Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.672 articoli, per un totale di 1.545.373 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 12 agosto 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
“Che cosa non può essere realizzato?” Desideri e preghiera davanti al Gohonzon
Quando si sente dire che, continuando a recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, alla fine si realizzeranno tutti i propri desideri, è facile comprendere queste parole nel senso più immediato: abbiamo un desiderio, preghiamo, e la pratica dovrebbe produrre l'oggetto desiderato. Una lettura del genere, però, non rende giustizia né agli scritti di Nichiren Daishonin né all'interpretazione sviluppata dai tre presidenti fondatori della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda.
La questione richiede una distinzione fondamentale. Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di negare i desideri concreti: salute, lavoro, sicurezza economica, amore, riconoscimento, riuscita personale. Possiamo pregare per questi desideri con assoluta sincerità. Ma il fine ultimo della pratica non consiste nel soddisfare indefinitamente i desideri di un io che rimane identico a se stesso. La pratica trasforma il soggetto che desidera e, trasformandolo, trasforma progressivamente anche la natura dei suoi desideri. Il desiderio personale viene così inserito in un desiderio più vasto: manifestare la Buddità, costruire una felicità profonda e contribuire alla felicità degli altri.
Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon
In Risposta a Kyo'o, una lettera del 1273 indirizzata alla famiglia di Shijo Kingo, la cui figlia Kyo'o era gravemente malata, Nichiren scrive:
«Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora, che cosa non può essere realizzato?»
Fonte: Nichiren Daishonin, Risposta a Kyo'o.
Il contesto è importante. Nichiren sta incoraggiando due genitori angosciati per la malattia della figlia. Non sta formulando una teoria secondo cui qualsiasi desiderio individuale verrà automaticamente soddisfatto. Nella stessa lettera insiste sulla fede, sul coraggio e sulla capacità di affrontare la malattia. La frase, dunque, è potentissima, ma va letta dentro l'intero insegnamento.
Lo stesso vale per un'altra famosa affermazione di Nichiren, contenuta nello scritto Sulle preghiere: «Non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta». Anche questa frase, se isolata dal resto, potrebbe sembrare la promessa di un esaudimento automatico. Il problema è capire che cosa significhi, nel Buddismo di Nichiren Daishonin, una preghiera che «riceve risposta».
Fonte: Nichiren Daishonin, Sulle preghiere.
Il desiderio più profondo del Budda
Per comprendere il significato della preghiera bisogna partire dal desiderio che il Sutra del Loto attribuisce al Budda stesso. Alla conclusione del sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata, Shakyamuni dichiara:
«Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla Via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?»
Fonte: Sutra del Loto, capitolo 16, «Durata della vita del Tathagata».
Nichiren commenta questo passo in modo ancora più esplicito. In Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto, afferma che quelle parole esprimono «il desiderio più profondo del Budda» di condurre gli esseri viventi alla Buddità.
Fonte: Nichiren Daishonin, Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto.
Anche il secondo capitolo del Sutra del Loto, Espedienti, presenta la stessa idea sotto un'altra forma: i Budda appaiono nel mondo per «un'unica grande ragione», cioè aprire, mostrare e rendere accessibile a tutti gli esseri viventi la saggezza del Budda. Il punto centrale non è quindi concedere favori dall'esterno, ma permettere a ogni persona di manifestare una condizione di vita illuminata.
Fonte: Sutra del Loto, capitolo 2, «Espedienti».
Per evitare fraintendimenti, «conseguire la Buddità» non significa trasformarsi in un essere soprannaturale. Nella lettura della Soka Gakkai significa far emergere nella propria vita una condizione caratterizzata da saggezza, coraggio, compassione e libertà interiore, capace di affrontare la realtà e di creare valore al suo interno.
I desideri non vengono eliminati, ma trasformati
A questo punto diventa più chiaro il principio giapponese bonno soku bodai, che possiamo tradurre come «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione». Non significa che qualunque impulso sia già, in quanto tale, saggio o benefico. Significa che il desiderio non deve necessariamente essere soppresso per raggiungere l'Illuminazione: può diventare il materiale stesso della trasformazione.
L'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai lo formula con grande chiarezza: gli insegnamenti di Nichiren «pongono l'accento sulla trasformazione, piuttosto che sull'eliminazione, dei desideri».
La stessa fonte spiega che, attraverso la pratica, desideri inizialmente egoistici e diretti verso una felicità passeggera possono ampliarsi fino a comprendere la felicità degli altri e, infine, del mondo intero. Questo passaggio è essenziale. Non si parte necessariamente da motivazioni altruistiche o compassionevoli. Possiamo iniziare a recitare perché abbiamo paura, perché vogliamo un lavoro, perché una relazione ci fa soffrire o perché abbiamo bisogno di denaro. La pratica non richiede di fingere di avere motivazioni più nobili di quelle reali. Ci chiede piuttosto di portare nella preghiera l'intera realtà della nostra vita e di trasformarla.
