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Salute e Alimentazione

Bere poco è più naturale? Idratazione intermittente, fabbisogno idrico ridotto, digiuno secco, tolleranza umana alla scarsità d’acqua

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Il naturale proseguo del mio precedente articolo “Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti” è stato quello di interrogarmi su cosa sia un'idratazione sana. Fin da piccolo ho sentito dire, e poi interiorizzato, che se un uomo rimane per tre giorni senza acqua muore. Tuttavia, basta praticare un digiuno secco per rendersi conto che le cose stanno diversamente. Anche ascoltare Sergej Filonov può essere illuminante.

Ma in natura gli animali come fanno? Partendo da questa domanda, e dalla banale osservazione che l'acqua in natura a volte è disponibile in quantità limitata e in certi periodi per niente, ho fatto un po' di ricerca. Giusto per fare qualche esempio, uno studio condotto nel Kruger National Park (Sudafrica) ha dimostrato che nella stagione secca le zebre bevono una volta ogni 1–2 giorni, mentre le antilopi nere una volta ogni 2–4 giorni; tra andata e ritorno, per raggiungere l’acqua percorrono circa 10–15 km. Certo, noi non siamo né zebre né antilopi, però siamo primati. Diamo allora uno sguardo alle scimmie. I babbuini bevono una volta al giorno, le scimmie urlatrici brune una volta ogni tre giorni, i nasici circa una volta al mese, le scimmie urlatrici mantellate bevono solo nella stagione delle piogge, e non nei cinque mesi della stagione secca. Sono esempi impressionanti rispetto alle nostre abitudini.

Etologia a parte, nel proseguo di questo testo prenderò in considerazione alcune teorie sul fabbisogno idrico umano. Ho provato a verificare se nella letteratura accademica, nella divulgazione scientifica e in alcuni filoni speculativi e spirituali, siano state effettivamente formulate idee secondo cui l’essere umano sarebbe “naturalmente” predisposto a bere in modo discontinuo, ad aver bisogno di meno acqua di quanto comunemente si creda, oppure perfino a tollerare per più giorni consecutivi l’assenza di assunzione volontaria di liquidi.

La risposta, in termini storici e descrittivi, è affermativa. Tali idee esistono. Tuttavia, esse non costituiscono un blocco teorico unitario. Al contrario, appartengono ad ambiti molto differenti fra loro: ipotesi pubblicate in riviste scientifiche, interpretazioni evoluzionistiche del metabolismo umano, testi di divulgazione wellness, studi sul cosiddetto dry fasting, cioè il digiuno secco, e infine dottrine spirituali radicali come il breatharianism (respirianesimo) o inedia. Per comprendere adeguatamente questo panorama, è necessario distinguere con attenzione i diversi livelli teorici.

1. La teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”

Il primo livello è quello che potremmo chiamare teoria del “bere intermittente” o della “idratazione intermittente”. Si tratta della formulazione più vicina all’idea intuitiva secondo cui, in natura, gli organismi non dispongono di acqua a richiesta in ogni momento della giornata, ma vi accedono in modo discontinuo, quando le condizioni ambientali lo consentono. In questo quadro, la continuità moderna dell’accesso all’acqua — per esempio bere frequentemente da una bottiglia o da un bicchiere durante tutta la giornata — viene interpretata come una condizione recente e non rappresentativa del contesto evolutivo nel quale si sarebbe formato l’organismo umano.

La formulazione più esplicita di questa idea compare in un articolo del 2016 di Leo Pruimboom e Daniel Reheis, Intermittent drinking, oxytocin and human health. In quel testo gli autori propongono ciò che definiscono intermittent bulk drinking. L’espressione può essere chiarita così: non si tratta di un’assunzione costante di piccoli sorsi distribuiti uniformemente durante il giorno, ma di episodi più delimitati di assunzione, regolati dalla comparsa della sete e proseguiti fino a un senso di sazietà o appagamento. Con il termine “sazietà”, in questo contesto, non si intende la sazietà alimentare, ma la cessazione della spinta a bere.

Un punto essenziale, spesso trascurato, è che questa teoria non afferma necessariamente che l’essere umano debba assumere meno acqua in termini assoluti. La sua tesi principale riguarda piuttosto la frequenza dell’assunzione. In altri termini, l’ipotesi è che il modello fisiologicamente o evolutivamente più “naturale” non sia quello del sorseggiare in modo continuo, ma quello del bere meno spesso e in modo più concentrato. Per questa ragione, conviene distinguere con precisione fra due nozioni: da un lato, la quantità totale di acqua introdotta nell’arco di una giornata; dall’altro, la distribuzione temporale di quell’assunzione. Le teorie dell’idratazione intermittente intervengono soprattutto sul secondo aspetto.

La stessa impostazione viene ripresa in un lavoro del 2018 di Leo Pruimboom e Frits A.J. Muskiet, Intermittent living; the use of ancient challenges as a vaccine against the deleterious effects of modern life – A hypothesis. In quel contesto, il bere intermittente viene inserito in un quadro teorico più ampio, definito intermittent living, cioè l’idea secondo cui molte sfide ambientali cui gli esseri umani sono stati esposti nella storia evolutiva — freddo, fame, sforzo fisico, scarsità di acqua — potrebbero avere avuto una funzione di regolazione fisiologica. Qui il riferimento agli animali che si spostano da una pozza d’acqua all’altra non ha solo valore descrittivo, ma anche normativo: serve a suggerire che la fisiologia umana sarebbe stata modellata in un ambiente caratterizzato non dall’accesso continuo alle risorse, ma dalla loro disponibilità intermittente.

Questa ipotesi è stata poi ripresa in testi divulgativi, soprattutto in ambiti vicini alla nutrizione funzionale, alla medicina evoluzionistica non mainstream e al wellness. In tali contesti si trova spesso l’idea secondo cui l’essere umano dovrebbe bere “secondo sete”, evitare di sorseggiare continuamente e lasciare che la regolazione idrica sia guidata da segnali interni. Due esempi sono il testo di PNI España sulla hidratación intermitente e un articolo divulgativo di Fleur Borrelli.

2. Le teorie secondo cui il fabbisogno reale di acqua è più basso di quanto si creda

Un secondo grande filone teorico non insiste tanto sull’intermittenza del bere quanto sulla possibilità che il fabbisogno reale di acqua dell’essere umano sia inferiore a quanto comunemente si crede. Qui è utile chiarire il significato di “fabbisogno idrico”. In senso tecnico, il fabbisogno idrico non coincide semplicemente con la quantità di acqua che una persona beve volontariamente sotto forma di acqua pura. Include invece l’acqua totale introdotta nell’organismo, cioè la cosiddetta total water intake. Questa comprende almeno tre fonti: l’acqua bevuta direttamente, l’acqua contenuta nelle altre bevande e l’acqua contenuta nei cibi. A ciò si aggiunge, in termini fisiologici, una quota minore ma reale di acqua prodotta dall’organismo stesso attraverso il metabolismo dei nutrienti, detta acqua metabolica.

La critica più celebre in questo ambito è quella rivolta alla formula popolare degli “otto bicchieri al giorno”. Heinz Valtin, nella review “Drink at least eight glasses of water a day.” Really? Is there scientific evidence for “8 × 8”?, sostenne che non esistessero prove scientifiche solide a sostegno dell’idea secondo cui ogni persona, in ogni circostanza, dovrebbe bere necessariamente quella quantità. La sua argomentazione non consisteva nel negare l’importanza dell’acqua, ma nel mostrare che una raccomandazione uniforme e semplificata tende a ignorare variabili fondamentali: il clima, l’attività fisica, l’età, la composizione corporea, la dieta, le condizioni di salute e soprattutto il fatto che una parte dell’acqua totale quotidiana proviene già dagli alimenti.

Questa distinzione è importante perché cambia il senso stesso della domanda “quanta acqua ci serve?”. Se per acqua si intende esclusivamente l’acqua bevuta come tale, il problema appare in un modo. Se invece si considera l’acqua totale introdotta nell’organismo, il quadro si modifica sensibilmente. Le National Academies, nel capitolo dedicato all’acqua delle Dietary Reference Intakes, parlano infatti di total water e sottolineano che l’idratazione adeguata può essere mantenuta entro un intervallo relativamente ampio di apporti. Nello stesso quadro si ricorda anche che una quota significativa dell’acqua totale quotidiana può provenire dal cibo.

Su questo punto si innesta una terza linea di riflessione, di tipo evoluzionistico. Alcuni lavori comparativi hanno sostenuto che gli esseri umani si siano evoluti come specie relativamente efficiente nella conservazione dell’acqua. In questo contesto, il termine water turnover, o ricambio idrico, designa la quantità di acqua che entra ed esce dall’organismo in un certo intervallo di tempo. Un ricambio più basso, a parità di altre condizioni, può essere interpretato come indice di una maggiore efficienza nel trattenere o gestire l’acqua.

Nello studio di Herman Pontzer e colleghi, Evolution of water conservation in humans, il dato saliente è che il ricambio idrico umano risulta inferiore rispetto a quello delle altre grandi scimmie. Questa osservazione viene letta come segnale di un adattamento a contesti nei quali l’acqua era una risorsa più costosa o meno costantemente disponibile. Ciò non equivale a dire che gli esseri umani possano facilmente fare a meno dell’acqua, ma suggerisce che l’organismo umano potrebbe essere più parsimonioso di quanto spesso si immagini nel linguaggio comune.

In modo complementare, lo studio di Yosuke Yamada e colleghi pubblicato su Science, Variation in human water turnover associated with environmental and lifestyle factors, mostra che il ricambio idrico umano varia moltissimo da individuo a individuo e da contesto a contesto. Tale variabilità dipende da fattori ambientali e fisiologici: temperatura, umidità, altitudine, età, attività fisica, gravidanza, lattazione, massa corporea e altri ancora. Il punto concettualmente rilevante è che non esiste un valore semplice, fisso e universalmente applicabile che possa descrivere il bisogno idrico umano in generale. Lo stesso studio ricorda inoltre che una quota del ricambio idrico deriva dalla già citata acqua metabolica, cioè dall’acqua prodotta internamente dal corpo durante il metabolismo dei nutrienti. Questo filone, dunque, non sostiene di norma che si debba bere pochissimo, ma mette in questione la rigidità delle raccomandazioni popolari e apre lo spazio alla tesi secondo cui il bisogno reale sia spesso semplificato o sopravvalutato.

