Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.641 articoli, per un totale di 1.508.234 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 2 luglio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
L’IA non sta cambiando il lavoro: lo sta cancellando
L'IA è un motore di una disoccupazione strutturale e duratura. Non perché elimini semplicemente alcuni compiti ripetitivi, ma perché riduce alla radice la domanda di lavoro umano proprio nei punti in cui prima si costruivano esperienza, competenza e carriera. Se il codice viene generato automaticamente, se i processi aziendali vengono automatizzati e se le imprese possono produrre di più assumendo meno persone, il problema non è più una crisi temporanea del mercato tech: è la nascita di un sistema in cui intere generazioni rischiano di non entrare mai davvero nel mondo del lavoro.
Non siamo davanti a una pausa nelle assunzioni, ma a una sostituzione permanente della forza lavoro.
Quel che è peggio è che tutto questo non arriva come una sorpresa. Già oltre dieci anni fa, quando l’IA generativa non era ancora entrata nel linguaggio comune, studiosi, economisti e osservatori del mercato del lavoro avvertivano che l’automazione non avrebbe colpito solo fabbriche e mansioni ripetitive, ma anche il lavoro intellettuale. Nel 2013 Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, dell’Università di Oxford, stimavano che quasi metà dell’occupazione statunitense fosse esposta al rischio di computerizzazione; pochi anni dopo, il World Economic Forum e figure come Stephen Hawking mettevano in guardia dall’impatto dell’intelligenza artificiale sui lavori della classe media. Dunque non siamo davanti a un effetto collaterale imprevisto: siamo davanti a uno scenario annunciato, incorporato nelle strategie aziendali e oggi presentato come inevitabile "progresso" (?!) tecnologico.
Distruggere il lavoro significa uccidere l'essere umano: è progresso? Non credo. Non è stato un incidente, ma una traiettoria prevista, discussa e accettata, che rientra nella logica di un turbocapitalismo neo-liberista in cui il massimo profitto di pochissimi si basa sul totale disprezzo per la vita altrui.
[...] Uno degli esempi più eclatanti è Dhruv, uno studente di informatica presso la New York University. Nonostante abbia inviato oltre 8000 candidature, non è riuscito a trovare un lavoro full-time o anche solo un tirocinio. “Prima, per entrare nel mondo del lavoro bastava sapere un linguaggio di programmazione e qualche strumento. Ora, persino i lavori entry-level richiedono tra tre e cinque anni di esperienza”, ha dichiarato Dhruv.
La situazione è simile per Haram Kang, laureata in scienze informatiche alla Rutgers University nel New Jersey. Nonostante abbia inviato oltre 700 candidature, non è riuscita a trovare un lavoro full-time. “Dieci o anche cinque anni fa, studiare informatica era una garanzia di successo”, ha detto Haram. “Ma quando ci siamo laureati, il mercato era già saturo”.
Yohan Aton, ex dipendente di Meta, ha perso il suo lavoro in maggio a causa della crescente automazione dei processi aziendali. Aton ha rivelato che nel 2025, circa il 70% del nuovo codice sviluppato da Meta è stato generato da IA, e questa percentuale è salita fino al 95% entro maggio di quest’anno.
Meta ha licenziato circa 8000 dipendenti, pari a un decimo della sua forza lavoro totale, e ha cancellato i piani per assumere altri 6000 dipendenti. [...]
fonte: https://www.redhotcyber.com/post/venti-agentici-8000-candidature-e-nessun-impiego-la-laurea-in-informatica-ha-valore/
(2 luglio 2026)
Il mio messaggio al Venezuela dopo i terremoti del 24 giugno 2026
Ver la versión en español
Cari amici e care amiche del Venezuela,
anche se non ci conosciamo personalmente, mi sento vicino a voi e vi offro la mia amicizia. Dall’Italia, pur da lontano, ho visto le immagini della distruzione e ho saputo che circa 1,8 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, tra cui 680.000 bambini e bambine.
Avrei voluto scrivere subito sul blog un messaggio di solidarietà, ma ho preferito aspettare alcuni giorni per trovare parole che non fossero semplici frasi di circostanza. Tuttavia, non sono sicuro di averle trovate. Io, come blogger di una terra lontana dal Venezuela, posso solo immaginare che cosa significhi trovarsi dentro una catastrofe. Non posso offrirvi un aiuto che vada molto oltre le parole. So che le parole non bastano. Ma so anche che, quando nascono dal rispetto e dalla responsabilità, possono accompagnare, unire le coscienze e ricordare che nessuno dovrebbe essere lasciato solo.
