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Buddismo

Fermare la reazione, coltivare la compassione

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Glossario buddista essenziale per il testo seguente

Bodhicitta e bodhisattva. La bodhicitta è l’intenzione di raggiungere il completo risveglio per il beneficio di tutti gli esseri. Il bodhisattva è chi ha generato questa aspirazione e percorre il cammino corrispondente. Il risveglio completo non è una semplice esperienza di calma: comporta il superamento delle afflizioni e degli ostacoli alla conoscenza, insieme alla piena maturazione della saggezza e della compassione.

Compassione e benevolenza. La compassione è il desiderio che gli esseri siano liberi dalla sofferenza e dalle sue cause. La benevolenza, o amorevole gentilezza, è il desiderio che possano conoscere la felicità e le condizioni che la rendono possibile. Non implicano approvazione indiscriminata dei comportamenti né richiesta di essere ricambiati.

Afflizioni mentali. Sono stati come l’attaccamento, l’ostilità e l’ignoranza che turbano la mente e alimentano la sofferenza. L’ignoranza, in questo contesto, non è semplice mancanza di informazioni, ma una comprensione errata della realtà. Non tutte le emozioni sono afflizioni: la pratica non mira a cancellare la vita affettiva.

Lojong. È il termine tibetano comunemente tradotto con addestramento mentale. Indica pratiche che trasformano gli atteggiamenti abituali, riducono l’egocentrismo e coltivano la bodhicitta, utilizzando anche le difficoltà quotidiane come occasioni di esercizio.

Madhyamaka e vacuità. Madhyamaka significa “Via di mezzo” e designa la tradizione filosofica sviluppata da Nāgārjuna, alla quale appartiene anche Śāntideva. La vacuità è l’assenza di esistenza intrinseca: persone e fenomeni non esistono da sé, indipendentemente da ciò da cui dipendono. Non significa che non esiste nulla.

Origine dipendente. Gli eventi sorgono attraverso cause e condizioni, non autonomamente. Nel Madhyamaka la dipendenza comprende anche il rapporto con le parti e con la designazione concettuale. Origine dipendente e vacuità non sono spiegazioni contrapposte: ciò che esiste in dipendenza è proprio per questo privo di esistenza intrinseca.

Dedicazione. È l’orientamento del merito, cioè del potenziale benefico della pratica e delle azioni virtuose, verso il risveglio e il bene degli esseri. Compare, per esempio, nella strofa 37 delle Trentasette pratiche dei bodhisattva.

Non reagire non significa subire

Non reagire può sembrare un invito a tacere, sopportare e lasciar correre. Ma il silenzio, da solo, non garantisce nulla: possiamo restare immobili mentre alimentiamo risentimento, oppure parlare con fermezza senza desiderare di ferire.

La domanda decisiva non è quindi soltanto se intervenire, ma da quale disposizione interiore nasca l’intervento. Stiamo cercando di comprendere e proteggere, oppure di restituire il dolore ricevuto?

Gli insegnamenti di Śāntideva e dei maestri dell’addestramento mentale indicano un percorso che collega vigilanza, comprensione e compassione. Fermare la reazione significa non lasciarsi governare automaticamente dalle afflizioni, non rinunciare all’azione.

Custodire la mente prima di agire

Il Bodhicaryāvatāra è un’opera del maestro indiano Śāntideva, composta in sanscrito e successivamente tradotta in tibetano. Nelle strofe V, 47–48, Śāntideva invita a esaminare la mente prima di muoversi o parlare e, quando siano presenti attaccamento o ira, a sospendere l’azione e la parola.

La strofa 48 si conclude con l’invito a:

«rimanere come un pezzo di legno».

Non è un ideale di insensibilità: la strofa precedente invita ad agire in modo appropriato dopo aver esaminato la mente. Si sospende l’obbedienza all’afflizione, non ogni possibilità di intervenire.

Nella vita quotidiana, possiamo tradurre questa indicazione in un gesto molto semplice: non inviare subito un messaggio, non aggiungere immediatamente una replica, non confondere l’urgenza di rispondere con la necessità di farlo.

La pausa non risolve ancora il conflitto. Può però evitare che la prima risposta lo renda più difficile.

Riconoscere le afflizioni, non condannare ogni emozione

Nella strofa 3 degli Otto versi dell’addestramento mentale, Langri Thangpa chiede di sorvegliare la mente in ogni attività e di intervenire «non appena sorge un’emozione distruttiva», poiché essa minaccia sia chi la prova sia gli altri. L’insegnamento riguarda le afflizioni mentali: il bersaglio non è la vita affettiva nel suo complesso, ma ciò che turba la mente e conduce al danno.

Questa distinzione impedisce due equivoci opposti. Il primo consiste nel voler diventare incapaci di sentire. Il secondo nel ritenere sufficiente riconoscere un’emozione, lasciandole poi intatta la direzione dell’agire.

Il precetto delle “tre difficoltà”, nell’Addestramento mentale in sette punti di Chekhawa (testo in inglese), descrive un lavoro progressivo: riconoscere l’afflizione quando nasce, contrastarla e interromperne la continuità. L’osservazione è l’inizio di una trasformazione, non il suo punto d’arrivo.

Possiamo ammettere che la rabbia sia presente senza trasformarla in una giustificazione. Possiamo anche riconoscere di aver già reagito male senza concludere che ogni sforzo sia inutile. Tra negare ciò che accade e obbedirgli esiste la possibilità di lavorarci.

Non occorre aggiungere un secondo conflitto al primo, combattendo contro il semplice fatto di provare qualcosa. Occorre comprendere quale direzione stiamo dando a ciò che proviamo.

Dalle interpretazioni alla comprensione della vacuità

Quando siamo coinvolti in un conflitto, possiamo confondere tre livelli: ciò che è accaduto, ciò che sentiamo e ciò che attribuiamo alle intenzioni altrui.

In Why Leaders Should Be Mindful, Selfless, and Compassionate (testo in inglese), il Dalai Lama osserva che rabbia e attaccamento possono ostacolare una comprensione completa e realistica della situazione. Coltivare una mente meno dominata da questi stati serve anche a giudicare meglio, non soltanto a sentirsi più tranquilli.

Possiamo cominciare distinguendo una constatazione da un’interpretazione. Una risposta non è arrivata: questo può essere un fatto. Che l’assenza di risposta esprima necessariamente disprezzo è già un’ipotesi. Non si tratta di sostituire a ogni interpretazione negativa una spiegazione rassicurante, ma di riconoscere ciò che ancora non sappiamo.

Questa cautela, tuttavia, non esaurisce l’insegnamento di Śāntideva. Nel capitolo VI, strofe 22–31, il sorgere condizionato dell’ira e delle azioni dannose diventa un argomento contro l’odio. La strofa 31 afferma:

«Per cui ogni fenomeno dipende da altri fattori
che a loro volta non sono indipendenti».

Non si tratta soltanto di correggere un giudizio affrettato, ma di mettere in discussione l’autonomia che attribuiamo a persone ed eventi.

Il collegamento con Nāgārjuna è essenziale. Nella strofa XXIV, 18 delle Mūlamadhyamakakārikā, origine dipendente, vacuità e designazione dipendente vengono esplicitamente collegate. La vacuità non è un’altra realtà nascosta dietro gli avvenimenti: esclude che essi esistano da sé.

Nel suo commento al Bodhicaryāvatāra (testo in inglese), Patrul Rinpoche applica questa comprensione alla pazienza. Sul piano relativo invita a contemplare la dipendenza del danno e di chi lo compie; sul piano ultimo, la loro vacuità. Sono prospettive da distinguere senza contrapporle.

Comprendere le condizioni non equivale quindi a cancellare la responsabilità. Possiamo riconoscere un comportamento dannoso senza trasformare chi lo compie in un nemico dotato di un’essenza immutabile. E possiamo riconoscere la sofferenza ricevuta senza attribuirle un’esistenza autonoma e assoluta.

La dipendenza non rende inutile intervenire. Nella strofa VI, 32, Śāntideva richiama proprio la possibilità che, attraverso condizioni appropriate, il flusso della sofferenza cessi. Anche la pratica entra a far parte delle condizioni che modificano ciò che accade.

La fermezza non richiede odio

Il Dalai Lama affronta esplicitamente il rischio che l’assenza di aggressività venga sfruttata. In Compassion and the Individual (testo in inglese) sostiene che, quando questo atteggiamento incoraggia un’aggressione ingiusta, può essere necessario assumere una posizione ferma e adottare contromisure, mantenendo però compassione e assenza di intenzioni malevole.

Possiamo interrompere una conversazione offensiva, rifiutare una richiesta dannosa o cercare protezione e sostegno. Opporsi a un comportamento non richiede di desiderare la sofferenza di chi lo compie.

Non reagire all’odio con altro odio non significa lasciare l’odio libero di agire.

Anche la protezione ha bisogno di discernimento. Una risposta non diventa compassionevole soltanto perché viene pronunciata con voce calma; occorre considerarne motivazione, mezzi e conseguenze.

La sofferenza non riguarda soltanto noi

La sospensione della reazione sarebbe incompleta se servisse esclusivamente a difendere la nostra serenità. Nel capitolo VIII del Bodhicaryāvatāra, strofe 90–96 (traduzione inglese), Śāntideva invita a meditare sull’uguaglianza tra sé e gli altri nel desiderio di felicità e nell’avversione alla sofferenza.

Non è necessario supporre che ogni essere abbia la stessa storia o viva le esperienze nello stesso modo. Il punto della contemplazione è diverso: la sofferenza altrui non diventa irrilevante per il fatto di non essere nostra.

Possiamo allora modificare la domanda che orienta la risposta. Non soltanto come uscire vincitori dalla situazione, ma quale comportamento possa ridurre il danno senza produrne altro.

Nella strofa 20 delle Trentasette pratiche dei bodhisattva, Thogme Zangpo osserva che, finché non viene domata la propria rabbia, la lotta contro i nemici esterni non trova conclusione; propone quindi di disciplinare la mente attraverso amore e compassione.

Questo non rende immaginari tutti i pericoli esterni. Invita piuttosto a riconoscere che possiamo continuare a riprodurre la logica del nemico anche quando cambia la persona contro cui la rivolgiamo.

Nel commento di Thogme Zangpo ai Sette punti (testo in inglese), la contemplazione della benevolenza e della compassione viene ampliata fino a comprendere tutti gli esseri. L’allargamento della cura appartiene a un addestramento, non alla pretesa di provare immediatamente lo stesso sentimento verso chiunque.

Possiamo cominciare da una disponibilità limitata ma sincera: non escludere qualcuno dal desiderio che si liberi dalla sofferenza e dalle sue cause, anche quando occorre impedirgli di nuocere.

Dalla compassione alla bodhicitta

La bodhicitta non coincide semplicemente con il desiderio di diventare persone più gentili o più utili. In The Brightly Shining Sun (testo in inglese), Patrul Rinpoche la definisce attraverso l’aspirazione al completo risveglio per il bene degli altri. Il beneficio degli esseri e il conseguimento del risveglio sono inseparabili in questa intenzione.

La compassione apre alla sofferenza altrui; la bodhicitta orienta l’intero cammino verso il risveglio per poter essere pienamente di beneficio. Non si tratta soltanto di gestire meglio una situazione difficile, ma di trasformare progressivamente le condizioni interiori da cui continuiamo a produrre confusione e sofferenza.

Nelle strofe I, 15–16, Śāntideva distingue la bodhicitta di aspirazione da quella di impegno attraverso l’immagine del desiderare un viaggio e del mettersi in cammino.

Formulare un’aspirazione non significa averne già realizzato la profondità. Ma non averla ancora realizzata non rende inutile cominciare. L’intenzione deve tradursi gradualmente nel modo di pensare, parlare e agire.

La pausa tra impulso e azione non serve allora soltanto a proteggere un equilibrio personale. Diventa un’occasione per non rafforzare ciò che ostacola il beneficio degli esseri.

Senza tale orientamento, il non reagire può restare una capacità utile. Con esso, può entrare in un cammino di trasformazione molto più ampio.

Portare la pratica nella giornata

All’inizio della giornata possiamo ricordare l’intenzione di non lasciare che ogni impulso diventi immediatamente parola o azione. Non una promessa di impeccabilità, ma un criterio al quale tornare.

Durante un contrasto possiamo riconoscere ciò che sta sorgendo, sospendere la risposta quando è possibile e distinguere fatti, interpretazioni e intenzioni. La domanda non riguarda soltanto la difesa della nostra posizione: riguarda anche ciò che la risposta potrebbe produrre.

Alla sera possiamo rivedere quanto è accaduto senza trasformare l’esame in un processo contro noi stessi. Nel commento ai Sette punti (testo in inglese), Thogme Zangpo propone di riconoscere gli errori e rinnovare l’impegno quando la condotta è stata contraria all’addestramento; quando invece è stata appropriata, invita a rallegrarsene e a proseguire.

Nelle strofe 36 e 37 delle Trentasette pratiche, lo stesso maestro invita a esaminare continuamente la condizione della mente, qualunque sia l’attività, per compiere il bene degli altri; quindi a dedicare la virtù al risveglio e alla liberazione degli esseri.

Il criterio non è aver trascorso una giornata priva di turbamenti. È aver riconosciuto, almeno qualche volta, la possibilità di non alimentarli e di scegliere una direzione diversa.

Non reagire non è scomparire dalla situazione. È entrarvi senza consegnare interamente la nostra condotta all’impulso del momento. La pausa acquista valore quando permette al discernimento di operare, alla compassione di allargarsi e all’intenzione di diventare azione.

Per proseguire lo studio

Fermare la reazione non è il punto d’arrivo: apre la possibilità di orientare la nostra vita al beneficio degli esseri. Questa aspirazione trova espressione in questa strofa:

«Finché esista lo spazio e finché esista l’universo,
possa anch’io esistere, per sconfiggere i dolori del mondo»
 
Śāntideva, Bodhicaryāvatāra, X, 55

Il Dalai Lama richiama questa strofa nella propria pratica quotidiana, insieme alla coltivazione della bodhicitta: un impegno che non si esaurisce nel ritrovare la calma, ma si estende alla liberazione degli altri dalla sofferenza.

Per approfondire l’opera di Śāntideva e gli insegnamenti qui incontrati, segnalo il corso Introduzione al Bodhicaryāvatāra di Ernesto Iannaccone.

(22 settembre 2026)

Il reale aspetto del Gohonzon (riunione di studio del Gosho, appunti)

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Appunti per la riunione di studio di settembre 2026, sul Gosho Il reale aspetto del Gohonzon.

Il percorso segue i tre brani selezionati nello studio mensile del Nuovo Rinascimento, n. 956, 24 agosto 2026.

Introduzione storica

Una lettera del 1277, nel periodo di Minobu. Il reale aspetto del Gohonzon è una risposta alla discepola Nichinyo, datata ventitreesimo giorno dell'ottavo mese del terzo anno di Kenji, il 1277, secondo il calendario del testo. Il luogo preciso di stesura è ignoto e la lettera non specifica da dove sia stata spedita. Sappiamo però che Nichiren risiedeva allora a Minobu: è dunque ragionevole collocarla in questo contesto [fonte].

Da Teradomari a una nuova fase dell'insegnamento. Rispetto alla Lettera da Teradomari, studiata a luglio, sono trascorsi sei anni. Nel 1271 Nichiren era diretto all'esilio a Sado dopo il tentativo di esecuzione di Tatsunokuchi. Quell'evento segna la manifestazione della sua identità di Budda nella vita di un essere umano comune. Dopo Tatsunokuchi, Nichiren comincia a iscrivere Gohonzon per i discepoli. La fede di cui parla a Nichinyo nasce quindi da un cammino attraversato da persecuzioni, separazioni e pericoli reali. [fonte]

Il Gohonzon era già stato spiegato e conferito. Durante l'esilio, Nichiren aveva composto due scritti fondamentali: L'apertura degli occhi, nel 1272, e L'oggetto di culto per l'osservazione della mente, nel 1273. In quest'ultimo chiarisce il Gohonzon come fondamento della pratica per manifestare la Buddità. Un esempio concreto è la Risposta a Kyo'o, del 1273: rivolgendosi alla famiglia di Shijo Kingo, già parla di un Gohonzon inviato per la bambina e incoraggia i genitori a una fede coraggiosa. Nel 1277, dunque, l'iscrizione e il conferimento dei Gohonzon hanno già una storia.

Perché Nichiren si trova a Minobu? Ricevuto il perdono dall'esilio nel 1274, torna a Kamakura e rinnova il suo ammonimento alle autorità. Anche questa volta non viene ascoltato. Nel maggio dello stesso anno si trasferisce nella zona del monte Minobu, nella provincia di Kai, dove il signore locale Hakiri Sanenaga era diventato suo seguace grazie a Nikko. La posizione gli consente una certa distanza dal centro del potere, restando raggiungibile da molti discepoli. Da una semplice abitazione continua a scrivere, insegnare e incoraggiare le persone: il ritiro a Minobu diventa un luogo di formazione per il futuro della propagazione. [fonte]

La vita quotidiana rende concreto il valore delle offerte. All'arrivo a Minobu, nel 1274, Nichiren descrive una carestia così grave che è difficile procurarsi perfino il riso. I discepoli lo raggiungono o inviano messaggeri con generi alimentari e altri beni. In questo ambiente, sostenere chi insegna e trasmette il Buddismo significa anche permettergli materialmente di vivere e continuare la sua attività. Il rapporto passa attraverso cose semplici: un viaggio, una lettera, il cibo trasportato fino alla montagna. Questo aiuta a comprendere il peso umano, oltre che religioso, dei ringraziamenti che aprono tanti Gosho. [fonte]

Nichiren rimane a Minobu fino all'ottavo giorno del nono mese del 1282. Ormai malato, parte con l'intenzione dichiarata di raggiungere le sorgenti termali di Hitachi, su consiglio dei discepoli. Si ferma nella casa di Ikegami Munenaka, nell'area dell'attuale Tokyo, dove muore il tredicesimo giorno del decimo mese. La lettera del 1277 si colloca quindi nel pieno di questo periodo di insegnamento e corrispondenza, che dura oltre otto anni. [fonte]

Chi è Nichinyo? La sua identità non è accertata: sono state proposte sia la moglie di Ikegami Munenaka sia una figlia del credente Matsuno Rokuro Saemon. Queste restano ipotesi. Le lettere lasciano pensare a una donna istruita, con disponibilità economiche e una fede sincera. Il dato decisivo per questo studio è che Nichinyo aveva ricevuto un Gohonzon. Nichiren risponde alla sua gratitudine spiegando che cosa rappresenta quell'oggetto di culto e come praticare con la convinzione di poter conseguire la Buddità. [fonte]

Offerte al Gohonzon, ricevute da Nichiren. Nichinyo aveva inviato denaro, riso bianco e frutta. Lo fece per ringraziare Nichiren del Gohonzon ricevuto [fonte]. Il destinatario materiale delle offerte e il loro significato religioso sono due aspetti dello stesso gesto: Nichiren riceve quei beni, mentre Nichinyo esprime gratitudine e devozione al Gohonzon e sostiene la trasmissione dell'insegnamento. Sostenere la persona che insegna la Legge rende possibile che altre persone possano incontrarla e praticarla. Perciò Nichiren riconosce in quel dono un atto della sua fede nel Gohonzon.

Un Gohonzon per Nichinyo, una spiegazione valida per tutti. L'occasione della lettera è personale: riguarda il Gohonzon che le è stato conferito. Il suo contenuto, però, chiarisce il significato del Gohonzon come espressione della Legge mistica, la presenza dei Dieci mondi e il ruolo della fede. La stessa possibilità di conseguire la Buddità riguarda tutte le persone. Possiamo quindi distinguere il singolo mandala affidato a una discepola dal principio universale che esso manifesta: la spiegazione di Nichiren permette anche agli altri credenti di comprendere la propria pratica. [fonte]

E il Dai-Gohonzon? Nel 1277 non era ancora stato iscritto il mandala datato 1279, in seguito denominato Dai-Gohonzon e custodito al tempio Taiseki-ji. La lettera a Nichinyo precede dunque quell'oggetto di due anni. È utile aggiungere una precisazione sulla posizione attuale della Soka Gakkai: essa non considera quel particolare mandala superiore agli altri Gohonzon, né ritiene che il loro potere dipenda da un collegamento con esso. Questo chiarisce anche il senso dello studio: il Gohonzon ricevuto da Nichinyo permette già di manifestare pienamente la Buddità attraverso la fede e la pratica.