Daisaku Ikeda parla di un «desiderio fondamentale», una forza capace di spingere «tutti gli altri desideri umani nella direzione della creatività».
Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Desideri e Illuminazione».
Possiamo allora dire, con una precisazione, che il desiderio fondamentale «include» gli altri desideri. Non li contiene nel senso che garantisce la realizzazione letterale di tutto ciò che vogliamo. Li include nel senso che può orientarli, ampliarli e attribuire loro un significato più profondo. È in questa prospettiva — senza escludere la possibilità di benefici concreti — che va compresa l'affermazione secondo cui la pratica conduce alla realizzazione dei propri desideri. Nel seguito di questo articolo, il concetto diverrà ancora più chiaro.
Il desiderio particolare non viene necessariamente cancellato: cambia il modo in cui desideriamo e cambia ciò che vogliamo fare della nostra eventuale vittoria.
Makiguchi: la felicità non coincide con il possesso
Tsunesaburo Makiguchi, fondatore della Soka Gakkai, pose la felicità al centro della propria riflessione sull'educazione e sulla vita. In una delle sue formulazioni più note afferma:
«Qual è lo scopo della vita? Se dovessimo esprimerlo con una sola parola, sarebbe “felicità”»
Fonte: Tsunesaburo Makiguchi Website, «Quotes».
Ma proprio perché la felicità è lo scopo, essa non può essere identificata semplicemente con l'accumulo di beni o con il soddisfacimento di una serie di richieste. Nei testi della Soka Gakkai viene ricordato che Makiguchi criticava l'idea di poter considerare compiuta la propria vita soltanto perché si era riusciti a mettere da parte denaro, comprare la casa desiderata o concedersi qualche lusso. Il possesso può avere valore, ma non coincide con la felicità più profonda. Il problema non è avere una casa, denaro o comodità; il problema nasce quando questi diventano la misura definitiva del valore della vita.
Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 1.2
Toda: dalla felicità relativa alla felicità assoluta
Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, chiarì ulteriormente questa distinzione parlando di «felicità relativa» e «felicità assoluta». Per felicità relativa intendeva la soddisfazione che dipende dalle circostanze: ottenere ciò che desideriamo, migliorare la nostra posizione, possedere qualcosa che prima non avevamo. Queste cose possono essere importanti e non vengono disprezzate; sono però instabili, perché dipendono da condizioni che cambiano.
La rivoluzione umana, secondo Toda, mira invece a «creare una condizione vitale di felicità assoluta, uno stato interiore che non può essere distrutto dalle influenze esterne».
Fonte: Josei Toda Website, «Human Revolution».
La distinzione è decisiva per comprendere l'espressione «realizzare i propri desideri». Una pratica religiosa il cui scopo fosse semplicemente moltiplicare le soddisfazioni relative lascerebbe intatto il problema fondamentale: avremmo continuamente bisogno di una nuova condizione esterna per poterci sentire felici. Toda sposta invece il centro della questione dalla quantità di cose ottenute alla qualità della condizione vitale con cui affrontiamo l'esistenza.
Ikeda: Nam-myoho-renge-kyo non è una formula magica
Daisaku Ikeda affronta direttamente il possibile fraintendimento in un'intervista con Clark Strand. Alla domanda su come sia possibile pregare per carriera, salute, matrimonio e altri desideri senza contraddire il Buddismo, Ikeda risponde che l'ideale del Buddismo mahayana è la felicità per sé e per gli altri e che la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo rinnova il voto di vivere secondo questo ideale.
Poi formula un'avvertenza inequivocabile:
«Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri»
Fonte: Daisaku Ikeda, intervista di Clark Strand.
La pratica, prosegue Ikeda, è un processo di trasformazione mediante il quale possiamo superare il «piccolo io», dominato dall'attaccamento e dalla paura, e manifestare un io più ampio, capace di saggezza e compassione. Questo non comporta l'abolizione della dimensione personale. Il desiderio di guarire, di trovare un lavoro o di risolvere un conflitto rimane reale. Ma la domanda diventa progressivamente più grande: Che tipo di persona posso diventare attraversando questa difficoltà? Quale valore posso creare? Come può la mia vittoria diventare incoraggiamento anche per altri?
La preghiera personale e kosen-rufu non sono due cose separate
Kosen-rufu significa letteralmente l'ampia propagazione dell'insegnamento; nel linguaggio della Soka Gakkai, indica il movimento volto a diffondere la Legge mistica e a costruire pace e felicità per le persone.
Ikeda afferma:
«Pregare per le sfide della nostra vita e pregare per kosen-rufu [...] sono essenzialmente una cosa sola e indivisibile».
Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 12.2.
Questo non significa che, quando abbiamo bisogno di un lavoro, dovremmo smettere di desiderarlo e sostituire artificialmente quel bisogno con un pensiero astratto sulla pace mondiale. Significa piuttosto che il bisogno personale può diventare la porta attraverso cui il nostro desiderio si amplia.
