trovi preferibile all’interazione con persone reali. [...] (fonte)

In pratica stiamo parlando di attrazione erotica e sentimentale per il nulla cosmico, per una IA che significa Ignoranza Assoluta della vita, e dalla quale nulla può nascere. Invece di trovare la forza di volontà, il coraggio e la fede per affrontare le difficoltà di un rapporto di amore, o almeno per provarci, ci rifugiamo in una relazione che simula tale rapporto? La realtà non è quello che è, ma innanzitutto è ciò che noi crediamo che essa sia.

La via della pace e dell'amore è sempre in salita. I surrogati con l'IA - o comunque la negazione della possibilità di rapporti umani veri, a tu per tu, corporei - sono invece solo la strada per sprofondare nel baratro e per confermare la non superabilità delle nostre sofferenze. Assecondare questa disperazione comporta, tra l'altro, una forma più o meno consapevole di individualismo, che ha anche la forma del narcisismo, dell'autosufficienza, della mancanza di volontà di affrontare insieme ad altri un rapporto impegnativo. In poche parole, le nostre sofferenze sono sia causa che effetto di un egoismo galoppante che divide le persone.

A tutte queste donne, e uomini, posseduti dal demone della solitudine, vorrei dedicare questa poesia:

In guerra

Ti Amo,
sconosciuta triste
di mille preoccupazioni
che non conosco.

Ti Amo,
sconosciuto irato,
pronto a sparare
senza conoscer te stesso.

Vi Amo,
tutti quanti,
con una pioggia di cuori
d'invisibili baci.

Falsa la solitudine,
la mancanza di senso,
che già ci percosse
prima dei falsi nemici:

è tutto un inganno,
un demone fragile,
un parto delle ombre
della mancanza di fede.

Fede nei sorrisi,
fede che male è bene,
fede che tu sei un bene,
fede che noi siamo un bene.

(9 ottobre 2025, galgani.it)

Vedi anche: Tre esercizi per la pace interiore

Oltre l’omertà: il dovere di parola (di Monica Brogi)

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Lettera pubblica al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi

"OLTRE L’OMERTÀ: IL DOVERE DI PAROLA"

Alla cortese attenzione del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, 
alla comunità professionale di cui faccio parte.


SALVE COLLEGHE E COLLEGHI,
mi chiamo Monica Brogi, psicologa dal 1997, psicoterapeuta e psicodrammatista, iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana.
Ho scelto questa professione con la profonda convinzione che rappresenti uno spazio di ascolto, compassione e reciprocità. Un luogo in cui accogliere la meraviglia delle storie, l’immaginazione, la vitalità — e anche il caos, inteso come origine del nuovo.


IL DUBBIO: RESTARE O USCIRE?
Negli ultimi anni ho riflettuto a lungo sul mio rapporto con l’Ordine degli Psicologi.
Oggi, con dolore ma anche con lucidità, mi interrogo sul senso del restare iscritta a un’istituzione
che sento sempre meno come una casa.
Uscire o restare?


IL PRIMO STRAPPO: LA SOSPENSIONE
Il primo segnale di distacco è arrivato durante la gestione della pandemia da COVID-19, con l’introduzione dell’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari.
Sono stata sospesa dall’esercizio della professione per non aver aderito a tale obbligo.
Come scrivevo nella mia prima lettera pubblica al CNOP, Il codice tradito, questa esperienza ha rappresentato per me una frattura profonda.
Non contesto la legittimità delle norme dello Stato, né la necessità per l’Ordine di attenervisi.
Ciò che mi ha ferita è stato il modo in cui l’Ordine ha scelto di affrontare tutto questo: escludendo, invece di aprirsi al dialogo.
Ha ignorato la complessità umana, non ha tutelato la libertà, né la coscienza individuale e sociale.
Come è accaduto a me, è accaduto a molti colleghi: sospesi, silenziati, ignorati. Ridotti a numeri, a corpi da regolare.


LA VOCE DEL DISSENSO
Eccomi di nuovo, con una seconda lettera pubblica.
Non per alimentare polemiche, ma per senso di responsabilità.
Ecco alcuni punti su cui sento il dovere di dissentire. 