Il dialogo continua nel 1278. In Cenni sul capitolo “Affidamento” e su altri capitoli, Nichiren risponde ad altre offerte di Nichinyo e spiega che la Cerimonia nell'Aria si realizza nella profondità della sua vita. I due scritti si illuminano a vicenda: il Gohonzon che lei venera le permette di riconoscere la dignità e le possibilità della propria esistenza. È il punto d'arrivo dell'introduzione e il punto di partenza dei tre brani: una donna concreta, nella sua vita quotidiana, può manifestare la stessa Buddità descritta nel Sutra del Loto.

La parola "Fede": una precisazione linguistica

Qui “fede” ha un oggetto preciso. Nel Buddismo di Nichiren, significa accogliere con fiducia l'insegnamento di Nam-myoho-renge-kyo e il Gohonzon che lo esprime, assumendoli come fondamento della pratica. Il contenuto di questa fiducia è che la Legge mistica opera nella nostra vita e che possiamo manifestare la Buddità recitando e agendo per la felicità nostra e degli altri. [fonte]

La traduzione italiana raccoglie più sfumature. Nel lessico buddista troviamo il sanscrito shraddhā, reso con “fede”, e adhimukti, che esprime fiducia ed è reso anche come “fede e comprensione”. Quest'ultimo comprende sia una fiducia sostenuta dalla comprensione sia la disponibilità iniziale ad affidarsi all'insegnamento per comprenderlo praticandolo. È quindi utile leggere “fede” anche come fiducia che si approfondisce nell'esperienza. [fonte]

Come si coltiva questa fiducia? Attraverso fede, pratica e studio: ci disponiamo a mettere in pratica l'insegnamento, recitiamo, ci impegniamo per noi e per gli altri, studiamo e riflettiamo sui cambiamenti che sperimentiamo. La comprensione approfondisce la fede e la fede alimenta la ricerca. Ikeda insiste sul fatto che questa fede valorizza la ragione e la capacità di comprendere: studiare e porre domande fanno parte del cammino. [fonte]

Perciò “credere in se stessi” va precisato: significa avere fiducia nella natura di Budda propria e altrui, e impegnarsi a manifestarla. Il riferimento è alla Legge mistica, più profonda dei giudizi momentanei che diamo su noi stessi. Quando nello studio si parla di una fede forte, possiamo intenderla come la decisione di continuare a basarsi su questa possibilità, alimentandola con la pratica, lo studio e le azioni quotidiane.

Filo conduttore dello studio

Idea-guida: credere nel Gohonzon significa far emergere la Buddità nella nostra vita e nelle nostre azioni.

  • Primo brano: lo scopo del Gohonzon e il suo legame con il Sutra del Loto.
  • Secondo brano: il rapporto tra il Gohonzon e la vita delle persone comuni.
  • Terzo brano: la fede che diventa pratica e perseveranza.

Una possibile chiave di lettura: passare dalla comprensione del valore del Gohonzon alla fiducia nella propria possibilità di cambiare, fino alla decisione di agire. Possiamo esprimere questo percorso con quattro parole, precisandone il significato:

  • Fiducia: credere che la Buddità possa manifestarsi nella nostra vita, anche quando ancora non vediamo come affrontare una difficoltà.
  • Dignità: riconoscere che il valore della vita, nostra e altrui, rimane intatto anche quando attraversiamo sofferenze o insuccessi.
  • Coraggio: tradurre questa fiducia in una scelta e in un'azione concreta, anche in presenza della paura.
  • Libertà: sviluppare la capacità di dare una direzione alla nostra vita, senza essere completamente trascinati dalla paura, dagli impulsi o dalle abitudini che ci fanno soffrire.

Libertà in che senso? Ikeda collega esplicitamente la Buddità alla libertà interiore: la possibilità di manifestare saggezza e forza vitale dentro le condizioni reali dell'esistenza. Questa libertà si coltiva affrontando la vita, assumendoci la responsabilità delle nostre risposte e trasformando le tendenze che ci tengono prigionieri. Per esempio, davanti a una critica possiamo imparare ad ascoltare e decidere come rispondere, invece di reagire automaticamente con rabbia o svalutazione di noi stessi. Essere liberi significa anche poter scegliere un comportamento che crei valore per noi e per gli altri.

Primo brano — Il Gohonzon per la felicità di tutte le persone

Tanto per cominciare, questo Gohonzon fu rivelato negli ultimi otto dei cinquant’anni in cui il Budda predicò in questo mondo e, in questi otto anni, negli otto capitoli [del Sutra del Loto] che vanno dal capitolo “Emergere dalla Terra” al capitolo “Affidamento”. Ora, durante i tre periodi successivi alla morte del Budda, nei duemila anni del Primo e del Medio giorno della Legge, non esisteva nemmeno il termine “oggetto di culto dell’insegnamento originale”. Come avrebbe potuto dunque essere rivelato l’oggetto di culto? Inoltre non vi era nessuno che fosse in grado di esprimerlo. […] Com’è straordinario che, oltre duecento anni dopo l’inizio dell’Ultimo giorno della Legge, Nichiren sia stato il primo a iscrivere questo grande mandala come il vessillo della propagazione del Sutra del Loto, mentre anche grandi maestri come Nagarjuna, Vasubandhu, T’ien-t’ai e Miao-lo non furono in grado di farlo! Questo mandala non è in alcun modo una mia invenzione. È l’oggetto di culto che raffigura il Budda Shakyamuni, l’Onorato dal Mondo, seduto nella torre preziosa del Budda Molti Tesori, e gli altri Budda che erano emanazioni di Shakyamuni, fedelmente come la stampa riproduce la matrice.

Cuore del brano: il Gohonzon rende accessibile a tutte le persone la possibilità di manifestare la Buddità. Il suo scopo abbraccia insieme la felicità personale e quella degli altri.

Da mettere a fuoco:

  • Il fondamento è il Sutra del Loto. Il mandala dà forma alla visione della vita espressa nel sutra. La Cerimonia nell'Aria inizia nel capitolo XI; negli otto capitoli richiamati dal brano, dal XV al XXII, emergono i Bodhisattva della Terra, viene rivelata l'Illuminazione di Shakyamuni nel remoto passato e viene affidata la propagazione futura. [fonte]
  • I cinquant'anni di predicazione e gli ultimi otto dedicati al Sutra del Loto seguono la cronologia tradizionale richiamata da Nichiren. [fonte]
  • Al centro c'è Nam-myoho-renge-kyo. Intorno sono iscritti nomi che rappresentano le diverse condizioni della vita. Il Gohonzon esprime la possibilità che tutte queste funzioni concorrano a creare valore, manifestando saggezza, coraggio e compassione. [fonte]
  • “Vessillo” significa bandiera, insegna. Qui è l'immagine di un ideale riconoscibile attorno al quale le persone si uniscono: rendere accessibile a tutti la possibilità di conseguire la Buddità. Nella lettura dello studio mensile, la fede nel Gohonzon sostiene kosen-rufu: diffondere la Legge mistica per contribuire alla felicità delle persone e alla pace. [fonte]

Aspetto emotivo: possiamo leggere questo brano come un invito ad allargare lo sguardo. La difficoltà che stiamo affrontando entra in un orizzonte più grande: anche la nostra vita può diventare un incoraggiamento per qualcuno.

Punto per noi: davanti al Gohonzon, possiamo partire dal problema che ci preme e aggiungere una determinazione: fare del nostro cambiamento un contributo alla felicità altrui.

Frase di raccordo: Se il Gohonzon esprime una possibilità aperta a tutti, dove si realizza concretamente questa possibilità?

Secondo brano — La Buddità nella vita delle persone comuni

Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo. Il corpo è il palazzo della nona coscienza, l’immutabile realtà che regna su tutte le funzioni della vita. Essere “dotato dei Dieci mondi” significa che tutti i Dieci mondi senza eccezione esistono in un singolo mondo. È per questo motivo che il Gohonzon è chiamato mandala. Mandala è una parola sanscrita che significa “perfettamente dotato” o “cumulo di benefici”. Il Gohonzon inoltre si trova solo nei due caratteri che significano fede. Questo intende il sutra quando afferma che si può “accedervi solo grazie alla fede”.

Cuore del brano: la vita che può manifestare la Buddità è proprio la nostra, così com'è oggi. Recitare davanti al Gohonzon è la pratica attraverso cui risvegliamo questa possibilità.

Un passaggio della spiegazione di Ikeda:

Ai tempi del Daishonin, e in molti casi anche oggi, era profondamente radicata l’idea che noi non siamo altro che piccoli esseri insignificanti e che la realtà fondamentale e l’eternità risiedano al di fuori di noi, in qualche luogo lontano.

Il punto è dove collochiamo il valore fondamentale della vita. Se ci consideriamo insignificanti, possiamo finire per affidare interamente a qualcosa di esterno la possibilità di essere felici. Nichiren invita invece a riconoscere nella vita delle persone comuni la stessa Legge che il Gohonzon esprime. Recitare davanti al Gohonzon diventa così un modo per far emergere questa dignità e darle forma nel nostro comportamento, riconoscendola anche negli altri.

Da mettere a fuoco:

  • Il Gohonzon e la nostra vita. Il mandala iscritto da Nichiren è il riferimento concreto della fede e della recitazione: attraverso di esso possiamo riconoscere e manifestare la natura di Budda presente in noi. Il rispetto rivolto al Gohonzon si traduce anche nel rispetto per la dignità della vita, nostra e altrui. [fonte]
  • La nona coscienza. Nell'insegnamento buddista è la dimensione più profonda e pura della vita, chiamata amala. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo permette di attingervi e di trasformare anche le tendenze karmiche. Possiamo spiegare questa immagine come la possibilità di trovare, nella profondità della vita, risorse più grandi delle abitudini che oggi ci condizionano. [fonte]
  • Il mutuo possesso dei Dieci mondi. Ogni condizione vitale contiene la possibilità di tutte le altre, compresa la Buddità. Anche nella sofferenza possiamo far emergere saggezza e compassione. La Buddità si esprime quindi nel modo in cui affrontiamo ciò che viviamo, nella nostra capacità di trasformarlo e di comprendere gli altri. [fonte]
  • La completezza del mandala. Le espressioni usate dal Gosho per tradurre questo termine richiamano una vita dotata di tutte le possibilità e di benefici da manifestare. La pratica fa emergere ciò che è già inerente alla vita. [fonte]
  • La fede rende attiva questa possibilità. Lo studio aiuta a comprenderla; recitare e praticare permettono di sperimentarla. Il rapporto con il Gohonzon coinvolge l'intera vita e si approfondisce nella continuità della pratica. [fonte]

Aspetto emotivo: questo passo può restituire dignità quando ci sentiamo inadeguati. Possiamo cominciare da dove siamo, portando nella preghiera anche paura, stanchezza e contraddizioni.

Punto per noi: scegliere una situazione in cui ci sentiamo bloccati e domandarci quale qualità vogliamo far emergere: coraggio per parlare, saggezza per ascoltare, compassione per comprendere. Poi individuare un gesto concreto coerente con quella preghiera.

Frase di raccordo: Questa fiducia nella nostra Buddità prende consistenza attraverso il modo in cui continuiamo a praticare e ad agire.

Terzo brano — Una fede che si esprime nella pratica

I discepoli di Nichiren, sia preti sia laici, credono unicamente nel Sutra del Loto, mettendo da parte onestamente gli espedienti e non accettando un solo verso degli altri sutra; è per questo che possono entrare nella torre preziosa del Gohonzon. Com’è rassicurante! Com’è rassicurante! Fai ogni possibile sforzo in previsione della tua prossima vita. La cosa più importante è che, recitando soltanto Nam-myoho-renge-kyo, puoi conseguire la Buddità. […] Un testo non buddista narra la storia dell’imperatore di Han. Egli credette in modo così assoluto in quello che gli riferì il suo aiutante, che il fiume gelò all’istante. Un altro documento descrive come Li Kuang, bramoso di vendicare suo padre, conficcò fino alle piume la sua freccia in una pietra nascosta nell’erba. I commentari di T’ien-t’ai e di Miao-lo rendono assolutamente chiaro che la fede è il punto cruciale. Poiché l’imperatore di Han credette senza alcun dubbio nelle parole del suo servitore, il fiume gelò. Li Kuang fu in grado di trafiggere la pietra perché pienamente convinto che fosse la tigre che aveva ucciso suo padre. Questo è ancor più vero nel mondo del Buddismo!

Cuore del brano: la fiducia nella Legge mistica alimenta la decisione di praticare, affrontare le difficoltà e continuare a creare cause per la felicità.

Da mettere a fuoco:

  • Una fede rivolta alla Legge mistica. Credere con un'unica mente significa assumere Nam-myoho-renge-kyo come fondamento della pratica. Nichiren rivolge questo invito sia ai discepoli religiosi sia ai laici, per conseguire la Buddità. [fonte]
  • I quattro poteri. Toda distingue i poteri del Budda e della Legge, presenti nel Gohonzon, dai poteri della fede e della pratica, che esercitiamo noi. Credere, recitare e impegnarci per gli altri permette di manifestare i benefici del Gohonzon nella vita. [fonte]
  • I due racconti cinesi. L'imperatore che attraversa il fiume e l'arciere che colpisce la pietra sono esempi tradizionali impiegati dal Gosho per incoraggiare la convinzione. Per la nostra riflessione, possiamo raccoglierne l'invito a sfidare ciò che oggi sembra impossibile. [fonte]
  • La continuità della vita. Il riferimento alla prossima esistenza si colloca nella concezione buddista di vita e morte come fasi di una continuità. Questa prospettiva dà peso alle cause che creiamo adesso: come viviamo, come trattiamo gli altri, quale direzione imprimiamo alla nostra esistenza. [fonte]
  • Anche il beneficio che matura gradualmente. Toda usa l'immagine della crescita di un albero per spiegare un cambiamento che si consolida nel tempo. Possiamo riconoscerlo nella maggiore forza con cui affrontiamo la vita e nella capacità di continuare. [fonte]

Aspetto emotivo: il brano può sostenere chi ha perso slancio. Il punto per la riunione è incoraggiarci a ripartire e a perseverare, con attenzione alla situazione concreta di ciascuno.

Punto per noi: dare alla determinazione una forma praticabile: recitare, studiare un passo del Gosho, affrontare una conversazione rimandata, sostenere una persona. Osservare nel tempo che cosa cambia nel nostro comportamento e nelle relazioni.

Frase di raccordo: La fede diventa visibile nel cammino di persone che continuano a prendersi responsabilità.

Parallelismi con la storia della Soka Gakkai

Lo studio mensile richiama tre momenti che possiamo collegare ai brani: [fonte]

  • 17 novembre 1950: in una fase di grave difficoltà dell'organizzazione, Ikeda, ventiduenne, annota nel diario la decisione di basarsi sui poteri della fede e della pratica. Collegamento: assumere personalmente l'iniziativa.
  • Maggio 1951: divenuto secondo presidente, Toda dà impulso alla propagazione del Gohonzon. Collegamento: condividere con altre persone la possibilità della rivoluzione umana.
  • Novembre 1957: durante una riunione, Toda indica nella fede il fondamento dello sviluppo della Soka Gakkai, mentre l'organizzazione riceve critiche. Collegamento: mantenere salda la direzione del proprio impegno.

Conclusione e domande per il dialogo

I tre brani ci accompagnano dallo scopo del Gohonzon alla nostra responsabilità quotidiana. Riconoscere la dignità della nostra vita significa darle espressione nelle scelte di ogni giorno: affrontare una difficoltà con saggezza, parlare con coraggio, trattare una persona con rispetto. Procedere un passo alla volta significa rendere concreta questa direzione, anche con azioni piccole ma coerenti.

Gli altri sono tutte le persone con cui viviamo e ci relazioniamo: familiari, amici, colleghi, vicini di casa, qualunque sia la loro fede. I compagni di pratica possono sostenerci e incoraggiarci; la dignità che impariamo a riconoscere riguarda ogni essere umano. “Insieme agli altri” significa perciò coltivare la nostra felicità contribuendo anche alla loro, attraverso il rispetto, l'ascolto e l'aiuto concreto.

  • Primo brano: in che modo la sfida che sto affrontando può diventare un incoraggiamento per qualcuno?
  • Secondo brano: quale qualità della mia vita desidero far emergere nella situazione presente?
  • Terzo brano: quale azione concreta voglio unire alla mia preghiera da oggi?

Piccola precisazione: le nove coscienze

In questo insegnamento, le nove coscienze sono funzioni o livelli di consapevolezza che operano insieme:

  1. Coscienza visiva: la vista.
  2. Coscienza uditiva: l'udito.
  3. Coscienza olfattiva: l'olfatto.
  4. Coscienza gustativa: il gusto.
  5. Coscienza tattile: il tatto.
  6. Coscienza mentale: integra ed elabora i dati dei sensi, permettendo di riconoscere e comprendere ciò che percepiamo.
  7. Coscienza del sé: sostiene il senso dell'identità individuale; qui si radica anche l'illusione di essere separati dagli altri.
  8. Coscienza alaya, o “deposito”: conserva le potenzialità karmiche delle azioni, positive e negative, in un processo continuamente mutevole.
  9. Coscienza amala, fondamentalmente pura: la natura di Budda, libera dalle impurità karmiche. Recitare Nam-myoho-renge-kyo permette di attingervi e trasformare il funzionamento delle altre coscienze.

(21 settembre 2026)

Usare la "strategia del Sutra del Loto" prima di ogni altra?

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Affronto questo articolo con una difficoltà interiore che sento il bisogno di esplicitare. È relativamente facile parlare di non-violenza in astratto, magari richiamando racconti della vita del Budda o di Gandhi. Molto più difficile, e anche rischioso, è tradurre le intenzioni in indicazioni concrete, soprattutto quando sono in gioco l’incolumità propria o altrui. È in questo passaggio dai principi alle situazioni reali che avverto la maggiore responsabilità: ciò che appare limpido nel ragionamento può diventare dolorosamente complesso nell’esperienza vissuta.

Ogni situazione ha una propria complessità, e ciascuno di noi vi entra con una storia, una sensibilità, risorse e possibilità d’azione differenti. Non tutti possiamo fare le stesse cose, né nelle stesse condizioni. Ogni generalizzazione rischia quindi di diventare un errore, soprattutto quando trascura la realtà concreta di chi si trova davanti al pericolo. Non vorrei che questo articolo fosse letto come un prontuario di risposte valide per tutti, e tanto meno come un metro con cui giudicare chi subisce violenza.

Tuttavia, riconoscere questi limiti non mi porta a rinunciare alla riflessione. Al contrario, ritengo fondamentale ragionare sulla non-violenza e cercare di praticarla, soprattutto in un presente che avverto sempre più violento, teso e militarizzato. Non per presumere di avere una soluzione per ogni circostanza, ma per continuare a cercare modi concreti di proteggere la vita senza alimentare altra violenza. È con questa consapevolezza che mi accosto ad una esortazione che Nichiren Daishonin dette al suo discepolo Shijo Kingo:

[...] È il cuore che è importante. Non importa quanto forte Nichiren possa pregare per te, se manchi di fede sarà come tentare di accendere il fuoco con un’esca bagnata. Sforzati di raccogliere il potere della fede. Considera prodigiosa la tua sopravvivenza. Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra. Allora «riuscirai […] a sconfiggere tutti gli altri nemici». Queste auree parole non saranno mai contraddette. L’essenza della strategia e dell’arte della spada derivano dalla Legge mistica. Abbi profondamente fede in questo. Un codardo non potrà mai ottenere risposta a nessuna delle sue preghiere. [...]

Passo a un breve cenno storico. Nel 1279, in Giappone, Shijo Kingo, che era sia un samurai sia un medico con notevoli competenze, sopravvisse a un tentato omicidio: alcuni samurai gli tesero un agguato, ma egli riuscì a uscirne illeso. Scrisse allora a Nichiren Daishonin per raccontargli l’accaduto. Il Gosho La strategia del Sutra del Loto fu la risposta a quella notizia, datata il ventitreesimo giorno del decimo mese dello stesso anno. È a una persona appena sfuggita alla morte, dunque, che Nichiren rivolge l’esortazione: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» [1]. Il Gosho non è focalizzato sulla non-violenza; tuttavia, nel prosieguo di questo articolo, leggerò questo passo alla luce dell'umanesimo buddista di Ikeda, di Mai Sprezzante e del principio della dignità della vita, proponendo di "attualizzare" la «strategia del Sutra del Loto» come fondamento di un agire protettivo che rifiuti intenzionalmente la distruzione dell'altro. Ho scritto "attualizzare" perché noi non siamo guerrieri medievali come Shijo Kingo e non usciamo di casa armati di spada, né viviamo in una società caratterizzata dagli stessi valori e dagli stessi concetti di normalità del Giappone del XIII secolo.

