Deprogrammare la masticazione: quando la "bestia" smette di comandare
Per la cornice teorica di riferimento, e in particolare per l’approccio graduale e non violento verso se stessi, rimando prima di tutto a Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti. È all’interno di questa prospettiva — legata al lavoro di Nicolas Pilartz e alla sua idea di transizione progressiva — che ha senso parlare della masticazione non semplicemente come funzione fisica, ma come abitudine profondamente radicata, capace di riattivare automatismi "bestiali" che magari credevamo già superati.
Chi ha trascorso periodi ad alimentazione liquida lo sa: a volte il problema non è la fame. Il corpo può ricevere ciò di cui ha bisogno attraverso succhi, frullati, creme, zuppe o altre forme liquide e, nonostante questo, può emergere un impulso molto preciso: voglio masticare qualcosa. È un desiderio diverso dalla necessità di nutrirsi. Ha a che fare con il gesto, con la consistenza, con il primo impatto del sapore, con la memoria e con il rituale.
È qui che l’espressione di Nicolas Pilartz sul rischio di “risvegliare la bestia” diventa particolarmente efficace. Non c’è bisogno di interpretarla in senso moralistico, come se il corpo fosse un nemico. La “bestia”, in questo contesto, è l’insieme degli automatismi che possono riprendere rapidamente il comando: il bisogno di sentire qualcosa sotto i denti, il richiamo del gusto, l’associazione tra cibo e consolazione, la voglia di continuare dopo il primo boccone. È una parte di noi che non ragiona in termini di reale necessità, ma di ripetizione di un comportamento conosciuto.
La masticazione come interruttore
Una delle testimonianze più esplicite che ho trovato è un lungo resoconto personale in spagnolo, “Vivere di luce-prana: il processo di 21 giorni”. L’autore dedica un’intera sezione a quella che chiama “la dipendenza dalla masticazione”.
Racconta che, dopo un periodo senza solidi, aveva ricominciato a masticare della frutta pensando che non vi fosse una differenza sostanziale tra ridurla in polpa con i denti o con un frullatore. La sua esperienza fu invece diversa: scrive che la masticazione gli fece tornare “fame e ansia” e riemergere vecchie tendenze alla golosità. Poco dopo formula l’idea in modo ancora più netto: “La sola masticazione innesca l’abitudine di mangiare solidi”.
È un’osservazione importante perché sposta il problema dal cibo al gesto. Non è necessariamente ciò che entra nello stomaco a riattivare l’antico schema: può bastare il ritorno della bocca alla sua vecchia funzione di ricerca, triturazione e piacere. Nello stesso testo, l’autore descrive il desiderio di masticare e sentire sapori come qualcosa che può restare costante anche quando il bisogno alimentare viene percepito come già superato.
La sua immagine degli impulsi interiori è quasi perfettamente sovrapponibile alla metafora della “bestia”. In un passaggio racconta che mente ed emozioni “assaltarono la cucina come due lupi famelici”, arrivando a masticare il cibo e poi sputarlo, pur di soddisfare temporaneamente il bisogno di masticare e sentire sapori. Altrove parla di parti interiori golose e istintive che tentano di tornare al comando. Il punto non è combatterle con violenza: il punto è riconoscerle mentre si attivano.
Deprogrammare il piacere della masticazione
Un’altra formulazione molto chiara compare in un testo francese di Marie-Odile Sansault, “La nascita del divinoumano. Raccolta di indicazioni per l’unificazione – volume 2”, a pag. 16. Parlando dell’esperienza di un periodo ad alimentazione esclusivamente liquida, Sansault scrive: «Prima di tutto, bisogna deprogrammare il piacere della masticazione».
La parola interessante è proprio deprogrammare. Non reprimere, non proibire, non dichiarare guerra al corpo: deprogrammare. Cioè interrompere per un tempo sufficientemente significativo l’associazione automatica tra nutrimento, piacere orale e movimento della mandibola, fino a poter osservare quella sequenza dall’esterno.
Per chi pratica un’alimentazione liquida o una transizione pranica, questo può diventare un lavoro molto intimo. Finché si continua a masticare ogni giorno, il gesto resta invisibile perché coincide con la normalità. Quando invece si passa un periodo senza masticare, il gesto emerge come oggetto di coscienza. Ci si accorge di quanto spesso la bocca chieda attività anche in assenza di una vera richiesta di nutrimento.
Quando il gusto diventa il cuneo che riapre la porta
La stessa dinamica compare nella testimonianza in inglese di Ladislav R. Hanka, “Vivere di luce: testimonianza sulla vita da respiriano / pranico”. Hanka distingue nettamente la fame dall’impulso più sottile che può riportare al vecchio modo di mangiare.
Secondo la sua esperienza, la fame può passare in secondo piano mentre restano i sapori, la curiosità e il piacere sensoriale. Paragona questo ritorno a ciò che accade con vecchie dipendenze: una piccola concessione può apparire innocua, ma alcuni sapori possono diventare, nelle sue parole, “il cuneo che ci riporta a mangiare come prima”, cioè il primo passo che può riportarci gradualmente alle vecchie abitudini alimentari.
Questa immagine è utile perché descrive bene il meccanismo soggettivo. La masticazione non deve necessariamente provocare subito una grande abbuffata. Può semplicemente riaprire una porta mentale: oggi assaggio, domani mastico qualcosa, dopodomani mi torna in mente un piatto particolare, poi ricompare l’idea di averne bisogno. Il punto della deprogrammazione è impedire che un automatismo torni a presentarsi come una necessità.
Il bisogno di masticare può essere distinto dalla fame
Che il desiderio di masticare possa essere vissuto come qualcosa di autonomo rispetto alla fame compare anche fuori dall’ambiente pranico. In un resoconto in prima persona pubblicato da Nebraska Medicine, “Ansia da colonscopia? Un resoconto in prima persona di cosa aspettarsi”, l’autrice racconta la giornata trascorsa ad alimentazione esclusivamente liquida prima dell’esame e osserva che “non ci volle molto perché cominciassi a sentire la mancanza della masticazione”.
Ancora più esplicita è una testimonianza pubblicata nel forum Reddit “Consigli per la fase senza masticazione (dieta liquida)?”. L’autrice spiega che la parte psicologicamente più difficile non era tanto bere liquidi, quanto il non poter masticare: descrive un “impulso inquietante a masticare qualcosa, qualsiasi cosa”, tanto da aver pensato di masticare del cibo e poi sputarlo senza inghiottirlo.
Sono testimonianze provenienti da contesti completamente diversi da quello pranico, ma proprio per questo sono interessanti: mostrano quanto il gesto possa essere percepito come bisogno a sé. Nell’ottica pranica, questa distinzione è preziosa perché permette di domandarsi, ogni volta che nasce un impulso: sto chiedendo nutrimento, oppure sto chiedendo un’esperienza orale conosciuta?
Che cosa si guadagna deprogrammando
Il primo beneficio è la chiarezza. Quando la masticazione smette di essere quotidiana, diventa più facile riconoscere quanto del nostro rapporto con il cibo appartenga alla fame e quanto invece alla memoria, alla noia, alla compensazione emotiva, alla socialità o al puro piacere sensoriale.
Il secondo beneficio è una maggiore stabilità nelle fasi liquide. Se ogni tanto si torna a masticare “solo per il gusto”, il gesto può mantenere vivo il collegamento con il solido. Se invece la fase liquida viene vissuta anche come sospensione della masticazione, l’esperienza diventa più coerente: non cambia soltanto ciò che assumiamo, cambia il modo in cui ci relazioniamo con l'atto del nutrirci.
Un terzo beneficio è la riduzione del rumore mentale legato ai cibi. Nella testimonianza spagnola, il semplice ritorno alla masticazione riporta con sé immagini e desideri di piatti precedentemente amati. È come se il gesto facesse da chiave di accesso a un archivio di ricordi gustativi. Deprogrammare significa lasciare che quell’archivio perda progressivamente la capacità di chiamarci in continuazione.
C’è poi un beneficio più profondo: la possibilità di sviluppare una maggiore autonomia rispetto al piacere orale. Questo non significa dichiarare che il piacere sia sbagliato. Significa smettere di esserne governati. Posso apprezzare un profumo, un sapore o la convivialità senza trasformare automaticamente quell’esperienza in una catena di azioni che mi riporta a vecchie abitudini.
Non masticare non significa mangiare troppo poco
Qui è importante mantenere la cornice dell’alimentazione pranica gentile. La deprogrammazione della masticazione non deve diventare una nuova gara contro se stessi. Smettere di masticare e ridurre drasticamente l’apporto nutritivo sono due cose diverse.
Una persona può attraversare una fase senza masticazione assumendo comunque liquidi calorici, succhi, frullati, zuppe, creme e preparazioni compatibili con le proprie necessità. Lo stesso Eden Pranic Center, nella classificazione diffusa da Nicolas Pilartz, descrive come comune per molti praticanti pranici una condizione in cui vengono assunti quotidianamente liquidi contenenti calorie, con eventuali solidi soltanto occasionali.
Questa distinzione protegge il senso stesso della pratica. Se l’obiettivo è osservare e deprogrammare la masticazione, non serve trasformare l’esperienza in una prova di resistenza. Nel paradigma di Pilartz, la transizione deve restare sostenibile: energia, stabilità, peso e stato generale sono indicatori da ascoltare, non ostacoli da ignorare.
Masticare e sputare mantiene acceso il circuito
Una tentazione frequente, descritta esplicitamente nella testimonianza spagnola, è quella di mettere il cibo in bocca, masticarlo per sentirne il sapore e poi non inghiottirlo. A prima vista potrebbe sembrare un compromesso perfetto: ottengo il piacere senza tornare davvero al solido.
Ma proprio quella testimonianza racconta il contrario. La pratica dava sollievo momentaneo, ma tendeva ad aumentare la fame e a tenere vivo il desiderio. Nell’ottica della deprogrammazione è comprensibile: se ciò che vogliamo placare è l’automatismo della masticazione, continuare a offrirgli continuamente il suo stimolo preferito significa lasciarlo attivo.
Per questo il passaggio più interessante non consiste nel trovare un modo “furbo” per continuare a masticare senza mangiare, ma nel verificare che cosa accade quando il gesto viene semplicemente lasciato riposare.
Il periodo senza masticazione come osservatorio interiore
Vissuto in questo modo, un periodo senza masticazione può diventare una specie di osservatorio. Emergono desideri che prima sembravano normali e inevitabili. Ci si accorge che un particolare cibo può essere collegato a un ricordo, a una persona, a un momento di conforto, a un premio che ci concedevamo, a un’abitudine serale o a un modo di riempire il tempo.
La “bestia” non è dunque una creatura da sconfiggere. È il nome colorito di un automatismo che diventa visibile quando smettiamo di alimentarlo. Più che combatterlo, possiamo guardarlo passare: il pensiero del croccante, la nostalgia di un sapore, la voglia di usare i denti, il desiderio di sentire consistenza. Se non rispondiamo immediatamente, scopriamo che un impulso può esistere senza trasformarsi in comando.
Dalla privazione alla libertà
La differenza decisiva è quella tra privazione e libertà. Se non masticare viene vissuto come “non posso”, la tensione può aumentare. Se viene vissuto come un esperimento di deprogrammazione, la domanda cambia: quanto è davvero mio questo desiderio, e quanto appartiene a un programma ripetuto per decenni?
In questa prospettiva, il beneficio non consiste nell’aver “vinto” contro il cibo. Consiste nel poter scegliere con maggiore lucidità. Se un giorno si decide di mangiare qualcosa, lo si può fare senza trasformare quel gesto in un ritorno automatico alla precedente normalità. Se invece si desidera restare nella modalità liquida, diventa più facile farlo senza sentirsi continuamente tirati indietro dalla bocca.
La deprogrammazione della masticazione è quindi meno spettacolare di qualsiasi idea di digiuno estremo, ma forse più interessante e più utile nel lungo periodo. Tocca una delle abitudini più antiche e ripetitive della nostra vita quotidiana e la porta alla luce. Nel linguaggio pranico, significa sottrarre un po’ di potere alla “bestia” degli automatismi e restituirlo alla presenza, all’ascolto e alla scelta.
(26 agosto 2026)
Nota: la deprogrammazione della masticazione non implica ignorare segnali di debolezza, perdita di peso, disidratazione, problemi intestinali o altri segnali corporei. L’approccio di riferimento resta quello graduale e rispettoso verso se stessi, descritto nella cornice teorica iniziale. Per ogni difficoltà, suggerisco di consultare il proprio medico di fiducia.
“Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?
Nell'ambiente dell'alimentazione pranica, o del cosiddetto respirianesimo — termini usati in modi non sempre perfettamente sovrapponibili — si incontrano espressioni come «il cibo è informazione», «il cibo contiene informazione», «il cibo porta una certa frequenza» o «il cibo ha una certa vibrazione».
Prese alla lettera, queste formule possono risultare oscure o perfino prive di senso, perché parole comuni come energia, frequenza, vibrazione e informazione vengono usate qui con significati diversi da quelli che assumono normalmente in fisica, in nutrizione o nel linguaggio quotidiano.