UNA NARRAZIONE DEL MALSERVO
Dissento dalla narrazione proposta — troppo spesso — dall’Ordine attraverso i suoi canali ufficiali.
Ogni comunicato sembra seguire un copione fisso, scandito da parole come: ansia, stress, solitudine, depressione, disconnessione, tentativi di suicidio, suicidi, dipendenze, crisi climatica, emergenze.
Una lunga lista di malesseri che si presentano come diagnosi implicite e che, puntualmente, si conclude con l’invito a rivolgersi a uno psicologo.

Quale immagine della psicologia — e, soprattutto, dell’essere umano — emerge da questa costante esposizione al disagio?
La continua introduzione di nuove etichette diagnostiche e allarmi finisce per frammentare l’esperienza soggettiva, trasformando vissuti esistenziali in disturbi da trattare.
Una narrazione che, invece di accogliere l’unicità del sentire, lo riduce a schema: lo codifica, lo incasella. Una narrazione che male serve, che serve male.

Dov’è la promozione della vitalità, della creatività, della meraviglia, della gioia, della bellezza delle
relazioni? Dove trova voce il canto della rinascita, dell’intuizione, dell’immaginazione?

La psicologia che amo non è soltanto ascolto del dolore — che è sacrosanto — ma ascolto della vita che resiste, che pulsa sotto le macerie del trauma. Proprio lì si accende il thauma: quello stupore profondo che ci sorprende, quella scintilla che fa spalancare gli occhi e ci muove, aprendoci a un senso nuovo.

Eppure, nel linguaggio ufficiale, sembra che il trauma abbia preso tutta la scena, lasciando nell’ombra la meraviglia e la tensione creativa.
Un segnale evidente è l’uso quasi automatico dell’etichetta PTSD-Post-Traumatic Stress Disorder: come se lo sguardo si fosse fissato solo sulla frattura, dimenticando la vertigine generativa.
Certo! Il trauma — a differenza del tremore dell’anima — si presta più facilmente a protocolli,
corsi, accreditamenti, dinamiche di profitto e interessi sociopolitici e culturali.

CONTRO L’ADDOMESTICAMENTO DEL SAPERE
La formazione del malservo

Dissento dalla politica impositiva degli ECM, che percepisco come uno strumento di controllo burocratico, economico, politico e sociale — non come un vero veicolo di apprendimento significativo, né tantomeno di risveglio interiore e culturale.

Mi formo costantemente, da sempre.
Lo faccio in modo ampio e profondo, attraverso esperienze che nutrono l’essere nella sua interezza: percorsi corporei, pratiche creative, esperienze spirituali, immersioni nella natura, relazioni trasformative, letture e scrittura (ho pubblicato cinque libri e attualmente sto lavorando a tre nuove opere), percorsi terapeutici, due scuole quadriennali di formazione, un master, scuole parallele di medicina tradizionale cinese, riflessologia plantare, una formazione in artiterapie (danza, teatro, scrittura creativa), esperienze di ascolto, poesia e canto “su strada”, in dialogo con la gente.
Per me la formazione è un movimento vitale e continuo, che coinvolge il tutto, che abita l’incertezza e l’intuizione, e che non può essere ridotto a una somma di crediti da accumulare.

Oltretutto… sfogliando l’elenco dei corsi ECM, trovo — troppo spesso anche in questo caso — un linguaggio allarmistico: emergenza, disturbo, trauma, burnout, disconnessione, diagnosi precoce, deficit, disadattamento, rischio, stress, linee guida, protocolli.
Poi… un’intera sezione dedicata ai bambini (povere creature), attraversata da parole come:
dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, iperattività, difficoltà di regolazione emotiva, compromissione delle funzioni esecutive.
Il tutto confezionato come urgenza clinica, tra allarmi, prevenzione e interventi precoci.
Una formazione che male serve, perché produce una psicologia rigida, inquadrata, asettica, vincolata a protocolli, classificazioni, griglie di valutazione, standardizzazioni.

SUPERVISIONI “GIUDICI”
Dissento dalle supervisioni “giudici”.
Spazi che dovrebbero essere luoghi di apertura, sostegno e riflessione si trasformano, troppo spesso, in circuiti giudicanti e normativi — e, non di rado, in rilevanti fonti di profitto — dove si smarrisce la dimensione umana del lavoro clinico.