Che cosa significa, oggi, affidarsi al Sutra del Loto quando non è in gioco soltanto la serenità di una giornata, ma la propria o altrui sicurezza? Davanti a un’aggressione, l’esortazione di Nichiren potrebbe sembrare troppo spirituale per essere utile oppure diventare una promessa d’incolumità. C’è però una lettura più esigente: fare della fede il fondamento di una risposta capace di proteggere la vita senza assumerne la distruzione come mezzo. Questo non vale solo per la distruzione fisica, ma anche per molti altri tipi di distruzione che possono avere comunque un impatto devastante.

Il punto non è contrapporre preghiera e azione. È comprendere da quale condizione vitale agiamo, quale vittoria cerchiamo e quali mezzi siamo disposti a usare. La non-violenza senza eccezioni mette alla prova queste domande proprio là dove sembrerebbe più facile sospenderle: nella difesa di sé e degli altri.

Una lettera scritta dentro il pericolo

Kingo è un samurai di Kamakura e un discepolo di Nichiren. Negli anni precedenti ha affrontato l’ostilità del proprio signore verso la sua fede e le calunnie dei colleghi. Come mostrano I tre tipi di tesori e i relativi cenni storici, il maestro lo ha già messo in guardia contro possibili attentati, raccomandandogli prudenza e attenzione alla propria sicurezza [4]. Nella risposta all’agguato del 1279, Nichiren si rallegra per la sua sopravvivenza e ne elogia prudenza, coraggio e fede; riconosce anche la sua abilità con la spada [1].

Questa lettera nasce dunque nel mondo dei samurai del XIII secolo. Il suo insegnamento centrale, però, non consiste nel prescrivere una tecnica di combattimento: è la priorità della fede rispetto alle capacità e alle tattiche. Applicarlo oggi non significa riprodurre le scelte di un guerriero medievale, ma comprendere come la fede possa orientare il modo di proteggere la vita. È qui che si apre la domanda sulla non-violenza: che cosa cambia nella nostra risposta al pericolo quando il rispetto della vita diventa il criterio che guida le decisioni? Per approfondirlo è particolarmente importante la spiegazione di Daisaku Ikeda.

La spiegazione di Ikeda: fede, progettazione, azione

Commentando proprio questa esortazione, Ikeda ricorda che, nella campagna di Osaka del 1956, indicava come fondamento il Daimoku rivolto al Gohonzon, accompagnato da un’ottima preparazione e da azioni efficaci. Ne offre una definizione inequivocabile:

«Significa semplicemente elaborare piani e attuare azioni basati sulla fede, sulla nostra pratica buddista».

La frase è tradotta qui dall’inglese di Employ the Strategy of the Lotus Sutra (Part 2), disponibile su World Tribune, una pubblicazione della SGI-USA. Nello stesso scritto, Ikeda collega questa strategia al risveglio della natura di Budda nella propria vita e in quella altrui, e al sostegno delle persone che soffrono o subiscono oppressione [2].

La strategia, dunque, non consiste nell’aggiungere una preghiera a una decisione già presa. Portando questa spiegazione sul terreno della non-violenza, la domanda diventa: la fede sta realmente trasformando la decisione, oppure le viene chiesto soltanto di garantire il successo di una risposta aggressiva? Recitare per ottenere la distruzione dell’avversario non equivale, per il solo fatto di recitare, a mettere in pratica il rispetto della sua Buddità.

Secondo la spiegazione dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sulla recitazione, Nam-myoho-renge-kyo permette di manifestare la Buddità inerente alla vita. Non è una supplica a un essere superiore: esprime la determinazione di accordare la propria esistenza alla Legge mistica. Per un praticante, quindi, il Daimoku non è soltanto una tecnica per calmarsi. È la pratica con cui far emergere il potenziale più elevato della vita, traducendolo in un modo di vivere creativo e compassionevole, capace di incoraggiare anche gli altri [3].

«Prima» non significa aspettare prima di mettersi in salvo

Applicata a un’emergenza, questa priorità va intesa come fondamento dell’agire, non come una sequenza rituale obbligatoria. Non occorre terminare una recitazione prima di cercare riparo o soccorrere qualcuno. La domanda concreta è se la nostra risposta venga orientata dalla protezione della vita oppure dal bisogno di prevalere. Una decisione immediata e prudente può essere proprio l’espressione della fede coltivata ogni giorno.

La corrispondenza di Nichiren offre un importante riscontro. In I tre tipi di tesori, ancora rivolgendosi a Kingo, raccomanda di non rimanere isolato, di vigilare sui tragitti e sulla sicurezza della casa, di contenere l’irascibilità e di coltivare rapporti affidabili. Avverte che ignorare i consigli renderebbe insufficienti persino le sue preghiere. Pur restando nel contesto di un samurai, il testo mostra che la fiducia religiosa non esonera dalla prudenza e dall’organizzazione della protezione [4].

Inoltre, secondo il principio delle funzioni protettrici, esiste una relazione fra trasformazione interiore e ambiente: attraverso il Daimoku risvegliamo la natura di Budda nella nostra vita e, in virtù dell’unità di vita e ambiente, creiamo le condizioni perché nell’ambiente circostante si manifestino funzioni protettrici [5]. Non si tratta quindi di immaginare la fede separata dal mondo. Riconoscere una possibilità di aiuto, accettarla e contribuire a renderla disponibile sono modi concreti di non separare protezione e responsabilità. Non autorizzano, però, a presumere che ogni rischio sia scomparso.

Quali «nemici» vengono sconfitti?

La promessa «riuscirai […] a sconfiggere tutti gli altri nemici» proviene dal capitolo ventitreesimo del Sutra del Loto, come segnala la nota al Gosho [1]. Nel passo del sutra, i Budda lodano chi lo pratica; il contesto parla del superamento di avidità, collera, ignoranza e altre impurità, e della vittoria sull’«armata della nascita e della morte». Il suo orizzonte è la liberazione dalla sofferenza, non un programma militare [6].

Questo contesto suggerisce di leggere la vittoria anche come superamento delle forze che imprigionano la vita nell’ostilità e nella disperazione. Non significa negare gli aggressori reali: Kingo ne aveva incontrati. Significa non ridurre la promessa religiosa alla loro eliminazione fisica. Nel caso della non-violenza, il bersaglio dell’azione diventa il processo distruttivo: interrompere l’aggressione, sottrarle possibilità di continuare e non alimentarne la riproduzione.

Ikeda scrive: «Qual è la vera vittoria nella vita? È vincere su se stessi». Il brano, pubblicato con il titolo La vera vittoria significa vincere su se stessi, incoraggia a superare gli ostacoli interiori [7]. Applicarlo alla violenza non significa trasferire la colpa nella vittima: significa non lasciare che la condotta dell’aggressore stabilisca anche il principio della nostra condotta. La vittoria interiore non sostituisce la protezione concreta: deve contribuire a renderla possibile.

Mai Sprezzante: allontanarsi senza disprezzare

Il modello più concreto si trova nel capitolo ventesimo del Sutra del Loto. Il bodhisattva Mai Sprezzante riconosce in ogni persona la possibilità di conseguire la Buddità. Alcuni reagiscono insultandolo e aggredendolo con bastoni, tegole e pietre. Il testo non dice che rimanga immobile a farsi colpire: «Lui allora correva via». Da lontano continua a esprimere rispetto [8].

La lettura proposta dalla Soka Gakkai italiana sottolinea proprio la distanza di sicurezza e il rispetto per il potenziale positivo degli aggressori [9]. Nichiren, ne I tre tipi di tesori, indica la pratica di Mai Sprezzante come cuore della pratica del Sutra del Loto e riconduce il significato dell’apparizione del Budda al suo comportamento umano [4]. Non è dunque un episodio marginale rispetto alla domanda su come agire.

Ne possiamo ricavare un criterio preciso: riconoscere la Buddità di una persona non significa fidarsi del suo comportamento presente. Si può negarle l’accesso alla propria casa, interrompere una relazione pericolosa, chiedere protezione, senza dichiararla malvagia per natura o desiderarne la sofferenza. Il rispetto non obbliga a concedere all’altro le condizioni per continuare a nuocere.

Il racconto di Mai Sprezzante non offre una tecnica infallibile per trasformare all’istante chi aggredisce. Offre un orientamento: sottrarsi al danno senza rinunciare alla dignità dell’altro. Non viene chiesto di scegliere fra la propria salvezza e il proprio umanesimo; viene chiesto di cercare una risposta che non li separi.

La radicalità della non-violenza in Ikeda

Il legame fra coraggio, rispetto della vita e rifiuto della violenza emerge con particolare chiarezza negli scritti di Ikeda. Nel saggio Il coraggio della nonviolenza, scritto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e ripubblicato in italiano nel 2024, afferma che:

«uccidere non è mai accettabile o giustificato, in nessuna circostanza».

Il saggio non invita all’indifferenza davanti al terrorismo. Interroga l’efficacia della ritorsione militare, il suo potere di alimentare altro odio e la differenza fra una pace autentica e la semplice repressione dell’avversario. Ikeda chiede il coraggio del dialogo, dell’ascolto e del controllo del desiderio di vendetta [10].

Questa affermazione non va annacquata: il rifiuto di uccidere è formulato senza eccezioni. Allo stesso tempo, non equivale da sola a una casistica completa di tutti gli atti di protezione. La scelta della non-violenza senza eccezioni assume quel limite come punto di partenza ed estende il rifiuto alla violenza intenzionalmente lesiva: non fare del ferimento, dell’intimidazione violenta o dell’annientamento dell’altro i mezzi della propria sicurezza. La sola assenza di rabbia non renderebbe non-violento un atto diretto a ferire.

Il contributo del mio libro «Non-violenza senza eccezioni»

Questa riflessione si collega al mio libro Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace, disponibile gratuitamente in PDF ed EPUB, e acquistabile in cartaceo. Nella prefazione affronto il rapporto fra minaccia, intenzione e risposta, distinguendo la protezione dalla punizione. Scrivo infatti: «È possibile agire con decisione senza desiderare la distruzione dell’altro» (p. 6) [11].

Nel volume presento quattro discorsi del Majjhima Nikāya; nella prefazione li metto in relazione con la pratica di Nichiren, mentre nella riflessione conclusiva richiamo anche Mai Sprezzante. L’attenzione alla disciplina della mente e alle conseguenze di lungo periodo permette di interrogare una difesa che, fermandosi al risultato immediato, rischi di perpetuare il conflitto. È un mio contributo personale alla riflessione buddista, distinto dalle pubblicazioni ufficiali della Soka Gakkai: il confronto è fecondo proprio mantenendo riconoscibili testi, tradizioni e interpretazioni [11].

Quando «difendersi» diventa un’autorizzazione senza limite

L’obiezione alla legittima difesa può essere formulata senza trasformarla nell’affermazione indimostrata che tutte le guerre siano identiche. Il problema etico è questo: se la violenza diventa accettabile ogni volta che chi la esercita si considera minacciato, quale limite resta quando entrambe le parti si rappresentano come difensori? Chiamare un’azione «difesa» non basta a mostrarne né la necessità né la bontà dei mezzi.

Occorre però evitare anche una semplificazione delle fonti Soka. Nella Proposta di pace del 2017, Ikeda osserva che il diritto all’autodifesa contro un attacco militare è riconosciuto dalla Carta dell’ONU, mentre contesta l’accettazione indefinita delle armi nucleari come necessarie alla sicurezza. Invita inoltre a considerare le conseguenze reali delle politiche sulla vita delle persone, non soltanto la loro giustificazione astratta [12].

Non è corretto, quindi, trasformare il suo pensiero in una formula secondo cui la Soka Gakkai negherebbe indistintamente ogni tutela giuridica difensiva. Né quel riconoscimento giuridico consente di cancellare il radicale appello etico contro l’uccisione. I due testi operano su piani diversi, la cui tensione non va nascosta: costruzione della sicurezza dentro istituzioni esistenti e trasformazione del principio stesso con cui la sicurezza viene cercata.

La scelta della non-violenza senza eccezioni prende sul serio questa trasformazione: non rinunciare alla difesa della vita, ma rinunciare alla violenza come sua giustificazione e suo strumento. Ciò non impone neutralità fra chi aggredisce e chi subisce. Si può riconoscere con precisione una responsabilità, opporsi a un sopruso e stare accanto alle vittime senza approvare l’uccisione di qualcuno.

Concretamente: prima, durante e dopo una minaccia

Ipotizziamo una minaccia simile agli infiniti casi di cronaca...

Prima della crisi, praticare significa anche preparare risposte diverse dalla ritorsione: conoscere le risorse di aiuto, non normalizzare minacce ripetute, costruire relazioni affidabili e riflettere su come proteggersi senza colpire. In La nostra preghiera è un voto!, Ikeda collega la preghiera ad azioni perseveranti e a obiettivi chiari, non alla fortuna o all’intervento di una forza superiore [13]. Nel caso di minacce o pericoli gravi, l’obiettivo della preghiera può essere formulato così: manifestare la saggezza e il coraggio necessari a proteggere se stessi e gli altri, senza consegnare all’odio la direzione dell’agire.

Durante la minaccia, la priorità è interrompere l’esposizione al pericolo. Sottrarsi non è una sconfitta. Non è necessario restare a discutere con chi minaccia, dimostrare il proprio coraggio o ottenere subito il suo riconoscimento. Una porta chiusa, una distanza maggiore e un aiuto attivato possono essere obiettivi assai più pertinenti della vittoria in un confronto.

Questa prospettiva non esclude ogni uso della forza fisica: accompagnare qualcuno fuori dal pericolo o sostenerlo nella fuga non equivale a colpire un aggressore. Esclude invece l’idea che la bontà dello scopo trasformi automaticamente il ferimento in non-violenza, e rende inaccettabili comportamenti che causino rischi ulteriori.

Dopo la minaccia, la protezione continua. Può richiedere cure, ascolto competente, una sistemazione sicura, assistenza legale e l’accertamento delle responsabilità. Pregare per la trasformazione di chi ha aggredito non obbliga a incontrarlo, a perdonarlo immediatamente o a rinunciare a misure di tutela. Il cambiamento dell’aggressore non può essere posto come condizione preliminare della sicurezza della vittima.

Chiedere aiuto alle istituzioni, in questa prospettiva, significa chiedere protezione e cessazione del danno, non delegare una vendetta. Resta necessario interrogare anche i mezzi usati dalle istituzioni e opporsi agli abusi. La non-violenza perderebbe coerenza se si limitasse a tenere pulite le proprie mani lasciando ad altri il compito di infliggere la sofferenza desiderata.

Questo esempio riguarda un caso ipotetico e generico tra individui. Riusciamo a traslare gli stessi principi nei rapporti tra le nazioni?

Il caso estremo e il limite delle promesse

Rimane la domanda più difficile: che cosa accade quando l’aggressore non si ferma e non appare disponibile una via d’uscita? Nessuna spiegazione onesta del Gosho può promettere una soluzione non-violenta immediatamente efficace in ogni circostanza. Non sarebbe corretto trasformare la fiducia nella Legge mistica in una previsione verificabile secondo cui un praticante non verrà mai ferito.

La scelta assoluta della non-violenza non è la certezza di controllare ogni esito: è il voto di cercare la protezione senza assumere la distruzione altrui come risposta. Il rischio tragico non scompare pronunciando questo voto; neppure viene cancellato dichiarando legittima la violenza (anzi...). Nel caso limite occorre riconoscere la difficoltà.

Questo voto va assunto come responsabilità, non imposto alle vittime come prova di purezza. Nessuno dovrebbe essere spinto a rimanere in una relazione violenta, a rinunciare ai soccorsi o a esporre un’altra persona per dimostrare la propria fede. Né chi ha subito un danno deve essere giudicato spiritualmente sconfitto.

La spiegazione della Soka Gakkai del karma rifiuta espressamente l’interpretazione che rende le persone colpevoli della propria sofferenza e le induce all’impotenza: il principio è rivolto alla possibilità di trasformare la vita, non alla rassegnazione [14]. Perciò non è lecito dedurre, da una violenza subita, una carenza di fede della vittima. La responsabilità dell’aggressione resta di chi la compie.

Anche avere paura non significa aver fallito nella pratica. Ikeda invita a rivolgersi al Gohonzon «mostrando le vostre preoccupazioni e le vostre paure esattamente così come sono» [13]. Il coraggio non richiede di negare la propria vulnerabilità: può esprimersi nel riconoscerla e nel chiedere aiuto.

Una strategia da costruire insieme

La non-violenza diventa più concreta quando non viene lasciata alla sola capacità di reazione dell’individuo. Lo mostra anche l’impegno sociale della Soka Gakkai italiana. Un comunicato del 25 novembre 2025 descrive progetti sostenuti con l’8x1000 per proteggere donne e minori: fra questi, una casa rifugio a Padova, assistenza psicologica e legale e percorsi verso l’autonomia lavorativa [15]. Qui "difendere" significa predisporre condizioni materiali che permettano di uscire dalla violenza.

Lo stesso criterio può orientare la riflessione sulla "guerra": non basta raccomandare alle persone esposte di non odiare; occorre lavorare perché esistano protezione dei civili, vie di uscita dal conflitto, possibilità di dialogo e istituzioni capaci di tutelare la dignità umana.

Alla domanda iniziale si può allora rispondere così: usare la strategia del Sutra del Loto significa far emergere dalla fede una saggezza che protegge, un coraggio che non si lascia governare dall’odio e una compassione che non abbandona nessuno. La progettazione e l’azione ne sono parte integrante, non aggiunte facoltative.

Nella pratica della non-violenza, il primo successo non è mettere in ginocchio un nemico: è impedire che una persona venga colpita, che una minaccia continui, che una ferita si trasformi in vendetta. L’orizzonte ulteriore è trasformare le condizioni che fanno apparire la violenza inevitabile. Non significa aspettare che il pericolo svanisca da solo. Significa impegnarsi perché la vita sia protetta senza dichiarare sacrificabile un’altra vita.

Riferimenti bibliografici

Le fonti dottrinali, le spiegazioni redazionali e gli scritti di Ikeda rimandano a pubblicazioni ufficiali della Soka Gakkai. Il mio libro è indicato separatamente come contributo personale. La citazione dal World Tribune è una mia traduzione dall’inglese; le altre citazioni utilizzano i testi italiani delle fonti collegate. RSND indica la Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin.