«Voglio questo lavoro perché ho paura di non farcela» può trasformarsi in: «Voglio superare questa situazione, sviluppare le mie capacità, sostenere chi dipende da me e dimostrare con la mia vita che una difficoltà può essere trasformata». Il desiderio iniziale non è stato negato. È diventato più grande.
Analogamente, «voglio guarire» può diventare: «Voglio vivere pienamente, trasformare questa sofferenza in forza e diventare capace di comprendere e incoraggiare chi attraversa una prova simile». «Voglio essere riconosciuto» può trasformarsi nel desiderio di sviluppare davvero le proprie capacità e usarle per creare valore. «Voglio denaro» può trasformarsi nel desiderio di sicurezza, libertà responsabile, sostegno alla famiglia e capacità di contribuire.
Pregare significa formulare un voto e agire
Un altro chiarimento di Ikeda impedisce di intendere la preghiera come attesa passiva. In un episodio della Nuova rivoluzione umana, parlando a un agricoltore, viene respinta esplicitamente l'idea che la pratica possa far prosperare i campi senza studio, ingegno e sforzo. Ikeda sintetizza:
«La preghiera nel Buddismo di Nichiren significa recitare Nam-myoho-renge-kyo basandosi su un voto».
Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 16.6.
L'essenza di questo voto è kosen-rufu. La preghiera, quindi, non è semplicemente «Gohonzon, dammi questo». È più vicina a una decisione: «Trasformerò questa situazione; manifesterò la mia Buddità; userò questa esperienza per creare valore». Alla preghiera seguono studio, iniziativa, correzione degli errori, perseveranza e azione concreta.
Questo aspetto è essenziale anche per chi osserva il Buddismo dall'esterno: la fede non viene presentata come sostituto della responsabilità personale. Al contrario, dovrebbe rafforzarla.
Il Gohonzon non è un potere esterno che distribuisce favori
La lettura magica dell'appagamento dei desideri diventa ancora meno sostenibile se consideriamo come Nichiren descrive il Gohonzon, cioè l'oggetto di culto davanti al quale i praticanti recitano Nam-myoho-renge-kyo. Nello scritto Il reale aspetto del Gohonzon afferma:
«Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».
Fonte: Nichiren Daishonin, Il reale aspetto del Gohonzon.
Subito dopo spiega che il Gohonzon esiste nella vita delle persone comuni che abbracciano il Sutra del Loto e recitano Nam-myoho-renge-kyo. Naturalmente il Gohonzon è anche il mandala concreto iscritto da Nichiren e oggetto della pratica; ma il suo significato religioso non è quello di una divinità separata dalla persona che, dall'esterno, concede o nega favori.
La pratica davanti al Gohonzon serve a manifestare nella propria vita la condizione di Buddità che esso rappresenta. Attraverso questa pratica, vedremo quale forza vitale possiamo far emergere, quale saggezza possiamo sviluppare, quale paura possiamo affrontare, quale karma possiamo trasformare e quale significato nuovo possono assumere persino i desideri da cui eravamo partiti.
«Nessuna preghiera rimane senza risposta» non significa «ogni desiderio si avvera»
Ikeda chiarisce direttamente questo punto rispondendo a un giovane che non vedeva risultati nonostante la pratica. Scrive che nel Buddismo di Nichiren si afferma che nessuna preghiera rimane senza risposta, ma aggiunge:
«Questo è molto diverso dall'avere ogni desiderio immediatamente soddisfatto come per magia».
Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 3.18.
Alcune nostre preghiere immediate si realizzano nella forma desiderata, altre no. Ma, da una prospettiva più profonda e di lungo periodo, Ikeda afferma che tutte le preghiere ci spingono nella direzione della felicità e che, continuando a praticare, possiamo conseguire il miglior risultato.
La pratica non garantisce quindi che la realtà assuma la forma che avevamo immaginato all'inizio. La sua promessa più profonda riguarda la direzione della vita e la trasformazione della persona. Ikeda distingue per questo tra beneficio «visibile», cioè un cambiamento evidente delle circostanze, e beneficio «invisibile», cioè la costruzione graduale di una condizione vitale più forte, libera e capace di creare valore.
Questa distinzione impedisce due errori opposti. Il primo consiste nel dire che i risultati concreti non contano: sarebbe falso rispetto alla tradizione della Soka Gakkai, che attribuisce grande importanza alla prova concreta nella vita quotidiana. Il secondo consiste nell'identificare la prova concreta con l'ottenimento letterale di qualunque cosa sia stata desiderata. Anche questo è falso. Una vittoria può consistere nell'ottenere ciò per cui abbiamo pregato; può anche consistere nel diventare abbastanza liberi e saggi da comprendere che ciò che avevamo chiesto non era ciò di cui avevamo veramente bisogno (rispetto allo scopo della nostra vita), o la strada giusta da seguire.
Se non ci fossero anche le sofferenze, non avremmo mai lo stimolo per approfondire e migliorarci.
