Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.633 articoli, per un totale di 1.499.106 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 22 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
LGBTQ+, oltre narrazioni e contro-narrazioni: parlare seriamente di ciò che divide
Cari lettori, care lettrici,
dopo il mio ultimo articolo, La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema, ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere. Non tanto perché mi abbia colto del tutto impreparato, quanto perché conferma un rischio che avevo messo in conto: quando si toccano temi sensibili, anche solo come esempi dentro un ragionamento più ampio, può accadere che l’attenzione si sposti dal messaggio complessivo a un singolo dettaglio.
In questo caso il tema del commento è stato il mondo LGBTQ+, da me citato nel contesto delle diverse narrazioni che lo circondano: quella prevalente nei media e quella, spesso opposta, della contro-informazione. Il senso del mio discorso, almeno nelle mie intenzioni, era proprio prendere le distanze dagli automatismi di entrambe. Non perché ogni posizione sia equivalente, ma perché quando un argomento viene trasformato in bandiera, in riflesso identitario o in terreno di scontro, diventa più difficile vedere le persone reali che ci sono dietro.
E allora, se vogliamo parlarne, proviamo a farlo in modo meno urlato. Non partendo da uno slogan, ma da un fatto concreto.
Il 17 giugno 2026 si è tenuta a Roma, in Campidoglio, una conferenza stampa per i vent’anni di Gay Help Line 800713713 e per i dieci anni del Network Refuge LGBT+, una rete di accoglienza temporanea rivolta a persone LGBTQ+ vittime di violenza, discriminazione o allontanamento familiare.
Gay Help Line è nata nel 2006 ed è dedicata alla memoria di Paolo Seganti, ucciso l’anno precedente in un’aggressione omofoba. In vent’anni il servizio ha raccolto circa 400 mila contatti, attraverso telefono, chat ed e-mail, costruendo una rete nazionale di ascolto e orientamento grazie anche al lavoro di migliaia di volontari formati.
Durante l’incontro sono stati presentati alcuni dati del report 2006-2026. Una parte significativa delle persone che si rivolgono al servizio è composta da giovani tra i 18 e i 31 anni. Negli ultimi anni sono cresciute le richieste provenienti dal Sud Italia e sono aumentate anche le domande di accoglienza da parte di persone cacciate o respinte dal contesto familiare.
Il dato forse più delicato riguarda l’aumento delle segnalazioni legate a violenza, ricatti, omotransfobia e problemi di sicurezza personale. Secondo quanto emerso, dal 2017 a oggi queste richieste hanno raggiunto i valori più alti della serie storica del servizio. È un dato che può essere letto in due modi: da un lato segnala un clima più duro, dall’altro indica anche una maggiore capacità di riconoscere la violenza e chiedere aiuto.
Questo punto, a mio avviso, merita attenzione al di là delle opinioni personali sul tema. Si può discutere di cultura, di linguaggio, di diritti, di politiche pubbliche, di derive ideologiche o di strumentalizzazioni. Ma quando si parla di persone che subiscono violenze, vengono isolate, cacciate di casa o spinte a cercare un luogo sicuro, il primo dovere dovrebbe essere quello di non ridurre tutto a una caricatura.
Nel corso della conferenza sono stati ricordati anche alcuni casi diventati simbolici, tra cui quello di Andrea Spezzacatena, conosciuto dalle cronache come “il ragazzo dai pantaloni rosa”, la cui storia ha riportato al centro dell’attenzione il peso che bullismo, esclusione e umiliazione possono avere nella vita di un adolescente.
Accanto alla linea di ascolto, il Network Refuge LGBT+ ha sviluppato negli anni percorsi di accoglienza e reinserimento. Dal 2016 ha ospitato giovani provenienti da diverse parti d’Italia, accompagnandone molti verso formazione, lavoro o completamento degli studi. Non è un dettaglio secondario: l’aiuto, quando è concreto, non si limita alla dichiarazione di principio, ma prova a restituire autonomia.
Il progetto è sostenuto, tra gli altri, anche con fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, oltre che da istituzioni e realtà associative. Ed è forse qui che il tema torna al punto da cui ero partito nel mio articolo precedente: la qualità di una società non si misura solo dalle opinioni che dichiara, ma dalle relazioni che riesce a costruire, soprattutto quando incontra fragilità, conflitti e ferite.