3. Le teorie forti: si può stare per giorni senza bere?

Fin qui siamo ancora nel campo delle teorie moderate. Un discorso diverso riguarda invece le teorie più forti, cioè quelle secondo cui l’essere umano potrebbe tollerare non soltanto intervalli più lunghi fra una bevuta e l’altra, ma addirittura più giorni consecutivi senza assumere liquidi. Questo è il territorio del dry fasting, espressione che indica l’astensione sia dal cibo sia dall’acqua, a differenza del fasting ordinario, nel quale di solito si continua a bere.

Dal punto di vista concettuale, il dry fasting presuppone che l’organismo disponga di meccanismi di compensazione sufficienti a mantenere per un certo tempo l’equilibrio interno, o omeostasi, anche in assenza di apporto esterno di acqua. Tra questi meccanismi vengono spesso citati la riduzione delle perdite renali, la concentrazione delle urine, i cambiamenti ormonali, la mobilitazione dei substrati energetici e la produzione di acqua metabolica. Quando si parla di “assenza di danni”, in questi studi occorre essere molto precisi: in genere non si intende assenza assoluta di qualunque modificazione fisiologica, ma assenza di eventi clinici gravi o di compromissioni giudicate pericolose entro il tempo e le condizioni del protocollo sperimentale.

Uno studio del 2013 su dieci adulti sani, Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation, viene spesso citato proprio perché conclude che quel protocollo risultò safe, cioè sicuro, nelle condizioni sperimentali adottate. È fondamentale non leggere questa conclusione in modo eccessivo. Un piccolo studio pilota non equivale a una raccomandazione generale per la popolazione. Tuttavia, per il tema che qui interessa, esso dimostra che è stata formulata e testata una teoria secondo cui l’organismo umano può tollerare alcuni giorni consecutivi di assenza sia di cibo sia di acqua.

Gli autori tornarono poi sull’argomento in un lavoro del 2020 dedicato alla fisiologia del dry fasting, Dry Fasting Physiology: Responses to Hypovolemia and Hypertonicity. Qui l’obiettivo era descrivere le risposte dell’organismo alla ipovolemia e alla ipertonicità. Anche questi termini meritano chiarimento. Per ipovolemia si intende una riduzione del volume dei liquidi circolanti, in particolare del plasma sanguigno. Per ipertonicità si intende invece un aumento della concentrazione di soluti nei liquidi corporei, fenomeno che può verificarsi quando l’acqua diminuisce più dei sali. Analizzare queste risposte significa, in sostanza, chiedersi come il corpo reagisca quando dispone di meno acqua libera. Il fatto stesso che si tenti di descrivere in dettaglio tali adattamenti mostra che il dry fasting non è stato trattato soltanto come pratica ascetica o folklorica, ma anche come oggetto di riflessione fisiologica.

Esiste poi una variante meno radicale ma teoricamente collegata: il digiuno secco diurno osservato, per esempio, nel contesto del digiuno bahá’í. Qui non si ha un’astensione continua giorno e notte, ma un’astensione dalle bevande e dal cibo durante le ore diurne, seguita da reidratazione e rialimentazione nelle ore notturne. Alcuni studi hanno riportato che tale pratica, in soggetti sani e nel contesto specifico esaminato, non ha prodotto effetti negativi evidenti sull’idratazione. Un riferimento utile è Effects of Daytime Dry Fasting on Hydration, Glucose Metabolism and Circadian Phase: A Prospective Exploratory Cohort Study in Bahá’í Volunteers. Dal punto di vista teorico, questa variante è importante perché mostra un livello intermedio: non la completa assenza di acqua per più giorni consecutivi, ma una ripetuta sospensione quotidiana dell’assunzione di liquidi che l’organismo riesce a compensare.

4. La variante estrema: inedia o breatharianism (respirianesimo)

All’estremo di questo continuum si colloca il breatharianism. In questo caso ci si sposta fuori dall’ambito della fisiologia sperimentale ordinaria e si entra in dottrine spirituali o esoteriche secondo cui l’essere umano potrebbe vivere per periodi molto lunghi, o indefinitamente, senza cibo e in alcuni casi senza acqua, nutrendosi di prana, luce o altre forme di energia non convenzionali. Una definizione sintetica del termine si trova, ad esempio, nella voce “Inedia” dell’Enciclopedia MDPI.

Qui il concetto decisivo non è più la riduzione del fabbisogno, ma la sua quasi totale o totale trascendibilità. Da un punto di vista storico-intellettuale, anche questa idea merita di essere menzionata perché rappresenta la versione massimamente radicale del tema. Tuttavia, è importante distinguere la semplice esistenza della dottrina dalla sua conferma empirica. Una review critica dedicata ai casi di presunta astinenza anomala da cibo e liquidi è Claims of anomalously long fasting: An assessment of the evidence from investigated cases. Tale lavoro mostra che queste affermazioni sono state effettivamente raccolte e analizzate, ma anche che il loro valore probatorio resta problematico.

5. Conclusione pratica

Per evitare equivoci, voglio sottolineare un punto metodologico di questa mia ricerca. Dire che una teoria esiste non significa dire che sia valida, prudente o trasferibile nella pratica quotidiana. Tuttavia, l'esperienza personale del digiuno secco, per chi ne è seriamente interessato e non ha motivi ostativi a tale pratica, può valere più di mille teorie. Quello che intendo dire è che, al di là di una ricerca sulle fonti come questa, nella quale posso aver commesso qualche errore, imprecisione o semplificazione, ciò che conta realmente, per chi è seriamente desideroso di un rapporto con il cibo e con l'acqua fuori dall'ordinario, è imparare a conoscere se stessi, le proprie reazioni corporee e spirituali, e farsi sempre seguire da un medico di fiducia che possa anche valutare con esami obiettivi l'effetto del digiuno o di altre restrizioni.

Lo ripeto: quando si fanno pratiche fuori dall'ordinario, hanno senso innanzitutto per conoscere se stessi, per sperimentarne i benefici e per migliorare nel tempo i propri comportamenti. Ma ogni fanatismo, in questo settore così delicato della salute, può essere mortale.

(17 aprile 2026)

Digiuno secco a cascata: metodo, benefici, controindicazioni e domande frequenti

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Aggiornamento

Il 10 agosto 2026 ho pubblicato in calce una nuova versione del doppiaggio, migliore della precedente.

Link ai video originali in russo

I due video originali in russo mettono a confronto Alla Voronkova, presentata come autrice del metodo del digiuno secco a cascata, e Anna Mamaeva, medico-terapeuta. Il primo video introduce il metodo, la sua logica e il suo impianto pratico; il secondo è quasi interamente dedicato alle domande del pubblico e amplia molto i temi affrontati.

Il digiuno secco a cascata non viene presentato come una dieta, ma come un metodo di purificazione, rigenerazione e riequilibrio dell’organismo. La perdita di peso viene descritta come un effetto secondario; il centro del discorso è il recupero funzionale del corpo, il miglioramento del metabolismo, il riequilibrio ormonale e la riattivazione dei processi di autoriparazione. Ne conseguono anche un risvegliato benessere emotivo (gioia di vivere e amore incondizionato), e un miglioramento spontaneo dei propri comportamenti alimentari.

Che cos’è il digiuno secco a cascata

Il metodo viene descritto come un’alternanza uno a uno: un giorno si mangia e si beve, il giorno successivo non si mangia e non si beve. Nel giorno di alimentazione si assume solo cibo vegetale, perché il tratto digerente deve restare il più leggero possibile durante l’intero processo di pulizia.

La forma di base del metodo è una finestra di 36 ore di digiuno secco: si entra nel digiuno la sera, si passa la notte senza mangiare, si attraversa l’intera giornata successiva senza cibo né acqua, poi si passa una seconda notte e si esce la mattina seguente. Questo schema viene ripetuto per 30 giorni. Voronkova insiste molto sul fatto che trenta giorni sono la soglia minima per ottenere un effetto cumulativo profondo, capace di continuare a produrre rigenerazione anche dopo la fine del percorso.

Il metodo non si riduce però al solo alternarsi di digiuno e alimentazione. Viene presentato come una struttura completa di pratiche fisiche, emotive e psicologiche, costruita per permettere al partecipante di continuare a vivere normalmente: lavorare, viaggiare, avere impegni, restare nel proprio contesto quotidiano senza dover andare in ritiro, chiudersi in casa o sospendere la vita ordinaria. Anzi, più la persona è attiva, più il percorso iniziale viene descritto come semplice, perché la mente resta occupata e smette di ruotare continuamente intorno al cibo.

Perché, in questa impostazione, il metodo funziona

Il ragionamento proposto dalle relatrici è che il corpo possiede già una sua intelligenza di sopravvivenza, guarigione e rigenerazione. Il ruolo del metodo non è imporre una guarigione dall’esterno, ma creare le condizioni perché l’organismo smetta di disperdere energia nella digestione, si alleggerisca dall’infiammazione, riordini le sue priorità interne e attivi i propri meccanismi di ripristino.

La spiegazione “cellulare” proposta da Anna Mamaeva è che ogni cellula risponda a due grandi programmi: riprodursi oppure sopravvivere. Quando l’organismo entra in una condizione di stress controllato — digiuno, sauna, freddo, allenamento — il sistema si sposta sul versante della sopravvivenza, allunga la durata dei processi vitali, libera risorse e avvia più facilmente pulizia e riparazione. In questa cornice viene collocata anche l’autofagia, descritta come un processo che si approfondisce con il susseguirsi dei cicli di digiuno.

Nel primo video vengono anche indicati alcuni “gradini” temporali: fino a circa 16-20 ore di digiuno si insiste soprattutto sulla parte metabolica e sul controllo della glicemia; tra circa 20 e 36 ore entra in gioco in modo più evidente l’autofagia; dopo le 24 ore viene attivata anche una protezione più forte nei confronti della perdita di massa muscolare; tra 36 e 72 ore si attivano meccanismi collegati alla prevenzione oncologica.

Perché la medicina convenzionale viene criticata

Entrambe le relatrici insistono sul fatto che la medicina convenzionale, soprattutto in ambito cronico, lavori quasi sempre sui sintomi e non sulle cause. La critica è molto dura: i farmaci vengono presentati come strumenti che spostano risorse, attenuano un sintomo, ma aprono la porta a nuovi squilibri e a nuove dipendenze terapeutiche. Nel discorso di Mamaeva questo si traduce in una denuncia molto netta del ruolo di Big Pharma, che finanzierebbe solo gli studi utili al mercato e lascerebbe ai margini tutto ciò che potrebbe rendere il paziente meno dipendente dai farmaci.

In opposizione a questo modello, viene valorizzata una medicina “funzionale”, “preventiva” e “biohacker”, orientata non a silenziare i sintomi ma a riportare il corpo in una condizione in cui possa ripararsi da solo.

