Lettera da Teradomari (riunione di studio, appunti)
Appunti personali per la riunione di studio di luglio 2026 sul Gosho Lettera da Teradomari. La traccia segue i quattro brani scelti nello studio mensile pubblicato su Il Nuovo Rinascimento.
Titolo-guida della lezione: Avanziamo senza paura sul sentiero di kosen-rufu, convinti che la verità e la giustizia prevarranno.
Introduzione storica
Questo Gosho nasce in uno dei momenti più drammatici e decisivi della vita di Nichiren Daishonin. Il 12° giorno del nono mese del 1271 le autorità tentarono di decapitarlo a Tatsunokuchi. Fallita l'esecuzione, fu affidato alla custodia di Homma Rokuro Saemon Shigetsura, viceconestabile (cioè vicegovernatore militare e responsabile dell’ordine pubblico) della provincia di Sado, e rimase segregato per quasi un mese nella residenza del viceconestabile a Echi, nella provincia di Sagami, non lontano da Kamakura. Il decimo giorno del decimo mese Nichiren lasciò Echi sotto scorta.
Ricapitolando:
- 12º giorno del nono mese del 1271: condanna all’esilio a Sado.
- Notte tra il 12 e il 13: tentativo di decapitazione a Tatsunokuchi (deciso arbitrariamente da Hei no Saemon, funzionario governativo di alto rango)
- 13º giorno: Nichiren viene affidato a Homma e trasferito nella residenza di Echi.
- Permanenza di quasi un mese a Echi: attesa di nuove istruzioni o della conferma pratica di come procedere dopo il fallimento dell’esecuzione.
- 10º giorno del decimo mese: partenza effettiva verso Sado.
Durante il viaggio verso Sado, passò per Kumegawa, nella provincia di Musashi, e dopo dodici giorni di viaggio raggiunse Teradomari, porto della provincia di Echigo affacciato sul Mar del Giappone. Era caduta molta neve, il mare era agitato e il vento impediva la traversata verso l'isola di Sado. Il viaggio si svolse infatti fra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno, in condizioni assai più dure di quanto possa suggerire il "ventiduesimo giorno del decimo mese". Per capire meglio il clima, nel 1271 abbiamo questa corrispondenza con il calendario gregoriano:
- nono mese: mese lunisolare corrispondente grosso modo a ottobre;
- decimo mese: periodo successivo, grosso modo tra novembre e dicembre.
Nichiren era arrivato a Teradomari il 21º giorno e scrisse la lettera il 22º. Approdò a Sado il 28º: rimase quindi bloccato al porto per diversi giorni, all’incirca una settimana considerando anche la traversata.
Indirizzò la lettera a Toki Jonin, uno dei suoi principali discepoli laici. Toki era un samurai al servizio del signore di Chiba, nella provincia di Shimosa; aveva abbracciato l'insegnamento del Daishonin intorno al 1254 e conservò con grande cura molti dei suoi scritti. All'inizio della lettera Nichiren chiede che «tutti coloro che aspirano alla via» si riuniscano per ascoltarla: pur rivolgendosi a Toki, pensa dunque all'intera comunità dei discepoli.
Quella comunità era stata sconvolta dalla persecuzione di Tatsunokuchi. Cinque discepoli erano rinchiusi in celle scavate nel terreno; altri credenti, sottoposti alle pressioni del governo, cominciavano a dubitare o ad abbandonare la fede. Il prete laico inviato da Toki avrebbe dovuto accompagnare Nichiren a Sado, ma il Daishonin lo rimandò indietro perché trasmettesse il suo messaggio e gli portasse notizie dei discepoli imprigionati. Anche in quel frangente, la sua preoccupazione principale non era per sé, ma per loro.
Lettera da Teradomari è il primo di una serie di scritti con i quali, durante l'esilio a Sado, Nichiren dissipò i dubbi dei discepoli e chiarì il significato delle persecuzioni alla luce del Sutra del Loto. Ne fanno parte, fra gli altri, L'apertura degli occhi, Lettera da Sado e La pratica dell'insegnamento del Budda. La sosta forzata a Teradomari non diventa quindi una pausa nella sua lotta: diventa l'inizio di un nuovo, grande contrattacco spirituale.
