Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.594 articoli, per un totale di 1.445.056 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 17 aprile 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Bere poco è più naturale? Idratazione intermittente, fabbisogno idrico ridotto, digiuno secco, tolleranza umana alla scarsità d’acqua
Il naturale proseguo del mio precedente articolo “Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti” è stato quello di interrogarmi su cosa sia un'idratazione sana. Fin da piccolo ho sentito dire, e poi interiorizzato, che se un uomo rimane per tre giorni senza acqua muore. Tuttavia, basta praticare un digiuno secco per rendersi conto che le cose stanno diversamente. Anche ascoltare Sergej Filonov può essere illuminante.
Ma in natura gli animali come fanno? Partendo da questa domanda, e dalla banale osservazione che l'acqua in natura a volte è disponibile in quantità limitata e in certi periodi per niente, ho fatto un po' di ricerca. Giusto per fare qualche esempio, uno studio condotto nel Kruger National Park (Sudafrica) ha dimostrato che nella stagione secca le zebre bevono una volta ogni 1–2 giorni, mentre le antilopi nere una volta ogni 2–4 giorni; tra andata e ritorno, per raggiungere l’acqua percorrono circa 10–15 km. Certo, noi non siamo né zebre né antilopi, però siamo primati. Diamo allora uno sguardo alle scimmie. I babbuini bevono una volta al giorno, le scimmie urlatrici brune una volta ogni tre giorni, i nasici circa una volta al mese, le scimmie urlatrici mantellate bevono solo nella stagione delle piogge, e non nei cinque mesi della stagione secca. Sono esempi impressionanti rispetto alle nostre abitudini.
Etologia a parte, nel proseguo di questo testo prenderò in considerazione alcune teorie sul fabbisogno idrico umano. Ho provato a verificare se nella letteratura accademica, nella divulgazione scientifica e in alcuni filoni speculativi e spirituali, siano state effettivamente formulate idee secondo cui l’essere umano sarebbe “naturalmente” predisposto a bere in modo discontinuo, ad aver bisogno di meno acqua di quanto comunemente si creda, oppure perfino a tollerare per più giorni consecutivi l’assenza di assunzione volontaria di liquidi.
La risposta, in termini storici e descrittivi, è affermativa. Tali idee esistono. Tuttavia, esse non costituiscono un blocco teorico unitario. Al contrario, appartengono ad ambiti molto differenti fra loro: ipotesi pubblicate in riviste scientifiche, interpretazioni evoluzionistiche del metabolismo umano, testi di divulgazione wellness, studi sul cosiddetto dry fasting, cioè il digiuno secco, e infine dottrine spirituali radicali come il breatharianism (respirianesimo) o inedia. Per comprendere adeguatamente questo panorama, è necessario distinguere con attenzione i diversi livelli teorici.
1. La teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”
Il primo livello è quello che potremmo chiamare teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”. Si tratta della formulazione più vicina all’idea intuitiva secondo cui, in natura, gli organismi non dispongono di acqua a richiesta in ogni momento della giornata, ma vi accedono in modo discontinuo, quando le condizioni ambientali lo consentono. In questo quadro, la continuità moderna dell’accesso all’acqua — per esempio bere frequentemente da una bottiglia o da un bicchiere durante tutta la giornata — viene interpretata come una condizione recente e non rappresentativa del contesto evolutivo nel quale si sarebbe formato l’organismo umano.
La formulazione più esplicita di questa idea compare in un articolo del 2016 di Leo Pruimboom e Daniel Reheis, Intermittent drinking, oxytocin and human health. In quel testo gli autori propongono ciò che definiscono intermittent bulk drinking. L’espressione può essere chiarita così: non si tratta di un’assunzione costante di piccoli sorsi distribuiti uniformemente durante il giorno, ma di episodi più delimitati di assunzione, regolati dalla comparsa della sete e proseguiti fino a un senso di sazietà o appagamento. Con il termine “sazietà”, in questo contesto, non si intende la sazietà alimentare, ma la cessazione della spinta a bere.
Un punto essenziale, spesso trascurato, è che questa teoria non afferma necessariamente che l’essere umano debba assumere meno acqua in termini assoluti. La sua tesi principale riguarda piuttosto la frequenza dell’assunzione. In altri termini, l’ipotesi è che il modello fisiologicamente o evolutivamente più “naturale” non sia quello del sorseggiare in modo continuo, ma quello del bere meno spesso e in modo più concentrato. Per questa ragione, conviene distinguere con precisione fra due nozioni: da un lato, la quantità totale di acqua introdotta nell’arco di una giornata; dall’altro, la distribuzione temporale di quell’assunzione. Le teorie dell’idratazione intermittente intervengono soprattutto sul secondo aspetto.
