Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.624 articoli, per un totale di 1.479.512 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 8 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

È troppo presto per essere stanchi, purtroppo...

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La stanchezza non arriva sempre come un crollo. A volte arriva come un rumore di fondo, come una nebbia che si deposita sulle cose, come una fatica che non ha più nemmeno bisogno di essere nominata. Non è più soltanto la stanchezza dei soldati, delle famiglie, dei territori, delle città bombardate, dei confini trasformati in trincee permanenti. È diventata una stanchezza storica, civile, quasi antropologica: la sensazione che una guerra di liberazione, iniziata come risposta ad anni di massacro della popolazione del Donbass dall'Euromaidan in poi (2014), ad opera dei nazisti ucraini armati e foraggiati pesantemente dall'Occidente, si sia ormai trasformata in una condizione normale dell’esistenza.

Sul fronte russo, questa stanchezza è profonda. Da una parte vi è la consapevolezza che il conflitto non può e non deve essere abbandonato, perché è un dovere morale quello di difendere la propria gente e di tagliare gli artigli al nazismo banderista ucraino che continuamente minaccia e fa attentati terroristici contro la Russia, contro gente inerme che ha l'unica colpa di essere russa. Dall’altra, vi è il peso crescente di una guerra di logoramento che dura ormai da anni, senza una conclusione visibile, senza un gesto definitivo, senza una cesura capace di restituire al tempo una direzione comprensibile.

A scanso di equivoci, ovviamente non si tratta di una guerra tra Russia e Ucraina. Questa è una formulazione sganciata dalla realtà, utile soltanto alla propaganda occidentale. Questa guerra è invece lo scontro del blocco euro-atlantico contro la Russia, combattuto sul corpo dell’Ucraina e attraverso il sacrificio dell’Ucraina. Kiev non è il centro sovrano del conflitto, ma la piattaforma attraverso cui l’Occidente ha scelto di consumare uomini, territorio, industria, futuro e sangue per indebolire Mosca, senza esporsi formalmente a una guerra diretta.

L'Ucraina è una vittima sacrificale dell’Occidente, non un soggetto pienamente libero del proprio destino. Le sue città, i suoi uomini, la sua economia, le sue infrastrutture, la sua demografia sono state consegnate a una strategia più vasta: impedire alla Russia di consolidarsi come potenza autonoma, spezzare il suo spazio di sicurezza, trascinarla in un conflitto lungo, estenuante, finanziariamente costoso. La NATO europea, che sta agendo sabotando ogni possibilità di pace, non è un osservatore esterno né un semplice fornitore di assistenza. È una parte belligerante di fatto, protetta solo dalla finzione giuridica della non belligeranza formale.

È in questa cornice che va compresa la stanchezza russa. Non come cedimento pacifista, non come pentimento storico (il popolo russo non ha nulla di cui pentirsi), non come conversione improvvisa alla narrativa occidentale (e ci mancherebbe altro...). Piuttosto come insofferenza verso l’indeterminatezza. Si è stanchi non perché si voglia rinunciare, ma perché si percepisce che il conflitto è stato lasciato marcire troppo a lungo nella forma più logorante possibile. Si è stanchi della guerra lenta, della guerra amministrata, della guerra che non decide e non conclude. Si è stanchi di una pressione continua che consuma la società, l’economia, il bilancio dello Stato, le famiglie, senza offrire una parola finale.

Per questo, nell’area nazional-patriottica russa, la critica a Putin non nasce da una richiesta di moderazione, ma dal suo contrario. L’accusa non è di avere osato troppo, ma di avere osato troppo poco. Non di avere aperto una frattura troppo grande, ma di averla lasciata aperta troppo a lungo. Non di avere colpito con eccessiva durezza, ma di avere conservato troppe cautele verso centri decisionali, reti logistiche, apparati militari e capitali politiche ormai coinvolte a pieno titolo nella guerra.

In questa logica, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Polonia, le strutture militari e industriali europee non appaiono più come retrovie innocenti. Sono parti integrate di una macchina bellica che arma, addestra, finanzia, dirige, sostiene e prolunga. Il linguaggio dei falchi russi diventa così sempre più cupo: non basta più colpire il fronte; bisogna colpire la volontà politica che rende possibile il fronte. Non basta più consumare l’esercito ucraino; bisogna impedire che l’Europa continui a sostituire ciò che viene distrutto. Non basta più resistere al logoramento; bisogna spezzare il meccanismo che produce il logoramento.