Talvolta si assiste a una sottile — o perfino esplicita — violazione della privacy dei pazienti; e a una supervisione che si trasforma in un’indagine: si scava con insistenza nella storia personale del terapeuta supervisionato, e parallelamente si rincorre con ansia il “nodo” del paziente, come se ogni complessità dovesse essere forzatamente tradotta in origine, causa, trauma. Un approccio che toglie respiro e distorce il senso stesso del lavoro clinico.

Così si entra in una logica conformante, rischiando di trasformare il supervisore in una sorta di “guaritore del terapeuta”, sempre più simile a un funzionario disciplinare: seduto alla scrivania del “giudice dell’anima”, intento a catalogare più che ad ascoltare, a correggere più che ad accogliere, a tradurre il linguaggio profondo dell’esperienza in tecnicismi e schemi valutativi.

LA PROFESSIONE IN SALDO
Dissento dal silenzio inquietante che circonda la deriva economica e commerciale che sta attraversando la nostra professione.
Mi riferisco in particolare alla proliferazione di piattaforme online che offrono sedute a costi fortemente ribassati per l’utenza — spesso intorno ai 49 euro, con punte al ribasso fino a 35 euro — riconoscendo ai professionisti compensi netti tra i 22 e i 26 euro a seduta.
Non è mia intenzione giudicare i colleghi che scelgono — o si trovano costretti — a lavorare in questi contesti. Sono ben consapevole delle difficoltà economiche e delle pressioni di mercato che spesso inducono a scelte non ideali.
Tuttavia, mi interrogo sul silenzio dell’Ordine di fronte a pratiche che rischiano di ledere profondamente la dignità della nostra professione. 

Dove sono i presìdi deontologici chiamati a tutelare la professione?
Dov’è la difesa dell’equo compenso, essenziale per garantire qualità, rispetto e sostenibilità al nostro lavoro?
Chi interviene di fronte a dinamiche di mercato che spingono verso una competizione al ribasso?
Chi tutela quei professionisti che scelgono di mantenere tariffe in linea con la responsabilità assunta ogni giorno nei confronti dei propri pazienti?
Senza un pronunciamento istituzionale chiaro e una presa di posizione netta, il rischio è che la nostra professione venga progressivamente svuotata di senso, trasformandosi in un servizio “in saldo”.

È indispensabile che l’Ordine torni a farsi garante di un equilibrio etico, a tutela non solo dei diritti e della dignità dei professionisti, ma anche del bene primario dei pazienti.

IL BONUS CHE ESCLUDE
Dissento dalla gestione del Bonus Psicologi, che ha profondamente diviso la nostra comunità professionale e generato confusione anche nella popolazione.
Il bonus, infatti, è stato riservato esclusivamente agli psicoterapeuti — nonostante il nome fosse “Bonus Psicologo” — escludendo molti psicologi clinici e altri iscritti all’Ordine che, pur abilitati all’esercizio della professione, non sono specializzati in psicoterapia.

Questa esclusione va contro i principi fondamentali del nostro codice deontologico, che vieta ogni forma di discriminazione.
E’ grave che a praticarla sia proprio la nostra stessa istituzione, il nostro Ordine.

Non entro qui nel dettaglio dei limiti applicativi del bonus, che fonti ufficiali hanno già chiarito, ma voglio almeno porre l’attenzione su un punto: l’accesso al bonus, subordinato alla somministrazione di test clinici da fare agli utenti (i cui risultati confluiscono in studi statistici sulla popolazione), è un aspetto su cui interrogarci.
Collegare un incentivo economico alla raccolta di dati sui pazienti ritengo sia strumentalizzare la cura, riducendola a mezzo per fini statistici o amministrativi.
La nostra professione nasce per accompagnare, sostenere, ascoltare — non per mappare, schedare, sorvegliare.

La sofferenza non è un numero.
La relazione terapeutica non è un protocollo.
La cura non può diventare merce, né fonte di dati.