Il problema di fondo non era soltanto personale. Nel Giappone dell'epoca numerose scuole buddiste difendevano le proprie dottrine e il proprio prestigio, spesso cercando l'appoggio delle autorità. Nichiren sosteneva invece che il criterio dovessero essere i sutra predicati dal Budda e il loro intento fondamentale: permettere a ogni persona di manifestare la Buddità. Le reazioni ostili, le accuse false e infine l'intervento del potere politico mostrano quanto fosse concreta la battaglia fra una religione al servizio delle persone e una religione usata per conservare autorità e privilegi.
Filo conduttore
Idea-guida: il percorso esteriore di questo Gosho va da Echi a Teradomari e poi verso Sado; quello interiore va dalla decisione di non lamentarsi alla certezza di stare vivendo il Sutra del Loto con il proprio corpo. Nichiren è prigioniero e prossimo all'esilio, eppure la sua vita è libera, rivolta a incoraggiare gli altri e ad affermare verità e giustizia.
Una possibile chiave di lettura: il Daishonin non afferma che ogni opposizione dimostri automaticamente che abbiamo ragione. Verifica la propria condotta confrontandola con il Sutra, con la ragione e con la prova concreta. La sua convinzione non è ostinazione personale: nasce dal voto di risvegliare la Buddità delle persone.
Arco emotivo dei quattro brani: dalla fatica affrontata senza lamento, alla comprensione delle persecuzioni; dalla fiducia che la storia farà emergere la verità, fino all'appello ai discepoli perché non rimangano spettatori, ma vivano anche loro il Sutra del Loto.
Primo brano
«Il decimo giorno del corrente mese (il decimo mese) abbiamo lasciato il villaggio di Echi nel distretto di Aiko della provincia di Sagami, abbiamo sostato a Kumegawa nella provincia di Musashi e, dopo aver viaggiato per dodici giorni, siamo arrivati al porto di Teradomari, nella provincia di Echigo. Da qui dobbiamo salpare per l'isola di Sado, ma, poiché i venti non sono favorevoli, non so quando partiremo.
Le difficoltà lungo la strada sono state maggiori di quanto pensassi e impossibili da descrivere. Ti lascio immaginare che cosa ho dovuto sopportare. Ma poiché ero preparato fin dalla partenza a tali difficoltà, non vedo perché debba cominciare a lamentarmi adesso. Perciò non ne parlerò».
Cuore del brano: Nichiren non nega né minimizza la durezza della prova. Dice che le difficoltà sono state persino maggiori del previsto, ma non permette che siano esse a decidere la direzione della sua vita. La decisione fondamentale era stata presa «fin dalla partenza».
Da mettere a fuoco:
- Il viaggio durò dodici giorni e si concluse soltanto con un'altra attesa: il vento contrario impediva ancora di raggiungere Sado. Umanamente, sarebbe stato naturale sentirsi esausti e scoraggiati.
- «Ero preparato fin dalla partenza» non significa non provare dolore o paura. Significa aver stabilito in anticipo per che cosa vivere, così che le circostanze non possano cancellare il voto.
- «Perciò non ne parlerò» non è freddezza né rimozione della sofferenza. La lettera non vuole attirare l'attenzione su di lui, ma rassicurare e rialzare i discepoli.
- Alla fine dello scritto Nichiren si preoccupa dei discepoli imprigionati e rimanda indietro l'accompagnatore inviato da Toki. La sua calma nasce da una condizione vitale rivolta agli altri.
Aspetto emotivo: possiamo immaginare il freddo, la neve, il corpo stremato, la sorveglianza dei soldati e l'incertezza di un esilio dal quale forse non sarebbe tornato. In mezzo a tutto questo, la voce del Daishonin rimane limpida e composta. Non è insensibilità: è la libertà interiore di chi non consegna il proprio cuore alla situazione.
Punto per noi: quando una prova dura più del previsto, è facile pensare che la pratica non stia funzionando o che non abbiamo più forze. Questo brano ci invita a tornare alla decisione originaria: «Quale valore voglio creare, proprio adesso? Chi posso incoraggiare mentre affronto questa difficoltà?».
Frase di raccordo: il primo brano mostra come Nichiren affronta la persecuzione; il secondo spiega perché, secondo il Sutra del Loto, chi sostiene l'insegnamento corretto incontra ostilità.
