Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.670 articoli, per un totale di 1.541.894 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 9 agosto 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
L’illusione dell’impotenza individuale: una prospettiva buddista
È comune pensare che il singolo essere umano abbia possibilità quasi irrilevanti di incidere sull’ambiente naturale e sociale. Di fronte a problemi ecologici e di distruzione ambientale, a grandi strutture economiche, istituzioni, rapporti di potere o semplicemente al comportamento delle persone che ci circondano, la sproporzione fra noi e ciò che vorremmo cambiare appare evidente.
Il Buddismo di Nichiren propone però un punto di vista che ribalta questa percezione. Nello scritto Sui presagi (RSND, 1, 574), Nichiren Daishonin afferma:
«L’ambiente è paragonabile all’ombra e la vita al corpo».
È l’immagine da cui nasce una delle formulazioni più radicali del principio di esho funi, l’inseparabilità fra vita e ambiente. Ma poco dopo Nichiren aggiunge una frase altrettanto importante:
«Inoltre, la vita è modellata dall’ambiente».
Questa seconda affermazione è decisiva. Impedisce di intendere esho funi come una specie di idealismo secondo il quale la mente produrrebbe magicamente il mondo esterno.
Esho funi: “due ma non due”
La Soka Gakkai spiega esho funi come l’unicità della vita e del suo ambiente. Il termine funi viene reso con l’espressione “due ma non due”: vita e ambiente sono distinguibili, ma non esistono come realtà completamente indipendenti.
Noi non siamo il nostro ambiente, ma non esiste neppure un “noi” separabile da esso.
La persona che siamo oggi è inseparabile dal corpo che possediamo, dalle persone che abbiamo incontrato, dalla lingua che parliamo, dalla famiglia e dalla cultura nelle quali siamo cresciuti, dalle opportunità che abbiamo avuto o che ci sono state negate, dalle condizioni economiche e sociali nelle quali viviamo e dall’ambiente naturale dal quale dipende la nostra stessa esistenza.
Nello stesso tempo, però, attraverso le nostre azioni modifichiamo continuamente almeno una parte di quell’ambiente.
Il rapporto è dunque bidirezionale.
Daisaku Ikeda insiste esplicitamente su questo punto nella proposta di pace del 1997, Nuovi orizzonti di una civiltà globale. Se ci limitassimo ad affermare la priorità della vita sull’ambiente — osserva — cadremmo nell’idealismo (cfr. "Un fondamentale cambiamento di prospettiva", pag. 13). Gli esseri umani sono a loro volta parte della natura e dipendono dall’ambiente. Per questo Ikeda definisce esho funi un concetto dinamico: la vita può diventare agente del cambiamento, mentre l’ambiente esercita contemporaneamente la propria influenza sulla vita.
Non c’è quindi un soggetto onnipotente che crea con il pensiero ciò che gli sta intorno. C’è piuttosto una relazione continua nella quale vita e ambiente si condizionano reciprocamente.
Perché una trasformazione interiore dovrebbe cambiare qualcosa là fuori?
Rimane però la domanda più difficile: anche accettando questa interdipendenza, per quale ragione cambiare interiormente dovrebbe modificare di una virgola l’ambiente?
Sul piano delle relazioni umane il meccanismo è relativamente facile da osservare.
Supponiamo di avere un rapporto molto difficile con una persona sul luogo di lavoro. Ogni conversazione finisce in uno scontro. Ci sentiamo minacciati e reagiamo aggressivamente; oppure, al contrario, temiamo il conflitto e tolleriamo continuamente comportamenti che ci fanno soffrire.
Una trasformazione interiore non significa convincerci che l’altra persona sia improvvisamente diventata meravigliosa. Può significare diventare meno dipendenti dalla sua approvazione, più capaci di ascoltare, più coraggiosi nel porre un limite, meno inclini a reagire automaticamente a una provocazione.
Quando torniamo in quella relazione, però, a seguito del nostro cambiamento interiore non siamo più esattamente la stessa "causa" che eravamo prima.
Cambiano le parole che scegliamo, le reazioni, ciò che accettiamo e ciò che non accettiamo, le possibilità che riusciamo a vedere. L’altra persona conserva completamente la propria libertà e potrebbe non cambiare affatto. Ma il sistema costituito da noi, dall’altra persona e dalla relazione fra entrambi non è più identico.
