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Salute e Alimentazione

La sazietà che non viene dal cibo: digiuno, mettā e la rivoluzione interiore

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Ci sono esperienze che ci trasformano senza che possiamo spiegarle del tutto. Il digiuno, specialmente quello secco – senza cibo né acqua – è una di queste. Apparentemente è un semplice “non fare”: non mangiare, non bere. Ma chi lo ha vissuto sa bene che dentro quel vuoto apparente si accende qualcosa. Si fa spazio un silenzio abitabile, e da quel silenzio emergono stati mentali che non avevamo previsto: pace, sazietà senza cibo, un senso di gratitudine che trabocca e, soprattutto, un amore senza confini che spontaneamente si rivolge a tutte le creature.

Tutto questo ha un nome antico. Il Budda lo chiamava "mettā" (reso in sanscrito "maitrī"), e lo descriveva come il sincero augurio, profondo e disinteressato, che ogni essere vivente sia felice e libero dalla sofferenza. Non un sentimentalismo fragile, ma una forza interiore capace di reggere lo sguardo anche su ciò che è più oscuro: i nemici, i violenti, coloro che hanno commesso i crimini peggiori. E ci ha insegnato che questo amore non ha bisogno di giustificazioni. È un dono che sgorga da dentro, e chi lo dona ne riceve subito il primo beneficio: una mente limpida, un cuore leggero, un benessere interiore.

Per questo, quando digiuniamo, non stiamo solo purificando il corpo. Stiamo creando le condizioni perché mettā possa radicarsi in noi senza ostacoli. Lontani dalla pesantezza della digestione, dai desideri e dalle irritazioni, la mente diventa naturalmente più quieta, e in quella quiete l’amorevolezza non è più uno sforzo: è l’unico modo di respirare che ci sembri sensato.

È significativo che il Budda, in molti discorsi, abbia unito esplicitamente il digiuno e la pratica di mettā. C’è una giornata di osservanza, chiamata Uposatha, in cui ci si astiene dal cibo dopo mezzogiorno, si semplifica la vita e si dedicano le ore alla purificazione della mente. E tra i precetti che alcuni scelgono di seguire in quei giorni, accanto all’astensione dal cibo, c’è proprio la coltivazione della gentilezza amorevole universale: irradiare mettā in tutte le direzioni, senza limiti, senza eccezioni. Un digiuno non solo del corpo, ma anche dell’odio, del giudizio, della separazione. Come se il corpo si svuotasse per fare spazio a un amore più grande, che non dipende da quel che riceviamo ma da quel che abbiamo imparato a diventare.

Chi ha provato il digiuno secco con un’intenzione interiore sa che per “funzionare” bene, per essere davvero trasformativo, ha bisogno di tre elementi: fede, pratica e studio.

La fede non è credere ciecamente. È quel movimento spontaneo interiore che ci spinge a digiunare non come esito di un ragionamento, ma come un desiderio intimo, quasi un richiamo. È l’affidarsi a ciò che il digiuno può fare per noi, non in termini di performance, ma come occasione di chiarezza, di incontro con la nostra natura più profonda, di salute e guarigione. Senza questa fiducia, senza questa motivazione interna che non ha bisogno di essere spiegata, il digiuno rischia di diventare un’imposizione sterile o, peggio, controproducente.

Poi c’è la pratica, che in questo contesto significa innanzitutto lo stato mentale in cui entriamo: restare in pace, tranquilli, rilassati, con un senso di sazietà e di felicità che non ha giustificazioni razionali. Siamo felici di “esserci” e amiamo tutto e tutti, semplicemente. Significa non toccare cibo né acqua e al contempo nutrire pensieri di amore universale verso tutte le creature, insieme a un’immensa gratitudine. Non sono stati mentali accessori. Sono fondamentali, necessari, e – quando il digiuno è autentico – sorgono spontanei. Solo con una mente così disposta ha senso digiunare. Perché digiunare con rabbia o disprezzo, per “resistere” o per punirsi, non fa che amplificare ciò che vorremmo lasciare andare. Al contrario, digiunare con mettā converte l’astinenza in un atto d’amore. Ci riconnette a una verità dimenticata: l’odio non cessa con l’odio, ma solo con l’amore, come recita un’antica legge che il Budda non ha inventato ma ha semplicemente ricordato a tutti noi.

Il terzo pilastro è lo studio. Serve a sviluppare consapevolezza, senza la quale il rischio di fare danni – al corpo e alla mente – è molto alto. Il digiuno secco è potente, e come tutto ciò che è potente va maneggiato con cura. Purtroppo il materiale di studio valido è difficile da trovare: il mondo scientifico tende a ignorare il digiuno secco e a considerarlo più un pericolo che una risorsa. All’opposto, pullulano fanatici e sedicenti guru a pagamento, abili con le parole ma vuoti di sostanza. Chi digiuna ha bisogno di discernimento, di ascolto profondo, di studio onesto e di un dialogo costante con il proprio corpo. Bisogna anche avere l'umiltà di riconoscere quando fermarsi e la fortuna di essere seguiti da un bravo medico.

Quando fede, pratica e studio si tengono per mano, il digiuno si rivela per ciò che è: una terapia per eccellenza, uno strumento fondamentale di prevenzione di una grandissima varietà di malattie, comprese le sofferenze mentali. Non è esagerato dire che alimentazione e digiuno, compreso nel suo aspetto interiore, sono la base di una salute che nasce dalla nostra capacità trasformativa.

C’è un ultimo dono, forse il più prezioso in questo tempo. Abituare corpo e mente al digiuno è anche un modo per rivalutare i nostri bisogni e le nostre priorità. È un esercizio di libertà. Quando scopriamo che possiamo stare bene, lucidi e perfino felici senza toccare cibo né acqua, le paure si ridimensionano. I pensieri si ripuliscono. E ci facciamo trovare pronti, con il meglio di noi stessi, di fronte all’incertezza e – perché non dirlo – all’imminente disastro bellico in cui stiamo entrando. Non si tratta di allarmismo, ma di realismo compassionevole. Chi ha coltivato dentro di sé uno spazio di pace indistruttibile, chi ha imparato a non dipendere da nulla di esterno per sentirsi sazio, può affrontare l’ignoto senza crollare. E può, forse, essere un punto di quiete per chi gli sta accanto.

Alla fine, tutto si tiene. Il Budda ci ha mostrato che la vera non-violenza non consiste nel subire, ma nel non permettere che l’odio trovi casa dentro di noi. Il digiuno, vissuto con amore universale, diventa un gesto profondamente non-violento: verso il nostro corpo, che si riposa, si rigenera e si cura; verso gli altri esseri, a cui auguriamo ogni bene; verso la terra, che non deprediamo per un giorno. Diventa un modo per fermare la ruota della sofferenza, cominciando dal punto esatto in cui possiamo davvero agire: la nostra mente.

Digiunare con mettā non è una fuga dal mondo, ma un ritorno. È un abbraccio silenzioso a tutto ciò che vive. E in quell’abbraccio, senza bisogno di parole, scopriamo che l’amore è l’unico nutrimento che non ci ha mai tradito.

Suggerisco una lettura del mio e-book gratuito “Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace”, disponibile anche come libro cartaceo.

(30 aprile 2026)

Digiuno secco a giorni alterni per spegnere l'infiammazione cerebrale e prevenire Alzheimer e Parkinson?

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In breve: L'obesità è uno stato infiammatorio cronico che accelera il declino cognitivo e moltiplica il rischio di Alzheimer e Parkinson. Il digiuno intermittente, nella variante a giorni alterni, ha mostrato in studi animali e umani la capacità di ridurre la neuroinfiammazione, migliorare la funzione delle cellule immunitarie cerebrali e potenziare le prestazioni cognitive, agendo in gran parte attraverso il microbiota intestinale. Il digiuno secco – senza cibo né acqua – potrebbe amplificare l'autofagia e l'effetto antinfiammatorio, ma le prove cliniche sono ancora limitate e i rischi della disidratazione impongono una rigorosa supervisione medica. Fonti russe come Filonov, Voronkova e Lavrova hanno descritto protocolli di digiuno secco a giorni alterni (o "a cascata") con finalità terapeutiche. L'articolo esamina lo stato attuale delle conoscenze, includendo gli effetti su umore e comportamento alimentare, e conclude che il digiuno secco a giorni alterni è molto più sicuro dei digiuni secchi prolungati, che possono portare alla sindrome da rialimentazione e, nei casi estremi, alla morte.

1. Cosa sono l'infiammazione e la neuroinfiammazione

L'infiammazione è una risposta difensiva dell'organismo, pensata per eliminare agenti dannosi e riparare i tessuti. Quando si esaurisce nel giro di ore o giorni, è un meccanismo protettivo essenziale. Se invece lo stimolo che l'ha innescata non scompare, o se i sistemi di controllo si alterano, l'infiammazione diventa cronica: un processo silente, di basso grado, che può durare mesi o anni e che coinvolge l'intero organismo [18].

L'obesità è una delle cause più rilevanti di infiammazione cronica. Il tessuto adiposo viscerale in eccesso produce in modo continuativo citochine pro-infiammatorie come il fattore di necrosi tumorale alfa, l'interleuchina-1β e l'interleuchina-6. Queste molecole raggiungono il sistema nervoso centrale attraversando la barriera emato-encefalica o viaggiando lungo il nervo vago. All'interno del cervello attivano la microglia e gli astrociti, le cellule immunitarie residenti, che iniziano a produrre ulteriori segnali infiammatori. Si genera così uno stato di neuroinfiammazione cronica: il cervello resta esposto a messaggi di allarme che non si spengono mai, anzi si autoalimentano. La neuroinfiammazione cronica è oggi considerata un meccanismo chiave nello sviluppo di molte malattie neurodegenerative, tra cui il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson [10] [14] [15].

2. Morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson: cosa sono

Il morbo di Alzheimer è la demenza neurodegenerativa più comune. A livello microscopico è caratterizzato dall'accumulo di placche formate dal peptide β-amiloide e da ammassi neurofibrillari costituiti da proteina tau iperfosforilata. Questi aggregati danneggiano le sinapsi, provocano stress ossidativo e sostengono la neuroinfiammazione, portando progressivamente alla morte dei neuroni. Le aree più colpite sono l'ippocampo e la corteccia, e i sintomi principali sono la perdita di memoria, le difficoltà di linguaggio e il declino delle funzioni esecutive. Esistono rare forme genetiche a esordio precoce, ma la maggior parte dei casi è sporadica e riconosce nell'età avanzata, nell'obesità e nell'infiammazione cronica i fattori di rischio modificabili più importanti [7].

Il morbo di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per diffusione. È dovuto alla progressiva perdita dei neuroni che producono dopamina in una regione profonda del cervello chiamata substantia nigra. Il marcatore istopatologico è l'aggregazione della proteina α-sinucleina nei cosiddetti corpi di Lewy. La carenza di dopamina causa i sintomi motori classici: tremore a riposo, rigidità, lentezza nei movimenti e instabilità posturale. Accanto a questi, compaiono disturbi non motori come depressione, disturbi del sonno e declino cognitivo, che riflettono un interessamento diffuso del sistema nervoso. Anche nel Parkinson, l'infiammazione cronica e lo stress ossidativo giocano un ruolo riconosciuto nel peggioramento progressivo del quadro [15] [18].

3. L'obesità come ponte tra infiammazione sistemica e neurodegenerazione

Numerosi studi epidemiologici hanno mostrato che l'obesità in età adulta aumenta il rischio di sviluppare demenza di Alzheimer di circa il 40-60 per cento rispetto ai normopeso. La spiegazione risiede proprio nella neuroinfiammazione cronica di basso grado, che facilita l'accumulo di β-amiloide, l'iperfosforilazione della proteina tau e, nel Parkinson, l'aggregazione dell'α-sinucleina. La disfunzione metabolica che accompagna l'obesità – resistenza all'insulina, dislipidemia, alterazioni dell'asse intestino-cervello – amplifica ulteriormente il danno neuronale. Interrompere questo circolo vizioso tra eccesso di grasso, infiammazione e neurodegenerazione è diventata una priorità, e le strategie basate sul digiuno intermittente stanno attirando un'attenzione crescente [9].

4. Cosa accade al cervello quando si pratica il digiuno intermittente

Quando l'organismo resta senza cibo per un numero sufficiente di ore, si attiva un passaggio metabolico fondamentale: esaurite le scorte di glicogeno del fegato, il corpo inizia a bruciare i grassi, producendo corpi chetonici come il β-idrossibutirrato. Quest'ultimo non è solo una fonte energetica alternativa per i neuroni, ma agisce anche da potente molecola segnale. Tra i suoi effetti [10] [17]:

  • attiva le sirtuine e la proteina chinasi AMPK, che promuovono la biogenesi mitocondriale e l'autofagia, il processo di "pulizia" cellulare;
  • inibisce l'inflammasoma NLRP3, un complesso proteico che stimola il rilascio dell'interleuchina-1β;
  • aumenta la produzione del fattore neurotrofico cerebrale, indispensabile per la plasticità sinaptica e la sopravvivenza dei neuroni;
  • modifica la composizione del microbiota intestinale, favorendo batteri benefici come Akkermansia muciniphila, che producono sostanze antinfiammatorie capaci di raggiungere il cervello attraverso l'asse intestino-cervello [1] [10].

Il risultato è una riduzione dell'attivazione della microglia, una maggiore eliminazione delle proteine mal ripiegate e un ambiente più favorevole alle connessioni tra neuroni. Questi cambiamenti hanno ricadute positive non solo sulla funzione cognitiva, ma anche sulla regolazione dell'umore.

5. Digiuno secco: caratteristiche ed evidenze preliminari

Il digiuno secco, che esclude anche l'assunzione di acqua, è una pratica antica, documentata in contesti religiosi come il Ramadan e lo Yom Kippur. Sul piano fisiologico, l'assenza di idratazione amplifica lo stress metabolico e osmotico. Questo stress controllato sembra potenziare l'autofagia: secondo i dati della ricerca sovietica degli anni Novanta, ripresi dal medico russo Sergej Filonov e confermati nei protocolli ministeriali russi, un giorno di digiuno secco produrrebbe un effetto terapeutico paragonabile a tre giorni di digiuno con acqua [3, pp. 140, 223]. Filonov, che ha utilizzato il digiuno secco nella sua pratica clinica per oltre 25 anni, ha sviluppato protocolli di digiuno frazionato che prevedono sessioni di digiuno secco alternate a giorni di alimentazione, e nel suo lavoro sottolinea con forza che un digiuno secco prolungato, se non adeguatamente preparato e supervisionato, può portare a complicazioni gravi e persino alla morte [3, pp. 22, 87–88] [21].