Che cosa succede, in concreto, nel digiuno secco a cascata

L’impianto generale è molto ampio. Nel corso dei due incontri, il digiuno secco a cascata viene associato a:

  • riduzione dell’infiammazione sistemica;
  • attivazione di processi rigenerativi cellulari;
  • normalizzazione progressiva della digestione e del microbiota intestinale;
  • migliore utilizzo dell’acqua e delle risorse interne;
  • riequilibrio di umore, energia, lucidità mentale e stabilità emotiva;
  • progressiva trasformazione delle abitudini alimentari e del rapporto psicologico con il cibo.

Viene ripetuto più volte che il metodo non agisce solo sul piano fisico: una parte dei problemi di salute e di peso viene ricondotta a meccanismi compensativi, emotivi e relazionali. Per questo il sistema proposto comprende anche pratiche di lavoro su emozioni, pensieri e pattern comportamentali.

Controindicazioni e cautela

Le controindicazioni dichiarate sono poche ma precise. Voronkova indica innanzitutto la gravidanza, perché in quel periodo non è opportuno introdurre un processo di questo tipo, soprattutto se non lo si è mai praticato. Vengono poi citate le patologie psichiatriche gravi certificate, in particolare quelle che renderebbero difficile la gestione del percorso in un contesto di gruppo.

Un’altra controindicazione forte è il diabete di tipo 1 insulino-dipendente: qui il problema non è un innalzamento della glicemia, ma al contrario il rischio di un crollo glicemico importante, fino alla perdita di coscienza.

Viene inoltre sconsigliato l’ingresso nel metodo in caso di malattia oncologica in fase molto avanzata, in particolare in quarta fase, quando l’organismo dispone già di poche risorse. In queste situazioni si propone eventualmente un approccio più dolce.

Nelle domande del secondo video emerge anche un altro criterio di prudenza: in presenza di una forma acuta importante — per esempio un’appendicite o un dolore addominale importante da chiarire chirurgicamente — la priorità è risolvere l’urgenza, non entrare subito nel percorso.

Lo stesso vale per la chemioterapia. Alla domanda se il digiuno secco a cascata si possa affrontare durante o dopo un percorso di chemio, la risposta è che il momento giusto è dopo, perché durante la chemio il corpo sta già spendendo una quantità enorme di risorse per reggere l’impatto della terapia e non è il momento di aggiungere un ulteriore stress metabolico.

Raffreddore, infezioni respiratorie e Covid

Nel primo video viene sostenuto con decisione che il digiuno secco a cascata non solo è compatibile con raffreddori, influenze e infezioni respiratorie, ma può essere addirittura un acceleratore del recupero. Voronkova riferisce di casi osservati nel periodo Covid in cui i sintomi sono regrediti rapidamente continuando l’alternanza del metodo. Mamaeva spiega la cosa in termini energetici: se l’organismo non deve spendere risorse per digerire, può dirottarle verso la lotta contro il virus o contro i batteri.

Viene aggiunto che il muco, il naso chiuso e i sintomi da raffreddamento sono un tentativo del corpo di espellere ciò che non serve, e che il digiuno facilita questa espulsione.

Anemia cronica

Voronkova racconta di numerosi casi in cui persone con anemia cronica, talvolta presente fin dall’infanzia, hanno visto normalizzarsi emoglobina e ferritina dopo il percorso. La spiegazione proposta è che il problema non sia sempre la mancanza di ferro in sé, ma il fatto che l’organismo non lo assimili bene. Mamaeva riconduce spesso questa difficoltà all’intestino: se l’intestino è infiammato o alterato, il ferro introdotto con l’alimentazione non viene davvero utilizzato. Ripristinando l’apparato digerente, il corpo torna ad assorbire correttamente.

Bile, calcoli, cistifellea e assenza della cistifellea

Uno dei capitoli più ampi dei due video riguarda la bile. Viene contestata direttamente l’idea, attribuita ai medici e ai chirurghi, secondo cui la bile dovrebbe essere continuamente “stimolata” con pasti frequenti, grassi e acqua calda per evitare ristagni e calcoli.

La spiegazione che viene proposta è più articolata. Nelle prime ore di digiuno, fino a circa 15 ore, la bile può anche apparire più concentrata; poi però, proseguendo nel digiuno, la concentrazione si riequilibra e non si produce quella deriva patologica che, secondo il discorso convenzionale, dovrebbe accompagnare il mancato frazionamento dei pasti. In questo quadro il digiuno secco a cascata non genera ristagno patologico, e anzi migliora la qualità della bile, i test epatici, la funzionalità della cistifellea e in alcuni casi anche la presenza di calcoli o polipi.

Quando la cistifellea non c’è più, il discorso diventa ancora più netto: il sistema gastrointestinale è già sottoposto a uno sforzo maggiore, quindi il riposo digestivo del digiuno è ancora più utile, non meno.

Muscoli, grasso, cellulite e acqua corporea

Un altro tema affrontato a lungo è il rapporto tra massa grassa e massa muscolare. Voronkova sostiene che nel digiuno secco venga utilizzato prima di tutto il tessuto adiposo, anche perché dal grasso il corpo ricava acqua metabolica. Quindi il metodo del digiuno secco a cascata riduce il grasso viscerale e la cellulite senza “mangiarsi” i muscoli.

Mamaeva collega questo punto alla cronologia del digiuno: i primi intervalli lavorano di più sul metabolismo glucidico e insulinico; oltre una certa soglia si rafforzano autofagia e meccanismi di conservazione della massa muscolare. Il messaggio pratico è che il metodo, specie se accompagnato da movimento, non è una minaccia per il tono muscolare ma una strategia di ricomposizione corporea.

Viene anche ribaltato il tema dell’idratazione: contrariamente all’obiezione più comune, le relatrici sostengono che, al termine del percorso, la capacità del corpo di utilizzare l’acqua è migliore, e che proprio per questo la percentuale corporea di acqua (misurata dai partecipanti con bilance impedenziometriche di varie marche) non scende ma aumenta.

Menopausa, Femoston, Angeliq e terapia ormonale

Nel secondo video c’è una lunga risposta sulla menopausa e sui farmaci ormonali. Mamaeva attacca in modo diretto preparati come Femoston e Angeliq, perché questi farmaci spengono alcuni sintomi ma al prezzo di effetti collaterali importanti sul tono dell’umore, sul sonno, sul sistema cardiovascolare e su altri rischi.

L’alternativa del digiuno secco a cascata è una costruzione più “fine”: una quota ridotta di estradiolo, una quota più ampia di estriolo e l’uso di progesterone bioidentico al posto di progestinici sintetici. Alla stessa domanda, Voronkova aggiunge che il digiuno secco a cascata è associato a risultati molto forti proprio sui sintomi della menopausa: vampate, sudorazione, irritabilità, ritenzione e oscillazioni dell’umore.

Hashimoto, tiroide e immunità

Sia Hashimoto sia la tiroide in generale occupano uno spazio notevole. Hashimoto non viene letto come un problema primario della tiroide, ma come un problema immunitario che si esprime sulla tiroide. In altre parole, il corpo attacca la ghiandola perché il sistema è già in squilibrio, e il luogo chiave da cui ripartire è ancora una volta l’intestino, cioè la sede principale dell’immunità.

Nel primo video Mamaeva parla anche della gestione farmacologica della tiroide e critica la pratica standard di somministrare soprattutto T4, paragonandolo al petrolio che dovrebbe essere trasformato in benzina. Se la tiroide non converte bene, secondo questa analogia, il corpo riceve una materia prima che non riesce a usare davvero. Per questo vengono valorizzate formulazioni che includono anche T3. Se la tiroide non c’è più, il supporto ormonale resta necessario, ma viene sostenuto che debba essere ragionato in modo più efficace.

Diabete di tipo 2 e cambiamento dello stile di vita

Sul diabete di tipo 2 il tono dei due video è particolarmente assertivo: il digiuno secco a cascata è uno strumento in grado di normalizzare la glicemia, ridurre o eliminare farmaci e cambiare radicalmente il terreno metabolico. Mamaeva afferma esplicitamente che nella sua esperienza il diabete di tipo 2 può essere eliminato.

Voronkova però aggiunge una precisazione importante: il punto non è fare il ciclo dei trenta giorni e poi tornare a vivere come prima. Il percorso ha senso se innesca un cambiamento duraturo delle abitudini: alimentazione, microflora, pensieri, scelte quotidiane. La guarigione rimane nella misura in cui rimangono le abitudini sane.

Linfadenite, lipomi, papillomi, varici, cisti e altri quadri cronici

Nel secondo video si entra in una lunga casistica di domande. La risposta di base è quasi sempre la stessa: il metodo libera risorse, abbassa l’infiammazione, riequilibra l’intestino, alleggerisce il carico tossico e quindi favorisce il recupero di condizioni molto diverse tra loro.

In questo quadro vengono presentati come migliorabili o risolvibili:

  • linfadenite;
  • lipomi;
  • papillomi;
  • varici e nodi varicosi;
  • cisti ovariche, miomi ed endometriosi;
  • cisti renali e altri accrescimenti benigni;
  • menopausa e sintomi collegati;
  • problemi della pelle, comprese reazioni da eliminazione nel corso dei cicli ripetuti.

Tuttavia, in alcune situazioni la risposta deve essere prudente. Ad esempio, la linfadenite viene definita molto individuale e dipendente dalle risorse dell’organismo. Ma il principio generale resta invariato: il corpo, se alleggerito e riportato in equilibrio, può sciogliere o ridurre molte alterazioni che in altri contesti vengono trattate solo come lesioni da monitorare o asportare.

Ernie, colonna vertebrale e movimento

Viene fatta una distinzione netta tra le ernie esterne, cioè quelle in cui un cedimento dei tessuti porta fuori una parte del contenuto corporeo, e i problemi della colonna. Le prime vengono considerate un quadro da chirurgia: una volta che il tessuto connettivo ha ceduto, non si rimette a posto da solo. La colonna vertebrale è invece un altro discorso. Qui il metodo del digiuno viene presentato come un acceleratore di rigenerazione, soprattutto se associato a esercizi specifici; tra questi viene citata più volte la posizione del coccodrillo del Makarasana Yoga.

Pane, fame, alimentazione intuitiva e abitudini

Una parte interessante delle domande riguarda il rapporto pratico con il cibo. Sul pane, per esempio, Voronkova è molto chiara: non si tratta di demonizzarlo in astratto, ma di riconoscere che molte abitudini alimentari sono solo abitudini. Nel percorso queste abitudini cambiano, perché l’organismo ripulito sviluppa reazioni più nette a ciò che appesantisce e più desiderio di ciò che alleggerisce.

