Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.702 articoli, per un totale di 1.620.460 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 19 ottobre 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Supermercati vuoti
Ancora t’amo nel pianto lontano:
scaffali spogli, manca la benzina.
Ti penso come fossi qui vicina,
t’aiuto in sogno e ti tengo la mano.
Sperare nel tuo bene è quotidiano:
l'affido al primo sole ogni mattina,
un buon pensiero fino a te cammina,
sicché un sorriso sbocci piano piano.
Il respiro c'è e muore come un fiore;
la lacrima sul volto è già svanita,
e tutto a sera perde il suo colore.
La stessa forza in noi non va smarrita:
ci lega ancora il suo divino ardore,
forse ti riamerò in un’altra vita.
(19 ottobre 2026, galgani.it)
«Tutto è dolore»: il discernimento nello yoga di Patañjali
Una gioia può essere pienamente reale. Un incontro atteso, una musica che commuove, la conclusione di un lavoro difficile possono farci stare bene senza che quell’esperienza contenga, nella sua sensazione immediata, qualcosa di doloroso. È proprio questa evidenza a rendere sconcertante una celebre affermazione dello Yogasūtra: «Tutto è dolore per colui che discrimina». Se conosciamo anche il piacere, perché una maggiore comprensione dovrebbe portarci a riconoscere dolore dappertutto?
Per rispondere bisogna seguire il ragionamento che sostiene la frase. Il suo oggetto è ciò che lo yoga considera l’esperienza condizionata, ovvero quanto viviamo attraverso il corpo e la mente, che dipende da determinate condizioni ed è soggetto al cambiamento. La ricerca di sicurezza e appagamento in queste esperienze rende particolarmente visibile il problema. Il discernimento riconosce i processi che ci vincolano anche quando sono accompagnati da piacere. L’affermazione acquista il suo significato nella ricerca di una libertà capace di interromperli.
Il contesto di una frase radicale
Lo Yogasūtra, attribuito a Patañjali, è un’opera in sanscrito articolata in quattro capitoli. La parola sūtra significa «filo» e indica una formulazione estremamente concisa, che concentra un insegnamento in poche parole. Per comprenderla sono essenziali le spiegazioni della tradizione. Lo yoga classico di Patañjali è una determinata concezione della mente, della coscienza e della liberazione, all’interno del più vasto e variegato mondo dello yoga. [1]
La frase compare nel secondo capitolo, al sūtra 15, abitualmente indicato come II.15 [2]. Isolata, sembra una sentenza priva di spiegazione. Il testo completo presenta invece le ragioni del giudizio. In una possibile resa italiana:
«Per colui che discerne tutto è dolore, per le sofferenze di trasformazione, afflizione e impressioni latenti e il conflitto fra le attività delle qualità naturali».
Manteniamo visibile anche il testo in sanscrito, perché commenteremo alcuni termini:
pariṇāmatāpasaṃskāraduḥkhair guṇavṛttivirodhāc ca duḥkham eva sarvaṃ vivekinaḥ
La trasformazione (pariṇāma), l’afflizione (tāpa), le impressioni latenti (saṃskāra) e il contrasto tra le qualità della natura (guṇa-vṛtti-virodha) sono dunque i quattro elementi da comprendere. «Tutto è dolore» è la conclusione di questa analisi. L’espressione «per colui che discerne» indica il punto di vista dal quale quei legami diventano riconoscibili.
Il piacere e la condizione in cui lo sperimentiamo
La parola sanscrita tradotta con «dolore» è duḥkha. In questo passo, per comprenderne la portata, occorre considerare sia la sofferenza avvertita sia il carattere vincolante dell’esperienza. Una situazione può darci piacere e, contemporaneamente, mantenerci coinvolti nelle condizioni che producono sofferenza. È questo rapporto che l’affermazione chiede di esaminare.
Il testo riconosce espressamente la differenza tra esperienze piacevoli e dolorose. Nel sūtra II.14 [3], immediatamente precedente, distingue infatti i diversi frutti delle azioni. Vācaspati Miśra prende sul serio l’obiezione: il carattere piacevole di un’esperienza non può essere cancellato semplicemente opponendogli un ragionamento o l’autorità di una dottrina. Il problema consiste nel comprendere perché anche ciò che viene vissuto come piacevole debba essere superato da chi cerca la liberazione.
Si possono distinguere, allora, due domande. La prima riguarda ciò che sentiamo: questa esperienza è piacevole? La seconda riguarda il rapporto che intratteniamo con essa: ci rende liberi oppure ci lega a condizioni che dobbiamo continuamente ricostituire e difendere?
Un riconoscimento professionale, per esempio, può procurare una soddisfazione autentica. Se però il nostro valore personale dipende da quel riconoscimento, la soddisfazione si accompagna alla necessità di conservarlo, ripeterlo e proteggerlo dai giudizi altrui. Lo stesso evento che ci rassicura può rafforzare il bisogno di essere rassicurati.
Questa distinzione permette di avvicinarsi al significato del sūtra. Tuttavia, la formula classica conserva una forza maggiore di «ogni piacere comporta qualche rischio». Colui che discerne riconosce nell’esperienza condizionata un vincolo che persiste anche nelle sue forme favorevoli. Chiamarlo soltanto «insoddisfazione» può aiutare il lettore moderno, purché non si perda di vista questa radicalità.
La trasformazione: anche ciò che soddisfa modifica il desiderio
Il primo termine è pariṇāma, «trasformazione». Tutto ciò che sperimentiamo dipende da condizioni: il corpo, l’attenzione, la situazione, la presenza di altre persone. Anche quando l’oggetto rimane apparentemente identico, il nostro rapporto con esso può cambiare. Un’attività desiderata può diventare abituale; ciò che prima bastava può cominciare a sembrarci insufficiente.