In un precedente articolo pubblicato su questo blog ho approfondito il cosiddetto "digiuno secco a cascata", così come presentato da Alla Voronkova [20]. In sintesi, quel protocollo non è altro che un digiuno secco a giorni alterni: un giorno senza cibo né acqua, alternato a un giorno di alimentazione e idratazione normale. A sua volta, anche Valentina Lavrova ha proposto un digiuno secco a cascata che, almeno nel primo mese, segue uno schema molto simile a quello descritto da Voronkova [3, pp. 38–40].

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Metabolism Open ha documentato che, in soggetti con indice di massa corporea uguale o superiore a 25 (la soglia che definisce la condizione di sovrappeso secondo la classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità), 30 giorni di digiuno secco dall'alba al tramonto riducono in modo significativo le concentrazioni plasmatiche di citochine pro-infiammatorie come interleuchina-1β, interleuchina-15, e fattore di necrosi tumorale alfa. L'effetto antinfiammatorio persisteva per almeno due settimane dopo la fine del digiuno, suggerendo una riprogrammazione del sistema immunitario [5].

6. Le prove sul digiuno a giorni alterni e la neuroinfiammazione

Il digiuno a giorni alterni classico, che prevede un giorno di forte restrizione calorica (o digiuno completo con acqua) alternato a un giorno di alimentazione normale, è uno degli schemi più studiati [7].

Sul piano preclinico, una ricerca del 2025 pubblicata su Microbiome ha mostrato che, in topi diabetici, questo regime attenua la neuroinfiammazione grazie all'arricchimento dell'intestino con Akkermansia muciniphila e alla modulazione di un asse di segnalazione che coinvolge la microglia [1]. Sempre nel 2025, un altro studio su topi con Parkinson ha dimostrato che 16 settimane di digiuno a giorni alterni proteggono i neuroni dopaminergici, riducono l'accumulo di α-sinucleina e sopprimono le citochine pro-infiammatorie nell'intestino e nel cervello. Il trapianto di microbiota da topi digiunatori a topi malati ha trasferito la protezione, dimostrando il ruolo causale dell'asse intestino-cervello [2].

I dati sull'uomo sono altrettanto significativi. Uno studio clinico randomizzato controllato del 2025, pubblicato su Gut, ha arruolato 96 persone obese, assegnate per tre mesi a una dieta mediterranea, a una dieta chetogenica o a un digiuno a giorni alterni. Rispetto alla dieta mediterranea, il digiuno ha portato a [6]:

  • una riduzione superiore dei marcatori infiammatori sistemici (ferritina e proteina chemiotattica per monociti-1);
  • il recupero della capacità fagocitaria e una diminuzione dello stress ossidativo in cellule microgliali ottenute in laboratorio dai monociti dei partecipanti;
  • un miglioramento delle prestazioni in test di attenzione, memoria di lavoro e funzioni esecutive;
  • una modifica del microbiota intestinale che, trapiantato in topi obesi, ha aumentato l'attivazione neuronale nell'ippocampo, ridotto le interleuchine infiammatorie e indotto una morfologia microgliale compatibile con uno stato meno attivato.

7. Impatto su Alzheimer e Parkinson

Nei modelli animali di Alzheimer, una revisione scoping del 2020 ha preso in esame cinque studi che utilizzavano il digiuno a giorni alterni: due di essi hanno rilevato una riduzione significativa della β-amiloide nell'ippocampo e nella corteccia [7]. Il β-idrossibutirrato, inoltre, inibisce le deacetilasi istoniche di classe I, facilitando l'espressione del fattore neurotrofico cerebrale e di geni legati alla plasticità sinaptica [10]. Cicli di dieta che mima il digiuno hanno mostrato di ridurre la neuroinfiammazione e la patologia Alzheimer, rallentando il declino cognitivo nei topi; dati clinici preliminari indicano inoltre che il protocollo è fattibile e generalmente sicuro in un piccolo gruppo di pazienti con decadimento cognitivo lieve o Alzheimer lieve [22].

Per il Parkinson, oltre allo studio già citato sull'α-sinucleina, lavori precedenti avevano evidenziato che il digiuno intermittente protegge i neuroni dopaminergici dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare indotta dalla tossina MPTP, attivando proteine protettive come SIRT3 e Nrf2 [8].

8. Digiuno secco a giorni alterni: l'ipotesi

La combinazione tra digiuno secco e schema a giorni alterni – l'approccio che ho già descritto parlando del digiuno secco a cascata di Alla Voronkova e che trova paralleli nei protocolli di Filonov e Lavrova – non è stata ancora testata in trial clinici specifici per la prevenzione delle malattie neurodegenerative. Dal punto di vista teorico, l'alternanza consente un recupero nutrizionale e idrico sufficiente per rendere il regime sostenibile, mentre la temporanea assenza di acqua potrebbe amplificare l'autofagia e accelerare la riduzione del grasso viscerale, la principale fonte di citochine infiammatorie. La pratica costante sarebbe necessaria per mantenere la riprogrammazione del microbiota e il controllo dell'infiammazione [3, pp. 45, 50–51] [20].

9. Effetti sull'umore

La ricerca ha iniziato a documentare anche i benefici psicologici del digiuno intermittente. Una revisione sistematica del 2023, che ha analizzato 23 studi, ha indicato che il digiuno agisce come regolatore circadiano, migliora la disponibilità di neurotrasmettitori e aumenta i livelli di fattori neurotrofici cerebrali, la cui carenza è stata associata ai disturbi dell'umore [12]. Un intervento condotto su 32 uomini di età media intorno ai 60 anni e con un indice di massa corporea medio di 26,7 (condizione di sovrappeso) ha mostrato che tre mesi di digiuno con restrizione calorica riducono tensione, rabbia, confusione e disturbo totale dell'umore, aumentando al contempo il vigore [11].

Specificamente per il digiuno secco, studi osservazionali condotti durante il Ramadan hanno rilevato una diminuzione dei punteggi di depressione e un miglioramento del benessere emotivo percepito [16]. Questi risultati sono biologicamente plausibili: il β-idrossibutirrato, oltre a bloccare l'inflammasoma, modula la trasmissione della dopamina e della serotonina, e l'aumento del fattore neurotrofico cerebrale esercita un effetto neurotrofico e antidepressivo [17]. La riduzione dell'infiammazione sistemica, inoltre, si riflette positivamente sul tono dell'umore [13].

10. La spontanea riqualificazione delle scelte alimentari

Un aspetto di notevole interesse è la tendenza di chi pratica il digiuno intermittente a modificare spontaneamente la qualità della propria alimentazione nei giorni in cui è consentito mangiare. Diversi studi segnalano una riduzione del desiderio di cibi ad alta densità calorica e un aumento della preferenza per alimenti integrali, proteine magre e grassi insaturi [17].

I meccanismi proposti sono molteplici. Sul piano neuroendocrino, la stabilizzazione dei livelli di insulina e grelina riduce i picchi ipoglicemici che scatenano la ricerca di zuccheri. Sul piano cognitivo-comportamentale, il digiuno sembra aumentare la consapevolezza dei segnali di fame e sazietà, aiutando a distinguere la fame fisiologica da quella emotiva. Infine, la modulazione del microbiota intestinale può influenzare la produzione di neurotrasmettitori e ormoni che orientano le scelte alimentari. Si crea così un circolo virtuoso: il digiuno riduce l'infiammazione, l'umore migliora e la motivazione a nutrirsi in modo più sano si rafforza. Questo effetto, naturalmente, si realizza solo se nei giorni di alimentazione l'idratazione è adeguata e l'apporto nutrizionale è sufficiente a evitare malnutrizione [10] [12].

11. Rischi e controindicazioni

Il digiuno secco comporta il rischio concreto di disidratazione, che può manifestarsi nel giro di 12-18 ore con mal di testa, calo pressorio, stanchezza e, nei casi estremi, danno renale acuto. È assolutamente controindicato in chi soffre di diabete di tipo 1, insufficienza renale o disturbi del comportamento alimentare, e nelle donne in gravidanza o allattamento. Anche in persone obese, che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso, il digiuno secco richiede una supervisione medica rigorosa [3, pp. 25–27] [5] [21].

Un pericolo particolarmente insidioso dei digiuni prolungati – sia secchi sia con acqua – è la sindrome da rialimentazione, una complicanza potenzialmente fatale che può insorgere quando si riprende ad alimentarsi dopo un periodo di restrizione severa. La sindrome è caratterizzata da squilibri elettrolitici (ipofosfatemia, ipokaliemia, ipomagnesiemia), aritmie cardiache, insufficienza respiratoria e, nei casi più gravi, morte improvvisa [4] [19] [21]. Filonov, nella sua pratica clinica, ha documentato l'importanza di una rialimentazione graduale e controllata per scongiurare questi eventi [3, pp. 104–106].

Proprio per queste ragioni, il digiuno secco a giorni alterni è molto più sicuro dei digiuni secchi di più giorni consecutivi. Questi ultimi, se non preparati e gestiti correttamente (come nei protocolli medici messi a punto da Filonov), possono portare a esiti letali [21], specialmente nella fase di rialimentazione. La letteratura sulla sindrome da rialimentazione raccomanda, dopo un periodo di digiuno, di riprendere l'alimentazione con un apporto calorico pari al 20-25 per cento del fabbisogno stimato, aumentandolo gradualmente nell'arco di diversi giorni [5] [19].

12. Conclusioni

L'insieme delle evidenze mostra che il digiuno a giorni alterni è efficace nel ridurre l'infiammazione cerebrale associata all'obesità. Abbassa i marcatori infiammatori sistemici, ripristina una funzione microgliale fisiologica e migliora le performance cognitive attraverso l'asse intestino-cervello. I dati su modelli animali di Alzheimer e Parkinson confermano la plausibilità di un effetto preventivo. Il digiuno secco aggiunge uno stimolo autofagico e immunomodulante potenzialmente più intenso, ma le prove nell'uomo sono limitate e i rischi della disidratazione impongono prudenza [7] [8].

A questi effetti si sommano il miglioramento del tono dell'umore, la riduzione dei sintomi ansioso-depressivi e la tendenza spontanea verso scelte alimentari più sane: elementi che contribuiscono alla sostenibilità del regime e al benessere complessivo. Il protocollo che ho illustrato in passato come "digiuno secco a cascata" – un digiuno secco a giorni alterni, descritto da Alla Voronkova e che trova paralleli nei lavori di Filonov e Lavrova – incarna questa combinazione, ma prima di poterlo raccomandare per la prevenzione di Alzheimer e Parkinson occorreranno studi clinici che ne valutino sicurezza ed efficacia. Nel frattempo, la strada più ragionevole resta quella di integrare, sotto controllo medico, forme moderate di digiuno idrico intermittente in uno stile di vita orientato alla salute metabolica e cerebrale [3] [20].

Riferimenti bibliografici

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  22. Rangan P, Lobo F, Parrella E, et al – Fasting-mimicking diet cycles reduce neuroinflammation to attenuate cognitive decline in Alzheimer’s models. (Cicli di dieta che mima il digiuno riducono la neuroinfiammazione attenuando il declino cognitivo nei modelli di Alzheimer). Cell Reports. 2022;40(13):111417.

pubblicato il 26 aprile 2026

Digiuno secco: muscoli, dimagrimento, disidratazione e reni? No problem.

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Espongo queste considerazioni basandomi sull'autorevole libro 20 domande sul digiuno secco di Vera Giovanna Bani e Sergej Filonov, a cui rimando per tutti gli approfondimenti.

Il libro definisce il digiuno secco (DS) come una pratica di completa astinenza da cibo e acqua per un periodo determinato di tempo e precisa che, nella sua forma più rigorosa, esso limita anche il contatto esterno con l’acqua. Nella presentazione iniziale, il testo distingue inoltre fra pratica domestica breve e pratica più lunga sotto controllo medico.

Quanto ai tipi di digiuno considerati, il volume colloca il digiuno secco dentro una famiglia più ampia di protocolli di RDT, cioè “dietodigiunoterapia”, sviluppati in Russia. Nell’indice e nei capitoli centrali compaiono in particolare il digiuno secco completo (DSC) di 7, 9 o 11 giorni, il digiuno secco a cascata, il digiuno secco frazionato (DSF) proposto da Filonov, oltre al digiuno combinato, nel quale alcuni giorni secchi sono seguiti da un periodo di digiuno idrico. Il testo descrive dunque non un solo “digiuno secco”, ma una famiglia di approcci con durata, intensità e finalità diverse.

Detto questo, veniamo ad alcuni legittimi dubbi tra i più diffusi, che riguardano i muscoli, il dimagrimento, la disidratazione e i reni.

1a. Il digiuno secco “consuma i muscoli”?

1b. Il digiuno secco brucia più o meno grasso del digiuno ad acqua?

Il libro non descrive il digiuno secco come un consumo indiscriminato dei tessuti, ma come una condizione in cui il corpo, in base alla sua fisiologia, tende a usare prima il grasso, e lo fa in misura maggiore del digiuno ad acqua. Riporto un estratto dal capitolo 7, dedicato ai vantaggi del digiuno secco rispetto al digiuno idrico, preso dalle pp. 46-47:

Effetto dimagrante: durante un DS nell’organismo del paziente non entra né cibo né acqua vale a dire che si arresta completamente l’apporto di energia dall’esterno. L’organismo è costretto a produrre energia e acqua in modo endogeno, cioè all’interno di se stesso. Per questo nell’organismo cominciano a prodursi delle reazioni chimiche insolite, si modificano i processi metabolici, per esempio si perde meno tessuto muscolare rispetto a quello adiposo. Durante un digiuno ad acqua la perdita di tessuto muscolare e adiposo è quasi in uguale proporzione. Durante un DS, invece, il paziente assomiglia a un cammello, vediamo perché: l’organismo mantiene la sua capacità vitale soprattutto a spese dei grassi di riserva. Il tessuto adiposo viene distrutto in modo molto efficiente e non riacquista più il suo volume iniziale. Esso infatti viene distrutto 3-4 volte più rapidamente del tessuto muscolare perché il tessuto grasso per più del 90% è costituito da acqua mentre quello muscolare rimane relativamente intatto. L’organismo non soffre a causa del deficit di acqua, per i suoi bisogni utilizza l’acqua ricavandola dal tessuto adiposo. In un DS il tessuto adiposo brucia 3 volte più rapidamente che durante un digiuno ad acqua. [...] Se dopo un digiuno ad acqua il tessuto adiposo si ripristina più rapidamente (se il regime alimentare è quello precedente il digiuno), con un DS ciò avviene in misura minore. [...]