In che senso il desiderio del Budda comprende gli altri desideri?
Il «desiderio più profondo del Budda» è che tutti gli esseri viventi manifestino la Buddità. Nel linguaggio della Soka Gakkai, questo si esprime come realizzazione della felicità propria e altrui e, sul piano sociale, come impegno per kosen-rufu.
Dire che questo desiderio comprende tutti gli altri è corretto se lo intendiamo in senso esistenziale, non meccanico. Non significa: «Poiché il Budda desidera la felicità di tutti, allora riceverò necessariamente quella casa, quella relazione, quella promozione o quella somma di denaro». Significa invece: «Ogni desiderio umano può essere portato dentro il processo attraverso cui manifestiamo saggezza, coraggio e compassione, e può quindi essere trasformato in una causa di felicità più profonda per noi e per gli altri».
Il punto decisivo non è soltanto che cambia l'oggetto del desiderio. Cambia soprattutto il soggetto che desidera. All'inizio possiamo volere qualcosa perché siamo dominati dalla paura, dal confronto, dal bisogno di approvazione o dalla sensazione di mancanza. Continuando la pratica, possiamo desiderare la stessa cosa con una motivazione diversa; oppure possiamo scoprire di volerne un'altra. In entrambi i casi, il desiderio non è più semplicemente un comando a cui la nostra vita deve obbedire. Diventa energia da orientare.
Questo è probabilmente il significato più concreto del principio bonno soku bodai, «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione»: non la consacrazione di ogni impulso, ma la possibilità di trasformare qualunque impulso in materiale per la crescita umana e per l'Illuminazione.
Il grande fraintendimento sull'appagamento dei desideri
Quando si dice senza spiegazioni «recita Nam-myoho-renge-kyo e realizzerai tutti i tuoi desideri», possono nascere almeno tre fraintendimenti.
- Il primo è trasformare il Gohonzon in un'entità esterna che premia chi pratica. Questo contrasta con l'affermazione di Nichiren: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».
- Il secondo è identificare il beneficio con la perfetta coincidenza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che accade. Ikeda afferma invece esplicitamente che alcune preghiere immediate si realizzano e altre no, e che la risposta va compresa nella prospettiva più ampia della trasformazione della vita.
- Il terzo è immaginare che l'io che desidera possa rimanere immutato. Ma la pratica della Soka Gakkai chiama proprio «rivoluzione umana» il processo di profonda trasformazione interiore attraverso cui una persona cambia il proprio modo di vivere, di reagire e di creare valore.
La formula più fedele all'insieme degli insegnamenti non è quindi: «La realtà finirà per obbedire a tutti i miei desideri». È piuttosto: «Attraverso la pratica possiamo diventare persone capaci di trasformare la realtà e di trasformare il significato stesso dei nostri desideri».
Conclusione: il desiderio non viene cancellato, viene reso più grande
Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di arrivare davanti al Gohonzon già ripuliti da ogni egoismo. Possiamo recitare partendo esattamente da ciò che siamo: dalla paura per una malattia, dall'angoscia economica, dal desiderio di essere amati, dalla rabbia, dall'ambizione, dalla solitudine. Proprio per questo la pratica riguarda la vita reale.
Ma se continuiamo a praticare, il senso della preghiera non dovrebbe rimanere fermo al punto di partenza. Il desiderio personale può approfondirsi fino a congiungersi con il «desiderio più profondo del Budda» che ogni essere umano possa manifestare la propria Buddità. A quel punto, la felicità personale e la felicità degli altri cessano di apparire come interessi necessariamente contrapposti. Anzi, si rivelano profondamente inseparabili.
Possiamo quindi affermare che «realizzare tutti i propri desideri», letto alla luce dell'insieme degli scritti di Nichiren Daishonin e degli insegnamenti di Makiguchi, Toda e Ikeda, non significa ottenere automaticamente ogni oggetto desiderato. Significa entrare in un processo in cui nulla di ciò che desideriamo, soffriamo o affrontiamo deve andare sprecato: tutto può diventare materiale per manifestare una condizione di vita più vasta.
Alcuni desideri si realizzeranno nella forma immaginata. Altri cambieranno. Altri ancora verranno superati. Talvolta comprenderemo che dietro un desiderio particolare ce n'era uno più profondo. In questo senso, il desiderio fondamentale non è semplicemente un desiderio aggiuntivo, collocato accanto agli altri: è ciò che può orientarli, trasformarli e dare loro un significato.
Così anche il celebre incoraggiamento di Risposta a Kyo'o acquista una profondità diversa. Non promette un universo obbligato a soddisfare l'io. Indica la possibilità che, attraverso la fede e la pratica, la nostra stessa vita diventi capace di una trasformazione che all'inizio non potevamo ancora immaginare.
(11 agosto 2026)
La fine dell’uomo o la sua trasformazione?