Una prima conseguenza è evidente: nessun piacere particolare può garantire da sé la propria permanenza. Ma il cambiamento riguarda anche chi gode. Il sūtra II.7 permette di cogliere un aspetto di questo problema: il piacere conosciuto alimenta l’attaccamento alle condizioni che lo producono. La soddisfazione ottenuta può trasformarsi nel bisogno di riottenerla. Il commento dello Yoga Institute richiama, a sua volta, il mutamento e la persistenza dei ricordi piacevoli come ragioni per mettere in discussione l’aspettativa di una felicità continuamente riproducibile. [4] [5]
Consideriamo ancora il riconoscimento. Prima di riceverlo, immaginiamo che ci farà sentire finalmente all’altezza. Una volta ottenuto, può diventare il nuovo livello minimo da mantenere. Il successo ha risolto un’attesa e, nello stesso tempo, ha modificato la misura delle attese successive. La meta raggiunta diventa il punto dal quale ricomincia la ricerca.
Questo esempio illustra una possibilità concreta, senza pretendere di descrivere ogni soddisfazione umana. Fa vedere però perché sarebbe riduttivo tradurre l’argomento con «le cose belle finiscono». Il problema riguarda anche ciò che il loro conseguimento produce: mutano le aspettative, si consolidano le preferenze, nasce una nuova dipendenza dalle condizioni che hanno dato piacere.
La trasformazione è quindi qualcosa che opera già nell’esperienza presente. Chi discerne osserva insieme il beneficio immediato e il modo in cui quel beneficio può modificare la sua futura ricerca di benessere.
L’afflizione: il tormento del procurarsi e del difendere
Tāpa indica l’afflizione, il tormento, l’ardore che consuma. La traduzione «ansia» ne esprime un aspetto, ma è troppo stretta se fa pensare soltanto alla paura che una gioia finisca. Nel commento classico il termine comprende il dolore che alimenta avversione e le conseguenze delle azioni con cui si cerca il piacere e si respinge ciò che fa soffrire. L’ansia di conservare una condizione favorevole è una manifestazione di questo tormento. [2]
Nei sūtra II.7 e II.8 questo dinamismo prende due nomi. Rāga è l’attaccamento al piacere e ai mezzi per procurarselo; dveṣa è l’avversione al dolore e a ciò che lo provoca. Il ricordo delle esperienze precedenti alimenta entrambe le tendenze. Si torna verso ciò che ha soddisfatto e ci si oppone a ciò che ha ferito. [4] [6]
Da qui può nascere un’esistenza costantemente impegnata a sorvegliare le proprie fonti di sicurezza. Cerchiamo approvazione e temiamo la critica; desideriamo conservare un vantaggio e avvertiamo come minaccia chi potrebbe sottrarcelo. Il piacere ottenuto rimane inserito in questa attività di conquista e protezione.
La questione filosofica riguarda il prezzo di tale dipendenza. Se per stare bene devo assicurarmi che persone, cose e circostanze continuino a comportarsi in un determinato modo, il mio benessere resta affidato a qualcosa che posso controllare soltanto in parte. Anche durante una fase favorevole permane il compito di difenderla. Il discernimento rende visibile questa afflizione, compresa quella che l’entusiasmo del momento può lasciare sullo sfondo.
Le impressioni latenti: l’esperienza continua dopo essere finita
Il terzo termine, saṃskāra, indica una traccia o disposizione latente lasciata dall’esperienza. «Latente» significa che può continuare ad agire anche quando non la ricordiamo consapevolmente. Una preferenza, una reazione abituale o un impulso possono essere riattivati dalle circostanze prima che ci soffermiamo a esaminarli. Nella concezione classica della mente, le esperienze alimentano queste disposizioni e le disposizioni contribuiscono a orientare le esperienze successive. [1]
Il ricordo piacevole, per esempio, contiene più di un’informazione sul passato. Può presentare una richiesta: tornare là, ritrovare quella situazione, suscitare ancora la stessa risposta. Chi ha ricevuto approvazione può cominciare a cercare occasioni per ottenerne altra. Una volta riconosciuto il nesso tra un comportamento e una gratificazione, quel comportamento diventa più disponibile, più spontaneo, talvolta più difficile da mettere in discussione.
Si forma così una continuità: l’esperienza lascia una disposizione; la disposizione orienta il desiderio; il desiderio muove l’azione; l’azione prepara un’altra esperienza. La soddisfazione momentanea può essere uno dei passaggi attraverso cui la ricerca si perpetua.
Per Patañjali questo processo appartiene anche alla dottrina del karma: le azioni producono conseguenze che maturano nell’esperienza. Il sūtra II.12 colloca tali conseguenze sia nella vita presente sia nelle rinascite. L’orizzonte del testo è dunque più ampio di una teoria delle abitudini personali. Comprende la continuità dell’esistenza condizionata attraverso più vite. [7]
La spiegazione psicologica offre quindi un accesso al problema, ma la dottrina classica delle rinascite gli attribuisce una portata ulteriore.
I guṇa: perché anche la serenità rimane instabile
La quarta ragione è la meno familiare e una delle più importanti. Il sūtra parla del contrasto tra le attività dei guṇa. Il termine indica i costituenti o le qualità fondamentali della natura. Per presentarli è necessario introdurre prakṛti, la natura intesa come l’intero ambito dei processi materiali e mentali. In questa concezione anche la mente appartiene alla natura: pensieri, emozioni e capacità di comprendere sono realtà che si trasformano.
I tre guṇa sono:
- Sattva: luminosità e chiarezza, che nella mente si esprimono come lucidità e quiete.