Da qui discende un’altra idea importante del metodo di digiuno: il punto d’arrivo non è una dieta rigida, ma una forma di alimentazione intuitiva, cioè la capacità di ascoltare davvero il corpo e distinguere ciò che aiuta da ciò che compensa o appesantisce.

Anche la paura della fame viene trattata in modo specifico. Mamaeva afferma che, proprio perché il digiuno è secco, non si attiva la digestione e il senso di fame risulta spesso più gestibile rispetto ad altri tipi di digiuno.

Integratori, pregnenolone, parassiti e microflora

Sul tema degli integratori, la linea generale è di evitarli durante il percorso, salvo casi realmente particolari, perché il corpo è già impegnato in una pulizia intensa e non ha bisogno di ulteriori carichi. Lo stesso vale per il pregnenolone, precursore del progesterone, non necessario all’interno del percorso di digiuno.

Sui parassiti e sulle spore di muffa, la posizione è molto netta: non sopravvivono al digiuno. In questa visione, la vera trasformazione non è soltanto l’eliminazione di singoli “ospiti indesiderati”, ma il cambiamento della microflora intestinale, che dopo il percorso modifica in profondità gusti, appetiti e risposta dell’organismo.

Peso basso, allattamento e altri casi particolari

Alla domanda se il metodo sia possibile anche con peso basso, la risposta è sì: l’organismo elimina il superfluo senza “mangiare” ciò che gli serve davvero. Nel primo video il metodo viene escluso in gravidanza; nel materiale successivo compare anche la domanda sull’allattamento, a cui viene risposto richiamando casi di madri che hanno affrontato il percorso, anche se l’impostazione generale resta quella di valutare con attenzione il consumo di risorse e il contesto complessivo.

Riassumendo

Letti insieme, i due video costruiscono un messaggio unitario: il digiuno secco a cascata è uno strumento di pulizia profonda, riequilibrio metabolico, rigenerazione funzionale e trasformazione stabile delle abitudini. Non è un intervento tecnico limitato a un singolo sintomo, ma una riprogrammazione complessiva dell’organismo e del rapporto con il cibo, con il proprio corpo e con la salute.

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(16 aprile 2026)

Il digiuno è libertà

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Quando Gesù dice che certi demoni si vincono solo con la preghiera e il digiuno (Matteo 17:21), cerco di leggere questa frase in senso ampio. Mi sembra infatti che i demoni indichino tutto ciò che, dentro e fuori di noi, si alimenta di paura, dispersione, inerzia e mancanza di governo di sé. In questa prospettiva, un rapporto disordinato con il cibo non è mai soltanto un fatto materiale: può diventare un fattore di nervosismo, di dipendenza, di ottundimento interiore, e quindi favorire proprio quelle condizioni mentali in cui i demoni prosperano. Il digiuno, allora, non sarebbe una mortificazione fine a se stessa, ma una pratica di libertà e di ascesi: un modo per sottrarre nutrimento agli impulsi che ci dominano e per restituire alla coscienza lucidità, coraggio e padronanza di sé.

Il pensatore che più si avvicina a questa mia lettura è Evagrio Pontico (346-399), nato a Ibora, nel Ponto dell’Asia Minore, e morto nella Cellia, nel deserto nitriota d’Egitto. Evagrio fu uno dei grandi sistematori della sapienza dei Padri del deserto. La sua idea centrale è che il combattimento spirituale si gioca anzitutto nei logismoi, cioè nei pensieri che assediano la mente: non semplici idee passeggere, ma schemi interiori ricorrenti che seducono, indeboliscono e disorientano. Egli ne elenca otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. In questa visione i demoni agiscono attraverso le passioni e i pensieri che tolgono unità alla persona; e la prima porta d’accesso è spesso la gola, perché chi non governa l’appetito fatica poi a governare anche il resto.

Qui è utile precisare alcuni termini. Ascesi viene dal greco askesis e significa originariamente “esercizio”, “allenamento”: non odio del corpo, ma disciplina orientata a un fine. Logismoi, come si è detto, sono i pensieri che si presentano alla mente con forza quasi ossessiva e cercano di piegare la volontà. Accidia, dal greco akēdia, non è semplice pigrizia: è piuttosto una stanchezza del cuore, una forma di tedio, di svogliatezza e di indifferenza che svuota il gusto del bene e rende pesante ogni compito interiore. In questa accezione, l’accidia non è soltanto “non aver voglia di fare”, ma non riuscire più ad aderire con slancio a ciò che si riconosce come buono, vero o necessario. È per questo che la tradizione l’ha considerata così pericolosa.

Le intuizioni di Evagrio furono trasmesse in Occidente soprattutto da Giovanni Cassiano (ca. 360-435), nato in Scizia Minore — l’odierna Dobrugia, tra Romania e Bulgaria — e morto a Marsiglia, dove fondò l’abbazia di Saint-Victor. Cassiano afferma con chiarezza che la prima battaglia è contro la gola e che non esiste una sola regola di digiuno valida per tutti: il criterio dev’essere proporzionato alla costituzione, all’età, al sesso e alla condizione concreta di ciascuno. Questa precisazione coincide molto con ciò che intendo anch’io: il digiuno autentico non è fanatismo né rigidità astratta, ma conoscenza di sé, misura, correzione progressiva, e — aggiungerei — anche attenzione medica e studio. Cassiano insiste inoltre che l’astinenza troppo dura, se poi è seguita da compensazioni eccessive, perde il suo frutto; non è il rigore in sé a liberare, ma una continenza equilibrata e stabile, capace di rendere la mente più limpida.

A questa linea appartiene anche Atanasio di Alessandria (ca. 293-373), nato e morto ad Alessandria d’Egitto, autore della celebre Vita di Antonio. Il protagonista del libro, Antonio il Grande (ca. 251-356), nato a Koma presso al-Minyā in Egitto e morto presso il suo eremo vicino al Mar Rosso, diventa il modello di una lotta spirituale in cui i demoni tentano prima con il piacere e poi con la paura. Atanasio descrive i demoni come forze che producono confusione, angoscia, tristezza e timore della morte; ma aggiunge che essi vengono respinti da fede, preghiera, digiuno, umiltà, mitezza e libertà dall’ira. È un passaggio molto vicino a questo modo di vedere: i demoni non sono forti dove trovano una persona equilibrata, ma dove trovano una persona interiormente scomposta; e arretrano quando la coscienza ritrova ordine, coraggio e centratura.

In seguito, questa interpretazione viene ripresa anche da Giovanni Crisostomo (347-407), nato ad Antiochia e morto in esilio a Comana, e da Tommaso d’Aquino (1224/25-1274), nato a Roccasecca presso Aquino e morto a Fossanova. Crisostomo vede nell’incontinenza del ventre una delle prime vie attraverso cui l’uomo perde vigilanza. Tommaso, con il suo linguaggio più sistematico, spiega che il digiuno ha tre fini: frenare le concupiscenze, elevare la mente alla contemplazione e riparare il peccato; ma precisa anche che deve sempre rispettare la natura, cioè non deve distruggere la persona nel tentativo di salvarla. In questo senso, la misura non è un compromesso al ribasso: è una forma superiore di sapienza, perché sa coniugare disciplina e realtà.

Anche in età moderna il tema ritorna. Giovanni XXIII (1881-1963), nato a Sotto il Monte e morto a Roma, parla della penitenza come di una forza capace di tenere a freno la concupiscenza e denuncia la ricerca smodata dei piaceri, che indebolisce le facoltà più nobili dello spirito. Benedetto XVI (1927-2022), nato a Marktl am Inn in Baviera e morto nella Città del Vaticano, definisce il digiuno una “arma spirituale” contro gli attaccamenti disordinati e insiste sul fatto che esso aiuta a unificare corpo e anima, a evitare il peccato e a controllare gli appetiti senza negare il valore del corpo. Anche qui ritroviamo una conferma importante: la pratica non vale per la quantità della privazione, ma per la qualità dell’ordine interiore che produce.

Da buddista, trovo però essenziale allargare lo sguardo oltre il lessico cristiano. Il linguaggio dei “demoni” può essere compreso non solo teologicamente, ma anche come nome simbolico di tutto ciò che ci distrugge interiormente, ci separa dalla nostra anima, ci squilibria, ci fa ammalare e ci rende schiavi di passioni tristi e di confusione. In questo senso, il nucleo della riflessione vale ben oltre una singola religione. L’ascesi è presente, in forme diverse, in quasi tutte le grandi tradizioni spirituali.

Il Budda Shakyamuni, negli insegnamenti più antichi (Theravada), ci invitava a non abbandonarci ai piaceri, ma nemmeno a spezzarci con pratiche estreme e distruttive (cfr. mio e-book sulla non-violenza a pag. 57, nota 11).

Digiuno, preghiera, meditazione, vigilanza, sobrietà e cura del corpo appartengono a un tipo universale di esperienza: cambiano i simboli, le teologie e i riti, ma resta costante la consapevolezza che senza disciplina interiore la paura ci governa, mentre con una pratica giusta e proporzionata impariamo, poco a poco, a non offrire più alimento a ciò che ci rende schiavi.

Un digiuno fatto bene, unito a una costante pratica spirituale, è uno stato di grazia, un meraviglioso regalo, non una privazione.

(14 marzo 2026)

Il Budda e la salute: perché non mangiare di sera, meglio solo di mattina

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Quando si parla della regola buddista di non mangiare dopo mezzogiorno (o, in traduzioni letterali, di “non mangiare fuori tempo”), generalmente, in molti testi divulgativi in italiano, ci si limita a considerarne le motivazioni sociali, trascurando del tutto quelle salutistiche o, peggio, asserendo che non ce ne sono. Nei testi che ho letto, tra l'altro, di solito manca una precisa citazione dei testi canonici.

Per queste ragioni, ho deciso di scrivere questo piccolo approfondimento.


Le motivazioni salutistiche

Partiamo dal Majjhima Nikāya 70 (Kīṭāgiri Sutta), nel Sutta Piṭaka del Canone pāli:

Il Budda afferma in prima persona di evitare il pasto notturno e descrive gli effetti che osserva: meno disturbi, meno malattie, leggerezza, agilità, forza e una vita più confortevole. Poi invita i monaci a fare lo stesso.

Traduzione:

“Così ho udito.

Una volta il Beato stava peregrinando nel paese dei Kāsī insieme a una grande comunità di monaci. Là il Beato si rivolse ai monaci:

‘Monaci, io mangio astenendomi dal pasto notturno. E, monaci, astenendomi dal pasto notturno, mi riconosco in questo modo: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.