2. La disidratazione?

Il secondo grande timore riguarda l’acqua. La paura comune è intuitiva, del tipo: "Se non bevo, il corpo si svuota e si disidrata in modo inevitabile e lineare". Il libro contesta questa rappresentazione troppo semplice.

Il primo argomento è il concetto di acqua endogena. Come abbiamo già visto, già nel capitolo 7 il testo sostiene che, durante il digiuno secco, l’organismo ricava acqua per i propri bisogni dai tessuti adiposi. Il capitolo 8 approfondisce questa idea: una parte centrale del meccanismo descritto da Filonov è proprio la produzione interna di acqua ed energia a partire dalle riserve corporee.

Il secondo argomento è quantitativo. Nell’appendice, il Manuale per medici afferma che dalla scissione della massa grassa si può liberare acqua metabolica e che, in condizioni ordinarie, il deficit idrico giornaliero durante il digiuno assoluto non supererebbe in genere 0,5-1 litro; aggiunge inoltre che, se l’assenza assoluta di cibo e acqua non supera i 3-4 giorni, la disidratazione rimane di livello basso. È un passaggio molto importante, perché traduce una tesi generale in termini più concreti e suggerisce una gestione interna dei liquidi entro margini che fisiologicamente sono ammissibili nei protocolli brevi.

Il terzo argomento riguarda i protocolli alternati, cioè quelli che non prevedono un digiuno secco continuo indefinito ma cicli di astinenza e fasi di reintegrazione. Il libro descrive infatti sia il digiuno combinato — con 1-3 giorni secchi seguiti da giorni di digiuno idrico — sia il metodo frazionato di Filonov, con cicli successivi intervallati da periodi di reintegrazione alimentare.

3. I reni?

Se c’è un punto in cui il tono di Filonov diventa particolarmente netto, è quello dei reni. Nel capitolo 20, affrontando i “luoghi comuni”, il testo è esplicito. Ecco da un estratto dalle pp. 196-198:

Nel corso di una pratica di DS l’organismo non ha bisogno di riciclare l’acqua come avviene durante un regime abituale di alimentazione e assunzione di liquidi. E' ovvio che durante un DS i reni e il fegato sono praticamente a riposo quasi completo, cosa che non si può dire con un digiuno idrico. [...] Parlare dei pericoli cui verrebbero sottoposti i reni durante un DS significa non riuscire a comprendere i processi che si verificano durante questo tipo di digiuno. Sarebbe più corretto chiedersi se non siano piuttosto le bevande di oggi e l’acqua del rubinetto a causare danni ai reni. [...] Per danneggiare i reni durante una pratica di DS bisogna volerlo fortemente. [...] Al fine di curare malattie renali bisogna normalizzare l’attività dell’organismo nel suo insieme. Il digiuno a secco è uno dei metodi più efficaci per ripristinare la salute perduta. [...]

Avvertenze finali

Lo stesso libro, però, contiene una avvertenza esplicita: non considera i propri suggerimenti terapeutici sostitutivi di una fondata indicazione medica e invita il lettore a consultare un medico prima di intraprendere un digiuno idrico o secco. Inoltre elenca controindicazioni assolute e relative, fra cui diabete mellito di tipo I, insufficienza renale cronica, gravidanza e allattamento, oltre ad altre condizioni cliniche che richiedono prudenza o esclusione.

A questo punto, rimando i miei lettori a leggersi direttamente la fonte, cioè il libro linkato all'inizio, e a consultare la pagina "Malattie da cui si può guarire con il metodo del digiuno terapeutico" su siberika.it.

(23 aprile 2026)

Oltre il vegan: compassione, digiuno, rinnovamento, guarigione

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I pensieri di un uomo saggio verso gli animali si basano più sulla compassione e sull'amore fraterno che sulla paura, sul dominio, sulla rabbia, sulla superiorità o sull'interesse economico. Come gli esseri umani, gli animali condividono tutti le sofferenze universali della nascita, vecchiaia, malattia e morte, ma a differenza dell'uomo, sono incapaci di realizzare cosa sia bene e cosa sia male, cosa meritorio e cosa demeritorio. Pertanto, un essere umano senza tale realizzazione non sarebbe migliore di un animale.

Il termine "animale" è attribuito arbitrariamente dall'uomo e non si sa quale nome gli "animali" diano all'uomo. Se c'è, potrebbe forse essere "demone" o "orco" per descrivere la sua pratica abituale di uccidere indiscriminatamente, sia per cibo che per divertimento. Tale appellativo è in gran parte appropriato e ragionevole. È evidente quanti tra coloro che si definiscono "umani" siano in realtà così implacabili verso gli animali e verso altri esseri umani, ricorrendo spesso alla violenza e all'uccisione.

Gli umani alimentano i fuochi del pericolo e della paura sia nella società degli uomini che in quella degli animali. È per questo che gli animali, soprattutto quelli selvatici, sono istintivamente sospettosi degli uomini.

Molti credono che tutta la questione dell'essere vegan, erroneamente dipinta da alcuni come una "religione" per usare termini gentili, sia innanzitutto una questione etica, di rispetto della salute e dell'ambiente. Ciò è indubbiamente vero, tuttavia temo che questo sia un modo troppo raffinato di vedere la questione. In termini più grezzi e diretti, parlerei semplicemente di "legittima difesa". Nutrirsi delle sofferenze e della morte altrui provoca le proprie sofferenze e la propria morte. Tutto qua. Il resto sono solo ragionamenti.

Eppure non mi basta. Anche se l'orco di cui sopra riuscisse a entrare in contatto con la propria e altrui anima, comprese le anime dei fratelli e delle sorelle animali, e diventasse vegan a vita, avrebbe fatto solo il primo passo. Il secondo è quello di avere sufficiente consapevolezza da accorgersi che quasi tutte le malattie umane, fisiche e mentali, derivano non solo da "cosa" si mangia, ma anche da "quanto" e "con quale frequenza". Mangiare e bere tutti i giorni, più volte al giorno, attira i demoni, le malattie e la morte. Anche riporre la propria attenzione e fede solo nelle cose materiali, pur con tutte le buone intenzioni, spalanca le porte dell'inferno.

Digiuno e preghiera, digiuno e meditazione, digiuno e studio, digiuno e attività fisica all'aperto, soprattutto in mezzo alla natura, sono componenti inseparabili e indispensabili di ogni rinnovamento. Se questi mancano, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo. Se invece ci sono e sono praticati consapevolmente, la guarigione arriva spontaneamente.

Suggerisco la lettura di "20 Domande Sul Digiuno Secco" (Vera Giovanna Bani, Sergej Filonov). Una parte di queste riflessioni l'ho tratta dalla biografia di Luang Pu Mun, sez. "The Dhutanga Observances", pag. 37 e seguenti. Restando in tema, segnalo anche il mio libro "Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace".

(21 aprile 2026)

Il digiuno secco: origini, principi e applicazioni (di Sergej Ivanovič Filonov)

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Articolo originale in russo: http://filonov.net/statji/vidyi-golodaniya/suhoe-absolyutnoe-lechebnoe-golodanie
Per rispetto dell’autore, egli richiede che ogni riutilizzo dei suoi materiali sia accompagnato da un chiaro link alla fonte originale.

Sergej Ivanovič Filonov
Centro benessere «Sinegorie»    

Digiuno terapeutico secco (assoluto)

“Osserva la natura, impara da essa, prendi il meglio e perfezionalo,
alla perfezione non c’è limite”.

Il digiuno terapeutico secco è considerato oggi uno dei nuovi metodi di cura. Eppure questo metodo nacque già agli albori dell’umanità. Inoltre, si può affermare con certezza che fin dall’inizio dello sviluppo delle forme di vita animale oggi esistenti esso fu attivamente utilizzato da tutti i rappresentanti del regno animale. Il processo del digiuno senza acqua è noto da moltissimo tempo, da migliaia di anni, ma purtroppo non è praticato dalla maggior parte dell’umanità; molti addirittura non ne conoscono l’esistenza. In natura il digiuno secco è diffuso in misura notevolmente maggiore rispetto al digiuno umido. Tutta la materia vivente utilizza varie forme di digiuno secco (anabiosi, ipobiosi, letargo invernale) per sopravvivere, curarsi e perfezionare la propria specie.

Discutiamo se questo processo sia naturale.

Sì, è un processo naturale, inscritto nel codice genetico dell’uomo e degli animali. Non appena un animale si ammala, soprattutto se in modo serio, rifiuta immediatamente il cibo e l’acqua; lo stesso avviene per l’organismo umano. Ma spesso l’uomo non reagisce a tale stato dell’organismo, mangia e beve forzandosi, spesso beve ciò che non fa che danneggiarlo ulteriormente, e si “nutre”... di pillole. Quando l’organismo si ammala, in esso comincia una completa mobilitazione delle forze vitali per salvarsi, proteggersi; vengono utilizzate anche le riserve, se naturalmente ce ne sono ancora. E affinché l’organismo non si distragga nel “lavoro” con il cibo e con l’acqua, il programma di salvezza dell’organismo attiva il “rifiuto” del nutrimento e dell’acqua. Situazioni simili possono verificarsi anche in caso di stress.

Per quanto riguarda l’astinenza volontaria da cibo e acqua a scopo salutistico, probabilmente essa fu il risultato di osservazioni su uomini e animali sui quali il “digiuno forzato” esercitava un’influenza benefica. Queste osservazioni, ripetutesi molte volte, venivano ricordate e poi trasmesse di generazione in generazione insieme ad altre conoscenze. Nel primo periodo della storia pre-scritta dell’umanità, l’esperienza di tale cura era un “patrimonio orale” di tutti i membri del clan o della tribù, mentre la pratica della guarigione era svolta dagli anziani, in quanto membri più esperti della società primitiva.

La storia della nascita del sistema del digiuno terapeutico secco affonda le sue radici in tempi remotissimi, e prima di tutto negli yogi indiani. Si è già detto che gli yogi furono sempre eccellenti osservatori della natura, del mondo animale e vegetale. Ecco perché nelle loro raccomandazioni cercavano in ogni modo di far sì che anche l’uomo fosse più vicino alla natura, all’ordine naturale delle cose. Gli yogi notarono che nessun animale, quando si ammala, mangia, e se è gravemente malato rifiuta anche l’acqua.

L’astinenza da cibo e acqua ha radici profonde anche nella medicina tradizionale cinese. Essa mirava non solo alla regolazione della salute dell’organismo, ma anche all’idea di una sua sorta di trasformazione evolutiva. I guaritori cinesi ritenevano che, modificando la qualità e la quantità del cibo fisico consumato, fosse possibile passare gradualmente al nutrimento “energetico” e poi addirittura all’energia pura, la cosiddetta energia “autentica” o “originaria” del Cosmo. Questo sistema rappresentava un progressivo rifiuto dei prodotti alimentari materiali in generale. All’inizio ci si nutriva di cibo più materiale (in termini di consistenza), poi si passava a gelatine di verdure e frutta, e infine nella dieta restavano soltanto la propria saliva e l’etere dell’aria. Esistevano ed esistono molte tecnologie di quest’arte, che già nell’antichità profonda fu chiamata “bigu”.

Nelle usanze degli indiani nordamericani il digiuno secco occupava anch’esso un posto importantissimo. Gli indiani d’America consideravano il digiuno la prova più importante e imprescindibile nella trasformazione del ragazzo in guerriero. Il giovane veniva condotto sulla cima di una montagna e vi veniva lasciato per quattro giorni e quattro notti senza cibo né acqua. Il digiuno veniva considerato, senza eccezione da tutti gli indiani d’America, come un mezzo di purificazione e di rafforzamento. In diversi periodi della sua vita l’indiano si ritirava da solo nella natura selvaggia, digiunava e meditava.

Digiuno e meditazione sono due componenti inseparabili di ogni rinnovamento. Se questo manca, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo.

Più tardi, con la nascita e il fiorire delle religioni, la cura dei malati passò gradualmente nelle mani dei ministri dei culti religiosi — sciamani e sacerdoti — e la stessa cura dei malati e la formazione dei guaritori si concentrarono nei templi. Ecco perché gli antichi precetti del digiuno sono molto spesso strettamente legati a determinate credenze mistiche e fanno parte di un preciso rito religioso. Così, i primi asceti cristiani spesso rinunciavano al cibo e all’acqua, ma lo facevano soprattutto per motivi religiosi. Per gli stessi fini si sottoponevano a digiuni di più giorni, o, in altre parole, al “post”, gli adoratori persiani del sole. I sacerdoti druidi presso le tribù celtiche, così come i sacerdoti dell’Antico Egitto, dovevano sottoporsi alla prova di un lungo digiuno prima di poter essere ammessi al gradino successivo dell’iniziazione. Inoltre, in quei tempi con la parola “digiuno” si intendeva l’astinenza completa da cibo e acqua. Solo più tardi con questo concetto si cominciò a intendere la sostituzione di alcuni alimenti con altri, per esempio il burro con l’olio vegetale, con il pesce, ecc. In qualunque popolo antico che ci abbia lasciato monumenti scritti di cultura, o i cosiddetti “testi sacri”, “scritture”, si possono trovare molti elogi della cura mediante il digiuno. Presso quasi tutti i popoli antichi il rifiuto del cibo e dell’acqua era considerato il miglior modo di purificare il corpo.

Nel nostro paese la restrizione assoluta di cibo e acqua (digiuno secco) ha cominciato a essere applicata nella pratica clinica solo negli ultimi anni [Zakirov V.A. 1990; Khoroshilov I.E., 1994]. Benché già Pashutin V.V. (1902), Pevzner M.I. (1958), Vivini Y. (1964) scrivessero dell’opportunità di limitare l’assunzione di acqua nel corso del digiuno terapeutico completo.

Dal punto di vista fisiologico l’organismo, nel processo del digiuno completo, non sperimenta un significativo deficit di liquidi, poiché per ogni chilogrammo di massa grassa (o glicogeno) che si scinde si liberano fino a 1 litro al giorno di acqua endogena (metabolica). Le perdite di liquidi dell’organismo (attraverso la perspiratio cutaneo-polmonare e la diuresi) in condizioni normali di temperatura sono modeste e ammontano da 1,5 a 2 litri al giorno. Così, il deficit d’acqua non supera 0,5-1 litro al giorno, il che, in condizioni di metabolismo basale ridotto, è del tutto fisiologicamente ammissibile. Se l’assenza assoluta di cibo e acqua non supera i 3-4 giorni, la disidratazione dell’organismo non oltrepassa il grado lieve. (Gli operai dei reparti “caldi” perdono fino a 5 litri di sudore per turno; lo stesso accade nel bagno turco).