- Rajas: attività e movimento, che possono manifestarsi come slancio, agitazione e ricerca.
- Tamas: inerzia e resistenza, che nella vita mentale possono assumere la forma di torpore e oscuramento.
Secondo questa teoria, i tre costituenti cooperano, ma le loro tendenze possono anche ostacolarsi e prevalere a turno. L’agitazione può disturbare la lucidità; il torpore può indebolire l’attenzione. Il commento a II.18 precisa che ciascun fattore conserva la propria attività anche quando un altro domina. Ogni stato mentale dipende così da un equilibrio mutevole, nel quale la prevalenza della quiete lascia operanti anche tendenze capaci di perturbarla. [8]
Si comprende così perché la questione non riguardi soltanto le conseguenze future del piacere. La serenità stessa, quando è uno stato della mente, dipende da una certa configurazione di processi. L’equilibrio raggiunto continua a essere un equilibrio di fattori attivi e mutevoli. L’agitazione e l’inerzia possono essere attenuate senza essere state definitivamente superate.
In termini vicini alla nostra esperienza, sentirsi tranquilli oggi non equivale a possedere una tranquillità sottratta a ogni possibile turbamento. La quiete può dipendere dal riposo, dalle circostanze, dall’assenza momentanea di conflitti e dalla disposizione con cui guardiamo le cose. È possibile coltivarla e renderla più stabile; rimane comunque necessario distinguere il miglioramento di uno stato dalla libertà rispetto al suo mutare.
Questo è il punto filosofico della teoria dei guṇa: il piacere e la serenità condizionati appartengono alla medesima natura dinamica nella quale sorgono agitazione e sofferenza. Colui che discerne considera anche questa struttura, oltre agli eventi che potrebbero interrompere una situazione favorevole.
Il discernimento: distinguere la coscienza da ciò che cambia
Possiamo ora comprendere meglio la parola decisiva. Viveka significa discernimento, capacità di distinguere; vivekinaḥ, la forma presente nel sūtra, indica «per chi possiede discernimento». Nel contesto dello yoga classico questa capacità culmina in una distinzione precisa: quella tra la coscienza e i contenuti mutevoli che essa conosce.
Il principio cosciente è chiamato puruṣa. Per chiarire la distinzione, il testo attribuisce alla mente i pensieri, le emozioni, i ricordi e il senso abituale dell’io; chiama puruṣa la coscienza alla quale questi contenuti si manifestano. Anche il pensiero «io sono fatto così» è dunque qualcosa che viene conosciuto. Nel sūtra II.20 l’osservatore viene caratterizzato come pura capacità di vedere; il commento ne precisa la differenza rispetto all’attività mentale mutevole. [9]
Per avvicinarci a questa distinzione possiamo considerare un’esperienza comune. Si presenta un pensiero di inadeguatezza e noi diciamo: «Sono inadeguato». Un giudizio che compare nella mente viene assunto come definizione di ciò che siamo. Analogamente, un momento di successo può trasformarsi nella certezza di essere finalmente qualcuno, e un insuccesso nella sensazione di aver perso se stessi.
L’esempio mostra il peso dell’identificazione. La dottrina classica va più lontano e afferma che la coscienza ha una natura distinta da tutti questi stati. Nel sūtra II.17 la causa del dolore da eliminare è individuata nella congiunzione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Il commento spiega come le alterazioni della mente siano riferite al principio cosciente, che appare coinvolto nel loro mutamento. [10]
Alla radice di questa confusione si trova avidyā, abitualmente tradotta «ignoranza». Qui significa un fraintendimento attivo della realtà: prendere il transitorio per permanente e attribuire al proprio essere ciò che appartiene all’esperienza mutevole. Il sūtra II.5 presenta l’ignoranza attraverso una serie di simili scambi. Il problema riguarda quindi il modo in cui conosciamo e ci identifichiamo, anche quando possediamo molte informazioni. [11]
Il discernimento riconosce che piacere, paura, orgoglio e delusione sono stati conosciuti e mutevoli. Finché chiediamo a essi di definire ciò che siamo e di assicurarci stabilità, il loro alternarsi decide continuamente del nostro rapporto con noi stessi. La ricerca della liberazione nasce dalla possibilità, affermata da questa filosofia, di sciogliere tale identificazione.
Lo sguardo di chi ha discernimento
La precisazione contenuta nella frase ha dunque un significato preciso. Chi è assorbito dal conseguimento di una soddisfazione tende a valutare l’esperienza secondo il suo esito immediato. Chi ha sviluppato discernimento vede anche le condizioni del godimento, le disposizioni che esso rafforza e la confusione tra il proprio essere e ciò che accade.
Vyāsa ricorre a un’immagine efficace: una fibra di lana, quasi inavvertita sulla pelle, diventa dolorosa quando tocca l’occhio. L’analogia descrive la sensibilità di chi pratica: forme di afflizione che abitualmente passano inosservate diventano avvertibili. Il piacere può così apparire vincolante già mentre viene sperimentato. [2]
L’esempio dell’approvazione rende visibile una dipendenza facile da riconoscere. La tesi classica comprende però anche i piaceri vissuti senza un attaccamento evidente. Finché appartengono alla mente e ai suoi mutamenti, rimangono parte della natura descritta attraverso i guṇa. Per colui che discerne il vincolo riguarda quindi l’intera condizione dell’esperienza, anche quando una singola soddisfazione non produce un tormento riconoscibile.
Questo «per» indica una conoscenza maturata, con un oggetto e delle ragioni. Per il lettore resta essenziale poter esaminare entrambi. Se ci si limitasse a sostenere che chiunque dissenta manca di discernimento, si renderebbe la tesi impermeabile alla discussione. La spiegazione filosofica deve mostrare quali nessi il discernimento riconosce, perché li giudica dolorosi e quale libertà ritiene possibile.