  1. Nichiren Daishonin, La strategia del Sutra del Loto, 1279, RSND, vol. I, scritto n. 139, in particolare p. 889 e nota 5. Testo, cenni storici e note nella Biblioteca di Nichiren, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
  2. Daisaku Ikeda, Employ the Strategy of the Lotus Sutra (Part 2), World Tribune, SGI-USA, pubblicazione online del 10 aprile 2023; testo originariamente pubblicato il 16 ottobre 2009. In particolare, i passaggi sulla preghiera, la pianificazione e l’azione e la sezione sul Sutra del Loto come epopea della rivoluzione umana.
  3. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Come funziona la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo?, sezione Domande e risposte.
  4. Nichiren Daishonin, I tre tipi di tesori, 1277, RSND, vol. I, scritto n. 106; per il riferimento a Mai Sprezzante e al comportamento umano, p. 756. Edizione online nella Biblioteca di Nichiren.
  5. Redazione del Nuovo Rinascimento, Nel Buddismo spesso sentiamo parlare di “funzioni protettrici”: cosa significa questa espressione?, n. 863, 23 maggio 2024. Riferimento ai paragrafi introduttivi liberamente consultabili.
  6. Il Sutra del Loto, capitolo 23, Precedenti vicende del bodhisattva Re della Medicina, in particolare il passo richiamato a p. 394 nella nota 5 del Gosho La strategia del Sutra del Loto. Edizione italiana online nella Biblioteca di Nichiren.
  7. Daisaku Ikeda, La vera vittoria significa vincere su se stessi, Il Volo Continuo, rivista digitale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, 1 febbraio 2021; da Mirai Journal, dicembre 2020, SGI Newsletter n. 10657.
  8. Il Sutra del Loto, capitolo 20, Il bodhisattva Mai Sprezzante, in particolare il racconto delle aggressioni e dell’allontanamento del bodhisattva. Edizione italiana online nella Biblioteca di Nichiren.
  9. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Bodhisattva Mai Sprezzante, sezione Il Buddismo nella vita quotidiana.
  10. Daisaku Ikeda, Il coraggio della nonviolenza, Buddismo e società, n. 241, 1 febbraio 2024. Saggio scritto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001; in particolare le sezioni sul terrorismo, sul confronto fra violenza e non-violenza e sul dialogo.
  11. Francesco Galgani, Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace, Informatica Libera, febbraio 2026. In particolare, Prefazione, pp. 4–12, e La non-violenza come superamento della dualità, pp. 71–78. La pagina contiene i collegamenti gratuiti a PDF ed EPUB. Le pagine indicate sono quelle stampate nel volume, non il conteggio del visualizzatore PDF.
  12. Daisaku Ikeda, La solidarietà globale dei giovani annuncia l’alba di un’era di speranza, Proposta di pace 2017, Buddismo e società, n. 182, 1 maggio 2017. In particolare, la discussione sull’autodifesa, sulla deterrenza nucleare e sulla distinzione fra giustificazione istituzionale e conseguenze concrete.
  13. Daisaku Ikeda, La nostra preghiera è un voto!, Il Volo Continuo, pubblicazione online del 27 dicembre 2023.
  14. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Il karma, sezione Il Buddismo nella vita quotidiana, in particolare i paragrafi iniziali sul rifiuto delle interpretazioni colpevolizzanti e fatalistiche.
  15. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, L’impegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai per contrastare la violenza sulle donne e i minori, comunicato stampa pubblicato sul Nuovo Rinascimento, n. 942, 25 novembre 2025; in particolare il progetto Violenza stop. Nuove strade da percorrere a Padova.

(9 settembre 2026)

“Che cosa non può essere realizzato?” Desideri e preghiera davanti al Gohonzon

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Quando si sente dire che, continuando a recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, alla fine si realizzeranno tutti i propri desideri, è facile comprendere queste parole nel senso più immediato: abbiamo un desiderio, preghiamo, e la pratica dovrebbe produrre l'oggetto desiderato. Una lettura del genere, però, non rende giustizia né agli scritti di Nichiren Daishonin né all'interpretazione sviluppata dai tre presidenti fondatori della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda.

La questione richiede una distinzione fondamentale. Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di negare i desideri concreti: salute, lavoro, sicurezza economica, amore, riconoscimento, riuscita personale. Possiamo pregare per questi desideri con assoluta sincerità. Ma il fine ultimo della pratica non consiste nel soddisfare indefinitamente i desideri di un io che rimane identico a se stesso. La pratica trasforma il soggetto che desidera e, trasformandolo, trasforma progressivamente anche la natura dei suoi desideri. Il desiderio personale viene così inserito in un desiderio più vasto: manifestare la Buddità, costruire una felicità profonda e contribuire alla felicità degli altri.

Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon

In Risposta a Kyo'o, una lettera del 1273 indirizzata alla famiglia di Shijo Kingo, la cui figlia Kyo'o era gravemente malata, Nichiren scrive:

«Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora, che cosa non può essere realizzato?»

Fonte: Nichiren Daishonin, Risposta a Kyo'o.

Il contesto è importante. Nichiren sta incoraggiando due genitori angosciati per la malattia della figlia. Non sta formulando una teoria secondo cui qualsiasi desiderio individuale verrà automaticamente soddisfatto. Nella stessa lettera insiste sulla fede, sul coraggio e sulla capacità di affrontare la malattia. La frase, dunque, è potentissima, ma va letta dentro l'intero insegnamento.

Lo stesso vale per un'altra famosa affermazione di Nichiren, contenuta nello scritto Sulle preghiere: «Non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta». Anche questa frase, se isolata dal resto, potrebbe sembrare la promessa di un esaudimento automatico. Il problema è capire che cosa significhi, nel Buddismo di Nichiren Daishonin, una preghiera che «riceve risposta».

Fonte: Nichiren Daishonin, Sulle preghiere.

Il desiderio più profondo del Budda

Per comprendere il significato della preghiera bisogna partire dal desiderio che il Sutra del Loto attribuisce al Budda stesso. Alla conclusione del sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata, Shakyamuni dichiara:

«Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla Via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?»

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 16, «Durata della vita del Tathagata».

Nichiren commenta questo passo in modo ancora più esplicito. In Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto, afferma che quelle parole esprimono «il desiderio più profondo del Budda» di condurre gli esseri viventi alla Buddità.

Fonte: Nichiren Daishonin, Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto.

Anche il secondo capitolo del Sutra del Loto, Espedienti, presenta la stessa idea sotto un'altra forma: i Budda appaiono nel mondo per «un'unica grande ragione», cioè aprire, mostrare e rendere accessibile a tutti gli esseri viventi la saggezza del Budda. Il punto centrale non è quindi concedere favori dall'esterno, ma permettere a ogni persona di manifestare una condizione di vita illuminata.

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 2, «Espedienti».

Per evitare fraintendimenti, «conseguire la Buddità» non significa trasformarsi in un essere soprannaturale. Nella lettura della Soka Gakkai significa far emergere nella propria vita una condizione caratterizzata da saggezza, coraggio, compassione e libertà interiore, capace di affrontare la realtà e di creare valore al suo interno.

I desideri non vengono eliminati, ma trasformati

A questo punto diventa più chiaro il principio giapponese bonno soku bodai, che possiamo tradurre come «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione». Non significa che qualunque impulso sia già, in quanto tale, saggio o benefico. Significa che il desiderio non deve necessariamente essere soppresso per raggiungere l'Illuminazione: può diventare il materiale stesso della trasformazione.

L'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai lo formula con grande chiarezza: gli insegnamenti di Nichiren «pongono l'accento sulla trasformazione, piuttosto che sull'eliminazione, dei desideri».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Come vengono visti i desideri dai buddisti della Soka Gakkai?».

La stessa fonte spiega che, attraverso la pratica, desideri inizialmente egoistici e diretti verso una felicità passeggera possono ampliarsi fino a comprendere la felicità degli altri e, infine, del mondo intero. Questo passaggio è essenziale. Non si parte necessariamente da motivazioni altruistiche o compassionevoli. Possiamo iniziare a recitare perché abbiamo paura, perché vogliamo un lavoro, perché una relazione ci fa soffrire o perché abbiamo bisogno di denaro. La pratica non richiede di fingere di avere motivazioni più nobili di quelle reali. Ci chiede piuttosto di portare nella preghiera l'intera realtà della nostra vita e di trasformarla.

Daisaku Ikeda parla di un «desiderio fondamentale», una forza capace di spingere «tutti gli altri desideri umani nella direzione della creatività».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Desideri e Illuminazione».

Possiamo allora dire, con una precisazione, che il desiderio fondamentale «include» gli altri desideri. Non li contiene nel senso che garantisce la realizzazione letterale di tutto ciò che vogliamo. Li include nel senso che può orientarli, ampliarli e attribuire loro un significato più profondo. È in questa prospettiva — senza escludere la possibilità di benefici concreti — che va compresa l'affermazione secondo cui la pratica conduce alla realizzazione dei propri desideri. Nel seguito di questo articolo, il concetto diverrà ancora più chiaro.

Il desiderio particolare non viene necessariamente cancellato: cambia il modo in cui desideriamo e cambia ciò che vogliamo fare della nostra eventuale vittoria.

Makiguchi: la felicità non coincide con il possesso

Tsunesaburo Makiguchi, fondatore della Soka Gakkai, pose la felicità al centro della propria riflessione sull'educazione e sulla vita. In una delle sue formulazioni più note afferma:

«Qual è lo scopo della vita? Se dovessimo esprimerlo con una sola parola, sarebbe “felicità”»

Fonte: Tsunesaburo Makiguchi Website, «Quotes».

Ma proprio perché la felicità è lo scopo, essa non può essere identificata semplicemente con l'accumulo di beni o con il soddisfacimento di una serie di richieste. Nei testi della Soka Gakkai viene ricordato che Makiguchi criticava l'idea di poter considerare compiuta la propria vita soltanto perché si era riusciti a mettere da parte denaro, comprare la casa desiderata o concedersi qualche lusso. Il possesso può avere valore, ma non coincide con la felicità più profonda. Il problema non è avere una casa, denaro o comodità; il problema nasce quando questi diventano la misura definitiva del valore della vita.

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 1.2

Toda: dalla felicità relativa alla felicità assoluta

Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, chiarì ulteriormente questa distinzione parlando di «felicità relativa» e «felicità assoluta». Per felicità relativa intendeva la soddisfazione che dipende dalle circostanze: ottenere ciò che desideriamo, migliorare la nostra posizione, possedere qualcosa che prima non avevamo. Queste cose possono essere importanti e non vengono disprezzate; sono però instabili, perché dipendono da condizioni che cambiano.

La rivoluzione umana, secondo Toda, mira invece a «creare una condizione vitale di felicità assoluta, uno stato interiore che non può essere distrutto dalle influenze esterne».

Fonte: Josei Toda Website, «Human Revolution».

La distinzione è decisiva per comprendere l'espressione «realizzare i propri desideri». Una pratica religiosa il cui scopo fosse semplicemente moltiplicare le soddisfazioni relative lascerebbe intatto il problema fondamentale: avremmo continuamente bisogno di una nuova condizione esterna per poterci sentire felici. Toda sposta invece il centro della questione dalla quantità di cose ottenute alla qualità della condizione vitale con cui affrontiamo l'esistenza.

Ikeda: Nam-myoho-renge-kyo non è una formula magica

Daisaku Ikeda affronta direttamente il possibile fraintendimento in un'intervista con Clark Strand. Alla domanda su come sia possibile pregare per carriera, salute, matrimonio e altri desideri senza contraddire il Buddismo, Ikeda risponde che l'ideale del Buddismo mahayana è la felicità per sé e per gli altri e che la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo rinnova il voto di vivere secondo questo ideale.

Poi formula un'avvertenza inequivocabile:

«Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri»

Fonte: Daisaku Ikeda, intervista di Clark Strand.

La pratica, prosegue Ikeda, è un processo di trasformazione mediante il quale possiamo superare il «piccolo io», dominato dall'attaccamento e dalla paura, e manifestare un io più ampio, capace di saggezza e compassione. Questo non comporta l'abolizione della dimensione personale. Il desiderio di guarire, di trovare un lavoro o di risolvere un conflitto rimane reale. Ma la domanda diventa progressivamente più grande: Che tipo di persona posso diventare attraversando questa difficoltà? Quale valore posso creare? Come può la mia vittoria diventare incoraggiamento anche per altri?

La preghiera personale e kosen-rufu non sono due cose separate

Kosen-rufu significa letteralmente l'ampia propagazione dell'insegnamento; nel linguaggio della Soka Gakkai, indica il movimento volto a diffondere la Legge mistica e a costruire pace e felicità per le persone.

Ikeda afferma:

«Pregare per le sfide della nostra vita e pregare per kosen-rufu [...] sono essenzialmente una cosa sola e indivisibile».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 12.2.

Questo non significa che, quando abbiamo bisogno di un lavoro, dovremmo smettere di desiderarlo e sostituire artificialmente quel bisogno con un pensiero astratto sulla pace mondiale. Significa piuttosto che il bisogno personale può diventare la porta attraverso cui il nostro desiderio si amplia.

«Voglio questo lavoro perché ho paura di non farcela» può trasformarsi in: «Voglio superare questa situazione, sviluppare le mie capacità, sostenere chi dipende da me e dimostrare con la mia vita che una difficoltà può essere trasformata». Il desiderio iniziale non è stato negato. È diventato più grande.

Analogamente, «voglio guarire» può diventare: «Voglio vivere pienamente, trasformare questa sofferenza in forza e diventare capace di comprendere e incoraggiare chi attraversa una prova simile». «Voglio essere riconosciuto» può trasformarsi nel desiderio di sviluppare davvero le proprie capacità e usarle per creare valore. «Voglio denaro» può trasformarsi nel desiderio di sicurezza, libertà responsabile, sostegno alla famiglia e capacità di contribuire.

Pregare significa formulare un voto e agire

Un altro chiarimento di Ikeda impedisce di intendere la preghiera come attesa passiva. In un episodio della Nuova rivoluzione umana, parlando a un agricoltore, viene respinta esplicitamente l'idea che la pratica possa far prosperare i campi senza studio, ingegno e sforzo. Ikeda sintetizza:

«La preghiera nel Buddismo di Nichiren significa recitare Nam-myoho-renge-kyo basandosi su un voto».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 16.6.

L'essenza di questo voto è kosen-rufu. La preghiera, quindi, non è semplicemente «Gohonzon, dammi questo». È più vicina a una decisione: «Trasformerò questa situazione; manifesterò la mia Buddità; userò questa esperienza per creare valore». Alla preghiera seguono studio, iniziativa, correzione degli errori, perseveranza e azione concreta.

Questo aspetto è essenziale anche per chi osserva il Buddismo dall'esterno: la fede non viene presentata come sostituto della responsabilità personale. Al contrario, dovrebbe rafforzarla.

Il Gohonzon non è un potere esterno che distribuisce favori

La lettura magica dell'appagamento dei desideri diventa ancora meno sostenibile se consideriamo come Nichiren descrive il Gohonzon, cioè l'oggetto di culto davanti al quale i praticanti recitano Nam-myoho-renge-kyo. Nello scritto Il reale aspetto del Gohonzon afferma:

«Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».

Fonte: Nichiren Daishonin, Il reale aspetto del Gohonzon.

Subito dopo spiega che il Gohonzon esiste nella vita delle persone comuni che abbracciano il Sutra del Loto e recitano Nam-myoho-renge-kyo. Naturalmente il Gohonzon è anche il mandala concreto iscritto da Nichiren e oggetto della pratica; ma il suo significato religioso non è quello di una divinità separata dalla persona che, dall'esterno, concede o nega favori.

La pratica davanti al Gohonzon serve a manifestare nella propria vita la condizione di Buddità che esso rappresenta. Attraverso questa pratica, vedremo quale forza vitale possiamo far emergere, quale saggezza possiamo sviluppare, quale paura possiamo affrontare, quale karma possiamo trasformare e quale significato nuovo possono assumere persino i desideri da cui eravamo partiti.

«Nessuna preghiera rimane senza risposta» non significa «ogni desiderio si avvera»

Ikeda chiarisce direttamente questo punto rispondendo a un giovane che non vedeva risultati nonostante la pratica. Scrive che nel Buddismo di Nichiren si afferma che nessuna preghiera rimane senza risposta, ma aggiunge:

«Questo è molto diverso dall'avere ogni desiderio immediatamente soddisfatto come per magia».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 3.18.

Alcune nostre preghiere immediate si realizzano nella forma desiderata, altre no. Ma, da una prospettiva più profonda e di lungo periodo, Ikeda afferma che tutte le preghiere ci spingono nella direzione della felicità e che, continuando a praticare, possiamo conseguire il miglior risultato.

La pratica non garantisce quindi che la realtà assuma la forma che avevamo immaginato all'inizio. La sua promessa più profonda riguarda la direzione della vita e la trasformazione della persona. Ikeda distingue per questo tra beneficio «visibile», cioè un cambiamento evidente delle circostanze, e beneficio «invisibile», cioè la costruzione graduale di una condizione vitale più forte, libera e capace di creare valore.

Questa distinzione impedisce due errori opposti. Il primo consiste nel dire che i risultati concreti non contano: sarebbe falso rispetto alla tradizione della Soka Gakkai, che attribuisce grande importanza alla prova concreta nella vita quotidiana. Il secondo consiste nell'identificare la prova concreta con l'ottenimento letterale di qualunque cosa sia stata desiderata. Anche questo è falso. Una vittoria può consistere nell'ottenere ciò per cui abbiamo pregato; può anche consistere nel diventare abbastanza liberi e saggi da comprendere che ciò che avevamo chiesto non era ciò di cui avevamo veramente bisogno (rispetto allo scopo della nostra vita), o la strada giusta da seguire.

Se non ci fossero anche le sofferenze, non avremmo mai lo stimolo per approfondire e migliorarci.

In che senso il desiderio del Budda comprende gli altri desideri?

Il «desiderio più profondo del Budda» è che tutti gli esseri viventi manifestino la Buddità. Nel linguaggio della Soka Gakkai, questo si esprime come realizzazione della felicità propria e altrui e, sul piano sociale, come impegno per kosen-rufu.

Dire che questo desiderio comprende tutti gli altri è corretto se lo intendiamo in senso esistenziale, non meccanico. Non significa: «Poiché il Budda desidera la felicità di tutti, allora riceverò necessariamente quella casa, quella relazione, quella promozione o quella somma di denaro». Significa invece: «Ogni desiderio umano può essere portato dentro il processo attraverso cui manifestiamo saggezza, coraggio e compassione, e può quindi essere trasformato in una causa di felicità più profonda per noi e per gli altri».

Il punto decisivo non è soltanto che cambia l'oggetto del desiderio. Cambia soprattutto il soggetto che desidera. All'inizio possiamo volere qualcosa perché siamo dominati dalla paura, dal confronto, dal bisogno di approvazione o dalla sensazione di mancanza. Continuando la pratica, possiamo desiderare la stessa cosa con una motivazione diversa; oppure possiamo scoprire di volerne un'altra. In entrambi i casi, il desiderio non è più semplicemente un comando a cui la nostra vita deve obbedire. Diventa energia da orientare.

Questo è probabilmente il significato più concreto del principio bonno soku bodai, «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione»: non la consacrazione di ogni impulso, ma la possibilità di trasformare qualunque impulso in materiale per la crescita umana e per l'Illuminazione.

Il grande fraintendimento sull'appagamento dei desideri

Quando si dice senza spiegazioni «recita Nam-myoho-renge-kyo e realizzerai tutti i tuoi desideri», possono nascere almeno tre fraintendimenti.

  1. Il primo è trasformare il Gohonzon in un'entità esterna che premia chi pratica. Questo contrasta con l'affermazione di Nichiren: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».
     
  2. Il secondo è identificare il beneficio con la perfetta coincidenza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che accade. Ikeda afferma invece esplicitamente che alcune preghiere immediate si realizzano e altre no, e che la risposta va compresa nella prospettiva più ampia della trasformazione della vita.
     
  3. Il terzo è immaginare che l'io che desidera possa rimanere immutato. Ma la pratica della Soka Gakkai chiama proprio «rivoluzione umana» il processo di profonda trasformazione interiore attraverso cui una persona cambia il proprio modo di vivere, di reagire e di creare valore.

La formula più fedele all'insieme degli insegnamenti non è quindi: «La realtà finirà per obbedire a tutti i miei desideri». È piuttosto: «Attraverso la pratica possiamo diventare persone capaci di trasformare la realtà e di trasformare il significato stesso dei nostri desideri».

Conclusione: il desiderio non viene cancellato, viene reso più grande

Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di arrivare davanti al Gohonzon già ripuliti da ogni egoismo. Possiamo recitare partendo esattamente da ciò che siamo: dalla paura per una malattia, dall'angoscia economica, dal desiderio di essere amati, dalla rabbia, dall'ambizione, dalla solitudine. Proprio per questo la pratica riguarda la vita reale.

Ma se continuiamo a praticare, il senso della preghiera non dovrebbe rimanere fermo al punto di partenza. Il desiderio personale può approfondirsi fino a congiungersi con il «desiderio più profondo del Budda» che ogni essere umano possa manifestare la propria Buddità. A quel punto, la felicità personale e la felicità degli altri cessano di apparire come interessi necessariamente contrapposti. Anzi, si rivelano profondamente inseparabili.

Possiamo quindi affermare che «realizzare tutti i propri desideri», letto alla luce dell'insieme degli scritti di Nichiren Daishonin e degli insegnamenti di Makiguchi, Toda e Ikeda, non significa ottenere automaticamente ogni oggetto desiderato. Significa entrare in un processo in cui nulla di ciò che desideriamo, soffriamo o affrontiamo deve andare sprecato: tutto può diventare materiale per manifestare una condizione di vita più vasta.

