Avviso ai lettori

Translate this articleSpeak this article

Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.576 articoli, per un totale di 1.429.098 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 18 febbraio 2026. L'ultima stampa completa del blog in PDF, fatta il 31 dicembre 2024, contava 5174 pagine A4. Non so quante pagine occorrerebbero adesso. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

La rivoluzione interiore come resistenza ai media, all’IA e all’ingegneria del consenso

Translate this articleSpeak this article

In un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 99% della ricchezza, non può che regnare una corruzione spinta fino alle mostruosità più aberranti. È un mondo in cui questo 1% condanna miliardi di persone alla povertà assoluta; in cui decine di migliaia di esseri umani muoiono di fame ogni giorno; senza contare morti e mutilati in guerre, carestie, malanni vari. E, cosa ancor più grave perché politicamente accettata e collocata in una “zona grigia”, ci sono altri miliardi di persone che muoiono lentamente: mutilate nella gioia di vivere, nell’intelligenza, nello spirito creativo; affondate nella depressione più nera e degenerante; private del minimo giudizio, della capacità di discernimento e di autorigenerazione; tenute per la gola con la scusa del lavoro, sfruttate, svuotate, alienate; distaccate dalla Madre Terra come fonte di origine e di attingimento a una vita piena — una vita che dovrebbe essere, per tutti, gratuita.

Ecco: questo 1% (o forse anche meno, lo 0,01%) è il padrone dell’IA. Chi infatti ha una fortissima influenza sui governi, controllando ingenti capitali, infrastrutture, media, dati e piattaforme, finisce anche per controllare e possedere l’IA. Quindi, cosa dovremmo aspettarci di buono dall’IA?

Il gioco dei poteri forti è proprio questo: abituare le menti al male, inoculare idee tossiche e letali, per continuare a operare come hanno sempre fatto.

Ridurre drasticamente l’esposizione ai media e trattarli come pozzi avvelenati, non come realtà da interiorizzare, è, secondo me, ogni giorno di più, la scelta migliore per una vita serena. Bisogna capire che eliminare le fonti di ansia, preoccupazione e paura è un presupposto primario e imprescindibile per poter rinascere umani. Occorre liberare la mente da tutti i problemi che non possiamo verosimilmente risolvere e concentrarci sulle nostre vite individuali, per la nostra “rivoluzione interiore”. Non è né spreco di tempo né egoismo: tutt’altro, è semplicemente l’unica cosa sensata da fare, perché il ritiro dall’intossicazione mediatica non è una fuga dal mondo, ma un requisito di igiene mentale. Tale igiene è necessaria ad un lavoro interiore che sia da premessa all’azione etica, non una sua sostituzione.

A scanso di equivoci: non intendo quindi che dobbiamo rimanere nell’ignoranza, ma casomai imparare a cercarci da soli la verità con spirito di ricerca e sguardo critico, senza dare troppo credito alla narrativa horror-fantasy in stile giornalistico che ci viene continuamente propinata, o alla miriade di escrementi del non-pensiero di cui i social sono pieni. Soprattutto, significa ubbidire alla propria coscienza, non a quella dei manipolatori e dei propagandisti asserviti a un potere corrotto, degradato e degradante. Certo, fuori dal mainstream esistono anche giornalisti seri; tuttavia, stiamo molto attenti a non lasciarci trascinare dai facili fanatismi. Vedere i “buoni” e i “cattivi” nel modo proposto dai propagandisti mascherati da giornalisti, o vederli al contrario come propone la cosiddetta “controinformazione”, ci porta comunque poco lontano: non ci fa crescere e, in entrambi i casi, giustifichiamo la logica della guerra anziché combatterla. Ignorare i media non significa nemmeno diventare neutrali. Ciò che dobbiamo fare è risvegliare il nostro sole interiore, mentre il mondo viene spinto nella più totale oscurità.

Il motivo di un tale sforzo? La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità. Questo i “padroni del discorso” — cioè dei media, dei social e dell’IA — lo sanno benissimo: perciò fanno tutto il possibile per manipolare le nostre menti nella direzione che a loro piace, così da realizzare il mondo che desiderano. Peccato che questi padroni nutrano un odio profondo per tutto il creato, per la vita, e fondamentalmente ci considerino insetti da schiacciare. Eppure hanno paura — tanta paura — dei cuori e delle menti risvegliate. Per questo combattono, con ogni mezzo lecito e illecito, chi pronuncia o scrive parole di verità. La verità è ciò che, più di ogni altra cosa, temono; perciò oggi dire qualcosa di vero, nel senso di aderente alla realtà, è un atto rivoluzionario.