La premessa radicale: il criterio è la liberazione
Rimane un’obiezione legittima: un’esperienza transitoria può avere valore proprio così com’è. Una conversazione può essere preziosa senza durare per sempre. Una giornata serena può essere apprezzata senza pretendere che elimini ogni futura difficoltà. Dal solo fatto che qualcosa finisca non segue logicamente che sia dolore.
Per comprendere la conclusione dello yoga bisogna rendere visibili le sue premesse. Il testo cerca la cessazione della soggezione alla sofferenza; riconosce nelle esperienze condizionate i processi che la riproducono; considera possibile una liberazione fondata sul riconoscimento della natura distinta della coscienza. Da questa prospettiva, anche i momenti favorevoli rimangono parte della condizione che occorre superare.
Il punto non è una contabilità nella quale si sommano i piaceri e si sottraggono i dolori per stabilire se la vita abbia un saldo positivo. Un’esistenza potrebbe contenere molte soddisfazioni e lasciare intatto il vincolo fondamentale. Aumentare la frequenza degli esiti favorevoli e sottrarsi alla dipendenza da quegli esiti sono obiettivi differenti.
«Tutto è dolore» esprime il giudizio che nasce dal secondo obiettivo. Colui che discerne vede nel piacere condizionato l’appartenenza a un processo di trasformazione, attaccamento e identificazione. Finché quel processo prosegue, anche la soddisfazione contribuisce a mantenere aperta la ricerca di un appagamento da rinnovare.
Un lettore può condividere l’analisi di alcune dipendenze e discutere la concezione della coscienza, la dottrina delle rinascite o l’ideale di una liberazione definitiva. Questa possibilità non impedisce di comprendere il testo. Anzi, distinguere ciò che l’esperienza ordinaria mostra dalle ulteriori tesi filosofiche che l’opera sostiene permette di leggerlo con maggiore precisione.
Ridurre tutto al consiglio di godersi le cose con moderazione attenuerebbe eccessivamente la proposta di Patañjali. Prendere la frase come una negazione di ogni gioia la renderebbe invece contraddittoria. La sua forza sta nella domanda sulla libertà: quanto rimaniamo vincolati a ciò che ci soddisfa, anche quando ci soddisfa davvero?
Il dolore futuro e la possibilità di interromperlo
Il sūtra successivo, II.16, orienta l’intera lettura: «Il dolore non ancora giunto deve essere evitato». Il commento distingue la sofferenza già trascorsa da quella di cui si possono ancora rimuovere le condizioni. L’analisi del dolore apre così un compito pratico: riconoscere ciò che continua a produrlo e intervenire sulle sue cause. [12]
La conoscenza richiesta dal cammino deve diventare stabile. Nel sūtra II.26 il discernimento stabile e non vacillante è indicato come mezzo della liberazione. Vācaspati Miśra precisa che una comprensione soltanto verbale o argomentativa può lasciare intatte le tendenze abituali: ciò che si è compreso va maturato attraverso un’attenzione continuata. [13]
È facile riconoscere, anche nella vita quotidiana, la distanza tra sapere qualcosa e vivere secondo ciò che si sa. Possiamo comprendere che l’approvazione altrui non garantisce il nostro valore e continuare a inseguirla. Possiamo riconoscere che una preoccupazione è ripetitiva e tuttavia ricaderci. Per questo una teoria del vincolo deve accompagnarsi a una trasformazione delle disposizioni che lo sostengono.
Il sūtra II.28 collega il maturare del discernimento alla pratica delle componenti dello yoga. La conoscenza si chiarisce mentre si attenuano gli ostacoli che la disturbano. Il percorso riguarda dunque l’intero modo di vivere e di coltivare la mente, fino a rendere effettiva la distinzione che era stata dapprima soltanto compresa. [14]
Anche la felicità trova posto in questo cammino. Il sūtra II.42 attribuisce al santoṣa, l’appagamento o contentezza, una felicità eminente. La quiete che cresce quando si attenua la sete di possesso ha quindi un valore positivo. Occorre distinguere questa condizione favorevole della mente dalla liberazione definitiva: la prima riguarda il modo in cui stiamo; la seconda il superamento dell’identificazione con gli stati mentali. [15]
La meta finale è chiamata kaivalya, termine che indica l’indipendenza del principio cosciente. L’ultimo sūtra dell’opera, IV.34, la descrive come il riassorbimento dei costituenti della natura, cioè il loro ritorno allo stato latente, una volta esaurita la loro funzione per il principio cosciente liberato. Dal versante della coscienza, la stessa meta è descritta come lo stabilirsi di quest’ultima nella propria natura. È a questa libertà che guarda il giudizio sull’esperienza condizionata. [16]
Per chi discerne, dunque, anche il piacere rivela il rapporto tra soddisfazione e dipendenza. La sua realtà sensibile rimane riconoscibile, insieme alla sua insufficienza come liberazione. La frase di Patañjali invita a esaminare proprio questo intreccio: i modi in cui cerchiamo sollievo possono continuare a produrre il bisogno di sollievo. Vederli con chiarezza costituisce, per lo yoga, l’inizio della possibilità di interromperli.
(18 ottobre 2026)
Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese (riunione di studio del Gosho, appunti)
Appunti per la riunione di studio di ottobre 2026, sul Gosho Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese.
Il percorso segue i tre brani selezionati nello studio mensile del Nuovo Rinascimento, n. 957, ottobre 2026, pp. 26-37. La lezione di Daisaku Ikeda, pubblicata originariamente sul Daibyakurenge di aprile 2015, è tratta da Buddismo e Società, n. 175 del 2016.
