Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.672 articoli, per un totale di 1.545.373 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 13 agosto 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.

Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

“Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?

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Nota: questo è un articolo puramente teorico, nel quale proviamo a comprendere il linguaggio usato nel contesto dell'alimentazione pranica. Non contiene indicazioni pratiche su come intraprendere questo tipo di percorso. Per un approccio improntato alla gradualità, all'ascolto del corpo e al rispetto di sé, rimando invece all'articolo Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤.

Nell'ambiente dell'alimentazione pranica, o del cosiddetto respirianesimo — termini usati in modi non sempre perfettamente sovrapponibili — si incontrano espressioni come «il cibo è informazione», «il cibo contiene informazione», «il cibo porta una certa frequenza» o «il cibo ha una certa vibrazione».

Prese alla lettera, queste formule possono risultare oscure o perfino prive di senso, perché parole comuni come energia, frequenza, vibrazione e informazione vengono usate qui con significati diversi da quelli che assumono normalmente in fisica, in nutrizione o nel linguaggio quotidiano.

Per capire che cosa esprimono, conviene quindi fare una piccola operazione di "traduzione" del vocabolario pranico e vedere come vengono usati questi termini.

Che cos'è l'alimentazione pranica?

L'idea di base è che l'essere umano riceva nutrimento non soltanto dal cibo materiale, ma anche dal prana.

Prana è una parola di origine sanscrita, legata alle tradizioni indiane. Nel contesto pranico contemporaneo indica una forza vitale presente negli esseri viventi, nella natura e nell'ambiente.

È utile distinguere subito questa idea dall'energia alimentare misurata in chilocalorie.

Due significati diversi della parola «energia»

Quando diciamo che un alimento fornisce, per esempio, 300 kcal, parliamo di energia in senso fisico. Joule e chilocalorie sono unità di misura dell'energia.

Nel linguaggio pranico, invece, «energia» viene usata "anche" per indicare il prana, cioè la componente vitale o sottile attribuita agli esseri viventi e agli alimenti.

Per evitare confusione, in questo articolo useremo quindi espressioni diverse:

  • energia alimentare: quella espressa, per esempio, in joule o chilocalorie;
  • prana o forza vitale: la componente non materiale del nutrimento nel vocabolario pranico.

Quando in questi ambienti si parla di una componente «sottile» del cibo, la parola non significa «molto piccola» o «difficile da misurare». Indica ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi ordinari. È quindi un termine spirituale o metafisico, non un'unità di misura.

Che cosa significa «il cibo è informazione»?

Ray Maor, uno dei promotori contemporanei del pranic living, usa l'espressione «Food as Information, Not Just Calories»: «il cibo come informazione, non soltanto calorie».

Il punto centrale è proprio quel «non soltanto».

In questa visione, quando mangiamo riceviamo sostanze materiali, nutrienti ed energia alimentare, ma il cibo porta con sé anche una qualità che viene descritta attraverso parole come «informazione», «frequenza», «vibrazione» o «impronta».

Qui la parola informazione non viene usata nel senso tecnico dell'informatica, della teoria dell'informazione o della biologia molecolare. Non indica nemmeno semplicemente i segnali chimici prodotti dagli alimenti nell'organismo.

Indica piuttosto una sorta di messaggio qualitativo: qualcosa che, nel modo di pensare pranico, l'alimento porta con sé insieme alla propria materia.

Una metafora può aiutare.

Pensiamo a una lettera. La carta e l'inchiostro sono il supporto materiale; sulla carta, però, c'è anche un messaggio. Conoscere il peso e la composizione chimica della lettera non equivale a conoscere ciò che vi è scritto.

Nel pensiero pranico il cibo viene immaginato in modo simile:

La parte materiale dell'alimento è il supporto; l'«informazione» è la qualità o il significato che quel supporto porta con sé.

Anche la parola «impronta» è utile in senso metaforico: rende intuitiva l'idea che la storia di un alimento lasci una qualità che accompagna il cibo e viene trasmessa a chi lo consuma.

«Frequenza» e «vibrazione»

In fisica, una frequenza indica quante volte un fenomeno periodico si ripete in un certo intervallo di tempo e può essere espressa, per esempio, in hertz (Hz). Una vibrazione fisica è un'oscillazione reale e, se periodica, possiede una frequenza misurabile.

Nel linguaggio pranico, invece, quando si parla della «frequenza» o della «vibrazione» di un alimento, non si sta indicando una frequenza fisica espressa in Hz.

Queste parole descrivono invece la qualità attribuita all'alimento: quanto viene percepito o considerato vitale, armonioso, pesante, leggero, favorevole o sfavorevole sul piano pranico.

Perciò dire:

«questo alimento ha una frequenza più alta»

significa:

«a questo alimento viene attribuita una qualità pranica o spirituale considerata più elevata».