In questo senso il nostro ambiente sociale è già cambiato, almeno di una virgola.
Non perché abbiamo controllato qualcun altro, ma perché abbiamo trasformato una delle cause che operano dentro quella situazione: noi stessi.
Influenzare non significa controllare
Questo introduce una distinzione importante.
Quando una situazione ci fa soffrire, è naturale pensare che la soluzione consista nel cambiamento di qualcun altro: il partner dovrebbe capire, un figlio dovrebbe comportarsi diversamente, il collega dovrebbe smettere di fare certe cose, il dirigente dovrebbe prendere decisioni differenti, gli avversari politici dovrebbero cambiare opinione.
A volte potremmo avere ragione nel merito, ma non è questo il punto. Il problema nasce quando il nostro benessere o la nostra possibilità di agire vengono subordinati alla condizione che un’altra persona diventi ciò che pensiamo che dovrebbe essere.
Da qui è facile passare dall’influenza alla pretesa di controllo.
La posizione della Soka Gakkai sul dialogo merita uno sguardo attento proprio sotto questo profilo. Parlare con gli altri, proporre idee, discutere e cercare di persuadere sono perfettamente compatibili con la pratica buddista. Ciò che viene escluso è l’imposizione: in un testo della Soka Gakkai dedicato al dialogo, Daisaku Ikeda afferma che diffondere il Buddismo (shakubuku) non significa costringere gli altri ad accettare le proprie convinzioni; piuttosto, invita ad ascoltare pazientemente l’interlocutore invece di imporgli le nostre conclusioni.
La distinzione non è dunque fra influenzare e non influenzare. Ogni relazione umana comporta inevitabilmente un’influenza reciproca.
La distinzione è fra dialogo e dominio, persuasione e coercizione, relazione e controllo.
Possiamo offrire a un’altra persona argomenti, esperienze e possibilità. Non possiamo produrre dall’esterno la sua trasformazione interiore.
La rivoluzione umana non è qualcosa che possiamo fare al posto di un altro. Il percorso di consapevolezza è personale.
Responsabilità non significa colpevolizzazione
Il principio di esho funi può essere frainteso in una direzione abbastanza problematica.
Se si dice semplicemente che “l’ambiente riflette la nostra vita”, si rischia di concludere che chi vive una situazione terribile ne sia in qualche modo responsabile perché non avrebbe trasformato abbastanza il proprio stato interiore.
Ma una simile conclusione dimenticherebbe proprio la seconda parte del principio: anche la vita è modellata dall’ambiente.
Povertà, violenza, discriminazione, sfruttamento economico, disoccupazione, inquinamento e distruzione degli ecosistemi non possono essere ridotti allo stato d’animo delle persone che ne subiscono le conseguenze.
Assumersi la responsabilità della propria vita non significa attribuirsi la colpa di tutto ciò che accade. Significa domandarsi quale libertà di risposta rimanga possibile dentro condizioni che non abbiamo necessariamente scelto e che, in molti casi, sono immensamente più potenti del singolo individuo.
È una distinzione essenziale: responsabilità non significa onnipotenza.
La trasformazione interiore non sostituisce l’azione esterna
Il problema diventa ancora più evidente quando passiamo dalle relazioni personali ai problemi ecologici e di distruzione ambientale.
Se un territorio è gravemente contaminato da attività industriali, nessun individuo può personalmente bonificarlo grazie alla propria trasformazione interiore. Possono essere necessarie competenze tecniche, enormi risorse economiche, controlli, leggi, decisioni amministrative, azioni giudiziarie, organizzazioni collettive e interventi che superano enormemente le possibilità di una singola persona.
Esho funi non rende inesistente questa sproporzione.
La trasformazione interiore può però modificare ciò che facciamo dentro quella sproporzione. Può portarci a informarci meglio, unirci ad altre persone, sostenere un’associazione, partecipare a un comitato, promuovere una battaglia politica, contribuire con le nostre competenze, sostenere una proposta legislativa o creare forme di organizzazione che prima non esistevano.
Nessuna di queste azioni garantisce il risultato.