Per capire che cosa esprimono, conviene quindi fare una piccola operazione di "traduzione" del vocabolario pranico e vedere come vengono usati questi termini.
Che cos'è l'alimentazione pranica?
L'idea di base è che l'essere umano riceva nutrimento non soltanto dal cibo materiale, ma anche dal prana.
Prana è una parola di origine sanscrita, legata alle tradizioni indiane. Nel contesto pranico contemporaneo indica una forza vitale presente negli esseri viventi, nella natura e nell'ambiente.
È utile distinguere subito questa idea dall'energia alimentare misurata in chilocalorie.
Due significati diversi della parola «energia»
Quando diciamo che un alimento fornisce, per esempio, 300 kcal, parliamo di energia in senso fisico. Joule e chilocalorie sono unità di misura dell'energia.
Nel linguaggio pranico, invece, «energia» viene usata "anche" per indicare il prana, cioè la componente vitale o sottile attribuita agli esseri viventi e agli alimenti.
Per evitare confusione, in questo articolo useremo quindi espressioni diverse:
- energia alimentare: quella espressa, per esempio, in joule o chilocalorie;
- prana o forza vitale: la componente non materiale del nutrimento nel vocabolario pranico.
Quando in questi ambienti si parla di una componente «sottile» del cibo, la parola non significa «molto piccola» o «difficile da misurare». Indica ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi ordinari. È quindi un termine spirituale o metafisico, non un'unità di misura.
Che cosa significa «il cibo è informazione»?
Ray Maor, uno dei promotori contemporanei del pranic living, usa l'espressione «Food as Information, Not Just Calories»: «il cibo come informazione, non soltanto calorie».
Il punto centrale è proprio quel «non soltanto».
In questa visione, quando mangiamo riceviamo sostanze materiali, nutrienti ed energia alimentare, ma il cibo porta con sé anche una qualità che viene descritta attraverso parole come «informazione», «frequenza», «vibrazione» o «impronta».
Qui la parola informazione non viene usata nel senso tecnico dell'informatica, della teoria dell'informazione o della biologia molecolare. Non indica nemmeno semplicemente i segnali chimici prodotti dagli alimenti nell'organismo.
Indica piuttosto una sorta di messaggio qualitativo: qualcosa che, nel modo di pensare pranico, l'alimento porta con sé insieme alla propria materia.
Una metafora può aiutare.
Pensiamo a una lettera. La carta e l'inchiostro sono il supporto materiale; sulla carta, però, c'è anche un messaggio. Conoscere il peso e la composizione chimica della lettera non equivale a conoscere ciò che vi è scritto.
Nel pensiero pranico il cibo viene immaginato in modo simile:
La parte materiale dell'alimento è il supporto; l'«informazione» è la qualità o il significato che quel supporto porta con sé.
Anche la parola «impronta» è utile in senso metaforico: rende intuitiva l'idea che la storia di un alimento lasci una qualità che accompagna il cibo e viene trasmessa a chi lo consuma.
«Frequenza» e «vibrazione»
In fisica, una frequenza indica quante volte un fenomeno periodico si ripete in un certo intervallo di tempo e può essere espressa, per esempio, in hertz (Hz). Una vibrazione fisica è un'oscillazione reale e, se periodica, possiede una frequenza misurabile.
Nel linguaggio pranico, invece, quando si parla della «frequenza» o della «vibrazione» di un alimento, non si sta indicando una frequenza fisica espressa in Hz.
Queste parole descrivono invece la qualità attribuita all'alimento: quanto viene percepito o considerato vitale, armonioso, pesante, leggero, favorevole o sfavorevole sul piano pranico.
Perciò dire:
«questo alimento ha una frequenza più alta»
significa:
«a questo alimento viene attribuita una qualità pranica o spirituale considerata più elevata».
Allo stesso modo, quando un alimento viene definito «pesante» o «leggero», non si parla necessariamente del suo peso, delle calorie, della consistenza o della digeribilità. Sono parole che possono descrivere la qualità pranica attribuita a quel cibo.
Un esempio concreto: la carne e la paura dell'animale
L'esempio della carne rende particolarmente chiaro che cosa possa voler dire, in questo ambiente culturale, parlare di «informazione» contenuta nel cibo.
Ray Maor descrive la carne come un alimento «pesante» dal punto di vista della «frequenza» e collega la scelta vegetariana o vegana anche al rifiuto di partecipare all'uccisione di un animale.
Nella più ampia tradizione yogica che utilizza il concetto di prana, questa idea viene espressa anche in modo più esplicito. Nel sistema Yoga in Daily Life di Paramhans Swami Maheshwarananda, per esempio, la paura vissuta dall'animale diretto al macello entra nella lettura pranica della carne e del nutrimento che essa trasmette.
Dire che «la carne porta informazione» significa che porta con sé qualcosa della storia e dello stato dell'animale da cui proviene, compresi paura e sofferenza.
Non si parla qui delle informazioni genetiche contenute nelle cellule della carne né dei suoi nutrienti, ma dell'impronta qualitativa dell'esperienza dell'animale.
Non tutti gli autori pranici descrivono la carne nello stesso modo. L'esempio è però utile perché rende concreto il significato che possono assumere parole come «informazione», «frequenza» e «impronta».
Anche la storia del cibo fa parte della sua «informazione»
Una volta compreso questo passaggio, diventa più facile capire perché la qualità attribuita a un alimento non dipenda soltanto dalla sua composizione materiale, ma anche da come è arrivato a essere ciò che mangiamo.
Per esempio, in alcune concezioni yogiche e praniche:
- la carne di un animale che ha vissuto paura e sofferenza porta l'«impronta» di quella esperienza;
- un frutto porta la vitalità attribuita alla pianta da cui proviene;
- anche lo stato d'animo di chi prepara un alimento può influenzarne la qualità.
Quest'ultimo esempio è particolarmente intuitivo. Alcune tradizioni raccomandano di cucinare con calma, attenzione, affetto o pensieri positivi, perché il modo in cui il cibo viene preparato entra a far parte della qualità che verrà poi trasmessa a chi lo mangia.
Immaginiamo, per esempio, che due persone preparino lo stesso piatto con gli stessi ingredienti. Una cucina serenamente e con cura; l'altra con rabbia e ostilità.
Dal punto di vista materiale i due piatti possono essere quasi identici. Non portano però la stessa «informazione», perché diversa è l'«impronta» lasciata durante la preparazione.
Quindi, «informazione» significa soprattutto la qualità legata all'origine e alla storia dell'alimento, non semplicemente la sua componente fisica.
Questo non significa semplicemente «crudo è buono, elaborato è cattivo»
Alcuni autori pranici attribuiscono un valore particolare alla frutta fresca, ai succhi o agli alimenti poco trasformati. È però riduttivo identificare l'idea del «cibo come informazione» con una regola del tipo «crudo uguale buono, elaborato uguale cattivo».
Questa non è la definizione di «informazione», ma soltanto una delle possibili classificazioni degli alimenti presenti in alcuni approcci.
Allo stesso modo, quando un cibo viene chiamato «leggero» o «pesante», questi termini non coincidono necessariamente con concetti come digeribilità, sazietà, piacere o tolleranza individuale.
Un gelato, per esempio, può risultare più piacevole o più facile da mangiare per una certa persona di un'insalata cruda. Questo riguarda l'esperienza individuale del cibo. La classificazione pranica descrive invece la qualità spirituale o vitale attribuita a quel cibo.
Le due valutazioni possono non coincidere.
Che cosa c'entra tutto questo con il respirianesimo?
Fin qui abbiamo parlato soprattutto di una concezione spirituale del cibo. Nell'alimentazione pranica, vale l'idea che il prana possa arrivare all'essere umano attraverso il cibo, ma non soltanto attraverso di esso.
Il ragionamento può essere riassunto così:
- un alimento contiene materia, nutrienti ed energia alimentare, espressa per esempio in kcal;
- porta anche prana e una certa «informazione»;
- il cibo funziona quindi anche come mezzo di trasmissione di questa componente non materiale;
- nel percorso pranico si esplora la possibilità di ricevere il prana anche senza farlo passare ogni volta attraverso il cibo materiale.
Possiamo tornare alla metafora della lettera. Mangiando riceviamo insieme il supporto materiale e il messaggio. Il cibo è, metaforicamente, la carta sulla quale arriva il messaggio. Il prana e l'«informazione» sono ciò che viene trasmesso attraverso quel supporto. Tuttavia, il prana non è legato in modo esclusivo al supporto materiale del cibo.
In definitiva, che cosa vuol dire «il cibo è informazione»?
L'espressione può essere tradotta in parole più comuni così:
Un alimento non ha importanza soltanto per ciò di cui è materialmente composto, ma porta con sé anche una qualità legata alla sua origine, alla sua storia e al modo in cui è stato prodotto o preparato. Questa qualità viene chiamata «informazione».
Termini come «frequenza» e «vibrazione» descrivono spesso la stessa idea e, in questo contesto, vanno letti come parole riferite a una qualità spirituale o pranica.
Il termine «sottile» indica invece ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi.
La parola «impronta» offre un modo intuitivo per indicare la qualità lasciata dalla storia dell'alimento: per esempio la paura dell'animale, la vitalità attribuita a un frutto o lo stato d'animo di chi cucina.
(13 agosto 2026)
Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤
Se senti il richiamo dell'alimentazione pranica, chiamata anche respirianesimo, vorrei suggerirti l'intervista in calce, divisa in due parti, di Nicolas Ducastel a Nicolas Pilartz (Eden Pranic Center). I video originali sono in francese (prima parte e seconda parte), ho quindi provveduto a doppiarli in italiano.
Uno dei messaggi più importanti che emerge da questa lunga intervista non riguarda tanto l'obiettivo di arrivare a vivere con pochissimo cibo, quanto il modo in cui Nicolas Pilartz invita ad avvicinarsi al percorso: con dolcezza, gradualità e soprattutto rispetto di sé.
Quando si è attratti da un ideale, infatti, è facile trasformarlo in una nuova richiesta da imporre a se stessi: bisogna riuscirci, mangiare sempre meno, resistere, raggiungere un determinato stato. L'approccio descritto nell'intervista va invece nella direzione opposta. Il percorso non viene presentato come una battaglia contro il corpo né come una prova di forza, ma come un lungo processo di osservazione, apprendimento e ascolto.
Questo significa anche non ignorare i segnali di difficoltà. Pilartz insiste più volte sulla necessità di evitare protocolli estremi, di non trasformare il percorso pranico in un digiuno forzato e di aumentare l'apporto calorico quando il corpo ne manifesta il bisogno. Vertigini, svenimenti, forte perdita di peso o assenza di energia non vengono presentati come segni di progresso da sopportare, ma come segnali da prendere seriamente.
Allo stesso modo, il cibo solido non viene considerato un nemico. Può continuare a essere utilizzato durante il percorso, secondo le necessità individuali, e il ritorno temporaneo al solido può diventare parte dell'esperienza e dell'apprendimento. Mangiare nuovamente non equivale necessariamente ad aver fallito.
Questa impostazione nasce anche dall'esperienza personale di Pilartz, che racconta di avere iniziato molti anni fa con protocolli molto più drastici, compreso un processo con una prima settimana senza cibo né acqua. Descrive oggi quell'esperienza come pericolosa e sconsiglia esplicitamente di ripeterla. Nel tempo il suo approccio si è quindi spostato verso quella che definisce una via di mezzo: utilizzare alimenti liquidi contenenti calorie — succhi, frullati, zuppe, creme e altri liquidi più o meno densi — evitando di costringere il corpo a un digiuno estremo.
Ma il punto forse più importante dell'intervista è un altro: un processo di 9 o 21 giorni non rappresenta il traguardo. È soltanto una preparazione. Il percorso vero comincia quando si torna alla propria vita quotidiana.
Le tre fasi: iniziazione, transizione e manifestazione
Pilartz descrive il percorso attraverso tre grandi fasi: iniziazione, transizione e manifestazione. La distinzione è importante perché ridimensiona l'idea che tutto debba accadere in poche settimane. L'iniziazione è relativamente breve; la transizione può invece richiedere anni; la manifestazione viene descritta come qualcosa che si stabilizza progressivamente, quando il nuovo modo di essere è ormai maturato.
1. Iniziazione
L'iniziazione è la fase più breve. Può consistere in un processo di alcuni giorni o alcune settimane e viene descritta soprattutto come un allenamento, un'esperienza e una preparazione a ciò che avverrà successivamente.
Non dovrebbe mai diventare una gara a chi riesce ad assumere meno calorie. Al contrario, vengono utilizzati liquidi calorici proprio con l'intento di mantenere energia e stabilità, e di evitare che l'esperienza si trasformi semplicemente in un digiuno.
Durante questa fase, però, non cambia soltanto il rapporto fisico con il cibo. Secondo Pilartz possono cominciare a emergere anche aspetti emotivi che normalmente vengono attenuati o coperti attraverso l'alimentazione.