Secondo brano
«Il quarto volume del Sutra del Loto afferma: “E poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?”. Il quinto volume dice: “Nel mondo dovrà fronteggiare molta ostilità e sarà difficile credervi”. E il trentottesimo volume del Sutra del Nirvana afferma: “A quel tempo, tutti i non buddisti [si rivolsero al re Ajatashatru e] parlarono così: ‘Oh grande re, esiste attualmente un uomo di incomparabile malvagità, un monaco chiamato Gautama [...]. Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie che, sperando di trarne profitto ed elemosine, sono diventate sue seguaci. Esse non praticano il bene ma usano il potere degli incantesimi e della magia per attirare uomini come Mahakashyapa, Shariputra e Maudgalyayana’”.
[...] Anch'essi parlano di “un uomo di incomparabile malvagità” riferendosi a me, Nichiren, e dicono: “Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie”, riferendosi ai miei discepoli e seguaci. I non buddisti, avendo erroneamente interpretato e trasmesso gli insegnamenti dei Budda precedenti, dimostrarono ostilità nei confronti dell'ultimo Budda, Shakyamuni. Oggi gli studiosi delle varie scuole sono come loro. In conclusione, il loro modo di intendere gli insegnamenti buddisti li ha portati a nutrire idee errate. Sono come persone a cui gira la testa e che pensano che sia la grande montagna a girare intorno a loro».
Cuore del brano: i discepoli potevano interpretare le persecuzioni come la prova che Nichiren avesse sbagliato. Egli rovescia questa lettura: il Sutra del Loto aveva annunciato l'ostilità contro chi lo avrebbe propagato e le accuse mosse contro di lui ripetevano lo stesso schema già usato contro Shakyamuni.
Da mettere a fuoco:
- Nichiren cita il capitolo “Il maestro della Legge”, il capitolo “Pratiche pacifiche” e il Sutra del Nirvana. Non offre quindi una giustificazione inventata dopo i fatti, ma interpreta la propria esperienza attraverso le scritture.
- Lo schema della persecuzione è preciso: non potendo prevalere nel confronto delle idee, gli oppositori deformano le intenzioni del praticante, lo descrivono come pericoloso e presentano i suoi seguaci come persone malvagie.
- Le accuse false raggiungono chi detiene il potere e trasformano un conflitto religioso in repressione politica. È il meccanismo che condusse alla persecuzione di Tatsunokuchi e all'esilio a Sado.
- L'immagine delle persone a cui gira la testa è molto concreta: quando il punto di vista è distorto, si attribuisce alla montagna il movimento che nasce da noi stessi. Il problema non è la mancanza di intelligenza, ma l'incapacità di mettere in discussione il proprio attaccamento.
- Questa lettura non autorizza a considerare nemico chiunque ci critichi. Il criterio resta verificare se stiamo agendo in accordo con il rispetto della vita, la ragione, il dialogo e l'intento di condurre le persone alla felicità.
Aspetto emotivo: la calunnia ferisce due volte: colpisce la persona e fa dubitare chi le è vicino. I discepoli potevano chiedersi: «Se il nostro maestro è davvero nel giusto, perché è stato sconfitto e portato in esilio?». Nichiren restituisce loro un significato, e quindi la possibilità di non essere dominati dalla paura.
Punto per noi: quando veniamo fraintesi, la prima reazione può essere risentimento, chiusura o desiderio di restituire l'attacco. Il brano suggerisce un'altra strada: controllare con sincerità il nostro comportamento, rimanere uniti, chiarire i fatti e continuare ad agire per il bene senza farci trascinare dall'odio.
Frase di raccordo: se nel presente le accuse sembrano prevalere, che cosa permette di non perdere fiducia? Il terzo brano allarga lo sguardo al tempo lungo della storia.
Terzo brano
«Ricordo il caso di Pien Ho a cui amputarono le gambe sotto il ginocchio e di Kiyomaro (Uomo Puro) che fu soprannominato Kitanamaro (Uomo Impuro) e fu sul punto di essere condannato a morte. I contemporanei risero e si presero gioco di loro ma, a differenza di questi due uomini, di coloro che li derisero non è rimasto un buon nome. Lo stesso accadrà a chi mi critica ingiustamente».