Il ragionamento serve per orientarsi nel mondo, ma le consapevolezze decisive sul senso e sul valore della vita provengono dall’esperienza personale della fede. Ragione e fede devono andare insieme. Mi riferisco a quel qualcosa di metafisico che oggi viene, più che mai, combattuto da chi è al potere. Gran parte dei padroni dell'Occidente si comportano come atei, anzi, credono di essere essi stessi Dio, e combattono ogni forma di sana spiritualità come se fosse follia, mentre le follie vere — perversioni, malattia mentale, guerre — vengono da loro elogiate e praticate. Noi cosa possiamo fare?

Entrando più nello specifico della mia esperienza e dei miei studi, “rivoluzione umana” è la definizione utilizzata dal secondo presidente della Soka Gakkai, Josei Toda, per descrivere quel processo fondamentale di trasformazione interiore attraverso il quale ci liberiamo dalle catene del nostro “piccolo io”, imprigionato dall’ego e dall’autoconsiderazione, e accresciamo l’altruismo del “grande io” capace di preoccuparsi e di agire per gli altri e, in ultima analisi, per l’umanità intera.

Concretamente, per me significa affidarmi un po’ meno ai ragionamenti e un po’ di più alla connessione con il tutto, partendo sempre dalla pratica di Nam-myoho-renge-kyo. Se tu che leggi hai un percorso diverso, l’importante è andare nella direzione della pacificazione interiore ed esteriore, contribuendo a lasciare un’impronta positiva nella società, trasformando le avversità in una “pace e sicurezza” che solo la fede può permetterci di vivere. Le particolari caratteristiche di ogni percorso spirituale con solide radici nel nostro cuore dipendono dalle diversità tra di noi, dalle caratteristiche di ogni epoca, dalle peculiarità di ogni luogo e dalle diverse evoluzioni personali e della storia. Nonostante tali differenze, ogni spiritualità fondata sull’amore e sulla compassione possiede al suo interno i principi e la saggezza necessari per pacificarci.

Tuttavia, per compiere questa rivoluzione umana interiore, dobbiamo prima rivolgere l’attenzione dentro noi stessi. Non è facile, perché molti di noi hanno ferite talmente profonde che, se le guardassero in faccia, ne morirebbero. Così siamo spinti dalla nostra oscurità interiore a fuggire da noi stessi e a sintonizzarci sulla feccia che ci circonda: non importa quanto lontana e inarrivabile sia, basta che serva a distogliere la nostra attenzione dalle cose più vicine, quelle che fanno troppo male. I padroni di TV, social, giornali, radio e IA giocano su questo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, approfittando anche della nostra tremenda solitudine e dell’isolamento amplificati dalle stesse tecnologie che loro gestiscono. Per combattere tutto questo, serve un lavoro costante da parte nostra. E cos'è questo lavoro, dal punto di vista del Buddismo?

A questo punto serve una chiave pratica, non solo morale o intellettuale. La tradizione di Nichiren Daishonin usa una metafora chiarissima: «Quando l’acqua è limpida, la luna vi si riflette. Quando soffia il vento, gli alberi si agitano. La nostra mente è come l’acqua: una fede debole è come l’acqua torbida, una fede risoluta è come l’acqua limpida. Gli alberi sono come i princìpi e il vento che li agita è come la recitazione del sutra. Questo devi comprendere». In questa citazione, tratta da Risposta alla monaca laica Nichigon, la “recitazione del sutra” vuol dire Nam-myoho-renge-kyo, mentre “princìpi” traduce il giapponese 道理 (dōri): “ragione / principio / legge intrinseca”, cioè il modo in cui le cose funzionano secondo una legge oggettiva (nel contesto: la legge/principio del Buddismo, il nesso causa-effetto, la “logica” del beneficio). Nel testo originale infatti c’è: 「木は道理のごとし」 (Ki wa dōri nogotoshi, cioè “gli alberi sono come il dōri”).

Il senso della metafora è quindi più o meno questo:

  • I “princìpi” (dōri) sono come gli alberi: stanno lì, esistono comunque, solidi e impersonali. Non dipendono dal fatto che noi “ci crediamo” o no.
  • La recitazione del sutra, cioè di Nam-myoho-renge-kyo, è come il vento: è l’azione che “mette in moto” quegli alberi, rendendo visibile il loro funzionamento (gli alberi si muovono perché soffia il vento).