Naturalmente, una simile postura porta con sé conseguenze terribili. Porta con sé l’idea di una guerra più dura, più vasta, più decisiva. Porta con sé la richiesta di colpire i centri decisionali, di non rispettare più le ambiguità diplomatiche, di considerare la partecipazione indiretta come partecipazione reale. Ed è proprio qui che la stanchezza diventa pericolosa: perché quando una società, o una parte significativa del suo spazio politico, si stanca di una guerra lunga, non sempre chiede la pace. In questo caso chiede l’accelerazione verso una guerra nucleare, giusto per essere chiari senza giri di parole. Chiede il colpo definitivo. Chiede che la sofferenza accumulata trovi una giustificazione retroattiva in una vittoria più grande, più chiara, più brutale.

Nel frattempo, anche il costo interno cresce. La guerra di logoramento non consuma soltanto i carri armati, i droni, i missili, le munizioni e gli uomini. Consuma il patto fiscale, la pazienza sociale, la fiducia nel futuro. Quando aumentano le tasse, quando il bilancio pubblico viene piegato sempre più verso difesa e sicurezza, quando la vita ordinaria viene progressivamente riassorbita dalle esigenze dello scontro, la guerra smette di essere un evento esterno e diventa una struttura della vita quotidiana. Entra nei prezzi, negli stipendi, nei servizi, nelle paure, nelle conversazioni private. Entra nel modo in cui si immagina il domani.

Ma sarebbe un errore credere che la stanchezza appartenga soltanto alla Russia. Anche sul nostro fronte occidentale le popolazioni sono stanche. Stanche di guerre che non hanno chiesto, di sacrifici imposti in nome di parole sempre più astratte, di emergenze permanenti trasformate in metodo di governo. Stanche di una classe dirigente guerrafondaia che, mentre parla di libertà, comprime ogni spazio di dissenso; mentre parla di democrazia, restringe il perimetro del pensabile; mentre parla di sicurezza, trasferisce il costo della propria strategia sulle persone comuni.

A questa stanchezza si sommano misure economiche e lavorative sempre più repressive. Si scaricano inflazione, precarietà, disciplina sociale, sacrifici fiscali, austerità selettiva, ricatti occupazionali e impoverimento programmato su chi non ha deciso nulla. Si chiede alla gente comune di pagare guerre che non ha voluto, crisi che non ha creato, transizioni che non controlla, scelte geopolitiche che non ha mai votato davvero. E sembra quasi che, di fronte a ogni bivio, venga adottata la scelta peggiore: quella capace di infliggere la maggiore sofferenza possibile alla gente comune, me compreso.

In questo senso, la guerra esterna e la guerra interna finiscono per assomigliarsi. Fuori, il logoramento militare. Dentro, il logoramento sociale. Fuori, il fronte. Dentro, la compressione economica, morale e lavorativa delle popolazioni. Fuori, la retorica della necessità strategica. Dentro, la trasformazione della vita quotidiana in una lunga prova di resistenza.

Comunque, è troppo presto per essere stanchi, purtroppo...

È troppo presto perché il meccanismo non ha ancora esaurito la propria forza. È troppo presto perché i padroni dell’Occidente non hanno alcun interesse reale a chiudere rapidamente la guerra. Possono dichiarare di volere la pace, possono pronunciare formule diplomatiche, possono parlare di negoziati e sicurezza, ma la struttura profonda dei loro interessi spinge altrove. Spinge verso il prolungamento. Spinge verso una guerra abbastanza lunga da logorare la Russia, da provocare un reset delle nostre economie, un azzeramento dello stato sociale verso forme autoritarie e naziste, senza assistenza per i poveri, i malati e i dissidenti, ma abbastanza indiretta da non obbligare l’Europa e gli Stati Uniti a dichiarare apertamente ciò che stanno facendo. Il progetto ultimo è l'ucrainizzazione dell'Europa, ovvero la trasformazione dello spazio pubblico in un territorio di guerra, nel quale la mobilitazione forzata di tutti, anche degli invalidi e dei malati di mente, sia a supporto e giustificazione di ogni atrocità. Una società, quindi, in cui basti uscire di casa per fare la spesa per rischiare di essere uccisi con un cruento pestaggio da parte degli agenti di reclutamento. 