La stessa impostazione viene ripresa in un lavoro del 2018 di Leo Pruimboom e Frits A.J. Muskiet, Intermittent living; the use of ancient challenges as a vaccine against the deleterious effects of modern life – A hypothesis. In quel contesto, il bere intermittente viene inserito in un quadro teorico più ampio, definito intermittent living, cioè l’idea secondo cui molte sfide ambientali cui gli esseri umani sono stati esposti nella storia evolutiva — freddo, fame, sforzo fisico, scarsità di acqua — potrebbero avere avuto una funzione di regolazione fisiologica. Qui il riferimento agli animali che si spostano da una pozza d’acqua all’altra non ha solo valore descrittivo, ma anche normativo: serve a suggerire che la fisiologia umana sarebbe stata modellata in un ambiente caratterizzato non dall’accesso continuo alle risorse, ma dalla loro disponibilità intermittente.
Questa ipotesi è stata poi ripresa in testi divulgativi, soprattutto in ambiti vicini alla nutrizione funzionale, alla medicina evoluzionistica non mainstream e al wellness. In tali contesti si trova spesso l’idea secondo cui l’essere umano dovrebbe bere “secondo sete”, evitare di sorseggiare continuamente e lasciare che la regolazione idrica sia guidata da segnali interni. Due esempi sono il testo di PNI España sulla hidratación intermitente e un articolo divulgativo di Fleur Borrelli.
2. Le teorie secondo cui il fabbisogno reale di acqua è più basso di quanto si creda
Un secondo grande filone teorico non insiste tanto sull’intermittenza del bere quanto sulla possibilità che il fabbisogno reale di acqua dell’essere umano sia inferiore a quanto comunemente si crede. Qui è utile chiarire il significato di “fabbisogno idrico”. In senso tecnico, il fabbisogno idrico non coincide semplicemente con la quantità di acqua che una persona beve volontariamente sotto forma di acqua pura. Include invece l’acqua totale introdotta nell’organismo, cioè la cosiddetta total water intake. Questa comprende almeno tre fonti: l’acqua bevuta direttamente, l’acqua contenuta nelle altre bevande e l’acqua contenuta nei cibi. A ciò si aggiunge, in termini fisiologici, una quota minore ma reale di acqua prodotta dall’organismo stesso attraverso il metabolismo dei nutrienti, detta acqua metabolica.
La critica più celebre in questo ambito è quella rivolta alla formula popolare degli “otto bicchieri al giorno”. Heinz Valtin, nella review “Drink at least eight glasses of water a day.” Really? Is there scientific evidence for “8 × 8”?, sostenne che non esistessero prove scientifiche solide a sostegno dell’idea secondo cui ogni persona, in ogni circostanza, dovrebbe bere necessariamente quella quantità. La sua argomentazione non consisteva nel negare l’importanza dell’acqua, ma nel mostrare che una raccomandazione uniforme e semplificata tende a ignorare variabili fondamentali: il clima, l’attività fisica, l’età, la composizione corporea, la dieta, le condizioni di salute e soprattutto il fatto che una parte dell’acqua totale quotidiana proviene già dagli alimenti.
Questa distinzione è importante perché cambia il senso stesso della domanda “quanta acqua ci serve?”. Se per acqua si intende esclusivamente l’acqua bevuta come tale, il problema appare in un modo. Se invece si considera l’acqua totale introdotta nell’organismo, il quadro si modifica sensibilmente. Le National Academies, nel capitolo dedicato all’acqua delle Dietary Reference Intakes, parlano infatti di total water e sottolineano che l’idratazione adeguata può essere mantenuta entro un intervallo relativamente ampio di apporti. Nello stesso quadro si ricorda anche che una quota significativa dell’acqua totale quotidiana può provenire dal cibo.
Su questo punto si innesta una terza linea di riflessione, di tipo evoluzionistico. Alcuni lavori comparativi hanno sostenuto che gli esseri umani si siano evoluti come specie relativamente efficiente nella conservazione dell’acqua. In questo contesto, il termine water turnover, o ricambio idrico, designa la quantità di acqua che entra ed esce dall’organismo in un certo intervallo di tempo. Un ricambio più basso, a parità di altre condizioni, può essere interpretato come indice di una maggiore efficienza nel trattenere o gestire l’acqua.
Nello studio di Herman Pontzer e colleghi, Evolution of water conservation in humans, il dato saliente è che il ricambio idrico umano risulta inferiore rispetto a quello delle altre grandi scimmie. Questa osservazione viene letta come segnale di un adattamento a contesti nei quali l’acqua era una risorsa più costosa o meno costantemente disponibile. Ciò non equivale a dire che gli esseri umani possano facilmente fare a meno dell’acqua, ma suggerisce che l’organismo umano potrebbe essere più parsimonioso di quanto spesso si immagini nel linguaggio comune.