Quindi “gli alberi sono come i princìpi” significa che i benefici della pratica buddista non sono magia né arbitrio di qualcuno, ma seguono una legge; la pratica di Nam-myoho-renge-kyo è ciò che fa “operare” concretamente quella legge nelle nostre vite, mentre la qualità della fede (acqua limpida vs torbida) determina quanto chiaramente la risposta si manifesta.

Ovviamente il potere dominante ci vuole tenere assai lontani da questo tipo di saggezza, violentandoci con una vita estremamente precaria e piena di necessità di base che non riusciamo a soddisfare. Veniamo continuamente avvelenati nel corpo e nella mente. Scrivo questo con estremo rispetto per le vittime di questo meccanismo infernale — che equiparo a vittime di guerra. Le segnalazioni dell’abuso dell’IA contro le nostre vite, la nostra dignità e contro i lodevoli progetti nati in Rete sono ormai una conferma continua di ciò che io e altri diciamo da anni. Ma, ahinoi, pochissime persone comprendono le cose prima che accadano; poche le comprendono mentre accadono; e quasi tutte non le comprendono affatto, né prima, né durante, né dopo.

Gli entusiasti dell’IA hanno sempre sostenuto che, per giudicare l’IA, bisognasse considerare l’uso che ne fa l’essere umano. Il giudizio, però, dovrebbe partire dall’architettura del software e chiedersi perché l’IA sia stata progettata. Una volta si cercavano risposte su Wikipedia, oggi si fa una domanda all’IA o, molto peggio, si affida un compito tipicamente umano ad una IA autonoma, cioè ad un “agente”: la differenza è estremamente profonda.

Con l’inserimento di “agenti” nella struttura dell’IA, ora è più evidente che lo scopo principale è escludere l’essere umano dai processi decisionali. È sempre la macchina a decidere cosa fare. Certo, qualcuno di noi può anche svolgere un’opera di supervisione, ma in un contesto già predefinito dalla stessa macchina. Inoltre le IA sono in rete tra loro e si aggiornano automaticamente, senza bisogno del nostro intervento.

La digitalizzazione del mondo porta all’adattamento di noi alla macchina, e non viceversa. Tutto questo finisce per congelare la coscienza dell’essere umano: non serve più, perché la macchina, che è priva di qualsiasi forma di coscienza e di consapevolezza, “pensa” e decide al posto nostro.

Cerchiamo di rimanere umani e di compiere la nostra rivoluzione interiore fondata su una solida e sana spiritualità, sull’etica, e sulla fede nella massima bellezza e sacralità della vita e di tutto il creato.

(18 febbraio 2026)

Daisaku Ikeda - La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità

Giustizia: arbitrato neutrale o conferma dei poteri?

Translate this articleSpeak this article

Tra circa un mese, in Italia il popolo sarà chiamato ad esprimere un’opinione nel Referendum Costituzionale Confermativo a proposito del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e di dettagli tecnici sul funzionamento della Giustizia.

Ma noi, fondamentalmente, che idea di “giustizia” abbiamo? Quella del Marchese del Grillo?

La legge è uguale per “tutti” in senso assoluto, oppure questo “tutti” significa “tutti coloro che all’incirca hanno le stesse possibilità economiche, ruolo sociale e risorse”?

Quando la Corte Costituzionale esprime un parere, lo fa usando la Costituzione come faro supremo, o si lascia guidare dagli interessi economici di Big Pharma e di qualunque altro potentato economico?

La magistratura serve a scardinare i rapporti di potere, o a confermarli? Ecco, secondo me è questa la vera domanda.

Non esistono sentenze “neutrali” nei tribunali, semplicemente non è possibile. Lo Stato, e quindi anche l’area giudiziaria, è strutturato come una “macchina di riproduzione” dei rapporti sociali dominanti. Abbiamo pochi ricchi e potenti, e una moltitudine di persone a cui manca il minimo necessario, la quale deve solo chinare il capo e ubbidire. Queste sono le nostre “democrazie”.

Per far valere i nostri diritti, servono tempo, avvocati, consulenze, perizie, ricorsi, visibilità, capacità di reggere anni di causa senza crollare, e spesso non bastano. Servono risorse ingenti che pochi hanno. Coloro che si trovano “in alto” possono sostenere un contenzioso infinito, possono trasformare la giustizia in una leva, in una trattativa, in un logoramento, e comunque far valere le proprie ragioni basandosi sulla corruzione a livello personale. L’uguaglianza dei diritti è formale, ma non sostanziale.