Allo stesso modo, quando un alimento viene definito «pesante» o «leggero», non si parla necessariamente del suo peso, delle calorie, della consistenza o della digeribilità. Sono parole che possono descrivere la qualità pranica attribuita a quel cibo.

Un esempio concreto: la carne e la paura dell'animale

L'esempio della carne rende particolarmente chiaro che cosa possa voler dire, in questo ambiente culturale, parlare di «informazione» contenuta nel cibo.

Ray Maor descrive la carne come un alimento «pesante» dal punto di vista della «frequenza» e collega la scelta vegetariana o vegana anche al rifiuto di partecipare all'uccisione di un animale.

Nella più ampia tradizione yogica che utilizza il concetto di prana, questa idea viene espressa anche in modo più esplicito. Nel sistema Yoga in Daily Life di Paramhans Swami Maheshwarananda, per esempio, la paura vissuta dall'animale diretto al macello entra nella lettura pranica della carne e del nutrimento che essa trasmette.

Dire che «la carne porta informazione» significa che porta con sé qualcosa della storia e dello stato dell'animale da cui proviene, compresi paura e sofferenza.

Non si parla qui delle informazioni genetiche contenute nelle cellule della carne né dei suoi nutrienti, ma dell'impronta qualitativa dell'esperienza dell'animale.

Non tutti gli autori pranici descrivono la carne nello stesso modo. L'esempio è però utile perché rende concreto il significato che possono assumere parole come «informazione», «frequenza» e «impronta».

Anche la storia del cibo fa parte della sua «informazione»

Una volta compreso questo passaggio, diventa più facile capire perché la qualità attribuita a un alimento non dipenda soltanto dalla sua composizione materiale, ma anche da come è arrivato a essere ciò che mangiamo.

Per esempio, in alcune concezioni yogiche e praniche:

  • la carne di un animale che ha vissuto paura e sofferenza porta l'«impronta» di quella esperienza;
  • un frutto porta la vitalità attribuita alla pianta da cui proviene;
  • anche lo stato d'animo di chi prepara un alimento può influenzarne la qualità.

Quest'ultimo esempio è particolarmente intuitivo. Alcune tradizioni raccomandano di cucinare con calma, attenzione, affetto o pensieri positivi, perché il modo in cui il cibo viene preparato entra a far parte della qualità che verrà poi trasmessa a chi lo mangia.

Immaginiamo, per esempio, che due persone preparino lo stesso piatto con gli stessi ingredienti. Una cucina serenamente e con cura; l'altra con rabbia e ostilità.

Dal punto di vista materiale i due piatti possono essere quasi identici. Non portano però la stessa «informazione», perché diversa è l'«impronta» lasciata durante la preparazione.

Quindi, «informazione» significa soprattutto la qualità legata all'origine e alla storia dell'alimento, non semplicemente la sua componente fisica.

Questo non significa semplicemente «crudo è buono, elaborato è cattivo»

Alcuni autori pranici attribuiscono un valore particolare alla frutta fresca, ai succhi o agli alimenti poco trasformati. È però riduttivo identificare l'idea del «cibo come informazione» con una regola del tipo «crudo uguale buono, elaborato uguale cattivo».

Questa non è la definizione di «informazione», ma soltanto una delle possibili classificazioni degli alimenti presenti in alcuni approcci.

Allo stesso modo, quando un cibo viene chiamato «leggero» o «pesante», questi termini non coincidono necessariamente con concetti come digeribilità, sazietà, piacere o tolleranza individuale.

Un gelato, per esempio, può risultare più piacevole o più facile da mangiare per una certa persona di un'insalata cruda. Questo riguarda l'esperienza individuale del cibo. La classificazione pranica descrive invece la qualità spirituale o vitale attribuita a quel cibo.

Le due valutazioni possono non coincidere.

Che cosa c'entra tutto questo con il respirianesimo?

Fin qui abbiamo parlato soprattutto di una concezione spirituale del cibo. Nell'alimentazione pranica, vale l'idea che il prana possa arrivare all'essere umano attraverso il cibo, ma non soltanto attraverso di esso.

Il ragionamento può essere riassunto così:

  1. un alimento contiene materia, nutrienti ed energia alimentare, espressa per esempio in kcal;
  2. porta anche prana e una certa «informazione»;
  3. il cibo funziona quindi anche come mezzo di trasmissione di questa componente non materiale;
  4. nel percorso pranico si esplora la possibilità di ricevere il prana anche senza farlo passare ogni volta attraverso il cibo materiale.

Possiamo tornare alla metafora della lettera. Mangiando riceviamo insieme il supporto materiale e il messaggio. Il cibo è, metaforicamente, la carta sulla quale arriva il messaggio. Il prana e l'«informazione» sono ciò che viene trasmesso attraverso quel supporto. Tuttavia, il prana non è legato in modo esclusivo al supporto materiale del cibo.

In definitiva, che cosa vuol dire «il cibo è informazione»?