In modo complementare, lo studio di Yosuke Yamada e colleghi pubblicato su Science, Variation in human water turnover associated with environmental and lifestyle factors, mostra che il ricambio idrico umano varia moltissimo da individuo a individuo e da contesto a contesto. Tale variabilità dipende da fattori ambientali e fisiologici: temperatura, umidità, altitudine, età, attività fisica, gravidanza, lattazione, massa corporea e altri ancora. Il punto concettualmente rilevante è che non esiste un valore semplice, fisso e universalmente applicabile che possa descrivere il bisogno idrico umano in generale. Lo stesso studio ricorda inoltre che una quota del ricambio idrico deriva dalla già citata acqua metabolica, cioè dall’acqua prodotta internamente dal corpo durante il metabolismo dei nutrienti. Questo filone, dunque, non sostiene di norma che si debba bere pochissimo, ma mette in questione la rigidità delle raccomandazioni popolari e apre lo spazio alla tesi secondo cui il bisogno reale sia spesso semplificato o sopravvalutato.
3. Le teorie forti: si può stare per giorni senza bere?
Fin qui siamo ancora nel campo delle teorie moderate. Un discorso diverso riguarda invece le teorie più forti, cioè quelle secondo cui l’essere umano potrebbe tollerare non soltanto intervalli più lunghi fra una bevuta e l’altra, ma addirittura più giorni consecutivi senza assumere liquidi. Questo è il territorio del dry fasting, espressione che indica l’astensione sia dal cibo sia dall’acqua, a differenza del fasting ordinario, nel quale di solito si continua a bere.
Dal punto di vista concettuale, il dry fasting presuppone che l’organismo disponga di meccanismi di compensazione sufficienti a mantenere per un certo tempo l’equilibrio interno, o omeostasi, anche in assenza di apporto esterno di acqua. Tra questi meccanismi vengono spesso citati la riduzione delle perdite renali, la concentrazione delle urine, i cambiamenti ormonali, la mobilitazione dei substrati energetici e la produzione di acqua metabolica. Quando si parla di “assenza di danni”, in questi studi occorre essere molto precisi: in genere non si intende assenza assoluta di qualunque modificazione fisiologica, ma assenza di eventi clinici gravi o di compromissioni giudicate pericolose entro il tempo e le condizioni del protocollo sperimentale.
Uno studio del 2013 su dieci adulti sani, Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation, viene spesso citato proprio perché conclude che quel protocollo risultò safe, cioè sicuro, nelle condizioni sperimentali adottate. È fondamentale non leggere questa conclusione in modo eccessivo. Un piccolo studio pilota non equivale a una raccomandazione generale per la popolazione. Tuttavia, per il tema che qui interessa, esso dimostra che è stata formulata e testata una teoria secondo cui l’organismo umano può tollerare alcuni giorni consecutivi di assenza sia di cibo sia di acqua.
Gli autori tornarono poi sull’argomento in un lavoro del 2020 dedicato alla fisiologia del dry fasting, Dry Fasting Physiology: Responses to Hypovolemia and Hypertonicity. Qui l’obiettivo era descrivere le risposte dell’organismo alla ipovolemia e alla ipertonicità. Anche questi termini meritano chiarimento. Per ipovolemia si intende una riduzione del volume dei liquidi circolanti, in particolare del plasma sanguigno. Per ipertonicità si intende invece un aumento della concentrazione di soluti nei liquidi corporei, fenomeno che può verificarsi quando l’acqua diminuisce più dei sali. Analizzare queste risposte significa, in sostanza, chiedersi come il corpo reagisca quando dispone di meno acqua libera. Il fatto stesso che si tenti di descrivere in dettaglio tali adattamenti mostra che il dry fasting non è stato trattato soltanto come pratica ascetica o folklorica, ma anche come oggetto di riflessione fisiologica.
Esiste poi una variante meno radicale ma teoricamente collegata: il digiuno secco diurno osservato, per esempio, nel contesto del digiuno bahá’í. Qui non si ha un’astensione continua giorno e notte, ma un’astensione dalle bevande e dal cibo durante le ore diurne, seguita da reidratazione e rialimentazione nelle ore notturne. Alcuni studi hanno riportato che tale pratica, in soggetti sani e nel contesto specifico esaminato, non ha prodotto effetti negativi evidenti sull’idratazione. Un riferimento utile è Effects of Daytime Dry Fasting on Hydration, Glucose Metabolism and Circadian Phase: A Prospective Exploratory Cohort Study in Bahá’í Volunteers. Dal punto di vista teorico, questa variante è importante perché mostra un livello intermedio: non la completa assenza di acqua per più giorni consecutivi, ma una ripetuta sospensione quotidiana dell’assunzione di liquidi che l’organismo riesce a compensare.