Ci ricordiamo cosa ha detto la Corte Costituzionale di fronte alle evidenti violazioni della nostra Costituzione – ovvero crimini – durante la dichiarata pandemia? La sua risposta è stata che ha dovuto tenere conto del “tempo della scienza” (?!), anche se, nell’imposizione vaccinale e nell’estorsione del consenso informato tramite ricatto, non c’è stato assolutamente nulla di scientifico. I morti, però, quelli per divieto per legge delle cure potenzialmente efficaci, e quelli per imposizione vaccinale, oltre a coloro che sono stati resi gravemente invalidi a vita, per la magistratura non contano nulla.

La nostra Costituzione è sempre stata continuamente calpestata e rinnegata. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro? L’Italia ripudia la guerra? I TSO per motivi politici, ovvero le torture fisiche e mentali con danni a vita, sono vietati? E’ vietata la chiusura arbitraria dei conti correnti al fine di reprimere la libertà di espressione del pensiero? Il dissenso è permesso e tutelato? Coloro che impongono le loro malefatte sulla popolazione ci “rappresentano” in qualche modo, o si limitano a prendere ordini da poteri sovranazionali? La Costituzione è la prima fra le fonti del diritto, quella che ha maggiore forza, oppure deve piegarsi al “diritto della forza”?

Oltre un certo livello di potere, poi, esiste una sostanziale impunità, assolutamente inattaccabile, che rimane tale anche di fronte a omicidi, stragi, pedofilia, torture, ricatti, sperimentazioni brutali su gente innocente e non consenziente, riti satanici, cannibalismo, ecc. Questa realtà ci viene continuamente sbattuta in faccia, come nel caso degli Epstein files, che di fatto legittimano l’impunità del male estremo.

Nessun tribunale emette sentenze in un mondo ideale. Le decisioni arrivano dentro una società fortemente gerarchizzata, con uno “squilibrio di forze” (ovvero “ingiustizia”) che non nasce in aula e che assai difficilmente può essere alterato da un tribunale.

Quindi, tornando alla domanda iniziale, cosa intendiamo per “giustizia”?

Giustizia (Francesco Galgani's art, 17 febbraio 2026)
(Giustizia, 17 febbraio 2026, vai alla mia galleria)

Uscire dal “bordello tecnologico”: fidarsi della vita, non dell’algoritmo

Translate this articleSpeak this article

Chi mi conosce bene, sa che anch'io, da decenni profondamente addentrato nelle tecnologie informatiche, non mi riconosco più nella computer science attuale. Sono estremamente critico e preoccupato a causa dell'IA, considerandola una maledizione per l'umanità. Anch'io preferisco e amo scrivere poesie (su galgani.it) rispetto al bordello tecnologico in cui ci siamo infilati. Vivo la poesia come qualcosa di più intimo e reale. Come M. Sharma, anch'io lascio le porte aperte a ciò che verrà, con grande fiducia nella vita.
 
Più ci fidiamo di noi stessi e della vita, dando la massima importanza alle relazioni, e meno ci fidiamo della tecnologia. Al contrario, più ci fidiamo della tecnologia, e meno ci fidiamo di noi stessi e della vita.

Lettera di dimissioni di Mrinank Sharma (fonte originale in inglese), responsabile della sicurezza AI dell’azienda di intelligenza artificiale Anthropic.
(febbraio 2026, traduzione quasi completa di Francesco Marino, da me integrata con le note a piè di pagina mancanti)

Cari colleghi,

Ho deciso di lasciare Anthropic. Il mio ultimo giorno sarà il 9 febbraio.

Grazie. C’è così tanto qui che mi ispira e che mi ha ispirato. Per citarne solo alcune: il desiderio sincero e la determinazione di esserci in una situazione così impegnativa, aspirando a contribuire in modo incisivo e integro; la disponibilità a prendere decisioni difficili e a difendere ciò che è giusto; una quantità quasi irragionevole di brillantezza intellettuale e di determinazione; e, naturalmente, la profonda gentilezza che permea la nostra cultura.

Qui ho realizzato ciò che desideravo. Sono arrivato a San Francisco due anni fa, dopo aver concluso il mio dottorato, con il desiderio di contribuire alla sicurezza dell’AI. Mi sento fortunato per aver potuto contribuire a ciò che ho fatto: comprendere la compiacenza dell’AI e le sue cause; sviluppare difese per ridurre i rischi legati al bioterrorismo assistito dall’AI; portare concretamente queste difese in produzione; e scrivere uno dei primi casi di studio sulla sicurezza dell’AI. Sono particolarmente orgoglioso dei miei sforzi più recenti per aiutarci a incarnare i nostri valori attraverso meccanismi interni di trasparenza; e anche del mio progetto finale, volto a comprendere come gli assistenti AI possano renderci meno umani o distorcere la nostra umanità. Grazie per la fiducia.