La mia impressione è che questa tragedia sia anche un richiamo per tutti noi. Camminiamo come funamboli sul filo della vita. Viviamo in un equilibrio delicato e molto precario. Le domande sul senso di un’esistenza che può cambiare in un istante bussano continuamente alla nostra coscienza, anche se le risposte sono sempre incomplete.
Questi terremoti segnano un punto di rottura, un prima e un dopo. Dopo la distruzione viene la ricostruzione. A livello individuale, questo significa non arrendersi mai, nemmeno quando la rabbia, la delusione e la paura sono davvero forti.
Daisaku Ikeda, basandosi sugli scritti di Nichiren Daishonin, disse che quanto più profonda è l’oscurità, tanto più vicina è l’alba, e che per quanto profonda sia la sofferenza che ci avvolge, non dobbiamo mai dimenticare la scintilla interiore della speranza e del coraggio.
Non interpreto queste parole come un facile invito all’ottimismo. L’alba non cancella le macerie, non restituisce subito le case, non annulla il dolore di chi ha perso qualcuno o qualcosa, né la sofferenza di chi è rimasto ferito o mutilato. Ma indica una direzione: anche quando la vita sembra spezzarsi, dentro l’essere umano resta una forza capace di rialzarsi, chiedere aiuto, tendere la mano e ricominciare.
A voi, cari amici e care amiche del Venezuela, vorrei dire questo: non siete soli. La vostra sofferenza appartiene anche alla coscienza di chi vi guarda da lontano. La ricostruzione non sarà solo materiale; sarà anche morale, affettiva e comunitaria. Ogni gesto di cura, ogni parola di incoraggiamento, ogni persona che non viene abbandonata diventa una piccola pietra posta nelle fondamenta del domani.
(29 giugno 2026)
Mi mensaje a Venezuela después de los terremotos del 24 de junio de 2026
Vai alla versione in italiano
Queridos amigos y amigas de Venezuela:
Aunque no nos conocemos personalmente, me siento cerca de ustedes y les ofrezco mi amistad. Desde Italia, aunque lejos, he visto las imágenes de la destrucción y he sabido que alrededor de 1,8 millones de personas necesitan asistencia humanitaria, entre ellas 680.000 niños y niñas.
Me habría gustado escribir de inmediato en el blog un mensaje de solidaridad, pero preferí esperar unos días para encontrar palabras que no fueran simples frases de circunstancia. Sin embargo, no estoy seguro de haberlas encontrado. Yo, como bloguero de una tierra lejana a Venezuela, solo puedo imaginar lo que significa encontrarse dentro de una catástrofe. No puedo ofrecerles una ayuda que vaya mucho más allá de las palabras. Sé que las palabras no bastan. Pero también sé que, cuando nacen del respeto y de la responsabilidad, pueden acompañar, unir conciencias y recordar que nadie debería ser dejado solo.
Mi impresión es que esta tragedia es también un llamado para todos nosotros. Caminamos como funámbulos sobre el hilo de la vida. Vivimos en un equilibrio delicado y muy precario. Las preguntas sobre el sentido de una existencia que puede cambiar en un instante llaman continuamente a nuestra conciencia, aunque las respuestas sean siempre incompletas.
Estos terremotos marcan un punto de quiebre, un antes y un después. Después de la destrucción, viene la reconstrucción. A nivel individual, esto significa no rendirse nunca, ni siquiera cuando la rabia, la decepción y el miedo son realmente fuertes.
Daisaku Ikeda, basándose en los escritos de Nichiren Daishonin, dijo que cuanto más profunda es la oscuridad, más cerca está el amanecer, y que por muy profundo que sea el sufrimiento que nos envuelve, nunca debemos olvidar la chispa interior de la esperanza y del coraje.
No interpreto estas palabras como una invitación fácil al optimismo. El amanecer no borra los escombros, no devuelve de inmediato las casas, no anula el dolor de quien ha perdido a alguien o algo, ni el sufrimiento de quien ha quedado herido o mutilado. Pero señala una dirección: incluso cuando la vida parece quebrarse, dentro del ser humano permanece una fuerza capaz de levantarse, pedir ayuda, tender la mano y volver a empezar.
A ustedes, queridos amigos y amigas de Venezuela, quisiera decirles esto: no están solos. Su sufrimiento pertenece también a la conciencia de quienes los miran desde lejos. La reconstrucción no será solo material; será también moral, afectiva y comunitaria. Cada gesto de cuidado, cada palabra de aliento, cada persona que no es abandonada se convierte en una pequeña piedra colocada en los cimientos del mañana.
(29 de junio de 2026)