Tristezza, rabbia, stress, solitudine o altre tensioni possono infatti essere associate all'impulso di mangiare. Modificando profondamente le abitudini alimentari, alcune di queste dinamiche possono diventare più evidenti. Per questo nell'intervista viene sottolineata ripetutamente l'importanza di non affrontare da soli pratiche drastiche e di procedere con un accompagnamento adeguato.
L'iniziazione, quindi, non viene presentata come il raggiungimento definitivo di uno stato, ma come l'inizio di un processo di conoscenza di sé.
2. Transizione
La transizione è probabilmente la fase più importante dell'intero percorso.
Non dura nove o ventuno giorni: può durare anni.
È il periodo nel quale l'esperienza iniziale deve incontrare la vita reale: il lavoro, la famiglia, gli amici, le cene insieme, i viaggi, lo sport, le emozioni e tutte quelle situazioni nelle quali il cibo ha sempre avuto non soltanto una funzione nutrizionale, ma anche sociale, affettiva e psicologica.
È qui che ogni persona deve progressivamente comprendere che cosa funziona per sé. Il percorso può comprendere periodi di alimentazione liquida alternati al cibo solido.
Il cibo solido può essere utilizzato una volta al giorno, una volta alla settimana, occasionalmente o ogni volta che se ne presenti realmente il bisogno. Non viene indicato un modello identico per tutti.
Pilartz arriva anche a sottolineare l'importanza di evitare il fanatismo. Se condividere un pasto con familiari o amici è importante, la capacità di mangiare qualcosa insieme agli altri non dovrebbe essere vissuta necessariamente come un problema. Il percorso dovrebbe integrarsi nella vita, non trasformarsi in una nuova forma di isolamento o rigidità.
È qui che l'idea di un'alimentazione pranica gentile acquista il suo significato più concreto: non trasformare un possibile percorso di liberazione in un'altra forma di violenza verso se stessi.
Significa non ignorare i bisogni del corpo pur di aderire a un'identità. Significa non misurare il proprio valore sulla quantità di cibo che si riesce a evitare. Significa continuare a osservare ciò che sta realmente accadendo.
Il peso è stabile? L'energia è presente? Il corpo sta bene? Il sonno è soddisfacente? La vita quotidiana è vissuta con maggiore serenità e presenza oppure è diventata una continua battaglia contro il bisogno di mangiare?
Nell'intervista vengono indicati proprio il peso, l'energia, lo stato generale di salute e gli esami medici come elementi concreti da tenere sotto osservazione. L'esperienza soggettiva non dovrebbe quindi diventare un motivo per ignorare ciò che il corpo sta mostrando.
La transizione è, in questo senso, un lungo processo di affinamento. E proprio perché può durare anni, non c'è alcun bisogno di avere fretta.
3. Manifestazione
La terza fase viene chiamata manifestazione.
Non viene descritta come qualcosa che si conquista imponendosi una determinata disciplina, ma come uno stato che progressivamente si stabilizza. Pilartz utilizza l'immagine di un fiore che lentamente sboccia: qualcosa che richiede tempo perché deve maturare nella coscienza e diventare spontaneo.
In questa fase l'attenzione non è più rivolta principalmente alla domanda «quanto poco riesco a mangiare?», ma alla qualità dello stato interiore: energia, presenza, serenità, lucidità, libertà dal bisogno compulsivo e capacità di ascoltare ciò che accade dentro di sé.
Non viene comunque indicato alcun obbligo di raggiungere una determinata condizione. Nel corso dell'intervista vengono citate anche persone che, dopo avere sperimentato periodi senza alimentazione solida, hanno successivamente scelto di reintrodurla. Le diverse condizioni non vengono quindi presentate necessariamente come una scala dalla quale sia vietato scendere.
Il criterio fondamentale rimane piuttosto la capacità di non mentire a se stessi sui propri bisogni.
Rispettarsi prima di tutto
Il messaggio pratico che attraversa entrambe le interviste può quindi essere riassunto in una parola: rispetto.
Se il corpo ha bisogno di nutrimento, nutrirlo non rappresenta una sconfitta. Se qualcosa provoca malessere, la sofferenza non deve essere scambiata automaticamente per un segno di progresso. Se il percorso sta diventando una battaglia, può essere necessario rallentare, modificare l'approccio o fermarsi.
Non è necessario diventare qualcun altro nel giro di ventuno giorni.
Il processo descritto da Pilartz è piuttosto un invito a procedere progressivamente, osservando il rapporto con il cibo, con il corpo, con le emozioni e con la propria vita quotidiana. I 9 o 21 giorni possono costituire l'inizio; il vero lavoro viene dopo, quando ciò che è stato sperimentato deve trovare un equilibrio sostenibile nella vita di tutti i giorni.
Nei due video che seguono questi temi vengono approfonditi insieme all'evoluzione dei diversi protocolli, agli errori commessi negli anni, al rapporto tra alimentazione ed emozioni e alle difficoltà che possono emergere dopo una prima esperienza pranica.
(12 agosto 2026)
Digiuno secco per cinque giorni: parametri vitali, peso, metabolismo e reni
Nel 2013 la rivista Forschende Komplementärmedizin / Research in Complementary Medicine ha pubblicato uno studio intitolato Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation (PDF integrale). Gli autori hanno esaminato gli effetti di cinque giorni di privazione completa di cibo e acqua — indicata nello studio con la sigla FWD, food and water deprivation — su parametri corporei, vitali, metabolici e renali.
Lo studio parte dall’osservazione che il digiuno con acqua o succhi era già stato studiato e applicato in ambito terapeutico, mentre risultavano disponibili molte meno informazioni sulla privazione contemporanea di cibo e acqua. Gli obiettivi dichiarati erano tre: valutare gli effetti della FWD su parametri di sicurezza emodinamici, metabolici e renali; aggiungere nuovi parametri antropometrici a quelli già noti; osservare come cambiassero tali parametri durante i cinque giorni di intervento.
La ricerca è stata condotta nel dicembre 2007 su 10 adulti apparentemente sani: 4 uomini e 6 donne, con età media di 47,5 anni, compresa tra 19 e 66 anni. Il BMI medio era 28 kg/m², con valori tra 19 e 38. Nei due giorni precedenti l’intervento i partecipanti avevano mangiato normalmente secondo le proprie abitudini. Nei cinque giorni successivi non hanno assunto né cibo né acqua. Nei tre giorni dopo il digiuno hanno ripreso gradualmente l’alimentazione, con succhi, frutta, un pasto leggero e poi un pasto regolare.
Durante lo studio, i partecipanti sono stati visitati quotidianamente alla fine di ogni giornata di intervento. Sono stati misurati peso, BMI, pressione arteriosa sistolica e diastolica, frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, glucosio, sodio, potassio, cloro, urea, creatinina, osmolalità sierica, volume urinario delle 24 ore e clearance della creatinina. Sono state inoltre misurate varie circonferenze corporee: collo, torace all’altezza delle ascelle, torace all’altezza dei capezzoli, vita, fianchi e una circonferenza obliqua dal solco gluteo all’ombelico.
Secondo gli autori, le condizioni fisiche dei partecipanti sono rimaste soddisfacenti durante tutti i cinque giorni. Nei giorni 2 e 3, 7 partecipanti hanno mostrato stanchezza, 2 nausea, 1 mal di testa e 3 dolori muscolari. Questi sintomi sono stati alleviati con riposo o bagno caldo e sono scomparsi dopo 24–36 ore. Nei giorni 4 e 5 tutti i partecipanti hanno riferito una sete controllabile, ma nessuno ha mostrato segni di disidratazione; tutti hanno inoltre descritto intervalli di resistenza fisica ed euforia.
Sul piano emodinamico, pressione sistolica, pressione diastolica, frequenza cardiaca e saturazione dell’ossigeno non hanno mostrato cambiamenti significativi dal giorno 0 al giorno 5. Gli autori interpretano questo dato come indicazione di stabilità emodinamica. L’auscultazione cardiaca e il tracciato del pulsossimetro non hanno mostrato aritmie o anomalie del polso. ([Karger Publishers][1])
Per quanto riguarda metabolismo ed elettroliti, il glucosio sierico è sceso fino al valore medio minimo di 3,4 mmol/l, cioè 60 mg/dl, al giorno 3, per poi risalire nei giorni 4 e 5. L’osmolalità sierica è invece aumentata gradualmente, raggiungendo il valore medio massimo di 302 mOsm/l al giorno 5. Dopo tre giorni di FWD, anche urea, sodio e cloro sono aumentati progressivamente, raggiungendo rispettivamente 8,2 mmol/l, 148 meq/l e 105 meq/l al giorno 5. Il potassio è aumentato lievemente, con valore medio massimo di 5,29 meq/l al giorno 2; in un partecipante si è avvicinato al valore critico di 7 meq/l senza raggiungerlo, e senza sintomi o alterazioni del ritmo cardiaco.
Lo studio ha valutato anche creatinina sierica e clearance della creatinina come indicatori della funzione renale. La creatinina sierica è aumentata leggermente, raggiungendo il valore medio massimo di 8 μmol/l, pari a 0,96 mg/dl, al giorno 5. La clearance della creatinina è invece aumentata in modo marcato: da 150 ml/min al giorno 0 a 229 ml/min al giorno 1, 222 ml/min al giorno 2, 181 ml/min al giorno 3, 250 ml/min al giorno 4 e 207 ml/min al giorno 5. Tre giorni dopo la FWD, al giorno 8, era scesa a 125 ml/min.
La perdita media di peso è stata di 1,390 ± 60 g al giorno. In cinque giorni, la perdita totale media è stata di 6,97 ± 0,29 kg. Il BMI è diminuito in media di 0,49 ± 0,02 kg/m² al giorno, per un totale di 2,43 ± 0,09 kg/m² nei cinque giorni. La diuresi media giornaliera è stata di 730 ± 80 g al giorno, con una perdita totale di urina nelle 24 ore pari a 3,63 ± 0,4 kg nei cinque giorni.
Anche le circonferenze corporee sono diminuite. In cinque giorni, la circonferenza del collo si è ridotta di 1,25 ± 0,23 cm; quella del torace all’altezza delle ascelle di 3,05 ± 1,44 cm; quella del torace all’altezza dei capezzoli di 4,65 ± 1,89 cm; la circonferenza vita di 8,2 ± 2,60 cm; la circonferenza fianchi di 4,3 ± 1,31 cm; la circonferenza obliqua dei fianchi di 4,45 ± 0,62 cm. La riduzione più marcata è stata quella della circonferenza vita, mentre la minore è stata quella del collo.
Gli autori hanno introdotto anche alcuni quozienti per esprimere la riduzione delle circonferenze per chilogrammo di peso perso. I valori riportati sono: 0,18 ± 0,08 cm/kg per il collo, 0,44 ± 0,30 cm/kg per il torace alle ascelle, 0,67 ± 0,38 cm/kg per il torace ai capezzoli, 1,18 ± 0,52 cm/kg per la vita, 0,62 ± 0,27 cm/kg per i fianchi e 0,64 ± 0,13 cm/kg per la circonferenza obliqua dei fianchi.
Nella discussione, gli autori affermano che cinque giorni di privazione di cibo e acqua comportano un triplice rischio: ipovolemia, ipertonicità e ipoglicemia. Nel loro campione, tuttavia, i partecipanti hanno tollerato bene il digiuno secco e non hanno mostrato ipotensione né alterazioni rilevanti di frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, concentrazione degli elettroliti, osmolalità sierica o glucosio. Gli autori attribuiscono questa gestione dei rischi a una controregolazione ormonale e nervosa.
Sempre secondo gli autori, non esiste una spiegazione definitiva per l’aumento temporaneo del potassio al giorno 2. La diminuzione del glucosio nei giorni 1–3 viene collegata all’interruzione dell’apporto alimentare, mentre il successivo aumento nei giorni 4–5 viene attribuito probabilmente alla controregolazione ormonale. Anche il meccanismo dell’aumento della clearance della creatinina non viene spiegato in modo definitivo.
Gli autori ipotizzano che l’aumento dell’osmolalità sierica possa avere un ruolo nella mobilizzazione degli edemi e nella riduzione generalizzata dei volumi, creando un gradiente osmotico tra liquido tissutale e sangue. Secondo questa ipotesi, l’acqua in eccesso dei tessuti passerebbe nel sangue; nel caso del parenchima renale, ciò potrebbe contribuire alla decongestione dei tessuti renali, al miglioramento della microcircolazione renale e all’aumento della filtrazione glomerulare.
Gli autori scrivono inoltre che, con una perdita media di 1,390 ± 60 g al giorno, la FWD appare come un protocollo dietetico molto efficace per la riduzione del peso, con una perdita superiore del 50–100% rispetto a quella osservata nel digiuno con succhi o con acqua nelle fonti da loro citate. Aggiungono che resta da studiare se la perdita di peso e la riduzione delle circonferenze corporee osservate durante la FWD abbiano un impatto sui rischi di malattia.
Nelle conclusioni, lo studio viene presentato come pilota. Gli autori specificano che i partecipanti erano individui sani con funzione renale normale, che il campione era piccolo, che i parametri clinici e di laboratorio sono stati monitorati quotidianamente e che il medico coinvolto aveva esperienza. In queste condizioni, affermano che il metodo si è dimostrato sicuro. Indicano infine la necessità di ulteriori studi sistematici per definire limiti e vantaggi della FWD e per approfondirne la fisiologia attraverso profili ormonali, ematologici e biochimici, inclusi parametri di stress ossidativo.