Introduzione storica
Torniamo al 1260, a Kamakura. Rispetto a Il reale aspetto del Gohonzon, studiato a settembre, facciamo un salto indietro di diciassette anni. Nichiren ha proclamato Nam-myoho-renge-kyo nel 1253, al tempio Seicho, e ha poi cominciato a diffonderne la pratica a Kamakura, sede del governo militare. Tra i primi discepoli ci sono Toki Jonin, Shijo Kingo e Ikegami Munenaka. Gli esili a Izu e a Sado e il trasferimento a Minobu devono ancora avvenire. Questo trattato appartiene dunque ai primi anni della propagazione, quando Nichiren si confronta direttamente con la società e con il potere politico. [fonte]
Una popolazione stremata. Il fatto decisivo è il grande terremoto che colpisce Kamakura il ventitreesimo giorno dell’ottavo mese del 1257, verso le nove di sera. Seguono tempeste, carestie ed epidemie, che continuano a infierire fino al 1260. Le autorità fanno celebrare preghiere e riti, ma la sofferenza non si arresta. Anni dopo, Nichiren ricorderà proprio questa sequenza di calamità per spiegare perché aveva scritto il trattato. All’origine c’è la domanda su come porre fine al dolore delle persone: una domanda che per lui richiede di interrogare anche gli insegnamenti sui quali la società si regge. [fonte]
La risposta passa attraverso lo studio. Nel 1258 Nichiren si reca al tempio Jisso, nella zona del Fuji, per consultare la raccolta dei sutra. È un tempio della scuola Tendai, e quella ricerca prepara la stesura del Rissho ankoku ron, il titolo giapponese del trattato. In questa occasione il giovane Nikko, che studia in un tempio vicino, ha modo di assisterlo e decide di diventare suo discepolo. La ricerca di una risposta alle sofferenze collettive si intreccia così con l’incontro con colui che ne proseguirà l’insegnamento. [fonte]
A chi viene presentato, e perché? Il sedicesimo giorno del settimo mese del 1260 Nichiren affida il trattato al funzionario Yadoya Mitsunori, perché lo faccia pervenire a Hojo Tokiyori. Tokiyori aveva lasciato la carica di reggente nel 1256 e preso gli ordini religiosi, ma conservava un’influenza decisiva sul governo. Nichiren si rivolge quindi alla persona che può incidere sulle scelte del paese. Rimostranza significa qui un ammonimento rivolto all’autorità, con l’intenzione di correggerne la condotta: esporsi di persona per il bene della popolazione. Le date seguono la scansione del calendario riportata negli scritti. [fonte]
Perché la critica riguarda le dottrine religiose? Nel mondo descritto dal trattato, governanti, istituzioni religiose e vita della popolazione sono strettamente collegati. Nichiren contesta soprattutto l’insegnamento esclusivo del Nembutsu diffuso da Honen: invocare il Budda Amida per rinascere nella sua Pura Terra, accantonando gli altri insegnamenti, compreso il Sutra del Loto. Nella spiegazione di Ikeda, il punto decisivo è che tale esclusione allontana le persone dalla possibilità di manifestare la Buddità in questa vita e di trasformare il mondo in cui vivono. La controversia riguarda quindi anche la fiducia nelle capacità umane e la responsabilità verso la realtà presente.
Quando Nichiren individua nell’“offesa alla Legge” la radice delle disgrazie, formula la sua diagnosi religiosa della crisi: l’abbandono dell’insegnamento che permette a tutti di conseguire la Buddità. Il commento di Ikeda ne mette in evidenza il contenuto umano: negare la dignità e le possibilità della vita alimenta la rassegnazione e il disprezzo per gli altri. Il criterio con cui leggere la polemica è il suo scopo: restituire alle persone la forza di vivere e di costruire insieme una società pacifica.
Un dialogo costruito per far riflettere. Scritto originariamente in cinese classico, il trattato mette in scena un padrone di casa, che esprime la posizione di Nichiren, e un viaggiatore suo ospite, generalmente interpretato come figura di Tokiyori. I due condividono la preoccupazione per le calamità, ma ne discutono le cause. Il testo comprende dieci domande e nove risposte; l’ultimo intervento è la dichiarazione dell’ospite. È una forma letteraria: il cambiamento dell’ospite rappresenta il percorso che Nichiren propone al lettore, senza documentare una conversazione realmente avvenuta o una conversione di Tokiyori. [fonte]
L’urgenza è impedire la guerra. Confrontando la situazione con le calamità descritte nei sutra, Nichiren avverte che due disastri devono ancora verificarsi: una rivolta interna e un’invasione straniera. Il suo ammonimento mira a evitarli, cambiando direzione prima che sia troppo tardi. I brani di ottobre sono tratti proprio dalla parte conclusiva del dialogo: dopo aver discusso gli insegnamenti e le loro conseguenze, il padrone di casa mostra che nessuno può mettere al sicuro la propria famiglia dentro una società sconvolta dalla violenza.