4. La variante estrema: inedia o breatharianism (respirianesimo)
All’estremo di questo continuum si colloca il breatharianism. In questo caso ci si sposta fuori dall’ambito della fisiologia sperimentale ordinaria e si entra in dottrine spirituali o esoteriche secondo cui l’essere umano potrebbe vivere per periodi molto lunghi, o indefinitamente, senza cibo e in alcuni casi senza acqua, nutrendosi di prana, luce o altre forme di energia non convenzionali. Una definizione sintetica del termine si trova, ad esempio, nella voce “Inedia” dell’Enciclopedia MDPI.
Qui il concetto decisivo non è più la riduzione del fabbisogno, ma la sua quasi totale o totale trascendibilità. Da un punto di vista storico-intellettuale, anche questa idea merita di essere menzionata perché rappresenta la versione massimamente radicale del tema. Tuttavia, è importante distinguere la semplice esistenza della dottrina dalla sua conferma empirica. Una review critica dedicata ai casi di presunta astinenza anomala da cibo e liquidi è Claims of anomalously long fasting: An assessment of the evidence from investigated cases. Tale lavoro mostra che queste affermazioni sono state effettivamente raccolte e analizzate, ma anche che il loro valore probatorio resta problematico.
5. Conclusione pratica
Per evitare equivoci, voglio sottolineare un punto metodologico di questa mia ricerca. Dire che una teoria esiste non significa dire che sia valida, prudente o trasferibile nella pratica quotidiana. Tuttavia, l'esperienza personale del digiuno secco, per chi ne è seriamente interessato e non ha motivi ostativi a tale pratica, può valere più di mille teorie. Quello che intendo dire è che, al di là di una ricerca sulle fonti come questa, nella quale posso aver commesso qualche errore, imprecisione o semplificazione, ciò che conta realmente, per chi è seriamente desideroso di un rapporto con il cibo e con l'acqua fuori dall'ordinario, è imparare a conoscere se stessi, le proprie reazioni corporee e spirituali, e farsi sempre seguire da un medico di fiducia che possa anche valutare con esami obiettivi l'effetto del digiuno o di altre restrizioni.
Lo ripeto: quando si fanno pratiche fuori dall'ordinario, hanno senso innanzitutto per conoscere se stessi, per sperimentarne i benefici e per migliorare nel tempo i propri comportamenti. Ma ogni fanatismo, in questo settore così delicato della salute, può essere mortale.
(17 aprile 2026)
Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti
Link ai video originali in russo
- Video originale – Parte 1 (doppiato in calce)
- Video originale – Parte 2
I due video originali in russo mettono a confronto Alla Voronkova, presentata come autrice del metodo del digiuno secco a cascata, e Anna Mamaeva, medico-terapeuta. Il primo video introduce il metodo, la sua logica e il suo impianto pratico; il secondo è quasi interamente dedicato alle domande del pubblico e amplia molto i temi affrontati.
Il digiuno secco a cascata non viene presentato come una dieta, ma come un metodo di purificazione, rigenerazione e riequilibrio dell’organismo. La perdita di peso viene descritta come un effetto secondario; il centro del discorso è il recupero funzionale del corpo, il miglioramento del metabolismo, il riequilibrio ormonale e la riattivazione dei processi di autoriparazione. Ne conseguono anche un risvegliato benessere emotivo (gioia di vivere e amore incondizionato), e un miglioramento spontaneo dei propri comportamenti alimentari.
Che cos’è il digiuno secco a cascata
Il metodo viene descritto come un’alternanza uno a uno: un giorno si mangia e si beve, il giorno successivo non si mangia e non si beve. Nel giorno di alimentazione si assume solo cibo vegetale, perché il tratto digerente deve restare il più leggero possibile durante l’intero processo di pulizia.
La forma di base del metodo è una finestra di 36 ore di digiuno secco: si entra nel digiuno la sera, si passa la notte senza mangiare, si attraversa l’intera giornata successiva senza cibo né acqua, poi si passa una seconda notte e si esce la mattina seguente. Questo schema viene ripetuto per 30 giorni. Voronkova insiste molto sul fatto che trenta giorni sono la soglia minima per ottenere un effetto cumulativo profondo, capace di continuare a produrre rigenerazione anche dopo la fine del percorso.
Il metodo non si riduce però al solo alternarsi di digiuno e alimentazione. Viene presentato come una struttura completa di pratiche fisiche, emotive e psicologiche, costruita per permettere al partecipante di continuare a vivere normalmente: lavorare, viaggiare, avere impegni, restare nel proprio contesto quotidiano senza dover andare in ritiro, chiudersi in casa o sospendere la vita ordinaria. Anzi, più la persona è attiva, più il percorso iniziale viene descritto come semplice, perché la mente resta occupata e smette di ruotare continuamente intorno al cibo.