Alcuni desideri si realizzeranno nella forma immaginata. Altri cambieranno. Altri ancora verranno superati. Talvolta comprenderemo che dietro un desiderio particolare ce n'era uno più profondo. In questo senso, il desiderio fondamentale non è semplicemente un desiderio aggiuntivo, collocato accanto agli altri: è ciò che può orientarli, trasformarli e dare loro un significato.

Così anche il celebre incoraggiamento di Risposta a Kyo'o acquista una profondità diversa. Non promette un universo obbligato a soddisfare l'io. Indica la possibilità che, attraverso la fede e la pratica, la nostra stessa vita diventi capace di una trasformazione che all'inizio non potevamo ancora immaginare.

(11 agosto 2026)

L’illusione dell’impotenza individuale: una prospettiva buddista

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È comune pensare che il singolo essere umano abbia possibilità quasi irrilevanti di incidere sull’ambiente naturale e sociale. Di fronte a problemi ecologici e di distruzione ambientale, a grandi strutture economiche, istituzioni, rapporti di potere o semplicemente al comportamento delle persone che ci circondano, la sproporzione fra noi e ciò che vorremmo cambiare appare evidente.

Il Buddismo di Nichiren propone però un punto di vista che ribalta questa percezione. Nello scritto Sui presagi (RSND, 1, 574), Nichiren Daishonin afferma:

«L’ambiente è paragonabile all’ombra e la vita al corpo».

È l’immagine da cui nasce una delle formulazioni più radicali del principio di esho funi, l’inseparabilità fra vita e ambiente. Ma poco dopo Nichiren aggiunge una frase altrettanto importante:

«Inoltre, la vita è modellata dall’ambiente».

Questa seconda affermazione è decisiva. Impedisce di intendere esho funi come una specie di idealismo secondo il quale la mente produrrebbe magicamente il mondo esterno.

Esho funi: “due ma non due”

La Soka Gakkai spiega esho funi come l’unicità della vita e del suo ambiente. Il termine funi viene reso con l’espressione “due ma non due”: vita e ambiente sono distinguibili, ma non esistono come realtà completamente indipendenti.

Noi non siamo il nostro ambiente, ma non esiste neppure un “noi” separabile da esso.

La persona che siamo oggi è inseparabile dal corpo che possediamo, dalle persone che abbiamo incontrato, dalla lingua che parliamo, dalla famiglia e dalla cultura nelle quali siamo cresciuti, dalle opportunità che abbiamo avuto o che ci sono state negate, dalle condizioni economiche e sociali nelle quali viviamo e dall’ambiente naturale dal quale dipende la nostra stessa esistenza.

Nello stesso tempo, però, attraverso le nostre azioni modifichiamo continuamente almeno una parte di quell’ambiente.

Il rapporto è dunque bidirezionale.

Daisaku Ikeda insiste esplicitamente su questo punto nella proposta di pace del 1997, Nuovi orizzonti di una civiltà globale. Se ci limitassimo ad affermare la priorità della vita sull’ambiente — osserva — cadremmo nell’idealismo (cfr. "Un fondamentale cambiamento di prospettiva", pag. 13). Gli esseri umani sono a loro volta parte della natura e dipendono dall’ambiente. Per questo Ikeda definisce esho funi un concetto dinamico: la vita può diventare agente del cambiamento, mentre l’ambiente esercita contemporaneamente la propria influenza sulla vita.

Non c’è quindi un soggetto onnipotente che crea con il pensiero ciò che gli sta intorno. C’è piuttosto una relazione continua nella quale vita e ambiente si condizionano reciprocamente.

Perché una trasformazione interiore dovrebbe cambiare qualcosa là fuori?

Rimane però la domanda più difficile: anche accettando questa interdipendenza, per quale ragione cambiare interiormente dovrebbe modificare di una virgola l’ambiente?

Sul piano delle relazioni umane il meccanismo è relativamente facile da osservare.

Supponiamo di avere un rapporto molto difficile con una persona sul luogo di lavoro. Ogni conversazione finisce in uno scontro. Ci sentiamo minacciati e reagiamo aggressivamente; oppure, al contrario, temiamo il conflitto e tolleriamo continuamente comportamenti che ci fanno soffrire.

Una trasformazione interiore non significa convincerci che l’altra persona sia improvvisamente diventata meravigliosa. Può significare diventare meno dipendenti dalla sua approvazione, più capaci di ascoltare, più coraggiosi nel porre un limite, meno inclini a reagire automaticamente a una provocazione.

Quando torniamo in quella relazione, però, a seguito del nostro cambiamento interiore non siamo più esattamente la stessa "causa" che eravamo prima.

Cambiano le parole che scegliamo, le reazioni, ciò che accettiamo e ciò che non accettiamo, le possibilità che riusciamo a vedere. L’altra persona conserva completamente la propria libertà e potrebbe non cambiare affatto. Ma il sistema costituito da noi, dall’altra persona e dalla relazione fra entrambi non è più identico.

In questo senso il nostro ambiente sociale è già cambiato, almeno di una virgola.

Non perché abbiamo controllato qualcun altro, ma perché abbiamo trasformato una delle cause che operano dentro quella situazione: noi stessi.

Influenzare non significa controllare

Questo introduce una distinzione importante.

Quando una situazione ci fa soffrire, è naturale pensare che la soluzione consista nel cambiamento di qualcun altro: il partner dovrebbe capire, un figlio dovrebbe comportarsi diversamente, il collega dovrebbe smettere di fare certe cose, il dirigente dovrebbe prendere decisioni differenti, gli avversari politici dovrebbero cambiare opinione.

A volte potremmo avere ragione nel merito, ma non è questo il punto. Il problema nasce quando il nostro benessere o la nostra possibilità di agire vengono subordinati alla condizione che un’altra persona diventi ciò che pensiamo che dovrebbe essere.

Da qui è facile passare dall’influenza alla pretesa di controllo.

La posizione della Soka Gakkai sul dialogo merita uno sguardo attento proprio sotto questo profilo. Parlare con gli altri, proporre idee, discutere e cercare di persuadere sono perfettamente compatibili con la pratica buddista. Ciò che viene escluso è l’imposizione: in un testo della Soka Gakkai dedicato al dialogo, Daisaku Ikeda afferma che diffondere il Buddismo (shakubuku) non significa costringere gli altri ad accettare le proprie convinzioni; piuttosto, invita ad ascoltare pazientemente l’interlocutore invece di imporgli le nostre conclusioni.

La distinzione non è dunque fra influenzare e non influenzare. Ogni relazione umana comporta inevitabilmente un’influenza reciproca.

La distinzione è fra dialogo e dominio, persuasione e coercizione, relazione e controllo.

Possiamo offrire a un’altra persona argomenti, esperienze e possibilità. Non possiamo produrre dall’esterno la sua trasformazione interiore.

La rivoluzione umana non è qualcosa che possiamo fare al posto di un altro. Il percorso di consapevolezza è personale.

Responsabilità non significa colpevolizzazione

Il principio di esho funi può essere frainteso in una direzione abbastanza problematica.

Se si dice semplicemente che “l’ambiente riflette la nostra vita”, si rischia di concludere che chi vive una situazione terribile ne sia in qualche modo responsabile perché non avrebbe trasformato abbastanza il proprio stato interiore.

Ma una simile conclusione dimenticherebbe proprio la seconda parte del principio: anche la vita è modellata dall’ambiente.

Povertà, violenza, discriminazione, sfruttamento economico, disoccupazione, inquinamento e distruzione degli ecosistemi non possono essere ridotti allo stato d’animo delle persone che ne subiscono le conseguenze.

Assumersi la responsabilità della propria vita non significa attribuirsi la colpa di tutto ciò che accade. Significa domandarsi quale libertà di risposta rimanga possibile dentro condizioni che non abbiamo necessariamente scelto e che, in molti casi, sono immensamente più potenti del singolo individuo.

È una distinzione essenziale: responsabilità non significa onnipotenza.

La trasformazione interiore non sostituisce l’azione esterna

Il problema diventa ancora più evidente quando passiamo dalle relazioni personali ai problemi ecologici e di distruzione ambientale.

Se un territorio è gravemente contaminato da attività industriali, nessun individuo può personalmente bonificarlo grazie alla propria trasformazione interiore. Possono essere necessarie competenze tecniche, enormi risorse economiche, controlli, leggi, decisioni amministrative, azioni giudiziarie, organizzazioni collettive e interventi che superano enormemente le possibilità di una singola persona.

Esho funi non rende inesistente questa sproporzione.

La trasformazione interiore può però modificare ciò che facciamo dentro quella sproporzione. Può portarci a informarci meglio, unirci ad altre persone, sostenere un’associazione, partecipare a un comitato, promuovere una battaglia politica, contribuire con le nostre competenze, sostenere una proposta legislativa o creare forme di organizzazione che prima non esistevano.

Nessuna di queste azioni garantisce il risultato.

Avere una possibilità di influenza non significa avere il controllo.

Ed è significativo che, quando Daisaku Ikeda affronta concretamente i problemi ambientali, non proponga affatto la sola trasformazione della coscienza. Nella proposta del 2012 Per una società globale sostenibile indica, fra le altre cose, progetti di forestazione, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, energie rinnovabili, partecipazione delle comunità, riforme delle istituzioni internazionali, collaborazione con la società civile, coinvolgimento dei giovani ed educazione.

La rivoluzione umana, dunque, non sostituisce le trasformazioni tecniche, economiche, politiche e istituzionali.

Dovrebbe piuttosto trasformare il soggetto che prende parte a quelle trasformazioni.

In questo senso è interessante anche una formula utilizzata dalla Soka Gakkai italiana: “Pensare globalmente, cambiare interiormente, agire localmente”. Essa riprende una formula ecologista molto diffusa, ma inserisce fra comprensione globale e azione locale un passaggio caratteristico della prospettiva buddista: cambiare interiormente.

Il punto non è farne uno slogan, ma comprendere il nesso fra i tre momenti. Il cambiamento interiore che non produce alcuna azione rischia di ridursi a spiritualismo; l’azione esteriore che non mette mai in discussione avidità, paura, aggressività, ricerca del prestigio e volontà di dominio rischia invece di riprodurre, attraverso strumenti nuovi, gli stessi meccanismi che pretende di combattere.

Ma che cosa può un individuo contro un sistema economico?

A questo punto emerge un problema ancora più radicale.

A mio avviso, una delle radici profonde dell’attuale rapporto distruttivo con l’ambiente naturale si trova nel modello economico neoliberista e turbo-capitalista. In pratica, a livello mondiale, la tutela degli ecosistemi viene subordinata alla massimizzazione del profitto economico, con i conseguenti costi ambientali (cioè disastri) scaricati sulla collettività. Anche le guerre, il riarmo e l'espansione dell'IA — con sempre più datacenter distruttivi per intere comunità — sono sia conseguenze fatali del nostro modello economico, sia cause abnormi di distruzione ambientale.

Ma questa mia convinzione rende la domanda sul potere del singolo ancora più difficile, non più facile.

Che cosa possiamo fare individualmente davanti a un sistema economico mondiale?

Sarebbe poco convincente rispondere semplicemente che dobbiamo consumare in maniera più responsabile. Le scelte individuali hanno certamente effetti, ma strutture di questa dimensione non dipendono soltanto dalle decisioni dei consumatori.

Se riteniamo necessario un modello economico radicalmente diverso — socialista o comunque costruito attorno a vincoli ecologici, sociali e politici differenti — nessuna singola persona può produrre quella trasformazione con la propria volontà.

I sistemi cambiano attraverso processi collettivi: organizzazione politica e sociale, conflitto democratico, associazioni, movimenti, sindacati, imprese, istituzioni, leggi, cultura, tecnologia, rapporti economici e mutamenti nei rapporti di forza.

La rivoluzione umana non può sostituire tutto questo.

Ma tutto questo, a sua volta, viene realizzato da esseri umani.

È qui che il passaggio dal singolo alla società può essere compreso senza ricorrere a spiegazioni magiche.

Una persona cambia; cambia il genere di cause che introduce nelle proprie relazioni; alcune di quelle relazioni possono generare collaborazione; la collaborazione può diventare organizzazione; l’organizzazione può produrre azione collettiva; l’azione collettiva può incidere sulle istituzioni e, in determinate circostanze storiche, anche sulle strutture economiche.

La catena può interrompersi in qualunque punto. Non esiste alcuna garanzia che il risultato desiderato venga raggiunto.

Ma questo è molto diverso dal dire che il singolo non conta nulla.

Dal cambiamento individuale alla trasformazione sociale

Nella riflessione della Soka Gakkai il nesso viene formulato in modo ancora più forte. In un testo dedicato al significato della rivoluzione umana, Daisaku Ikeda afferma che la rivoluzione umana è anche rivoluzione sociale e rivoluzione dell’ambiente.

Questo non dovrebbe essere interpretato come una formula secondo cui:

una persona cambia interiormente → il mondo esterno cambia automaticamente.

Una lettura più concreta potrebbe essere:

una persona cambia → cambia la qualità della sua presenza nel mondo → cambiano alcune delle cause che introduce nelle relazioni → possono cambiare relazioni e reti sociali → queste possono generare azioni collettive → le azioni collettive possono modificare strutture e istituzioni.

Fra il primo e l’ultimo passaggio esiste tutto lo spazio dell’azione umana, con i suoi successi, i suoi fallimenti, gli ostacoli e i rapporti di forza.

La trasformazione interiore è dunque il punto dal quale possiamo partire non perché sia l’unico livello della realtà che conta, ma perché è quello sul quale possiamo esercitare la responsabilità più immediata.

Ichinen sanzen: una tesi ancora più profonda

A livello dottrinale, tuttavia, il Buddismo di Nichiren afferma qualcosa di ancora più radicale.

Esho funi si comprende all’interno del principio di ichinen sanzen, i “tremila regni in un singolo istante di vita”. Nella spiegazione della Soka Gakkai, la vita individuale, gli altri esseri viventi e l’ambiente non costituiscono mondi indipendenti che successivamente entrano in relazione: sono aspetti interconnessi della medesima realtà fenomenica.

Per il praticante, quindi, l’affermazione che la trasformazione della vita si manifesti anche nell’ambiente possiede un significato più profondo di quello puramente psicologico o sociologico.

Ma è possibile distinguere questo livello dottrinale da un livello immediatamente osservabile.

Anche limitandoci alle normali relazioni di causa ed effetto, possiamo constatare che il nostro stato vitale modifica ciò che percepiamo, le possibilità che riusciamo a vedere, le decisioni che prendiamo, il modo in cui trattiamo le persone, le relazioni che costruiamo e la nostra capacità di perseverare nell’azione.

Questo non significa che la realtà sia una nostra invenzione mentale.

Significa che non incontriamo mai la realtà senza partecipare a essa.

Il vero ribaltamento

Forse il punto più radicale di esho funi non è dunque:

“Possiamo controllare il mondo.”

È quasi il contrario:

“Non siamo mai completamente esterni al mondo che vorremmo cambiare.”

Quando critichiamo una relazione, ne facciamo parte.

Quando critichiamo una società, siamo fra gli esseri umani che la compongono.

Quando denunciamo la distruzione dell’ambiente naturale, i nostri corpi, le nostre attività economiche, le istituzioni cui partecipiamo e le società nelle quali viviamo appartengono già alla rete di relazioni che chiamiamo ambiente.

Non siamo osservatori collocati fuori dal sistema.

La rivoluzione umana, allora, non consiste nel ritirarsi dalla realtà per occuparsi soltanto della propria interiorità. Significa andare abbastanza in profondità nella trasformazione di noi stessi da cambiare la qualità della nostra partecipazione alla realtà.

Non possiamo ordinare all’ombra di spostarsi.

Possiamo però muovere il corpo.

E, nel mondo reale, quel movimento prende la forma di parole, decisioni, relazioni, dialogo, organizzazione, solidarietà, partecipazione politica, trasformazioni istituzionali e azioni concrete.

Il risultato non è garantito. Il nostro potere non è assoluto. Ma la nostra presenza non è nemmeno nulla.

È forse precisamente in questo spazio, fra impotenza e onnipotenza, che esho funi restituisce al singolo essere umano la propria responsabilità.

Fonti e approfondimenti

(8 agosto 2026)

Le armi nucleari non sono un concetto astratto! Proposte di pace

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Prima di essere memoria, Hiroshima e Nagasaki erano città.

Luoghi abitati da persone normali, in una mattina che non avrebbe dovuto diventare il simbolo di una nuova forma di distruzione.

Il 6 e il 9 agosto 1945 ci ricordano che le armi nucleari non sono un concetto astratto. Hanno conseguenze immediate e durature sui corpi, sull'ambiente, sulle relazioni, sulle generazioni.

Per questo ricordare non significa soltanto commemorare.

Significa riportare al centro ciò che spesso scompare dalle parole della sicurezza: le persone.

Questa settimana la dedichiamo alla memoria di Hiroshima e Nagasaki, e alla responsabilità di costruire un mondo libero da armi nucleari ❤️

#Senzatomica
#Hiroshima
#Nagasaki
#DisarmoNucleare
#Pace
#Hibakusha

Fonte: https://www.instagram.com/senzatomica_official/


06 agosto 1945
Hiroshima 
09 agosto Nagasaki 

«Se vogliamo lasciarci alle spalle l’era del terrore nucleare dobbiamo combattere contro il vero “nemico”. Quel nemico non sono le armi nucleari in quanto tali, né gli Stati che le possiedono o le costruiscono. Il vero nemico da affrontare è il modo di pensare che le giustifica: l’esser pronti ad annientare gli altri qualora li avvertiamo come una minaccia o un ostacolo per la realizzazione dei nostri scopi» (Proposta di pace 2010, BS, 140, 21)
Perciò la chiave è racchiusa nel nostro impegno quotidiano a fare la propria rivoluzione umana, a diventare, anche se di poco, migliori di ieri.
Per scegliere la pace bisogna partire dal proprio cuore, sempre. Orientare ogni giorno la vita nella direzione del massimo valore significa scegliere la pace.
Non alimentare la nostra oscurità significa pace.
Ricordarci che anche l’altro è un essere umano significa scegliere la pace.
Noi che pratichiamo il Buddismo di Nichiren Daishonin abbiamo fatto il voto di realizzare kosen-rufu, cioè realizzare questa visione di pace, a partire dalle nostre vite. Questo insegnamento non è una teoria idealistica ma una chiara guida verso la pace e la felicità.
In che modo? Rendendoci capaci di manifestare l’infinito potenziale inerente alle nostre vite.
E quando la pace ci sembra lontana o un’utopia?
Possiamo ripartire dal Daimoku per trasformare quell’impotenza che ci fa sentire deboli o insignificanti, e comprendere che ogni vita è infinitamente e ugualmente degna di rispetto, in grado di manifestare il supremo potere del Budda che è un tutt’uno con l’universo. Come spiega il maestro Ikeda:
«La via più sicura per una pace duratura consiste nella purificazione e nella trasformazione della vita di ogni individuo. Questo insegna il Buddismo, questo è il nucleo della pratica buddista. Sono fermamente convinto che qui si trovi la ricetta migliore per guarire in modo definitivo le malattie spirituali dell’umanità e della società» (Proposta di pace 2005, BS, 110)
In poche parole, l’unico modo per realizzare felicità e pace nella società caotica di oggi, è sviluppare pienamente il nostro potenziale umano e quello di ogni persona.
 
Daisaku Ikeda
NR n 823

(6 agosto 2026)

Lettera da Teradomari (riunione di studio, appunti)

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Appunti personali per la riunione di studio di luglio 2026 sul Gosho Lettera da Teradomari. La traccia segue i quattro brani scelti nello studio mensile pubblicato su Il Nuovo Rinascimento.

Titolo-guida della lezione: Avanziamo senza paura sul sentiero di kosen-rufu, convinti che la verità e la giustizia prevarranno.

Introduzione storica

Questo Gosho nasce in uno dei momenti più drammatici e decisivi della vita di Nichiren Daishonin. Il 12° giorno del nono mese del 1271 le autorità tentarono di decapitarlo a Tatsunokuchi. Fallita l'esecuzione, fu affidato alla custodia di Homma Rokuro Saemon Shigetsura, viceconestabile (cioè vicegovernatore militare e responsabile dell’ordine pubblico) della provincia di Sado, e rimase segregato per quasi un mese nella residenza del viceconestabile a Echi, nella provincia di Sagami, non lontano da Kamakura. Il decimo giorno del decimo mese Nichiren lasciò Echi sotto scorta.