(11 maggio 2026)
Il digiuno (upavāsa) come vicinanza alla propria anima
Nel linguaggio comune upavāsa viene spesso tradotto semplicemente come “digiuno”. Nelle tradizioni dell’India, però, il termine ha un significato più ampio: indica un’astensione che serve a riportare attenzione, energia e condotta “vicino” al sacro, al Sé interiore o alla propria anima. Con “anima” intendo un senso vicino al concetto sanscrito di ātman: il principio interiore, il Sé profondo, ciò che viene percepito come più essenziale rispetto al corpo, ai desideri e alle abitudini mentali.
Per evitare equivoci, il digiuno non va inteso come una lotta contro il corpo. Il corpo non è il nemico; il problema è l’automatismo del desiderio. Quando il cibo diventa il centro unico della mente, può “ancorare” l’individuo alla dimensione fisica. Quando invece l’attenzione si raccoglie e si fa più consapevole, l’astensione dal cibo può diventare un gesto di purificazione, ascolto e presenza.
Il significato letterale: upa + vas
Il nucleo etimologico di upavāsa è molto importante. In modo semplificato, il termine può essere ricondotto a upa, “vicino”, “verso”, “accanto”, e vas, “abitare”, “dimorare”, “risiedere”. Il senso letterale diventa quindi: dimorare vicino.
Questa vicinanza non è geografica. È una vicinanza interiore: stare più vicino al divino, al proprio centro, alla coscienza, alla propria anima. Per questo la Wisdom Library raccoglie molte definizioni di upavāsa: alcune lo traducono come digiuno o astinenza, altre ne mostrano il legame con la disciplina religiosa, la purificazione e la prossimità al sacro.
Anche la voce Upavasa della Charak Samhita Online, in ambito ayurvedico, spiega il termine come uno “stare vicino” a Dio o alla divinità, oppure, in senso terapeutico e interiore, come uno stare vicino a se stessi.
La lettura di Osho: non fame, ma vicinanza
Osho distingue con forza il semplice “non mangiare” dal vero upavāsa. Nella sua interpretazione, il digiuno autentico non nasce dall’odio verso il corpo né dal desiderio di mortificarsi, ma da uno stato di coscienza: si è così raccolti nel proprio essere che il cibo perde temporaneamente centralità.
Nei discorsi raccolti nella OSHO Online Library, upvas viene spiegato come il rimanere vicino al Sé interiore e al divino. In un altro passo, sempre nella OSHO Online Library, la distinzione è ancora più netta: avvicinarsi al Sé significa creare una certa distanza dall’identificazione con il corpo.
La conseguenza è sottile ma decisiva: si può non mangiare e rimanere ossessionati dal cibo; in quel caso si sta solo patendo la fame. Oppure si può vivere un’astensione con presenza, sobrietà e chiarezza; in quel caso il digiuno diventa un mezzo per osservare il desiderio, non per reprimerlo ciecamente. La vera domanda non è soltanto “che cosa mangio?” o “che cosa non mangio?”, ma: dove abita la mia attenzione?
Che cosa significa “avvicinarsi all’anima”
Dire che il digiuno avvicina all’anima non significa affermare che il cibo sia impuro o spiritualmente negativo. Significa piuttosto riconoscere che il nutrimento, il gusto, l’abitudine e il piacere possono diventare punti di identificazione molto forti. Quando la mente è completamente assorbita dal bisogno, dal desiderio o dalla gratificazione, l’identità si restringe: “io” divento il corpo che vuole, la bocca che cerca, lo stomaco che reclama.
Upavāsa, nel suo senso più profondo, interrompe questo automatismo. Crea uno spazio. In quello spazio la persona può accorgersi che esiste anche altro: respiro, attenzione, silenzio, presenza, preghiera, meditazione, discernimento. È in questo senso che il digiuno può diventare vicinanza all’anima: non perché il corpo venga negato, ma perché il corpo non occupa più tutto il campo della coscienza.
Le tradizioni dharmiche: una pratica integrale
Per “tradizioni dharmiche” si intendono, in questo contesto, le grandi vie religiose e filosofiche nate in India, come hinduismo, buddhismo e giainismo. La parola dharma può indicare ordine, legge, dovere, condotta retta o insegnamento spirituale, a seconda del contesto.
Nel Dharmaśāstra, cioè nella letteratura normativa hindu sulla condotta religiosa e sociale, upavāsa appare come una forma di astinenza. Non riguarda solo il cibo, ma anche il contenimento dei sensi. Termini come maithuna, per esempio, indicano l’unione sessuale: la rinuncia temporanea alla sessualità fa parte, in certi contesti rituali, dello stesso principio di sobrietà.
Nei Purāṇa e negli Itihāsa, testi che intrecciano mito, devozione, cosmologia e racconti epici, upavāsa viene collegato al tornare indietro dalle azioni nocive e al condurre una vita più virtuosa. Alcune prescrizioni antiche parlano di evitare carne, certi legumi, ornamenti, profumi o contatti sensuali. Queste indicazioni vanno lette nel loro contesto storico e rituale: il punto centrale non è l’elenco materiale delle proibizioni, ma l’idea di ridurre ciò che alimenta distrazione, vanità e attaccamento.
Nello yoga, upavāsa può essere presentato tra i niyama, cioè osservanze o discipline personali. Il termine niyama indica pratiche che orientano la vita quotidiana verso ordine, purezza, autocontrollo e consapevolezza. Quando si parla di vanāśrama, invece, ci si riferisce allo stadio tradizionale della vita “nella foresta”, associato al ritiro, alla contemplazione e alla progressiva semplificazione dell’esistenza.
Nell’Āyurveda, la medicina tradizionale indiana, upavāsa può rientrare nelle pratiche di langhana, termine che indica ciò che “alleggerisce” il corpo. Qui il digiuno è trattato anche come strumento terapeutico, ma sempre in relazione alla costituzione individuale, alla forza della persona, alla stagione, alla digestione e alla condizione di salute. Questo è un punto importante: nella prospettiva ayurvedica tradizionale, l’astensione non è una pratica uguale per tutti né generalmente consigliata, si fa solo in casi motivati.
Nel buddhismo, il digiuno è spesso collegato alla disciplina del tempo corretto per mangiare e agli Otto Precetti, cioè regole di condotta etica e sobrietà. In questo caso l’accento non è sul sacrificio in sé, ma sulla riduzione dell’attaccamento e sul sostegno alla presenza mentale.
Nel giainismo, upavāsa è una delle forme di austerità esterna. Il giainismo attribuisce grande importanza ad ahiṃsā, la non-violenza, e al controllo delle passioni. Il digiuno può quindi diventare una pratica di purificazione, disciplina e distacco, ma idealmente non dovrebbe trasformarsi in violenza contro il corpo.
Ekādaśī e i giorni sacri di digiuno
Una delle osservanze più note è Ekādaśī, l’undicesimo giorno del ciclo lunare, particolarmente importante in molte tradizioni devozionali hindù, soprattutto vaiṣṇava. In questi giorni il digiuno non è soltanto alimentare: è pensato come un sostegno alla preghiera, alla meditazione, al canto sacro, alla lettura spirituale e alla purificazione della condotta.
Questo chiarisce un punto essenziale: upavāsa non è semplicemente “saltare i pasti”. È un modo per spostare il centro della giornata. Il tempo e l’energia che normalmente vengono assorbiti dalla preparazione, dal consumo e dal desiderio del cibo vengono orientati verso interiorità, devozione e presenza.
Il fuoco interiore e il simbolismo della trasformazione
Nei lessici sanscriti compaiono anche significati meno comuni di upavāsa, come “accensione del fuoco sacro” o “altare del fuoco”. Queste accezioni appartengono alla sfera rituale, ma sono simbolicamente molto evocative. Il fuoco, nelle tradizioni vediche, è luogo di offerta, trasformazione e passaggio: ciò che viene offerto al fuoco non resta com’era, ma cambia stato.
Letto in questa chiave, il digiuno è anch’esso un piccolo fuoco interiore. Non brucia il corpo, ma può bruciare automatismi, eccessi, dipendenze sottili, dispersioni. Quando è praticato con intelligenza, misura e consapevolezza, diventa una forma di trasformazione: meno rumore sensoriale, più ascolto; meno possesso, più presenza; meno reazione, più discernimento.
Il filo comune: dimorare più vicino
Che lo si guardi attraverso Osho, i lessici sanscriti, l’Āyurveda, il buddhismo o il giainismo, il cuore di upavāsa rimane lo stesso: dimorare più vicino. Vicino al Sé, vicino al divino, vicino alla propria anima, vicino a quella parte dell’essere che di solito viene coperta dal movimento continuo dei desideri.
Il digiuno, allora, non è una tecnica magica né una prova di superiorità spirituale. È un orientamento. Può essere utile solo se conduce a maggiore chiarezza, dolcezza, presenza e libertà interiore. Se invece produce orgoglio, ossessione, rigidità o disprezzo del corpo, tradisce il suo significato più profondo.
Upavāsa non chiede semplicemente di stare lontani dal cibo. Chiede di stare più vicini a ciò che siamo quando il desiderio si placa, i sensi si acquietano e la coscienza torna ad abitare se stessa.
(9 maggio 2026)
La sazietà che non viene dal cibo: digiuno, mettā e la rivoluzione interiore
Ci sono esperienze che ci trasformano senza che possiamo spiegarle del tutto. Il digiuno, specialmente quello secco – senza cibo né acqua – è una di queste. Apparentemente è un semplice “non fare”: non mangiare, non bere. Ma chi lo ha vissuto sa bene che dentro quel vuoto apparente si accende qualcosa. Si fa spazio un silenzio abitabile, e da quel silenzio emergono stati mentali che non avevamo previsto: pace, sazietà senza cibo, un senso di gratitudine che trabocca e, soprattutto, un amore senza confini che spontaneamente si rivolge a tutte le creature.
Tutto questo ha un nome antico. Il Budda lo chiamava "mettā" (reso in sanscrito "maitrī"), e lo descriveva come il sincero augurio, profondo e disinteressato, che ogni essere vivente sia felice e libero dalla sofferenza. Non un sentimentalismo fragile, ma una forza interiore capace di reggere lo sguardo anche su ciò che è più oscuro: i nemici, i violenti, coloro che hanno commesso i crimini peggiori. E ci ha insegnato che questo amore non ha bisogno di giustificazioni. È un dono che sgorga da dentro, e chi lo dona ne riceve subito il primo beneficio: una mente limpida, un cuore leggero, un benessere interiore.
Per questo, quando digiuniamo, non stiamo solo purificando il corpo. Stiamo creando le condizioni perché mettā possa radicarsi in noi senza ostacoli. Lontani dalla pesantezza della digestione, dai desideri e dalle irritazioni, la mente diventa naturalmente più quieta, e in quella quiete l’amorevolezza non è più uno sforzo: è l’unico modo di respirare che ci sembri sensato.
È significativo che il Budda, in molti discorsi, abbia unito esplicitamente il digiuno e la pratica di mettā. C’è una giornata di osservanza, chiamata Uposatha, in cui ci si astiene dal cibo dopo mezzogiorno, si semplifica la vita e si dedicano le ore alla purificazione della mente. E tra i precetti che alcuni scelgono di seguire in quei giorni, accanto all’astensione dal cibo, c’è proprio la coltivazione della gentilezza amorevole universale: irradiare mettā in tutte le direzioni, senza limiti, senza eccezioni. Un digiuno non solo del corpo, ma anche dell’odio, del giudizio, della separazione. Come se il corpo si svuotasse per fare spazio a un amore più grande, che non dipende da quel che riceviamo ma da quel che abbiamo imparato a diventare.
Chi ha provato il digiuno secco con un’intenzione interiore sa che per “funzionare” bene, per essere davvero trasformativo, ha bisogno di tre elementi: fede, pratica e studio.
La fede non è credere ciecamente. È quel movimento spontaneo interiore che ci spinge a digiunare non come esito di un ragionamento, ma come un desiderio intimo, quasi un richiamo. È l’affidarsi a ciò che il digiuno può fare per noi, non in termini di performance, ma come occasione di chiarezza, di incontro con la nostra natura più profonda, di salute e guarigione. Senza questa fiducia, senza questa motivazione interna che non ha bisogno di essere spiegata, il digiuno rischia di diventare un’imposizione sterile o, peggio, controproducente.
Poi c’è la pratica, che in questo contesto significa innanzitutto lo stato mentale in cui entriamo: restare in pace, tranquilli, rilassati, con un senso di sazietà e di felicità che non ha giustificazioni razionali. Siamo felici di “esserci” e amiamo tutto e tutti, semplicemente. Significa non toccare cibo né acqua e al contempo nutrire pensieri di amore universale verso tutte le creature, insieme a un’immensa gratitudine. Non sono stati mentali accessori. Sono fondamentali, necessari, e – quando il digiuno è autentico – sorgono spontanei. Solo con una mente così disposta ha senso digiunare. Perché digiunare con rabbia o disprezzo, per “resistere” o per punirsi, non fa che amplificare ciò che vorremmo lasciare andare. Al contrario, digiunare con mettā converte l’astinenza in un atto d’amore. Ci riconnette a una verità dimenticata: l’odio non cessa con l’odio, ma solo con l’amore, come recita un’antica legge che il Budda non ha inventato ma ha semplicemente ricordato a tutti noi.