Perché, in questa impostazione, il metodo funziona
Il ragionamento proposto dalle relatrici è che il corpo possiede già una sua intelligenza di sopravvivenza, guarigione e rigenerazione. Il ruolo del metodo non è imporre una guarigione dall’esterno, ma creare le condizioni perché l’organismo smetta di disperdere energia nella digestione, si alleggerisca dall’infiammazione, riordini le sue priorità interne e attivi i propri meccanismi di ripristino.
La spiegazione “cellulare” proposta da Anna Mamaeva è che ogni cellula risponda a due grandi programmi: riprodursi oppure sopravvivere. Quando l’organismo entra in una condizione di stress controllato — digiuno, sauna, freddo, allenamento — il sistema si sposta sul versante della sopravvivenza, allunga la durata dei processi vitali, libera risorse e avvia più facilmente pulizia e riparazione. In questa cornice viene collocata anche l’autofagia, descritta come un processo che si approfondisce con il susseguirsi dei cicli di digiuno.
Nel primo video vengono anche indicati alcuni “gradini” temporali: fino a circa 16-20 ore di digiuno si insiste soprattutto sulla parte metabolica e sul controllo della glicemia; tra circa 20 e 36 ore entra in gioco in modo più evidente l’autofagia; dopo le 24 ore viene attivata anche una protezione più forte nei confronti della perdita di massa muscolare; tra 36 e 72 ore si attivano meccanismi collegati alla prevenzione oncologica.
Perché la medicina convenzionale viene criticata
Entrambe le relatrici insistono sul fatto che la medicina convenzionale, soprattutto in ambito cronico, lavori quasi sempre sui sintomi e non sulle cause. La critica è molto dura: i farmaci vengono presentati come strumenti che spostano risorse, attenuano un sintomo, ma aprono la porta a nuovi squilibri e a nuove dipendenze terapeutiche. Nel discorso di Mamaeva questo si traduce in una denuncia molto netta del ruolo di Big Pharma, che finanzierebbe solo gli studi utili al mercato e lascerebbe ai margini tutto ciò che potrebbe rendere il paziente meno dipendente dai farmaci.
In opposizione a questo modello, viene valorizzata una medicina “funzionale”, “preventiva” e “biohacker”, orientata non a silenziare i sintomi ma a riportare il corpo in una condizione in cui possa ripararsi da solo.
Che cosa succede, in concreto, nel digiuno secco a cascata
L’impianto generale è molto ampio. Nel corso dei due incontri, il digiuno secco a cascata viene associato a:
- riduzione dell’infiammazione sistemica;
- attivazione di processi rigenerativi cellulari;
- normalizzazione progressiva della digestione e del microbiota intestinale;
- migliore utilizzo dell’acqua e delle risorse interne;
- riequilibrio di umore, energia, lucidità mentale e stabilità emotiva;
- progressiva trasformazione delle abitudini alimentari e del rapporto psicologico con il cibo.
Viene ripetuto più volte che il metodo non agisce solo sul piano fisico: una parte dei problemi di salute e di peso viene ricondotta a meccanismi compensativi, emotivi e relazionali. Per questo il sistema proposto comprende anche pratiche di lavoro su emozioni, pensieri e pattern comportamentali.
Controindicazioni e cautela
Le controindicazioni dichiarate sono poche ma precise. Voronkova indica innanzitutto la gravidanza, perché in quel periodo non è opportuno introdurre un processo di questo tipo, soprattutto se non lo si è mai praticato. Vengono poi citate le patologie psichiatriche gravi certificate, in particolare quelle che renderebbero difficile la gestione del percorso in un contesto di gruppo.
Un’altra controindicazione forte è il diabete di tipo 1 insulino-dipendente: qui il problema non è un innalzamento della glicemia, ma al contrario il rischio di un crollo glicemico importante, fino alla perdita di coscienza.
Viene inoltre sconsigliato l’ingresso nel metodo in caso di malattia oncologica in fase molto avanzata, in particolare in quarta fase, quando l’organismo dispone già di poche risorse. In queste situazioni si propone eventualmente un approccio più dolce.
Nelle domande del secondo video emerge anche un altro criterio di prudenza: in presenza di una forma acuta importante — per esempio un’appendicite o un dolore addominale importante da chiarire chirurgicamente — la priorità è risolvere l’urgenza, non entrare subito nel percorso.
Lo stesso vale per la chemioterapia. Alla domanda se il digiuno secco a cascata si possa affrontare durante o dopo un percorso di chemio, la risposta è che il momento giusto è dopo, perché durante la chemio il corpo sta già spendendo una quantità enorme di risorse per reggere l’impatto della terapia e non è il momento di aggiungere un ulteriore stress metabolico.