L'espressione può essere tradotta in parole più comuni così:

Un alimento non ha importanza soltanto per ciò di cui è materialmente composto, ma porta con sé anche una qualità legata alla sua origine, alla sua storia e al modo in cui è stato prodotto o preparato. Questa qualità viene chiamata «informazione».

Termini come «frequenza» e «vibrazione» descrivono spesso la stessa idea e, in questo contesto, vanno letti come parole riferite a una qualità spirituale o pranica.

Il termine «sottile» indica invece ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi.

La parola «impronta» offre un modo intuitivo per indicare la qualità lasciata dalla storia dell'alimento: per esempio la paura dell'animale, la vitalità attribuita a un frutto o lo stato d'animo di chi cucina.

(13 agosto 2026)

Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤

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Se senti il richiamo dell'alimentazione pranica, chiamata anche respirianesimo, vorrei suggerirti l'intervista in calce, divisa in due parti, di Nicolas Ducastel a Nicolas Pilartz (Eden Pranic Center). I video originali sono in francese (prima parte e seconda parte), ho quindi provveduto a doppiarli in italiano.

Nota: se prima vuoi familiarizzare con alcuni termini ricorrenti in questo ambito — come «prana», «informazione», «frequenza», «vibrazione» e «sottile» — puoi leggere anche “Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?, dove provo a spiegare il lessico dell'alimentazione pranica e il significato che queste parole assumono al suo interno.

Uno dei messaggi più importanti che emerge da questa lunga intervista non riguarda tanto l'obiettivo di arrivare a vivere con pochissimo cibo, quanto il modo in cui Nicolas Pilartz invita ad avvicinarsi al percorso: con dolcezza, gradualità e soprattutto rispetto di sé.

Quando si è attratti da un ideale, infatti, è facile trasformarlo in una nuova richiesta da imporre a se stessi: bisogna riuscirci, mangiare sempre meno, resistere, raggiungere un determinato stato. L'approccio descritto nell'intervista va invece nella direzione opposta. Il percorso non viene presentato come una battaglia contro il corpo né come una prova di forza, ma come un lungo processo di osservazione, apprendimento e ascolto.

Questo significa anche non ignorare i segnali di difficoltà. Pilartz insiste più volte sulla necessità di evitare protocolli estremi, di non trasformare il percorso pranico in un digiuno forzato e di aumentare l'apporto calorico quando il corpo ne manifesta il bisogno. Vertigini, svenimenti, forte perdita di peso o assenza di energia non vengono presentati come segni di progresso da sopportare, ma come segnali da prendere seriamente.

Allo stesso modo, il cibo solido non viene considerato un nemico. Può continuare a essere utilizzato durante il percorso, secondo le necessità individuali, e il ritorno temporaneo al solido può diventare parte dell'esperienza e dell'apprendimento. Mangiare nuovamente non equivale necessariamente ad aver fallito.

Questa impostazione nasce anche dall'esperienza personale di Pilartz, che racconta di avere iniziato molti anni fa con protocolli molto più drastici, compreso un processo con una prima settimana senza cibo né acqua. Descrive oggi quell'esperienza come pericolosa e sconsiglia esplicitamente di ripeterla. Nel tempo il suo approccio si è quindi spostato verso quella che definisce una via di mezzo: utilizzare alimenti liquidi contenenti calorie — succhi, frullati, zuppe, creme e altri liquidi più o meno densi — evitando di costringere il corpo a un digiuno estremo.

Ma il punto forse più importante dell'intervista è un altro: un processo di 9 o 21 giorni non rappresenta il traguardo. È soltanto una preparazione. Il percorso vero comincia quando si torna alla propria vita quotidiana.

Le tre fasi: iniziazione, transizione e manifestazione

Pilartz descrive il percorso attraverso tre grandi fasi: iniziazione, transizione e manifestazione. La distinzione è importante perché ridimensiona l'idea che tutto debba accadere in poche settimane. L'iniziazione è relativamente breve; la transizione può invece richiedere anni; la manifestazione viene descritta come qualcosa che si stabilizza progressivamente, quando il nuovo modo di essere è ormai maturato.

1. Iniziazione

L'iniziazione è la fase più breve. Può consistere in un processo di alcuni giorni o alcune settimane e viene descritta soprattutto come un allenamento, un'esperienza e una preparazione a ciò che avverrà successivamente.

Non dovrebbe mai diventare una gara a chi riesce ad assumere meno calorie. Al contrario, vengono utilizzati liquidi calorici proprio con l'intento di mantenere energia e stabilità, e di evitare che l'esperienza si trasformi semplicemente in un digiuno.

Durante questa fase, però, non cambia soltanto il rapporto fisico con il cibo. Secondo Pilartz possono cominciare a emergere anche aspetti emotivi che normalmente vengono attenuati o coperti attraverso l'alimentazione.