Non sto chiedendo a nessuno di aderire a una narrazione preconfezionata. Al contrario. Sto dicendo che, prima di farci trascinare dalle categorie, dalle appartenenze o dalle reazioni istintive, può essere utile fermarsi davanti ai fatti: ci sono persone che chiedono aiuto, famiglie che si spezzano, giovani che cercano ascolto, volontari che rispondono, reti che provano a offrire protezione.
Poi ognuno farà le proprie valutazioni. Ma forse una discussione pubblica più sana dovrebbe cominciare proprio da qui: dal riconoscere che dietro ogni tema “urticante” ci sono vite concrete, e che nessuna idea vale molto se perde completamente di vista la dignità delle persone.
(22 giugno 2026)
La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema
TV, giornali, social e Youtube di solito riescono bene nell’intento di coltivare disprezzo per specifiche categorie di persone, e a volte persino di godimento nella sofferenza altrui. La ninfomaniaca eccitazione dei nostri giornalisti al piovere di bombe dell’UE (spacciate per ucraine) su Mosca, sugli autobus russi, sui treni russi e sui dormitori studenteschi russi ne è solo un esempio.
I nostri rappresentanti politici di alto livello, al contempo, riescono a cogliere con sorprendente genialità ogni occasione per rendere ridicoli e disprezzabili se stessi e l’Italia, per inimicarsi gli alleati veri ed amici facendo loro la guerra, e per apputtanarsi con pulsioni masochistiche irrefrenabili ai maiali di più basso livello intellettivo, etico ed empatico che l’umanità abbia mai prodotto. Così, il crimine è diventato virtù, e lo stare a novanta prendendo frustate, pur di sopravvivere politicamente, è ormai un sabba doveroso e legittimo. Tanto i corpi da sacrificare al demonio, senza nessuna progettualità per il futuro, sono i nostri, non i loro. E intanto, veniamo continuamente divisi dagli odiatori seriali su temi di scarsa importanza, con un forzato silenzio su ciò che è più di interesse collettivo e urgente.
A livello di inconscio collettivo, i messaggi che ci arrivano orientano ciò che la maggioranza di noi pensa su molti temi, dimostrando, tra l’altro, che la democrazia è in sé vuota di significato, essendo la mente del cittadino come un vuoto da riempire. Questo, tra l’altro, è anche il principio di funzionamento della pubblicità commerciale: se funziona, e se ha sempre funzionato, allora vuol dire che è rivolta a persone senza un’identità, senza un pensiero autonomo e senza scelte che non siano già state preventivamente decise da altri. Più la pubblicità e l’agenda setting indirizzano le emozioni e i pensieri, e più il cittadino dimostra a se stesso e a chi ci comanda di essere un idiota. Se l’essere umano avesse avuto un po’ più di coscienza, di controllo emotivo e di capacità di scegliere le proprie fonti, non sarebbe mai esistito un modello imperante di business e di politica basato sulla pubblicità, cioè sulle bugie e sull’inversione di realtà.
Dopo questa premessa con la quale sono riuscito ad offendere pesantemente circa otto miliardi di persone, tra le quali rientro anch’io – nel ruolo di folle che osserva altri folli in un grande manicomio collettivo – adesso vorrei parlare del disprezzo indotto.
Facciamo qualche esempio di categorie che, in un modo o nell’altro, ci vengono offerte come oggetti di amore obbligatorio o di odio autorizzato.
Nel racconto main-stream:
- gli ucraini da amare;
- i russi da disprezzare;
- gli israeliani da compatire;
- i palestinesi da sospettare;
- l’Occidente da assolvere;
- la NATO da normalizzare;
- i dissidenti da ridicolizzare;
- i “populisti” da patologizzare;
- i non-allineati da trattare come ingenui o complici;
- i migranti da compatire quando servono alla retorica umanitaria e da temere quando servono alla retorica securitaria;
- le persone LGBTQ+, o meglio l’interminabile sigla liturgica con cui il main-stream pretende di incasellare identità vive e complesse, da celebrare come simbolo obbligatorio di progresso.
- e così via...
Nella contro-informazione o informazione alternativa, spesso, la polarità si rovescia ma il meccanismo resta identico:
- i fratelli russi sono il popolo dell’eroica resistenza al nazismo occidentale;
- gli ucraini burattini dell’Occidente o, peggio, nazisti in blocco;
- gli israeliani vengono confusi con il loro governo fino a scivolare nell’odio verso un intero popolo;
- i palestinesi diventano martiri assoluti;
- l’Occidente è solo decadenza e indecenza morale;
- la NATO è solo l’impero del male e delle bugie;
- i giornalisti sono solo servi propagandisti;
- gli scienziati perlopiù venduti;
- le donne attualmente in politica una vergogna e un’indecenza per le donne stesse;
- le persone LGBTQ+ solo “agenda”, “provocazione”, “carnevale”, “indottrinamento”, soprattutto quando appaiono nello spazio pubblico con modalità percepite come offensive.