Raffreddore, infezioni respiratorie e Covid
Nel primo video viene sostenuto con decisione che il digiuno secco a cascata non solo è compatibile con raffreddori, influenze e infezioni respiratorie, ma può essere addirittura un acceleratore del recupero. Voronkova riferisce di casi osservati nel periodo Covid in cui i sintomi sono regrediti rapidamente continuando l’alternanza del metodo. Mamaeva spiega la cosa in termini energetici: se l’organismo non deve spendere risorse per digerire, può dirottarle verso la lotta contro il virus o contro i batteri.
Viene aggiunto che il muco, il naso chiuso e i sintomi da raffreddamento sono un tentativo del corpo di espellere ciò che non serve, e che il digiuno facilita questa espulsione.
Anemia cronica
Voronkova racconta di numerosi casi in cui persone con anemia cronica, talvolta presente fin dall’infanzia, hanno visto normalizzarsi emoglobina e ferritina dopo il percorso. La spiegazione proposta è che il problema non sia sempre la mancanza di ferro in sé, ma il fatto che l’organismo non lo assimili bene. Mamaeva riconduce spesso questa difficoltà all’intestino: se l’intestino è infiammato o alterato, il ferro introdotto con l’alimentazione non viene davvero utilizzato. Ripristinando l’apparato digerente, il corpo torna ad assorbire correttamente.
Bile, calcoli, cistifellea e assenza della cistifellea
Uno dei capitoli più ampi dei due video riguarda la bile. Viene contestata direttamente l’idea, attribuita ai medici e ai chirurghi, secondo cui la bile dovrebbe essere continuamente “stimolata” con pasti frequenti, grassi e acqua calda per evitare ristagni e calcoli.
La spiegazione che viene proposta è più articolata. Nelle prime ore di digiuno, fino a circa 15 ore, la bile può anche apparire più concentrata; poi però, proseguendo nel digiuno, la concentrazione si riequilibra e non si produce quella deriva patologica che, secondo il discorso convenzionale, dovrebbe accompagnare il mancato frazionamento dei pasti. In questo quadro il digiuno secco a cascata non genera ristagno patologico, e anzi migliora la qualità della bile, i test epatici, la funzionalità della cistifellea e in alcuni casi anche la presenza di calcoli o polipi.
Quando la cistifellea non c’è più, il discorso diventa ancora più netto: il sistema gastrointestinale è già sottoposto a uno sforzo maggiore, quindi il riposo digestivo del digiuno è ancora più utile, non meno.
Muscoli, grasso, cellulite e acqua corporea
Un altro tema affrontato a lungo è il rapporto tra massa grassa e massa muscolare. Voronkova sostiene che nel digiuno secco venga utilizzato prima di tutto il tessuto adiposo, anche perché dal grasso il corpo ricava acqua metabolica. Quindi il metodo del digiuno secco a cascata riduce il grasso viscerale e la cellulite senza “mangiarsi” i muscoli.
Mamaeva collega questo punto alla cronologia del digiuno: i primi intervalli lavorano di più sul metabolismo glucidico e insulinico; oltre una certa soglia si rafforzano autofagia e meccanismi di conservazione della massa muscolare. Il messaggio pratico è che il metodo, specie se accompagnato da movimento, non è una minaccia per il tono muscolare ma una strategia di ricomposizione corporea.
Viene anche ribaltato il tema dell’idratazione: contrariamente all’obiezione più comune, le relatrici sostengono che, al termine del percorso, la capacità del corpo di utilizzare l’acqua è migliore, e che proprio per questo la percentuale corporea di acqua (misurata dai partecipanti con bilance impedenziometriche di varie marche) non scende ma aumenta.
Menopausa, Femoston, Angeliq e terapia ormonale
Nel secondo video c’è una lunga risposta sulla menopausa e sui farmaci ormonali. Mamaeva attacca in modo diretto preparati come Femoston e Angeliq, perché questi farmaci spengono alcuni sintomi ma al prezzo di effetti collaterali importanti sul tono dell’umore, sul sonno, sul sistema cardiovascolare e su altri rischi.
L’alternativa del digiuno secco a cascata è una costruzione più “fine”: una quota ridotta di estradiolo, una quota più ampia di estriolo e l’uso di progesterone bioidentico al posto di progestinici sintetici. Alla stessa domanda, Voronkova aggiunge che il digiuno secco a cascata è associato a risultati molto forti proprio sui sintomi della menopausa: vampate, sudorazione, irritabilità, ritenzione e oscillazioni dell’umore.
Hashimoto, tiroide e immunità
Sia Hashimoto sia la tiroide in generale occupano uno spazio notevole. Hashimoto non viene letto come un problema primario della tiroide, ma come un problema immunitario che si esprime sulla tiroide. In altre parole, il corpo attacca la ghiandola perché il sistema è già in squilibrio, e il luogo chiave da cui ripartire è ancora una volta l’intestino, cioè la sede principale dell’immunità.