Il terzo pilastro è lo studio. Serve a sviluppare consapevolezza, senza la quale il rischio di fare danni – al corpo e alla mente – è molto alto. Il digiuno secco è potente, e come tutto ciò che è potente va maneggiato con cura. Purtroppo il materiale di studio valido è difficile da trovare: il mondo scientifico tende a ignorare il digiuno secco e a considerarlo più un pericolo che una risorsa. All’opposto, pullulano fanatici e sedicenti guru a pagamento, abili con le parole ma vuoti di sostanza. Chi digiuna ha bisogno di discernimento, di ascolto profondo, di studio onesto e di un dialogo costante con il proprio corpo. Bisogna anche avere l'umiltà di riconoscere quando fermarsi e la fortuna di essere seguiti da un bravo medico.
Quando fede, pratica e studio si tengono per mano, il digiuno si rivela per ciò che è: una terapia per eccellenza, uno strumento fondamentale di prevenzione di una grandissima varietà di malattie, comprese le sofferenze mentali. Non è esagerato dire che alimentazione e digiuno, compreso nel suo aspetto interiore, sono la base di una salute che nasce dalla nostra capacità trasformativa.
C’è un ultimo dono, forse il più prezioso in questo tempo. Abituare corpo e mente al digiuno è anche un modo per rivalutare i nostri bisogni e le nostre priorità. È un esercizio di libertà. Quando scopriamo che possiamo stare bene, lucidi e perfino felici senza toccare cibo né acqua, le paure si ridimensionano. I pensieri si ripuliscono. E ci facciamo trovare pronti, con il meglio di noi stessi, di fronte all’incertezza e – perché non dirlo – all’imminente disastro bellico in cui stiamo entrando. Non si tratta di allarmismo, ma di realismo compassionevole. Chi ha coltivato dentro di sé uno spazio di pace indistruttibile, chi ha imparato a non dipendere da nulla di esterno per sentirsi sazio, può affrontare l’ignoto senza crollare. E può, forse, essere un punto di quiete per chi gli sta accanto.
Alla fine, tutto si tiene. Il Budda ci ha mostrato che la vera non-violenza non consiste nel subire, ma nel non permettere che l’odio trovi casa dentro di noi. Il digiuno, vissuto con amore universale, diventa un gesto profondamente non-violento: verso il nostro corpo, che si riposa, si rigenera e si cura; verso gli altri esseri, a cui auguriamo ogni bene; verso la terra, che non deprediamo per un giorno. Diventa un modo per fermare la ruota della sofferenza, cominciando dal punto esatto in cui possiamo davvero agire: la nostra mente.
Digiunare con mettā non è una fuga dal mondo, ma un ritorno. È un abbraccio silenzioso a tutto ciò che vive. E in quell’abbraccio, senza bisogno di parole, scopriamo che l’amore è l’unico nutrimento che non ci ha mai tradito.
Suggerisco una lettura del mio e-book gratuito “Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace”, disponibile anche come libro cartaceo.
(30 aprile 2026)
Digiuno secco a giorni alterni per spegnere l'infiammazione cerebrale e prevenire Alzheimer e Parkinson?
In breve: L'obesità è uno stato infiammatorio cronico che accelera il declino cognitivo e moltiplica il rischio di Alzheimer e Parkinson. Il digiuno intermittente, nella variante a giorni alterni, ha mostrato in studi animali e umani la capacità di ridurre la neuroinfiammazione, migliorare la funzione delle cellule immunitarie cerebrali e potenziare le prestazioni cognitive, agendo in gran parte attraverso il microbiota intestinale. Il digiuno secco – senza cibo né acqua – potrebbe amplificare l'autofagia e l'effetto antinfiammatorio, ma le prove cliniche sono ancora limitate e i rischi della disidratazione impongono una rigorosa supervisione medica. Fonti russe come Filonov, Voronkova e Lavrova hanno descritto protocolli di digiuno secco a giorni alterni (o "a cascata") con finalità terapeutiche. L'articolo esamina lo stato attuale delle conoscenze, includendo gli effetti su umore e comportamento alimentare, e conclude che il digiuno secco a giorni alterni è molto più sicuro dei digiuni secchi prolungati, che possono portare alla sindrome da rialimentazione e, nei casi estremi, alla morte.
- Cosa sono l'infiammazione e la neuroinfiammazione
- Morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson: cosa sono
- L'obesità come ponte tra infiammazione sistemica e neurodegenerazione
- Cosa accade al cervello quando si pratica il digiuno intermittente
- Digiuno secco: caratteristiche ed evidenze preliminari
- Le prove sul digiuno a giorni alterni e la neuroinfiammazione
- Impatto su Alzheimer e Parkinson
- Digiuno secco a giorni alterni: l'ipotesi
- Effetti sull'umore
- La spontanea riqualificazione delle scelte alimentari
- Rischi e controindicazioni
- Conclusioni
- Riferimenti bibliografici
1. Cosa sono l'infiammazione e la neuroinfiammazione
L'infiammazione è una risposta difensiva dell'organismo, pensata per eliminare agenti dannosi e riparare i tessuti. Quando si esaurisce nel giro di ore o giorni, è un meccanismo protettivo essenziale. Se invece lo stimolo che l'ha innescata non scompare, o se i sistemi di controllo si alterano, l'infiammazione diventa cronica: un processo silente, di basso grado, che può durare mesi o anni e che coinvolge l'intero organismo [18].
L'obesità è una delle cause più rilevanti di infiammazione cronica. Il tessuto adiposo viscerale in eccesso produce in modo continuativo citochine pro-infiammatorie come il fattore di necrosi tumorale alfa, l'interleuchina-1β e l'interleuchina-6. Queste molecole raggiungono il sistema nervoso centrale attraversando la barriera emato-encefalica o viaggiando lungo il nervo vago. All'interno del cervello attivano la microglia e gli astrociti, le cellule immunitarie residenti, che iniziano a produrre ulteriori segnali infiammatori. Si genera così uno stato di neuroinfiammazione cronica: il cervello resta esposto a messaggi di allarme che non si spengono mai, anzi si autoalimentano. La neuroinfiammazione cronica è oggi considerata un meccanismo chiave nello sviluppo di molte malattie neurodegenerative, tra cui il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson [10] [14] [15].
2. Morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson: cosa sono
Il morbo di Alzheimer è la demenza neurodegenerativa più comune. A livello microscopico è caratterizzato dall'accumulo di placche formate dal peptide β-amiloide e da ammassi neurofibrillari costituiti da proteina tau iperfosforilata. Questi aggregati danneggiano le sinapsi, provocano stress ossidativo e sostengono la neuroinfiammazione, portando progressivamente alla morte dei neuroni. Le aree più colpite sono l'ippocampo e la corteccia, e i sintomi principali sono la perdita di memoria, le difficoltà di linguaggio e il declino delle funzioni esecutive. Esistono rare forme genetiche a esordio precoce, ma la maggior parte dei casi è sporadica e riconosce nell'età avanzata, nell'obesità e nell'infiammazione cronica i fattori di rischio modificabili più importanti [7].
Il morbo di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per diffusione. È dovuto alla progressiva perdita dei neuroni che producono dopamina in una regione profonda del cervello chiamata substantia nigra. Il marcatore istopatologico è l'aggregazione della proteina α-sinucleina nei cosiddetti corpi di Lewy. La carenza di dopamina causa i sintomi motori classici: tremore a riposo, rigidità, lentezza nei movimenti e instabilità posturale. Accanto a questi, compaiono disturbi non motori come depressione, disturbi del sonno e declino cognitivo, che riflettono un interessamento diffuso del sistema nervoso. Anche nel Parkinson, l'infiammazione cronica e lo stress ossidativo giocano un ruolo riconosciuto nel peggioramento progressivo del quadro [15] [18].
3. L'obesità come ponte tra infiammazione sistemica e neurodegenerazione
Numerosi studi epidemiologici hanno mostrato che l'obesità in età adulta aumenta il rischio di sviluppare demenza di Alzheimer di circa il 40-60 per cento rispetto ai normopeso. La spiegazione risiede proprio nella neuroinfiammazione cronica di basso grado, che facilita l'accumulo di β-amiloide, l'iperfosforilazione della proteina tau e, nel Parkinson, l'aggregazione dell'α-sinucleina. La disfunzione metabolica che accompagna l'obesità – resistenza all'insulina, dislipidemia, alterazioni dell'asse intestino-cervello – amplifica ulteriormente il danno neuronale. Interrompere questo circolo vizioso tra eccesso di grasso, infiammazione e neurodegenerazione è diventata una priorità, e le strategie basate sul digiuno intermittente stanno attirando un'attenzione crescente [9].
4. Cosa accade al cervello quando si pratica il digiuno intermittente
Quando l'organismo resta senza cibo per un numero sufficiente di ore, si attiva un passaggio metabolico fondamentale: esaurite le scorte di glicogeno del fegato, il corpo inizia a bruciare i grassi, producendo corpi chetonici come il β-idrossibutirrato. Quest'ultimo non è solo una fonte energetica alternativa per i neuroni, ma agisce anche da potente molecola segnale. Tra i suoi effetti [10] [17]:
- attiva le sirtuine e la proteina chinasi AMPK, che promuovono la biogenesi mitocondriale e l'autofagia, il processo di "pulizia" cellulare;
- inibisce l'inflammasoma NLRP3, un complesso proteico che stimola il rilascio dell'interleuchina-1β;
- aumenta la produzione del fattore neurotrofico cerebrale, indispensabile per la plasticità sinaptica e la sopravvivenza dei neuroni;
- modifica la composizione del microbiota intestinale, favorendo batteri benefici come Akkermansia muciniphila, che producono sostanze antinfiammatorie capaci di raggiungere il cervello attraverso l'asse intestino-cervello [1] [10].
Il risultato è una riduzione dell'attivazione della microglia, una maggiore eliminazione delle proteine mal ripiegate e un ambiente più favorevole alle connessioni tra neuroni. Questi cambiamenti hanno ricadute positive non solo sulla funzione cognitiva, ma anche sulla regolazione dell'umore.
5. Digiuno secco: caratteristiche ed evidenze preliminari
Il digiuno secco, che esclude anche l'assunzione di acqua, è una pratica antica, documentata in contesti religiosi come il Ramadan e lo Yom Kippur. Sul piano fisiologico, l'assenza di idratazione amplifica lo stress metabolico e osmotico. Questo stress controllato sembra potenziare l'autofagia: secondo i dati della ricerca sovietica degli anni Novanta, ripresi dal medico russo Sergej Filonov e confermati nei protocolli ministeriali russi, un giorno di digiuno secco produrrebbe un effetto terapeutico paragonabile a tre giorni di digiuno con acqua [3, pp. 140, 223]. Filonov, che ha utilizzato il digiuno secco nella sua pratica clinica per oltre 25 anni, ha sviluppato protocolli di digiuno frazionato che prevedono sessioni di digiuno secco alternate a giorni di alimentazione, e nel suo lavoro sottolinea con forza che un digiuno secco prolungato, se non adeguatamente preparato e supervisionato, può portare a complicazioni gravi e persino alla morte [3, pp. 22, 87–88] [21].
In un precedente articolo pubblicato su questo blog ho approfondito il cosiddetto "digiuno secco a cascata", così come presentato da Alla Voronkova [20]. In sintesi, quel protocollo non è altro che un digiuno secco a giorni alterni: un giorno senza cibo né acqua, alternato a un giorno di alimentazione e idratazione normale. A sua volta, anche Valentina Lavrova ha proposto un digiuno secco a cascata che, almeno nel primo mese, segue uno schema molto simile a quello descritto da Voronkova [3, pp. 38–40].
Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Metabolism Open ha documentato che, in soggetti con indice di massa corporea uguale o superiore a 25 (la soglia che definisce la condizione di sovrappeso secondo la classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità), 30 giorni di digiuno secco dall'alba al tramonto riducono in modo significativo le concentrazioni plasmatiche di citochine pro-infiammatorie come interleuchina-1β, interleuchina-15, e fattore di necrosi tumorale alfa. L'effetto antinfiammatorio persisteva per almeno due settimane dopo la fine del digiuno, suggerendo una riprogrammazione del sistema immunitario [5].
6. Le prove sul digiuno a giorni alterni e la neuroinfiammazione
Il digiuno a giorni alterni classico, che prevede un giorno di forte restrizione calorica (o digiuno completo con acqua) alternato a un giorno di alimentazione normale, è uno degli schemi più studiati [7].