Su, monaci: anche voi mangiate astenendovi dal pasto notturno. E anche voi, monaci, astenendovi dal pasto notturno, vi riconoscerete così: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.’

‘Sì, venerabile’, risposero quei monaci al Beato.”


Dopo mezzogiorno?

Nel sutra appena citato la formula è rattibhojana (pasto notturno). La regola del “dopo mezzogiorno” è formulata in modo più preciso nel Vinaya (la disciplina monastica).


Le motivazioni sociali

La motivazione del proteggere se stessi dai pericoli e del non disturbare i laici di notte per elemosinare cibo si trova, ad esempio, in MN 66, nella maledizione pronunciata da una donna spaventata da un monaco:

In passato, i mendicanti vagavano alla ricerca di elemosine nel buio della notte. Si addentravano in una palude, cadevano in una fogna, urtavano contro un cespuglio spinoso, si scontravano con una mucca addormentata, incontravano giovani in fuga dopo aver commesso un crimine o diretti a commetterne uno, oppure venivano invitati da una signora a compiere atti osceni.
 

Una volta mi capitò di vagare in cerca di elemosina nel buio della notte. Una donna che lavava una pentola mi vide alla luce di un lampo. Spaventata, gridò: “Ahimè! È un maledetto demone!”.
 

Quando disse questo, io le risposi: “Sorella, non sono un demone. Sono un mendicante in attesa di elemosina”.
 

“Muori, padre del mendicante! Muori, madre del mendicante!”. Meglio farsi squarciare il ventre con una affilata mannaia da macellaio che vagare per l'elemosina nel buio della notte per il bene del proprio ventre!


Contesto storico e approfondimenti

Riporto una traduzione della nota 227 del monaco Bhikkhu Sujato, tratta dal PDF "SuttaCentral Editions - Middle Discourses II" a pag. 151:

Sebbene non sia riuscito a trovare alcuna regola giainista riguardante il mangiare nel pomeriggio, non mangiare di notte (rattibhojanā) era una pratica standard degli asceti giainisti (Uttarādhyayana 19.30, 13.2; Dasaveyāliya 4.6, 6.26; Sūyagaḍa 1.2.3.3). Essa fu adottata sin dalle prime fasi della Formazione Graduale (MN 27:13.9). Il mancato rispetto di questa regola da parte dei mendicanti portò alla definizione di una regola formale del Vinaya (Bu Pc 37). Tuttavia, alcuni finirono per pentirsi delle loro obiezioni, riconoscendo che il Budda aveva agito per il loro bene (MN 66:6.4). | La pratica correlata di mangiare in un'unica seduta, al contrario, non è richiesta nel Vinaya, ma era incoraggiata (MN 21:7.4, MN 65:2.1).

Concludo con un invito ad approfondire ulteriormente sui testi canonici, senza dare troppo credito a chi scrive senza citare le fonti.
(21 gennaio 2026)

Fabbisogno di proteine: il mito della carenza e il rischio dell’eccesso

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Cercando in rete, ognuno dà i suoi consigli sul fabbisogno quotidiano di proteine in un uomo adulto, che di solito è da 1g/kg/die in su. Per gli sportivi spesso i valori suggeriti vanno ben oltre, tipo 4,5g/kg/die per i body builders durante le competizioni. 

Lo scopo di questo articolo non è quello di asserire verità, ma di porre dubbi, citando e linkando un paio di libri.

Per cominciare, riporto un breve estratto dal libro di Armando D'Elia "Miti e Realtà dell'Alimentazione Umana", per suscitare riflessioni su come il fabbisogno proteico umano non sia così assoluto e certo nel modo con cui viene presentato oggi. E se fosse molto inferiore?

«[...] Oggi, lo studio e le proposte per la soluzione dei problemi dell'alimentazione e della salute dei popoli non possono più restare affidati solo alla buona volontà e alle libere, ma disorganiche (ancorché benemerite), iniziative di singoli ricercatori. Esse sono infatti coordinate ed elaborate soprattutto da due grandi organismi internazionali che sono sotto l'egida dell' ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE (O.N.U.): ci riferiamo alla F.A.O. e alla O.M.S..

E' pertanto essenziale conoscere le posizioni di queste due grandi organizzazioni, che operano a livello mondiale, sulla basilare questione del reale fabbisogno umano di proteine.

Nel 1957 un Comitato congiunto di esperti ad alto livello della FAO e della OMS si pronunciò per un bisogno giornaliero di proteine di 1 grammo per chilogrammo di peso; quindi, per un uomo del peso dì 70 chili, 70 grammi di proteine al giorno, esattamente la metà di quanto nel 1890 Moleschott, Voit, Vierordt ed altri, della scuola tedesca di Monaco - come riferimmo in precedenza - avevano ritenuto di stabilire come fabbisogno proteico ottimale quotidiano (140 grammi, sempre per un uomo del peso di 70 kg.).

Tuttavia ricerche più approfondite sui reali bisogni nutrizionali dell'uomo e soprattutto la consapevolezza crescente dei danni arrecati dagli eccessi proteici, indussero molti ricercatori e studiosi a ritenere che tale quantità stabilita da FAO e OMS (1 grammo di proteine /pro die / pro chilo) fosse troppo elevata. Cominciarono quindi a delinearsi varie proposte riduttive di tale misura; alla fine, nel 1963, la FAO e la OMS concordarono di dirozzare anche la quota da loro stabilita nel 1957, portandola a gr. 0,5, misura ancora oggi vigente ufficialmente (quindi 35 grammi al giorno per un uomo del peso di 70 Kg) [attenzione: quando D’Elia scrive «misura ancora oggi vigente ufficialmente» si riferisce all’epoca in cui compone il libro, negli anni ’90].

Occorre però mettere in evidenza che la SCUOLA IGIENISTA (Albert Mosséri) ritiene sufficiente una quantità di proteine giornaliere pari a 21 grammi, corrispondenti, quindi, a gr. 0,3 per chilogrammo di peso, sempre per un uomo pesante 70 kg.

Abbiamo, così, evidenziato le tre date più significative del tormentato cammino della quantificazione del fabbisogno reale di proteine dell'uomo: 1890,1957, 1963.

E' necessario ora precisare cosa si deve intendere con l'espressione, ripetutamente da noi usata, "grammi... pro die... pro chilo".

E' ben noto a tutti i vegetariani (e di ciò parlammo a lungo nel capitolo introduttivo) che le proteine sono presenti in quantità più o meno grande, in tutti indistintamente i cibi, sia di origine vegetale che di origine animale e che pertanto è un errore ritenere che le proteine si trovino solo nel cosiddetto "piatto forte" (carnami, formaggi, uova), che si differenzia dagli altri cibi solo perchè contiene percentualmente più proteine.

Orbene, dato per buono un fabbisogno proteico giornaliero di 0,5 grammi per ogni chilogrammo di peso corporeo (FAO-OMS, 1963), l'espressione "pro die" significa praticamente che è sufficiente (per un uomo di 70 Kg. di peso) assumere, DURANTE 24 ORE, 35 grammi di proteine (0,5 x 70) per coprire il proprio fabbisogno proteico.

Ma, attenzione! Non dobbiamo dimenticare che se si supera tale conclamato fabbisogno dì proteine si può provocare l'insorgenza di un quadro morboso da eccesso proteico (iperproteinosi). Non ci si deve allarmare, invece, se nelle 24 ore si ingerisce una quantità di proteine inferiore a quella indicata da FAO-OMS (dieta ipoproteica); una tale dieta non potrà mai essere patogena. In sempre più numerosi ambienti medici si ritiene auspicabile, infatti, proprio una drastica riduzione dell'apporto proteico ai fini salutistici, specialmente dopo una certa età. Si badi bene che "ipoproteica" non vuol dire "aproteica" (totalmente priva di proteine), per il semplice fatto che è praticamente impossibile nutrirsi senza proteine, dato che non esiste, come vedemmo, alcun cibo privo di proteine. [...]»

A proposito dei 0,3g/kg/die così come riportati da D’Elia a partire dalle posizioni di Mosséri, il libro di Albert Mosséri "La salute col cibo - Ortotrofia" fa una critica durissima al modo con cui è calcolato il fabbisogno proteico umano. Provo a fare una sintesi di alcuni punti trattati in entrambi i libri citati:

1. Le raccomandazioni classiche sono sovrastimate

Autori come Angiolani, Chittenden e, riportandoli, D’Elia ricordano gli studi di Liebig e Voit, che avevano trovato nei muscoli quasi solo acqua e proteine e ne avevano dedotto che per avere muscoli bisogna mangiare carne. Secondo Voit, per anni si è ripetuto che l’uomo ha bisogno di circa 118 g di proteine al giorno; poi lui stesso dimezza la cifra, ma il messaggio non viene recepito. La scuola igienista riprende questa critica, Mosséri incluso.

Mosséri sottolinea che, qualunque sia la quantità ingerita, tutto ciò che supera il bisogno reale viene eliminato: le analisi dell’urina mostrano che la perdita di azoto cambia pochissimo tra chi fa lavoro fisico e chi fa lavoro mentale. Questo per lui significa che:

- la richiesta proteica è modesta;

- la differenza di bisogno proteico tra soggetti molto attivi e sedentari è sorprendentemente piccola.

D’Elia riporta molti dati su diete ricche di proteine animali e aumento di patologie (tumori, malattie cardiovascolari, ecc.), e su come i benefici aumentino quando si riducono insieme proteine e grassi.

2. Gli esperimenti che suggeriscono un fabbisogno minimo

Mosséri si appoggia soprattutto alle ricerche dello scienziato danese Hindhede:

- Durante la Prima guerra mondiale, Hindhede, come consigliere dietetico della Danimarca, impose per tre anni un’alimentazione frugale, povera di proteine, a milioni di persone. In un anno, la mortalità del paese scese del 40%. Hindhede ne concluse che il fabbisogno reale è estremamente modesto, molto inferiore alle tabelle ufficiali (D’Elia riporta valori teorici di 21g/die per la scuola igienista). Riguardo alla ridotta mortalità, comunque, in Danimarca non cambiò solo la quota di proteine, ma calarono anche alcool, zucchero, tabacco, ecc. Non è banale isolare la responsabilità di un singolo fattore. Andrebbe fatto anche un discorso più generale sulla restrizione calorica, per il quale rimando al video in calce.

- Hindhede nutrì anche quattro bambini con una razione proteica molto bassa: non solo non si ammalarono, ma divennero “ottimi atleti”.