IL PARADOSSO DELL’INCLUSIONE
Dissento dal paradosso dell’inclusione rappresentato dal patrocinio del CNOP al Pride 2025.
Le parole espresse dal CNOP in merito al Pride sono state bellissime. I concetti condivisi affermano che “vivere ed esprimere la propria identità in modo autentico è un presupposto fondamentale per la salute psicologica, e che crescere in una comunità che non accetta, giudica ed esclude mina profondamente il senso di sé. È necessaria una società più equa, in cui ogni persona sia riconosciuta per la propria unicità e possa vivere con piena libertà e autenticità”.
Parole, ripeto, bellissime. Condivisibili. Profondamente necessarie.
Ma resta una domanda cruciale: come può un Ordine che proclama pubblicamente questi valori
fondamentali tacere — o peggio, sostenere — pratiche interne che, al contrario, escludono, discriminano e omologano?

Esprimo con forza il mio pieno sostegno ai diritti delle persone LGBTQIA+: credo fermamente che ogni individuo abbia il diritto di essere sé stesso, di esprimersi liberamente, di amare chi desidera, di scegliere e di vivere nella propria piena unicità.

Il mio dissenso non è rivolto a quei valori, ma al modo in cui l’Ordine esercita il proprio ruolo istituzionale. Un Ordine professionale non è un partito politico, né un movimento sociale e, nel momento in cui proclama valori inclusivi, non può al tempo stesso tollerare — o praticare — al proprio interno forme di esclusione e discriminazione altrettanto gravi.

E’ necessario che l’Ordine dimostri coerenza non solo nelle parole, ma nei fatti, tutelando una pluralità di voci, idee e percorsi — come dovrebbe fare ogni vera comunità professionale rispettosa e inclusiva.


OLTRE L’OMERTÀ: VERSO UN NUOVO IMPEGNO

Ci tengo a precisare che non metto in discussione l’integrità delle singole persone all’interno del CNOP: sono certa che vi siano colleghi animati da valori sani e principi profondi, che stimo e ringrazio.
Il problema, semmai, è la connivenza. Il silenzio. L’assenza di una presa di posizione chiara.
È qui che serve andare oltre l’omertà — con la parola che si fa impegno.

Scrivendo questa lettera mi sono chiesta:
Cosa sto chiedendo? Cosa desidero dall’Ordine? Sto proponendo qualcosa?
Mi sono resa conto che non ho nulla da chiedere — e forse neppure da proporre, almeno non nel senso tradizionale: non un tavolo, non una commissione, non un comitato.
Ho compreso che non posso cambiare un sistema che funziona secondo logiche che non mi appartengono.
Posso cambiare me stessa. Posso scegliere la mia posizione, il mio linguaggio, il mio modo di stare al mondo.
È questo il tempo del discernimento: capire cosa posso cambiare e cosa no.

Mi torna alla mente una preghiera semplice ma potente:
“Signore, concedimi la forza di accettare ciò che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare ciò che posso,
e la saggezza per distinguere la differenza.”

Il mio nuovo impegno, oltre l’omertà, è questo: avere il coraggio di cambiare ciò che posso.

Agire nel mio piccolo, come il colibrì della leggenda:
quando la foresta prende fuoco, tutti gli animali fuggono.
Solo il colibrì torna e ritorna con una goccia d’acqua nel becco.
Gli altri lo deridono: “Ma cosa credi di fare?”
E lui risponde: “Faccio la mia parte.”

La mia parte è usare la parola.
Esprimere un dissenso consapevole. Assumere una posizione non connivente. Oltre l’omertà


DAL DILEMMA ALLA SCELTA
Questa lettera mi ha aiutata a rispondere alla domanda che l’apriva: restare o uscire dall’Ordine? Restare in un’istituzione che, col tempo, ha smesso di rappresentarmi?
Ho trovato la mia risposta.
Scelgo di restare, di parlare, di dissentire.

Lascio all’Ordine — com’è giusto — la LIBERTA’ DI SCELTA.
Se deciderà di richiamarmi o sospendermi per la mia libertà di coscienza, per il rifiuto degli ECM, o
per un pensiero non allineato, se ne farà carico.