«[...] Confesso che ascoltare Stallman e vedere la società andare sempre più giù mi frustra parecchio. Come ascoltare il papa nel mezzo di un conflitto nucleare.
[...] La mia attenzione ormai si riversa tutta nel provare ad applicare ciò che so, ogni giorno, nella maniera più coerente possibile. Non è più tempo di sentirsi ribadire ciò che già sappiamo e che abbiamo saldamente dentro – è tempo di agire, e di scegliere con sempre crescente determinazione. Essendo comunque coscienti che il bene e il male saranno sempre in tutto ciò che esiste e non esiste, inscindibili.
Parlare di IA, secondo me, comincia ad assumere i connotati di un discorso sulla fine dell'uomo. Va bene, parliamo pure di morte. Forse, per quanto diciamo di accettarla, abbiamo ancora bisogno di prendervi confidenza. Il bisogno di parlare di ciò che distruggerà l'uomo, aiuterà l'uomo ad accettare meglio la sua fine? [...]»
(Alberto Scanu, 8 agosto 2026)
«Se osserviamo la nostra situazione apocalittica solo con la ragione, non abbiamo nessuna possibilità di vincere. L'IA non è solo l'espressione demoniaca dell'odio per la vita e per tutte le creature, al pari delle decine di migliaia di bombe atomiche con cui conviviamo. È anche altro: è la messa in scena delle nostre ombre, delle nostre paure, della nostra incapacità di relazionarci con noi stessi e con il prossimo.
Già i "media antisociali", che in un orwelliano ribaltamento di significato vengono declamati "social network", sono stati un insulto all'intelligenza e all'affettività, una colossale e drammatica farsa che è andata ad amplificare le nostre solitudini, i nostri malesseri, le reciproche incomprensioni. Con l'IA, questa illusione è stata elevata all'ennesima potenza, così come l'ampio repertorio delle perversioni umane. Non deve quindi stupirci che gli apprendisti stregoni, spacciati per scienziati, siano già riusciti con l'IA a creare nuovi virus che Madre Natura non ha mai voluto. Nelle guerre infinite della nostra epoca, inoltre, la coscienza è sempre più sostituita dai calcoli dell'IA.
Come dicevo, se ci dovessimo basare solo sulla ragione, potremmo cominciare a organizzare il nostro funerale. Ma per fortuna c'è anche altro: il mistero della vita, delle nostre esistenze, dei nostri perché, delle nostre anime. L'IA non è anima né vita, e con la sua sola presenza ci vuol convincere che pure noi non siamo anima, ma solo un ammasso biologico governato da leggi note. Che tremenda falsità!
La ricerca dell'unione con il tutto, con la vita e con il suo mistero, ci dà la forza di poter fare scelte coraggiose, di poter realizzare miracoli. Possiamo trasformare l'impossibile in possibile, la speranza utopica in realtà manifesta.
La fragranza interna otterrà protezione esterna. Che cosa non può essere realizzato?
Non siamo mai da soli. Siamo costantemente nutriti e avvolti dall'amore. Noi stessi siamo amore. Ma di tutto questo non ci accorgiamo perché siamo drogati dal cibo, dalle abitudini, dalla tecnologia, dai ragionamenti».
(Francesco Galgani, 10 agosto 2026)
L’illusione dell’impotenza individuale: una prospettiva buddista
È comune pensare che il singolo essere umano abbia possibilità quasi irrilevanti di incidere sull’ambiente naturale e sociale. Di fronte a problemi ecologici e di distruzione ambientale, a grandi strutture economiche, istituzioni, rapporti di potere o semplicemente al comportamento delle persone che ci circondano, la sproporzione fra noi e ciò che vorremmo cambiare appare evidente.
Il Buddismo di Nichiren propone però un punto di vista che ribalta questa percezione. Nello scritto Sui presagi (RSND, 1, 574), Nichiren Daishonin afferma:
«L’ambiente è paragonabile all’ombra e la vita al corpo».
È l’immagine da cui nasce una delle formulazioni più radicali del principio di esho funi, l’inseparabilità fra vita e ambiente. Ma poco dopo Nichiren aggiunge una frase altrettanto importante:
«Inoltre, la vita è modellata dall’ambiente».
Questa seconda affermazione è decisiva. Impedisce di intendere esho funi come una specie di idealismo secondo il quale la mente produrrebbe magicamente il mondo esterno.
Esho funi: “due ma non due”
La Soka Gakkai spiega esho funi come l’unicità della vita e del suo ambiente. Il termine funi viene reso con l’espressione “due ma non due”: vita e ambiente sono distinguibili, ma non esistono come realtà completamente indipendenti.
Noi non siamo il nostro ambiente, ma non esiste neppure un “noi” separabile da esso.
La persona che siamo oggi è inseparabile dal corpo che possediamo, dalle persone che abbiamo incontrato, dalla lingua che parliamo, dalla famiglia e dalla cultura nelle quali siamo cresciuti, dalle opportunità che abbiamo avuto o che ci sono state negate, dalle condizioni economiche e sociali nelle quali viviamo e dall’ambiente naturale dal quale dipende la nostra stessa esistenza.