Mosséri riporta anche le osservazioni di Hirschfeld, che racconta di aver svolto lavoro fisico molto pesante mangiando la metà delle proteine “indispensabili” secondo le tabelle ufficiali, senza perdere azoto, peso o forza.

Per Mosséri, tutto questo dimostra che il corpo umano:

- si adatta bene a quote proteiche molto inferiori a quelle generalmente prescritte;

- mantiene forza e resistenza anche con un introito che i manuali definirebbero insufficiente.

3. La natura come prova vivente

Mosséri insiste su un argomento “di buon senso”:

- Il vitello cresce rapidamente nutrendosi solo di latte che contiene circa 3,5% di proteine, e più tardi bruca erba, che ne contiene ancora meno: eppure costruisce ossa e muscoli imponenti.

- Grandi erbivori come mucche, cavalli, elefanti, gazzelle sviluppano forte muscolatura con cibi a basso tenore proteico, come erbe e foglie.

Mosséri cita anche esempi umani:

- in India, i riksha walla (conducenti dei risciò) trascinavano carrozzelle con una media di 60 km al giorno, pur essendo vegetariani, mentre gli inglesi trasportati mangiavano molta carne;

- in una gara di marcia in Germania, tra 15 carnivori e 8 vegetariani, i primi sei arrivati furono tutti vegetariani, molti carnivori non terminarono la gara. Hindhede commenta: un regime povero di proteine aumenta la resistenza e “non ho mai sentito dire che un grande mangiatore di carne abbia vinto una corsa su lunga distanza”.

Per Mosséri, la natura mostra che non serve un alto apporto proteico per forza, resistenza e sviluppo muscolare.

D’Elia, seguendo il medico tedesco Lahmann, insiste molto sui neonati umani e sul latte materno come esempio di alimento a bassissimo tenore proteico per una crescita armoniosa. Mosséri, da parte sua, richiama spesso gli esempi di vitelli e altri piccoli di erbivori.

D’Elia ricorda che il latte umano ha una carica proteica di circa 0,9%, contro il 3,5% del latte vaccino, e che con questo latte “povero” di proteine il neonato umano raddoppia e poi triplica il proprio peso.

4. Non quantità ma qualità e varietà delle proteine

Mosséri ricorda che il corpo non usa le proteine così come vengono mangiate: le scompone in aminoacidi, che servono per:

- crescita e riparazione dei tessuti;

- sintesi di enzimi e ormoni;

- formazione delle proteine del sangue.

Sottolinea però che:

- gli esperimenti vengono spesso fatti su topi con proteine isolate, chimicamente alterate; per Hindhede le proteine isolate “non hanno alcun valore” perché il processo di separazione le degrada; quindi molte conclusioni su “proteine complete/incomplete” sono fuorvianti;

- è l’insieme delle proteine provenienti da fonti diverse (cereali, leguminose, noci, verdure) a fornire il corredo completo di aminoacidi, anche se ogni singolo alimento è “imperfetto”;

- le verdure verdi, pur contenendo “poche” proteine, le forniscono di ottima qualità, adatte a colmare le carenze di semi e legumi, e sono ricche di vitamine e sali alcalini.

Ne deriva che non serve innalzare molto la quota proteica: è sufficiente una dieta vegetale variata per coprire l’esiguo fabbisogno di aminoacidi. Una dieta basata su frutta, verdure a foglia e una quota moderata di semi e legumi copre l’esiguo fabbisogno proteico. Per completezza, comunque, sia D'Elia che Mosséri sono tiepidi e critici verso i legumi secchi come base della dieta: li ritengono molto concentrati, acidificanti, da usare con molta prudenza.

5. Perché troppa proteina fa male

Mosséri e D’Elia descrivono l’eccesso di proteine come qualcosa che logora rapidamente la salute, paragonandolo a una forma di intossicazione cronica:

- D’Elia dedica parecchie pagine ai danni da eccesso proteico: scorie tossiche, sovraccarico renale ed epatico, acidificazione, iperammoniemia, manifestazioni uricemiche (gotta, reumatismi), obesità, malattie cardiovascolari e tumorali;

- Mosséri elenca le tossine della cattiva digestione (fenolo, indolo, acido urico, ammoniaca, alcool, ecc.) che si producono per fermentazione/putrefazione intestinale.

6. Il ruolo della frutta e dei cibi poveri di proteine

Un altro tassello del ragionamento di Mosséri è la funzione “correttiva” di frutta e verdura:

- frutta (soprattutto agrumi) e verdure contengono pochissimi protidi, ma molte basi minerali e vitamine;

- durante diete a base di frutta, il corpo è costretto a bruciare le scorte accumulate di protidi e glucidi in eccesso, disintossicandosi e correggendo lo stato di acidosi tipico delle popolazioni civilizzate.

Il fatto che si possa vivere periodi più o meno lunghi quasi solo di frutta, per Mosséri, mostra ancora una volta che il fabbisogno quotidiano di proteine è modesto e facilmente coperto da un’alimentazione naturale non concentrata. Tuttavia, per Mosséri queste diete di sola frutta sono per una temporanea disintossicazione, non necessariamente il regime di tutti i giorni.

D’Elia collega anche il ruolo “correttivo” della frutta al fatto che, secondo lui, esiste una continuità naturale tra latte materno e frutta: i due alimenti avrebbero una funzione privilegiata nel nutrire l’uomo, dall’infanzia all’età adulta.

7. La “psicosi delle proteine” e il mito della carne

D’Elia parla esplicitamente di una vera e propria “psicosi da proteine”: ogni volta che si propone di ridurre o eliminare la carne, la prima obiezione che sente è la famosa domanda «... e le proteine?»

Secondo lui questa paura nasce da tre idee intrecciate:

- proteine = carne (come se i vegetali non ne contenessero);

- le proteine sarebbero “il” nutriente più importante, da privilegiare rispetto a tutti gli altri;

- più proteine = più salute e forza, soprattutto se sono proteine animali.

Nel suo libro mostra invece che:

- le proteine sono ubiquitarie: ogni filo d’erba, ogni frutto, ogni seme contiene una quota proteica;

- il fabbisogno umano è relativamente modesto;

- l’ossessione per i cibi iperproteici (carne, latticini, uova) è alimentata anche da ciò che lui chiama “venditori di proteine animali”: allevatori, industrie della carne, lattiero-casearie, del pesce, degli omogeneizzati, ecc., che hanno tutto l’interesse a mantenere alta la domanda.

In questo contesto D’Elia riporta la sintesi di T.C. Fry su tre grandi miti proteici:

1. «Per godere buona salute bisogna mangiare carne»
L’idea è che la carne sarebbe la “miglior fonte” di aminoacidi, quasi indispensabile. D’Elia osserva che, se guardiamo al mondo animale, i grandi animali da lavoro (buoi, cavalli, elefanti…) vivono e sviluppano muscoli notevoli mangiando solo vegetali, e che anche i carnivori, in natura, non vivono di sola carne ma assumono regolarmente parti vegetali.

2. «In ogni pasto devono esserci tutti gli aminoacidi essenziali»
Questo mito deriva dalla teoria dell’“aminoacido limitante”. D’Elia la presenta come un costrutto teorico lontano dai fatti: nella pratica, una dieta vegetale variata fornisce nel tempo tutti gli aminoacidi necessari, senza bisogno di combinazioni precise a ogni singolo pasto.

3. «Una dieta altamente proteica è salutare per l’uomo»
Fry, citato da D’Elia, nota che la famosa soglia di 1g/kg/die finisce per essere ripetuta come dogma e usata per giustificare regimi molto proteici, mentre in realtà, per un adulto con attività moderata, basterebbe circa metà di quella quota. Sostenere che tutti abbiano bisogno di “alte proteine” significherebbe, per lui, normalizzare abitudini alimentari che i dati epidemiologici collegano a maggior rischio metabolico e cardiovascolare.

Questa “psicosi” non riguarda solo la salute individuale ma anche l’immaginario collettivo: D’Elia parla di un vero “mito della fame di proteine” su scala planetaria, usato per presentare come inevitabile l’espansione degli allevamenti e la necessità di “produrre sempre più proteine animali”, mentre gli studi agronomici da lui citati mostrerebbero che le proteine vegetali disponibili sarebbero più che sufficienti a nutrire una popolazione mondiale ben superiore all’attuale, se usate direttamente per l’alimentazione umana.

D’Elia nota inoltre che i casi di vera carenza proteica descritti in letteratura riguardano quasi sempre situazioni estreme (guerre, carestie, malattie) e spesso problemi di assimilazione, non persone sane che mangiano “troppo poca carne” nella vita di tutti i giorni.


Detto ciò, ringrazio coloro che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui. Le tabelle proteiche ufficiali derivano da errori concettuali e da esperimenti poco realistici? O peggio da meri interessi delle lobby della carne, ovvero dell'insieme di imprese e organizzazioni legate alla produzione, trasformazione e vendita della carne, che cercano di influenzare le decisioni politiche, economiche e l’opinione pubblica a favore dei propri interessi?

Leggendo D’Elia e Mosséri, viene voglia di chiedersi se il margine di sicurezza che ci hanno dato sulle proteine non sia diventato, di fatto, un’abitudine all’eccesso. Abitudine, tra l'altro, incompatibile con uno stile di vita basato su una sana restrizione calorica senza malnutrizione. A tal riguardo, suggerisco una visione del video seguente "La restrizione calorica è veramente l'elisir di lunga vita?" del prof. Luigi Fontana:

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(16 novembre 2025)

Vaccini a mRNA COVID-19: 245 fonti sul rischio oncologico (cancro)

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Un'analisi approfondita della letteratura attuale (245 fonti scientifiche) mostra che l'infezione da SARS-CoV2 e le vaccinazioni (multiple) con LNP-mRNA potrebbero suscitare un effetto di promozione del cancro attraverso diversi meccanismi, tra cui l'interruzione dell'immunosorveglianza e l'induzione dell'infiammazione nel microambiente tumorale, l'interruzione del controllo dell'autofagia, l'interruzione delle vie oncosoppressorie e l'attivazione dei recettori chinasi coinvolti nella proliferazione cellulare, nella migrazione cellulare e nell'EMT.

Un ruolo importante in questi eventi è svolto dalle proteine Spike, che possono portare alla down-regulation dell'ACE2 protettivo e alla concomitante attivazione del percorso AXL. Questi eventi potrebbero combinarsi e attivarsi in modo ridondante nei pazienti vaccinati che hanno contratto l'infezione più volte, e in un tempo relativamente breve.