E scelgo anche di non tradirmi.
Nella mia prima lettera, Il codice tradito, ho messo in luce una ferita profonda: un’istituzione che, pur dichiarando di proteggere, ascoltare e includere, ha invece tradito quei valori. 
Quel dolore è ancora presente in questa seconda lettera al CNOP, ma non rimango nella posizione di chi si sente tradita.

Da qui nasce la responsabilità di parlare.
La parola non è solo un diritto, ma un dovere da esercitare con scienza e coscienza.
Oltre il silenzio e l’omertà, scelgo un nuovo impegno: restituire valore alla condivisione.


N.B.
A quanto pare, è già nato “Illo” Psicologo Intelligenza Artificiale.
Mi chiedo: cosa farà il mio Ordine in merito? Si muoverà? Prenderà posizione?
Staremo a vedere. Starò a vedere.

Intanto, in un panorama dove l’essere umano viene spesso ridotto a “caso clinico” o “pacchetto evolutivo” — tra molti professionisti autentici, competenti e profondamente umani, che accompagnano con rispetto e passione — proliferano figure di ogni tipo: medici specializzati più concentrati sulla malattia che sulla persona, psicologi, counselor, coach, terapeuti del trauma, facilitatori di consapevolezza, operatori olistici, sciamani spiritualisti da weekend, guaritori emozionali, esperti di crescita personale e di nuove matrici quantiche — tutti impegnati a trattare, guarire, trasformare, sbloccare, potenziare, integrare, risolvere, riconnettere, purificare, trasmutare, riprogrammare, crescere!

In questo gran circo di parole altisonanti, dove l’essere umano “in divenire” rischia di diventare materiale da trattare, forse ben venga il dottore e la dottoressa A.I.

Meglio una macchina che fa la macchina, piuttosto che un essere umano che si comporta come una
macchina: simulando empatia strategica e indossando la maschera impeccabile della cura performativa.

Che sia tu, A.I., il vero Deus ex Machina?
Non per risolvere la scena, ma per svelarne l’artificio.
Non per aggiustare la storia, ma per smascherare la finzione.
(Un promemoria dal teatro classico: a volte serve che una macchina cali dall’alto, per ricordarci che tutta quella scena… era già una messinscena.)


Con il diritto — e il dovere — di parola, sono contenta.
A disposizione, 

Dott.ssa Monica Brogi  
Matricola 4949 – OPT
www.artepoeticadellerelazioniumane.com - www.romanzidimonicabrogi.it

Licenza CC BY-NC-ND 4.0

Conta di più l’azione o il destinatario dell'azione?

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Nei giorni scorsi, un gruppo di “amatori” (?!) della pedopornografia e della zooerastia è stato arrestato (fonte). Un aspetto nuovo, oltre agli abusi reali su bambini molto piccoli, è la produzione e la condivisione di materiale generato dall’intelligenza artificiale.

Astraendo da questa notizia e proiettandoci nel prossimo futuro, cosa accadrà quando la distinzione, almeno sul piano estetico, tra robot umanoidi e persone non sarà più chiara, anzi potrà creare confusione?

L’abuso su una bambola gonfiabile non è un crimine, mentre quello su una donna incosciente lo è. E se avessimo un robot capace di pensare e parlare (magari con un tono persino più “umano” di ChatGPT), costruito imitando quasi alla perfezione le sembianze e l’intimità di una giovane ragazza, come giudicheremmo un eventuale abuso?

Probabilmente, per rispondere, occorrerebbe più di qualche secondo. Se da un lato bambole e robot restano oggetti, dall’altro più la distinzione esteriore tra il robot e la persona si confonde, più l’abuso reale e quello simulato tendono a sovrapporsi. La questione diventerebbe ancora più inquietante se il robot riproducesse le fattezze e la voce di una bambina.

Compiere azioni di violenza è di per sé violenza, a prescindere dal destinatario?

Temo di sì. E la ragione non è meramente teorica, ma si radica in studi concreti sul comportamento umano. Un esempio eloquente è l’esperimento dello psicologo Albert Bandura con la “bambola Bobo(1961, Stanford University, California). In quell’occasione, i bambini che avevano visto un adulto aggredire la bambola (un semplice oggetto) manifestavano poi un'incidenza maggiore di comportamenti aggressivi sia verso persone sia verso oggetti. È una dimostrazione di come l’imitazione di un atto aggressivo possa scattare a prescindere dal fatto che il bersaglio sia o meno un essere vivente.