Nel primo video Mamaeva parla anche della gestione farmacologica della tiroide e critica la pratica standard di somministrare soprattutto T4, paragonandolo al petrolio che dovrebbe essere trasformato in benzina. Se la tiroide non converte bene, secondo questa analogia, il corpo riceve una materia prima che non riesce a usare davvero. Per questo vengono valorizzate formulazioni che includono anche T3. Se la tiroide non c’è più, il supporto ormonale resta necessario, ma viene sostenuto che debba essere ragionato in modo più efficace.
Diabete di tipo 2 e cambiamento dello stile di vita
Sul diabete di tipo 2 il tono dei due video è particolarmente assertivo: il digiuno secco a cascata è uno strumento in grado di normalizzare la glicemia, ridurre o eliminare farmaci e cambiare radicalmente il terreno metabolico. Mamaeva afferma esplicitamente che nella sua esperienza il diabete di tipo 2 può essere eliminato.
Voronkova però aggiunge una precisazione importante: il punto non è fare il ciclo dei trenta giorni e poi tornare a vivere come prima. Il percorso ha senso se innesca un cambiamento duraturo delle abitudini: alimentazione, microflora, pensieri, scelte quotidiane. La guarigione rimane nella misura in cui rimangono le abitudini sane.
Linfadenite, lipomi, papillomi, varici, cisti e altri quadri cronici
Nel secondo video si entra in una lunga casistica di domande. La risposta di base è quasi sempre la stessa: il metodo libera risorse, abbassa l’infiammazione, riequilibra l’intestino, alleggerisce il carico tossico e quindi favorisce il recupero di condizioni molto diverse tra loro.
In questo quadro vengono presentati come migliorabili o risolvibili:
- linfadenite;
- lipomi;
- papillomi;
- varici e nodi varicosi;
- cisti ovariche, miomi ed endometriosi;
- cisti renali e altri accrescimenti benigni;
- menopausa e sintomi collegati;
- problemi della pelle, comprese reazioni da eliminazione nel corso dei cicli ripetuti.
Tuttavia, in alcune situazioni la risposta deve essere prudente. Ad esempio, la linfadenite viene definita molto individuale e dipendente dalle risorse dell’organismo. Ma il principio generale resta invariato: il corpo, se alleggerito e riportato in equilibrio, può sciogliere o ridurre molte alterazioni che in altri contesti vengono trattate solo come lesioni da monitorare o asportare.
Ernie, colonna vertebrale e movimento
Viene fatta una distinzione netta tra le ernie esterne, cioè quelle in cui un cedimento dei tessuti porta fuori una parte del contenuto corporeo, e i problemi della colonna. Le prime vengono considerate un quadro da chirurgia: una volta che il tessuto connettivo ha ceduto, non si rimette a posto da solo. La colonna vertebrale è invece un altro discorso. Qui il metodo del digiuno viene presentato come un acceleratore di rigenerazione, soprattutto se associato a esercizi specifici; tra questi viene citata più volte la posizione del coccodrillo del Makarasana Yoga.
Pane, fame, alimentazione intuitiva e abitudini
Una parte interessante delle domande riguarda il rapporto pratico con il cibo. Sul pane, per esempio, Voronkova è molto chiara: non si tratta di demonizzarlo in astratto, ma di riconoscere che molte abitudini alimentari sono solo abitudini. Nel percorso queste abitudini cambiano, perché l’organismo ripulito sviluppa reazioni più nette a ciò che appesantisce e più desiderio di ciò che alleggerisce.
Da qui discende un’altra idea importante del metodo di digiuno: il punto d’arrivo non è una dieta rigida, ma una forma di alimentazione intuitiva, cioè la capacità di ascoltare davvero il corpo e distinguere ciò che aiuta da ciò che compensa o appesantisce.
Anche la paura della fame viene trattata in modo specifico. Mamaeva afferma che, proprio perché il digiuno è secco, non si attiva la digestione e il senso di fame risulta spesso più gestibile rispetto ad altri tipi di digiuno.
Integratori, pregnenolone, parassiti e microflora
Sul tema degli integratori, la linea generale è di evitarli durante il percorso, salvo casi realmente particolari, perché il corpo è già impegnato in una pulizia intensa e non ha bisogno di ulteriori carichi. Lo stesso vale per il pregnenolone, precursore del progesterone, non necessario all’interno del percorso di digiuno.
Sui parassiti e sulle spore di muffa, la posizione è molto netta: non sopravvivono al digiuno. In questa visione, la vera trasformazione non è soltanto l’eliminazione di singoli “ospiti indesiderati”, ma il cambiamento della microflora intestinale, che dopo il percorso modifica in profondità gusti, appetiti e risposta dell’organismo.