Questa spiacevole situazione (effetto cocktail) determinerebbe un sinergismo dei danni e delle alterazioni causati dal virus e dall'mRNA pro-vaccino, che può portare a un effetto "catastrofico": il cancro.

Questo scenario sarebbe più probabile nei pazienti oncologici e negli individui con cancro non diagnosticato, e ancora di più negli individui suscettibili al cancro a causa di difetti genetici predisponenti.

Segue la ricerca scientifica del dott. Ciro Isidoro, intitolata: "Vaccini a mRNA contro SARS-CoV2 e anti-COVID-19: esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?", pubblicata il 28 ottobre 2025

PDF in italiano: vaccini-covid-cancro-italiano.pdf (fonte)

PDF in inglese: vaccini-covid-cancro-inglese.pdf (fonte)

(8 novembre 2025)

Dieta e depressione, cibo e umore, alimentazione e salute mentale

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Quanto mangiamo e beviamo può influenzare come ci sentiamo. Negli ultimi anni, studi osservazionali, trial clinici e meta-analisi hanno collegato alcuni modelli alimentari a maggior irritabilità o sintomi depressivi, e altri a un maggiore benessere psicologico.

Vediamo alcuni esempi che possono darci indicazioni, fermo restando che la cosa più importante è imparare a conoscere se stessi.


1) Associazioni con irritabilità, malessere o depressione

Alimenti ultra-processati (UPF)

  • Umbrella review (BMJ, 2024): alta esposizione a UPF associata a maggior rischio di “common mental disorders” (oltre a molte altre patologie). Leggi lo studio.
  • Coorte Nurses’ Health Study II (JAMA Network Open, 2023): quintile più alto (>8,8 porzioni/die) vs più basso (<4) = HR 1,49 per depressione (definizione “strict”); componenti più associati: bevande con edulcoranti (HR 1,37) ed edulcoranti (HR 1,26). Dettagli.

Bevande zuccherate e “diet” vs caffè/tè “senza nulla”

Studio prospettico su 263.000 anziani USA: più bevande zuccherate, soprattutto “diet”, = rischio più alto di depressione; caffè senza dolcificanti = rischio più basso. Leggi lo studio.

Indice glicemico / carico glicemico elevati (raffinati, zuccheri)

Women’s Health Initiative (2015): diete ad alto IG associate a maggior rischio di depressione in post-menopausa. Articolo.

Fast-food e prodotti da forno industriali (grassi trans, ecc.)

Caffeina (dose alta) e ansia; energy drink

  • Meta-analisi (2024): >400 mg/die di caffeina associati ad aumento del rischio di ansia. Testo completo.
  • Coorti su giovani adulti: maggior consumo di energy drink associato a più ansia (cross-sectional) e peggioramento nel tempo (longitudinale). Studio 1 · Studio 2

Alcol e salute mentale

Analisi bidirezionale (2024): bere alcol e sintomi depressivi si influenzano reciprocamente nello stesso individuo. Approfondisci.


2) Associazioni con benessere psicologico o “calma”

Frutta e verdura

  • UK + Australia, studi longitudinali: aumenti di porzioni predicono maggior felicità e soddisfazione entro 24 mesi. Articolo · Open-access
  • RCT (14 giorni) in giovani adulti a basso consumo: più frutta/verdura = ↑ vitalità e flourishing. Dettagli

Pattern mediterraneo

  • RCT SMILES (2017): consulenza nutrizionale verso dieta mediterranea migliorò significativamente i sintomi vs controllo. Studio · discussione/repliche: 1 · 2
  • RCT AMMEND (2022): giovani uomini con depressione: dieta mediterranea per 12 settimane = riduzione dei sintomi. Full text · PubMed
  • Popolazione generale: maggiore aderenza a diete “sane” (Mediterranea/MIND/EAT-Lancet) si associa a meno depressione/ansia. Nat. Commun. 2024

Frutta secca a guscio (noci, mandorle, ecc.)

UK Biobank, 13.5k adulti senza depressione all’inizio: ≈30 g/die associati a −17% rischio di depressione (HR 0,83) a 5,3 anni. Articolo · PubMed

Fibre alimentari / integrazione di fibre fermentabili

  • Meta-analisi (2023): +5 g/die di fibre = −5% odds di depressione negli adulti; associazione più forte negli adolescenti. Fonte
  • Review (2024): evidenza osservazionale coerente, RCT ancora pochi/inconsistenti. Approfondimento

Pesce / omega-3

  • Meta-analisi prospettiche: consumo di pesce e/o omega-3 inversamente associati al rischio di depressione (effetti modesti). Analisi 1 · Analisi 2
  • In terapia (RCT): umbrella review (2024) — benefici piccoli e non sempre consistenti; possibili effetti quando l’integratore è EPA-predominante. Review · Coerente con

Probiotici / alimenti fermentati (“psicobiotici”)

  • Volontari sani: probiotico multispecie ridusse la reattività cognitiva alla tristezza (marker di vulnerabilità depressiva). Studio
  • fMRI: 4 settimane di latte fermentato con probiotici modificarono l’attività di reti cerebrali legate all’elaborazione emotiva. Testo completo · PubMed
  • Meta-analisi 2023–2024: riduzione dei sintomi depressivi con probiotici (entità da piccola a moderata; eterogeneità alta). BMC Psychiatry · PubMed

Tè verde / L-teanina

  • RCT (adulti sani, 4 settimane, 200 mg/die): ↓ ansia e depressione auto-riferita, ↑ qualità del sonno. Articolo
  • Systematic review (2024): segnali di beneficio in popolazioni cliniche, necessari RCT più solidi. Review
  • Per il tè come bevanda: meta-analisi osservazionali suggeriscono associazione inversa con il rischio di depressione, evidenza non univoca. Meta-analisi · Review 2023

Cacao / dark chocolate (flavanoli)

  • Dati esploratori: cross-sectional NHANES (2019) — dark chocolate associato a minori odds di sintomi depressivi. Studio
  • Piccoli RCT: effetti acuti/sub-cronici sui toni dell’umore. Esempio

Come nota finale, conta il quadro complessivo, non il singolo alimento.
E' importante ascoltare i propri segnali (sonno, energia, irritabilità), e provare cambiamenti graduali e sostenibili.

Di solito il malessere deriva da una molteplicità di cause. Pur per quanto l'alimentazione possa essere fortemente impattante, c'è molto altro da considerare. Anche i bisogni e le scelte alimentari personali possono andare ben oltre le ricerche qui presentate.

(2 ottobre 2025)

Nutrire il Corpo, Difendere l'Anima dai Parassiti Energetici

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Una riflessione sulla relazione tra alimentazione, stati interiori e igiene energetica

Disclaimer: Questo articolo attinge a una vasta gamma di tradizioni spirituali, filosofiche ed esoteriche — dall’Ayurveda all’Alchimia occidentale, dal Vedānta alla Teosofia — senza la pretesa di rappresentare fedelmente una singola scuola di pensiero. I concetti qui presentati sono frutto di una libera sintesi interpretativa e non costituiscono verità dogmatiche.


Sfumature di un concetto invisibile

Nelle correnti esoteriche d’Oriente e d’Occidente ricorre l’immagine di entità sottili – talvolta chiamate “larve astrali”, “forme‑pensiero” o “parassiti energetici” – che proliferano dove il campo vitale umano si fa turbolento o stagnante. La tradizione descrive questi agglomerati come sedimenti emotivi condensati, capaci di attingere forza dalle frequenze più basse emanate dall’essere umano: paura, collera, senso di mancanza, compulsione, euforia incontrollata. Non è materia di microscopia, bensì di una simbologia antica che invita a osservare le pieghe invisibili della vita interiore.

Il pensiero esoterico si fonda su un principio essenziale: ogni cosa vibra secondo una scala di “densità” che ingloba corporeità, emozioni e pensieri. Ciò che è leggero, vitale, armonico si colloca verso l’alto; ciò che è greve, stagnante o caotico scende verso il basso. L’alimentazione interviene su questa scala più di quanto appaia: nutre i tessuti, certo, ma incide anche sul ritmo fisiologico, sul tono psichico, sul flusso dell'energia vitale.

Ogni boccone è un atto magico”. Il cibo non fornisce soltanto calorie: veicola memorie, impronte ambientali, modalità di preparazione, intenzioni. Una pietanza coltivata senza pesticidi, raccolta con cura, cucinata in uno stato di quiete interiore, è più “luminosa” di un alimento industriale in cui risuonano fretta, chimica e sfruttamento. Consumare cibi ultraprocessati, e per di più in quantità eccessive o in uno stato emotivo agitato, aumenta la densità vibratoria dell’organismo e dà sostentamento ai parassiti energetici.

Il digiuno

Il digiuno è prima di tutto un atto di alleggerimento vibratorio: sottraendo per un intervallo di tempo il consueto flusso di materia al corpo, si sottrae anche la “materia prima” su cui le forme‑pensiero parassitarie amano sostare. L’assenza di cibo rompe la catena di stimoli‑risposta che ancora la psiche agli impulsi più densi: la frequenza complessiva sale, e con essa la naturale repellenza verso presenze capaci di proliferare solo in terreni appesantiti.

Il digiuno è una “forgia interna”. La forgia è il luogo dove il metallo viene sottoposto a calore intenso per essere purificato, ammorbidito e poi plasmato in una nuova forma. Allo stesso modo, il digiuno – nel suo significato esoterico e spirituale – è visto come un processo attraverso cui l'essere umano si sottopone a un “fuoco interiore”, non materiale ma psichico ed energetico.

Durante l’astensione dal cibo, l’organismo attraversa un periodo di disintossicazione, non solo fisica ma anche emozionale e mentale. Affiorano pensieri repressi, emozioni latenti, desideri non consapevoli. È come se la mancanza di stimolo esterno (il cibo) facesse emergere tutto ciò che normalmente resta sommerso nella quotidianità.

Durante il digiuno, le scorie emotive affiorano come bolle d’aria in superficie: paura della privazione, di non avere abbastanza (non solo cibo, ma anche affetto), antiche colpe, desiderio di consolazione. Quando si interrompe un’abitudine rassicurante, come mangiare, e ci si confronta con il vuoto, dietro a quel vuoto può emergere l’ansia di “non bastare”, di “non essere sostenuti”, di mancare qualcosa o a qualcuno, oppure semplicemente di non essere all’altezza. È un archetipo potente che il digiuno può far risalire alla coscienza. Per effetto di questa emersione, le larve astrali perdono la presa: il fuoco della consapevolezza, non più distratto dalla digestione, le consuma.