Avere una possibilità di influenza non significa avere il controllo.
Ed è significativo che, quando Daisaku Ikeda affronta concretamente i problemi ambientali, non proponga affatto la sola trasformazione della coscienza. Nella proposta del 2012 Per una società globale sostenibile indica, fra le altre cose, progetti di forestazione, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, energie rinnovabili, partecipazione delle comunità, riforme delle istituzioni internazionali, collaborazione con la società civile, coinvolgimento dei giovani ed educazione.
La rivoluzione umana, dunque, non sostituisce le trasformazioni tecniche, economiche, politiche e istituzionali.
Dovrebbe piuttosto trasformare il soggetto che prende parte a quelle trasformazioni.
In questo senso è interessante anche una formula utilizzata dalla Soka Gakkai italiana: “Pensare globalmente, cambiare interiormente, agire localmente”. Essa riprende una formula ecologista molto diffusa, ma inserisce fra comprensione globale e azione locale un passaggio caratteristico della prospettiva buddista: cambiare interiormente.
Il punto non è farne uno slogan, ma comprendere il nesso fra i tre momenti. Il cambiamento interiore che non produce alcuna azione rischia di ridursi a spiritualismo; l’azione esteriore che non mette mai in discussione avidità, paura, aggressività, ricerca del prestigio e volontà di dominio rischia invece di riprodurre, attraverso strumenti nuovi, gli stessi meccanismi che pretende di combattere.
Ma che cosa può un individuo contro un sistema economico?
A questo punto emerge un problema ancora più radicale.
A mio avviso, una delle radici profonde dell’attuale rapporto distruttivo con l’ambiente naturale si trova nel modello economico neoliberista e turbo-capitalista. In pratica, a livello mondiale, la tutela degli ecosistemi viene subordinata alla massimizzazione del profitto economico, con i conseguenti costi ambientali (cioè disastri) scaricati sulla collettività. Anche le guerre, il riarmo e l'espansione dell'IA — con sempre più datacenter distruttivi per intere comunità — sono sia conseguenze fatali del nostro modello economico, sia cause abnormi di distruzione ambientale.
Ma questa mia convinzione rende la domanda sul potere del singolo ancora più difficile, non più facile.
Che cosa possiamo fare individualmente davanti a un sistema economico mondiale?
Sarebbe poco convincente rispondere semplicemente che dobbiamo consumare in maniera più responsabile. Le scelte individuali hanno certamente effetti, ma strutture di questa dimensione non dipendono soltanto dalle decisioni dei consumatori.
Se riteniamo necessario un modello economico radicalmente diverso — socialista o comunque costruito attorno a vincoli ecologici, sociali e politici differenti — nessuna singola persona può produrre quella trasformazione con la propria volontà.
I sistemi cambiano attraverso processi collettivi: organizzazione politica e sociale, conflitto democratico, associazioni, movimenti, sindacati, imprese, istituzioni, leggi, cultura, tecnologia, rapporti economici e mutamenti nei rapporti di forza.
La rivoluzione umana non può sostituire tutto questo.
Ma tutto questo, a sua volta, viene realizzato da esseri umani.
È qui che il passaggio dal singolo alla società può essere compreso senza ricorrere a spiegazioni magiche.
Una persona cambia; cambia il genere di cause che introduce nelle proprie relazioni; alcune di quelle relazioni possono generare collaborazione; la collaborazione può diventare organizzazione; l’organizzazione può produrre azione collettiva; l’azione collettiva può incidere sulle istituzioni e, in determinate circostanze storiche, anche sulle strutture economiche.
La catena può interrompersi in qualunque punto. Non esiste alcuna garanzia che il risultato desiderato venga raggiunto.
Ma questo è molto diverso dal dire che il singolo non conta nulla.
Dal cambiamento individuale alla trasformazione sociale
Nella riflessione della Soka Gakkai il nesso viene formulato in modo ancora più forte. In un testo dedicato al significato della rivoluzione umana, Daisaku Ikeda afferma che la rivoluzione umana è anche rivoluzione sociale e rivoluzione dell’ambiente.
Questo non dovrebbe essere interpretato come una formula secondo cui:
una persona cambia interiormente → il mondo esterno cambia automaticamente.