Il digiuno secco dà un effetto salutare maggiore rispetto al digiuno completo (con acqua), poiché già al terzo giorno di digiuno assoluto sopraggiunge l’acidosi, dopo la quale il benessere del paziente migliora sensibilmente e si osserva il massimo effetto terapeutico per l’organismo. Nel digiuno con acqua la crisi sopraggiunge solo dopo 7-16 giorni. Il digiuno secco fino a 3-4 giorni non conduce a una forte disidratazione dell’organismo (l’organismo produce circa 1 litro di acqua endogena al giorno, durante la scissione dei grassi) ed è relativamente ben tollerato. L’esecuzione di un digiuno secco di 3 giorni equivale a un digiuno di 7-9 giorni con acqua.

Il periodo di scarico si svolge nelle stesse tre fasi che nel digiuno completo, ma i tempi del loro insorgere si accorciano. La fase di “eccitazione alimentare” dura alcune ore (in modo molto individuale), la fase della “chetacidosi crescente” va dal 1° al 3° giorno. Già al 3° giorno di digiuno assoluto sopraggiunge la “crisi chetoacidosica”, dopo la quale il benessere dei pazienti migliora notevolmente (fase della chetoacidosi compensata). Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui il digiuno secco sarebbe soggettivamente più difficile da tollerare rispetto a quello umido, si osserva piuttosto la dipendenza opposta. Nei pazienti non insorge la sensazione di sete (tranne una lieve secchezza della bocca); la sensazione di fame e il malessere causato dalla chetoacidosi vengono superati più rapidamente.

Con l’uso del digiuno secco si osserva un inizio più precoce e una scissione più completa dei grassi depositati. Già dopo 24 ore nel sangue aumenta il contenuto di trigliceridi e colesterolo. La quota dei grassi nell’approvvigionamento energetico dell’organismo aumenta all’inizio del 2° giorno di digiuno assoluto dal 15 al 31%. La riduzione dell’eccesso di peso corporeo va da 2 a 3 kg al giorno; il 40% della massa perduta è costituito da acqua, il 30-40% dalla scissione del tessuto adiposo, il 15-20% dalla riduzione della massa magra, principalmente glicogeno del fegato e dei muscoli scheletrici (Khoroshilov I.E., 1994).

V. A. Zakirov (1989) ha mostrato una maggiore efficacia del digiuno secco di 3 giorni, rispetto al digiuno umido di 3 giorni, nel trattamento di pazienti con asma bronchiale. Si può ritenere che tre giorni di digiuno assoluto corrispondano a 7-9 giorni di digiuno completo senza limitazione dell’acqua. A quanto pare, assai razionale è la raccomandazione del digiuno secco ambulatoriale settimanale di 24-36 ore (Ivanov P.K.).

È opportuna anche la combinazione del digiuno terapeutico assoluto e di quello completo. Nel luglio 1994, a Mosca, al 1° Congresso Internazionale sulla medicina tradizionale e l’alimentazione, la Russia presentò una relazione sull’“Esperienza dell’impiego del digiuno terapeutico di breve durata nel trattamento delle malattie acute infettive da raffreddamento negli adulti” (A. N. Kokosov, A. A. Alifanov), nella quale si afferma che l’impiego del digiuno assoluto o combinato (assoluto e completo) è il più giustificato, poiché con l’astensione dall’assunzione di liquidi per via orale aumenta sensibilmente la concentrazione dei fattori di resistenza aspecifica delle vie respiratorie superiori alla tipica infezione virale che provoca il raffreddore — lisozima, interferone e altri. (V. A. Zakirov, 1990).

L’esperimento clinico condotto a metà degli anni ’90 presso l’Accademia Medica di Ivanovo ha mostrato che il digiuno terapeutico assoluto (senza cibo e acqua) ha una seria prospettiva nel trattamento dei tumori e delle gravi immunodeficienze. Con il digiuno secco si raggiungono concentrazioni più elevate di sostanze biologicamente attive, ormoni, cellule immunocompetenti e immunoglobuline nei liquidi dell’organismo, il che produce un potente effetto immunostimolante. Questo metodo viene applicato solo secondo indicazioni molto rigorose, quando la forza vitale del paziente oncologico è sufficientemente conservata, ed è preferibile usarlo negli stadi iniziali della malattia, poiché oltre alla detossificazione dell’organismo è necessario disporre di riserve per il suo recupero. Altrimenti, uno stress eccessivo per l’organismo — il digiuno — può minare l’energia residua dell’organismo e accelerare il triste epilogo, soprattutto dopo chemioterapia, irradiazione o in presenza di malattie concomitanti!

Esistono due tipi di digiuno secco. Uno, il più rigido e “secco”, è legato al rifiuto totale dell’acqua, e non solo del bere, ma anche di qualunque contatto con l’acqua. Cioè non ci laviamo il viso, non facciamo il bagno, non facciamo la doccia o il bagno nella vasca, cerchiamo di non lavarci le mani e di non entrare in contatto con l’acqua. L’altro, più mite, è legato al rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, mentre è ammesso il contatto esterno con l’acqua in qualsiasi forma possibile e accessibile. Ora analizziamo i processi che si verificano con questi modi di digiunare, le loro differenze e i loro vantaggi. Cominciamo dal fatto che il digiuno secco pone l’organismo in condizioni più dure rispetto al digiuno con acqua. I processi dell’organismo orientati alla sopravvivenza, nel digiuno secco, sono molto più profondi. L’organismo deve non solo riconvertirsi a un diverso consumo di energia e di riserve, ma anche opporsi alla disidratazione. Inoltre, con il digiuno secco lavoriamo non solo sulla paura di vivere senza cibo, ma anche senza acqua. Di conseguenza penetriamo molto più profondamente nel mondo interiore, entrando in contatto con paure profonde. Come risultato, le trasformazioni del mondo interiore sono molto più profonde. Con il rifiuto del cibo e dell’acqua, già dopo 18-20 ore si verificano cambiamenti evidenti nella composizione del sangue e nello stato delle mucose. Le cellule sane del corpo cominciano a sottrarre alle cellule deboli, malate e estranee non solo il nutrimento, ma anche l’acqua. Le cellule malate, difettose, per così dire si disseccano e vengono respinte. Inoltre, in assenza di un mezzo acquoso, vari virus, batteri e perfino vermi smettono di moltiplicarsi e, se il digiuno continua per alcuni giorni, abbandonano essi stessi il corpo oppure muoiono. Questa è solo una piccola parte dei processi che avvengono dentro di noi. Con il digiuno secco si distrugge il muco accumulato nel nostro corpo e, di conseguenza, esso cessa di essere un terreno nutritivo per diversi microrganismi patologici. La vitalità di ogni singola cellula del corpo aumenta molto rapidamente e in misura notevole.

Dentro di noi, durante il digiuno secco, si attivano processi diretti a un notevole rinnovamento. Esso comincia subito, non appena usciamo dal digiuno secco. Tutto il corpo si rinnova e si ringiovanisce. Con il digiuno secco si puliscono efficacemente i vasi. Si purificano e si rinnovano splendidamente anche le mucose dello stomaco e dell’intestino, nonché della cavità orale. Per il digiuno secco è importante una particolare disposizione interiore. Per la maggior parte delle persone esso è psicologicamente più difficile da sopportare. Sebbene molte persone che si sono decise e abbiano avuto tale esperienza passino spesso, nella loro pratica, proprio al digiuno secco. I clisteri durante il digiuno secco sono controindicati. Anche se l’intestino non funziona, si ristabilisce rapidamente e subito durante l’uscita dal digiuno. È ammissibile fare una piccola serie di clisteri prima del digiuno, soprattutto se avvertite un’intasamento, una “scoriatura” del corpo, se avete tendenza al mal di testa.

Torniamo ai due tipi di digiuno secco.

Il primo metodo consiste nel rifiuto completo del contatto con l’acqua, sia dall’interno sia dall’esterno. L’organismo viene posto nelle condizioni critiche più dure e attiva per la propria sopravvivenza le riserve interne nascoste. Il corpo comincia a disseccarsi molto lentamente. E, per prima cosa, si disseccano le nostre malattie, il muco, i virus, i tumori, gli edemi. Si disseccano perché le cellule del corpo sottraggono loro nutrimento e liquido. Di conseguenza le cellule diventano forti e molto vive. Il consumo di acqua e di liquidi diminuisce. Cambia la respirazione. I polmoni si rinnovano. Se si digiuna così per tre giorni o più, la sensibilità aumenta in modo incredibile. Cominciamo a sentire acutamente gli odori, percepiamo energie sottili, gli stati delle persone; diventa difficile stare in spazi energeticamente sporchi e, al contrario, è molto piacevole trovarsi in luoghi puliti. Si cominciano a sognare specchi d’acqua, flussi d’acqua. A volte nel sonno si beve acqua e si placa la sete. Si seccano la bocca, le labbra, la gola, si secca la pelle. Un grande vantaggio proprio di questo tipo di digiuno è il rinnovamento e il ringiovanimento della pelle e delle mucose. Il secondo tipo di digiuno secco è il rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, ma con contatto esterno con l’acqua. Sostenitore di questo tipo era Porfirij Ivanov. Egli invitava a digiunare ogni settimana per 40-42 ore “a secco”, facendo però abluzioni con acqua, bagnandosi in acque aperte. Egli stesso digiunava così a lungo. Alcune persone, digiunando a secco per diversi giorni, restano per ore nella vasca da bagno, si lavano spesso il viso, si bagnano la testa. Il contatto esterno con l’acqua facilita la tollerabilità del digiuno, rendendo più facile digiunare più a lungo. Ogni contatto con l’acqua pulisce i pori, rinfresca, dà vigore. È vero però che dopo ciò spesso si ha più sete.

Gli effetti di purificazione interna nel secondo tipo di digiuno sono praticamente gli stessi che nel primo, forse leggermente più deboli. Ma il ringiovanimento della pelle è notevolmente minore. Se sciacquiamo la bocca e la gola, anche le mucose si puliscono in misura minore. Quando entriamo in contatto con l’acqua, la pelle assorbe acqua. Si attiva la nutrizione cutanea. Questo è un vantaggio di questo metodo. È inoltre preferibile entrare in contatto con acqua pulita.

Sulla base di questo stato esiste ancora un altro tipo combinato di digiuno: secco + con acqua. Digiuno per un giorno o più giorni “a secco”, poi uscita dal digiuno secco, e successivamente ancora digiuno con acqua. Digiunare con acqua dopo il digiuno secco è facile e piacevole. Sottolineo che il digiuno con acqua viene dopo quello secco, e non viceversa. Questo tipo di digiuno permette di nutrire le cellule di umidità, prolungando gli effetti della purificazione. Si tratta di un metodo esotico, e lo raccomando solo a quelle persone che padroneggiano pienamente sia il digiuno con acqua sia quello secco e hanno molti anni di esperienza in queste pratiche.

Il digiuno secco è limitato nella sua durata. Nel Guinness dei primati è registrato un record di 18 giorni di digiuno secco.

[n.d.t.: Per essere più precisi, il Guinness World Record si riferisce ad Andreas Mihavecz, sopravvissuto 18 giorni, senza cibo e senza acqua, dopo essere stato dimenticato in una cella a Höchst, in Austria, dal 1 al 18 aprile 1979]

traduzione pubblicata il 18 aprile 2026

Bere poco è più naturale? Idratazione intermittente, fabbisogno idrico ridotto, digiuno secco, tolleranza umana alla scarsità d’acqua

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Il naturale proseguo del mio precedente articolo “Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti” è stato quello di interrogarmi su cosa sia un'idratazione sana. Fin da piccolo ho sentito dire, e poi interiorizzato, che se un uomo rimane per tre giorni senza acqua muore. Tuttavia, basta praticare un digiuno secco per rendersi conto che le cose stanno diversamente. Anche ascoltare Sergej Filonov può essere illuminante.

Ma in natura gli animali come fanno? Partendo da questa domanda, e dalla banale osservazione che l'acqua in natura a volte è disponibile in quantità limitata e in certi periodi per niente, ho fatto un po' di ricerca. Giusto per fare qualche esempio, uno studio condotto nel Kruger National Park (Sudafrica) ha dimostrato che nella stagione secca le zebre bevono una volta ogni 1–2 giorni, mentre le antilopi nere una volta ogni 2–4 giorni; tra andata e ritorno, per raggiungere l’acqua percorrono circa 10–15 km. Certo, noi non siamo né zebre né antilopi, però siamo primati. Diamo allora uno sguardo alle scimmie. I babbuini bevono una volta al giorno, le scimmie urlatrici brune una volta ogni tre giorni, i nasici circa una volta al mese, le scimmie urlatrici mantellate bevono solo nella stagione delle piogge, e non nei cinque mesi della stagione secca. Sono esempi impressionanti rispetto alle nostre abitudini.

Etologia a parte, nel proseguo di questo testo prenderò in considerazione alcune teorie sul fabbisogno idrico umano. Ho provato a verificare se nella letteratura accademica, nella divulgazione scientifica e in alcuni filoni speculativi e spirituali, siano state effettivamente formulate idee secondo cui l’essere umano sarebbe “naturalmente” predisposto a bere in modo discontinuo, ad aver bisogno di meno acqua di quanto comunemente si creda, oppure perfino a tollerare per più giorni consecutivi l’assenza di assunzione volontaria di liquidi.

La risposta, in termini storici e descrittivi, è affermativa. Tali idee esistono. Tuttavia, esse non costituiscono un blocco teorico unitario. Al contrario, appartengono ad ambiti molto differenti fra loro: ipotesi pubblicate in riviste scientifiche, interpretazioni evoluzionistiche del metabolismo umano, testi di divulgazione wellness, studi sul cosiddetto dry fasting, cioè il digiuno secco, e infine dottrine spirituali radicali come il breatharianism (respirianesimo) o inedia. Per comprendere adeguatamente questo panorama, è necessario distinguere con attenzione i diversi livelli teorici.

1. La teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”

Il primo livello è quello che potremmo chiamare teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”. Si tratta della formulazione più vicina all’idea intuitiva secondo cui, in natura, gli organismi non dispongono di acqua a richiesta in ogni momento della giornata, ma vi accedono in modo discontinuo, quando le condizioni ambientali lo consentono. In questo quadro, la continuità moderna dell’accesso all’acqua — per esempio bere frequentemente da una bottiglia o da un bicchiere durante tutta la giornata — viene interpretata come una condizione recente e non rappresentativa del contesto evolutivo nel quale si sarebbe formato l’organismo umano.