Ricapitolando:

  • 12º giorno del nono mese del 1271: condanna all’esilio a Sado.
  • Notte tra il 12 e il 13: tentativo di decapitazione a Tatsunokuchi (deciso arbitrariamente da Hei no Saemon, funzionario governativo di alto rango)
  • 13º giorno: Nichiren viene affidato a Homma e trasferito nella residenza di Echi.
  • Permanenza di quasi un mese a Echi: attesa di nuove istruzioni o della conferma pratica di come procedere dopo il fallimento dell’esecuzione.
  • 10º giorno del decimo mese: partenza effettiva verso Sado.

Durante il viaggio verso Sado, passò per Kumegawa, nella provincia di Musashi, e dopo dodici giorni di viaggio raggiunse Teradomari, porto della provincia di Echigo affacciato sul Mar del Giappone. Era caduta molta neve, il mare era agitato e il vento impediva la traversata verso l'isola di Sado. Il viaggio si svolse infatti fra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno, in condizioni assai più dure di quanto possa suggerire il "ventiduesimo giorno del decimo mese". Per capire meglio il clima, nel 1271 abbiamo questa corrispondenza con il calendario gregoriano:

  • nono mese: mese lunisolare corrispondente grosso modo a ottobre;
  • decimo mese: periodo successivo, grosso modo tra novembre e dicembre.

Nichiren era arrivato a Teradomari il 21º giorno e scrisse la lettera il 22º. Appro­dò a Sado il 28º: rimase quindi bloccato al porto per diversi giorni, all’incirca una settimana considerando anche la traversata.

Indirizzò la lettera a Toki Jonin, uno dei suoi principali discepoli laici. Toki era un samurai al servizio del signore di Chiba, nella provincia di Shimosa; aveva abbracciato l'insegnamento del Daishonin intorno al 1254 e conservò con grande cura molti dei suoi scritti. All'inizio della lettera Nichiren chiede che «tutti coloro che aspirano alla via» si riuniscano per ascoltarla: pur rivolgendosi a Toki, pensa dunque all'intera comunità dei discepoli.

Quella comunità era stata sconvolta dalla persecuzione di Tatsunokuchi. Cinque discepoli erano rinchiusi in celle scavate nel terreno; altri credenti, sottoposti alle pressioni del governo, cominciavano a dubitare o ad abbandonare la fede. Il prete laico inviato da Toki avrebbe dovuto accompagnare Nichiren a Sado, ma il Daishonin lo rimandò indietro perché trasmettesse il suo messaggio e gli portasse notizie dei discepoli imprigionati. Anche in quel frangente, la sua preoccupazione principale non era per sé, ma per loro.

Lettera da Teradomari è il primo di una serie di scritti con i quali, durante l'esilio a Sado, Nichiren dissipò i dubbi dei discepoli e chiarì il significato delle persecuzioni alla luce del Sutra del Loto. Ne fanno parte, fra gli altri, L'apertura degli occhi, Lettera da Sado e La pratica dell'insegnamento del Budda. La sosta forzata a Teradomari non diventa quindi una pausa nella sua lotta: diventa l'inizio di un nuovo, grande contrattacco spirituale.

Il problema di fondo non era soltanto personale. Nel Giappone dell'epoca numerose scuole buddiste difendevano le proprie dottrine e il proprio prestigio, spesso cercando l'appoggio delle autorità. Nichiren sosteneva invece che il criterio dovessero essere i sutra predicati dal Budda e il loro intento fondamentale: permettere a ogni persona di manifestare la Buddità. Le reazioni ostili, le accuse false e infine l'intervento del potere politico mostrano quanto fosse concreta la battaglia fra una religione al servizio delle persone e una religione usata per conservare autorità e privilegi.

Filo conduttore

Idea-guida: il percorso esteriore di questo Gosho va da Echi a Teradomari e poi verso Sado; quello interiore va dalla decisione di non lamentarsi alla certezza di stare vivendo il Sutra del Loto con il proprio corpo. Nichiren è prigioniero e prossimo all'esilio, eppure la sua vita è libera, rivolta a incoraggiare gli altri e ad affermare verità e giustizia.

Una possibile chiave di lettura: il Daishonin non afferma che ogni opposizione dimostri automaticamente che abbiamo ragione. Verifica la propria condotta confrontandola con il Sutra, con la ragione e con la prova concreta. La sua convinzione non è ostinazione personale: nasce dal voto di risvegliare la Buddità delle persone.

Arco emotivo dei quattro brani: dalla fatica affrontata senza lamento, alla comprensione delle persecuzioni; dalla fiducia che la storia farà emergere la verità, fino all'appello ai discepoli perché non rimangano spettatori, ma vivano anche loro il Sutra del Loto.

Primo brano

«Il decimo giorno del corrente mese (il decimo mese) abbiamo lasciato il villaggio di Echi nel distretto di Aiko della provincia di Sagami, abbiamo sostato a Kumegawa nella provincia di Musashi e, dopo aver viaggiato per dodici giorni, siamo arrivati al porto di Teradomari, nella provincia di Echigo. Da qui dobbiamo salpare per l'isola di Sado, ma, poiché i venti non sono favorevoli, non so quando partiremo.

Le difficoltà lungo la strada sono state maggiori di quanto pensassi e impossibili da descrivere. Ti lascio immaginare che cosa ho dovuto sopportare. Ma poiché ero preparato fin dalla partenza a tali difficoltà, non vedo perché debba cominciare a lamentarmi adesso. Perciò non ne parlerò».

Cuore del brano: Nichiren non nega né minimizza la durezza della prova. Dice che le difficoltà sono state persino maggiori del previsto, ma non permette che siano esse a decidere la direzione della sua vita. La decisione fondamentale era stata presa «fin dalla partenza».

Da mettere a fuoco:

  • Il viaggio durò dodici giorni e si concluse soltanto con un'altra attesa: il vento contrario impediva ancora di raggiungere Sado. Umanamente, sarebbe stato naturale sentirsi esausti e scoraggiati.
  • «Ero preparato fin dalla partenza» non significa non provare dolore o paura. Significa aver stabilito in anticipo per che cosa vivere, così che le circostanze non possano cancellare il voto.
  • «Perciò non ne parlerò» non è freddezza né rimozione della sofferenza. La lettera non vuole attirare l'attenzione su di lui, ma rassicurare e rialzare i discepoli.
  • Alla fine dello scritto Nichiren si preoccupa dei discepoli imprigionati e rimanda indietro l'accompagnatore inviato da Toki. La sua calma nasce da una condizione vitale rivolta agli altri.

Aspetto emotivo: possiamo immaginare il freddo, la neve, il corpo stremato, la sorveglianza dei soldati e l'incertezza di un esilio dal quale forse non sarebbe tornato. In mezzo a tutto questo, la voce del Daishonin rimane limpida e composta. Non è insensibilità: è la libertà interiore di chi non consegna il proprio cuore alla situazione.

Punto per noi: quando una prova dura più del previsto, è facile pensare che la pratica non stia funzionando o che non abbiamo più forze. Questo brano ci invita a tornare alla decisione originaria: «Quale valore voglio creare, proprio adesso? Chi posso incoraggiare mentre affronto questa difficoltà?».

Frase di raccordo: il primo brano mostra come Nichiren affronta la persecuzione; il secondo spiega perché, secondo il Sutra del Loto, chi sostiene l'insegnamento corretto incontra ostilità.

Secondo brano

«Il quarto volume del Sutra del Loto afferma: “E poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?”. Il quinto volume dice: “Nel mondo dovrà fronteggiare molta ostilità e sarà difficile credervi”. E il trentottesimo volume del Sutra del Nirvana afferma: “A quel tempo, tutti i non buddisti [si rivolsero al re Ajatashatru e] parlarono così: ‘Oh grande re, esiste attualmente un uomo di incomparabile malvagità, un monaco chiamato Gautama [...]. Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie che, sperando di trarne profitto ed elemosine, sono diventate sue seguaci. Esse non praticano il bene ma usano il potere degli incantesimi e della magia per attirare uomini come Mahakashyapa, Shariputra e Maudgalyayana’”.

[...] Anch'essi parlano di “un uomo di incomparabile malvagità” riferendosi a me, Nichiren, e dicono: “Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie”, riferendosi ai miei discepoli e seguaci. I non buddisti, avendo erroneamente interpretato e trasmesso gli insegnamenti dei Budda precedenti, dimostrarono ostilità nei confronti dell'ultimo Budda, Shakyamuni. Oggi gli studiosi delle varie scuole sono come loro. In conclusione, il loro modo di intendere gli insegnamenti buddisti li ha portati a nutrire idee errate. Sono come persone a cui gira la testa e che pensano che sia la grande montagna a girare intorno a loro».

Cuore del brano: i discepoli potevano interpretare le persecuzioni come la prova che Nichiren avesse sbagliato. Egli rovescia questa lettura: il Sutra del Loto aveva annunciato l'ostilità contro chi lo avrebbe propagato e le accuse mosse contro di lui ripetevano lo stesso schema già usato contro Shakyamuni.

Da mettere a fuoco:

  • Nichiren cita il capitolo “Il maestro della Legge”, il capitolo “Pratiche pacifiche” e il Sutra del Nirvana. Non offre quindi una giustificazione inventata dopo i fatti, ma interpreta la propria esperienza attraverso le scritture.
  • Lo schema della persecuzione è preciso: non potendo prevalere nel confronto delle idee, gli oppositori deformano le intenzioni del praticante, lo descrivono come pericoloso e presentano i suoi seguaci come persone malvagie.
  • Le accuse false raggiungono chi detiene il potere e trasformano un conflitto religioso in repressione politica. È il meccanismo che condusse alla persecuzione di Tatsunokuchi e all'esilio a Sado.
  • L'immagine delle persone a cui gira la testa è molto concreta: quando il punto di vista è distorto, si attribuisce alla montagna il movimento che nasce da noi stessi. Il problema non è la mancanza di intelligenza, ma l'incapacità di mettere in discussione il proprio attaccamento.
  • Questa lettura non autorizza a considerare nemico chiunque ci critichi. Il criterio resta verificare se stiamo agendo in accordo con il rispetto della vita, la ragione, il dialogo e l'intento di condurre le persone alla felicità.

Aspetto emotivo: la calunnia ferisce due volte: colpisce la persona e fa dubitare chi le è vicino. I discepoli potevano chiedersi: «Se il nostro maestro è davvero nel giusto, perché è stato sconfitto e portato in esilio?». Nichiren restituisce loro un significato, e quindi la possibilità di non essere dominati dalla paura.

Punto per noi: quando veniamo fraintesi, la prima reazione può essere risentimento, chiusura o desiderio di restituire l'attacco. Il brano suggerisce un'altra strada: controllare con sincerità il nostro comportamento, rimanere uniti, chiarire i fatti e continuare ad agire per il bene senza farci trascinare dall'odio.

Frase di raccordo: se nel presente le accuse sembrano prevalere, che cosa permette di non perdere fiducia? Il terzo brano allarga lo sguardo al tempo lungo della storia.

Terzo brano

«Ricordo il caso di Pien Ho a cui amputarono le gambe sotto il ginocchio e di Kiyomaro (Uomo Puro) che fu soprannominato Kitanamaro (Uomo Impuro) e fu sul punto di essere condannato a morte. I contemporanei risero e si presero gioco di loro ma, a differenza di questi due uomini, di coloro che li derisero non è rimasto un buon nome. Lo stesso accadrà a chi mi critica ingiustamente».

Cuore del brano: una verità può essere respinta, ridicolizzata o punita nel presente senza perdere il proprio valore. Nichiren richiama due persone perseguitate ingiustamente ma poi ricordate per la loro integrità: la storia, afferma, finirà per distinguere chi difende la giustizia da chi lo attacca.

Da mettere a fuoco:

  • Pien Ho trovò una pietra preziosa, ma gli esperti di due sovrani la giudicarono una pietra comune. Fu accusato di frode e mutilato; soltanto in seguito la gemma venne riconosciuta per ciò che era. L'immagine è eloquente: il giudizio sbagliato non cambia il valore del gioiello.
  • Wake no Kiyomaro, alto funzionario di corte, si oppose al tentativo del prete Dokyo di impadronirsi del trono. Fu insultato cambiandogli il nome da “Uomo Puro” a “Uomo Impuro”, esiliato e minacciato di morte, ma in seguito fu riabilitato.
  • Subito prima di questo passo, Nichiren ricorda quattro critiche rivolte al suo metodo di propagazione: sarebbe stato troppo severo; avrebbe dovuto usare soltanto pratiche pacifiche; avrebbe dovuto riconoscere in silenzio la superiorità del Sutra del Loto; si sarebbe occupato solo di dottrina e non di osservazione della mente.
  • La sua risposta non è una difesa dell'aggressività. Ikeda chiarisce che shakubuku serve a distinguere il vero dall'errato per risvegliare il potere interiore delle persone. Una religione umanistica non impone sottomissione: si fonda sul dialogo e lavora per la felicità della gente comune.
  • La certezza che «la verità prevarrà» richiede pazienza e coerenza. Non significa aspettare passivamente il giudizio dei posteri, ma continuare a parlare e ad agire in modo che la verità possa emergere.

Aspetto emotivo: essere derisi può farci desiderare di nasconderci o di uniformarci. Nichiren, già condannato e prossimo a Sado, non misura il valore della propria scelta dall'approvazione immediata degli altri. La sua serenità nasce da un orizzonte più vasto del momento presente.

Punto per noi: difendere ciò che riteniamo giusto non significa irrigidirci. Significa essere disposti a spiegare, ascoltare, verificare i fatti e restare coerenti anche quando il riconoscimento non arriva. La domanda utile non è «come faccio ad avere ragione?», ma «come posso far emergere la verità creando valore e rispettando la persona che ho davanti?».

Frase di raccordo: nel quarto brano la fiducia nella verità diventa una sfida diretta ai discepoli: non basta ammirare il maestro che vive il Sutra; ciascuno deve assumere in prima persona lo stesso voto.

Quarto brano

«Il capitolo “Esortazione alla devozione” dice: “Ci saranno molte persone ignoranti che ci malediranno e parleranno male di noi”. Questo passo corrisponde perfettamente a me, perché non si dovrebbe applicare anche a tutti voi? “Ci attaccheranno con spade e bastoni”, continua il passo, e io l'ho vissuto con il mio corpo. Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso? Più avanti afferma: “Cercando costantemente di diffamarci nelle grandi assemblee”. E ancora: “Si rivolgeranno ai sovrani, agli alti dignitari, ai brahmani e ai capifamiglia, come pure agli altri monaci [calunniandoci e parlando male di noi]”. Inoltre: “Con sguardo arcigno ci copriranno di insulti; saremo esiliati più e più volte”. “Più e più volte” significa ripetutamente. E io, Nichiren, sono stato ripetutamente scacciato e due volte sono stato condannato all'esilio.

Il Sutra del Loto si accorda al modo di predicare la Legge impiegato dai Budda delle tre esistenze. Il passato del capitolo “Mai Sprezzante” corrisponde al presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” e il presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” corrisponde al passato del capitolo “Mai Sprezzante”. Il capitolo “Esortazione alla devozione” di oggi nel futuro sarà il capitolo “Mai Sprezzante” e a quel tempo Nichiren sarà il Bodhisattva Mai Sprezzante».

Cuore del brano: Nichiren afferma di aver letto il Sutra del Loto con la propria vita. Le persecuzioni descritte nel capitolo “Esortazione alla devozione” non sono rimaste parole sulla carta: egli le ha sperimentate «con il corpo». Ora chiede ai discepoli di passare dall'ammirazione alla responsabilità.

Da mettere a fuoco:

  • La strofa di venti versi del capitolo “Esortazione alla devozione” descrive i tre potenti nemici: laici arroganti, preti arroganti e falsi santi arroganti. Questi ultimi usano il prestigio religioso e l'influenza sui potenti per calunniare chi propaga il Sutra.
  • Nichiren riconosce nei fatti della propria vita ogni elemento della predizione: insulti, attacchi, diffamazione pubblica, pressioni sulle autorità ed esili ripetuti. I due esili furono quelli di Izu e di Sado.
  • «Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso?» non è un invito a cercare la sofferenza o lo scontro. È l'appello a non arretrare quando praticare per la felicità propria e altrui richiede coraggio.
  • Il Bodhisattva Mai Sprezzante rispettava ogni persona perché ne riconosceva la Buddità, anche quando veniva insultato e aggredito. La battaglia contro l'errore e il rispetto assoluto della persona non sono opposti: sono i due aspetti di una pratica umanistica.
  • Passato, presente e futuro si collegano attraverso la stessa causa. La pratica di Mai Sprezzante nel passato vive nell'azione di Nichiren; l'azione di Nichiren diventa per il futuro la prova che la Buddità si manifesta proprio nel mezzo delle persecuzioni.

Aspetto emotivo: questo è il passaggio più diretto e forse più scomodo. Nichiren non vuole discepoli che lo compatiscano da lontano. Li considera capaci di condividere il suo stesso voto e li chiama a far emergere una forza che forse essi, impauriti, non riescono ancora a vedere in se stessi.

Punto per noi: vivere il Sutra «con il corpo» oggi può voler dire continuare a recitare Daimoku quando siamo scoraggiati, visitare una persona che soffre, affrontare con sincerità una conversazione difficile, difendere la dignità di qualcuno, trasformare un conflitto senza disprezzare l'altro, oppure ricominciare dopo una sconfitta. La prova non è quanto sappiamo spiegare, ma quanto lo studio cambia il nostro modo di agire.

Parallelismi con la storia della Soka Gakkai

  1. Vivere gli scritti, non limitarci a citarli. Makiguchi e Toda rifiutarono di tradire le proprie convinzioni davanti al governo militarista e furono arrestati nel 1943. Makiguchi morì in carcere; Toda, liberato nel 1945, si alzò per ricostruire la Soka Gakkai e trasformare la sofferenza del dopoguerra in un movimento di emancipazione delle persone.
  2. Le accuse non decidono la verità. Nel 1957 Daisaku Ikeda fu arrestato nell'incidente di Osaka sulla base di accuse dalle quali venne infine assolto. Come nel terzo brano, la verità non fu stabilita dalla forza immediata dell'accusa, ma emerse attraverso una lotta perseverante.
  3. L'unità trasforma la paura in forza. La Soka Gakkai ha superato persecuzioni e calunnie grazie all'unità di «diversi corpi, stessa mente». Non un'uniformità passiva, ma persone differenti unite dallo stesso voto per la felicità degli altri.
  4. Una religione per le persone comuni. Il punto della refutazione non è vincere una disputa: è liberare le persone da idee che le rendono impotenti. Per questo Ikeda insiste su una religione umanistica, non autoritaria, capace di promuovere rispetto, saggezza, dialogo e potenziamento individuale.
  5. La vittoria di kosen-rufu comincia nella vita di una persona. Superare una sofferenza, incoraggiare qualcuno e dare una prova concreta della pratica crea onde che raggiungono la famiglia, l'ambiente e la società. La grande storia nasce da queste vittorie quotidiane.

Conclusione

Lettera da Teradomari ci mostra un Nichiren che esteriormente viene spinto sempre più lontano - da Kamakura a Echi, da Echi a Teradomari, da Teradomari verso Sado - ma interiormente diventa sempre più libero. Non si lamenta, comprende la prova alla luce del Sutra, affida alla storia il giudizio sulla verità e infine chiama ogni discepolo ad alzarsi.

Il messaggio non è che la fede ci renda invulnerabili o che ogni conflitto sia una persecuzione. È che, quando fondiamo la vita sul voto per la felicità nostra e degli altri, nessuna difficoltà deve avere l'ultima parola. Possiamo controllare con sincerità la nostra condotta, correggerci quando serve e, nello stesso tempo, non arretrare davanti alla paura.

Domande finali da condividere:

  • Qual è la decisione alla quale voglio tornare quando le difficoltà durano più del previsto?
  • Come posso difendere ciò che è giusto senza perdere il rispetto per la persona che ho davanti?
  • Quale passo concreto posso compiere adesso per vivere il Gosho «con il corpo» e incoraggiare qualcuno?