Una lettura più concreta potrebbe essere:
una persona cambia → cambia la qualità della sua presenza nel mondo → cambiano alcune delle cause che introduce nelle relazioni → possono cambiare relazioni e reti sociali → queste possono generare azioni collettive → le azioni collettive possono modificare strutture e istituzioni.
Fra il primo e l’ultimo passaggio esiste tutto lo spazio dell’azione umana, con i suoi successi, i suoi fallimenti, gli ostacoli e i rapporti di forza.
La trasformazione interiore è dunque il punto dal quale possiamo partire non perché sia l’unico livello della realtà che conta, ma perché è quello sul quale possiamo esercitare la responsabilità più immediata.
Ichinen sanzen: una tesi ancora più profonda
A livello dottrinale, tuttavia, il Buddismo di Nichiren afferma qualcosa di ancora più radicale.
Esho funi si comprende all’interno del principio di ichinen sanzen, i “tremila regni in un singolo istante di vita”. Nella spiegazione della Soka Gakkai, la vita individuale, gli altri esseri viventi e l’ambiente non costituiscono mondi indipendenti che successivamente entrano in relazione: sono aspetti interconnessi della medesima realtà fenomenica.
Per il praticante, quindi, l’affermazione che la trasformazione della vita si manifesti anche nell’ambiente possiede un significato più profondo di quello puramente psicologico o sociologico.
Ma è possibile distinguere questo livello dottrinale da un livello immediatamente osservabile.
Anche limitandoci alle normali relazioni di causa ed effetto, possiamo constatare che il nostro stato vitale modifica ciò che percepiamo, le possibilità che riusciamo a vedere, le decisioni che prendiamo, il modo in cui trattiamo le persone, le relazioni che costruiamo e la nostra capacità di perseverare nell’azione.
Questo non significa che la realtà sia una nostra invenzione mentale.
Significa che non incontriamo mai la realtà senza partecipare a essa.
Il vero ribaltamento
Forse il punto più radicale di esho funi non è dunque:
“Possiamo controllare il mondo.”
È quasi il contrario:
“Non siamo mai completamente esterni al mondo che vorremmo cambiare.”
Quando critichiamo una relazione, ne facciamo parte.
Quando critichiamo una società, siamo fra gli esseri umani che la compongono.
Quando denunciamo la distruzione dell’ambiente naturale, i nostri corpi, le nostre attività economiche, le istituzioni cui partecipiamo e le società nelle quali viviamo appartengono già alla rete di relazioni che chiamiamo ambiente.
Non siamo osservatori collocati fuori dal sistema.
La rivoluzione umana, allora, non consiste nel ritirarsi dalla realtà per occuparsi soltanto della propria interiorità. Significa andare abbastanza in profondità nella trasformazione di noi stessi da cambiare la qualità della nostra partecipazione alla realtà.
Non possiamo ordinare all’ombra di spostarsi.
Possiamo però muovere il corpo.
E, nel mondo reale, quel movimento prende la forma di parole, decisioni, relazioni, dialogo, organizzazione, solidarietà, partecipazione politica, trasformazioni istituzionali e azioni concrete.
Il risultato non è garantito. Il nostro potere non è assoluto. Ma la nostra presenza non è nemmeno nulla.
È forse precisamente in questo spazio, fra impotenza e onnipotenza, che esho funi restituisce al singolo essere umano la propria responsabilità.
Fonti e approfondimenti
- Nichiren Daishonin, Sui presagi, RSND, 1, 574
- Soka Gakkai italiana, Esho Funi – Essere umano e ambiente
- Daisaku Ikeda, Nuovi orizzonti di una civiltà globale, proposta di pace 1997
- Soka Gakkai Global, The Oneness of Life and Its Environment
- Soka Gakkai Global, Three Thousand Realms in a Single Moment of Life
- Soka Gakkai Global, What Is Human Revolution?