Tristezza, rabbia, stress, solitudine o altre tensioni possono infatti essere associate all'impulso di mangiare. Modificando profondamente le abitudini alimentari, alcune di queste dinamiche possono diventare più evidenti. Per questo nell'intervista viene sottolineata ripetutamente l'importanza di non affrontare da soli pratiche drastiche e di procedere con un accompagnamento adeguato.

L'iniziazione, quindi, non viene presentata come il raggiungimento definitivo di uno stato, ma come l'inizio di un processo di conoscenza di sé.

2. Transizione

La transizione è probabilmente la fase più importante dell'intero percorso.

Non dura nove o ventuno giorni: può durare anni.

È il periodo nel quale l'esperienza iniziale deve incontrare la vita reale: il lavoro, la famiglia, gli amici, le cene insieme, i viaggi, lo sport, le emozioni e tutte quelle situazioni nelle quali il cibo ha sempre avuto non soltanto una funzione nutrizionale, ma anche sociale, affettiva e psicologica.

È qui che ogni persona deve progressivamente comprendere che cosa funziona per sé. Il percorso può comprendere periodi di alimentazione liquida alternati al cibo solido.

Il cibo solido può essere utilizzato una volta al giorno, una volta alla settimana, occasionalmente o ogni volta che se ne presenti realmente il bisogno. Non viene indicato un modello identico per tutti.

Pilartz arriva anche a sottolineare l'importanza di evitare il fanatismo. Se condividere un pasto con familiari o amici è importante, la capacità di mangiare qualcosa insieme agli altri non dovrebbe essere vissuta necessariamente come un problema. Il percorso dovrebbe integrarsi nella vita, non trasformarsi in una nuova forma di isolamento o rigidità.

È qui che l'idea di un'alimentazione pranica gentile acquista il suo significato più concreto: non trasformare un possibile percorso di liberazione in un'altra forma di violenza verso se stessi.

Significa non ignorare i bisogni del corpo pur di aderire a un'identità. Significa non misurare il proprio valore sulla quantità di cibo che si riesce a evitare. Significa continuare a osservare ciò che sta realmente accadendo.

Il peso è stabile? L'energia è presente? Il corpo sta bene? Il sonno è soddisfacente? La vita quotidiana è vissuta con maggiore serenità e presenza oppure è diventata una continua battaglia contro il bisogno di mangiare?

Nell'intervista vengono indicati proprio il peso, l'energia, lo stato generale di salute e gli esami medici come elementi concreti da tenere sotto osservazione. L'esperienza soggettiva non dovrebbe quindi diventare un motivo per ignorare ciò che il corpo sta mostrando.

La transizione è, in questo senso, un lungo processo di affinamento. E proprio perché può durare anni, non c'è alcun bisogno di avere fretta.

3. Manifestazione

La terza fase viene chiamata manifestazione.

Non viene descritta come qualcosa che si conquista imponendosi una determinata disciplina, ma come uno stato che progressivamente si stabilizza. Pilartz utilizza l'immagine di un fiore che lentamente sboccia: qualcosa che richiede tempo perché deve maturare nella coscienza e diventare spontaneo.

In questa fase l'attenzione non è più rivolta principalmente alla domanda «quanto poco riesco a mangiare?», ma alla qualità dello stato interiore: energia, presenza, serenità, lucidità, libertà dal bisogno compulsivo e capacità di ascoltare ciò che accade dentro di sé.

Non viene comunque indicato alcun obbligo di raggiungere una determinata condizione. Nel corso dell'intervista vengono citate anche persone che, dopo avere sperimentato periodi senza alimentazione solida, hanno successivamente scelto di reintrodurla. Le diverse condizioni non vengono quindi presentate necessariamente come una scala dalla quale sia vietato scendere.

Il criterio fondamentale rimane piuttosto la capacità di non mentire a se stessi sui propri bisogni.

Rispettarsi prima di tutto

Il messaggio pratico che attraversa entrambe le interviste può quindi essere riassunto in una parola: rispetto.

Se il corpo ha bisogno di nutrimento, nutrirlo non rappresenta una sconfitta. Se qualcosa provoca malessere, la sofferenza non deve essere scambiata automaticamente per un segno di progresso. Se il percorso sta diventando una battaglia, può essere necessario rallentare, modificare l'approccio o fermarsi.

Non è necessario diventare qualcun altro nel giro di ventuno giorni.

Il processo descritto da Pilartz è piuttosto un invito a procedere progressivamente, osservando il rapporto con il cibo, con il corpo, con le emozioni e con la propria vita quotidiana. I 9 o 21 giorni possono costituire l'inizio; il vero lavoro viene dopo, quando ciò che è stato sperimentato deve trovare un equilibrio sostenibile nella vita di tutti i giorni.

Nei due video che seguono questi temi vengono approfonditi insieme all'evoluzione dei diversi protocolli, agli errori commessi negli anni, al rapporto tra alimentazione ed emozioni e alle difficoltà che possono emergere dopo una prima esperienza pranica.