Nello stesso tempo, però, attraverso le nostre azioni modifichiamo continuamente almeno una parte di quell’ambiente.
Il rapporto è dunque bidirezionale.
Daisaku Ikeda insiste esplicitamente su questo punto nella proposta di pace del 1997, Nuovi orizzonti di una civiltà globale. Se ci limitassimo ad affermare la priorità della vita sull’ambiente — osserva — cadremmo nell’idealismo (cfr. "Un fondamentale cambiamento di prospettiva", pag. 13). Gli esseri umani sono a loro volta parte della natura e dipendono dall’ambiente. Per questo Ikeda definisce esho funi un concetto dinamico: la vita può diventare agente del cambiamento, mentre l’ambiente esercita contemporaneamente la propria influenza sulla vita.
Non c’è quindi un soggetto onnipotente che crea con il pensiero ciò che gli sta intorno. C’è piuttosto una relazione continua nella quale vita e ambiente si condizionano reciprocamente.
Perché una trasformazione interiore dovrebbe cambiare qualcosa là fuori?
Rimane però la domanda più difficile: anche accettando questa interdipendenza, per quale ragione cambiare interiormente dovrebbe modificare di una virgola l’ambiente?
Sul piano delle relazioni umane il meccanismo è relativamente facile da osservare.
Supponiamo di avere un rapporto molto difficile con una persona sul luogo di lavoro. Ogni conversazione finisce in uno scontro. Ci sentiamo minacciati e reagiamo aggressivamente; oppure, al contrario, temiamo il conflitto e tolleriamo continuamente comportamenti che ci fanno soffrire.
Una trasformazione interiore non significa convincerci che l’altra persona sia improvvisamente diventata meravigliosa. Può significare diventare meno dipendenti dalla sua approvazione, più capaci di ascoltare, più coraggiosi nel porre un limite, meno inclini a reagire automaticamente a una provocazione.
Quando torniamo in quella relazione, però, a seguito del nostro cambiamento interiore non siamo più esattamente la stessa "causa" che eravamo prima.
Cambiano le parole che scegliamo, le reazioni, ciò che accettiamo e ciò che non accettiamo, le possibilità che riusciamo a vedere. L’altra persona conserva completamente la propria libertà e potrebbe non cambiare affatto. Ma il sistema costituito da noi, dall’altra persona e dalla relazione fra entrambi non è più identico.
In questo senso il nostro ambiente sociale è già cambiato, almeno di una virgola.
Non perché abbiamo controllato qualcun altro, ma perché abbiamo trasformato una delle cause che operano dentro quella situazione: noi stessi.
Influenzare non significa controllare
Questo introduce una distinzione importante.
Quando una situazione ci fa soffrire, è naturale pensare che la soluzione consista nel cambiamento di qualcun altro: il partner dovrebbe capire, un figlio dovrebbe comportarsi diversamente, il collega dovrebbe smettere di fare certe cose, il dirigente dovrebbe prendere decisioni differenti, gli avversari politici dovrebbero cambiare opinione.
A volte potremmo avere ragione nel merito, ma non è questo il punto. Il problema nasce quando il nostro benessere o la nostra possibilità di agire vengono subordinati alla condizione che un’altra persona diventi ciò che pensiamo che dovrebbe essere.
Da qui è facile passare dall’influenza alla pretesa di controllo.
La posizione della Soka Gakkai sul dialogo merita uno sguardo attento proprio sotto questo profilo. Parlare con gli altri, proporre idee, discutere e cercare di persuadere sono perfettamente compatibili con la pratica buddista. Ciò che viene escluso è l’imposizione: in un testo della Soka Gakkai dedicato al dialogo, Daisaku Ikeda afferma che diffondere il Buddismo (shakubuku) non significa costringere gli altri ad accettare le proprie convinzioni; piuttosto, invita ad ascoltare pazientemente l’interlocutore invece di imporgli le nostre conclusioni.
La distinzione non è dunque fra influenzare e non influenzare. Ogni relazione umana comporta inevitabilmente un’influenza reciproca.
La distinzione è fra dialogo e dominio, persuasione e coercizione, relazione e controllo.
Possiamo offrire a un’altra persona argomenti, esperienze e possibilità. Non possiamo produrre dall’esterno la sua trasformazione interiore.
La rivoluzione umana non è qualcosa che possiamo fare al posto di un altro. Il percorso di consapevolezza è personale.
Responsabilità non significa colpevolizzazione
Il principio di esho funi può essere frainteso in una direzione abbastanza problematica.
Se si dice semplicemente che “l’ambiente riflette la nostra vita”, si rischia di concludere che chi vive una situazione terribile ne sia in qualche modo responsabile perché non avrebbe trasformato abbastanza il proprio stato interiore.
Ma una simile conclusione dimenticherebbe proprio la seconda parte del principio: anche la vita è modellata dall’ambiente.