- Soka Gakkai Global, testo sul dialogo e sul rispetto dell’interlocutore
- Daisaku Ikeda, Per una società globale sostenibile, proposta per l’ambiente 2012
(8 agosto 2026)
Dr. Richard Stallman: "Il software libero e la nostra libertà: il nostro scudo contro molte ingiustizie digitali"
Il Dr. Richard Stallman, ospite del LibreTech Collective alla Georgia Tech il 23 gennaio 2026, parla del software libero come questione di libertà e di diritti umani, non come semplice comodità tecnica. Nel video spiega perché il software non libero tende a sottrarre controllo agli utenti, e collega questo tema a sorveglianza, DRM, backdoor, obsolescenza forzata, dipendenza progettata e servizi web che impongono condizioni ingiuste.
Una parte importante dell'intervento è dedicata al copyleft, alla differenza tra "software libero" e "open source", e alla critica dell'espressione "intelligenza artificiale" quando viene usata per sistemi che non capiscono davvero ciò che producono (che definisce «generatori di cazzate, perché non sanno nulla»). Stallman propone di parlare piuttosto di "intelligenza finta" quando il sistema genera testo senza comprensione.
Ho doppiato il video in italiano con il mio programmino autodub-local. Il video originale è disponibile su nojs.us con licenza CC BY-SA 4.0.
(7 agosto 2026)
autodub-local 2.0: Local and Cloud-Assisted Video Dubbing
I had already introduced my first version of autodub-local on this blog in this Italian post. That first release was mainly an experiment: a Bash-based workflow to dub videos locally, without depending on cloud services. Version 2 is now ready, and it is a much more complete tool.
The goal is still the same: take a video file, transcribe the speech, translate it, generate a new spoken track in the target language, and mux it back into an MP4 file. It is designed especially for talks, interviews, webinars, lectures, meetings, and long recordings where perfect lip-sync is not the main requirement, but intelligible and reasonably timed dubbing matters.
The new version no longer assumes a default input file or a default language pair. The user must explicitly choose the input file, source language, target language, translation method, and TTS engine. The input can be any format readable by ffmpeg, not only MP4: for example WebM, MKV, MOV, or audio-only files can also be processed.
One of the biggest changes is that autodub-local 2.0 can now be used in two broad modes. The fully local mode uses local models for transcription, diarization, translation, LLM-based text adaptation, and speech generation. This is the privacy-oriented path, but it needs a suitable machine, many gigabytes of disk space, and patience.
There is also a cloud-assisted mode, enabled with --only-cloud, for users who do not have the hardware or disk space needed for a fully local run. In that mode the heavy AI stages can use online services for transcription, diarization, and LLM adaptation, while Microsoft Edge TTS can generate natural-sounding voices without a local GPU. This is not meant to replace the local mode for privacy-sensitive use cases, but it makes the program practical on older computers.
Version 2 also adds better voice handling. It supports multiple TTS engines: XTTS for local voice cloning, Kokoro for local non-cloning voices, and Microsoft Edge TTS for online neural voices. Speakers can be detected automatically, and voices can be mapped explicitly to speakers when the user wants precise control. The script can also list and sample available voices, which makes it easier to choose a voice before running a long dubbing job.
Another important improvement is timing. Translated text often does not fit the original speech window, especially when translating between languages with different sentence length and speaking rhythm. autodub-local 2.0 can use an LLM to shorten or adapt translated lines when they are too long, and it applies only limited time-stretching to avoid damaging the generated voice too much.
The command-line interface has been cleaned up as well. There is now a proper --help screen, a clean command for removing temporary per-video work folders, checkpoint/resume support, explicit CPU-only mode with --no-gpu, and clearer options for ASR, diarization, translation, TTS, speaker count, voice mapping, and LLM adaptation.
The repository includes example dubbed outputs for comparison, generated with both the cloud-assisted workflow and the fully local workflow. On my old, underclocked test machine, the fully local workflow was about 9.5 times slower than the cloud-assisted one on the short test video. That is a reasonable tradeoff: local processing is heavier, but it avoids sending the media content to cloud services.
autodub-local remains free software, released under CC0. The project is available on GitHub: https://github.com/jsfan3/autodub-local.
Version 2 is not a magic dubbing studio. Quality still depends on the original audio, the transcription and diarization quality, the translation backend, the chosen TTS engine, and the timing constraints of the source video. But compared with version 1, it is far more flexible, more automated, and much more usable in real workflows.
(August 6, 2026)