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(12 agosto 2026)

“Che cosa non può essere realizzato?” Desideri e preghiera davanti al Gohonzon

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Quando si sente dire che, continuando a recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, alla fine si realizzeranno tutti i propri desideri, è facile comprendere queste parole nel senso più immediato: abbiamo un desiderio, preghiamo, e la pratica dovrebbe produrre l'oggetto desiderato. Una lettura del genere, però, non rende giustizia né agli scritti di Nichiren Daishonin né all'interpretazione sviluppata dai tre presidenti fondatori della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda.

La questione richiede una distinzione fondamentale. Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di negare i desideri concreti: salute, lavoro, sicurezza economica, amore, riconoscimento, riuscita personale. Possiamo pregare per questi desideri con assoluta sincerità. Ma il fine ultimo della pratica non consiste nel soddisfare indefinitamente i desideri di un io che rimane identico a se stesso. La pratica trasforma il soggetto che desidera e, trasformandolo, trasforma progressivamente anche la natura dei suoi desideri. Il desiderio personale viene così inserito in un desiderio più vasto: manifestare la Buddità, costruire una felicità profonda e contribuire alla felicità degli altri.

Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon

In Risposta a Kyo'o, una lettera del 1273 indirizzata alla famiglia di Shijo Kingo, la cui figlia Kyo'o era gravemente malata, Nichiren scrive:

«Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora, che cosa non può essere realizzato?»

Fonte: Nichiren Daishonin, Risposta a Kyo'o.

Il contesto è importante. Nichiren sta incoraggiando due genitori angosciati per la malattia della figlia. Non sta formulando una teoria secondo cui qualsiasi desiderio individuale verrà automaticamente soddisfatto. Nella stessa lettera insiste sulla fede, sul coraggio e sulla capacità di affrontare la malattia. La frase, dunque, è potentissima, ma va letta dentro l'intero insegnamento.

Lo stesso vale per un'altra famosa affermazione di Nichiren, contenuta nello scritto Sulle preghiere: «Non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta». Anche questa frase, se isolata dal resto, potrebbe sembrare la promessa di un esaudimento automatico. Il problema è capire che cosa significhi, nel Buddismo di Nichiren Daishonin, una preghiera che «riceve risposta».

Fonte: Nichiren Daishonin, Sulle preghiere.

Il desiderio più profondo del Budda

Per comprendere il significato della preghiera bisogna partire dal desiderio che il Sutra del Loto attribuisce al Budda stesso. Alla conclusione del sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata, Shakyamuni dichiara:

«Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla Via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?»

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 16, «Durata della vita del Tathagata».

Nichiren commenta questo passo in modo ancora più esplicito. In Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto, afferma che quelle parole esprimono «il desiderio più profondo del Budda» di condurre gli esseri viventi alla Buddità.

Fonte: Nichiren Daishonin, Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto.

Anche il secondo capitolo del Sutra del Loto, Espedienti, presenta la stessa idea sotto un'altra forma: i Budda appaiono nel mondo per «un'unica grande ragione», cioè aprire, mostrare e rendere accessibile a tutti gli esseri viventi la saggezza del Budda. Il punto centrale non è quindi concedere favori dall'esterno, ma permettere a ogni persona di manifestare una condizione di vita illuminata.

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 2, «Espedienti».

Per evitare fraintendimenti, «conseguire la Buddità» non significa trasformarsi in un essere soprannaturale. Nella lettura della Soka Gakkai significa far emergere nella propria vita una condizione caratterizzata da saggezza, coraggio, compassione e libertà interiore, capace di affrontare la realtà e di creare valore al suo interno.

I desideri non vengono eliminati, ma trasformati

A questo punto diventa più chiaro il principio giapponese bonno soku bodai, che possiamo tradurre come «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione». Non significa che qualunque impulso sia già, in quanto tale, saggio o benefico. Significa che il desiderio non deve necessariamente essere soppresso per raggiungere l'Illuminazione: può diventare il materiale stesso della trasformazione.

L'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai lo formula con grande chiarezza: gli insegnamenti di Nichiren «pongono l'accento sulla trasformazione, piuttosto che sull'eliminazione, dei desideri».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Come vengono visti i desideri dai buddisti della Soka Gakkai?».

La stessa fonte spiega che, attraverso la pratica, desideri inizialmente egoistici e diretti verso una felicità passeggera possono ampliarsi fino a comprendere la felicità degli altri e, infine, del mondo intero. Questo passaggio è essenziale. Non si parte necessariamente da motivazioni altruistiche o compassionevoli. Possiamo iniziare a recitare perché abbiamo paura, perché vogliamo un lavoro, perché una relazione ci fa soffrire o perché abbiamo bisogno di denaro. La pratica non richiede di fingere di avere motivazioni più nobili di quelle reali. Ci chiede piuttosto di portare nella preghiera l'intera realtà della nostra vita e di trasformarla.