Sul piano preclinico, una ricerca del 2025 pubblicata su Microbiome ha mostrato che, in topi diabetici, questo regime attenua la neuroinfiammazione grazie all'arricchimento dell'intestino con Akkermansia muciniphila e alla modulazione di un asse di segnalazione che coinvolge la microglia [1]. Sempre nel 2025, un altro studio su topi con Parkinson ha dimostrato che 16 settimane di digiuno a giorni alterni proteggono i neuroni dopaminergici, riducono l'accumulo di α-sinucleina e sopprimono le citochine pro-infiammatorie nell'intestino e nel cervello. Il trapianto di microbiota da topi digiunatori a topi malati ha trasferito la protezione, dimostrando il ruolo causale dell'asse intestino-cervello [2].
I dati sull'uomo sono altrettanto significativi. Uno studio clinico randomizzato controllato del 2025, pubblicato su Gut, ha arruolato 96 persone obese, assegnate per tre mesi a una dieta mediterranea, a una dieta chetogenica o a un digiuno a giorni alterni. Rispetto alla dieta mediterranea, il digiuno ha portato a [6]:
- una riduzione superiore dei marcatori infiammatori sistemici (ferritina e proteina chemiotattica per monociti-1);
- il recupero della capacità fagocitaria e una diminuzione dello stress ossidativo in cellule microgliali ottenute in laboratorio dai monociti dei partecipanti;
- un miglioramento delle prestazioni in test di attenzione, memoria di lavoro e funzioni esecutive;
- una modifica del microbiota intestinale che, trapiantato in topi obesi, ha aumentato l'attivazione neuronale nell'ippocampo, ridotto le interleuchine infiammatorie e indotto una morfologia microgliale compatibile con uno stato meno attivato.
7. Impatto su Alzheimer e Parkinson
Nei modelli animali di Alzheimer, una revisione scoping del 2020 ha preso in esame cinque studi che utilizzavano il digiuno a giorni alterni: due di essi hanno rilevato una riduzione significativa della β-amiloide nell'ippocampo e nella corteccia [7]. Il β-idrossibutirrato, inoltre, inibisce le deacetilasi istoniche di classe I, facilitando l'espressione del fattore neurotrofico cerebrale e di geni legati alla plasticità sinaptica [10]. Cicli di dieta che mima il digiuno hanno mostrato di ridurre la neuroinfiammazione e la patologia Alzheimer, rallentando il declino cognitivo nei topi; dati clinici preliminari indicano inoltre che il protocollo è fattibile e generalmente sicuro in un piccolo gruppo di pazienti con decadimento cognitivo lieve o Alzheimer lieve [22].
Per il Parkinson, oltre allo studio già citato sull'α-sinucleina, lavori precedenti avevano evidenziato che il digiuno intermittente protegge i neuroni dopaminergici dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare indotta dalla tossina MPTP, attivando proteine protettive come SIRT3 e Nrf2 [8].
8. Digiuno secco a giorni alterni: l'ipotesi
La combinazione tra digiuno secco e schema a giorni alterni – l'approccio che ho già descritto parlando del digiuno secco a cascata di Alla Voronkova e che trova paralleli nei protocolli di Filonov e Lavrova – non è stata ancora testata in trial clinici specifici per la prevenzione delle malattie neurodegenerative. Dal punto di vista teorico, l'alternanza consente un recupero nutrizionale e idrico sufficiente per rendere il regime sostenibile, mentre la temporanea assenza di acqua potrebbe amplificare l'autofagia e accelerare la riduzione del grasso viscerale, la principale fonte di citochine infiammatorie. La pratica costante sarebbe necessaria per mantenere la riprogrammazione del microbiota e il controllo dell'infiammazione [3, pp. 45, 50–51] [20].
9. Effetti sull'umore
La ricerca ha iniziato a documentare anche i benefici psicologici del digiuno intermittente. Una revisione sistematica del 2023, che ha analizzato 23 studi, ha indicato che il digiuno agisce come regolatore circadiano, migliora la disponibilità di neurotrasmettitori e aumenta i livelli di fattori neurotrofici cerebrali, la cui carenza è stata associata ai disturbi dell'umore [12]. Un intervento condotto su 32 uomini di età media intorno ai 60 anni e con un indice di massa corporea medio di 26,7 (condizione di sovrappeso) ha mostrato che tre mesi di digiuno con restrizione calorica riducono tensione, rabbia, confusione e disturbo totale dell'umore, aumentando al contempo il vigore [11].
Specificamente per il digiuno secco, studi osservazionali condotti durante il Ramadan hanno rilevato una diminuzione dei punteggi di depressione e un miglioramento del benessere emotivo percepito [16]. Questi risultati sono biologicamente plausibili: il β-idrossibutirrato, oltre a bloccare l'inflammasoma, modula la trasmissione della dopamina e della serotonina, e l'aumento del fattore neurotrofico cerebrale esercita un effetto neurotrofico e antidepressivo [17]. La riduzione dell'infiammazione sistemica, inoltre, si riflette positivamente sul tono dell'umore [13].
10. La spontanea riqualificazione delle scelte alimentari
Un aspetto di notevole interesse è la tendenza di chi pratica il digiuno intermittente a modificare spontaneamente la qualità della propria alimentazione nei giorni in cui è consentito mangiare. Diversi studi segnalano una riduzione del desiderio di cibi ad alta densità calorica e un aumento della preferenza per alimenti integrali, proteine magre e grassi insaturi [17].
I meccanismi proposti sono molteplici. Sul piano neuroendocrino, la stabilizzazione dei livelli di insulina e grelina riduce i picchi ipoglicemici che scatenano la ricerca di zuccheri. Sul piano cognitivo-comportamentale, il digiuno sembra aumentare la consapevolezza dei segnali di fame e sazietà, aiutando a distinguere la fame fisiologica da quella emotiva. Infine, la modulazione del microbiota intestinale può influenzare la produzione di neurotrasmettitori e ormoni che orientano le scelte alimentari. Si crea così un circolo virtuoso: il digiuno riduce l'infiammazione, l'umore migliora e la motivazione a nutrirsi in modo più sano si rafforza. Questo effetto, naturalmente, si realizza solo se nei giorni di alimentazione l'idratazione è adeguata e l'apporto nutrizionale è sufficiente a evitare malnutrizione [10] [12].
11. Rischi e controindicazioni
Il digiuno secco comporta il rischio concreto di disidratazione, che può manifestarsi nel giro di 12-18 ore con mal di testa, calo pressorio, stanchezza e, nei casi estremi, danno renale acuto. È assolutamente controindicato in chi soffre di diabete di tipo 1, insufficienza renale o disturbi del comportamento alimentare, e nelle donne in gravidanza o allattamento. Anche in persone obese, che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso, il digiuno secco richiede una supervisione medica rigorosa [3, pp. 25–27] [5] [21].
Un pericolo particolarmente insidioso dei digiuni prolungati – sia secchi sia con acqua – è la sindrome da rialimentazione, una complicanza potenzialmente fatale che può insorgere quando si riprende ad alimentarsi dopo un periodo di restrizione severa. La sindrome è caratterizzata da squilibri elettrolitici (ipofosfatemia, ipokaliemia, ipomagnesiemia), aritmie cardiache, insufficienza respiratoria e, nei casi più gravi, morte improvvisa [4] [19] [21]. Filonov, nella sua pratica clinica, ha documentato l'importanza di una rialimentazione graduale e controllata per scongiurare questi eventi [3, pp. 104–106].
Proprio per queste ragioni, il digiuno secco a giorni alterni è molto più sicuro dei digiuni secchi di più giorni consecutivi. Questi ultimi, se non preparati e gestiti correttamente (come nei protocolli medici messi a punto da Filonov), possono portare a esiti letali [21], specialmente nella fase di rialimentazione. La letteratura sulla sindrome da rialimentazione raccomanda, dopo un periodo di digiuno, di riprendere l'alimentazione con un apporto calorico pari al 20-25 per cento del fabbisogno stimato, aumentandolo gradualmente nell'arco di diversi giorni [5] [19].
12. Conclusioni
L'insieme delle evidenze mostra che il digiuno a giorni alterni è efficace nel ridurre l'infiammazione cerebrale associata all'obesità. Abbassa i marcatori infiammatori sistemici, ripristina una funzione microgliale fisiologica e migliora le performance cognitive attraverso l'asse intestino-cervello. I dati su modelli animali di Alzheimer e Parkinson confermano la plausibilità di un effetto preventivo. Il digiuno secco aggiunge uno stimolo autofagico e immunomodulante potenzialmente più intenso, ma le prove nell'uomo sono limitate e i rischi della disidratazione impongono prudenza [7] [8].
A questi effetti si sommano il miglioramento del tono dell'umore, la riduzione dei sintomi ansioso-depressivi e la tendenza spontanea verso scelte alimentari più sane: elementi che contribuiscono alla sostenibilità del regime e al benessere complessivo. Il protocollo che ho illustrato in passato come "digiuno secco a cascata" – un digiuno secco a giorni alterni, descritto da Alla Voronkova e che trova paralleli nei lavori di Filonov e Lavrova – incarna questa combinazione, ma prima di poterlo raccomandare per la prevenzione di Alzheimer e Parkinson occorreranno studi clinici che ne valutino sicurezza ed efficacia. Nel frattempo, la strada più ragionevole resta quella di integrare, sotto controllo medico, forme moderate di digiuno idrico intermittente in uno stile di vita orientato alla salute metabolica e cerebrale [3] [20].
Riferimenti bibliografici
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- Wang Z, Cui Y, Li D, et al – Alternate-day fasting ameliorates α-synuclein pathology and suppresses inflammation via the gut-brain axis in an MPTP-induced subacute mouse model of Parkinson's disease. (Il digiuno a giorni alterni migliora la patologia dell’α-sinucleina e sopprime l’infiammazione attraverso l’asse intestino-cervello in un modello murino subacuto di Parkinson indotto da MPTP). npj Biofilms Microbiomes. 2025;11:228.
- Filonov S, Bani V – 20 domande sul digiuno secco. Simple; 2018. ISBN 978-88-6924-356-1.
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pubblicato il 26 aprile 2026
Digiuno secco: muscoli, dimagrimento, disidratazione e reni? No problem.
Espongo queste considerazioni basandomi sull'autorevole libro 20 domande sul digiuno secco di Vera Giovanna Bani e Sergej Filonov, a cui rimando per tutti gli approfondimenti.
Il libro definisce il digiuno secco (DS) come una pratica di completa astinenza da cibo e acqua per un periodo determinato di tempo e precisa che, nella sua forma più rigorosa, esso limita anche il contatto esterno con l’acqua. Nella presentazione iniziale, il testo distingue inoltre fra pratica domestica breve e pratica più lunga sotto controllo medico.
Quanto ai tipi di digiuno considerati, il volume colloca il digiuno secco dentro una famiglia più ampia di protocolli di RDT, cioè “dietodigiunoterapia”, sviluppati in Russia. Nell’indice e nei capitoli centrali compaiono in particolare il digiuno secco completo (DSC) di 7, 9 o 11 giorni, il digiuno secco a cascata, il digiuno secco frazionato (DSF) proposto da Filonov, oltre al digiuno combinato, nel quale alcuni giorni secchi sono seguiti da un periodo di digiuno idrico. Il testo descrive dunque non un solo “digiuno secco”, ma una famiglia di approcci con durata, intensità e finalità diverse.
Detto questo, veniamo ad alcuni legittimi dubbi tra i più diffusi, che riguardano i muscoli, il dimagrimento, la disidratazione e i reni.
1a. Il digiuno secco “consuma i muscoli”?
1b. Il digiuno secco brucia più o meno grasso del digiuno ad acqua?
Il libro non descrive il digiuno secco come un consumo indiscriminato dei tessuti, ma come una condizione in cui il corpo, in base alla sua fisiologia, tende a usare prima il grasso, e lo fa in misura maggiore del digiuno ad acqua. Riporto un estratto dal capitolo 7, dedicato ai vantaggi del digiuno secco rispetto al digiuno idrico, preso dalle pp. 46-47:
Effetto dimagrante: durante un DS nell’organismo del paziente non entra né cibo né acqua vale a dire che si arresta completamente l’apporto di energia dall’esterno. L’organismo è costretto a produrre energia e acqua in modo endogeno, cioè all’interno di se stesso. Per questo nell’organismo cominciano a prodursi delle reazioni chimiche insolite, si modificano i processi metabolici, per esempio si perde meno tessuto muscolare rispetto a quello adiposo. Durante un digiuno ad acqua la perdita di tessuto muscolare e adiposo è quasi in uguale proporzione. Durante un DS, invece, il paziente assomiglia a un cammello, vediamo perché: l’organismo mantiene la sua capacità vitale soprattutto a spese dei grassi di riserva. Il tessuto adiposo viene distrutto in modo molto efficiente e non riacquista più il suo volume iniziale. Esso infatti viene distrutto 3-4 volte più rapidamente del tessuto muscolare perché il tessuto grasso per più del 90% è costituito da acqua mentre quello muscolare rimane relativamente intatto. L’organismo non soffre a causa del deficit di acqua, per i suoi bisogni utilizza l’acqua ricavandola dal tessuto adiposo. In un DS il tessuto adiposo brucia 3 volte più rapidamente che durante un digiuno ad acqua. [...] Se dopo un digiuno ad acqua il tessuto adiposo si ripristina più rapidamente (se il regime alimentare è quello precedente il digiuno), con un DS ciò avviene in misura minore. [...]