Poi ci sono i bersagli mobili, quelli che cambiano valore a seconda della convenienza narrativa: i musulmani, ora vittime dell’imperialismo ora minaccia alla civiltà; i cristiani, ora retrogradi ora perseguitati; i poveri, ora vittime del sistema ora parassiti; i ricchi, ora benefattori ora vampiri; i giovani, ora speranza ora generazione fallita; gli anziani, ora saggi ora zavorra; i meridionali, i provinciali, i rom, i cinesi, gli americani, gli africani, i poliziotti, gli attivisti climatici, i no-vax, i vaccinati, i pacifisti, i militari, i rifugiati, i maschi, le femmine, i trans, i religiosi, gli atei: tutti trasformabili, all’occorrenza, in categoria morale.
Il punto non è stabilire chi meriti amore e chi meriti odio. Il punto è accorgersi che molte fonti non ci informano, ma ci addestrano emotivamente, inculcandoci una rappresentazione della realtà che è distorta nella migliore delle ipotesi, completamente falsa negli altri casi. Ci insegnano chi piangere, chi deridere, chi temere, chi assolvere, chi disumanizzare. E spesso noi crediamo di esserci formati un’opinione informandoci, mentre abbiamo solo appreso un riflesso emotivo condizionato.
Eppure c’è una cura efficace per questo riflesso condizionato. Posso avere disprezzo per i meridionali se il mio più grande amore, e le mie più importanti amicizie, provengono dal Sud Italia? Posso odiare gli israeliani se un uomo per me importante è israeliano? Posso aver paura e disprezzo per i musulmani se ho vissuto anni di reciproca stima con un musulmano? Posso odiare i russi se mi sento emotivamente molto vicino al popolo russo? Posso disprezzare chi sventola bandiere arcobaleno se tra costoro ci sono persone che conosco e che stimo? Posso disprezzare in blocco tutti i giornalisti e i politici, come peraltro ho fatto con rabbia all’inizio di questa riflessione, se poi, in realtà, ho una grande stima verso alcuni giornalisti che seguo, di cui uno è anche un politico? Se continuassi con gli esempi, finirei con l’includere tutte le categorie, perché sono un essere sociale.
L’amore, l’amicizia e la famiglia sono una sana cura contro tutto questo folle indottrinamento di santi, mostri, vittime pure, e nemici ontologici. Ci vengono insegnati disprezzo e odio verso una categoria? Proviamo a porci in maniera “pulita” verso coloro che ne fanno parte, poi si vedrà…
Cambiano i santi e i mostri, ma resta identico il bisogno di fabbricarli. Noi non abbiamo bisogno di ideologie, ma di contatto reale con persone reali. Dovremmo anche imparare ad essere sempre di più vigili, perché quando una causa viene trasformata in riflesso emotivo, noi cittadini smettiamo di pensare e cominciamo solo a reagire.
(20 giugno 2026)
Meditazione sul desiderare tutto ciò che è
Volere consapevolmente la realtà della propria vita, senza escludere nulla
Nel mio precedente articolo “La natura del desiderio”, ho scritto che la distanza tra realtà e desiderio è la misura della nostra sofferenza. Lì il movimento interiore era espresso con una parola: “Rinuncio!”. Era la rinuncia alla pretesa che la realtà debba conformarsi ai miei desideri; alla guerra contro ciò che è; al tentativo, quasi sempre impossibile, di piegare il mondo, il corpo, gli altri, il passato e persino la mia mente a ciò che vorrei.
Ora vorrei provare a fare un passo ulteriore.
Rinunciare alla pretesa che la realtà si conformi ai nostri desideri può dare serenità. Tuttavia, credo che esista una possibilità ancora più radicale: non soltanto accettare ciò che è, ma desiderarlo. Desiderare tutto ciò che è. Non in senso metaforico, non come formula consolatoria, non come artificio linguistico per rendere sopportabile l’insopportabile, ma come atto cosciente, volontario, continuo.
Se la distanza tra realtà e desiderio è sofferenza, allora la coincidenza tra realtà e desiderio è felicità.
Di solito desideriamo ciò che non c’è. Desideriamo un’altra condizione, un altro corpo, un’altra salute, un’altra storia, altri pensieri, altri desideri, un altro passato, un altro presente. Il desiderio, così inteso, è sempre desiderio di distanza. Vuole portarci altrove. Vuole sottrarci a ciò che stiamo vivendo.