Daisaku Ikeda parla di un «desiderio fondamentale», una forza capace di spingere «tutti gli altri desideri umani nella direzione della creatività».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Desideri e Illuminazione».

Possiamo allora dire, con una precisazione, che il desiderio fondamentale «include» gli altri desideri. Non li contiene nel senso che garantisce la realizzazione letterale di tutto ciò che vogliamo. Li include nel senso che può orientarli, ampliarli e attribuire loro un significato più profondo. È in questa prospettiva — senza escludere la possibilità di benefici concreti — che va compresa l'affermazione secondo cui la pratica conduce alla realizzazione dei propri desideri. Nel seguito di questo articolo, il concetto diverrà ancora più chiaro.

Il desiderio particolare non viene necessariamente cancellato: cambia il modo in cui desideriamo e cambia ciò che vogliamo fare della nostra eventuale vittoria.

Makiguchi: la felicità non coincide con il possesso

Tsunesaburo Makiguchi, fondatore della Soka Gakkai, pose la felicità al centro della propria riflessione sull'educazione e sulla vita. In una delle sue formulazioni più note afferma:

«Qual è lo scopo della vita? Se dovessimo esprimerlo con una sola parola, sarebbe “felicità”»

Fonte: Tsunesaburo Makiguchi Website, «Quotes».

Ma proprio perché la felicità è lo scopo, essa non può essere identificata semplicemente con l'accumulo di beni o con il soddisfacimento di una serie di richieste. Nei testi della Soka Gakkai viene ricordato che Makiguchi criticava l'idea di poter considerare compiuta la propria vita soltanto perché si era riusciti a mettere da parte denaro, comprare la casa desiderata o concedersi qualche lusso. Il possesso può avere valore, ma non coincide con la felicità più profonda. Il problema non è avere una casa, denaro o comodità; il problema nasce quando questi diventano la misura definitiva del valore della vita.

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 1.2

Toda: dalla felicità relativa alla felicità assoluta

Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, chiarì ulteriormente questa distinzione parlando di «felicità relativa» e «felicità assoluta». Per felicità relativa intendeva la soddisfazione che dipende dalle circostanze: ottenere ciò che desideriamo, migliorare la nostra posizione, possedere qualcosa che prima non avevamo. Queste cose possono essere importanti e non vengono disprezzate; sono però instabili, perché dipendono da condizioni che cambiano.

La rivoluzione umana, secondo Toda, mira invece a «creare una condizione vitale di felicità assoluta, uno stato interiore che non può essere distrutto dalle influenze esterne».

Fonte: Josei Toda Website, «Human Revolution».

La distinzione è decisiva per comprendere l'espressione «realizzare i propri desideri». Una pratica religiosa il cui scopo fosse semplicemente moltiplicare le soddisfazioni relative lascerebbe intatto il problema fondamentale: avremmo continuamente bisogno di una nuova condizione esterna per poterci sentire felici. Toda sposta invece il centro della questione dalla quantità di cose ottenute alla qualità della condizione vitale con cui affrontiamo l'esistenza.

Ikeda: Nam-myoho-renge-kyo non è una formula magica

Daisaku Ikeda affronta direttamente il possibile fraintendimento in un'intervista con Clark Strand. Alla domanda su come sia possibile pregare per carriera, salute, matrimonio e altri desideri senza contraddire il Buddismo, Ikeda risponde che l'ideale del Buddismo mahayana è la felicità per sé e per gli altri e che la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo rinnova il voto di vivere secondo questo ideale.

Poi formula un'avvertenza inequivocabile:

«Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri»

Fonte: Daisaku Ikeda, intervista di Clark Strand.

La pratica, prosegue Ikeda, è un processo di trasformazione mediante il quale possiamo superare il «piccolo io», dominato dall'attaccamento e dalla paura, e manifestare un io più ampio, capace di saggezza e compassione. Questo non comporta l'abolizione della dimensione personale. Il desiderio di guarire, di trovare un lavoro o di risolvere un conflitto rimane reale. Ma la domanda diventa progressivamente più grande: Che tipo di persona posso diventare attraversando questa difficoltà? Quale valore posso creare? Come può la mia vittoria diventare incoraggiamento anche per altri?

La preghiera personale e kosen-rufu non sono due cose separate

Kosen-rufu significa letteralmente l'ampia propagazione dell'insegnamento; nel linguaggio della Soka Gakkai, indica il movimento volto a diffondere la Legge mistica e a costruire pace e felicità per le persone.

Ikeda afferma:

«Pregare per le sfide della nostra vita e pregare per kosen-rufu [...] sono essenzialmente una cosa sola e indivisibile».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 12.2.

Questo non significa che, quando abbiamo bisogno di un lavoro, dovremmo smettere di desiderarlo e sostituire artificialmente quel bisogno con un pensiero astratto sulla pace mondiale. Significa piuttosto che il bisogno personale può diventare la porta attraverso cui il nostro desiderio si amplia.