Cuore del brano: una verità può essere respinta, ridicolizzata o punita nel presente senza perdere il proprio valore. Nichiren richiama due persone perseguitate ingiustamente ma poi ricordate per la loro integrità: la storia, afferma, finirà per distinguere chi difende la giustizia da chi lo attacca.
Da mettere a fuoco:
- Pien Ho trovò una pietra preziosa, ma gli esperti di due sovrani la giudicarono una pietra comune. Fu accusato di frode e mutilato; soltanto in seguito la gemma venne riconosciuta per ciò che era. L'immagine è eloquente: il giudizio sbagliato non cambia il valore del gioiello.
- Wake no Kiyomaro, alto funzionario di corte, si oppose al tentativo del prete Dokyo di impadronirsi del trono. Fu insultato cambiandogli il nome da “Uomo Puro” a “Uomo Impuro”, esiliato e minacciato di morte, ma in seguito fu riabilitato.
- Subito prima di questo passo, Nichiren ricorda quattro critiche rivolte al suo metodo di propagazione: sarebbe stato troppo severo; avrebbe dovuto usare soltanto pratiche pacifiche; avrebbe dovuto riconoscere in silenzio la superiorità del Sutra del Loto; si sarebbe occupato solo di dottrina e non di osservazione della mente.
- La sua risposta non è una difesa dell'aggressività. Ikeda chiarisce che shakubuku serve a distinguere il vero dall'errato per risvegliare il potere interiore delle persone. Una religione umanistica non impone sottomissione: si fonda sul dialogo e lavora per la felicità della gente comune.
- La certezza che «la verità prevarrà» richiede pazienza e coerenza. Non significa aspettare passivamente il giudizio dei posteri, ma continuare a parlare e ad agire in modo che la verità possa emergere.
Aspetto emotivo: essere derisi può farci desiderare di nasconderci o di uniformarci. Nichiren, già condannato e prossimo a Sado, non misura il valore della propria scelta dall'approvazione immediata degli altri. La sua serenità nasce da un orizzonte più vasto del momento presente.
Punto per noi: difendere ciò che riteniamo giusto non significa irrigidirci. Significa essere disposti a spiegare, ascoltare, verificare i fatti e restare coerenti anche quando il riconoscimento non arriva. La domanda utile non è «come faccio ad avere ragione?», ma «come posso far emergere la verità creando valore e rispettando la persona che ho davanti?».
Frase di raccordo: nel quarto brano la fiducia nella verità diventa una sfida diretta ai discepoli: non basta ammirare il maestro che vive il Sutra; ciascuno deve assumere in prima persona lo stesso voto.
Quarto brano
«Il capitolo “Esortazione alla devozione” dice: “Ci saranno molte persone ignoranti che ci malediranno e parleranno male di noi”. Questo passo corrisponde perfettamente a me, perché non si dovrebbe applicare anche a tutti voi? “Ci attaccheranno con spade e bastoni”, continua il passo, e io l'ho vissuto con il mio corpo. Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso? Più avanti afferma: “Cercando costantemente di diffamarci nelle grandi assemblee”. E ancora: “Si rivolgeranno ai sovrani, agli alti dignitari, ai brahmani e ai capifamiglia, come pure agli altri monaci [calunniandoci e parlando male di noi]”. Inoltre: “Con sguardo arcigno ci copriranno di insulti; saremo esiliati più e più volte”. “Più e più volte” significa ripetutamente. E io, Nichiren, sono stato ripetutamente scacciato e due volte sono stato condannato all'esilio.
Il Sutra del Loto si accorda al modo di predicare la Legge impiegato dai Budda delle tre esistenze. Il passato del capitolo “Mai Sprezzante” corrisponde al presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” e il presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” corrisponde al passato del capitolo “Mai Sprezzante”. Il capitolo “Esortazione alla devozione” di oggi nel futuro sarà il capitolo “Mai Sprezzante” e a quel tempo Nichiren sarà il Bodhisattva Mai Sprezzante».
Cuore del brano: Nichiren afferma di aver letto il Sutra del Loto con la propria vita. Le persecuzioni descritte nel capitolo “Esortazione alla devozione” non sono rimaste parole sulla carta: egli le ha sperimentate «con il corpo». Ora chiede ai discepoli di passare dall'ammirazione alla responsabilità.