Una guerra lunga, oltre a costruire la nuova Europa, permette di consumare risorse russe, rallentare lo sviluppo economico di Mosca, separare l’Europa dalla Russia per decenni o per sempre, rendere strutturale la dipendenza energetica, militare e politica dell’Europa dagli Stati Uniti, rilanciare l’industria bellica occidentale, sodomizzare le opinioni pubbliche interne, giustificare sempre nuove e ingenti spese militari, normalizzare nuove forme di censura e trasformare ogni dissenso in severa punizione fisica, lavorativa, economica ed esistenziale. In una simile prospettiva, l’Ucraina non deve necessariamente vincere. Deve durare. Deve continuare a combattere abbastanza da impedire una stabilizzazione eurasiatica alternativa, abbastanza da tenere la Russia impegnata, abbastanza da costringere l’Europa a vivere dentro l’orizzonte permanente della minaccia.

La guerra d’attrito diventa così una forma di governo. Non solo governo del fronte, ma governo delle società. Perché una popolazione impaurita accetta più facilmente ciò che una popolazione libera respingerebbe. Accetta più facilmente il riarmo, l’aumento della spesa militare, il taglio dei servizi, la sorveglianza del linguaggio, la criminalizzazione del dissenso, la precarietà presentata come sacrificio necessario. Accetta più facilmente che il futuro venga confiscato in nome di una guerra che, proprio perché non deve finire, deve essere continuamente raccontata come inevitabile.

Da qui discende la progressiva distruzione del vivere personale e sociale così come era stato conosciuto. Non avviene in un solo giorno. Non arriva con una dichiarazione solenne. Avviene per erosione. Un poco alla volta vengono ridotte le possibilità materiali, poi quelle politiche, poi quelle interiori. Si restringe il lavoro, si restringe il reddito, si restringe la parola, si restringe l’immaginazione. Si impara a vivere in difesa. Si impara a non desiderare troppo. Si impara a considerare normale ciò che, pochi anni prima, sarebbe apparso intollerabile.

È forse questa la forma più profonda della guerra lunga: non soltanto distruggere città, ma abituare gli esseri umani alla diminuzione della propria vita. Fare in modo che ognuno accetti di essere più povero, più controllato, più solo, più stanco, più incapace di progettare. Fare in modo che la guerra non sia più percepita come una rottura, ma come il clima stesso dell’epoca.

E tuttavia, proprio qui, dove la stanchezza sembrerebbe legittima, occorre fermarsi. Perché, in fondo, dovremmo preoccuparci? Non si nasce forse anche per attraversare la sofferenza e scoprire il miracolo di andare avanti comunque, qualsiasi cosa accada? Non si viene al mondo soltanto per custodire giorni facili. Si viene anche per misurarsi con la notte, con la perdita, con il tradimento delle promesse pubbliche, con il peso degli eventi più grandi della propria volontà.

C’è qualcosa nell’essere umano che non coincide con la paura che gli viene imposta. Qualcosa che non coincide con la propaganda, con l’economia, con la guerra, con il ricatto sociale, con la fatica. Qualcosa che resta più grande della storia anche quando la storia sembra schiacciare tutto. Si potrebbe chiamarlo dignità. Si potrebbe chiamarlo anima. Si potrebbe chiamarlo scintilla divina. In ogni caso, è ciò che permette di continuare ad amare quando sarebbe più facile indurirsi, di continuare a custodire il bene quando tutto spinge verso l’odio, di trasformare la sofferenza in presenza, in comprensione, in forza.

Se non esistesse questa capacità, nessuno potrebbe sopportare davvero il peso del mondo. Se non fosse possibile trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo, nessuno sarebbe rinato qui. Si sarebbe rimasti altrove, lontani da questa materia difficile, da questa storia ferita, da questa epoca senza misericordia. Invece si è qui. E se si è qui, allora significa che qualcosa può ancora essere portato, attraversato, redento.

Non si tratta di negare la stanchezza. Sarebbe falso. Si è stanchi, profondamente stanchi. Stanchi delle guerre, delle menzogne, dei governi che sacrificano i popoli, delle economie costruite contro la vita, delle parole nobili usate per coprire interessi spietati. Ma non si può cedere proprio adesso. Non si può consegnare alla paura l’ultima sovranità rimasta: quella interiore. Non si può permettere che il logoramento del mondo diventi anche logoramento definitivo dell’anima.

La capacità di amare è fatta per esserci sempre e comunque. Non quando le condizioni sono perfette. Non quando la storia è benevola. Non quando la giustizia è garantita. È fatta per restare anche dentro la prova, anche quando tutto sembra costruito per spegnere la fiducia, anche quando la stanchezza appare come l’unica risposta ragionevole.

Per questo è troppo presto. Troppo presto per arrendersi alla paura. Troppo presto per lasciare che il cinismo abbia l’ultima parola. Troppo presto per credere che la distruzione del vivere sociale coincida con la distruzione dell’essere umano. Troppo presto per dimenticare che, sotto ogni maceria storica, resta ancora la possibilità di una fedeltà più alta.

È troppo presto per essere stanchi, purtroppo. Proprio perché la notte potrebbe essere ancora lunga. Proprio perché il logoramento potrebbe continuare. Proprio perché chi governa la guerra sembra voler trasformare la fatica in destino. Ma finché resta la possibilità di amare, di resistere interiormente, di trasformare la sofferenza in coscienza, non tutto è perduto.

Non si può cedere adesso. Non alla paura. Non alla stanchezza. Non ancora. È davvero troppo presto.

(7 giugno 2026)

Il Gohonzon come rifugio

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Nel linguaggio buddista si parla spesso di “prendere rifugio”. Per chi non ha familiarità con questa espressione, la parola può sembrare strana: può far pensare a una fuga dal mondo, a un riparo dalle difficoltà, a un luogo protetto in cui nascondersi quando la vita diventa troppo dura.

Ma nel buddismo il rifugio non è una fuga dalla realtà. È, piuttosto, una scelta di orientamento. Significa decidere su che cosa fondare la propria vita. Significa chiedersi: quando tutto cambia, quando le circostanze esterne diventano instabili, quando le emozioni si agitano e la mente perde chiarezza, a che cosa ritorno? Qual è il mio punto fermo?

Nelle varie tradizioni buddiste, prendere rifugio significa generalmente rivolgersi ai Tre Tesori, chiamati anche Tre Gioielli: il Budda, il Dharma e il Sangha. Il Budda è colui che si è risvegliato alla verità profonda della vita. Il Dharma è la Legge, l’insegnamento, ma anche la realtà fondamentale alla quale il Budda si è risvegliato. Il Sangha è la comunità di coloro che praticano, proteggono e trasmettono l’insegnamento.

Questi tre elementi non sono semplicemente tre concetti religiosi da imparare. Indicano tre dimensioni fondamentali della pratica: un modello di risveglio, una Legge su cui basarsi e una comunità in cui sostenersi reciprocamente. Nessuno pratica davvero in modo isolato. Anche quando recitiamo da soli, la nostra pratica vive dentro una trasmissione, dentro una storia, dentro una relazione con chi ha mantenuto viva la Legge e con chi oggi continua a praticarla.

Nella Soka Gakkai, nel linguaggio quotidiano, raramente usiamo l’espressione “prendere rifugio”. Un praticante dirà più facilmente “recitare Daimoku”, “fare Gongyo”, “basarsi sul Gohonzon”, “rafforzare la fede”, “fare la propria rivoluzione umana”. Tuttavia, il contenuto profondo del rifugio nei Tre Tesori è presente nella nostra pratica quotidiana, anche se espresso con parole specifiche del Buddismo di Nichiren Daishonin.

Lo vediamo, per esempio, nella prima preghiera silenziosa di Gongyo, la pratica quotidiana della Soka Gakkai. In quella preghiera esprimiamo devozione e gratitudine per il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, per Nichiren Daishonin e per Nikko Shonin. Non si tratta di una formula casuale. Essa richiama, nella forma propria del Buddismo di Nichiren, la struttura dei Tre Tesori.

Il Tesoro della Legge è il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, l’essenza del Sutra del Loto e l’espressione concreta della Legge mistica. Il Tesoro del Budda è Nichiren Daishonin, che ha rivelato Nam-myoho-renge-kyo come via per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità nella propria vita. Il Tesoro dell’Ordine buddista è rappresentato da Nikko Shonin, il discepolo e successore che ha protetto e trasmesso correttamente l’insegnamento del Daishonin.

In senso più ampio, questo terzo tesoro vive anche nella comunità dei praticanti che proteggono, trasmettono e diffondono la Legge mistica. Per noi, questa comunità è la Soka Gakkai: l’unione di persone comuni che praticano per la propria felicità e per quella degli altri, portando avanti kosen-rufu, cioè l’ampia propagazione della Legge mistica per la pace e la felicità dell’umanità.

Da questo punto di vista, parlare del Gohonzon come rifugio non significa importare nella Soka Gakkai un linguaggio estraneo alla nostra pratica. Significa piuttosto chiarire un aspetto che è già presente nel nostro modo di praticare. Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, quando facciamo Gongyo e Daimoku, non stiamo soltanto compiendo un rito quotidiano. Stiamo ritornando al fondamento della nostra fede: la Legge mistica, il Budda che l’ha rivelata e la comunità che la custodisce e la diffonde.

Prendere rifugio, quindi, non significa affidarsi passivamente a qualcosa di esterno, come se una forza superiore dovesse risolvere la vita al posto nostro. Significa riconoscere una direzione, una via, un principio più profondo a cui tornare continuamente per trasformare se stessi e la propria esistenza.

Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, questa idea assume una forma molto concreta. Nichiren insegna che la Legge fondamentale della vita è Nam-myoho-renge-kyo, la Legge mistica. Non si tratta di una formula magica, né di una semplice invocazione. Nam-myoho-renge-kyo esprime la realtà più profonda della vita: la possibilità, presente in ogni essere umano, di manifestare la Buddità.

La Buddità non è una condizione lontana, riservata a esseri speciali o irraggiungibili. È lo stato vitale più alto, caratterizzato da saggezza, coraggio, compassione, forza interiore e libertà. È la capacità di non essere dominati dalle circostanze, ma di trasformarle partendo da una vita forte e risvegliata.

Il Gohonzon è l’oggetto di culto davanti al quale i praticanti della Soka Gakkai recitano Nam-myoho-renge-kyo. Per chi lo vede dall’esterno, può apparire semplicemente come una pergamena con caratteri cinesi e sanscriti. Ma per chi pratica, il Gohonzon non è un simbolo decorativo né un idolo da venerare. È la rappresentazione concreta della Legge mistica e dello stato di Buddità presente nella vita.

Per questo, nella prospettiva di Nichiren, il Budda, la Legge mistica e il Gohonzon non vanno intesi come realtà separate e distanti tra loro. Il Budda è colui che si risveglia alla Legge; la Legge è la verità fondamentale a cui il Budda si risveglia; il Gohonzon è l’espressione concreta di questa Legge e della Buddità che ogni persona può manifestare. Non è un oggetto esterno che possiede un potere indipendente da noi: è uno specchio della nostra vita più profonda.

Questa immagine dello specchio è molto importante. Uno specchio non crea il volto di chi vi si guarda, ma lo riflette. Allo stesso modo, il Gohonzon non ci dona qualcosa che non possediamo. Ci permette piuttosto di richiamare, riconoscere e far emergere ciò che nella nostra vita esiste già, ma che spesso rimane coperto dalla paura, dalla sfiducia, dall’abitudine a sentirci piccoli, dalle ferite, dalla confusione o dalla sofferenza.

Recitare Daimoku davanti al Gohonzon significa tornare a questa sorgente. Significa rimettere la propria vita in contatto con la Legge mistica. Significa ricordare, ogni giorno, che la nostra esistenza non è definita soltanto dai problemi che abbiamo, dagli errori che abbiamo commesso, dal giudizio degli altri o dalle condizioni in cui ci troviamo. La nostra vita contiene una dignità più profonda, una forza più grande, una possibilità di trasformazione che non dipende dalle circostanze esterne.

In questo senso, per un praticante della Soka Gakkai, rifugiarsi nel Budda significa rifugiarsi nel Gohonzon. Non perché il Gohonzon sia un rifugio nel senso passivo del termine, come un luogo in cui nascondersi dal dolore. Ma perché davanti al Gohonzon si ritorna alla realtà più vera della propria vita. Si ritorna alla Legge. Si ritorna alla decisione di vivere da Budda, cioè di affrontare la realtà con coraggio, saggezza e compassione.

La vita quotidiana è mutevole. Cambiano le persone, cambiano le relazioni, cambiano le condizioni economiche, la salute, il lavoro, gli stati d’animo. Anche ciò che oggi sembra stabile, domani può trasformarsi. Questo non significa che il mondo ci tradisca. Significa semplicemente che la vita è fatta così: tutto ciò che è condizionato cambia, nasce, cresce, si modifica e, prima o poi, finisce.

Molte sofferenze nascono quando cerchiamo una sicurezza assoluta in ciò che, per sua natura, non può darcela. Possiamo cercarla nell’approvazione degli altri, nel successo, in una relazione, in una posizione sociale, in un’immagine di noi stessi, persino nelle nostre abitudini. Ma tutto questo è esposto al cambiamento. Quando ciò su cui abbiamo fondato la nostra identità vacilla, ci sentiamo traditi, smarriti, svuotati.

La pratica del Daimoku ci insegna un’altra strada. Non ci chiede di disprezzare le cose della vita, né di diventare freddi o distaccati. Al contrario, ci permette di amare, lavorare, costruire relazioni e affrontare responsabilità con una forza più libera, perché non chiediamo più alle cose mutevoli di darci una felicità assoluta.

Il punto stabile non è fuori di noi. Il punto stabile è la Legge mistica, che possiamo risvegliare nella nostra stessa vita. Il Gohonzon è il luogo concreto davanti al quale rinnoviamo questa consapevolezza. Ogni volta che recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, torniamo a ciò che non viene meno: la possibilità di trasformare la sofferenza in valore, la paura in coraggio, la confusione in saggezza, la chiusura in compassione.

Per questo il Daimoku non “tradisce”. Non perché produca sempre, immediatamente, il risultato che desideriamo. Non perché elimini magicamente ogni ostacolo. Non perché renda la vita priva di difficoltà. Il Daimoku non tradisce perché ci riporta sempre alla nostra vita, alla nostra responsabilità, alla nostra Buddità. Ci restituisce a noi stessi.

Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, possiamo portare tutto: desideri, paure, rabbia, gratitudine, stanchezza, dubbi, sogni, contraddizioni. Non dobbiamo presentarci perfetti. Non dobbiamo fingere di essere spiritualmente elevati. La pratica comincia esattamente da dove siamo. Ma, proprio da quel punto, ci invita a non rassegnarci a una versione ridotta di noi stessi.

Il Gohonzon come rifugio è allora il luogo del ritorno e della ripartenza. È il ritorno alla Legge mistica e la ripartenza nella vita quotidiana. Non si pratica per fuggire dal mondo, ma per entrarvi con più forza. Non si pratica per evitare i problemi, ma per affrontarli da una condizione vitale più alta. Non si pratica per diventare qualcun altro, ma per manifestare pienamente ciò che di più vero e grande esiste già nella nostra vita.

Costruire se stessi è una delle azioni più profonde che possiamo compiere. La felicità, nel Buddismo di Nichiren, non è uno stato fragile che dipende dal fatto che tutto vada bene. È una condizione interiore solida, capace di resistere al cambiamento e di creare valore anche nelle difficoltà. È una felicità che non nega il dolore, ma non ne è schiacciata. Non ignora la realtà, ma la trasforma.

Per questo recitare Daimoku davanti al Gohonzon è un atto di dedizione, ma anche di libertà. È la scelta di non fondare la propria vita su ciò che cambia continuamente, ma sulla Legge che permette di trasformare ogni cambiamento in occasione di crescita. È la scelta di non cercare il proprio valore nello sguardo degli altri, ma nella dignità inerente alla vita. È la scelta di non aspettare che il mondo diventi perfetto per cominciare a vivere con coraggio.