La formulazione più esplicita di questa idea compare in un articolo del 2016 di Leo Pruimboom e Daniel Reheis, Intermittent drinking, oxytocin and human health. In quel testo gli autori propongono ciò che definiscono intermittent bulk drinking. L’espressione può essere chiarita così: non si tratta di un’assunzione costante di piccoli sorsi distribuiti uniformemente durante il giorno, ma di episodi più delimitati di assunzione, regolati dalla comparsa della sete e proseguiti fino a un senso di sazietà o appagamento. Con il termine “sazietà”, in questo contesto, non si intende la sazietà alimentare, ma la cessazione della spinta a bere.

Un punto essenziale, spesso trascurato, è che questa teoria non afferma necessariamente che l’essere umano debba assumere meno acqua in termini assoluti. La sua tesi principale riguarda piuttosto la frequenza dell’assunzione. In altri termini, l’ipotesi è che il modello fisiologicamente o evolutivamente più “naturale” non sia quello del sorseggiare in modo continuo, ma quello del bere meno spesso e in modo più concentrato. Per questa ragione, conviene distinguere con precisione fra due nozioni: da un lato, la quantità totale di acqua introdotta nell’arco di una giornata; dall’altro, la distribuzione temporale di quell’assunzione. Le teorie dell’idratazione intermittente intervengono soprattutto sul secondo aspetto.

La stessa impostazione viene ripresa in un lavoro del 2018 di Leo Pruimboom e Frits A.J. Muskiet, Intermittent living; the use of ancient challenges as a vaccine against the deleterious effects of modern life – A hypothesis. In quel contesto, il bere intermittente viene inserito in un quadro teorico più ampio, definito intermittent living, cioè l’idea secondo cui molte sfide ambientali cui gli esseri umani sono stati esposti nella storia evolutiva — freddo, fame, sforzo fisico, scarsità di acqua — potrebbero avere avuto una funzione di regolazione fisiologica. Qui il riferimento agli animali che si spostano da una pozza d’acqua all’altra non ha solo valore descrittivo, ma anche normativo: serve a suggerire che la fisiologia umana sarebbe stata modellata in un ambiente caratterizzato non dall’accesso continuo alle risorse, ma dalla loro disponibilità intermittente.

Questa ipotesi è stata poi ripresa in testi divulgativi, soprattutto in ambiti vicini alla nutrizione funzionale, alla medicina evoluzionistica non mainstream e al wellness. In tali contesti si trova spesso l’idea secondo cui l’essere umano dovrebbe bere “secondo sete”, evitare di sorseggiare continuamente e lasciare che la regolazione idrica sia guidata da segnali interni. Due esempi sono il testo di PNI España sulla hidratación intermitente e un articolo divulgativo di Fleur Borrelli.

2. Le teorie secondo cui il fabbisogno reale di acqua è più basso di quanto si creda

Un secondo grande filone teorico non insiste tanto sull’intermittenza del bere quanto sulla possibilità che il fabbisogno reale di acqua dell’essere umano sia inferiore a quanto comunemente si crede. Qui è utile chiarire il significato di “fabbisogno idrico”. In senso tecnico, il fabbisogno idrico non coincide semplicemente con la quantità di acqua che una persona beve volontariamente sotto forma di acqua pura. Include invece l’acqua totale introdotta nell’organismo, cioè la cosiddetta total water intake. Questa comprende almeno tre fonti: l’acqua bevuta direttamente, l’acqua contenuta nelle altre bevande e l’acqua contenuta nei cibi. A ciò si aggiunge, in termini fisiologici, una quota minore ma reale di acqua prodotta dall’organismo stesso attraverso il metabolismo dei nutrienti, detta acqua metabolica.

La critica più celebre in questo ambito è quella rivolta alla formula popolare degli “otto bicchieri al giorno”. Heinz Valtin, nella review “Drink at least eight glasses of water a day.” Really? Is there scientific evidence for “8 × 8”?, sostenne che non esistessero prove scientifiche solide a sostegno dell’idea secondo cui ogni persona, in ogni circostanza, dovrebbe bere necessariamente quella quantità. La sua argomentazione non consisteva nel negare l’importanza dell’acqua, ma nel mostrare che una raccomandazione uniforme e semplificata tende a ignorare variabili fondamentali: il clima, l’attività fisica, l’età, la composizione corporea, la dieta, le condizioni di salute e soprattutto il fatto che una parte dell’acqua totale quotidiana proviene già dagli alimenti.

Questa distinzione è importante perché cambia il senso stesso della domanda “quanta acqua ci serve?”. Se per acqua si intende esclusivamente l’acqua bevuta come tale, il problema appare in un modo. Se invece si considera l’acqua totale introdotta nell’organismo, il quadro si modifica sensibilmente. Le National Academies, nel capitolo dedicato all’acqua delle Dietary Reference Intakes, parlano infatti di total water e sottolineano che l’idratazione adeguata può essere mantenuta entro un intervallo relativamente ampio di apporti. Nello stesso quadro si ricorda anche che una quota significativa dell’acqua totale quotidiana può provenire dal cibo.

Su questo punto si innesta una terza linea di riflessione, di tipo evoluzionistico. Alcuni lavori comparativi hanno sostenuto che gli esseri umani si siano evoluti come specie relativamente efficiente nella conservazione dell’acqua. In questo contesto, il termine water turnover, o ricambio idrico, designa la quantità di acqua che entra ed esce dall’organismo in un certo intervallo di tempo. Un ricambio più basso, a parità di altre condizioni, può essere interpretato come indice di una maggiore efficienza nel trattenere o gestire l’acqua.

Nello studio di Herman Pontzer e colleghi, Evolution of water conservation in humans, il dato saliente è che il ricambio idrico umano risulta inferiore rispetto a quello delle altre grandi scimmie. Questa osservazione viene letta come segnale di un adattamento a contesti nei quali l’acqua era una risorsa più costosa o meno costantemente disponibile. Ciò non equivale a dire che gli esseri umani possano facilmente fare a meno dell’acqua, ma suggerisce che l’organismo umano potrebbe essere più parsimonioso di quanto spesso si immagini nel linguaggio comune.

In modo complementare, lo studio di Yosuke Yamada e colleghi pubblicato su Science, Variation in human water turnover associated with environmental and lifestyle factors, mostra che il ricambio idrico umano varia moltissimo da individuo a individuo e da contesto a contesto. Tale variabilità dipende da fattori ambientali e fisiologici: temperatura, umidità, altitudine, età, attività fisica, gravidanza, lattazione, massa corporea e altri ancora. Il punto concettualmente rilevante è che non esiste un valore semplice, fisso e universalmente applicabile che possa descrivere il bisogno idrico umano in generale. Lo stesso studio ricorda inoltre che una quota del ricambio idrico deriva dalla già citata acqua metabolica, cioè dall’acqua prodotta internamente dal corpo durante il metabolismo dei nutrienti. Questo filone, dunque, non sostiene di norma che si debba bere pochissimo, ma mette in questione la rigidità delle raccomandazioni popolari e apre lo spazio alla tesi secondo cui il bisogno reale sia spesso semplificato o sopravvalutato.

3. Le teorie forti: si può stare per giorni senza bere?

Fin qui siamo ancora nel campo delle teorie moderate. Un discorso diverso riguarda invece le teorie più forti, cioè quelle secondo cui l’essere umano potrebbe tollerare non soltanto intervalli più lunghi fra una bevuta e l’altra, ma addirittura più giorni consecutivi senza assumere liquidi. Questo è il territorio del dry fasting, espressione che indica l’astensione sia dal cibo sia dall’acqua, a differenza del fasting ordinario, nel quale di solito si continua a bere.

Dal punto di vista concettuale, il dry fasting presuppone che l’organismo disponga di meccanismi di compensazione sufficienti a mantenere per un certo tempo l’equilibrio interno, o omeostasi, anche in assenza di apporto esterno di acqua. Tra questi meccanismi vengono spesso citati la riduzione delle perdite renali, la concentrazione delle urine, i cambiamenti ormonali, la mobilitazione dei substrati energetici e la produzione di acqua metabolica. Quando si parla di “assenza di danni”, in questi studi occorre essere molto precisi: in genere non si intende assenza assoluta di qualunque modificazione fisiologica, ma assenza di eventi clinici gravi o di compromissioni giudicate pericolose entro il tempo e le condizioni del protocollo sperimentale.

Uno studio del 2013 su dieci adulti sani, Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation, viene spesso citato proprio perché conclude che quel protocollo risultò safe, cioè sicuro, nelle condizioni sperimentali adottate. È fondamentale non leggere questa conclusione in modo eccessivo. Un piccolo studio pilota non equivale a una raccomandazione generale per la popolazione. Tuttavia, per il tema che qui interessa, esso dimostra che è stata formulata e testata una teoria secondo cui l’organismo umano può tollerare alcuni giorni consecutivi di assenza sia di cibo sia di acqua.

Gli autori tornarono poi sull’argomento in un lavoro del 2020 dedicato alla fisiologia del dry fasting, Dry Fasting Physiology: Responses to Hypovolemia and Hypertonicity. Qui l’obiettivo era descrivere le risposte dell’organismo alla ipovolemia e alla ipertonicità. Anche questi termini meritano chiarimento. Per ipovolemia si intende una riduzione del volume dei liquidi circolanti, in particolare del plasma sanguigno. Per ipertonicità si intende invece un aumento della concentrazione di soluti nei liquidi corporei, fenomeno che può verificarsi quando l’acqua diminuisce più dei sali. Analizzare queste risposte significa, in sostanza, chiedersi come il corpo reagisca quando dispone di meno acqua libera. Il fatto stesso che si tenti di descrivere in dettaglio tali adattamenti mostra che il dry fasting non è stato trattato soltanto come pratica ascetica o folklorica, ma anche come oggetto di riflessione fisiologica.

Esiste poi una variante meno radicale ma teoricamente collegata: il digiuno secco diurno osservato, per esempio, nel contesto del digiuno bahá’í. Qui non si ha un’astensione continua giorno e notte, ma un’astensione dalle bevande e dal cibo durante le ore diurne, seguita da reidratazione e rialimentazione nelle ore notturne. Alcuni studi hanno riportato che tale pratica, in soggetti sani e nel contesto specifico esaminato, non ha prodotto effetti negativi evidenti sull’idratazione. Un riferimento utile è Effects of Daytime Dry Fasting on Hydration, Glucose Metabolism and Circadian Phase: A Prospective Exploratory Cohort Study in Bahá’í Volunteers. Dal punto di vista teorico, questa variante è importante perché mostra un livello intermedio: non la completa assenza di acqua per più giorni consecutivi, ma una ripetuta sospensione quotidiana dell’assunzione di liquidi che l’organismo riesce a compensare.

4. La variante estrema: inedia o breatharianism (respirianesimo)

All’estremo di questo continuum si colloca il breatharianism. In questo caso ci si sposta fuori dall’ambito della fisiologia sperimentale ordinaria e si entra in dottrine spirituali o esoteriche secondo cui l’essere umano potrebbe vivere per periodi molto lunghi, o indefinitamente, senza cibo e in alcuni casi senza acqua, nutrendosi di prana, luce o altre forme di energia non convenzionali. Una definizione sintetica del termine si trova, ad esempio, nella voce “Inedia” dell’Enciclopedia MDPI.

Qui il concetto decisivo non è più la riduzione del fabbisogno, ma la sua quasi totale o totale trascendibilità. Da un punto di vista storico-intellettuale, anche questa idea merita di essere menzionata perché rappresenta la versione massimamente radicale del tema. Tuttavia, è importante distinguere la semplice esistenza della dottrina dalla sua conferma empirica. Una review critica dedicata ai casi di presunta astinenza anomala da cibo e liquidi è Claims of anomalously long fasting: An assessment of the evidence from investigated cases. Tale lavoro mostra che queste affermazioni sono state effettivamente raccolte e analizzate, ma anche che il loro valore probatorio resta problematico.

5. Conclusione pratica

Per evitare equivoci, voglio sottolineare un punto metodologico di questa mia ricerca. Dire che una teoria esiste non significa dire che sia valida, prudente o trasferibile nella pratica quotidiana. Tuttavia, l'esperienza personale del digiuno secco, per chi ne è seriamente interessato e non ha motivi ostativi a tale pratica, può valere più di mille teorie. Quello che intendo dire è che, al di là di una ricerca sulle fonti come questa, nella quale posso aver commesso qualche errore, imprecisione o semplificazione, ciò che conta realmente, per chi è seriamente desideroso di un rapporto con il cibo e con l'acqua fuori dall'ordinario, è imparare a conoscere se stessi, le proprie reazioni corporee e spirituali, e farsi sempre seguire da un medico di fiducia che possa anche valutare con esami obiettivi l'effetto del digiuno o di altre restrizioni.

Lo ripeto: quando si fanno pratiche fuori dall'ordinario, hanno senso innanzitutto per conoscere se stessi, per sperimentarne i benefici e per migliorare nel tempo i propri comportamenti. Ma ogni fanatismo, in questo settore così delicato della salute, può essere mortale.

(17 aprile 2026)

Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti

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Link ai video originali in russo

I due video originali in russo mettono a confronto Alla Voronkova, presentata come autrice del metodo del digiuno secco a cascata, e Anna Mamaeva, medico-terapeuta. Il primo video introduce il metodo, la sua logica e il suo impianto pratico; il secondo è quasi interamente dedicato alle domande del pubblico e amplia molto i temi affrontati.

Il digiuno secco a cascata non viene presentato come una dieta, ma come un metodo di purificazione, rigenerazione e riequilibrio dell’organismo. La perdita di peso viene descritta come un effetto secondario; il centro del discorso è il recupero funzionale del corpo, il miglioramento del metabolismo, il riequilibrio ormonale e la riattivazione dei processi di autoriparazione. Ne conseguono anche un risvegliato benessere emotivo (gioia di vivere e amore incondizionato), e un miglioramento spontaneo dei propri comportamenti alimentari.

Che cos’è il digiuno secco a cascata

Il metodo viene descritto come un’alternanza uno a uno: un giorno si mangia e si beve, il giorno successivo non si mangia e non si beve. Nel giorno di alimentazione si assume solo cibo vegetale, perché il tratto digerente deve restare il più leggero possibile durante l’intero processo di pulizia.

La forma di base del metodo è una finestra di 36 ore di digiuno secco: si entra nel digiuno la sera, si passa la notte senza mangiare, si attraversa l’intera giornata successiva senza cibo né acqua, poi si passa una seconda notte e si esce la mattina seguente. Questo schema viene ripetuto per 30 giorni. Voronkova insiste molto sul fatto che trenta giorni sono la soglia minima per ottenere un effetto cumulativo profondo, capace di continuare a produrre rigenerazione anche dopo la fine del percorso.