Da mettere a fuoco:
- La strofa di venti versi del capitolo “Esortazione alla devozione” descrive i tre potenti nemici: laici arroganti, preti arroganti e falsi santi arroganti. Questi ultimi usano il prestigio religioso e l'influenza sui potenti per calunniare chi propaga il Sutra.
- Nichiren riconosce nei fatti della propria vita ogni elemento della predizione: insulti, attacchi, diffamazione pubblica, pressioni sulle autorità ed esili ripetuti. I due esili furono quelli di Izu e di Sado.
- «Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso?» non è un invito a cercare la sofferenza o lo scontro. È l'appello a non arretrare quando praticare per la felicità propria e altrui richiede coraggio.
- Il Bodhisattva Mai Sprezzante rispettava ogni persona perché ne riconosceva la Buddità, anche quando veniva insultato e aggredito. La battaglia contro l'errore e il rispetto assoluto della persona non sono opposti: sono i due aspetti di una pratica umanistica.
- Passato, presente e futuro si collegano attraverso la stessa causa. La pratica di Mai Sprezzante nel passato vive nell'azione di Nichiren; l'azione di Nichiren diventa per il futuro la prova che la Buddità si manifesta proprio nel mezzo delle persecuzioni.
Aspetto emotivo: questo è il passaggio più diretto e forse più scomodo. Nichiren non vuole discepoli che lo compatiscano da lontano. Li considera capaci di condividere il suo stesso voto e li chiama a far emergere una forza che forse essi, impauriti, non riescono ancora a vedere in se stessi.
Punto per noi: vivere il Sutra «con il corpo» oggi può voler dire continuare a recitare Daimoku quando siamo scoraggiati, visitare una persona che soffre, affrontare con sincerità una conversazione difficile, difendere la dignità di qualcuno, trasformare un conflitto senza disprezzare l'altro, oppure ricominciare dopo una sconfitta. La prova non è quanto sappiamo spiegare, ma quanto lo studio cambia il nostro modo di agire.
Parallelismi con la storia della Soka Gakkai
- Vivere gli scritti, non limitarci a citarli. Makiguchi e Toda rifiutarono di tradire le proprie convinzioni davanti al governo militarista e furono arrestati nel 1943. Makiguchi morì in carcere; Toda, liberato nel 1945, si alzò per ricostruire la Soka Gakkai e trasformare la sofferenza del dopoguerra in un movimento di emancipazione delle persone.
- Le accuse non decidono la verità. Nel 1957 Daisaku Ikeda fu arrestato nell'incidente di Osaka sulla base di accuse dalle quali venne infine assolto. Come nel terzo brano, la verità non fu stabilita dalla forza immediata dell'accusa, ma emerse attraverso una lotta perseverante.
- L'unità trasforma la paura in forza. La Soka Gakkai ha superato persecuzioni e calunnie grazie all'unità di «diversi corpi, stessa mente». Non un'uniformità passiva, ma persone differenti unite dallo stesso voto per la felicità degli altri.
- Una religione per le persone comuni. Il punto della refutazione non è vincere una disputa: è liberare le persone da idee che le rendono impotenti. Per questo Ikeda insiste su una religione umanistica, non autoritaria, capace di promuovere rispetto, saggezza, dialogo e potenziamento individuale.
- La vittoria di kosen-rufu comincia nella vita di una persona. Superare una sofferenza, incoraggiare qualcuno e dare una prova concreta della pratica crea onde che raggiungono la famiglia, l'ambiente e la società. La grande storia nasce da queste vittorie quotidiane.
Conclusione
Lettera da Teradomari ci mostra un Nichiren che esteriormente viene spinto sempre più lontano - da Kamakura a Echi, da Echi a Teradomari, da Teradomari verso Sado - ma interiormente diventa sempre più libero. Non si lamenta, comprende la prova alla luce del Sutra, affida alla storia il giudizio sulla verità e infine chiama ogni discepolo ad alzarsi.