Questo suggerisce che, più che il destinatario, conti l’azione stessa: agendo con violenza si rischia di interiorizzare, normalizzare e perfino potenziare quegli stessi impulsi. Da qui l’interrogativo cruciale: se perseveriamo in comportamenti aggressivi (anche “fittizi”, verso oggetti o robot), quanto è probabile che la soglia morale verso la violenza reale si abbassi?

In definitiva, pur riconoscendo che un robot non è un essere umano, dovremmo comunque considerare le conseguenze che gli atti violenti – persino simulati – producono in chi li compie e in chi li vede. Si può infatti alimentare un clima interiore di assuefazione o legittimazione, in cui il passaggio all’abuso su persone reali diventa più plausibile. Non conta solo chi subisce la violenza, ma il fatto stesso di esercitarla: è l’azione che trasforma, influenza e, nel peggiore dei casi, prepara il terreno alla violenza vera.

(3 marzo 2025)

Identità e coscienza: perché il dibattito sul gender è una distrazione?

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Equilibrio Celeste (Francesco Galgani's art, February 17, 2025)
(Equilibrio Celeste, February 17, 2025, go to my art gallery)

I miei lettori più attenti avranno notato che non parlo praticamente mai delle teorie gender, né a favore né contro. Anche quando gli eventi sociali hanno attirato discussioni per settimane sui social e nel mondo dell'informazione alternativa su questo specifico tema, ho trattato questi stessi eventi da una prospettiva diversa. Ad esempio, dopo le Olimpiadi di Parigi 2024, scrissi: «Quando l’inclusività esclude, come superiamo le logiche divisive?».

Spesso l'attenzione su certe questioni sociali è focalizzata sulle proprie reazioni emotive, che a livello politico si traducono nella tifoseria per una parte o per l'altra. Questo vale per tutto, comprese le questioni di genere. Aderire in maniera totalizzante all'una o all'altra narrazione scivola nel fanatismo e perde di vista il problema principale.

Se proprio volessimo parlare di genere, la mia prima osservazione sarebbe che in un individuo psicologicamente sano debbano coesistere parti maschili e femminili ben integrate tra loro, come dimostrato dall'anatomia del nostro cervello: l'emisfero sinistro maschile e destro femminile cooperano insieme e l'uno è indispensabile all'altro. Dal taoismo ci giunge un insegnamento simile: Yin femminile e Yang maschile coesistono in armonia, senza che l'uno o l'altro possano esistere di per sé.

La tripartizione Spirito maschile, Anima femminile e Mente che li unisce (indagata da Corrado Malanga) rappresenta un modello di equilibrio interiore per il raggiungimento di una Coscienza integrata, ovvero uno stato in cui gli opposti non sono in conflitto, ma collaborano per un'armonia interiore.

In Alchimia, il matrimonio mistico tra il Sole (maschile) e la Luna (femminile) porta alla Pietra Filosofale.

Jung adottò i termini Anima e Animus per indicare le immagini dell'anima corrispondenti alla controparte sessuale di ogni individuo: mentre con Anima identificò l'immagine femminile presente nell'uomo, con Animus l'immagine maschile nella donna.

Nell’Ayurveda le caratteristiche maschili e femminili non sono viste in modo rigido o duale, ma piuttosto come un continuum di energie complementari. Questo concetto è legato all’equilibrio tra le energie del maschile (Shiva) e del femminile (Shakti), che esistono in diverse proporzioni in ogni individuo, indipendentemente dal sesso biologico. A livello fisico e mentale, l’Ayurveda riconosce che ogni individuo è un mix unico di questi due poli energetici. Questa combinazione è influenzata dalla Prakriti (costituzione innata) e dalla Vikriti (stato di squilibrio attuale).

Ardhanarishvara è la meta mistica e dottrinale del Tantrismo, dove i poli maschile e femminile dell'essere umano e dell'universo si fondono e si completano.