Il metodo non si riduce però al solo alternarsi di digiuno e alimentazione. Viene presentato come una struttura completa di pratiche fisiche, emotive e psicologiche, costruita per permettere al partecipante di continuare a vivere normalmente: lavorare, viaggiare, avere impegni, restare nel proprio contesto quotidiano senza dover andare in ritiro, chiudersi in casa o sospendere la vita ordinaria. Anzi, più la persona è attiva, più il percorso iniziale viene descritto come semplice, perché la mente resta occupata e smette di ruotare continuamente intorno al cibo.

Perché, in questa impostazione, il metodo funziona

Il ragionamento proposto dalle relatrici è che il corpo possiede già una sua intelligenza di sopravvivenza, guarigione e rigenerazione. Il ruolo del metodo non è imporre una guarigione dall’esterno, ma creare le condizioni perché l’organismo smetta di disperdere energia nella digestione, si alleggerisca dall’infiammazione, riordini le sue priorità interne e attivi i propri meccanismi di ripristino.

La spiegazione “cellulare” proposta da Anna Mamaeva è che ogni cellula risponda a due grandi programmi: riprodursi oppure sopravvivere. Quando l’organismo entra in una condizione di stress controllato — digiuno, sauna, freddo, allenamento — il sistema si sposta sul versante della sopravvivenza, allunga la durata dei processi vitali, libera risorse e avvia più facilmente pulizia e riparazione. In questa cornice viene collocata anche l’autofagia, descritta come un processo che si approfondisce con il susseguirsi dei cicli di digiuno.

Nel primo video vengono anche indicati alcuni “gradini” temporali: fino a circa 16-20 ore di digiuno si insiste soprattutto sulla parte metabolica e sul controllo della glicemia; tra circa 20 e 36 ore entra in gioco in modo più evidente l’autofagia; dopo le 24 ore viene attivata anche una protezione più forte nei confronti della perdita di massa muscolare; tra 36 e 72 ore si attivano meccanismi collegati alla prevenzione oncologica.

Perché la medicina convenzionale viene criticata

Entrambe le relatrici insistono sul fatto che la medicina convenzionale, soprattutto in ambito cronico, lavori quasi sempre sui sintomi e non sulle cause. La critica è molto dura: i farmaci vengono presentati come strumenti che spostano risorse, attenuano un sintomo, ma aprono la porta a nuovi squilibri e a nuove dipendenze terapeutiche. Nel discorso di Mamaeva questo si traduce in una denuncia molto netta del ruolo di Big Pharma, che finanzierebbe solo gli studi utili al mercato e lascerebbe ai margini tutto ciò che potrebbe rendere il paziente meno dipendente dai farmaci.

In opposizione a questo modello, viene valorizzata una medicina “funzionale”, “preventiva” e “biohacker”, orientata non a silenziare i sintomi ma a riportare il corpo in una condizione in cui possa ripararsi da solo.

Che cosa succede, in concreto, nel digiuno secco a cascata

L’impianto generale è molto ampio. Nel corso dei due incontri, il digiuno secco a cascata viene associato a:

  • riduzione dell’infiammazione sistemica;
  • attivazione di processi rigenerativi cellulari;
  • normalizzazione progressiva della digestione e del microbiota intestinale;
  • migliore utilizzo dell’acqua e delle risorse interne;
  • riequilibrio di umore, energia, lucidità mentale e stabilità emotiva;
  • progressiva trasformazione delle abitudini alimentari e del rapporto psicologico con il cibo.

Viene ripetuto più volte che il metodo non agisce solo sul piano fisico: una parte dei problemi di salute e di peso viene ricondotta a meccanismi compensativi, emotivi e relazionali. Per questo il sistema proposto comprende anche pratiche di lavoro su emozioni, pensieri e pattern comportamentali.

Controindicazioni e cautela

Le controindicazioni dichiarate sono poche ma precise. Voronkova indica innanzitutto la gravidanza, perché in quel periodo non è opportuno introdurre un processo di questo tipo, soprattutto se non lo si è mai praticato. Vengono poi citate le patologie psichiatriche gravi certificate, in particolare quelle che renderebbero difficile la gestione del percorso in un contesto di gruppo.

Un’altra controindicazione forte è il diabete di tipo 1 insulino-dipendente: qui il problema non è un innalzamento della glicemia, ma al contrario il rischio di un crollo glicemico importante, fino alla perdita di coscienza.

Viene inoltre sconsigliato l’ingresso nel metodo in caso di malattia oncologica in fase molto avanzata, in particolare in quarta fase, quando l’organismo dispone già di poche risorse. In queste situazioni si propone eventualmente un approccio più dolce.

Nelle domande del secondo video emerge anche un altro criterio di prudenza: in presenza di una forma acuta importante — per esempio un’appendicite o un dolore addominale importante da chiarire chirurgicamente — la priorità è risolvere l’urgenza, non entrare subito nel percorso.

Lo stesso vale per la chemioterapia. Alla domanda se il digiuno secco a cascata si possa affrontare durante o dopo un percorso di chemio, la risposta è che il momento giusto è dopo, perché durante la chemio il corpo sta già spendendo una quantità enorme di risorse per reggere l’impatto della terapia e non è il momento di aggiungere un ulteriore stress metabolico.

Raffreddore, infezioni respiratorie e Covid

Nel primo video viene sostenuto con decisione che il digiuno secco a cascata non solo è compatibile con raffreddori, influenze e infezioni respiratorie, ma può essere addirittura un acceleratore del recupero. Voronkova riferisce di casi osservati nel periodo Covid in cui i sintomi sono regrediti rapidamente continuando l’alternanza del metodo. Mamaeva spiega la cosa in termini energetici: se l’organismo non deve spendere risorse per digerire, può dirottarle verso la lotta contro il virus o contro i batteri.

Viene aggiunto che il muco, il naso chiuso e i sintomi da raffreddamento sono un tentativo del corpo di espellere ciò che non serve, e che il digiuno facilita questa espulsione.

Anemia cronica

Voronkova racconta di numerosi casi in cui persone con anemia cronica, talvolta presente fin dall’infanzia, hanno visto normalizzarsi emoglobina e ferritina dopo il percorso. La spiegazione proposta è che il problema non sia sempre la mancanza di ferro in sé, ma il fatto che l’organismo non lo assimili bene. Mamaeva riconduce spesso questa difficoltà all’intestino: se l’intestino è infiammato o alterato, il ferro introdotto con l’alimentazione non viene davvero utilizzato. Ripristinando l’apparato digerente, il corpo torna ad assorbire correttamente.

Bile, calcoli, cistifellea e assenza della cistifellea

Uno dei capitoli più ampi dei due video riguarda la bile. Viene contestata direttamente l’idea, attribuita ai medici e ai chirurghi, secondo cui la bile dovrebbe essere continuamente “stimolata” con pasti frequenti, grassi e acqua calda per evitare ristagni e calcoli.

La spiegazione che viene proposta è più articolata. Nelle prime ore di digiuno, fino a circa 15 ore, la bile può anche apparire più concentrata; poi però, proseguendo nel digiuno, la concentrazione si riequilibra e non si produce quella deriva patologica che, secondo il discorso convenzionale, dovrebbe accompagnare il mancato frazionamento dei pasti. In questo quadro il digiuno secco a cascata non genera ristagno patologico, e anzi migliora la qualità della bile, i test epatici, la funzionalità della cistifellea e in alcuni casi anche la presenza di calcoli o polipi.

Quando la cistifellea non c’è più, il discorso diventa ancora più netto: il sistema gastrointestinale è già sottoposto a uno sforzo maggiore, quindi il riposo digestivo del digiuno è ancora più utile, non meno.

Muscoli, grasso, cellulite e acqua corporea

Un altro tema affrontato a lungo è il rapporto tra massa grassa e massa muscolare. Voronkova sostiene che nel digiuno secco venga utilizzato prima di tutto il tessuto adiposo, anche perché dal grasso il corpo ricava acqua metabolica. Quindi il metodo del digiuno secco a cascata riduce il grasso viscerale e la cellulite senza “mangiarsi” i muscoli.

Mamaeva collega questo punto alla cronologia del digiuno: i primi intervalli lavorano di più sul metabolismo glucidico e insulinico; oltre una certa soglia si rafforzano autofagia e meccanismi di conservazione della massa muscolare. Il messaggio pratico è che il metodo, specie se accompagnato da movimento, non è una minaccia per il tono muscolare ma una strategia di ricomposizione corporea.

Viene anche ribaltato il tema dell’idratazione: contrariamente all’obiezione più comune, le relatrici sostengono che, al termine del percorso, la capacità del corpo di utilizzare l’acqua è migliore, e che proprio per questo la percentuale corporea di acqua (misurata dai partecipanti con bilance impedenziometriche di varie marche) non scende ma aumenta.

Menopausa, Femoston, Angeliq e terapia ormonale

Nel secondo video c’è una lunga risposta sulla menopausa e sui farmaci ormonali. Mamaeva attacca in modo diretto preparati come Femoston e Angeliq, perché questi farmaci spengono alcuni sintomi ma al prezzo di effetti collaterali importanti sul tono dell’umore, sul sonno, sul sistema cardiovascolare e su altri rischi.

L’alternativa del digiuno secco a cascata è una costruzione più “fine”: una quota ridotta di estradiolo, una quota più ampia di estriolo e l’uso di progesterone bioidentico al posto di progestinici sintetici. Alla stessa domanda, Voronkova aggiunge che il digiuno secco a cascata è associato a risultati molto forti proprio sui sintomi della menopausa: vampate, sudorazione, irritabilità, ritenzione e oscillazioni dell’umore.

Hashimoto, tiroide e immunità

Sia Hashimoto sia la tiroide in generale occupano uno spazio notevole. Hashimoto non viene letto come un problema primario della tiroide, ma come un problema immunitario che si esprime sulla tiroide. In altre parole, il corpo attacca la ghiandola perché il sistema è già in squilibrio, e il luogo chiave da cui ripartire è ancora una volta l’intestino, cioè la sede principale dell’immunità.

Nel primo video Mamaeva parla anche della gestione farmacologica della tiroide e critica la pratica standard di somministrare soprattutto T4, paragonandolo al petrolio che dovrebbe essere trasformato in benzina. Se la tiroide non converte bene, secondo questa analogia, il corpo riceve una materia prima che non riesce a usare davvero. Per questo vengono valorizzate formulazioni che includono anche T3. Se la tiroide non c’è più, il supporto ormonale resta necessario, ma viene sostenuto che debba essere ragionato in modo più efficace.

Diabete di tipo 2 e cambiamento dello stile di vita

Sul diabete di tipo 2 il tono dei due video è particolarmente assertivo: il digiuno secco a cascata è uno strumento in grado di normalizzare la glicemia, ridurre o eliminare farmaci e cambiare radicalmente il terreno metabolico. Mamaeva afferma esplicitamente che nella sua esperienza il diabete di tipo 2 può essere eliminato.

Voronkova però aggiunge una precisazione importante: il punto non è fare il ciclo dei trenta giorni e poi tornare a vivere come prima. Il percorso ha senso se innesca un cambiamento duraturo delle abitudini: alimentazione, microflora, pensieri, scelte quotidiane. La guarigione rimane nella misura in cui rimangono le abitudini sane.

Linfadenite, lipomi, papillomi, varici, cisti e altri quadri cronici

Nel secondo video si entra in una lunga casistica di domande. La risposta di base è quasi sempre la stessa: il metodo libera risorse, abbassa l’infiammazione, riequilibra l’intestino, alleggerisce il carico tossico e quindi favorisce il recupero di condizioni molto diverse tra loro.

In questo quadro vengono presentati come migliorabili o risolvibili:

  • linfadenite;
  • lipomi;
  • papillomi;
  • varici e nodi varicosi;
  • cisti ovariche, miomi ed endometriosi;
  • cisti renali e altri accrescimenti benigni;
  • menopausa e sintomi collegati;
  • problemi della pelle, comprese reazioni da eliminazione nel corso dei cicli ripetuti.

Tuttavia, in alcune situazioni la risposta deve essere prudente. Ad esempio, la linfadenite viene definita molto individuale e dipendente dalle risorse dell’organismo. Ma il principio generale resta invariato: il corpo, se alleggerito e riportato in equilibrio, può sciogliere o ridurre molte alterazioni che in altri contesti vengono trattate solo come lesioni da monitorare o asportare.

Ernie, colonna vertebrale e movimento

Viene fatta una distinzione netta tra le ernie esterne, cioè quelle in cui un cedimento dei tessuti porta fuori una parte del contenuto corporeo, e i problemi della colonna. Le prime vengono considerate un quadro da chirurgia: una volta che il tessuto connettivo ha ceduto, non si rimette a posto da solo. La colonna vertebrale è invece un altro discorso. Qui il metodo del digiuno viene presentato come un acceleratore di rigenerazione, soprattutto se associato a esercizi specifici; tra questi viene citata più volte la posizione del coccodrillo del Makarasana Yoga.

Pane, fame, alimentazione intuitiva e abitudini

Una parte interessante delle domande riguarda il rapporto pratico con il cibo. Sul pane, per esempio, Voronkova è molto chiara: non si tratta di demonizzarlo in astratto, ma di riconoscere che molte abitudini alimentari sono solo abitudini. Nel percorso queste abitudini cambiano, perché l’organismo ripulito sviluppa reazioni più nette a ciò che appesantisce e più desiderio di ciò che alleggerisce.

Da qui discende un’altra idea importante del metodo di digiuno: il punto d’arrivo non è una dieta rigida, ma una forma di alimentazione intuitiva, cioè la capacità di ascoltare davvero il corpo e distinguere ciò che aiuta da ciò che compensa o appesantisce.

Anche la paura della fame viene trattata in modo specifico. Mamaeva afferma che, proprio perché il digiuno è secco, non si attiva la digestione e il senso di fame risulta spesso più gestibile rispetto ad altri tipi di digiuno.

Integratori, pregnenolone, parassiti e microflora

Sul tema degli integratori, la linea generale è di evitarli durante il percorso, salvo casi realmente particolari, perché il corpo è già impegnato in una pulizia intensa e non ha bisogno di ulteriori carichi. Lo stesso vale per il pregnenolone, precursore del progesterone, non necessario all’interno del percorso di digiuno.

Sui parassiti e sulle spore di muffa, la posizione è molto netta: non sopravvivono al digiuno. In questa visione, la vera trasformazione non è soltanto l’eliminazione di singoli “ospiti indesiderati”, ma il cambiamento della microflora intestinale, che dopo il percorso modifica in profondità gusti, appetiti e risposta dell’organismo.

Peso basso, allattamento e altri casi particolari

Alla domanda se il metodo sia possibile anche con peso basso, la risposta è sì: l’organismo elimina il superfluo senza “mangiare” ciò che gli serve davvero. Nel primo video il metodo viene escluso in gravidanza; nel materiale successivo compare anche la domanda sull’allattamento, a cui viene risposto richiamando casi di madri che hanno affrontato il percorso, anche se l’impostazione generale resta quella di valutare con attenzione il consumo di risorse e il contesto complessivo.