Peso basso, allattamento e altri casi particolari
Alla domanda se il metodo sia possibile anche con peso basso, la risposta è sì: l’organismo elimina il superfluo senza “mangiare” ciò che gli serve davvero. Nel primo video il metodo viene escluso in gravidanza; nel materiale successivo compare anche la domanda sull’allattamento, a cui viene risposto richiamando casi di madri che hanno affrontato il percorso, anche se l’impostazione generale resta quella di valutare con attenzione il consumo di risorse e il contesto complessivo.
Riassumendo
Letti insieme, i due video costruiscono un messaggio unitario: il digiuno secco a cascata è uno strumento di pulizia profonda, riequilibrio metabolico, rigenerazione funzionale e trasformazione stabile delle abitudini. Non è un intervento tecnico limitato a un singolo sintomo, ma una riprogrammazione complessiva dell’organismo e del rapporto con il cibo, con il proprio corpo e con la salute.
Nota sul doppiaggio automatico
Il video in calce è stato da me doppiato con uno strumento open-source che ho creato appositamente per questa occasione. Il risultato è utile e ascoltabile, ma può contenere errori di trascrizione e imprecisioni di traduzione. Ci sono inoltre piccoli disallineamenti temporali, sovrapposizioni tra voci e altre imperfezioni tecniche. Per il confronto diretto resta sempre disponibile il materiale originale in russo.
(16 aprile 2026)
Doppiare video in locale, senza cloud, offline: autodub_local
Negli ultimi anni sono comparsi molti servizi online che promettono trascrizione, traduzione e doppiaggio automatico dei video. Sono comodi, ma hanno anche alcuni limiti evidenti, a cominciare dai costi ricorrenti.
Dall'esigenza di avere un'alternativa per doppiare video con il mio computer, usando esclusivamente software libero e gratuito che giri sulla mia macchina, è nato autodub_local. L'ho rilasciato pubblicamente su GitHub con licenza CC0, cioè con una rinuncia al copyright assimilabile al pubblico dominio: https://github.com/jsfan3/autodub-local
In pratica è uno script Bash che gira su Linux. Per ogni video MP4, autodub_local estrae l’audio, trascrive il parlato, separa i diversi speaker, traduce il contenuto, genera una nuova voce sintetica per ogni parlante, clonandone il timbro vocale, e infine crea un nuovo MP4 con la traccia audio doppiata, mantenendo intatto il flusso video originale. Si tratta quindi di un doppiaggio automatico pensato per registrazioni come webinar, livestream, interviste, lezioni e riunioni, cioè contenuti in cui il sincronismo perfetto del labiale non è fondamentale.
L'uso di questo script non è solo una questione ideologica di indipendenza da servizi esterni o un modo per evitare abbonamenti: in molti casi è il modo più diretto per mantenere controllo, privacy e prevedibilità del flusso di lavoro.
La prima ragione è infatti la privacy. Se un video contiene conversazioni private, riunioni, lezioni interne o materiale che non si desidera caricare online, l’elaborazione locale è la scelta più naturale. Invece di spedire il contenuto a una piattaforma remota, si lavora direttamente sul proprio sistema.
La seconda ragione è il controllo. Quando si usa una pipeline locale, si possono vedere e conservare i file intermedi: trascrizione, diarizzazione (cioè la distinzione dei parlanti), traduzione, segmenti audio sintetizzati. Questo è importante perché consente di interrompere il processo, correggere a mano una traduzione problematica e poi riprendere il lavoro senza rifare tutto da capo. Nel caso di autodub_local, il supporto a checkpoint e resume è una parte esplicita del progetto.
Di contro, una pipeline locale richiede pazienza, un po’ di spazio su disco e un computer sufficientemente adatto, ma non impone un pagamento per ogni minuto elaborato. Se la GPU del proprio computer è idonea, lo script la usa automaticamente, riducendo drasticamente i tempi; altrimenti ricorre alla CPU.
La terza ragione è la trasparenza tecnica. In un servizio online si vede il risultato finale, ma raramente si ha piena visibilità di cosa sia successo in mezzo. In un progetto open source, invece, si può capire quali componenti sono usati, come sono configurati e dove intervenire se qualcosa va corretto o migliorato.
La qualità del doppiaggio dipende da molti fattori: qualità dell’audio di partenza, chiarezza degli speaker, lingua sorgente, lunghezza dei segmenti, terminologia specialistica, qualità della traduzione automatica e resa della sintesi vocale. Nei contenuti tecnici o medici, per esempio, è possibile che alcune frasi richiedano una revisione manuale della traduzione prima di arrivare a un risultato davvero pubblicabile.
(14 aprile 2026)