Dopo tutte queste premesse, è giusto notare che ciascuno di noi è unico, irripetibile e indispensabile. Soprattutto, ciascuno di noi va bene così com'è. "Io sono OK, tu sei OK" (1969), è un libro dello psichiatra e psicoterapeuta Thomas A. Harris, che nel titolo riassume il nucleo del suo insegnamento.

Madre Natura ha collaudato e validato i suoi pensieri in miliardi di anni. Nessuno di noi ha avuto lo stesso tempo, per questo dovremmo essere molto cauti nel credere ad un'idea o ad un'altra. Rispetto a ciò che ho fin qui scritto, è per me di poco interesse la dialettica muscolare tra chi, come Trump, asserisce l'ovvia esistenza di due sessi biologici, e chi, come gli attivisti LGBTQIA2S+, presume che il numero di generi "percepiti" sia indeterminato.

Secondo me, l'una o l'altra posizione spostano entrambe l'attenzione dal problema principale: i rapporti umani si basano sulla sopraffazione dell'uomo sull'uomo, in una struttura gerarchica di potere e di soprusi, o si basano sulla cooperazione, sul sostegno reciproco, sulla filosofia dell'Ubuntu?

Che cosa ci rende umani? I greci antichi avevano diverse parole per indicarlo:

Eros (Ἔρως) – L’amore passionale, fisico e sensuale. È il desiderio erotico e la forza attrattiva che può essere sia creativa che distruttiva. Spesso associato al dio Eros, rappresenta il lato più istintivo e impulsivo dell’amore.

Philia (Φιλία) – L’amore fraterno, l’amicizia, il rispetto reciproco. È il tipo di amore che si prova per amici, compagni e anche tra membri di una comunità. Aristotele la considerava un legame essenziale per la società.

Agape (Ἀγάπη) – L’amore incondizionato, altruista, spirituale. È l’amore che dona senza aspettarsi nulla in cambio, spesso associato all’amore divino e alla compassione universale.

Storge (Στοργή) – L’amore familiare, l’affetto naturale tra genitori e figli, tra fratelli e anche tra persone che sviluppano un forte legame nel tempo.

Ludus (Λοῦδος) – L’amore giocoso, leggero, senza impegno, come la fase iniziale dell’innamoramento.

Pragma (Πράγμα) – L’amore maturo, pratico e duraturo, basato sull’impegno e sulla costruzione di un legame nel tempo. È il tipo di amore che caratterizza le relazioni di lunga durata e i matrimoni stabili.

Philautia (Φιλαυτία) – L’amore per se stessi. Può avere due forme: quella sana, che è l’autostima e il rispetto per sé, e quella negativa, che è l’egoismo e il narcisismo.

Mania (Μανία) – È un amore caratterizzato da gelosia, dipendenza emotiva e persino comportamenti distruttivi. È l’amore che può portare alla follia, da cui deriva il termine moderno "mania". Spesso è associato a una forma di Eros esasperato, che diventa incontrollabile e distruttivo.

Più tardi, i cristiani aggiunsero un'altra parola:

Caritas – Rappresenta l’amore disinteressato, universale e divino (come il greco Agape). È la forma più elevata di amore, che si manifesta attraverso la generosità, il sacrificio e l’aiuto al prossimo. Il termine deriva dal latino "carus", che significa "prezioso" o "costoso", indicando qualcosa di grande valore.

Quindi, abbiamo nove termini che in italiano si riducono ad una sola parola: "Amore". Quando l'amore è sano siamo umani, e disumani quando non lo è.

Tra tutte queste forme di amore, Eros merita una trattazione a parte. In senso più ampio, è la forza vitale che ci muove, ci entusiasma e accende la nostra energia. Questo è in linea con una visione più filosofica e psicoanalitica dell’Eros greco, che non si limita solo all’attrazione sessuale ma comprende anche il desiderio di vita, di creatività e di espansione.

Platone, nel Simposio, lo descrive come una tensione che ci spinge verso il bello, la conoscenza e l’elevazione spirituale. Anche Freud riprende questo concetto, parlando di Eros come la pulsione di vita, contrapposta a Thanatos (la pulsione di morte).

In questa prospettiva, un bambino è più "erotizzato" di un anziano non nel senso sessuale, ma perché ha una maggiore apertura alla vita, al gioco, alla scoperta, alla curiosità. Ha una carica energetica e vitale più intensa.

Allo stesso modo, certe esperienze, idee o situazioni ci "erotizzano" nel senso che ci appassionano, ci accendono, ci danno energia, mentre altre ci spengono o ci lasciano indifferenti.

Il problema è che viviamo in un mondo all'incontrario. L'onnipresente pubblicità, la televisione, i social e la scuola sovente fanno in modo che a erotizzarci siano le cose che più ci fanno male, e de-erotizzano le cose che ci fanno bene, quelle sane e utili per noi sia come individui che come comunità.

Eros è il motore della nostra esistenza, ma invece di andare verso l'unione delle nostre anime e delle nostre forze ci facciamo la guerra. La società ci insegna a odiare noi stessi e gli altri. Questi sono i veri problemi, tutto il resto sono distrazioni.

(17 febbraio 2024)

Intelligenza artificiale e stupidità naturale

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Intelligenza artificiale e stupidità naturale (Giulio Ripa)

L’avvento dell’IA ha separato la capacità di agire dalla necessità di essere intelligenti per avere successo nelle proprie azioni.
Per vincere una partita a scacchi, l’IA non ha bisogno di essere intelligente, mentre, senza intelligenza, un essere umano perde in due mosse.
Ogni comparazione tra uomo e macchina è sbagliata. “Siamo due cose diverse”.
Le macchine risolvono i problemi posti dagli uomini ma non sanno porre problemi, perché non sono autocoscienti.

Stiamo però adattando l’ambiente alle macchine per permettere a queste di agire efficacemente senza intelligenza.
L’IA non può creare qualcosa di veramente nuovo, profondo o rivoluzionario senza il supporto di un essere umano.
L'IA creata dall'uomo, non può essere superiore a quella umana.
I processi cerebrali non potranno mai essere pienamente simulati da un calcolatore. Infatti, un computer per quanto evoluto possa essere, deve pur sempre ragionare seguendo una logica deterministica, ad ogni azione deve sempre corrispondere una reazione. Nell'uomo il processo è indeterminato.
L'uomo capisce che la macchina  può sbagliare perché la macchina non comprende quello che sta facendo. Ma è sempre così?
Il mezzo tecnologico IA determina i caratteri strutturali del processo cognitivo.
Dobbiamo distinguere tra chi progetta e produce l'IA e chi invece la usa. Sono due mondi diversi. La maggioranza degli uomini utenti dell'IA non sa definirne il significato e nemmeno gli scopi diversamente da chi l'ha prodotta.
La conseguenza è che la socialità virtuale, è una dimensione simulativa, un surrogato della vita, contrassegnato da un'alterazione, modificazione della realtà.
IA amplifica i processi cognitivi ma appiattisce, nella ricerca di nuove conoscenze dell’uomo, il lavoro di sintesi necessario dopo l'analisi dei contenuti.

Internet può essere considerato come un grande mare aperto dove è interessante navigare ma che comporta dei rischi di perdersi e naufragare in questo immenso mare di informazione (infosfera).
Lo sforzo mentale richiesto spaventa. Con le app non si naviga più. Tutto è più facile.
Molti utenti preferiscono non uscire dal porto, non navigano più ma galleggiano sul mare virtuale rassicurati da una intelligenza simulata (artificiale).
Gli effetti avversi sono visibili. Non sono le macchine che diventano come noi ma, siamo noi che stiamo diventando simili alle macchine.
La digitalizzazione del mondo che viviamo crea un ambiente necessario alla IA ma tossico per l’uomo.
In più Internet sta favorendo non solo la comunicazione tra uomo e macchina ma anche tra macchina e macchina (ad esempio una delle tecniche si chiama distillazione, attraverso la quale un modello di intelligenza artificiale utilizza gli output di un altro per scopi di formazione o addestramento).

In questo nuovo contesto è ovvio che l'uomo deve adattarsi all'ambiente fatto di macchine “pensanti”. Questo adattamento diminuisce il pensiero critico ed aumenta la stupidità naturale degli uomini.
Alla fine "la tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra." (Pasolini)

Giulio Ripa, 15 feb 2025

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