Ma che cosa accade se desidero esattamente ciò che sto vivendo?
Mentre scrivo queste parole, posso desiderare di scrivere esattamente queste parole. Posso desiderare di essere nel luogo in cui mi trovo. Posso desiderare di avere il corpo che ho, la stanchezza che ho, i pensieri che ho, le esitazioni, le contraddizioni, le condizioni materiali e interiori in cui mi trovo. Posso desiderare non un’altra scena, non un’altra vita, non un’altra versione di me, ma precisamente questa esperienza: io che scrivo, qui, ora, così, tra l’altro in una posizione abbastanza scomoda.
Sembra incredibile, eppure basta questa disposizione interiore affinché il desiderio sia realizzato. Non è autosuggestione, ma pieno desiderio di vivere l’esperienza umana per ciò che è, fino a scoprire che è proprio questa esperienza ad essere il tesoro più prezioso. Divento come chi ha cercato una gemma preziosa per tutta la vita e finalmente si accorge di averla sempre avuta con sé.
Non perché il mondo abbia finalmente obbedito a me, ma perché io ho smesso di desiderare un mondo diverso da quello che si presenta. La realtà non è cambiata; è cambiato il rapporto tra desiderio e realtà. Il desiderio non si protende più verso l’assenza, ma aderisce al presente. Non vuole più fuggire da ciò che accade, ma desidera ciò che accade.
Questo richiede una forma costante di meditazione e di autovigilanza. La mia vita sembra allora svolgersi su due piani. Nel primo vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. Nel secondo osservo me stesso mentre vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. E, osservandomi, desidero che io stia vivendo proprio ciò che sto vivendo.
Divento un essere che osserva se stesso pensante e vivente. Poi questo essere include anche questa osservazione nel desiderio, e desidera che se stesso abbia proprio quei pensieri, quei desideri, quella postura, quella condizione, quella storia, quella fame, quella paura, quella vergogna, quella gioia, quella follia. Desidera che l’esperienza sia esattamente così com’è.
Non solo: se sorge un desiderio diverso, desidera anche quel desiderio. Se sorge il rifiuto della realtà, desidera anche quel rifiuto. Se sorge la rabbia, desidera la rabbia. Se sorge un pensiero disturbante, desidera quel pensiero disturbante. Se sorge un desiderio moralmente inaccettabile, desidera anche quel desiderio, non per trasformarlo in azione, non per giustificarlo, non per farne una virtù, ma per riconoscerlo come parte della realtà interiore che in quel momento si manifesta.
Nulla deve rimanere fuori.
La pratica è estrema proprio perché include ciò che normalmente vorremmo escludere: le ombre, le follie, le bassezze, le paure, le pulsioni, i pensieri indegni, i ricordi umilianti, le ferite, gli errori, le tragedie. Non basta desiderare ciò che appare spiritualmente decoroso. Non basta desiderare il respiro, la calma, la luce, il bene, la compassione. Bisogna desiderare anche ciò che giudichiamo sporco, confuso, brutto, disturbante, impresentabile.
Desiderare tutto ciò che è significa desiderare l’intera realtà della propria vita umana.
Se la mia condizione è l’indigenza, desidero l’indigenza. Se la mia condizione è la fame, desidero la fame. Se la mia condizione è la malattia, desidero la malattia. Se la mia condizione è la solitudine, desidero la solitudine. Se la mia condizione è il fallimento, desidero il fallimento. Se la mia condizione è il rimorso, desidero il rimorso. Se in me sorge il desiderio di non desiderare nulla di tutto questo, desidero anche tale desiderio.
Questo non significa dire che la fame sia buona, che la malattia sia buona, che la tragedia sia buona, o che l’ombra sia buona. Significa qualcosa di più radicale e meno morale: significa desiderare la realtà per il fatto stesso che è realtà. Significa non contrapporre più alla vita vissuta una vita immaginaria che non esiste.
Beninteso, desiderare ciò che è non significa desiderare che continui, né rinunciare ad agire per trasformarlo. Significa cessare, interiormente, di contrapporre all’istante reale un istante immaginario.
Anche il passato può essere desiderato. Anzi, forse il passato è il banco di prova più difficile. Posso desiderare di aver vissuto esattamente ciò che ho vissuto? Posso desiderare i miei errori, le mie perdite, le mie ferite, le mie umiliazioni, le mie tragedie? Posso desiderare non soltanto di essere qui ora, ma di essere arrivato qui attraverso tutto ciò che è accaduto?