Povertà, violenza, discriminazione, sfruttamento economico, disoccupazione, inquinamento e distruzione degli ecosistemi non possono essere ridotti allo stato d’animo delle persone che ne subiscono le conseguenze.
Assumersi la responsabilità della propria vita non significa attribuirsi la colpa di tutto ciò che accade. Significa domandarsi quale libertà di risposta rimanga possibile dentro condizioni che non abbiamo necessariamente scelto e che, in molti casi, sono immensamente più potenti del singolo individuo.
È una distinzione essenziale: responsabilità non significa onnipotenza.
La trasformazione interiore non sostituisce l’azione esterna
Il problema diventa ancora più evidente quando passiamo dalle relazioni personali ai problemi ecologici e di distruzione ambientale.
Se un territorio è gravemente contaminato da attività industriali, nessun individuo può personalmente bonificarlo grazie alla propria trasformazione interiore. Possono essere necessarie competenze tecniche, enormi risorse economiche, controlli, leggi, decisioni amministrative, azioni giudiziarie, organizzazioni collettive e interventi che superano enormemente le possibilità di una singola persona.
Esho funi non rende inesistente questa sproporzione.
La trasformazione interiore può però modificare ciò che facciamo dentro quella sproporzione. Può portarci a informarci meglio, unirci ad altre persone, sostenere un’associazione, partecipare a un comitato, promuovere una battaglia politica, contribuire con le nostre competenze, sostenere una proposta legislativa o creare forme di organizzazione che prima non esistevano.
Nessuna di queste azioni garantisce il risultato.
Avere una possibilità di influenza non significa avere il controllo.
Ed è significativo che, quando Daisaku Ikeda affronta concretamente i problemi ambientali, non proponga affatto la sola trasformazione della coscienza. Nella proposta del 2012 Per una società globale sostenibile indica, fra le altre cose, progetti di forestazione, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, energie rinnovabili, partecipazione delle comunità, riforme delle istituzioni internazionali, collaborazione con la società civile, coinvolgimento dei giovani ed educazione.
La rivoluzione umana, dunque, non sostituisce le trasformazioni tecniche, economiche, politiche e istituzionali.
Dovrebbe piuttosto trasformare il soggetto che prende parte a quelle trasformazioni.
In questo senso è interessante anche una formula utilizzata dalla Soka Gakkai italiana: “Pensare globalmente, cambiare interiormente, agire localmente”. Essa riprende una formula ecologista molto diffusa, ma inserisce fra comprensione globale e azione locale un passaggio caratteristico della prospettiva buddista: cambiare interiormente.
Il punto non è farne uno slogan, ma comprendere il nesso fra i tre momenti. Il cambiamento interiore che non produce alcuna azione rischia di ridursi a spiritualismo; l’azione esteriore che non mette mai in discussione avidità, paura, aggressività, ricerca del prestigio e volontà di dominio rischia invece di riprodurre, attraverso strumenti nuovi, gli stessi meccanismi che pretende di combattere.
Ma che cosa può un individuo contro un sistema economico?
A questo punto emerge un problema ancora più radicale.
A mio avviso, una delle radici profonde dell’attuale rapporto distruttivo con l’ambiente naturale si trova nel modello economico neoliberista e turbo-capitalista. In pratica, a livello mondiale, la tutela degli ecosistemi viene subordinata alla massimizzazione del profitto economico, con i conseguenti costi ambientali (cioè disastri) scaricati sulla collettività. Anche le guerre, il riarmo e l'espansione dell'IA — con sempre più datacenter distruttivi per intere comunità — sono sia conseguenze fatali del nostro modello economico, sia cause abnormi di distruzione ambientale.
Ma questa mia convinzione rende la domanda sul potere del singolo ancora più difficile, non più facile.
Che cosa possiamo fare individualmente davanti a un sistema economico mondiale?
Sarebbe poco convincente rispondere semplicemente che dobbiamo consumare in maniera più responsabile. Le scelte individuali hanno certamente effetti, ma strutture di questa dimensione non dipendono soltanto dalle decisioni dei consumatori.
Se riteniamo necessario un modello economico radicalmente diverso — socialista o comunque costruito attorno a vincoli ecologici, sociali e politici differenti — nessuna singola persona può produrre quella trasformazione con la propria volontà.
I sistemi cambiano attraverso processi collettivi: organizzazione politica e sociale, conflitto democratico, associazioni, movimenti, sindacati, imprese, istituzioni, leggi, cultura, tecnologia, rapporti economici e mutamenti nei rapporti di forza.
La rivoluzione umana non può sostituire tutto questo.
Ma tutto questo, a sua volta, viene realizzato da esseri umani.
È qui che il passaggio dal singolo alla società può essere compreso senza ricorrere a spiegazioni magiche.