Tuttavia, mi è chiaro che è giunto il momento di andare avanti. Mi ritrovo continuamente a fare i conti con la nostra situazione. Il mondo è in pericolo. E non solo a causa dell’AI o delle armi biologiche, ma per una serie di crisi interconnesse che si stanno dispiegando proprio ora. Qualcuno la definisce una “policrisi”, sostenuta da una “meta-crisi” 1. Sembriamo avvicinarci a una soglia in cui la nostra saggezza deve crescere nella stessa misura della nostra capacità di incidere sul mondo, se non vogliamo subirne le conseguenze. Inoltre, nel corso del mio tempo qui, ho visto ripetutamente quanto sia difficile lasciare davvero che i nostri valori guidino le nostre azioni. L’ho visto in me stesso, nell’organizzazione — dove affrontiamo costantemente pressioni a mettere da parte ciò che conta di più 2— e nella società più ampia.

È nel sostare dentro questa situazione, e nell’ascoltare al meglio delle mie possibilità, che ciò che devo fare diventa chiaro 3. Voglio contribuire in un modo che sento pienamente integro, e che mi permetta di mettere in gioco più pienamente le mie peculiarità. Voglio esplorare le domande che sento davvero essenziali, quelle che — direbbe David Whyte — “non hanno il diritto di andarsene”, le domande che Rilke ci implora di “vivere”. Per me, questo significa andarmene.

Cosa verrà dopo, non lo so. Mi è caro il celebre detto Zen: “non sapere è la cosa più intima”. La mia intenzione è creare spazio, mettere da parte le strutture che mi hanno sostenuto in questi anni e vedere cosa possa emergere nella loro assenza. Mi sento chiamato a una scrittura che affronti e abiti pienamente il tempo e il luogo in cui ci troviamo, e che accosti la verità poetica alla verità scientifica come modalità di conoscenza ugualmente valide — entrambe, credo, essenziali nello sviluppo di nuove tecnologie 4. Spero di intraprendere un percorso di studi in poesia e di dedicarmi alla pratica di una parola coraggiosa. Sono anche entusiasta di approfondire la mia pratica di facilitazione, coaching, costruzione di comunità e lavoro di gruppo. Vedremo cosa si dispiegherà.

Grazie, e addio. Ho imparato così tanto qui e vi auguro il meglio. Vi lascio con una delle mie poesie preferite, The Way It Is di William Stafford.

Buona fortuna,
Mrinank

Note a piè di pagina

1 Alcuni la chiamano “poly-crisis”, sostenuta da una “meta-crisis”. Probabilmente la mia risorsa preferita su questo è “First Principles and First Values” (Primi principi e primi valori) di David J Temple.

2 Ne ho scritto in modo più dettagliato nei miei documenti “Planning for Ambiguous and High-Risk Worlds” (Pianificare per mondi ambigui e ad alto rischio) e “Strengthening our safety mission via internal transparency and accountability” (Rafforzare la nostra missione di sicurezza tramite trasparenza e responsabilità interne).

3 Sto pensando ora alla bellissima poesia di Mary Oliver, “The Journey” (Il viaggio), che è una delle mie preferite. Lei scrive: “One day, you finally knew what you had to do, and began …” La trovo una poesia davvero bella e ispirante. Ricordo, infatti, di averla letta a Euan, Monte e Sam Bowman durante un ritiro dell’Alignment Science Team nell’agosto 2024.

4 Il linguaggio dei “ways of knowing” (modi di conoscere) è preso in prestito da Rob Burbea, un mio caro insegnante di Dharma e fonte di molta della mia ispirazione.

Così stanno le cose

C’è un filo che segui.
Attraversa le cose che cambiano.
Ma lui non cambia.
Le persone si chiedono cosa stai inseguendo.
Devi spiegare cos’è quel filo.
Ma per gli altri è difficile vederlo.
Finché lo tieni in mano non puoi perderti.
Accadono tragedie; le persone soffrono
o muoiono; e tu soffri e invecchi.
Nulla di ciò che fai può fermare lo scorrere del tempo.
Non lasci mai andare il filo.

William Stafford

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS