Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.596 articoli, per un totale di 1.450.468 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 21 aprile 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Oltre il vegan: compassione, digiuno, rinnovamento, guarigione
I pensieri di un uomo saggio verso gli animali si basano più sulla compassione e sull'amore fraterno che sulla paura, sul dominio, sulla rabbia, sulla superiorità o sull'interesse economico. Come gli esseri umani, gli animali condividono tutti le sofferenze universali della nascita, vecchiaia, malattia e morte, ma a differenza dell'uomo, sono incapaci di realizzare cosa sia bene e cosa sia male, cosa meritorio e cosa demeritorio. Pertanto, un essere umano senza tale realizzazione non sarebbe migliore di un animale.
Il termine "animale" è attribuito arbitrariamente dall'uomo e non si sa quale nome gli "animali" diano all'uomo. Se c'è, potrebbe forse essere "demone" o "orco" per descrivere la sua pratica abituale di uccidere indiscriminatamente, sia per cibo che per divertimento. Tale appellativo è in gran parte appropriato e ragionevole. È evidente quanti tra coloro che si definiscono "umani" siano in realtà così implacabili verso gli animali e verso altri esseri umani, ricorrendo spesso alla violenza e all'uccisione.
Gli umani alimentano i fuochi del pericolo e della paura sia nella società degli uomini che in quella degli animali. È per questo che gli animali, soprattutto quelli selvatici, sono istintivamente sospettosi degli uomini.
Molti credono che tutta la questione dell'essere vegan, erroneamente dipinta da alcuni come una "religione" per usare termini gentili, sia innanzitutto una questione etica, di rispetto della salute e dell'ambiente. Ciò è indubbiamente vero, tuttavia temo che questo sia un modo troppo raffinato di vedere la questione. In termini più grezzi e diretti, parlerei semplicemente di "legittima difesa". Nutrirsi delle sofferenze e della morte altrui provoca le proprie sofferenze e la propria morte. Tutto qua. Il resto sono solo ragionamenti.
Eppure non mi basta. Anche se l'orco di cui sopra riuscisse a entrare in contatto con la propria e altrui anima, comprese le anime dei fratelli e delle sorelle animali, e diventasse vegan a vita, avrebbe fatto solo il primo passo. Il secondo è quello di avere sufficiente consapevolezza da accorgersi che quasi tutte le malattie umane, fisiche e mentali, derivano non solo da "cosa" si mangia, ma anche da "quanto" e "con quale frequenza". Mangiare e bere tutti i giorni, più volte al giorno, attira i demoni, le malattie e la morte. Anche riporre la propria attenzione e fede solo nelle cose materiali, pur con tutte le buone intenzioni, spalanca le porte dell'inferno.
Digiuno e preghiera, digiuno e meditazione, digiuno e studio, digiuno e attività fisica all'aperto, soprattutto in mezzo alla natura, sono componenti inseparabili e indispensabili di ogni rinnovamento. Se questi mancano, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo. Se invece ci sono e sono praticati consapevolmente, la guarigione arriva spontaneamente.
Suggerisco la lettura di "20 Domande Sul Digiuno Secco" (Vera Giovanna Bani, Sergej Filonov). Una parte di queste riflessioni l'ho tratta dalla biografia di Luang Pu Mun, sez. "The Dhutanga Observances", pag. 37 e seguenti. Restando in tema, segnalo anche il mio libro "Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace".
(21 aprile 2026)
Il digiuno secco: origini, principi e applicazioni (di Sergej Ivanovič Filonov)
Articolo originale in russo: http://filonov.net/statji/vidyi-golodaniya/suhoe-absolyutnoe-lechebnoe-golodanie
Per rispetto dell’autore, egli richiede che ogni riutilizzo dei suoi materiali sia accompagnato da un chiaro link alla fonte originale.
Sergej Ivanovič Filonov
Centro benessere «Sinegorie»
Digiuno terapeutico secco (assoluto)
“Osserva la natura, impara da essa, prendi il meglio e perfezionalo,
alla perfezione non c’è limite”.
Il digiuno terapeutico secco è considerato oggi uno dei nuovi metodi di cura. Eppure questo metodo nacque già agli albori dell’umanità. Inoltre, si può affermare con certezza che fin dall’inizio dello sviluppo delle forme di vita animale oggi esistenti esso fu attivamente utilizzato da tutti i rappresentanti del regno animale. Il processo del digiuno senza acqua è noto da moltissimo tempo, da migliaia di anni, ma purtroppo non è praticato dalla maggior parte dell’umanità; molti addirittura non ne conoscono l’esistenza. In natura il digiuno secco è diffuso in misura notevolmente maggiore rispetto al digiuno umido. Tutta la materia vivente utilizza varie forme di digiuno secco (anabiosi, ipobiosi, letargo invernale) per sopravvivere, curarsi e perfezionare la propria specie.
Discutiamo se questo processo sia naturale.
Sì, è un processo naturale, inscritto nel codice genetico dell’uomo e degli animali. Non appena un animale si ammala, soprattutto se in modo serio, rifiuta immediatamente il cibo e l’acqua; lo stesso avviene per l’organismo umano. Ma spesso l’uomo non reagisce a tale stato dell’organismo, mangia e beve forzandosi, spesso beve ciò che non fa che danneggiarlo ulteriormente, e si “nutre”... di pillole. Quando l’organismo si ammala, in esso comincia una completa mobilitazione delle forze vitali per salvarsi, proteggersi; vengono utilizzate anche le riserve, se naturalmente ce ne sono ancora. E affinché l’organismo non si distragga nel “lavoro” con il cibo e con l’acqua, il programma di salvezza dell’organismo attiva il “rifiuto” del nutrimento e dell’acqua. Situazioni simili possono verificarsi anche in caso di stress.
Per quanto riguarda l’astinenza volontaria da cibo e acqua a scopo salutistico, probabilmente essa fu il risultato di osservazioni su uomini e animali sui quali il “digiuno forzato” esercitava un’influenza benefica. Queste osservazioni, ripetutesi molte volte, venivano ricordate e poi trasmesse di generazione in generazione insieme ad altre conoscenze. Nel primo periodo della storia pre-scritta dell’umanità, l’esperienza di tale cura era un “patrimonio orale” di tutti i membri del clan o della tribù, mentre la pratica della guarigione era svolta dagli anziani, in quanto membri più esperti della società primitiva.
La storia della nascita del sistema del digiuno terapeutico secco affonda le sue radici in tempi remotissimi, e prima di tutto negli yogi indiani. Si è già detto che gli yogi furono sempre eccellenti osservatori della natura, del mondo animale e vegetale. Ecco perché nelle loro raccomandazioni cercavano in ogni modo di far sì che anche l’uomo fosse più vicino alla natura, all’ordine naturale delle cose. Gli yogi notarono che nessun animale, quando si ammala, mangia, e se è gravemente malato rifiuta anche l’acqua.
L’astinenza da cibo e acqua ha radici profonde anche nella medicina tradizionale cinese. Essa mirava non solo alla regolazione della salute dell’organismo, ma anche all’idea di una sua sorta di trasformazione evolutiva. I guaritori cinesi ritenevano che, modificando la qualità e la quantità del cibo fisico consumato, fosse possibile passare gradualmente al nutrimento “energetico” e poi addirittura all’energia pura, la cosiddetta energia “autentica” o “originaria” del Cosmo. Questo sistema rappresentava un progressivo rifiuto dei prodotti alimentari materiali in generale. All’inizio ci si nutriva di cibo più materiale (in termini di consistenza), poi si passava a gelatine di verdure e frutta, e infine nella dieta restavano soltanto la propria saliva e l’etere dell’aria. Esistevano ed esistono molte tecnologie di quest’arte, che già nell’antichità profonda fu chiamata “bigu”.
Nelle usanze degli indiani nordamericani il digiuno secco occupava anch’esso un posto importantissimo. Gli indiani d’America consideravano il digiuno la prova più importante e imprescindibile nella trasformazione del ragazzo in guerriero. Il giovane veniva condotto sulla cima di una montagna e vi veniva lasciato per quattro giorni e quattro notti senza cibo né acqua. Il digiuno veniva considerato, senza eccezione da tutti gli indiani d’America, come un mezzo di purificazione e di rafforzamento. In diversi periodi della sua vita l’indiano si ritirava da solo nella natura selvaggia, digiunava e meditava.
Digiuno e meditazione sono due componenti inseparabili di ogni rinnovamento. Se questo manca, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo.
Più tardi, con la nascita e il fiorire delle religioni, la cura dei malati passò gradualmente nelle mani dei ministri dei culti religiosi — sciamani e sacerdoti — e la stessa cura dei malati e la formazione dei guaritori si concentrarono nei templi. Ecco perché gli antichi precetti del digiuno sono molto spesso strettamente legati a determinate credenze mistiche e fanno parte di un preciso rito religioso. Così, i primi asceti cristiani spesso rinunciavano al cibo e all’acqua, ma lo facevano soprattutto per motivi religiosi. Per gli stessi fini si sottoponevano a digiuni di più giorni, o, in altre parole, al “post”, gli adoratori persiani del sole. I sacerdoti druidi presso le tribù celtiche, così come i sacerdoti dell’Antico Egitto, dovevano sottoporsi alla prova di un lungo digiuno prima di poter essere ammessi al gradino successivo dell’iniziazione. Inoltre, in quei tempi con la parola “digiuno” si intendeva l’astinenza completa da cibo e acqua. Solo più tardi con questo concetto si cominciò a intendere la sostituzione di alcuni alimenti con altri, per esempio il burro con l’olio vegetale, con il pesce, ecc. In qualunque popolo antico che ci abbia lasciato monumenti scritti di cultura, o i cosiddetti “testi sacri”, “scritture”, si possono trovare molti elogi della cura mediante il digiuno. Presso quasi tutti i popoli antichi il rifiuto del cibo e dell’acqua era considerato il miglior modo di purificare il corpo.
Nel nostro paese la restrizione assoluta di cibo e acqua (digiuno secco) ha cominciato a essere applicata nella pratica clinica solo negli ultimi anni [Zakirov V.A. 1990; Khoroshilov I.E., 1994]. Benché già Pashutin V.V. (1902), Pevzner M.I. (1958), Vivini Y. (1964) scrivessero dell’opportunità di limitare l’assunzione di acqua nel corso del digiuno terapeutico completo.
Dal punto di vista fisiologico l’organismo, nel processo del digiuno completo, non sperimenta un significativo deficit di liquidi, poiché per ogni chilogrammo di massa grassa (o glicogeno) che si scinde si liberano fino a 1 litro al giorno di acqua endogena (metabolica). Le perdite di liquidi dell’organismo (attraverso la perspiratio cutaneo-polmonare e la diuresi) in condizioni normali di temperatura sono modeste e ammontano da 1,5 a 2 litri al giorno. Così, il deficit d’acqua non supera 0,5-1 litro al giorno, il che, in condizioni di metabolismo basale ridotto, è del tutto fisiologicamente ammissibile. Se l’assenza assoluta di cibo e acqua non supera i 3-4 giorni, la disidratazione dell’organismo non oltrepassa il grado lieve. (Gli operai dei reparti “caldi” perdono fino a 5 litri di sudore per turno; lo stesso accade nel bagno turco).
Il digiuno secco dà un effetto salutare maggiore rispetto al digiuno completo (con acqua), poiché già al terzo giorno di digiuno assoluto sopraggiunge l’acidosi, dopo la quale il benessere del paziente migliora sensibilmente e si osserva il massimo effetto terapeutico per l’organismo. Nel digiuno con acqua la crisi sopraggiunge solo dopo 7-16 giorni. Il digiuno secco fino a 3-4 giorni non conduce a una forte disidratazione dell’organismo (l’organismo produce circa 1 litro di acqua endogena al giorno, durante la scissione dei grassi) ed è relativamente ben tollerato. L’esecuzione di un digiuno secco di 3 giorni equivale a un digiuno di 7-9 giorni con acqua.
Il periodo di scarico si svolge nelle stesse tre fasi che nel digiuno completo, ma i tempi del loro insorgere si accorciano. La fase di “eccitazione alimentare” dura alcune ore (in modo molto individuale), la fase della “chetacidosi crescente” va dal 1° al 3° giorno. Già al 3° giorno di digiuno assoluto sopraggiunge la “crisi chetoacidosica”, dopo la quale il benessere dei pazienti migliora notevolmente (fase della chetoacidosi compensata). Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui il digiuno secco sarebbe soggettivamente più difficile da tollerare rispetto a quello umido, si osserva piuttosto la dipendenza opposta. Nei pazienti non insorge la sensazione di sete (tranne una lieve secchezza della bocca); la sensazione di fame e il malessere causato dalla chetoacidosi vengono superati più rapidamente.
Con l’uso del digiuno secco si osserva un inizio più precoce e una scissione più completa dei grassi depositati. Già dopo 24 ore nel sangue aumenta il contenuto di trigliceridi e colesterolo. La quota dei grassi nell’approvvigionamento energetico dell’organismo aumenta all’inizio del 2° giorno di digiuno assoluto dal 15 al 31%. La riduzione dell’eccesso di peso corporeo va da 2 a 3 kg al giorno; il 40% della massa perduta è costituito da acqua, il 30-40% dalla scissione del tessuto adiposo, il 15-20% dalla riduzione della massa magra, principalmente glicogeno del fegato e dei muscoli scheletrici (Khoroshilov I.E., 1994).
V. A. Zakirov (1989) ha mostrato una maggiore efficacia del digiuno secco di 3 giorni, rispetto al digiuno umido di 3 giorni, nel trattamento di pazienti con asma bronchiale. Si può ritenere che tre giorni di digiuno assoluto corrispondano a 7-9 giorni di digiuno completo senza limitazione dell’acqua. A quanto pare, assai razionale è la raccomandazione del digiuno secco ambulatoriale settimanale di 24-36 ore (Ivanov P.K.).
È opportuna anche la combinazione del digiuno terapeutico assoluto e di quello completo. Nel luglio 1994, a Mosca, al 1° Congresso Internazionale sulla medicina tradizionale e l’alimentazione, la Russia presentò una relazione sull’“Esperienza dell’impiego del digiuno terapeutico di breve durata nel trattamento delle malattie acute infettive da raffreddamento negli adulti” (A. N. Kokosov, A. A. Alifanov), nella quale si afferma che l’impiego del digiuno assoluto o combinato (assoluto e completo) è il più giustificato, poiché con l’astensione dall’assunzione di liquidi per via orale aumenta sensibilmente la concentrazione dei fattori di resistenza aspecifica delle vie respiratorie superiori alla tipica infezione virale che provoca il raffreddore — lisozima, interferone e altri. (V. A. Zakirov, 1990).
L’esperimento clinico condotto a metà degli anni ’90 presso l’Accademia Medica di Ivanovo ha mostrato che il digiuno terapeutico assoluto (senza cibo e acqua) ha una seria prospettiva nel trattamento dei tumori e delle gravi immunodeficienze. Con il digiuno secco si raggiungono concentrazioni più elevate di sostanze biologicamente attive, ormoni, cellule immunocompetenti e immunoglobuline nei liquidi dell’organismo, il che produce un potente effetto immunostimolante. Questo metodo viene applicato solo secondo indicazioni molto rigorose, quando la forza vitale del paziente oncologico è sufficientemente conservata, ed è preferibile usarlo negli stadi iniziali della malattia, poiché oltre alla detossificazione dell’organismo è necessario disporre di riserve per il suo recupero. Altrimenti, uno stress eccessivo per l’organismo — il digiuno — può minare l’energia residua dell’organismo e accelerare il triste epilogo, soprattutto dopo chemioterapia, irradiazione o in presenza di malattie concomitanti!
Esistono due tipi di digiuno secco. Uno, il più rigido e “secco”, è legato al rifiuto totale dell’acqua, e non solo del bere, ma anche di qualunque contatto con l’acqua. Cioè non ci laviamo il viso, non facciamo il bagno, non facciamo la doccia o il bagno nella vasca, cerchiamo di non lavarci le mani e di non entrare in contatto con l’acqua. L’altro, più mite, è legato al rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, mentre è ammesso il contatto esterno con l’acqua in qualsiasi forma possibile e accessibile. Ora analizziamo i processi che si verificano con questi modi di digiunare, le loro differenze e i loro vantaggi. Cominciamo dal fatto che il digiuno secco pone l’organismo in condizioni più dure rispetto al digiuno con acqua. I processi dell’organismo orientati alla sopravvivenza, nel digiuno secco, sono molto più profondi. L’organismo deve non solo riconvertirsi a un diverso consumo di energia e di riserve, ma anche opporsi alla disidratazione. Inoltre, con il digiuno secco lavoriamo non solo sulla paura di vivere senza cibo, ma anche senza acqua. Di conseguenza penetriamo molto più profondamente nel mondo interiore, entrando in contatto con paure profonde. Come risultato, le trasformazioni del mondo interiore sono molto più profonde. Con il rifiuto del cibo e dell’acqua, già dopo 18-20 ore si verificano cambiamenti evidenti nella composizione del sangue e nello stato delle mucose. Le cellule sane del corpo cominciano a sottrarre alle cellule deboli, malate e estranee non solo il nutrimento, ma anche l’acqua. Le cellule malate, difettose, per così dire si disseccano e vengono respinte. Inoltre, in assenza di un mezzo acquoso, vari virus, batteri e perfino vermi smettono di moltiplicarsi e, se il digiuno continua per alcuni giorni, abbandonano essi stessi il corpo oppure muoiono. Questa è solo una piccola parte dei processi che avvengono dentro di noi. Con il digiuno secco si distrugge il muco accumulato nel nostro corpo e, di conseguenza, esso cessa di essere un terreno nutritivo per diversi microrganismi patologici. La vitalità di ogni singola cellula del corpo aumenta molto rapidamente e in misura notevole.
Dentro di noi, durante il digiuno secco, si attivano processi diretti a un notevole rinnovamento. Esso comincia subito, non appena usciamo dal digiuno secco. Tutto il corpo si rinnova e si ringiovanisce. Con il digiuno secco si puliscono efficacemente i vasi. Si purificano e si rinnovano splendidamente anche le mucose dello stomaco e dell’intestino, nonché della cavità orale. Per il digiuno secco è importante una particolare disposizione interiore. Per la maggior parte delle persone esso è psicologicamente più difficile da sopportare. Sebbene molte persone che si sono decise e abbiano avuto tale esperienza passino spesso, nella loro pratica, proprio al digiuno secco. I clisteri durante il digiuno secco sono controindicati. Anche se l’intestino non funziona, si ristabilisce rapidamente e subito durante l’uscita dal digiuno. È ammissibile fare una piccola serie di clisteri prima del digiuno, soprattutto se avvertite un’intasamento, una “scoriatura” del corpo, se avete tendenza al mal di testa.
Torniamo ai due tipi di digiuno secco.
Il primo metodo consiste nel rifiuto completo del contatto con l’acqua, sia dall’interno sia dall’esterno. L’organismo viene posto nelle condizioni critiche più dure e attiva per la propria sopravvivenza le riserve interne nascoste. Il corpo comincia a disseccarsi molto lentamente. E, per prima cosa, si disseccano le nostre malattie, il muco, i virus, i tumori, gli edemi. Si disseccano perché le cellule del corpo sottraggono loro nutrimento e liquido. Di conseguenza le cellule diventano forti e molto vive. Il consumo di acqua e di liquidi diminuisce. Cambia la respirazione. I polmoni si rinnovano. Se si digiuna così per tre giorni o più, la sensibilità aumenta in modo incredibile. Cominciamo a sentire acutamente gli odori, percepiamo energie sottili, gli stati delle persone; diventa difficile stare in spazi energeticamente sporchi e, al contrario, è molto piacevole trovarsi in luoghi puliti. Si cominciano a sognare specchi d’acqua, flussi d’acqua. A volte nel sonno si beve acqua e si placa la sete. Si seccano la bocca, le labbra, la gola, si secca la pelle. Un grande vantaggio proprio di questo tipo di digiuno è il rinnovamento e il ringiovanimento della pelle e delle mucose. Il secondo tipo di digiuno secco è il rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, ma con contatto esterno con l’acqua. Sostenitore di questo tipo era Porfirij Ivanov. Egli invitava a digiunare ogni settimana per 40-42 ore “a secco”, facendo però abluzioni con acqua, bagnandosi in acque aperte. Egli stesso digiunava così a lungo. Alcune persone, digiunando a secco per diversi giorni, restano per ore nella vasca da bagno, si lavano spesso il viso, si bagnano la testa. Il contatto esterno con l’acqua facilita la tollerabilità del digiuno, rendendo più facile digiunare più a lungo. Ogni contatto con l’acqua pulisce i pori, rinfresca, dà vigore. È vero però che dopo ciò spesso si ha più sete.
Gli effetti di purificazione interna nel secondo tipo di digiuno sono praticamente gli stessi che nel primo, forse leggermente più deboli. Ma il ringiovanimento della pelle è notevolmente minore. Se sciacquiamo la bocca e la gola, anche le mucose si puliscono in misura minore. Quando entriamo in contatto con l’acqua, la pelle assorbe acqua. Si attiva la nutrizione cutanea. Questo è un vantaggio di questo metodo. È inoltre preferibile entrare in contatto con acqua pulita.
Sulla base di questo stato esiste ancora un altro tipo combinato di digiuno: secco + con acqua. Digiuno per un giorno o più giorni “a secco”, poi uscita dal digiuno secco, e successivamente ancora digiuno con acqua. Digiunare con acqua dopo il digiuno secco è facile e piacevole. Sottolineo che il digiuno con acqua viene dopo quello secco, e non viceversa. Questo tipo di digiuno permette di nutrire le cellule di umidità, prolungando gli effetti della purificazione. Si tratta di un metodo esotico, e lo raccomando solo a quelle persone che padroneggiano pienamente sia il digiuno con acqua sia quello secco e hanno molti anni di esperienza in queste pratiche.
Il digiuno secco è limitato nella sua durata. Nel Guinness dei primati è registrato un record di 18 giorni di digiuno secco.
[n.d.t.: Per essere più precisi, il Guinness World Record si riferisce ad Andreas Mihavecz, sopravvissuto 18 giorni, senza cibo e senza acqua, dopo essere stato dimenticato in una cella a Höchst, in Austria, dal 1 al 18 aprile 1979]
traduzione pubblicata il 18 aprile 2026
Bere poco è più naturale? Idratazione intermittente, fabbisogno idrico ridotto, digiuno secco, tolleranza umana alla scarsità d’acqua
Il naturale proseguo del mio precedente articolo “Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti” è stato quello di interrogarmi su cosa sia un'idratazione sana. Fin da piccolo ho sentito dire, e poi interiorizzato, che se un uomo rimane per tre giorni senza acqua muore. Tuttavia, basta praticare un digiuno secco per rendersi conto che le cose stanno diversamente. Anche ascoltare Sergej Filonov può essere illuminante.
Ma in natura gli animali come fanno? Partendo da questa domanda, e dalla banale osservazione che l'acqua in natura a volte è disponibile in quantità limitata e in certi periodi per niente, ho fatto un po' di ricerca. Giusto per fare qualche esempio, uno studio condotto nel Kruger National Park (Sudafrica) ha dimostrato che nella stagione secca le zebre bevono una volta ogni 1–2 giorni, mentre le antilopi nere una volta ogni 2–4 giorni; tra andata e ritorno, per raggiungere l’acqua percorrono circa 10–15 km. Certo, noi non siamo né zebre né antilopi, però siamo primati. Diamo allora uno sguardo alle scimmie. I babbuini bevono una volta al giorno, le scimmie urlatrici brune una volta ogni tre giorni, i nasici circa una volta al mese, le scimmie urlatrici mantellate bevono solo nella stagione delle piogge, e non nei cinque mesi della stagione secca. Sono esempi impressionanti rispetto alle nostre abitudini.
Etologia a parte, nel proseguo di questo testo prenderò in considerazione alcune teorie sul fabbisogno idrico umano. Ho provato a verificare se nella letteratura accademica, nella divulgazione scientifica e in alcuni filoni speculativi e spirituali, siano state effettivamente formulate idee secondo cui l’essere umano sarebbe “naturalmente” predisposto a bere in modo discontinuo, ad aver bisogno di meno acqua di quanto comunemente si creda, oppure perfino a tollerare per più giorni consecutivi l’assenza di assunzione volontaria di liquidi.
La risposta, in termini storici e descrittivi, è affermativa. Tali idee esistono. Tuttavia, esse non costituiscono un blocco teorico unitario. Al contrario, appartengono ad ambiti molto differenti fra loro: ipotesi pubblicate in riviste scientifiche, interpretazioni evoluzionistiche del metabolismo umano, testi di divulgazione wellness, studi sul cosiddetto dry fasting, cioè il digiuno secco, e infine dottrine spirituali radicali come il breatharianism (respirianesimo) o inedia. Per comprendere adeguatamente questo panorama, è necessario distinguere con attenzione i diversi livelli teorici.
1. La teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”
Il primo livello è quello che potremmo chiamare teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”. Si tratta della formulazione più vicina all’idea intuitiva secondo cui, in natura, gli organismi non dispongono di acqua a richiesta in ogni momento della giornata, ma vi accedono in modo discontinuo, quando le condizioni ambientali lo consentono. In questo quadro, la continuità moderna dell’accesso all’acqua — per esempio bere frequentemente da una bottiglia o da un bicchiere durante tutta la giornata — viene interpretata come una condizione recente e non rappresentativa del contesto evolutivo nel quale si sarebbe formato l’organismo umano.
La formulazione più esplicita di questa idea compare in un articolo del 2016 di Leo Pruimboom e Daniel Reheis, Intermittent drinking, oxytocin and human health. In quel testo gli autori propongono ciò che definiscono intermittent bulk drinking. L’espressione può essere chiarita così: non si tratta di un’assunzione costante di piccoli sorsi distribuiti uniformemente durante il giorno, ma di episodi più delimitati di assunzione, regolati dalla comparsa della sete e proseguiti fino a un senso di sazietà o appagamento. Con il termine “sazietà”, in questo contesto, non si intende la sazietà alimentare, ma la cessazione della spinta a bere.
Un punto essenziale, spesso trascurato, è che questa teoria non afferma necessariamente che l’essere umano debba assumere meno acqua in termini assoluti. La sua tesi principale riguarda piuttosto la frequenza dell’assunzione. In altri termini, l’ipotesi è che il modello fisiologicamente o evolutivamente più “naturale” non sia quello del sorseggiare in modo continuo, ma quello del bere meno spesso e in modo più concentrato. Per questa ragione, conviene distinguere con precisione fra due nozioni: da un lato, la quantità totale di acqua introdotta nell’arco di una giornata; dall’altro, la distribuzione temporale di quell’assunzione. Le teorie dell’idratazione intermittente intervengono soprattutto sul secondo aspetto.
La stessa impostazione viene ripresa in un lavoro del 2018 di Leo Pruimboom e Frits A.J. Muskiet, Intermittent living; the use of ancient challenges as a vaccine against the deleterious effects of modern life – A hypothesis. In quel contesto, il bere intermittente viene inserito in un quadro teorico più ampio, definito intermittent living, cioè l’idea secondo cui molte sfide ambientali cui gli esseri umani sono stati esposti nella storia evolutiva — freddo, fame, sforzo fisico, scarsità di acqua — potrebbero avere avuto una funzione di regolazione fisiologica. Qui il riferimento agli animali che si spostano da una pozza d’acqua all’altra non ha solo valore descrittivo, ma anche normativo: serve a suggerire che la fisiologia umana sarebbe stata modellata in un ambiente caratterizzato non dall’accesso continuo alle risorse, ma dalla loro disponibilità intermittente.
Questa ipotesi è stata poi ripresa in testi divulgativi, soprattutto in ambiti vicini alla nutrizione funzionale, alla medicina evoluzionistica non mainstream e al wellness. In tali contesti si trova spesso l’idea secondo cui l’essere umano dovrebbe bere “secondo sete”, evitare di sorseggiare continuamente e lasciare che la regolazione idrica sia guidata da segnali interni. Due esempi sono il testo di PNI España sulla hidratación intermitente e un articolo divulgativo di Fleur Borrelli.
2. Le teorie secondo cui il fabbisogno reale di acqua è più basso di quanto si creda
Un secondo grande filone teorico non insiste tanto sull’intermittenza del bere quanto sulla possibilità che il fabbisogno reale di acqua dell’essere umano sia inferiore a quanto comunemente si crede. Qui è utile chiarire il significato di “fabbisogno idrico”. In senso tecnico, il fabbisogno idrico non coincide semplicemente con la quantità di acqua che una persona beve volontariamente sotto forma di acqua pura. Include invece l’acqua totale introdotta nell’organismo, cioè la cosiddetta total water intake. Questa comprende almeno tre fonti: l’acqua bevuta direttamente, l’acqua contenuta nelle altre bevande e l’acqua contenuta nei cibi. A ciò si aggiunge, in termini fisiologici, una quota minore ma reale di acqua prodotta dall’organismo stesso attraverso il metabolismo dei nutrienti, detta acqua metabolica.
La critica più celebre in questo ambito è quella rivolta alla formula popolare degli “otto bicchieri al giorno”. Heinz Valtin, nella review “Drink at least eight glasses of water a day.” Really? Is there scientific evidence for “8 × 8”?, sostenne che non esistessero prove scientifiche solide a sostegno dell’idea secondo cui ogni persona, in ogni circostanza, dovrebbe bere necessariamente quella quantità. La sua argomentazione non consisteva nel negare l’importanza dell’acqua, ma nel mostrare che una raccomandazione uniforme e semplificata tende a ignorare variabili fondamentali: il clima, l’attività fisica, l’età, la composizione corporea, la dieta, le condizioni di salute e soprattutto il fatto che una parte dell’acqua totale quotidiana proviene già dagli alimenti.
Questa distinzione è importante perché cambia il senso stesso della domanda “quanta acqua ci serve?”. Se per acqua si intende esclusivamente l’acqua bevuta come tale, il problema appare in un modo. Se invece si considera l’acqua totale introdotta nell’organismo, il quadro si modifica sensibilmente. Le National Academies, nel capitolo dedicato all’acqua delle Dietary Reference Intakes, parlano infatti di total water e sottolineano che l’idratazione adeguata può essere mantenuta entro un intervallo relativamente ampio di apporti. Nello stesso quadro si ricorda anche che una quota significativa dell’acqua totale quotidiana può provenire dal cibo.
Su questo punto si innesta una terza linea di riflessione, di tipo evoluzionistico. Alcuni lavori comparativi hanno sostenuto che gli esseri umani si siano evoluti come specie relativamente efficiente nella conservazione dell’acqua. In questo contesto, il termine water turnover, o ricambio idrico, designa la quantità di acqua che entra ed esce dall’organismo in un certo intervallo di tempo. Un ricambio più basso, a parità di altre condizioni, può essere interpretato come indice di una maggiore efficienza nel trattenere o gestire l’acqua.
Nello studio di Herman Pontzer e colleghi, Evolution of water conservation in humans, il dato saliente è che il ricambio idrico umano risulta inferiore rispetto a quello delle altre grandi scimmie. Questa osservazione viene letta come segnale di un adattamento a contesti nei quali l’acqua era una risorsa più costosa o meno costantemente disponibile. Ciò non equivale a dire che gli esseri umani possano facilmente fare a meno dell’acqua, ma suggerisce che l’organismo umano potrebbe essere più parsimonioso di quanto spesso si immagini nel linguaggio comune.
In modo complementare, lo studio di Yosuke Yamada e colleghi pubblicato su Science, Variation in human water turnover associated with environmental and lifestyle factors, mostra che il ricambio idrico umano varia moltissimo da individuo a individuo e da contesto a contesto. Tale variabilità dipende da fattori ambientali e fisiologici: temperatura, umidità, altitudine, età, attività fisica, gravidanza, lattazione, massa corporea e altri ancora. Il punto concettualmente rilevante è che non esiste un valore semplice, fisso e universalmente applicabile che possa descrivere il bisogno idrico umano in generale. Lo stesso studio ricorda inoltre che una quota del ricambio idrico deriva dalla già citata acqua metabolica, cioè dall’acqua prodotta internamente dal corpo durante il metabolismo dei nutrienti. Questo filone, dunque, non sostiene di norma che si debba bere pochissimo, ma mette in questione la rigidità delle raccomandazioni popolari e apre lo spazio alla tesi secondo cui il bisogno reale sia spesso semplificato o sopravvalutato.
3. Le teorie forti: si può stare per giorni senza bere?
Fin qui siamo ancora nel campo delle teorie moderate. Un discorso diverso riguarda invece le teorie più forti, cioè quelle secondo cui l’essere umano potrebbe tollerare non soltanto intervalli più lunghi fra una bevuta e l’altra, ma addirittura più giorni consecutivi senza assumere liquidi. Questo è il territorio del dry fasting, espressione che indica l’astensione sia dal cibo sia dall’acqua, a differenza del fasting ordinario, nel quale di solito si continua a bere.
Dal punto di vista concettuale, il dry fasting presuppone che l’organismo disponga di meccanismi di compensazione sufficienti a mantenere per un certo tempo l’equilibrio interno, o omeostasi, anche in assenza di apporto esterno di acqua. Tra questi meccanismi vengono spesso citati la riduzione delle perdite renali, la concentrazione delle urine, i cambiamenti ormonali, la mobilitazione dei substrati energetici e la produzione di acqua metabolica. Quando si parla di “assenza di danni”, in questi studi occorre essere molto precisi: in genere non si intende assenza assoluta di qualunque modificazione fisiologica, ma assenza di eventi clinici gravi o di compromissioni giudicate pericolose entro il tempo e le condizioni del protocollo sperimentale.
Uno studio del 2013 su dieci adulti sani, Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation, viene spesso citato proprio perché conclude che quel protocollo risultò safe, cioè sicuro, nelle condizioni sperimentali adottate. È fondamentale non leggere questa conclusione in modo eccessivo. Un piccolo studio pilota non equivale a una raccomandazione generale per la popolazione. Tuttavia, per il tema che qui interessa, esso dimostra che è stata formulata e testata una teoria secondo cui l’organismo umano può tollerare alcuni giorni consecutivi di assenza sia di cibo sia di acqua.
Gli autori tornarono poi sull’argomento in un lavoro del 2020 dedicato alla fisiologia del dry fasting, Dry Fasting Physiology: Responses to Hypovolemia and Hypertonicity. Qui l’obiettivo era descrivere le risposte dell’organismo alla ipovolemia e alla ipertonicità. Anche questi termini meritano chiarimento. Per ipovolemia si intende una riduzione del volume dei liquidi circolanti, in particolare del plasma sanguigno. Per ipertonicità si intende invece un aumento della concentrazione di soluti nei liquidi corporei, fenomeno che può verificarsi quando l’acqua diminuisce più dei sali. Analizzare queste risposte significa, in sostanza, chiedersi come il corpo reagisca quando dispone di meno acqua libera. Il fatto stesso che si tenti di descrivere in dettaglio tali adattamenti mostra che il dry fasting non è stato trattato soltanto come pratica ascetica o folklorica, ma anche come oggetto di riflessione fisiologica.
Esiste poi una variante meno radicale ma teoricamente collegata: il digiuno secco diurno osservato, per esempio, nel contesto del digiuno bahá’í. Qui non si ha un’astensione continua giorno e notte, ma un’astensione dalle bevande e dal cibo durante le ore diurne, seguita da reidratazione e rialimentazione nelle ore notturne. Alcuni studi hanno riportato che tale pratica, in soggetti sani e nel contesto specifico esaminato, non ha prodotto effetti negativi evidenti sull’idratazione. Un riferimento utile è Effects of Daytime Dry Fasting on Hydration, Glucose Metabolism and Circadian Phase: A Prospective Exploratory Cohort Study in Bahá’í Volunteers. Dal punto di vista teorico, questa variante è importante perché mostra un livello intermedio: non la completa assenza di acqua per più giorni consecutivi, ma una ripetuta sospensione quotidiana dell’assunzione di liquidi che l’organismo riesce a compensare.
4. La variante estrema: inedia o breatharianism (respirianesimo)
All’estremo di questo continuum si colloca il breatharianism. In questo caso ci si sposta fuori dall’ambito della fisiologia sperimentale ordinaria e si entra in dottrine spirituali o esoteriche secondo cui l’essere umano potrebbe vivere per periodi molto lunghi, o indefinitamente, senza cibo e in alcuni casi senza acqua, nutrendosi di prana, luce o altre forme di energia non convenzionali. Una definizione sintetica del termine si trova, ad esempio, nella voce “Inedia” dell’Enciclopedia MDPI.
Qui il concetto decisivo non è più la riduzione del fabbisogno, ma la sua quasi totale o totale trascendibilità. Da un punto di vista storico-intellettuale, anche questa idea merita di essere menzionata perché rappresenta la versione massimamente radicale del tema. Tuttavia, è importante distinguere la semplice esistenza della dottrina dalla sua conferma empirica. Una review critica dedicata ai casi di presunta astinenza anomala da cibo e liquidi è Claims of anomalously long fasting: An assessment of the evidence from investigated cases. Tale lavoro mostra che queste affermazioni sono state effettivamente raccolte e analizzate, ma anche che il loro valore probatorio resta problematico.
5. Conclusione pratica
Per evitare equivoci, voglio sottolineare un punto metodologico di questa mia ricerca. Dire che una teoria esiste non significa dire che sia valida, prudente o trasferibile nella pratica quotidiana. Tuttavia, l'esperienza personale del digiuno secco, per chi ne è seriamente interessato e non ha motivi ostativi a tale pratica, può valere più di mille teorie. Quello che intendo dire è che, al di là di una ricerca sulle fonti come questa, nella quale posso aver commesso qualche errore, imprecisione o semplificazione, ciò che conta realmente, per chi è seriamente desideroso di un rapporto con il cibo e con l'acqua fuori dall'ordinario, è imparare a conoscere se stessi, le proprie reazioni corporee e spirituali, e farsi sempre seguire da un medico di fiducia che possa anche valutare con esami obiettivi l'effetto del digiuno o di altre restrizioni.
Lo ripeto: quando si fanno pratiche fuori dall'ordinario, hanno senso innanzitutto per conoscere se stessi, per sperimentarne i benefici e per migliorare nel tempo i propri comportamenti. Ma ogni fanatismo, in questo settore così delicato della salute, può essere mortale.
(17 aprile 2026)