Naturalmente, tutto dipende da come scegliamo di stare con le emozioni che emergono: l’introspezione le scioglie, la fuga le lascia intatte.

Il digiuno, infine, è anche un rito: inizia con un’intenzione chiara, procede sotto la tutela di un respiro lento e pacifico, associato a meditazione, preghiere, camminate e altre attività consapevoli, e termina con un pasto di reintegrazione sobrio e benedetto. La cornice rituale funge da cerchio di protezione: ricorda che l’astinenza non è auto‑aggressione, bensì raffinazione dell’organismo e ampliamento del campo aurico. Così l’ascetismo alimentare non diventa terreno di nuove ossessioni – che sarebbero a loro volta nutrimento sottile per i parassiti – ma resta un gesto di libertà interiore, saldo e gentile al tempo stesso.

Trappole di appetito e stati d’animo

Il legame tra il gesto del nutrirsi e il piano sottile non si esaurisce nella materia ingerita: riguarda anche il "come" si mangia. Ogni episodio di alimentazione emotiva – la fame che placa l’ansia o riempie il vuoto‑noia – genera onde psichiche di bassa frequenza. Lo scenario tipico prevede un pensiero ricorrente (“serve zucchero subito”), tensione viscerale, soddisfazione effimera, calo di energia e senso di colpa. Il vortice alimenta un ecosistema perfetto per entità che prosperano in cicli ripetitivi. In quest'ottica, il parassita non è soltanto “qualcosa di esterno”, ma anche l’automazione interiore che si auto‑nutre di abitudini malsane.

Possiamo suddividere gli alimenti in categorie sottili. I cibi possono essere sattvici, tamasici e rajasici secondo la tradizione indiana:

Categoria simbolica Esempi culinari Effetto descritto
Satvica (leggera, armonica) Cereali integrali, verdure fresche di stagione, frutta matura, semi oleosi crudi Eleva la chiarezza mentale, facilita la meditazione
Rajasica (stimolante) Spezie piccanti, caffeina, cibi troppo salati Accende il dinamismo, ma se in eccesso induce agitazione
Tamasica (densa, stagnante) Carni conservate, fritti, alcol, alimenti raffinati Rallenta i processi sottili, predispone all’inerzia

Tale classificazione, letta con occhio contemporaneo, suggerisce che un’alimentazione predominante in cibi naturali, poco manipolati e assunti con sobria gratitudine mantiene il sistema vitale in una condizione di stabilità, sfavorevole agli ospiti parassitari.

Igiene energetica a tavola

  1. Ritmo consapevole
    Masticare lentamente, respirare prima del primo boccone, posare le posate a ogni morso: semplici gesti che spostano l’atto del mangiare dalla compulsione al rito. Il ritmo calmo eleva la frequenza del momento presente, interrompendo le correnti emotive su cui i parassiti fanno leva.

  2. Presenza emotiva
    Osservare le sensazioni che sorgono – desiderio, sazietà, nervosismo – senza giudizio, consente di disinnescare il circuito fame‑rilascio‑colpa. Lo sguardo lucido dissolve la nebbia vibratoria.

  3. Qualità dell’origine
    Privilegiare prodotti locali biologici o biodinamici, scegliere metodi di cottura leggeri, evitare ingredienti la cui provenienza è connessa a sfruttamento o crudeltà. L’etica imprime una firma energetica al piatto.

  4. Gratitudine e benedizione
    Molte tradizioni recitano un ringraziamento prima del pasto. Dirigere un pensiero di apprezzamento ristruttura la coerenza cardiaca e impregna l’alimento di un ordine informazionale che rende più difficile l’aggancio parassitario.

Il binomio “parassita‑cibo” include ingredienti immateriali: la digestione di esperienze, la trasformazione delle pulsioni, la salubrità dell’ambiente psichico. Contemplazione, respirazione profonda, esercizio fisico dolce, esposizione alla natura, arte e silenzio sono alimenti dell’anima; privarsene impoverisce le difese sottili ed espone l'anima alle larve, ai parassiti, ai demoni.

Conclusioni

La visione esoterica non pretende conferma empirica dalle scienze di laboratorio, pur dialogando talvolta con la psicologia e la psiconeuroendocrinoimmunologia, dove stress cronico e infiammazione sistemica riflettono – con linguaggio biochimico – ciò che l'esoterico interpreta come l'azione di parassiti.

Il legame tra parassiti energetici e cibo si muove sul crinale fra metafora e realtà sottile. La questione non si risolve nella sola liberazione da entità invisibili che si nutrono delle nostre energie ed emozioni più basse, ma esige un duplice impegno: erigere confini sottili che ci proteggano da tali presenze e, insieme, coltivare una vigilanza interiore capace di dissolvere le ombre psichiche prima che si addensino.

Una dieta equilibrata, assunta con misura, sobrietà e accompagnata da digiuni e da gesti di consapevolezza, diviene uno scudo naturale: nutre il corpo, rischiara la mente, e preserva l’intimo nucleo di energia da mendicanti invisibili in cerca di emozioni distruttive e pensieri negativi.

Il piatto quotidiano, allora, smette di essere un semplice carburante e si trasforma in un atto poetico di difesa e di celebrazione della vita.

(17 aprile 2025)

Dimostrato che evitare i vaccini è la "misura sanitaria" preventiva più importante

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Download copia dello studio scientifico: vaccini-malattie.pdf (15 novembre 2022)

FonteGarner, Joy. "Health versus disorder, disease, and death: Unvaccinated persons are incommensurably healthier than vaccinated." International Journal of Vaccine Theory, Practice, and Research 2.2 (2022): 670-686.

DOI: https://doi.org/10.56098/ijvtpr.v2i2.40

Mia traduzione delle conclusioni:

N.d.t.:

  • CGS: Sta per Control Group Survey (Indagine sul gruppo di controllo). Si tratta di un'indagine condotta su un campione rappresentativo di individui non vaccinati negli Stati Uniti, che mira a confrontare gli esiti di salute a lungo termine tra popolazioni vaccinate e non vaccinate. I dati raccolti dal CGS sono utilizzati per evidenziare differenze statistiche significative negli esiti di salute.
  • CDC: Rappresenta il Centers for Disease Control and Prevention. È l'agenzia di sanità pubblica degli Stati Uniti, che monitora e analizza le condizioni di salute pubblica, sviluppa linee guida e promuove campagne di vaccinazione. Nel contesto del documento, il CDC è citato sia come fonte di dati epidemiologici che come ente che promuove le politiche vaccinali.

In genere si sostiene che le persone non vaccinate hanno tassi più elevati di infezione da malattie “prevenibili da vaccino” rispetto a quelle vaccinate, ma in questo caso è dimostrato che i non vaccinati hanno tassi più bassi di danni che portano a malattie, disabilità e morte. Se l'obiettivo finale delle vaccinazioni fosse quello di prevenire danni, disabilità e decessi (e non sembra essere questo il caso), è evidente che hanno fallito. Al contrario, hanno aumentato drasticamente le condizioni di salute mortali e i decessi associati. Nel complesso, non c'è motivo di dubitare dei risultati essenziali del CGS: le persone che evitano i vaccini e l'iniezione di vitamina K sono molto più sane di quelle che accettano la falsa narrativa promossa dal CDC. I vaccini non salvano milioni di vite e non sono sicuri. Sebbene le infezioni da agenti patogeni che sono obiettivi del vaccino non fossero al centro dell'attenzione del CGS, è difficile credere che queste infezioni possano portare a esiti peggiori rispetto alle condizioni che le persone acquisiscono dopo aver ricevuto i vaccini che dovrebbero prevenirle.
 
[N.d.t.: Detto in termini più semplici e diretti, i problemi di salute causati dai vaccini superano quelli delle infezioni che dovrebbero prevenire. Suggerisco un confronto con "Medico radiato?! Secondo 153 medici italiani i bambini non vaccinati sono quelli più sani (lettera aperta al Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità)"]
 
Il CGS ha messo in luce il fatto che la “misura sanitaria” preventiva più importante che chiunque possa adottare per ridurre il rischio di malattie e disturbi invalidanti e mortali è semplicemente evitare l'esposizione ai vaccini e a tutti i prodotti farmaceutici correlati. Secondo i dati presentati qui, evitare questi prodotti riduce il rischio di qualsiasi condizione cronica in età adulta a meno del 5%. Ridurre il rischio di patologie croniche dal 60% (se ci si espone ai vaccini) al 5%, evitando tutti questi prodotti farmaceutici, è chiaramente una scelta di salute saggia. A mio avviso, non c'è dubbio che i vaccini siano in grado di causare una distruzione progressiva e a lungo termine della salute e che possano anche causare la morte. L'unica domanda che rimane, a cui ora il CGS ha risposto, è: quante sono le vittime? I grafici del Gruppo di Controllo dimostrano quante vittime ci sono state nel 2020, e questo prima dell'introduzione della nuova tecnologia, scarsamente valutata, utilizzata nei vaccini COVID-19. I vaccini danneggiano gravemente il sistema immunitario della maggior parte delle persone che vi sono esposte, causando così queste condizioni invalidanti e mortali, la maggior parte delle quali conduce a una morte precoce. Per concludere, basta osservare i risultati dei richiami multipli con le iniezioni di mRNA COVID-19 per capire che questi vaccini in particolare, i più costosi e i più distribuiti nella storia del mondo, non solo non sono sicuri, ma, in ultima analisi, sono notevolmente inefficaci nel prevenire sia la malattia da virus SARS-CoV-2 sia la morte dopo essere stati infettati e iniettati più volte con un vaccino COVID-19.

(26 dicembre 2024)

Mangiare insetti, ma che bontà! Peccato che non sia né utile, né sostenibile...

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«Mangiare insetti fa bene o fa male? E’ sano? Sono buoni?»

Se fossero queste le domande, secondo me saremmo fuori strada.

«Che visione abbiamo dell’essere umano, della salute, del suo rapporto con le altre persone, con gli animali, con la natura? Vogliamo continuare ad avere rapporti basati sulla violenza?»

Queste, forse, sarebbero domande più appropriate. Fa più ribrezzo, disgusto e dolore al cuore l’uccisione di un vitello, di un grillo o di un organismo prodotto in laboratorio (la cosiddetta “carne sintetica”)? In tutti e tre i casi, nessuna di queste azioni è necessaria, né salutare, né utile, né appropriata per la nostra biologia, né tanto meno per l’ecologia. Questo, almeno, è il mio sentire.

Ciò premesso, segnalo la seguente newsletter di SSNV:

Farina di grillo: perché non è né utile né sostenibile
https://www.scienzavegetariana.it/mail/news-comunicato-farina-grillo.html

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