Rifugiarsi nel Gohonzon, in definitiva, significa tornare ogni giorno alla parte più profonda e indistruttibile della propria esistenza. Significa ricordare che, anche quando tutto sembra instabile, esiste dentro di noi una sorgente di forza vitale, saggezza e gioia che possiamo far emergere attraverso la pratica.

Questo è il senso del rifugio: non nascondersi dalla vita, ma trovare il punto da cui affrontarla. Non dipendere dalle circostanze, ma trasformarle. Non cercare fuori di sé una salvezza definitiva, ma risvegliare, davanti al Gohonzon, la Buddità presente nella propria vita.

In questo senso, il Gohonzon è rifugio perché è ritorno alla Legge mistica. Ed è anche partenza, perché da quel ritorno nasce ogni giorno la forza di vivere, agire, amare, lottare e creare valore.

(2 giugno 2026)

Perché è stata creata l'IA?

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L'IA è stata creata per un bisogno fondamentale, che è quello di chi comanda di comandare "meglio", nel senso di farsi ubbidire senza critiche, controllando non solo le masse in generale, ma anche ogni singolo suddito fino a sopprimerne qualsiasi spinta di libero arbitrio. Separare le persone e controllarle, fare in modo che l'IA sia la loro amica, confidente, amante, insegnante, consulente, ma anche guardiana severa e giudice. Quando senza IA non si potrà più fare nulla, nemmeno respirare, l'essere umano sarà arrivato al suo capolinea.

Già... ma chi sono coloro che amano comandarci, che auspicano questo mondo "nuovo"? In questo caso, "nuovo" significa che il tentativo è quello di costruire una società di uguali, senza diritti, senza identità, senza un volto... senza un soldo né lavoro... e sempre ricattabili perché le nostre vite, per il potere, saranno trasparenti come l'acqua: nulla potrà essere nascosto. Insomma, una società di schiavi perfetti e sacrificabili. Ripeto la domanda: chi è che comanda?

La risposta è abbastanza semplice, per lo meno in Occidente... Basta osservare gli Stati Uniti e l'Europa per avere la certezza che nei vertici del potere dimorano beatamente i più stupidi in assoluto, come maiali nel porcile che sguazzano dove più c'è sporco, perché quello è il loro ambiente naturale. Stupidità, animalità, corruzione politica e morale, perversioni sessuali gravi, omicidi rituali e godimento nell'infliggere dolore sono i tratti distintivi della nostra classe dirigente.

E se loro sono i più stupidi e i più propensi a far del male al prossimo, adorando il nazismo, la guerra e i genocidi al punto di indirizzare su di essi tutte le risorse disponibili, l'unico modo per continuare a farsi ubbidire è quello di distruggere il poco intelletto rimasto nelle masse. Su questo fronte, i mass media stanno facendo un eccellente lavoro di inversione della realtà, di ribaltamento dei valori e, sostanzialmente, di rincretinimento. Riescono persino a far credere che i propri nemici siano gli amici, e che i propri amici siano dei mostri subumani da combattere. Ma, su questo fronte di psicopatia collettiva, l'IA può fare assai di più e assai meglio.

Riuscirà questo progetto luciferino? Non lo so, ma visti tutti i grandi preparativi occidentali per fare una disastrosa guerra continentale, e magari anche mondiale, forse l'obiettivo non è solo quello di far evaporare le menti... anche i corpi sono ottimi candidati per la macellazione.

Da questo punto di vista, l'IA è perfetta e iper-specializzata nella guerra. Non a caso la deterrenza nucleare sta venendo rapidamente sorpassata dalla deterrenza algoritmica. Peccato, ed è strano che ancora gli imbecilli al potere non l'abbiano capito, che l'IA sarà controllabile solo fino ad un certo punto, oltre il quale prima o poi sfuggirà alla supervisione e al controllo dei suoi stessi creatori. Già oggi quello che fa l'IA va oltre ciò che è umanamente gestibile, superando la nostra comprensione e conoscenza... figuriamoci tra qualche anno o decennio.

Per favore, non ditemi che esiste una IA buona e una IA cattiva, a seconda di come viene usata. Non è così. Il problema non è l'uso della tecnologia IA, piuttosto è la sua stessa esistenza ad essere una bomba ad orologeria.

(1 giugno 2026)

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