La reazione concreta fu la persecuzione. Le autorità ignorano la rimostranza. Poco dopo, seguaci del Nembutsu assalgono la dimora di Nichiren per ucciderlo: è la persecuzione di Matsubagayatsu. Nichiren riesce a salvarsi e lascia temporaneamente Kamakura. Tornato in città, il dodicesimo giorno del quinto mese del 1261 viene arrestato ed esiliato a Izu; potrà rientrare nel 1263. Il coraggio del trattato acquista così un significato preciso: Nichiren continua a sostenere ciò che ritiene necessario alla felicità delle persone, anche quando questo mette a rischio la sua sicurezza. [fonte]
Un appello ripreso negli anni. Nel 1268 arriva la richiesta di sottomissione da parte dei mongoli; Nichiren richiama l’attenzione delle autorità sul pericolo già annunciato. Nel 1272 si verificano lotte interne al clan Hojo e nel 1274 il primo attacco mongolo. Nichiren considera questi avvenimenti una conferma dei suoi ammonimenti e torna a spiegare il significato del trattato. Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese rimane quindi un riferimento del suo insegnamento anche dopo Sado e durante la vita a Minobu. [fonte] [fonte]
Al centro del “paese” ci sono le persone. È significativo che Nichiren utilizzi per “paese” un carattere cinese che contiene il segno della gente comune. La sicurezza che ricerca si misura sulla vita delle persone. [fonte] È anche il collegamento con lo studio di settembre: riconoscere la Buddità nella nostra vita conduce a riconoscerla negli altri e ad assumere una responsabilità verso l’ambiente condiviso. La dignità della vita diventa il criterio con cui scegliere come vivere insieme.
“Insegnamento corretto” e “offesa alla Legge”: una precisazione
Il riferimento religioso è preciso. Nel trattato, l’insegnamento corretto è il Sutra del Loto, che afferma la possibilità per tutte le persone di conseguire la Buddità. Abbracciare questa possibilità, nella nostra pratica, significa basarsi su Nam-myoho-renge-kyo e impegnarsi a manifestare saggezza e compassione. La “sola buona dottrina” del secondo brano indica questo bene fondamentale accessibile a tutti.
“Offesa alla Legge” indica qui il rifiuto e la denigrazione di quell’insegnamento. Ikeda ne chiarisce la gravità in rapporto al rispetto per la vita e precisa che la rimostranza di Nichiren chiede di interrompere il sostegno alle dottrine che spingono ad abbandonare il Sutra del Loto. Il mezzo proposto nel trattato è cessare le offerte ai preti che le promuovono; nella lezione viene esplicitamente esclusa l’idea di eliminare indiscriminatamente tutti gli insegnamenti diversi dal Sutra del Loto.
Che cosa significa per noi oggi? Ikeda afferma che meritano rispetto anche altri sistemi di pensiero che riconoscono la dignità della vita, e invita a collaborare con persone e organizzazioni che condividono questo ideale. Possiamo quindi avere una fede precisa e dialogare con chi ha convinzioni diverse. La pace si costruisce riconoscendo il valore delle persone e affrontando le idee e i comportamenti che lo negano.
E le calamità? Il punto da raccogliere è la responsabilità verso chi soffre. La riflessione buddista sull’ambiente invita a conoscere i fenomeni, prevenire i danni e agire concretamente quando si verificano. Leggere questi passi oggi ci richiama alla cura delle persone e dell’ambiente, senza trasformare il dolore delle vittime in un giudizio sulla loro fede. [fonte]
Filo conduttore dello studio
Idea guida: la nostra felicità si costruisce insieme alla felicità degli altri, trasformando i valori che guidano le nostre azioni e facendo crescere il dialogo.
- Primo brano: la sicurezza personale è legata alla pace della società.
- Secondo brano: cambiare i princìpi del cuore significa cambiare il criterio con cui viviamo e agiamo.
- Terzo brano: un dialogo rispettoso può far nascere una decisione personale e un impegno condiviso.
Il percorso va dalla consapevolezza del legame con gli altri alla trasformazione di noi stessi, fino alla scelta di contribuire alla pace insieme ad altre persone. La preghiera alimenta questo movimento nella vita quotidiana.
Primo brano — La sicurezza personale e la pace della società
«Gli imperatori e i re hanno il loro fondamento nello stato e portano pace e ordine; i ministri e i sudditi sono in possesso dei campi e delle risaie e provvedono ai bisogni del mondo. Ma se arrivano dei predoni da un altro paese e invadono il paese, o se scoppia una ribellione interna e le terre del popolo vengono saccheggiate, cosa potrà esserci se non terrore e confusione? Se il paese viene distrutto e le famiglie sterminate, dove ci si potrà rifugiare?
Se vi preoccupate anche solo un po’ della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese».
Cuore del brano: aver cura della nostra vita ci porta ad aver cura del mondo in cui vivono anche gli altri. La sicurezza della famiglia, il lavoro e la possibilità di vivere serenamente dipendono dalle condizioni dell’ambiente e della società.
Da mettere a fuoco:
- Campi, risaie, famiglie: Nichiren parte dalle basi concrete dell’esistenza. La guerra distrugge il lavoro, gli affetti e i mezzi di sostentamento. Impedirla è una responsabilità verso la vita delle persone.
- La preoccupazione personale può allargarsi. Il desiderio di proteggere noi stessi e chi amiamo diventa il punto di partenza per comprendere quanto contino anche il benessere e la sicurezza altrui.
- “Tutti e quattro i quadranti” significa in ogni direzione. Ikeda legge questa espressione come un’apertura alla pace del mondo intero: la felicità di un popolo resta legata a quella degli altri.
- Pregare orienta l’azione. Nella lezione, pregare per la pace si accompagna al lavoro per costruirla: interessarsi a chi soffre, contrastare il disprezzo, coltivare relazioni nelle quali le persone possano sentirsi rispettate e al sicuro.
Aspetto emotivo: davanti alle guerre e alle crisi possiamo sentirci piccoli, preoccupati e impotenti. Questo brano ci aiuta a dare una direzione alla preoccupazione: riconoscere il legame con le altre persone e cercare un contributo possibile.
Punto per noi: possiamo includere nel Daimoku una persona o una situazione che rischiavamo di considerare lontana da noi, e collegare la preghiera a un gesto concreto: ascoltare chi è isolato, sostenere un’iniziativa utile alla comunità, intervenire con calma quando qualcuno viene umiliato. Anche nel nostro paese, la pace prende forma nel modo in cui ci trattiamo.