Una persona cambia; cambia il genere di cause che introduce nelle proprie relazioni; alcune di quelle relazioni possono generare collaborazione; la collaborazione può diventare organizzazione; l’organizzazione può produrre azione collettiva; l’azione collettiva può incidere sulle istituzioni e, in determinate circostanze storiche, anche sulle strutture economiche.
La catena può interrompersi in qualunque punto. Non esiste alcuna garanzia che il risultato desiderato venga raggiunto.
Ma questo è molto diverso dal dire che il singolo non conta nulla.
Dal cambiamento individuale alla trasformazione sociale
Nella riflessione della Soka Gakkai il nesso viene formulato in modo ancora più forte. In un testo dedicato al significato della rivoluzione umana, Daisaku Ikeda afferma che la rivoluzione umana è anche rivoluzione sociale e rivoluzione dell’ambiente.
Questo non dovrebbe essere interpretato come una formula secondo cui:
una persona cambia interiormente → il mondo esterno cambia automaticamente.
Una lettura più concreta potrebbe essere:
una persona cambia → cambia la qualità della sua presenza nel mondo → cambiano alcune delle cause che introduce nelle relazioni → possono cambiare relazioni e reti sociali → queste possono generare azioni collettive → le azioni collettive possono modificare strutture e istituzioni.
Fra il primo e l’ultimo passaggio esiste tutto lo spazio dell’azione umana, con i suoi successi, i suoi fallimenti, gli ostacoli e i rapporti di forza.
La trasformazione interiore è dunque il punto dal quale possiamo partire non perché sia l’unico livello della realtà che conta, ma perché è quello sul quale possiamo esercitare la responsabilità più immediata.
Ichinen sanzen: una tesi ancora più profonda
A livello dottrinale, tuttavia, il Buddismo di Nichiren afferma qualcosa di ancora più radicale.
Esho funi si comprende all’interno del principio di ichinen sanzen, i “tremila regni in un singolo istante di vita”. Nella spiegazione della Soka Gakkai, la vita individuale, gli altri esseri viventi e l’ambiente non costituiscono mondi indipendenti che successivamente entrano in relazione: sono aspetti interconnessi della medesima realtà fenomenica.
Per il praticante, quindi, l’affermazione che la trasformazione della vita si manifesti anche nell’ambiente possiede un significato più profondo di quello puramente psicologico o sociologico.
Ma è possibile distinguere questo livello dottrinale da un livello immediatamente osservabile.
Anche limitandoci alle normali relazioni di causa ed effetto, possiamo constatare che il nostro stato vitale modifica ciò che percepiamo, le possibilità che riusciamo a vedere, le decisioni che prendiamo, il modo in cui trattiamo le persone, le relazioni che costruiamo e la nostra capacità di perseverare nell’azione.
Questo non significa che la realtà sia una nostra invenzione mentale.
Significa che non incontriamo mai la realtà senza partecipare a essa.
Il vero ribaltamento
Forse il punto più radicale di esho funi non è dunque:
“Possiamo controllare il mondo.”
È quasi il contrario:
“Non siamo mai completamente esterni al mondo che vorremmo cambiare.”
Quando critichiamo una relazione, ne facciamo parte.
Quando critichiamo una società, siamo fra gli esseri umani che la compongono.
Quando denunciamo la distruzione dell’ambiente naturale, i nostri corpi, le nostre attività economiche, le istituzioni cui partecipiamo e le società nelle quali viviamo appartengono già alla rete di relazioni che chiamiamo ambiente.
Non siamo osservatori collocati fuori dal sistema.
La rivoluzione umana, allora, non consiste nel ritirarsi dalla realtà per occuparsi soltanto della propria interiorità. Significa andare abbastanza in profondità nella trasformazione di noi stessi da cambiare la qualità della nostra partecipazione alla realtà.
Non possiamo ordinare all’ombra di spostarsi.
Possiamo però muovere il corpo.
E, nel mondo reale, quel movimento prende la forma di parole, decisioni, relazioni, dialogo, organizzazione, solidarietà, partecipazione politica, trasformazioni istituzionali e azioni concrete.
Il risultato non è garantito. Il nostro potere non è assoluto. Ma la nostra presenza non è nemmeno nulla.
È forse precisamente in questo spazio, fra impotenza e onnipotenza, che esho funi restituisce al singolo essere umano la propria responsabilità.
Fonti e approfondimenti
- Nichiren Daishonin, Sui presagi, RSND, 1, 574
- Soka Gakkai italiana, Esho Funi – Essere umano e ambiente
- Daisaku Ikeda, Nuovi orizzonti di una civiltà globale, proposta di pace 1997
- Soka Gakkai Global, The Oneness of Life and Its Environment
- Soka Gakkai Global, Three Thousand Realms in a Single Moment of Life
- Soka Gakkai Global, What Is Human Revolution?
- Soka Gakkai Global, testo sul dialogo e sul rispetto dell’interlocutore
- Daisaku Ikeda, Per una società globale sostenibile, proposta per l’ambiente 2012
(8 agosto 2026)