«Voglio questo lavoro perché ho paura di non farcela» può trasformarsi in: «Voglio superare questa situazione, sviluppare le mie capacità, sostenere chi dipende da me e dimostrare con la mia vita che una difficoltà può essere trasformata». Il desiderio iniziale non è stato negato. È diventato più grande.

Analogamente, «voglio guarire» può diventare: «Voglio vivere pienamente, trasformare questa sofferenza in forza e diventare capace di comprendere e incoraggiare chi attraversa una prova simile». «Voglio essere riconosciuto» può trasformarsi nel desiderio di sviluppare davvero le proprie capacità e usarle per creare valore. «Voglio denaro» può trasformarsi nel desiderio di sicurezza, libertà responsabile, sostegno alla famiglia e capacità di contribuire.

Pregare significa formulare un voto e agire

Un altro chiarimento di Ikeda impedisce di intendere la preghiera come attesa passiva. In un episodio della Nuova rivoluzione umana, parlando a un agricoltore, viene respinta esplicitamente l'idea che la pratica possa far prosperare i campi senza studio, ingegno e sforzo. Ikeda sintetizza:

«La preghiera nel Buddismo di Nichiren significa recitare Nam-myoho-renge-kyo basandosi su un voto».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 16.6.

L'essenza di questo voto è kosen-rufu. La preghiera, quindi, non è semplicemente «Gohonzon, dammi questo». È più vicina a una decisione: «Trasformerò questa situazione; manifesterò la mia Buddità; userò questa esperienza per creare valore». Alla preghiera seguono studio, iniziativa, correzione degli errori, perseveranza e azione concreta.

Questo aspetto è essenziale anche per chi osserva il Buddismo dall'esterno: la fede non viene presentata come sostituto della responsabilità personale. Al contrario, dovrebbe rafforzarla.

Il Gohonzon non è un potere esterno che distribuisce favori

La lettura magica dell'appagamento dei desideri diventa ancora meno sostenibile se consideriamo come Nichiren descrive il Gohonzon, cioè l'oggetto di culto davanti al quale i praticanti recitano Nam-myoho-renge-kyo. Nello scritto Il reale aspetto del Gohonzon afferma:

«Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».

Fonte: Nichiren Daishonin, Il reale aspetto del Gohonzon.

Subito dopo spiega che il Gohonzon esiste nella vita delle persone comuni che abbracciano il Sutra del Loto e recitano Nam-myoho-renge-kyo. Naturalmente il Gohonzon è anche il mandala concreto iscritto da Nichiren e oggetto della pratica; ma il suo significato religioso non è quello di una divinità separata dalla persona che, dall'esterno, concede o nega favori.

La pratica davanti al Gohonzon serve a manifestare nella propria vita la condizione di Buddità che esso rappresenta. Attraverso questa pratica, vedremo quale forza vitale possiamo far emergere, quale saggezza possiamo sviluppare, quale paura possiamo affrontare, quale karma possiamo trasformare e quale significato nuovo possono assumere persino i desideri da cui eravamo partiti.

«Nessuna preghiera rimane senza risposta» non significa «ogni desiderio si avvera»

Ikeda chiarisce direttamente questo punto rispondendo a un giovane che non vedeva risultati nonostante la pratica. Scrive che nel Buddismo di Nichiren si afferma che nessuna preghiera rimane senza risposta, ma aggiunge:

«Questo è molto diverso dall'avere ogni desiderio immediatamente soddisfatto come per magia».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 3.18.

Alcune nostre preghiere immediate si realizzano nella forma desiderata, altre no. Ma, da una prospettiva più profonda e di lungo periodo, Ikeda afferma che tutte le preghiere ci spingono nella direzione della felicità e che, continuando a praticare, possiamo conseguire il miglior risultato.

La pratica non garantisce quindi che la realtà assuma la forma che avevamo immaginato all'inizio. La sua promessa più profonda riguarda la direzione della vita e la trasformazione della persona. Ikeda distingue per questo tra beneficio «visibile», cioè un cambiamento evidente delle circostanze, e beneficio «invisibile», cioè la costruzione graduale di una condizione vitale più forte, libera e capace di creare valore.

Questa distinzione impedisce due errori opposti. Il primo consiste nel dire che i risultati concreti non contano: sarebbe falso rispetto alla tradizione della Soka Gakkai, che attribuisce grande importanza alla prova concreta nella vita quotidiana. Il secondo consiste nell'identificare la prova concreta con l'ottenimento letterale di qualunque cosa sia stata desiderata. Anche questo è falso. Una vittoria può consistere nell'ottenere ciò per cui abbiamo pregato; può anche consistere nel diventare abbastanza liberi e saggi da comprendere che ciò che avevamo chiesto non era ciò di cui avevamo veramente bisogno (rispetto allo scopo della nostra vita), o la strada giusta da seguire.