Frase di raccordo: Se la mia sicurezza è legata a quella degli altri, quali valori devono guidare il mio modo di vivere?
Secondo brano — Cambiare i princìpi su cui si basa il cuore
«Esaminando questa grande varietà di sutra, troviamo che tutti sottolineano la gravità dell’offesa alla Legge. Com’è triste che tutti gli uomini escano dalla porta dell’insegnamento corretto per sprofondare nella prigione di queste dottrine errate! Com’è sciocco che essi cadano uno dopo l’altro nelle spire delle dottrine malvagie e rimangano a lungo impigliati nella rete degli insegnamenti che offendono la Legge! Essi si smarriscono in queste nebbie e precipitano in basso fra le fiamme dell’inferno. Quanto devono affliggersi! Quanto devono soffrire!
Perciò affrettatevi a cambiare i princìpi su cui si basa il vostro cuore e ad abbracciare l’unico vero veicolo, la sola buona dottrina [del Sutra del Loto]. Se lo farete, il triplice mondo diverrà la terra del Budda, e come potrà mai declinare una terra del Budda? Tutte le regioni nelle dieci direzioni diventeranno terre preziose, e come potrà mai essere distrutta una terra preziosa? In un paese che non conosce declino, in una terra che non conosce distruzione, il vostro corpo troverà pace e sicurezza e la vostra mente sarà calma e indisturbata. Dovete credere alle mie parole e rispettarle».
Cuore del brano: la pace comincia a diventare concreta quando il rispetto per la vita guida davvero le nostre scelte. È il significato della rivoluzione umana: trasformare le tendenze interiori che condizionano il nostro comportamento e far emergere la Buddità nelle relazioni e nelle azioni.
Da mettere a fuoco:
- Le immagini della prigione, delle spire e della rete mostrano quanto possa essere difficile liberarsi da convinzioni che ci fanno soffrire. Nell’esclamazione di Nichiren c’è il dolore per le persone che rimangono intrappolate e il desiderio urgente di aiutarle.
- I “princìpi del cuore” sono ciò che consideriamo decisivo. Ikeda ci invita a guardare che cosa orienta le nostre azioni: la felicità cercata a spese degli altri, oppure la volontà di realizzare il bene nostro e altrui. Questa domanda rende verificabile nella vita quotidiana ciò in cui diciamo di credere.
- L’“unico vero veicolo” conduce tutti alla Buddità. “Veicolo” è l’immagine di un insegnamento che conduce all’Illuminazione. Il Sutra del Loto afferma che questa possibilità appartiene a ogni persona: farne il proprio fondamento significa riconoscerla anche a chi ci è difficile rispettare.
- La “terra del Budda” riguarda questo mondo. È la società in cui il rispetto della vita prende forma nei rapporti umani. Ikeda spiega la sua continuità richiamandosi ai tesori del cuore delle persone che la abitano: custodire e trasmettere quei valori mantiene viva la possibilità della pace.
- Il cambiamento interiore ha una dimensione sociale. Il rispetto si esprime anche nel collaborare con persone e organizzazioni che proteggono la dignità umana. La rivoluzione umana diventa così responsabilità, partecipazione e cura dell’ambiente in cui viviamo.
Un passaggio della spiegazione di Ikeda:
«E poiché l’essenza di “adottare l’insegnamento corretto” consiste nel costruire un solido fondamento spirituale per la pace nella società, è evidente che dovremmo unirci alle persone e alle organizzazioni che condividono questo tipo di visione per lavorare insieme allo scopo di proteggere la dignità della vita e realizzare la pace mondiale. La causa per cui ci battiamo non è una nostra prerogativa esclusiva».
Questo passaggio chiarisce chi siano gli “altri”: tutte le persone con cui possiamo contribuire alla dignità della vita e alla pace, comprese quelle di altre religioni o senza un’appartenenza religiosa.
Aspetto emotivo: può essere scomodo accorgersi che, pur desiderando la pace, in una discussione cerchiamo di umiliare qualcuno o di avere ragione a ogni costo. Riconoscerlo ci permette di cambiare. La fiducia nella Buddità ci dà il coraggio di guardare queste tendenze senza identificarci definitivamente con esse.
Punto per noi: davanti a un conflitto, possiamo domandarci: «Quale scelta rispetta la mia dignità e quella dell’altra persona?» Può significare ascoltare meglio, correggere un giudizio, chiedere scusa oppure porre un limite fermo a un comportamento dannoso. Il rispetto della vita comprende anche la nostra.
Frase di raccordo: Quando cambia il criterio con cui guardiamo una persona, può cambiare anche il modo in cui le parliamo.
Terzo brano — Il dialogo che fa nascere un impegno condiviso
«L’ospite disse: “Chi non si preoccuperebbe di essere cauto in una questione che riguarda questa vita e le vite future? Chi non sarebbe d’accordo con voi? Leggendo questi passi dei sutra adesso capisco perfettamente le parole del Budda, e cioè che offendere la Legge è un peccato molto grave, distruggere la Legge è una colpa veramente terribile. Io ho creduto in un solo Budda, Amida, e ho rifiutato tutti gli altri; ho onorato i tre sutra della Pura terra e messo da parte gli altri. Non l’ho fatto per una mia personale idea distorta, ma per obbedire alle parole di eminenti uomini del passato. E lo stesso è vero per tutte le altre persone delle dieci direzioni. Ma così facendo ci si esaurisce in futili sforzi in questa vita e si cade nell’inferno Avichi nella prossima. I testi citati chiariscono perfettamente questo punto con argomentazioni esaurienti che non lasciano adito a dubbi.