Fonti: Daisaku Ikeda, lezione su Lettera da Teradomari, pubblicata originariamente su Buddismo e Società n. 153 del 2012 e riproposta ne Il Nuovo Rinascimento n. 954, luglio 2026; Lettera da Teradomari, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1.

(20 luglio 2026)

Il tetralemma (catuṣkoṭi): quattro alternative tra buddismo, Nāgārjuna e logiche non classiche

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Il tetralemma: quattro alternative per mettere alla prova una tesi

Nella filosofia indiana, il tetralemma è uno schema argomentativo formato da quattro possibilità. In sanscrito è chiamato catuṣkoṭi (चतुष्कोटि), espressione traducibile come «quattro angoli», «quattro estremi», «quattro posizioni» o «quattro alternative».

Lo schema compare in diversi contesti della letteratura buddista e assume particolare rilievo nel Madhyamaka, la «Via di Mezzo» associata a Nāgārjuna. Non si tratta, tuttavia, di una dottrina unica e sempre identica: nei diversi testi le quattro posizioni possono servire a classificare casi, presentare risposte possibili, ricostruire le tesi di un interlocutore o confutare un insieme di alternative.

Data una proposizione P, la forma più nota del tetralemma considera:

  1. P;
  2. non-P;
  3. sia P sia non-P;
  4. né P né non-P.

Per esempio, a proposito dell'esistenza di qualcosa, le quattro possibilità diventano: esiste; non esiste; esiste e non esiste; né esiste né non esiste. Questa formulazione non implica che una delle quattro risposte debba sempre essere accettata. In alcuni testi una posizione viene scelta; in altri tutte e quattro vengono respinte; altrove lo schema svolge una funzione puramente classificatoria.

La ricostruzione nella logica contemporanea

Nel linguaggio della logica proposizionale moderna, il tetralemma viene spesso rappresentato così:

  1. P
  2. ¬P
  3. P ∧ ¬P
  4. ¬(P ∨ ¬P)

I simboli ∧ e ∨ significano rispettivamente «e» e «o», mentre ¬ indica la negazione. La terza formula afferma insieme una proposizione e la sua negazione; la quarta nega che valga l'alternativa «P oppure non-P».

Questa trascrizione è utile, ma è una ricostruzione moderna, non una traduzione neutrale delle formulazioni antiche. Nella logica classica, infatti, la terza e la quarta formula risultano equivalenti: entrambe sono sempre false. Se ci si limita a questa formalizzazione, dunque, le quattro posizioni non rimangono tutte distinte.

La difficoltà segnala un punto essenziale: non è affatto certo che, nei testi buddisti, le quattro posizioni rappresentino quattro valori di verità nel senso moderno. Non è neppure certo che la negazione antica funzioni sempre come il simbolo ¬ della logica proposizionale.

Due modi di negare

Nella tradizione grammaticale e filosofica sanscrita viene spesso richiamata la distinzione tra due forme di negazione:

  • prasajya-pratiṣedha, una negazione non implicativa, che respinge un enunciato senza impegnarsi ad affermare il suo contrario;
  • paryudāsa, una negazione implicativa o predicativa, che esclude qualcosa lasciando intendere una determinazione alternativa.

Un esempio semplice può chiarire la differenza. Dire «non è bianco» può essere inteso come la semplice esclusione del bianco, senza stabilire quale sia il colore; oppure può suggerire che l'oggetto possieda un altro colore determinato. Nei testi filosofici reali la distinzione è più complessa, e la sua applicazione a Nāgārjuna è discussa dagli studiosi.

Perciò il rifiuto di P non deve essere interpretato automaticamente come affermazione di non-P. In certi argomenti può significare che la domanda è mal posta, che i concetti impiegati non sono applicabili o che viene respinto anche il presupposto comune alle alternative.

Il tetralemma nel buddismo antico

Costruzioni quadripartite compaiono già nel Canone pāli, cioè nella più antica raccolta completa di testi buddisti conservata in una lingua indiana. Il loro uso precede l'elaborazione filosofica del Madhyamaka e non è uniforme.

Nel Kandaraka Sutta, per esempio, la quadripartizione serve a classificare quattro tipi di persone: chi tormenta se stesso, chi tormenta gli altri, chi tormenta entrambi e chi non tormenta né se stesso né gli altri. In questo caso la quarta possibilità non viene respinta, ma presentata favorevolmente.

Un uso diverso riguarda le domande sulla condizione del Tathāgata dopo la morte. «Tathāgata» è uno dei titoli con cui i testi indicano il Budda o, più in generale, un essere pienamente risvegliato. Le quattro domande sono: il Tathāgata esiste dopo la morte? Non esiste? Esiste e non esiste? Né esiste né non esiste?

Nell'Aggivacchagotta Sutta tutte e quattro le formulazioni vengono dichiarate inapplicabili. Il discorso utilizza l'immagine di un fuoco spento: chiedere in quale direzione sia andato presuppone categorie che non descrivono adeguatamente ciò che è accaduto. Una sequenza analoga appare nel Khemā Sutta, dove il Tathāgata non può essere misurato o definito mediante le categorie ordinarie riferite ai costituenti dell'esperienza.

Il silenzio su queste domande è stato interpretato in almeno due modi. Secondo una lettura pragmatica, esse non aiutano a comprendere e superare la sofferenza, quindi non sono utili al cammino di liberazione. Secondo una lettura più sistematica, i predicati «esiste» e «non esiste» non sono applicabili al caso in esame, oppure la domanda contiene presupposti erronei. Le due letture possono coesistere, ma nessuna obbliga ad attribuire al buddismo antico una teoria generale con quattro valori di verità.

Nāgārjuna e la Via di Mezzo

Nelle Mūlamadhyamakakārikā, le «Stanze fondamentali della Via di Mezzo», Nāgārjuna impiega ripetutamente argomenti quadripartiti. All'inizio dell'opera, la produzione dei fenomeni viene esaminata attraverso quattro ipotesi: da sé, da altro, da entrambi oppure senza causa. Tutte e quattro vengono respinte.

Qui il tetralemma non consiste semplicemente nel collocare una proposizione dentro una tabella logica. Serve piuttosto a esaminare sistematicamente un campo di possibilità e a mostrare le conseguenze problematiche delle diverse tesi. Argomenti di questo tipo vengono applicati alla causalità, al movimento, al sé, al tempo, al nirvana e ad altri temi.

Il bersaglio ricorrente è lo svabhāva, termine che indica una natura propria, intrinseca e indipendente. Secondo il Madhyamaka, i fenomeni non esistono grazie a un'essenza autonoma: dipendono da cause, condizioni, parti, relazioni e modi di designazione.

Questa assenza di natura intrinseca è chiamata vacuità (śūnyatā). La vacuità non equivale al nulla. Indica che nulla possiede un'esistenza completamente indipendente. Per un approfondimento introduttivo si possono leggere gli appunti sulla vacuità e sulla Via di Mezzo.

La vacuità è strettamente collegata all'originazione dipendente (pratītyasamutpāda): i fenomeni sorgono e funzionano in dipendenza da condizioni. Proprio per questo la vacuità non deve essere reificata, cioè trasformata mentalmente in una nuova cosa, essenza o realtà assoluta. Il rifiuto delle quattro alternative non introduce necessariamente una quinta posizione metafisica nascosta.

Il metodo dialettico del prasaṅga

Molte argomentazioni madhyamaka sono presentate come prasaṅga: si assumono provvisoriamente le premesse dell'interlocutore e se ne mostrano conseguenze indesiderabili, incoerenti o incompatibili con ciò che lo stesso interlocutore accetta.

Il procedimento è simile, per alcuni aspetti, a una riduzione all'assurdo, ma la sua interpretazione storica è discussa. In una lettura dialettica, cioè relativa alla pratica del dibattito, dell’argomentazione e della confutazione, Nāgārjuna non deve necessariamente proporre una teoria opposta: gli basta mostrare che la posizione esaminata non regge alle proprie condizioni. Questo spiega perché la confutazione delle quattro alternative non vada scambiata automaticamente per l'affermazione di una quinta soluzione.

Le interpretazioni contestuali

Secondo le interpretazioni storiche e contestuali, il significato del tetralemma dipende dalla funzione che svolge in ciascun testo. Le quattro posizioni possono essere:

  • risposte candidate a una domanda;
  • categorie per classificare casi differenti;
  • tesi attribuite a un avversario;
  • forme linguistiche sottoposte a confutazione;
  • modi di rendere visibile un presupposto condiviso ma problematico.

Da questa prospettiva, «né P né non-P» non deve per forza designare uno speciale valore di verità. Può indicare che i concetti adoperati non si applicano, che l'alternativa è costruita male o che l'intero quadro della domanda deve essere abbandonato.

Le interpretazioni paraconsistenti e paracomplete

Il filosofo e logico Graham Priest ha proposto di formalizzare alcune forme del tetralemma mediante logiche paraconsistenti e paracomplete.

Una logica è paraconsistente quando una contraddizione non permette di dedurre qualsiasi conclusione. Nella logica classica, dalle premesse P e non-P si può derivare arbitrariamente qualunque proposizione: è il cosiddetto principio di esplosione. Una logica paraconsistente blocca questa esplosione e consente di ragionare senza rendere l'intero sistema banale, anche quando alcune informazioni sono incompatibili.

Una logica è paracompleta quando non obbliga ogni proposizione a essere vera oppure falsa. Può quindi ammettere lacune di verità: casi nei quali una proposizione non risulta né vera né falsa. In tali sistemi il principio del terzo escluso, «P oppure non-P», non è valido senza eccezioni.

Priest fa riferimento alla First-Degree Entailment (FDE), una logica nella quale il sostegno a favore della verità e quello a favore della falsità vengono trattati indipendentemente. Una proposizione può così trovarsi in quattro stati informativi:

  1. vera e non falsa;
  2. falsa e non vera;
  3. sia vera sia falsa;
  4. né vera né falsa.

Questa semantica permette di distinguere la terza posizione dalla quarta: la prima rappresenta un eccesso di informazione incompatibile, la seconda una mancanza di informazione sufficiente. È una maniera elegante di modellare le quattro alternative, ma rimane una ricostruzione filosofico-logica contemporanea. Non dimostra che tutti gli autori buddisti concepissero il tetralemma come una logica a quattro valori.

Priest e Jay L. Garfield hanno inoltre sostenuto che alcuni argomenti di Nāgārjuna possano essere letti come casi di dialeteismo, la tesi secondo cui esistono almeno alcune contraddizioni vere. Questa proposta è influente ma controversa. Non va confusa con l'idea che ogni contraddizione sia vera, né con l'affermazione che tutte le occorrenze del tetralemma accettino contemporaneamente le quattro posizioni.

I limiti delle formalizzazioni moderne

Le logiche contemporanee possono rendere esplicite alcune strutture inferenziali, mostrare quali principi vengono accettati o rifiutati e confrontare interpretazioni differenti. Non possono però sostituire l'analisi storica e testuale.

Nei testi buddisti cambiano il tema discusso, la relazione tra le alternative, il tipo di negazione e l'atteggiamento assunto verso ciascuna posizione. Parlare del tetralemma come se fosse sempre una singola «logica buddista a quattro valori» rischia quindi di appiattire tradizioni e usi molto diversi.

La conclusione più prudente è che il catuṣkoṭi sia una famiglia di schemi quadripartiti. La sua importanza non dipende soltanto dalla possibilità di tradurlo in simboli moderni, ma dalla capacità di mettere alla prova le categorie con cui costruiamo una domanda, formuliamo una tesi e pretendiamo di descrivere la realtà.

Bibliografia

Fonti testuali

  • Kandaraka Sutta (Majjhima Nikāya 51), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Aggivacchagotta Sutta (Majjhima Nikāya 72), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Khemā Sutta (Saṃyutta Nikāya 44.1), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Mark Siderits e Shōryū Katsura, Nāgārjuna's Middle Way: Mūlamadhyamakakārikā, Wisdom Publications, 2013, ISBN 9781614290506.

Studi

  • V. K. Bharadwaja, «Rationality, Argumentation and Embarrassment: A Study of Four Logical Alternatives (Catuṣkoṭi) in Buddhist Logic», Philosophy East and West, vol. 34, n. 3, 1984, DOI.
  • Jay L. Garfield e Graham Priest, «Nagarjuna and the Limits of Thought», Philosophy East and West, vol. 53, n. 1, 2003, DOI.
  • R. D. Gunaratne, «Understanding Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Philosophy East and West, vol. 36, n. 3, 1986, DOI.
  • K. N. Jayatilleke, «The Logic of Four Alternatives», Philosophy East and West, vol. 17, n. 1/4, 1967, DOI.
  • Emanuela Magno, Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia, Mimesis, Milano-Udine, 2012, ISBN 9788857513843.
  • Emanuela Magno, «Dal pensiero alla vacuità. La critica nāgārjuniana e il trascendentale», Philosophy Kitchen, n. 1, 2014, DOI.
  • Graham Priest, «The Logic of the Catuskoti», Comparative Philosophy, vol. 1, n. 2, 2010, DOI.
  • Graham Priest, The Fifth Corner of Four: An Essay on Buddhist Metaphysics and the Catuṣkoṭi, Oxford University Press, Oxford, 2018, ISBN 9780198758716, DOI.
  • David Seyfort Ruegg, «The Uses of the Four Positions of the Catuṣkoṭi and the Problem of the Description of Reality in Mahāyāna Buddhism», Journal of Indian Philosophy, vol. 5, n. 1-2, 1977, DOI.
  • Jan Westerhoff, «Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Journal of Indian Philosophy, vol. 34, n. 4, 2006, DOI.

(16 luglio 2026)

Restare umani in un tempo governato dall’animalità

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Nel Gosho I tre tipi di tesori, lettera scritta da Nichiren Daishonin a Shijo Kingo da Minobu nel 1277, si trova un passaggio decisivo:

«Il cuore di tutti gli insegnamenti della vita del Budda è il Sutra del Loto e il cuore della pratica del Sutra del Loto si trova nel capitolo “Mai Sprezzante”. Cosa significa il profondo rispetto del Bodhisattva Mai Sprezzante per la gente? Il vero significato dell’apparizione in questo mondo del Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sta nel suo comportamento da essere umano».

Si diventa davvero umani attraverso una condotta saggia: rispettare gli altri, controllare l’impulsività, non agire con arroganza, non lasciarsi dominare dall’ira e manifestare nella vita quotidiana la convinzione che ogni persona possiede una dignità suprema.

Per Nichiren, il cuore del Buddismo non si manifesta anzitutto in una teoria, in un rango religioso o in un’apparenza spirituale, ma nel modo in cui una persona tratta gli altri, specialmente quando è sotto pressione, offesa, minacciata o provocata.

Parafrasando liberamente il senso del passo, potremmo dire:

“Il vero scopo dell’apparizione nel mondo del Budda Shakyamuni sta nel mostrare, attraverso la propria condotta, come un essere umano debba vivere: rispettando profondamente ogni persona.”

La condotta del Bodhisattva Mai Sprezzante, cioè il suo rispetto per tutte le persone, esprime l’insegnamento centrale del Sutra del Loto secondo cui tutti possono conseguire la Buddità: non una condizione sovrumana o separata dalla vita concreta, ma il pieno risveglio della dignità, della saggezza, del coraggio e della compassione presenti in ogni essere umano.

Nichiren conclude la lettera così:

«Il saggio si può definire umano, ma gli sconsiderati non sono altro che animali».

Infatti. Quando rinunciamo alla nostra umanità, scivoliamo nella bestialità, e possiamo diventare perfino peggiori delle bestie. L’animale, infatti, segue i propri istinti secondo la sua natura; l’essere umano, invece, può scegliere intenzionalmente di arrecare sofferenze atroci e danni enormi, anche quando potrebbe farne a meno. In questo senso, quando diamo seguito alla nostra animalità — o, più precisamente, alla nostra bestialità — tradendo la dignità propria del mondo umano, entriamo già in una condizione di inferno: uno stato della vita dominato dalla sofferenza, dall’odio, dalla paura e dalla distruzione. Ma non siamo soli.

Nello stesso Gosho, infatti, Nichiren scrive a Shijo Kingo: «Se tu dovessi cadere nell’inferno per qualche grave colpa, anche se Shakyamuni mi invitasse a diventare un Budda, io rifiuterei: preferirei venire all’inferno con te. Perché, se cadessimo nell’inferno insieme, troveremmo là il Budda Shakyamuni e il Sutra del Loto. Sarebbe come la luna che illumina l’oscurità, come l’acqua fredda versata sull’acqua bollente, come il fuoco che scioglie il ghiaccio o come il sole che disperde l’oscurità». Anche nella condizione vitale più oscura, quindi, può manifestarsi una luce capace di guidarci attraverso la sofferenza e la morte.

Detto ciò, veniamo al nostro tempo. Rimanere umani in quest’epoca è estremamente difficile, perché siamo governati da bestie, informati da bestie e spesso i comportamenti più bestiali ci vengono proposti come modelli da seguire: in famiglia, in televisione, sui social, a scuola, nel lavoro, nelle amicizie e nella vita quotidiana.

La capacità di discernimento di noi persone comuni è seriamente compromessa, perché i mezzi di comunicazione vengono usati raramente per sollecitare un pensiero informato e razionale; molto più spesso servono ad agganciare le nostre parti più istintuali, irrazionali, vulnerabili ed emotive, dentro un contesto di sostanziale ignoranza e distorsione della realtà. Il piano della realtà e quello della narrazione sono ormai così distanti che aderire all’uno significa spesso diventare quasi incomunicabili con chi aderisce all’altro.

Nella nostra epoca caotica, luoghi che dovrebbero essere tra i più sicuri — come le scuole e gli ospedali — sono diventati spesso spazi in cui l’incolumità fisica e psichica delle persone può essere messa seriamente alla prova. Chi non riesce a sopportare questo scenario, già presente tra noi, tende a negarlo, rifugiandosi nell’idea infantile che le istituzioni esercitino sempre il potere per il nostro bene.

Dimostrare che siamo governati da bestie è abbastanza semplice. Abbiamo un Paese con circa sei milioni di indigenti, pari a circa due milioni di famiglie in gravissime condizioni economiche; file al Pronto Soccorso che non finiscono mai e che, in alcuni casi, rendono difficile perfino il passaggio dei moribondi; un numero impressionante di persone che, pur lavorando duramente 10, 12 o 14 ore al giorno, spesso con figli a carico, vivono sotto la soglia di povertà perché ricevono stipendi da fame. Abbiamo una scuola che è diventata un far west, un comparto industriale desertificato per mancanza di domanda interna, un Paese sull’orlo del collasso economico e reti sociali a sostegno dei bisognosi che da trent’anni vengono progressivamente distrutte.

In tutto questo, i nostri ultimi governi, a prescindere dall’orientamento politico dichiarato, invece di ricostruire un tessuto economico capace di rendere l’Italia più libera e autonoma, destinano le poche risorse disponibili al riarmo europeo e al sostegno del governo di Kiev in funzione anti-russa. La nuova parola d’ordine è appunto “riarmo europeo”: fiumi di denaro vengono orientati verso una strategia militare che, a mio avviso, finisce per legittimare anche componenti ideologiche legate al nazionalismo ucraino più estremo. I legami storici di Stepan Bandera — tuttora celebrato in Ucraina — con il collaborazionismo nazista dovrebbero suscitare ribrezzo; invece vengono rimossi, minimizzati o lasciati nell’ombra, mantenendo larga parte della popolazione italiana nell’ignoranza.

Detto in modo ancora più diretto, i nostri soldi vengono usati per alimentare il culto della violenza e delle presunte virtù militari. Proseguendo su questa strada finiremo male: non “male” nel senso che tutto resterà com’è, ma nel senso che siamo già esposti a un grave pericolo.

Uno degli scenari più gravi davanti a noi — una possibilità concreta, ma non un destino inevitabile — è una disastrosa guerra continentale in Europa, con tutto ciò che ne conseguirebbe. Questo esito andrebbe scongiurato con tutti i mezzi non-violenti possibili: scrivere, prendere posizione pubblicamente, partecipare a manifestazioni di piazza e sostenere la neutralità dell’Italia.