Se non ci fossero anche le sofferenze, non avremmo mai lo stimolo per approfondire e migliorarci.

In che senso il desiderio del Budda comprende gli altri desideri?

Il «desiderio più profondo del Budda» è che tutti gli esseri viventi manifestino la Buddità. Nel linguaggio della Soka Gakkai, questo si esprime come realizzazione della felicità propria e altrui e, sul piano sociale, come impegno per kosen-rufu.

Dire che questo desiderio comprende tutti gli altri è corretto se lo intendiamo in senso esistenziale, non meccanico. Non significa: «Poiché il Budda desidera la felicità di tutti, allora riceverò necessariamente quella casa, quella relazione, quella promozione o quella somma di denaro». Significa invece: «Ogni desiderio umano può essere portato dentro il processo attraverso cui manifestiamo saggezza, coraggio e compassione, e può quindi essere trasformato in una causa di felicità più profonda per noi e per gli altri».

Il punto decisivo non è soltanto che cambia l'oggetto del desiderio. Cambia soprattutto il soggetto che desidera. All'inizio possiamo volere qualcosa perché siamo dominati dalla paura, dal confronto, dal bisogno di approvazione o dalla sensazione di mancanza. Continuando la pratica, possiamo desiderare la stessa cosa con una motivazione diversa; oppure possiamo scoprire di volerne un'altra. In entrambi i casi, il desiderio non è più semplicemente un comando a cui la nostra vita deve obbedire. Diventa energia da orientare.

Questo è probabilmente il significato più concreto del principio bonno soku bodai, «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione»: non la consacrazione di ogni impulso, ma la possibilità di trasformare qualunque impulso in materiale per la crescita umana e per l'Illuminazione.

Il grande fraintendimento sull'appagamento dei desideri

Quando si dice senza spiegazioni «recita Nam-myoho-renge-kyo e realizzerai tutti i tuoi desideri», possono nascere almeno tre fraintendimenti.

  1. Il primo è trasformare il Gohonzon in un'entità esterna che premia chi pratica. Questo contrasta con l'affermazione di Nichiren: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».
     
  2. Il secondo è identificare il beneficio con la perfetta coincidenza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che accade. Ikeda afferma invece esplicitamente che alcune preghiere immediate si realizzano e altre no, e che la risposta va compresa nella prospettiva più ampia della trasformazione della vita.
     
  3. Il terzo è immaginare che l'io che desidera possa rimanere immutato. Ma la pratica della Soka Gakkai chiama proprio «rivoluzione umana» il processo di profonda trasformazione interiore attraverso cui una persona cambia il proprio modo di vivere, di reagire e di creare valore.

La formula più fedele all'insieme degli insegnamenti non è quindi: «La realtà finirà per obbedire a tutti i miei desideri». È piuttosto: «Attraverso la pratica possiamo diventare persone capaci di trasformare la realtà e di trasformare il significato stesso dei nostri desideri».

Conclusione: il desiderio non viene cancellato, viene reso più grande

Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di arrivare davanti al Gohonzon già ripuliti da ogni egoismo. Possiamo recitare partendo esattamente da ciò che siamo: dalla paura per una malattia, dall'angoscia economica, dal desiderio di essere amati, dalla rabbia, dall'ambizione, dalla solitudine. Proprio per questo la pratica riguarda la vita reale.

Ma se continuiamo a praticare, il senso della preghiera non dovrebbe rimanere fermo al punto di partenza. Il desiderio personale può approfondirsi fino a congiungersi con il «desiderio più profondo del Budda» che ogni essere umano possa manifestare la propria Buddità. A quel punto, la felicità personale e la felicità degli altri cessano di apparire come interessi necessariamente contrapposti. Anzi, si rivelano profondamente inseparabili.

Possiamo quindi affermare che «realizzare tutti i propri desideri», letto alla luce dell'insieme degli scritti di Nichiren Daishonin e degli insegnamenti di Makiguchi, Toda e Ikeda, non significa ottenere automaticamente ogni oggetto desiderato. Significa entrare in un processo in cui nulla di ciò che desideriamo, soffriamo o affrontiamo deve andare sprecato: tutto può diventare materiale per manifestare una condizione di vita più vasta.

Alcuni desideri si realizzeranno nella forma immaginata. Altri cambieranno. Altri ancora verranno superati. Talvolta comprenderemo che dietro un desiderio particolare ce n'era uno più profondo. In questo senso, il desiderio fondamentale non è semplicemente un desiderio aggiuntivo, collocato accanto agli altri: è ciò che può orientarli, trasformarli e dare loro un significato.

Così anche il celebre incoraggiamento di Risposta a Kyo'o acquista una profondità diversa. Non promette un universo obbligato a soddisfare l'io. Indica la possibilità che, attraverso la fede e la pratica, la nostra stessa vita diventi capace di una trasformazione che all'inizio non potevamo ancora immaginare.

(11 agosto 2026)

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