Riassumendo

Letti insieme, i due video costruiscono un messaggio unitario: il digiuno secco a cascata è uno strumento di pulizia profonda, riequilibrio metabolico, rigenerazione funzionale e trasformazione stabile delle abitudini. Non è un intervento tecnico limitato a un singolo sintomo, ma una riprogrammazione complessiva dell’organismo e del rapporto con il cibo, con il proprio corpo e con la salute.

Nota sul doppiaggio automatico

Il video in calce è stato da me doppiato con uno strumento open-source che ho creato appositamente per questa occasione. Il risultato è utile e ascoltabile, ma può contenere errori di trascrizione e imprecisioni di traduzione. Ci sono inoltre piccoli disallineamenti temporali, sovrapposizioni tra voci e altre imperfezioni tecniche. Per il confronto diretto resta sempre disponibile il materiale originale in russo.

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(16 aprile 2026)

Il digiuno è libertà

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Quando Gesù dice che certi demoni si vincono solo con la preghiera e il digiuno (Matteo 17:21), cerco di leggere questa frase in senso ampio. Mi sembra infatti che i demoni indichino tutto ciò che, dentro e fuori di noi, si alimenta di paura, dispersione, inerzia e mancanza di governo di sé. In questa prospettiva, un rapporto disordinato con il cibo non è mai soltanto un fatto materiale: può diventare un fattore di nervosismo, di dipendenza, di ottundimento interiore, e quindi favorire proprio quelle condizioni mentali in cui i demoni prosperano. Il digiuno, allora, non sarebbe una mortificazione fine a se stessa, ma una pratica di libertà e di ascesi: un modo per sottrarre nutrimento agli impulsi che ci dominano e per restituire alla coscienza lucidità, coraggio e padronanza di sé.

Il pensatore che più si avvicina a questa mia lettura è Evagrio Pontico (346-399), nato a Ibora, nel Ponto dell’Asia Minore, e morto nella Cellia, nel deserto nitriota d’Egitto. Evagrio fu uno dei grandi sistematori della sapienza dei Padri del deserto. La sua idea centrale è che il combattimento spirituale si gioca anzitutto nei logismoi, cioè nei pensieri che assediano la mente: non semplici idee passeggere, ma schemi interiori ricorrenti che seducono, indeboliscono e disorientano. Egli ne elenca otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. In questa visione i demoni agiscono attraverso le passioni e i pensieri che tolgono unità alla persona; e la prima porta d’accesso è spesso la gola, perché chi non governa l’appetito fatica poi a governare anche il resto.

Qui è utile precisare alcuni termini. Ascesi viene dal greco askesis e significa originariamente “esercizio”, “allenamento”: non odio del corpo, ma disciplina orientata a un fine. Logismoi, come si è detto, sono i pensieri che si presentano alla mente con forza quasi ossessiva e cercano di piegare la volontà. Accidia, dal greco akēdia, non è semplice pigrizia: è piuttosto una stanchezza del cuore, una forma di tedio, di svogliatezza e di indifferenza che svuota il gusto del bene e rende pesante ogni compito interiore. In questa accezione, l’accidia non è soltanto “non aver voglia di fare”, ma non riuscire più ad aderire con slancio a ciò che si riconosce come buono, vero o necessario. È per questo che la tradizione l’ha considerata così pericolosa.

Le intuizioni di Evagrio furono trasmesse in Occidente soprattutto da Giovanni Cassiano (ca. 360-435), nato in Scizia Minore — l’odierna Dobrugia, tra Romania e Bulgaria — e morto a Marsiglia, dove fondò l’abbazia di Saint-Victor. Cassiano afferma con chiarezza che la prima battaglia è contro la gola e che non esiste una sola regola di digiuno valida per tutti: il criterio dev’essere proporzionato alla costituzione, all’età, al sesso e alla condizione concreta di ciascuno. Questa precisazione coincide molto con ciò che intendo anch’io: il digiuno autentico non è fanatismo né rigidità astratta, ma conoscenza di sé, misura, correzione progressiva, e — aggiungerei — anche attenzione medica e studio. Cassiano insiste inoltre che l’astinenza troppo dura, se poi è seguita da compensazioni eccessive, perde il suo frutto; non è il rigore in sé a liberare, ma una continenza equilibrata e stabile, capace di rendere la mente più limpida.

A questa linea appartiene anche Atanasio di Alessandria (ca. 293-373), nato e morto ad Alessandria d’Egitto, autore della celebre Vita di Antonio. Il protagonista del libro, Antonio il Grande (ca. 251-356), nato a Koma presso al-Minyā in Egitto e morto presso il suo eremo vicino al Mar Rosso, diventa il modello di una lotta spirituale in cui i demoni tentano prima con il piacere e poi con la paura. Atanasio descrive i demoni come forze che producono confusione, angoscia, tristezza e timore della morte; ma aggiunge che essi vengono respinti da fede, preghiera, digiuno, umiltà, mitezza e libertà dall’ira. È un passaggio molto vicino a questo modo di vedere: i demoni non sono forti dove trovano una persona equilibrata, ma dove trovano una persona interiormente scomposta; e arretrano quando la coscienza ritrova ordine, coraggio e centratura.

In seguito, questa interpretazione viene ripresa anche da Giovanni Crisostomo (347-407), nato ad Antiochia e morto in esilio a Comana, e da Tommaso d’Aquino (1224/25-1274), nato a Roccasecca presso Aquino e morto a Fossanova. Crisostomo vede nell’incontinenza del ventre una delle prime vie attraverso cui l’uomo perde vigilanza. Tommaso, con il suo linguaggio più sistematico, spiega che il digiuno ha tre fini: frenare le concupiscenze, elevare la mente alla contemplazione e riparare il peccato; ma precisa anche che deve sempre rispettare la natura, cioè non deve distruggere la persona nel tentativo di salvarla. In questo senso, la misura non è un compromesso al ribasso: è una forma superiore di sapienza, perché sa coniugare disciplina e realtà.

Anche in età moderna il tema ritorna. Giovanni XXIII (1881-1963), nato a Sotto il Monte e morto a Roma, parla della penitenza come di una forza capace di tenere a freno la concupiscenza e denuncia la ricerca smodata dei piaceri, che indebolisce le facoltà più nobili dello spirito. Benedetto XVI (1927-2022), nato a Marktl am Inn in Baviera e morto nella Città del Vaticano, definisce il digiuno una “arma spirituale” contro gli attaccamenti disordinati e insiste sul fatto che esso aiuta a unificare corpo e anima, a evitare il peccato e a controllare gli appetiti senza negare il valore del corpo. Anche qui ritroviamo una conferma importante: la pratica non vale per la quantità della privazione, ma per la qualità dell’ordine interiore che produce.

Da buddista, trovo però essenziale allargare lo sguardo oltre il lessico cristiano. Il linguaggio dei “demoni” può essere compreso non solo teologicamente, ma anche come nome simbolico di tutto ciò che ci distrugge interiormente, ci separa dalla nostra anima, ci squilibria, ci fa ammalare e ci rende schiavi di passioni tristi e di confusione. In questo senso, il nucleo della riflessione vale ben oltre una singola religione. L’ascesi è presente, in forme diverse, in quasi tutte le grandi tradizioni spirituali.

Il Budda Shakyamuni, negli insegnamenti più antichi (Theravada), ci invitava a non abbandonarci ai piaceri, ma nemmeno a spezzarci con pratiche estreme e distruttive (cfr. mio e-book sulla non-violenza a pag. 57, nota 11).

Digiuno, preghiera, meditazione, vigilanza, sobrietà e cura del corpo appartengono a un tipo universale di esperienza: cambiano i simboli, le teologie e i riti, ma resta costante la consapevolezza che senza disciplina interiore la paura ci governa, mentre con una pratica giusta e proporzionata impariamo, poco a poco, a non offrire più alimento a ciò che ci rende schiavi.

Un digiuno fatto bene, unito a una costante pratica spirituale, è uno stato di grazia, un meraviglioso regalo, non una privazione.

(14 marzo 2026)

Il Budda e la salute: perché non mangiare di sera, meglio solo di mattina

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Quando si parla della regola buddista di non mangiare dopo mezzogiorno (o, in traduzioni letterali, di “non mangiare fuori tempo”), generalmente, in molti testi divulgativi in italiano, ci si limita a considerarne le motivazioni sociali, trascurando del tutto quelle salutistiche o, peggio, asserendo che non ce ne sono. Nei testi che ho letto, tra l'altro, di solito manca una precisa citazione dei testi canonici.

Per queste ragioni, ho deciso di scrivere questo piccolo approfondimento.


Le motivazioni salutistiche

Partiamo dal Majjhima Nikāya 70 (Kīṭāgiri Sutta), nel Sutta Piṭaka del Canone pāli:

Il Budda afferma in prima persona di evitare il pasto notturno e descrive gli effetti che osserva: meno disturbi, meno malattie, leggerezza, agilità, forza e una vita più confortevole. Poi invita i monaci a fare lo stesso.

Traduzione:

“Così ho udito.

Una volta il Beato stava peregrinando nel paese dei Kāsī insieme a una grande comunità di monaci. Là il Beato si rivolse ai monaci:

‘Monaci, io mangio astenendomi dal pasto notturno. E, monaci, astenendomi dal pasto notturno, mi riconosco in questo modo: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.

Su, monaci: anche voi mangiate astenendovi dal pasto notturno. E anche voi, monaci, astenendovi dal pasto notturno, vi riconoscerete così: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.’

‘Sì, venerabile’, risposero quei monaci al Beato.”


Dopo mezzogiorno?

Nel sutra appena citato la formula è rattibhojana (pasto notturno). La regola del “dopo mezzogiorno” è formulata in modo più preciso nel Vinaya (la disciplina monastica).


Le motivazioni sociali

La motivazione del proteggere se stessi dai pericoli e del non disturbare i laici di notte per elemosinare cibo si trova, ad esempio, in MN 66, nella maledizione pronunciata da una donna spaventata da un monaco:

In passato, i mendicanti vagavano alla ricerca di elemosine nel buio della notte. Si addentravano in una palude, cadevano in una fogna, urtavano contro un cespuglio spinoso, si scontravano con una mucca addormentata, incontravano giovani in fuga dopo aver commesso un crimine o diretti a commetterne uno, oppure venivano invitati da una signora a compiere atti osceni.
 

Una volta mi capitò di vagare in cerca di elemosina nel buio della notte. Una donna che lavava una pentola mi vide alla luce di un lampo. Spaventata, gridò: “Ahimè! È un maledetto demone!”.
 

Quando disse questo, io le risposi: “Sorella, non sono un demone. Sono un mendicante in attesa di elemosina”.
 

“Muori, padre del mendicante! Muori, madre del mendicante!”. Meglio farsi squarciare il ventre con una affilata mannaia da macellaio che vagare per l'elemosina nel buio della notte per il bene del proprio ventre!


Contesto storico e approfondimenti

Riporto una traduzione della nota 227 del monaco Bhikkhu Sujato, tratta dal PDF "SuttaCentral Editions - Middle Discourses II" a pag. 151:

Sebbene non sia riuscito a trovare alcuna regola giainista riguardante il mangiare nel pomeriggio, non mangiare di notte (rattibhojanā) era una pratica standard degli asceti giainisti (Uttarādhyayana 19.30, 13.2; Dasaveyāliya 4.6, 6.26; Sūyagaḍa 1.2.3.3). Essa fu adottata sin dalle prime fasi della Formazione Graduale (MN 27:13.9). Il mancato rispetto di questa regola da parte dei mendicanti portò alla definizione di una regola formale del Vinaya (Bu Pc 37). Tuttavia, alcuni finirono per pentirsi delle loro obiezioni, riconoscendo che il Budda aveva agito per il loro bene (MN 66:6.4). | La pratica correlata di mangiare in un'unica seduta, al contrario, non è richiesta nel Vinaya, ma era incoraggiata (MN 21:7.4, MN 65:2.1).

Concludo con un invito ad approfondire ulteriormente sui testi canonici, senza dare troppo credito a chi scrive senza citare le fonti.
(21 gennaio 2026)

Fabbisogno di proteine: il mito della carenza e il rischio dell’eccesso

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Cercando in rete, ognuno dà i suoi consigli sul fabbisogno quotidiano di proteine in un uomo adulto, che di solito è da 1g/kg/die in su. Per gli sportivi spesso i valori suggeriti vanno ben oltre, tipo 4,5g/kg/die per i body builders durante le competizioni. 

Lo scopo di questo articolo non è quello di asserire verità, ma di porre dubbi, citando e linkando un paio di libri.

Per cominciare, riporto un breve estratto dal libro di Armando D'Elia "Miti e Realtà dell'Alimentazione Umana", per suscitare riflessioni su come il fabbisogno proteico umano non sia così assoluto e certo nel modo con cui viene presentato oggi. E se fosse molto inferiore?

«[...] Oggi, lo studio e le proposte per la soluzione dei problemi dell'alimentazione e della salute dei popoli non possono più restare affidati solo alla buona volontà e alle libere, ma disorganiche (ancorché benemerite), iniziative di singoli ricercatori. Esse sono infatti coordinate ed elaborate soprattutto da due grandi organismi internazionali che sono sotto l'egida dell' ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE (O.N.U.): ci riferiamo alla F.A.O. e alla O.M.S..

E' pertanto essenziale conoscere le posizioni di queste due grandi organizzazioni, che operano a livello mondiale, sulla basilare questione del reale fabbisogno umano di proteine.

Nel 1957 un Comitato congiunto di esperti ad alto livello della FAO e della OMS si pronunciò per un bisogno giornaliero di proteine di 1 grammo per chilogrammo di peso; quindi, per un uomo del peso dì 70 chili, 70 grammi di proteine al giorno, esattamente la metà di quanto nel 1890 Moleschott, Voit, Vierordt ed altri, della scuola tedesca di Monaco - come riferimmo in precedenza - avevano ritenuto di stabilire come fabbisogno proteico ottimale quotidiano (140 grammi, sempre per un uomo del peso di 70 kg.).

Tuttavia ricerche più approfondite sui reali bisogni nutrizionali dell'uomo e soprattutto la consapevolezza crescente dei danni arrecati dagli eccessi proteici, indussero molti ricercatori e studiosi a ritenere che tale quantità stabilita da FAO e OMS (1 grammo di proteine /pro die / pro chilo) fosse troppo elevata. Cominciarono quindi a delinearsi varie proposte riduttive di tale misura; alla fine, nel 1963, la FAO e la OMS concordarono di dirozzare anche la quota da loro stabilita nel 1957, portandola a gr. 0,5, misura ancora oggi vigente ufficialmente (quindi 35 grammi al giorno per un uomo del peso di 70 Kg) [attenzione: quando D’Elia scrive «misura ancora oggi vigente ufficialmente» si riferisce all’epoca in cui compone il libro, negli anni ’90].