Se lo desidero davvero, il passato smette di essere un nemico. Non viene cancellato, non viene abbellito, non viene giustificato: viene desiderato. E dal desiderio può sorgere una gratitudine difficile da spiegare: gratitudine per aver vissuto proprio questa vita, non un’altra; gratitudine per essere stato esposto a questa forma umana dell’esperienza, con tutto ciò che essa ha comportato.
Per me, la base di questa pratica è riconoscere se stessi come parte di un ordine più grande, o, usando una parola difficile e pericolosa, come un pensiero di Dio. Non intendo “Dio” in senso confessionale. Non penso a un Dio personale, esterno al mondo, che giudica, premia, punisce, interviene e decide. Da buddista, preferisco usare la parola “Dio” in senso immanente, forse più vicino al Dio-Natura di Spinoza: non un essere separato dalla realtà, ma la realtà stessa nel suo infinito manifestarsi.
In questo senso, tutto ciò che accade può essere visto come espressione della realtà, o di Dio-Natura: i corpi, gli eventi, i pensieri, i desideri, le condizioni, le gioie, le follie, le tragedie. Da questa prospettiva, tutto ciò che esiste e che accade corrisponde ai “pensieri di Dio” o ai “sogni di Dio”, di cui ciascuno di noi è parte e manifestazione.
Anche ciò che giudico mio non è separato dal tutto. Anche il pensiero che mi attraversa, anche il desiderio che mi inquieta, anche la condizione che vorrei rifiutare, sorgono nella realtà e come realtà.
In termini buddisti, le nostre vite si manifestano nel mondo di Sahā: un mondo impuro e faticoso, attraversato da corruzione, desiderio, paura e dolore, ma proprio per questo anche luogo di esercizio, pazienza e risveglio. Non un altrove da disprezzare in nome di una purezza immaginaria, ma il campo stesso in cui imparare a non respingere nulla della realtà che si presenta.
Amare i propri pensieri, allora, non significa narcisismo.
Amare i propri desideri non significa obbedire loro.
Amare le proprie ombre non significa trasformarle in bene.
Amare la propria condizione non significa dichiarare le proprie difficoltà auspicabili, ma riconoscerne una possibile funzione formativa e compassionevole: formativa, perché danno forma al modo in cui attraversiamo l’esperienza umana e possono renderci più saggi; compassionevole, perché possono metterci in condizione di comprendere meglio la sofferenza altrui. Forse anche queste difficoltà fanno parte del motivo per cui siamo rinati in questo mondo di sopportazione.
Significa amare la realtà che si manifesta come questa vita.
Se tutto ciò che accade è, in questo senso, espressione di Dio-Natura, allora il desiderio consapevole di ciò che accade è una forma di amore per Dio. Non adorazione confessionale, non sottomissione religiosa, non obbedienza a un’autorità trascendente, ma amore immanente per la realtà nella sua interezza.
Desiderare i propri pensieri è desiderare la realtà che pensa in noi.
Desiderare i propri desideri è desiderare la realtà che desidera in noi.
Desiderare la propria condizione è desiderare la realtà che prende questa forma.
Desiderare persino le proprie follie è desiderare che nulla della vita venga escluso dall’amore.
Contrariamente a quanto il senso comune potrebbe suggerire, è una pratica facile, rasserenante, ma all’inizio tutt’altro che spontanea, e proprio per questo deve essere continuamente coltivata. Ogni volta che sorge il rifiuto, possiamo desiderare il rifiuto. Ogni volta che sorge il giudizio, possiamo desiderare il giudizio. Ogni volta che sorge la vergogna, possiamo desiderare la vergogna. Ogni volta che sorge il desiderio di essere altrove, possiamo desiderare anche quel desiderio di essere altrove. L’effetto è quello di una pulizia interiore, di un alleggerimento, di una vita sfiorita che inizia a rifiorire.
Così non c’è più un fuori.
Non c’è più una parte della vita da espellere, una parte della mente da nascondere, una parte del passato da maledire, una parte dell’esperienza da dichiarare indegna di essere stata vissuta.
Rimane soltanto questo: vivere la realtà della propria vita umana e desiderarla, momento dopo momento, nella forma esatta in cui si presenta.
Desiderare tutto ciò che è.
Non perché tutto sia bello.
Non perché tutto sia buono.
Non perché tutto sia giusto.
Ma perché tutto è.
E se desidero ciò che è, allora non mi manca nulla.
(18 giugno 2026)