2. La disidratazione?
Il secondo grande timore riguarda l’acqua. La paura comune è intuitiva, del tipo: "Se non bevo, il corpo si svuota e si disidrata in modo inevitabile e lineare". Il libro contesta questa rappresentazione troppo semplice.
Il primo argomento è il concetto di acqua endogena. Come abbiamo già visto, già nel capitolo 7 il testo sostiene che, durante il digiuno secco, l’organismo ricava acqua per i propri bisogni dai tessuti adiposi. Il capitolo 8 approfondisce questa idea: una parte centrale del meccanismo descritto da Filonov è proprio la produzione interna di acqua ed energia a partire dalle riserve corporee.
Il secondo argomento è quantitativo. Nell’appendice, il Manuale per medici afferma che dalla scissione della massa grassa si può liberare acqua metabolica e che, in condizioni ordinarie, il deficit idrico giornaliero durante il digiuno assoluto non supererebbe in genere 0,5-1 litro; aggiunge inoltre che, se l’assenza assoluta di cibo e acqua non supera i 3-4 giorni, la disidratazione rimane di livello basso. È un passaggio molto importante, perché traduce una tesi generale in termini più concreti e suggerisce una gestione interna dei liquidi entro margini che fisiologicamente sono ammissibili nei protocolli brevi.
Il terzo argomento riguarda i protocolli alternati, cioè quelli che non prevedono un digiuno secco continuo indefinito ma cicli di astinenza e fasi di reintegrazione. Il libro descrive infatti sia il digiuno combinato — con 1-3 giorni secchi seguiti da giorni di digiuno idrico — sia il metodo frazionato di Filonov, con cicli successivi intervallati da periodi di reintegrazione alimentare.
3. I reni?
Se c’è un punto in cui il tono di Filonov diventa particolarmente netto, è quello dei reni. Nel capitolo 20, affrontando i “luoghi comuni”, il testo è esplicito. Ecco da un estratto dalle pp. 196-198:
Nel corso di una pratica di DS l’organismo non ha bisogno di riciclare l’acqua come avviene durante un regime abituale di alimentazione e assunzione di liquidi. E' ovvio che durante un DS i reni e il fegato sono praticamente a riposo quasi completo, cosa che non si può dire con un digiuno idrico. [...] Parlare dei pericoli cui verrebbero sottoposti i reni durante un DS significa non riuscire a comprendere i processi che si verificano durante questo tipo di digiuno. Sarebbe più corretto chiedersi se non siano piuttosto le bevande di oggi e l’acqua del rubinetto a causare danni ai reni. [...] Per danneggiare i reni durante una pratica di DS bisogna volerlo fortemente. [...] Al fine di curare malattie renali bisogna normalizzare l’attività dell’organismo nel suo insieme. Il digiuno a secco è uno dei metodi più efficaci per ripristinare la salute perduta. [...]
Avvertenze finali
Lo stesso libro, però, contiene una avvertenza esplicita: non considera i propri suggerimenti terapeutici sostitutivi di una fondata indicazione medica e invita il lettore a consultare un medico prima di intraprendere un digiuno idrico o secco. Inoltre elenca controindicazioni assolute e relative, fra cui diabete mellito di tipo I, insufficienza renale cronica, gravidanza e allattamento, oltre ad altre condizioni cliniche che richiedono prudenza o esclusione.
A questo punto, rimando i miei lettori a leggersi direttamente la fonte, cioè il libro linkato all'inizio, e a consultare la pagina "Malattie da cui si può guarire con il metodo del digiuno terapeutico" su siberika.it.
(23 aprile 2026)
Oltre il vegan: compassione, digiuno, rinnovamento, guarigione
I pensieri di un uomo saggio verso gli animali si basano più sulla compassione e sull'amore fraterno che sulla paura, sul dominio, sulla rabbia, sulla superiorità o sull'interesse economico. Come gli esseri umani, gli animali condividono tutti le sofferenze universali della nascita, vecchiaia, malattia e morte, ma a differenza dell'uomo, sono incapaci di realizzare cosa sia bene e cosa sia male, cosa meritorio e cosa demeritorio. Pertanto, un essere umano senza tale realizzazione non sarebbe migliore di un animale.
Il termine "animale" è attribuito arbitrariamente dall'uomo e non si sa quale nome gli "animali" diano all'uomo. Se c'è, potrebbe forse essere "demone" o "orco" per descrivere la sua pratica abituale di uccidere indiscriminatamente, sia per cibo che per divertimento. Tale appellativo è in gran parte appropriato e ragionevole. È evidente quanti tra coloro che si definiscono "umani" siano in realtà così implacabili verso gli animali e verso altri esseri umani, ricorrendo spesso alla violenza e all'uccisione.
Gli umani alimentano i fuochi del pericolo e della paura sia nella società degli uomini che in quella degli animali. È per questo che gli animali, soprattutto quelli selvatici, sono istintivamente sospettosi degli uomini.
Molti credono che tutta la questione dell'essere vegan, erroneamente dipinta da alcuni come una "religione" per usare termini gentili, sia innanzitutto una questione etica, di rispetto della salute e dell'ambiente. Ciò è indubbiamente vero, tuttavia temo che questo sia un modo troppo raffinato di vedere la questione. In termini più grezzi e diretti, parlerei semplicemente di "legittima difesa". Nutrirsi delle sofferenze e della morte altrui provoca le proprie sofferenze e la propria morte. Tutto qua. Il resto sono solo ragionamenti.
Eppure non mi basta. Anche se l'orco di cui sopra riuscisse a entrare in contatto con la propria e altrui anima, comprese le anime dei fratelli e delle sorelle animali, e diventasse vegan a vita, avrebbe fatto solo il primo passo. Il secondo è quello di avere sufficiente consapevolezza da accorgersi che quasi tutte le malattie umane, fisiche e mentali, derivano non solo da "cosa" si mangia, ma anche da "quanto" e "con quale frequenza". Mangiare e bere tutti i giorni, più volte al giorno, attira i demoni, le malattie e la morte. Anche riporre la propria attenzione e fede solo nelle cose materiali, pur con tutte le buone intenzioni, spalanca le porte dell'inferno.
Digiuno e preghiera, digiuno e meditazione, digiuno e studio, digiuno e attività fisica all'aperto, soprattutto in mezzo alla natura, sono componenti inseparabili e indispensabili di ogni rinnovamento. Se questi mancano, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo. Se invece ci sono e sono praticati consapevolmente, la guarigione arriva spontaneamente.
Suggerisco la lettura di "20 Domande Sul Digiuno Secco" (Vera Giovanna Bani, Sergej Filonov). Una parte di queste riflessioni l'ho tratta dalla biografia di Luang Pu Mun, sez. "The Dhutanga Observances", pag. 37 e seguenti. Restando in tema, segnalo anche il mio libro "Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace".
(21 aprile 2026)
Il digiuno secco: origini, principi e applicazioni (di Sergej Ivanovič Filonov)
Articolo originale in russo: http://filonov.net/statji/vidyi-golodaniya/suhoe-absolyutnoe-lechebnoe-golodanie
Per rispetto dell’autore, egli richiede che ogni riutilizzo dei suoi materiali sia accompagnato da un chiaro link alla fonte originale.
Sergej Ivanovič Filonov
Centro benessere «Sinegorie»
Digiuno terapeutico secco (assoluto)
“Osserva la natura, impara da essa, prendi il meglio e perfezionalo,
alla perfezione non c’è limite”.
Il digiuno terapeutico secco è considerato oggi uno dei nuovi metodi di cura. Eppure questo metodo nacque già agli albori dell’umanità. Inoltre, si può affermare con certezza che fin dall’inizio dello sviluppo delle forme di vita animale oggi esistenti esso fu attivamente utilizzato da tutti i rappresentanti del regno animale. Il processo del digiuno senza acqua è noto da moltissimo tempo, da migliaia di anni, ma purtroppo non è praticato dalla maggior parte dell’umanità; molti addirittura non ne conoscono l’esistenza. In natura il digiuno secco è diffuso in misura notevolmente maggiore rispetto al digiuno umido. Tutta la materia vivente utilizza varie forme di digiuno secco (anabiosi, ipobiosi, letargo invernale) per sopravvivere, curarsi e perfezionare la propria specie.
Discutiamo se questo processo sia naturale.
Sì, è un processo naturale, inscritto nel codice genetico dell’uomo e degli animali. Non appena un animale si ammala, soprattutto se in modo serio, rifiuta immediatamente il cibo e l’acqua; lo stesso avviene per l’organismo umano. Ma spesso l’uomo non reagisce a tale stato dell’organismo, mangia e beve forzandosi, spesso beve ciò che non fa che danneggiarlo ulteriormente, e si “nutre”... di pillole. Quando l’organismo si ammala, in esso comincia una completa mobilitazione delle forze vitali per salvarsi, proteggersi; vengono utilizzate anche le riserve, se naturalmente ce ne sono ancora. E affinché l’organismo non si distragga nel “lavoro” con il cibo e con l’acqua, il programma di salvezza dell’organismo attiva il “rifiuto” del nutrimento e dell’acqua. Situazioni simili possono verificarsi anche in caso di stress.
Per quanto riguarda l’astinenza volontaria da cibo e acqua a scopo salutistico, probabilmente essa fu il risultato di osservazioni su uomini e animali sui quali il “digiuno forzato” esercitava un’influenza benefica. Queste osservazioni, ripetutesi molte volte, venivano ricordate e poi trasmesse di generazione in generazione insieme ad altre conoscenze. Nel primo periodo della storia pre-scritta dell’umanità, l’esperienza di tale cura era un “patrimonio orale” di tutti i membri del clan o della tribù, mentre la pratica della guarigione era svolta dagli anziani, in quanto membri più esperti della società primitiva.
La storia della nascita del sistema del digiuno terapeutico secco affonda le sue radici in tempi remotissimi, e prima di tutto negli yogi indiani. Si è già detto che gli yogi furono sempre eccellenti osservatori della natura, del mondo animale e vegetale. Ecco perché nelle loro raccomandazioni cercavano in ogni modo di far sì che anche l’uomo fosse più vicino alla natura, all’ordine naturale delle cose. Gli yogi notarono che nessun animale, quando si ammala, mangia, e se è gravemente malato rifiuta anche l’acqua.
L’astinenza da cibo e acqua ha radici profonde anche nella medicina tradizionale cinese. Essa mirava non solo alla regolazione della salute dell’organismo, ma anche all’idea di una sua sorta di trasformazione evolutiva. I guaritori cinesi ritenevano che, modificando la qualità e la quantità del cibo fisico consumato, fosse possibile passare gradualmente al nutrimento “energetico” e poi addirittura all’energia pura, la cosiddetta energia “autentica” o “originaria” del Cosmo. Questo sistema rappresentava un progressivo rifiuto dei prodotti alimentari materiali in generale. All’inizio ci si nutriva di cibo più materiale (in termini di consistenza), poi si passava a gelatine di verdure e frutta, e infine nella dieta restavano soltanto la propria saliva e l’etere dell’aria. Esistevano ed esistono molte tecnologie di quest’arte, che già nell’antichità profonda fu chiamata “bigu”.
Nelle usanze degli indiani nordamericani il digiuno secco occupava anch’esso un posto importantissimo. Gli indiani d’America consideravano il digiuno la prova più importante e imprescindibile nella trasformazione del ragazzo in guerriero. Il giovane veniva condotto sulla cima di una montagna e vi veniva lasciato per quattro giorni e quattro notti senza cibo né acqua. Il digiuno veniva considerato, senza eccezione da tutti gli indiani d’America, come un mezzo di purificazione e di rafforzamento. In diversi periodi della sua vita l’indiano si ritirava da solo nella natura selvaggia, digiunava e meditava.
Digiuno e meditazione sono due componenti inseparabili di ogni rinnovamento. Se questo manca, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo.
Più tardi, con la nascita e il fiorire delle religioni, la cura dei malati passò gradualmente nelle mani dei ministri dei culti religiosi — sciamani e sacerdoti — e la stessa cura dei malati e la formazione dei guaritori si concentrarono nei templi. Ecco perché gli antichi precetti del digiuno sono molto spesso strettamente legati a determinate credenze mistiche e fanno parte di un preciso rito religioso. Così, i primi asceti cristiani spesso rinunciavano al cibo e all’acqua, ma lo facevano soprattutto per motivi religiosi. Per gli stessi fini si sottoponevano a digiuni di più giorni, o, in altre parole, al “post”, gli adoratori persiani del sole. I sacerdoti druidi presso le tribù celtiche, così come i sacerdoti dell’Antico Egitto, dovevano sottoporsi alla prova di un lungo digiuno prima di poter essere ammessi al gradino successivo dell’iniziazione. Inoltre, in quei tempi con la parola “digiuno” si intendeva l’astinenza completa da cibo e acqua. Solo più tardi con questo concetto si cominciò a intendere la sostituzione di alcuni alimenti con altri, per esempio il burro con l’olio vegetale, con il pesce, ecc. In qualunque popolo antico che ci abbia lasciato monumenti scritti di cultura, o i cosiddetti “testi sacri”, “scritture”, si possono trovare molti elogi della cura mediante il digiuno. Presso quasi tutti i popoli antichi il rifiuto del cibo e dell’acqua era considerato il miglior modo di purificare il corpo.