Occorre però mettere in evidenza che la SCUOLA IGIENISTA (Albert Mosséri) ritiene sufficiente una quantità di proteine giornaliere pari a 21 grammi, corrispondenti, quindi, a gr. 0,3 per chilogrammo di peso, sempre per un uomo pesante 70 kg.

Abbiamo, così, evidenziato le tre date più significative del tormentato cammino della quantificazione del fabbisogno reale di proteine dell'uomo: 1890,1957, 1963.

E' necessario ora precisare cosa si deve intendere con l'espressione, ripetutamente da noi usata, "grammi... pro die... pro chilo".

E' ben noto a tutti i vegetariani (e di ciò parlammo a lungo nel capitolo introduttivo) che le proteine sono presenti in quantità più o meno grande, in tutti indistintamente i cibi, sia di origine vegetale che di origine animale e che pertanto è un errore ritenere che le proteine si trovino solo nel cosiddetto "piatto forte" (carnami, formaggi, uova), che si differenzia dagli altri cibi solo perchè contiene percentualmente più proteine.

Orbene, dato per buono un fabbisogno proteico giornaliero di 0,5 grammi per ogni chilogrammo di peso corporeo (FAO-OMS, 1963), l'espressione "pro die" significa praticamente che è sufficiente (per un uomo di 70 Kg. di peso) assumere, DURANTE 24 ORE, 35 grammi di proteine (0,5 x 70) per coprire il proprio fabbisogno proteico.

Ma, attenzione! Non dobbiamo dimenticare che se si supera tale conclamato fabbisogno dì proteine si può provocare l'insorgenza di un quadro morboso da eccesso proteico (iperproteinosi). Non ci si deve allarmare, invece, se nelle 24 ore si ingerisce una quantità di proteine inferiore a quella indicata da FAO-OMS (dieta ipoproteica); una tale dieta non potrà mai essere patogena. In sempre più numerosi ambienti medici si ritiene auspicabile, infatti, proprio una drastica riduzione dell'apporto proteico ai fini salutistici, specialmente dopo una certa età. Si badi bene che "ipoproteica" non vuol dire "aproteica" (totalmente priva di proteine), per il semplice fatto che è praticamente impossibile nutrirsi senza proteine, dato che non esiste, come vedemmo, alcun cibo privo di proteine. [...]»

A proposito dei 0,3g/kg/die così come riportati da D’Elia a partire dalle posizioni di Mosséri, il libro di Albert Mosséri "La salute col cibo - Ortotrofia" fa una critica durissima al modo con cui è calcolato il fabbisogno proteico umano. Provo a fare una sintesi di alcuni punti trattati in entrambi i libri citati:

1. Le raccomandazioni classiche sono sovrastimate

Autori come Angiolani, Chittenden e, riportandoli, D’Elia ricordano gli studi di Liebig e Voit, che avevano trovato nei muscoli quasi solo acqua e proteine e ne avevano dedotto che per avere muscoli bisogna mangiare carne. Secondo Voit, per anni si è ripetuto che l’uomo ha bisogno di circa 118 g di proteine al giorno; poi lui stesso dimezza la cifra, ma il messaggio non viene recepito. La scuola igienista riprende questa critica, Mosséri incluso.

Mosséri sottolinea che, qualunque sia la quantità ingerita, tutto ciò che supera il bisogno reale viene eliminato: le analisi dell’urina mostrano che la perdita di azoto cambia pochissimo tra chi fa lavoro fisico e chi fa lavoro mentale. Questo per lui significa che:

- la richiesta proteica è modesta;

- la differenza di bisogno proteico tra soggetti molto attivi e sedentari è sorprendentemente piccola.

D’Elia riporta molti dati su diete ricche di proteine animali e aumento di patologie (tumori, malattie cardiovascolari, ecc.), e su come i benefici aumentino quando si riducono insieme proteine e grassi.

2. Gli esperimenti che suggeriscono un fabbisogno minimo

Mosséri si appoggia soprattutto alle ricerche dello scienziato danese Hindhede:

- Durante la Prima guerra mondiale, Hindhede, come consigliere dietetico della Danimarca, impose per tre anni un’alimentazione frugale, povera di proteine, a milioni di persone. In un anno, la mortalità del paese scese del 40%. Hindhede ne concluse che il fabbisogno reale è estremamente modesto, molto inferiore alle tabelle ufficiali (D’Elia riporta valori teorici di 21g/die per la scuola igienista). Riguardo alla ridotta mortalità, comunque, in Danimarca non cambiò solo la quota di proteine, ma calarono anche alcool, zucchero, tabacco, ecc. Non è banale isolare la responsabilità di un singolo fattore. Andrebbe fatto anche un discorso più generale sulla restrizione calorica, per il quale rimando al video in calce.

- Hindhede nutrì anche quattro bambini con una razione proteica molto bassa: non solo non si ammalarono, ma divennero “ottimi atleti”.

Mosséri riporta anche le osservazioni di Hirschfeld, che racconta di aver svolto lavoro fisico molto pesante mangiando la metà delle proteine “indispensabili” secondo le tabelle ufficiali, senza perdere azoto, peso o forza.

Per Mosséri, tutto questo dimostra che il corpo umano:

- si adatta bene a quote proteiche molto inferiori a quelle generalmente prescritte;

- mantiene forza e resistenza anche con un introito che i manuali definirebbero insufficiente.

3. La natura come prova vivente

Mosséri insiste su un argomento “di buon senso”:

- Il vitello cresce rapidamente nutrendosi solo di latte che contiene circa 3,5% di proteine, e più tardi bruca erba, che ne contiene ancora meno: eppure costruisce ossa e muscoli imponenti.

- Grandi erbivori come mucche, cavalli, elefanti, gazzelle sviluppano forte muscolatura con cibi a basso tenore proteico, come erbe e foglie.

Mosséri cita anche esempi umani:

- in India, i riksha walla (conducenti dei risciò) trascinavano carrozzelle con una media di 60 km al giorno, pur essendo vegetariani, mentre gli inglesi trasportati mangiavano molta carne;

- in una gara di marcia in Germania, tra 15 carnivori e 8 vegetariani, i primi sei arrivati furono tutti vegetariani, molti carnivori non terminarono la gara. Hindhede commenta: un regime povero di proteine aumenta la resistenza e “non ho mai sentito dire che un grande mangiatore di carne abbia vinto una corsa su lunga distanza”.

Per Mosséri, la natura mostra che non serve un alto apporto proteico per forza, resistenza e sviluppo muscolare.

D’Elia, seguendo il medico tedesco Lahmann, insiste molto sui neonati umani e sul latte materno come esempio di alimento a bassissimo tenore proteico per una crescita armoniosa. Mosséri, da parte sua, richiama spesso gli esempi di vitelli e altri piccoli di erbivori.

D’Elia ricorda che il latte umano ha una carica proteica di circa 0,9%, contro il 3,5% del latte vaccino, e che con questo latte “povero” di proteine il neonato umano raddoppia e poi triplica il proprio peso.

4. Non quantità ma qualità e varietà delle proteine

Mosséri ricorda che il corpo non usa le proteine così come vengono mangiate: le scompone in aminoacidi, che servono per:

- crescita e riparazione dei tessuti;

- sintesi di enzimi e ormoni;

- formazione delle proteine del sangue.

Sottolinea però che:

- gli esperimenti vengono spesso fatti su topi con proteine isolate, chimicamente alterate; per Hindhede le proteine isolate “non hanno alcun valore” perché il processo di separazione le degrada; quindi molte conclusioni su “proteine complete/incomplete” sono fuorvianti;

- è l’insieme delle proteine provenienti da fonti diverse (cereali, leguminose, noci, verdure) a fornire il corredo completo di aminoacidi, anche se ogni singolo alimento è “imperfetto”;

- le verdure verdi, pur contenendo “poche” proteine, le forniscono di ottima qualità, adatte a colmare le carenze di semi e legumi, e sono ricche di vitamine e sali alcalini.

Ne deriva che non serve innalzare molto la quota proteica: è sufficiente una dieta vegetale variata per coprire l’esiguo fabbisogno di aminoacidi. Una dieta basata su frutta, verdure a foglia e una quota moderata di semi e legumi copre l’esiguo fabbisogno proteico. Per completezza, comunque, sia D'Elia che Mosséri sono tiepidi e critici verso i legumi secchi come base della dieta: li ritengono molto concentrati, acidificanti, da usare con molta prudenza.

5. Perché troppa proteina fa male

Mosséri e D’Elia descrivono l’eccesso di proteine come qualcosa che logora rapidamente la salute, paragonandolo a una forma di intossicazione cronica:

- D’Elia dedica parecchie pagine ai danni da eccesso proteico: scorie tossiche, sovraccarico renale ed epatico, acidificazione, iperammoniemia, manifestazioni uricemiche (gotta, reumatismi), obesità, malattie cardiovascolari e tumorali;

- Mosséri elenca le tossine della cattiva digestione (fenolo, indolo, acido urico, ammoniaca, alcool, ecc.) che si producono per fermentazione/putrefazione intestinale.

6. Il ruolo della frutta e dei cibi poveri di proteine

Un altro tassello del ragionamento di Mosséri è la funzione “correttiva” di frutta e verdura:

- frutta (soprattutto agrumi) e verdure contengono pochissimi protidi, ma molte basi minerali e vitamine;

- durante diete a base di frutta, il corpo è costretto a bruciare le scorte accumulate di protidi e glucidi in eccesso, disintossicandosi e correggendo lo stato di acidosi tipico delle popolazioni civilizzate.

Il fatto che si possa vivere periodi più o meno lunghi quasi solo di frutta, per Mosséri, mostra ancora una volta che il fabbisogno quotidiano di proteine è modesto e facilmente coperto da un’alimentazione naturale non concentrata. Tuttavia, per Mosséri queste diete di sola frutta sono per una temporanea disintossicazione, non necessariamente il regime di tutti i giorni.

D’Elia collega anche il ruolo “correttivo” della frutta al fatto che, secondo lui, esiste una continuità naturale tra latte materno e frutta: i due alimenti avrebbero una funzione privilegiata nel nutrire l’uomo, dall’infanzia all’età adulta.

7. La “psicosi delle proteine” e il mito della carne

D’Elia parla esplicitamente di una vera e propria “psicosi da proteine”: ogni volta che si propone di ridurre o eliminare la carne, la prima obiezione che sente è la famosa domanda «... e le proteine?»

Secondo lui questa paura nasce da tre idee intrecciate:

- proteine = carne (come se i vegetali non ne contenessero);

- le proteine sarebbero “il” nutriente più importante, da privilegiare rispetto a tutti gli altri;

- più proteine = più salute e forza, soprattutto se sono proteine animali.

Nel suo libro mostra invece che:

- le proteine sono ubiquitarie: ogni filo d’erba, ogni frutto, ogni seme contiene una quota proteica;

- il fabbisogno umano è relativamente modesto;

- l’ossessione per i cibi iperproteici (carne, latticini, uova) è alimentata anche da ciò che lui chiama “venditori di proteine animali”: allevatori, industrie della carne, lattiero-casearie, del pesce, degli omogeneizzati, ecc., che hanno tutto l’interesse a mantenere alta la domanda.

In questo contesto D’Elia riporta la sintesi di T.C. Fry su tre grandi miti proteici:

1. «Per godere buona salute bisogna mangiare carne»
L’idea è che la carne sarebbe la “miglior fonte” di aminoacidi, quasi indispensabile. D’Elia osserva che, se guardiamo al mondo animale, i grandi animali da lavoro (buoi, cavalli, elefanti…) vivono e sviluppano muscoli notevoli mangiando solo vegetali, e che anche i carnivori, in natura, non vivono di sola carne ma assumono regolarmente parti vegetali.

2. «In ogni pasto devono esserci tutti gli aminoacidi essenziali»
Questo mito deriva dalla teoria dell’“aminoacido limitante”. D’Elia la presenta come un costrutto teorico lontano dai fatti: nella pratica, una dieta vegetale variata fornisce nel tempo tutti gli aminoacidi necessari, senza bisogno di combinazioni precise a ogni singolo pasto.

3. «Una dieta altamente proteica è salutare per l’uomo»
Fry, citato da D’Elia, nota che la famosa soglia di 1g/kg/die finisce per essere ripetuta come dogma e usata per giustificare regimi molto proteici, mentre in realtà, per un adulto con attività moderata, basterebbe circa metà di quella quota. Sostenere che tutti abbiano bisogno di “alte proteine” significherebbe, per lui, normalizzare abitudini alimentari che i dati epidemiologici collegano a maggior rischio metabolico e cardiovascolare.

Questa “psicosi” non riguarda solo la salute individuale ma anche l’immaginario collettivo: D’Elia parla di un vero “mito della fame di proteine” su scala planetaria, usato per presentare come inevitabile l’espansione degli allevamenti e la necessità di “produrre sempre più proteine animali”, mentre gli studi agronomici da lui citati mostrerebbero che le proteine vegetali disponibili sarebbero più che sufficienti a nutrire una popolazione mondiale ben superiore all’attuale, se usate direttamente per l’alimentazione umana.

D’Elia nota inoltre che i casi di vera carenza proteica descritti in letteratura riguardano quasi sempre situazioni estreme (guerre, carestie, malattie) e spesso problemi di assimilazione, non persone sane che mangiano “troppo poca carne” nella vita di tutti i giorni.


Detto ciò, ringrazio coloro che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui. Le tabelle proteiche ufficiali derivano da errori concettuali e da esperimenti poco realistici? O peggio da meri interessi delle lobby della carne, ovvero dell'insieme di imprese e organizzazioni legate alla produzione, trasformazione e vendita della carne, che cercano di influenzare le decisioni politiche, economiche e l’opinione pubblica a favore dei propri interessi?

Leggendo D’Elia e Mosséri, viene voglia di chiedersi se il margine di sicurezza che ci hanno dato sulle proteine non sia diventato, di fatto, un’abitudine all’eccesso. Abitudine, tra l'altro, incompatibile con uno stile di vita basato su una sana restrizione calorica senza malnutrizione. A tal riguardo, suggerisco una visione del video seguente "La restrizione calorica è veramente l'elisir di lunga vita?" del prof. Luigi Fontana:

DOWNLOAD MP4

(16 novembre 2025)

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