Grazie al vostro compassionevole insegnamento, ho potuto a poco a poco dissipare l’ignoranza della mia mente. Adesso bisogna prendere immediate contromisure [nei confronti di queste offese alla Legge] e portare subito la pace, in modo da poter vivere tranquillamente in questa vita e assicurarci la fortuna nella prossima. Non basta che soltanto io creda nelle vostre parole, ma mi impegnerò ad avvisare anche gli altri dei loro errori”».
Cuore del brano: il dialogo può risvegliare in una persona la volontà di agire per la felicità degli altri. L’ospite arriva a fare propria la preoccupazione del padrone di casa e a scegliere di contribuire alla pace.
Da mettere a fuoco:
- L’ospite riconosce il peso dell’autorità. Aveva seguito insegnamenti ritenuti affidabili perché provenivano da uomini eminenti. Ikeda richiama sia la responsabilità di chi influenza gli altri sia la necessità, per ciascuno, di comprendere e valutare ciò che accoglie.
- Il cambiamento avviene “a poco a poco”. Nel corso del trattato l’ospite si arrabbia e minaccia di andarsene. Il padrone di casa gli sorride, mantiene il contatto e continua a spiegare con pazienza. Sono il rispetto e le ragioni offerte a permettere che il dialogo prosegua.
- “Avvisare anche gli altri dei loro errori” va letto alla luce di questo comportamento. Condividere l’insegnamento significa parlare con sincerità di ciò che può liberare dalla sofferenza, prestando attenzione ai dubbi e alla dignità dell’interlocutore.
- L’ultima parola è dell’ospite. Questa scelta letteraria è centrale nel commento di Ikeda: la persona che ascolta diventa a sua volta protagonista. Dal dialogo nasce qualcuno che assume la stessa responsabilità e può trasmetterla ad altri.
- Un dialogo apre il successivo. Gli effetti possono maturare nel tempo. Ogni incontro rispettoso crea una possibilità di comprensione e, quando condividiamo il Buddismo, un legame con l’insegnamento che rivela la natura di Budda.
Aspetto emotivo: quando una persona ci contraddice possiamo sentirci rifiutati e chiuderci. Il padrone di casa mantiene la fiducia nella possibilità di comprendersi. Possiamo coltivare anche noi questa pazienza, lasciando all’altra persona il tempo e lo spazio per riflettere.
Punto per noi: scegliamo una persona con cui desideriamo approfondire il rapporto. Possiamo cominciare da una domanda sincera, ascoltare che cosa la preoccupa e condividere un’esperienza concreta della pratica. Il primo risultato da coltivare è una relazione in cui entrambi possiamo parlare e sentirci rispettati.
Frase di raccordo: Quando una persona ritrova fiducia nelle proprie possibilità, può diventare a sua volta una fonte di speranza per qualcuno.
Questo spirito nella storia della Soka Gakkai
Makiguchi: l’educazione e la felicità delle persone. La lezione ricorda quanto il trattato abbia contato nella sua decisione di abbracciare il Buddismo di Nichiren. Il desiderio di felicità per ogni bambino e bambina si estende alla società. Anche di fronte al governo militarista giapponese, e poi in prigione, Makiguchi mantiene il proprio impegno religioso fino alla morte.
Toda e Ikeda: la pace comincia anche da una riunione. Nel Giappone del dopoguerra Toda si dedica a ricostruire la Soka Gakkai. Quando Ikeda, diciannovenne, lo incontra per la prima volta a una riunione di discussione a Kamata, Toda sta spiegando proprio Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese. Un trattato del XIII secolo diventa così il punto di partenza di un incontro e di un impegno che si sviluppano nella realtà del dopoguerra.
Il collegamento con noi: anche una piccola riunione può aiutare una persona a sentirsi ascoltata, a riconoscere le proprie possibilità e a scegliere di contribuire al bene comune. È attraverso persone concrete che l’ideale della pace acquista continuità.
Conclusione
I tre brani ci affidano un percorso: allargare la nostra preoccupazione agli altri, trasformare i valori che guidano le nostre scelte e far crescere relazioni di dialogo.
Possiamo contribuire alla pace nel luogo in cui viviamo: recitando con questa determinazione, rispettando la dignità di ogni persona e cercando, insieme agli altri, azioni che rendano la vita più sicura e più umana. Gli altri sono i praticanti con cui ci incoraggiamo e tutte le persone che incontriamo nella famiglia, nel lavoro e nella comunità, anche quando hanno idee o convinzioni diverse dalle nostre.
Tre domande possibili per il confronto:
- Quale situazione mi fa capire che la mia felicità è legata a quella di altre persone?
- In un rapporto difficile, quale “principio del cuore” vorrei trasformare attraverso la pratica?
- Con chi posso iniziare o riprendere un dialogo, e quale primo gesto può renderlo possibile?
Piccole precisazioni sui termini
- Triplice mondo: nella cosmologia buddista comprende i mondi del desiderio, della forma e della non forma. Indica l’ambito dell’esistenza degli esseri non illuminati. Nel secondo brano, il punto è che proprio il mondo in cui viviamo può diventare una terra del Budda. [fonte]
- Dieci direzioni: i quattro punti cardinali, le quattro direzioni intermedie, l’alto e il basso. È un modo per indicare la totalità dello spazio. [fonte]
- Inferno Avichi: l’inferno della sofferenza incessante, così chiamato perché il dolore non lascia tregua. Nel terzo brano compare nel quadro delle conseguenze karmiche nelle vite future. Il richiamo di Nichiren nasce dalla volontà di liberare le persone da quella sofferenza. [fonte]
(18 ottobre 2026)