Nel nostro paese la restrizione assoluta di cibo e acqua (digiuno secco) ha cominciato a essere applicata nella pratica clinica solo negli ultimi anni [Zakirov V.A. 1990; Khoroshilov I.E., 1994]. Benché già Pashutin V.V. (1902), Pevzner M.I. (1958), Vivini Y. (1964) scrivessero dell’opportunità di limitare l’assunzione di acqua nel corso del digiuno terapeutico completo.
Dal punto di vista fisiologico l’organismo, nel processo del digiuno completo, non sperimenta un significativo deficit di liquidi, poiché per ogni chilogrammo di massa grassa (o glicogeno) che si scinde si liberano fino a 1 litro al giorno di acqua endogena (metabolica). Le perdite di liquidi dell’organismo (attraverso la perspiratio cutaneo-polmonare e la diuresi) in condizioni normali di temperatura sono modeste e ammontano da 1,5 a 2 litri al giorno. Così, il deficit d’acqua non supera 0,5-1 litro al giorno, il che, in condizioni di metabolismo basale ridotto, è del tutto fisiologicamente ammissibile. Se l’assenza assoluta di cibo e acqua non supera i 3-4 giorni, la disidratazione dell’organismo non oltrepassa il grado lieve. (Gli operai dei reparti “caldi” perdono fino a 5 litri di sudore per turno; lo stesso accade nel bagno turco).
Il digiuno secco dà un effetto salutare maggiore rispetto al digiuno completo (con acqua), poiché già al terzo giorno di digiuno assoluto sopraggiunge l’acidosi, dopo la quale il benessere del paziente migliora sensibilmente e si osserva il massimo effetto terapeutico per l’organismo. Nel digiuno con acqua la crisi sopraggiunge solo dopo 7-16 giorni. Il digiuno secco fino a 3-4 giorni non conduce a una forte disidratazione dell’organismo (l’organismo produce circa 1 litro di acqua endogena al giorno, durante la scissione dei grassi) ed è relativamente ben tollerato. L’esecuzione di un digiuno secco di 3 giorni equivale a un digiuno di 7-9 giorni con acqua.
Il periodo di scarico si svolge nelle stesse tre fasi che nel digiuno completo, ma i tempi del loro insorgere si accorciano. La fase di “eccitazione alimentare” dura alcune ore (in modo molto individuale), la fase della “chetacidosi crescente” va dal 1° al 3° giorno. Già al 3° giorno di digiuno assoluto sopraggiunge la “crisi chetoacidosica”, dopo la quale il benessere dei pazienti migliora notevolmente (fase della chetoacidosi compensata). Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui il digiuno secco sarebbe soggettivamente più difficile da tollerare rispetto a quello umido, si osserva piuttosto la dipendenza opposta. Nei pazienti non insorge la sensazione di sete (tranne una lieve secchezza della bocca); la sensazione di fame e il malessere causato dalla chetoacidosi vengono superati più rapidamente.
Con l’uso del digiuno secco si osserva un inizio più precoce e una scissione più completa dei grassi depositati. Già dopo 24 ore nel sangue aumenta il contenuto di trigliceridi e colesterolo. La quota dei grassi nell’approvvigionamento energetico dell’organismo aumenta all’inizio del 2° giorno di digiuno assoluto dal 15 al 31%. La riduzione dell’eccesso di peso corporeo va da 2 a 3 kg al giorno; il 40% della massa perduta è costituito da acqua, il 30-40% dalla scissione del tessuto adiposo, il 15-20% dalla riduzione della massa magra, principalmente glicogeno del fegato e dei muscoli scheletrici (Khoroshilov I.E., 1994).
V. A. Zakirov (1989) ha mostrato una maggiore efficacia del digiuno secco di 3 giorni, rispetto al digiuno umido di 3 giorni, nel trattamento di pazienti con asma bronchiale. Si può ritenere che tre giorni di digiuno assoluto corrispondano a 7-9 giorni di digiuno completo senza limitazione dell’acqua. A quanto pare, assai razionale è la raccomandazione del digiuno secco ambulatoriale settimanale di 24-36 ore (Ivanov P.K.).
È opportuna anche la combinazione del digiuno terapeutico assoluto e di quello completo. Nel luglio 1994, a Mosca, al 1° Congresso Internazionale sulla medicina tradizionale e l’alimentazione, la Russia presentò una relazione sull’“Esperienza dell’impiego del digiuno terapeutico di breve durata nel trattamento delle malattie acute infettive da raffreddamento negli adulti” (A. N. Kokosov, A. A. Alifanov), nella quale si afferma che l’impiego del digiuno assoluto o combinato (assoluto e completo) è il più giustificato, poiché con l’astensione dall’assunzione di liquidi per via orale aumenta sensibilmente la concentrazione dei fattori di resistenza aspecifica delle vie respiratorie superiori alla tipica infezione virale che provoca il raffreddore — lisozima, interferone e altri. (V. A. Zakirov, 1990).
L’esperimento clinico condotto a metà degli anni ’90 presso l’Accademia Medica di Ivanovo ha mostrato che il digiuno terapeutico assoluto (senza cibo e acqua) ha una seria prospettiva nel trattamento dei tumori e delle gravi immunodeficienze. Con il digiuno secco si raggiungono concentrazioni più elevate di sostanze biologicamente attive, ormoni, cellule immunocompetenti e immunoglobuline nei liquidi dell’organismo, il che produce un potente effetto immunostimolante. Questo metodo viene applicato solo secondo indicazioni molto rigorose, quando la forza vitale del paziente oncologico è sufficientemente conservata, ed è preferibile usarlo negli stadi iniziali della malattia, poiché oltre alla detossificazione dell’organismo è necessario disporre di riserve per il suo recupero. Altrimenti, uno stress eccessivo per l’organismo — il digiuno — può minare l’energia residua dell’organismo e accelerare il triste epilogo, soprattutto dopo chemioterapia, irradiazione o in presenza di malattie concomitanti!
Esistono due tipi di digiuno secco. Uno, il più rigido e “secco”, è legato al rifiuto totale dell’acqua, e non solo del bere, ma anche di qualunque contatto con l’acqua. Cioè non ci laviamo il viso, non facciamo il bagno, non facciamo la doccia o il bagno nella vasca, cerchiamo di non lavarci le mani e di non entrare in contatto con l’acqua. L’altro, più mite, è legato al rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, mentre è ammesso il contatto esterno con l’acqua in qualsiasi forma possibile e accessibile. Ora analizziamo i processi che si verificano con questi modi di digiunare, le loro differenze e i loro vantaggi. Cominciamo dal fatto che il digiuno secco pone l’organismo in condizioni più dure rispetto al digiuno con acqua. I processi dell’organismo orientati alla sopravvivenza, nel digiuno secco, sono molto più profondi. L’organismo deve non solo riconvertirsi a un diverso consumo di energia e di riserve, ma anche opporsi alla disidratazione. Inoltre, con il digiuno secco lavoriamo non solo sulla paura di vivere senza cibo, ma anche senza acqua. Di conseguenza penetriamo molto più profondamente nel mondo interiore, entrando in contatto con paure profonde. Come risultato, le trasformazioni del mondo interiore sono molto più profonde. Con il rifiuto del cibo e dell’acqua, già dopo 18-20 ore si verificano cambiamenti evidenti nella composizione del sangue e nello stato delle mucose. Le cellule sane del corpo cominciano a sottrarre alle cellule deboli, malate e estranee non solo il nutrimento, ma anche l’acqua. Le cellule malate, difettose, per così dire si disseccano e vengono respinte. Inoltre, in assenza di un mezzo acquoso, vari virus, batteri e perfino vermi smettono di moltiplicarsi e, se il digiuno continua per alcuni giorni, abbandonano essi stessi il corpo oppure muoiono. Questa è solo una piccola parte dei processi che avvengono dentro di noi. Con il digiuno secco si distrugge il muco accumulato nel nostro corpo e, di conseguenza, esso cessa di essere un terreno nutritivo per diversi microrganismi patologici. La vitalità di ogni singola cellula del corpo aumenta molto rapidamente e in misura notevole.
Dentro di noi, durante il digiuno secco, si attivano processi diretti a un notevole rinnovamento. Esso comincia subito, non appena usciamo dal digiuno secco. Tutto il corpo si rinnova e si ringiovanisce. Con il digiuno secco si puliscono efficacemente i vasi. Si purificano e si rinnovano splendidamente anche le mucose dello stomaco e dell’intestino, nonché della cavità orale. Per il digiuno secco è importante una particolare disposizione interiore. Per la maggior parte delle persone esso è psicologicamente più difficile da sopportare. Sebbene molte persone che si sono decise e abbiano avuto tale esperienza passino spesso, nella loro pratica, proprio al digiuno secco. I clisteri durante il digiuno secco sono controindicati. Anche se l’intestino non funziona, si ristabilisce rapidamente e subito durante l’uscita dal digiuno. È ammissibile fare una piccola serie di clisteri prima del digiuno, soprattutto se avvertite un’intasamento, una “scoriatura” del corpo, se avete tendenza al mal di testa.
Torniamo ai due tipi di digiuno secco.
Il primo metodo consiste nel rifiuto completo del contatto con l’acqua, sia dall’interno sia dall’esterno. L’organismo viene posto nelle condizioni critiche più dure e attiva per la propria sopravvivenza le riserve interne nascoste. Il corpo comincia a disseccarsi molto lentamente. E, per prima cosa, si disseccano le nostre malattie, il muco, i virus, i tumori, gli edemi. Si disseccano perché le cellule del corpo sottraggono loro nutrimento e liquido. Di conseguenza le cellule diventano forti e molto vive. Il consumo di acqua e di liquidi diminuisce. Cambia la respirazione. I polmoni si rinnovano. Se si digiuna così per tre giorni o più, la sensibilità aumenta in modo incredibile. Cominciamo a sentire acutamente gli odori, percepiamo energie sottili, gli stati delle persone; diventa difficile stare in spazi energeticamente sporchi e, al contrario, è molto piacevole trovarsi in luoghi puliti. Si cominciano a sognare specchi d’acqua, flussi d’acqua. A volte nel sonno si beve acqua e si placa la sete. Si seccano la bocca, le labbra, la gola, si secca la pelle. Un grande vantaggio proprio di questo tipo di digiuno è il rinnovamento e il ringiovanimento della pelle e delle mucose. Il secondo tipo di digiuno secco è il rifiuto dell’assunzione di acqua per via interna, ma con contatto esterno con l’acqua. Sostenitore di questo tipo era Porfirij Ivanov. Egli invitava a digiunare ogni settimana per 40-42 ore “a secco”, facendo però abluzioni con acqua, bagnandosi in acque aperte. Egli stesso digiunava così a lungo. Alcune persone, digiunando a secco per diversi giorni, restano per ore nella vasca da bagno, si lavano spesso il viso, si bagnano la testa. Il contatto esterno con l’acqua facilita la tollerabilità del digiuno, rendendo più facile digiunare più a lungo. Ogni contatto con l’acqua pulisce i pori, rinfresca, dà vigore. È vero però che dopo ciò spesso si ha più sete.
Gli effetti di purificazione interna nel secondo tipo di digiuno sono praticamente gli stessi che nel primo, forse leggermente più deboli. Ma il ringiovanimento della pelle è notevolmente minore. Se sciacquiamo la bocca e la gola, anche le mucose si puliscono in misura minore. Quando entriamo in contatto con l’acqua, la pelle assorbe acqua. Si attiva la nutrizione cutanea. Questo è un vantaggio di questo metodo. È inoltre preferibile entrare in contatto con acqua pulita.
Sulla base di questo stato esiste ancora un altro tipo combinato di digiuno: secco + con acqua. Digiuno per un giorno o più giorni “a secco”, poi uscita dal digiuno secco, e successivamente ancora digiuno con acqua. Digiunare con acqua dopo il digiuno secco è facile e piacevole. Sottolineo che il digiuno con acqua viene dopo quello secco, e non viceversa. Questo tipo di digiuno permette di nutrire le cellule di umidità, prolungando gli effetti della purificazione. Si tratta di un metodo esotico, e lo raccomando solo a quelle persone che padroneggiano pienamente sia il digiuno con acqua sia quello secco e hanno molti anni di esperienza in queste pratiche.
Il digiuno secco è limitato nella sua durata. Nel Guinness dei primati è registrato un record di 18 giorni di digiuno secco.
[n.d.t.: Per essere più precisi, il Guinness World Record si riferisce ad Andreas Mihavecz, sopravvissuto 18 giorni, senza cibo e senza acqua, dopo essere stato dimenticato in una cella a Höchst, in Austria, dal 1 al 18 aprile 1979]
traduzione pubblicata il 18 aprile 2026