Se la guerra dovesse comunque divampare, il nostro compito non sarebbe né imbracciare le armi né obbedire a ordini lesivi della dignità della vita. Il nostro unico compito sarebbe rimanere umani, come ci mostra il Bodhisattva Mai Sprezzante, anche se questo dovesse significare soffrire la fame o mancare di tutto ciò che è necessario per vivere. In forme diverse, è ciò che Nichiren ha vissuto a Sado e a Minobu. Una non-violenza senza eccezioni è l’unica base per non arrivare alla distruzione totale della nostra umanità e della nostra civiltà. Anche se i nostri corpi venissero distrutti, dobbiamo fare ogni sforzo affinché la nostra vita interiore non ceda alle insidie del Re Demone e di altre forze distruttrici.

Per quel che mi riguarda, trasformare questa difficile dichiarazione di intenti in una scelta reale — fino ad accettare il martirio piuttosto che chiedere aiuto ai peggiori demoni — significa innanzitutto recitare Nam-myoho-renge-kyo. Senza pratica buddista, infatti, gli insegnamenti, da soli, non sono di aiuto a nessuno.

(6 luglio 2026)

Il Daimoku come seme della Buddità (riunione di studio, appunti)

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Questi miei appunti si riferiscono ad una riunione di studio del Gosho "Il daimoku come seme della Buddità", di giugno 2026. Sono utilizzabili e stampabili liberamente, disponibili anche come file ODT "Riunione di studio giugno 2026 - da stampare.odt".

Il Daimoku come seme della Buddità

Introduzione Storica

Questo Gosho, Il daimoku come seme della Buddità, fu scritto da Nichiren Daishonin (1222-1282) da Minobu. Questo Gosho è tradizionalmente datato al primo giorno dell’undicesimo mese del 1278, anche se ricerche recenti suggeriscono una data poco dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu, nel 1274.

Il Gosho è indirizzato a Nanjo Kuro Taro, un credente che si ritiene fosse parente di Nanjo Tokimitsu. Siamo quindi negli ultimi anni della vita del Daishonin, in una fase molto diversa da quella della persecuzione di Tatsunokuchi del 1271, cioè del tentativo di decapitazione, seguito poi dall’esilio a Sado.

Nel 1274, dopo essere stato graziato dall’esilio a Sado, il Daishonin tornò a Kamakura e rivolse un’ultima rimostranza alle autorità. Quando anche questa fu respinta, lasciò Kamakura e si stabilì sul monte Minobu, nella provincia di Kai. Ma Minobu non va visto come un semplice ritiro: da lì il Daishonin continuò a scrivere, formare discepoli, incoraggiare i credenti laici e chiarire gli insegnamenti fondamentali per il futuro.

Il Giappone di quegli anni era attraversato da una forte tensione politica e sociale. Nel 1274 era avvenuta la prima invasione mongola del Giappone; la seconda sarebbe arrivata nel 1281. Per il Daishonin, queste crisi non erano solo eventi militari: erano anche il segno di un paese spiritualmente disorientato, in cui le autorità continuavano a rifiutare il Sutra del Loto e a sostenere scuole religiose che lui considerava errate.

Il destinatario della lettera appartiene all’ambiente della famiglia Nanjo, una famiglia di credenti laici della zona del Fuji, nella provincia di Suruga. Il “defunto Ueno” ricordato nel Gosho è Nanjo Hyoe Shichiro, padre di Nanjo Tokimitsu: un samurai che aveva abbracciato la fede nel Daishonin e che, dopo la sua morte, lasciò una famiglia che continuò a sostenere l’insegnamento. Questo è importante: il Gosho nasce dentro una rete familiare di fede, sacrificio e continuità, non dentro un rapporto astratto tra maestro e discepolo.

In quegli anni, inoltre, stava maturando il clima della persecuzione di Atsuhara, iniziata nel 1275 e culminata nel 1279. Dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu (1274), infatti, Nikko Shonin e altri discepoli guidarono la propagazione nella zona del Fuji; questo provocò ostilità da parte di templi e autorità locali. Nel 1279, venti contadini credenti furono arrestati, e tre di loro giustiziati. Questo Gosho si colloca quindi poco prima del culmine di quella persecuzione: in un momento in cui la fede dei discepoli comuni, laici, poveri o socialmente esposti, diventa sempre più centrale.

Filo conduttore per l'intervento

Idea-guida: questo Gosho parte da un gesto concreto - un'offerta di cibo - e arriva al tema più grande: il Daimoku come seme della Buddità e kosen-rufu come movimento che risveglia la dignità della gente comune.

Una possibile chiave di lettura: Nichiren non sta spiegando la fede in astratto. Sta guardando la vita reale di un discepolo: povertà, distanza, paura, ostilità, fatica. Dentro quella realtà vede una determinazione immensa.

Arco emotivo dei cinque brani: dal gesto nascosto di Kuro Taro, alla crisi dell'epoca, al seme del Daimoku, alla trasmissione della fede, fino alla trasformazione della decisione in azione.

Primo brano

«Vedendo questa tua determinazione, non posso fare a meno di ricordare il defunto Ueno. Ho ricevuto il carico di tari, le castagne, il riso essiccato e lo zenzero. Nei profondi recessi di queste montagne, nessuno coltiva i tari. Le castagne non maturano mai e nemmeno lo zenzero è in grado di germogliare. E, naturalmente, il riso essiccato non si è mai visto. Se, ad esempio, le castagne dovessero maturare, le scimmie rovinerebbero i rami e le cime degli alberi. Nessuno coltiva i tari ma, se qualcuno lo facesse, poiché la gente mi detesta, nessuno me ne darebbe. Perché mai sarò venuto a stare su una montagna così alta?»

Cuore del brano: Nichiren non vede solo un pacco di cibo. Vede la determinazione di Kuro Taro, la fatica del viaggio, la preoccupazione per la sua salute e il coraggio di sostenere il maestro in un luogo isolato.

Da mettere a fuoco

- Il Daishonin elenca una per una le offerte ricevute: tari, castagne, riso essiccato, zenzero. Questo dettaglio non è casuale: mostra che nessun gesto sincero viene dato per scontato.

- Minobu non è un luogo romantico o tranquillo. È un posto duro, isolato, povero di cibo, dove il Daishonin vive anche l'ostilità della gente del luogo. Per questo quelle offerte sono una forma di sostegno vitale.

- Kuro Taro è povero. Il riso essiccato, più che un'offerta abbondante, suggerisce una condizione modesta. Proprio qui sta il valore: offre non il superfluo, ma qualcosa che costa.

- Probabilmente Kuro Taro non si recò personalmente a Minobu, o almeno il testo non lo dice. Ciò che emerge è che, pur essendo povero e senza servi, riuscì comunque a far arrivare le offerte al Daishonin, superando difficoltà concrete di distanza, strade, montagne e fiumi.

Aspetto emotivo: il brano fa sentire il calore del rapporto maestro-discepolo. Kuro Taro pensa: "Il Daishonin sarà al freddo, avrà da mangiare?". Nichiren risponde vedendo tutto il cuore che c'è dietro quel gesto.

Punto per noi: a volte pensiamo che un'azione sia piccola perché invisibile o perché non risolve nell’immediato le circostanze avverse. Tuttavia non dobbiamo svilire le nostre azioni. Qui Nichiren ci educa a vedere il valore invisibile: un messaggio, una visita, una preghiera, una telefonata, un'offerta, un incoraggiamento possono sostenere concretamente la vita di una persona.

Frase di raccordo: Ikeda legge questo brano come una lezione sull'umanesimo di Nichiren: rispondere alla sincerità con la sincerità, e riconoscere la nobiltà dei discepoli comuni.

Secondo brano

«Guardando la montagna vediamo che, dalla vetta ai piedi, gradualmente essa si abbassa. Guardando il mare, vediamo che diventa gradualmente sempre più profondo. Guardando il mondo, lo vediamo gradualmente declinare anno dopo anno, da trent’anni fa a venti, cinque, quattro, tre, un anno fa. Ed è così anche per la mente delle persone. Adesso, quando un’epoca volge al termine, sui fianchi della montagna rimangono solo alberi contorti e nei campi cresce solo erba bassa. Nel mondo i saggi sono pochi mentre gli stolti abbondano. Sono come mucche e cavalli, che non sanno mai chi sia il loro padre, o come lepri e pecore, incapaci di riconoscere le loro madri».

Cuore del brano: il Daishonin descrive un'epoca in cui non declinano solo le condizioni esterne, ma anche la mente delle persone: aumenta la confusione, diminuiscono saggezza, gratitudine e capacità di distinguere ciò che conduce alla felicità.

Da mettere a fuoco

- Le immagini della montagna, del mare, degli alberi contorti e dell'erba bassa rendono visibile un mondo che perde altezza, direzione e forza. Non è solo una crisi politica: è una crisi della vita interiore.

- Ikeda collega questo clima alle sofferenze concrete dell'epoca: invasioni mongole, epidemie, carestie, morte dei giovani, lutto diffuso. Nichiren non parla da osservatore distante: sente il dolore delle persone.

- Il riferimento a chi non riconosce padre e madre indica la perdita della gratitudine. Quando si perde gratitudine verso l'origine della propria vita, si indeboliscono anche i legami con gli altri, con il maestro e con la missione.

- Le "cinque impurità" e i tre veleni non sono concetti lontani: indicano un modo di vivere in cui avidità, collera e stupidità avvelenano il cuore e rendono più difficile orientarsi verso il bene.

Aspetto emotivo: questo passaggio può essere presentato come una diagnosi compassionevole. Nichiren non condanna le persone dall'alto: vede quanto sono confuse e sofferenti, e proprio per questo cerca una via che possa salvarle davvero.

Punto per noi: anche oggi possiamo riconoscere epoche di confusione: sfiducia, rabbia, isolamento, perdita di senso. Il Gosho ci chiede: quale forza può raddrizzare la mente e restituire dignità alla vita?

Frase di raccordo: dopo aver descritto la crisi dell'epoca, Nichiren indica il rimedio: non una fede nelle pratiche più diffuse all’epoca, come il Nembutsu, ma nel Daimoku, che è il seme capace di far emergere la Buddità nella vita di ogni persona.

Terzo brano

«Sono trascorsi più di 2.220 anni dall’estinzione del Budda. Adesso siamo nell’ultima epoca in cui gli uomini saggi pian piano non si vedono quasi più, come montagne che digradano o erba che diventa sempre più bassa. Anche se molti recitano il Nembutsu o abbracciano i precetti, ben pochi si affidano al Sutra del Loto. Anche se vi è una moltitudine di stelle, esse non riescono a illuminare il grande mare. Anche se i fili d’erba sono moltissimi, non diventeranno mai colonne del palazzo imperiale. Allo stesso modo anche se si recita molte volte il Nembutsu, esso non sarà mai il sentiero per il conseguimento della Buddità. E anche se si abbracciano i precetti, non saranno mai il seme per la rinascita in una pura terra. Solo i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo sono il seme per conseguire la Buddità»

Cuore del brano: in mezzo a molte pratiche e molte idee, il Daishonin afferma ciò che per lui è essenziale: solo Nam-myoho-renge-kyo è il seme della Buddità.

Da mettere a fuoco

- Le stelle possono essere numerosissime, ma non illuminano il grande mare. L'erba può essere abbondante, ma non diventa colonna di un palazzo. Quantità e popolarità, con riferimento agli insegnamenti, non bastano: serve una causa che conduca davvero all'Illuminazione.

- Ikeda spiega che il desiderio originario del Budda è permettere a tutte le persone di rivelare la propria natura di Budda e sperimentare una felicità libera, piena, condivisa.

- L'immagine del seme è potente: è piccolo, quasi invisibile, ma contiene un potenziale enorme. Quando incontra le condizioni giuste, germoglia. Il Daimoku funziona così nella profondità della vita.

- Recitare Nam-myoho-renge-kyo non significa evadere dalla realtà. Significa piantare una causa che permette di trasformare sofferenza, paura e impotenza in forza, dignità e azione.

- Nel dialogo, quando facciamo conoscere il Daimoku o anche solo trasmettiamo fiducia nella Buddità di una persona, stiamo piantando un seme. Questo è il senso profondo della propagazione.

Aspetto emotivo: il seme della Buddità è un'immagine piena di speranza perché dice che nessuno è già escluso. Anche una persona stanca, ferita o confusa possiede dentro di sé qualcosa che può fiorire.

Punto per noi: se credo nel Daimoku come seme, allora guardo me stesso e gli altri in modo diverso. Non vedo solo i limiti presenti: vedo una possibilità di fioritura.

Frase di raccordo: ma chi afferma con decisione questa Legge in un'epoca confusa incontra inevitabilmente opposizione. Per questo il quarto brano torna sulla fede del defunto Ueno e sulla trasmissione della determinazione.

Quarto brano

«Quando parlo in questo modo, la gente mi odia e mi respinge, ma il defunto Ueno credette, e così conseguì la Buddità. Tu sei della sua stirpe e perciò sono certo che riuscirai a portare avanti la tua determinazione. Non è forse questo che s’intende dicendo che un acaro attaccato alla coda di un cavallo può volare per mille miglia e che l’edera che cresce intorno a un pino può raggiungere un’altezza di mille piedi? Ognuno di voi possiede lo stesso cuore del defunto Ueno. Un uomo che offrì una torta di fango al Budda rinacque come un re. Poiché il Sutra del Loto è un insegnamento superiore al Budda, come potresti tu, che hai fatto offerte al sutra, non godere di benefici in questa vita e conseguire la Buddità nella prossima?».

Cuore del brano: Nichiren dice: molti mi odiano e mi respingono, ma Ueno credette e conseguì la Buddità. Ora Kuro Taro, legato a quella stessa famiglia di fede, può portare avanti la medesima determinazione.

Da mettere a fuoco

- Il defunto Ueno, Nanjo Hyoe Shichiro, aveva abbracciato la fede in un periodo difficile, quando seguire Nichiren significava esporsi a critiche e rischi. Non fu una scelta comoda.

- Il Daishonin ricorda che Ueno conseguì la Buddità. Non sta facendo solo memoria di un morto: sta offrendo a Kuro Taro un esempio significativo, una prova che la fede portata avanti fino in fondo ha un esito certo.

- L'acaro attaccato alla coda del cavallo e l'edera intorno al pino indicano che, unendosi a una grande Legge e a un grande maestro, anche una vita apparentemente piccola o insignificante può compiere un cammino immenso.

- La storia della torta di fango mostra che il beneficio nasce dalla qualità del cuore, non dalla grandezza esterna dell'offerta. Un gesto povero, se offerto con fede sincera, diventa una causa nobile.

- Ikeda allarga questo punto della trasmissione della fede nella famiglia Nanjo alla storia della Soka Gakkai: la fede e la missione non devono fermarsi a una sola persona o a una sola generazione. Si trasmettono come un'eredità viva.

Aspetto emotivo: qui si sente il valore della continuità. Kuro Taro non è lasciato solo davanti alle difficoltà: Nichiren gli dice, in sostanza, "hai dentro di te lo stesso cuore di chi ti ha preceduto".

Punto per noi: ognuno di noi ha ricevuto qualcosa da qualcuno: un incoraggiamento, un esempio, una preghiera, la fiducia. Portare avanti la fede significa trasformare ciò che abbiamo ricevuto in una nuova causa per altri.

Frase di raccordo: il quinto brano porta questa idea al livello più concreto: non basta avere una decisione nel cuore, occorre attraversare montagne e fiumi e tradurla in azione.

Quinto brano

«Inoltre, siccome sei povero, non hai servi, e le montagne e i fiumi sono pieni di ostacoli. Anche se la tua decisione è salda, può essere difficile riuscire a metterla in pratica. Ma, a giudicare dalla determinazione che stai dimostrando adesso, vedo che è qualcosa di veramente non comune. Non c’è dubbio che le dieci fanciulle demoni del Sutra del Loto ti proteggeranno. Com’è rassicurante pensarlo! Mi è impossibile dirti tutto ciò che desidererei. Con profondo rispetto, Nichiren».

Cuore del brano: il Daishonin non idealizza Kuro Taro: riconosce apertamente che è povero, senza servi, e che montagne e fiumi rendono tutto difficile. Proprio per questo la sua offerta è veramente non comune.

Da mettere a fuoco

- Nichiren sa che una decisione può essere sincera e tuttavia difficile da realizzare. Non rimprovera Kuro Taro per la sua povertà: riconosce quanto costa agire in quelle condizioni.

- Il punto decisivo è tradurre la decisione in azione. Nella vita reale non bastano intenzioni nobili: servono passi concreti, spesso piccoli, spesso faticosi, ma reali.

- Le montagne e i fiumi sono ostacoli fisici, ma possono diventare anche immagine degli ostacoli interiori: stanchezza, paura, senso di inadeguatezza, tentazione di rimandare.

- Le dieci fanciulle demoni rappresentano le funzioni protettrici del Sutra del Loto. Quando una persona agisce sinceramente per la Legge, la sua vita richiama protezione, forza e sostegno.

- Ikeda applica l'espressione "veramente non comune" anche ai membri della SGI che, nella vita quotidiana, continuano a pregare, incoraggiare, visitare, dialogare e costruire kosen-rufu.

Aspetto emotivo: Nichiren non dice solo "bravo". Dice: vedo quanto ti è costato. È questo sguardo del maestro a trasformare la fatica del discepolo in fiducia, gioia e ulteriore coraggio.

Punto per noi: una fede forte non è una fede senza ostacoli. È la capacità di fare comunque un passo, anche piccolo, nella direzione della Legge e della felicità degli altri.

Frase di raccordo: Ikeda crea un parallelismo con la Soka Gakkai: una storia di persone comuni che, dentro prove reali, hanno trasformato la decisione in azione.

Parallelismi con la storia della Soka Gakkai

1. La persecuzione nasce quando si valorizza la gente comune. Nel Gosho, Nichiren è osteggiato perché propaga la Legge nell'Ultimo giorno. Ikeda collega questo alla Soka Gakkai del dopoguerra, criticata come movimento di poveri e malati e poi attaccata nell'incidente di Osaka. In entrambi i casi il bersaglio reale è un movimento che risveglia la dignità delle persone comuni.

2. L'incidente di Osaka mostra la stessa logica degli ostacoli. Ikeda viene arrestato ingiustamente mentre la Soka Gakkai sta crescendo come movimento popolare. Le autorità cercano di colpire l'unità e la fiducia dei membri, proprio come le forze ostili cercavano di isolare Nichiren e scoraggiare i suoi discepoli.

3. Il sostegno dei membri richiama l'offerta di Kuro Taro. Durante la detenzione di Ikeda, migliaia di compagni pregano e si preoccupano per lui. Le donne portano generi di prima necessità. Sono gesti concreti, come il cibo inviato a Minobu: non teoria, ma cura reale.

4. Kosen-rufu vive nei gesti quotidiani. L'offerta di Kuro Taro sembra piccola, ma sostiene la vita del maestro. Allo stesso modo la Soka Gakkai cresce attraverso visite, dialoghi, incoraggiamenti, preghiere e azioni quotidiane. La storia cambia quando qualcuno si prende cura di una persona davanti a sé.

5. Il seme è il dialogo da vita a vita. Il Daimoku è il seme della Buddità; nella Soka Gakkai questo seme viene piantato attraverso il dialogo, la recitazione e l'incoraggiamento. Così una singola vita risvegliata diventa causa per risvegliare molte altre vite.

6. Maestro e discepolo trasformano la prova in missione. Kuro Taro agisce nonostante povertà e ostacoli; Ikeda, dopo l'arresto di Osaka, rinnova il voto di vincere per la verità e per la felicità della gente comune. La persecuzione non spegne la fede, ma chiarisce la missione.

7. La Soka Gakkai incarna l'umanesimo del Gosho. Ikeda insiste sul fatto che ogni persona è un tesoro prezioso e possiede una missione nobile. Questo è lo stesso sguardo del Daishonin verso Kuro Taro: non una massa indistinta, ma una singola persona vista e incoraggiata nel profondo.

8. "Veramente non comune" riguarda anche noi. Ikeda applica le parole rivolte a Kuro Taro ai membri della SGI: persone normali che, con sole, vento e pioggia, continuano a pregare, sostenere gli altri e costruire pace. La grandezza del movimento Soka sta nel rendere visibile la Buddità nella vita ordinaria.

Chiusura possibile: questo Gosho ci dice che il seme della Buddità non resta un concetto astratto. Diventa cibo offerto, strada percorsa, dialogo fatto, Daimoku recitato, una persona incoraggiata. Kosen-rufu nasce da questa somma di gesti sinceri, visti dal maestro e custoditi dalla Legge.

(22 giugno 2026)

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