Il messaggio non è che la fede ci renda invulnerabili o che ogni conflitto sia una persecuzione. È che, quando fondiamo la vita sul voto per la felicità nostra e degli altri, nessuna difficoltà deve avere l'ultima parola. Possiamo controllare con sincerità la nostra condotta, correggerci quando serve e, nello stesso tempo, non arretrare davanti alla paura.
Domande finali da condividere:
- Qual è la decisione alla quale voglio tornare quando le difficoltà durano più del previsto?
- Come posso difendere ciò che è giusto senza perdere il rispetto per la persona che ho davanti?
- Quale passo concreto posso compiere adesso per vivere il Gosho «con il corpo» e incoraggiare qualcuno?
Fonti: Daisaku Ikeda, lezione su Lettera da Teradomari, pubblicata originariamente su Buddismo e Società n. 153 del 2012 e riproposta ne Il Nuovo Rinascimento n. 954, luglio 2026; Lettera da Teradomari, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1.
(20 luglio 2026)
Il tetralemma (catuṣkoṭi): quattro alternative tra buddismo, Nāgārjuna e logiche non classiche
Il tetralemma: quattro alternative per mettere alla prova una tesi
Nella filosofia indiana, il tetralemma è uno schema argomentativo formato da quattro possibilità. In sanscrito è chiamato catuṣkoṭi (चतुष्कोटि), espressione traducibile come «quattro angoli», «quattro estremi», «quattro posizioni» o «quattro alternative».
Lo schema compare in diversi contesti della letteratura buddista e assume particolare rilievo nel Madhyamaka, la «Via di Mezzo» associata a Nāgārjuna. Non si tratta, tuttavia, di una dottrina unica e sempre identica: nei diversi testi le quattro posizioni possono servire a classificare casi, presentare risposte possibili, ricostruire le tesi di un interlocutore o confutare un insieme di alternative.
Data una proposizione P, la forma più nota del tetralemma considera:
- P;
- non-P;
- sia P sia non-P;
- né P né non-P.
Per esempio, a proposito dell'esistenza di qualcosa, le quattro possibilità diventano: esiste; non esiste; esiste e non esiste; né esiste né non esiste. Questa formulazione non implica che una delle quattro risposte debba sempre essere accettata. In alcuni testi una posizione viene scelta; in altri tutte e quattro vengono respinte; altrove lo schema svolge una funzione puramente classificatoria.
La ricostruzione nella logica contemporanea
Nel linguaggio della logica proposizionale moderna, il tetralemma viene spesso rappresentato così:
- P
- ¬P
- P ∧ ¬P
- ¬(P ∨ ¬P)
I simboli ∧ e ∨ significano rispettivamente «e» e «o», mentre ¬ indica la negazione. La terza formula afferma insieme una proposizione e la sua negazione; la quarta nega che valga l'alternativa «P oppure non-P».
Questa trascrizione è utile, ma è una ricostruzione moderna, non una traduzione neutrale delle formulazioni antiche. Nella logica classica, infatti, la terza e la quarta formula risultano equivalenti: entrambe sono sempre false. Se ci si limita a questa formalizzazione, dunque, le quattro posizioni non rimangono tutte distinte.
La difficoltà segnala un punto essenziale: non è affatto certo che, nei testi buddisti, le quattro posizioni rappresentino quattro valori di verità nel senso moderno. Non è neppure certo che la negazione antica funzioni sempre come il simbolo ¬ della logica proposizionale.
Due modi di negare
Nella tradizione grammaticale e filosofica sanscrita viene spesso richiamata la distinzione tra due forme di negazione:
- prasajya-pratiṣedha, una negazione non implicativa, che respinge un enunciato senza impegnarsi ad affermare il suo contrario;
- paryudāsa, una negazione implicativa o predicativa, che esclude qualcosa lasciando intendere una determinazione alternativa.
Un esempio semplice può chiarire la differenza. Dire «non è bianco» può essere inteso come la semplice esclusione del bianco, senza stabilire quale sia il colore; oppure può suggerire che l'oggetto possieda un altro colore determinato. Nei testi filosofici reali la distinzione è più complessa, e la sua applicazione a Nāgārjuna è discussa dagli studiosi.
Perciò il rifiuto di P non deve essere interpretato automaticamente come affermazione di non-P. In certi argomenti può significare che la domanda è mal posta, che i concetti impiegati non sono applicabili o che viene respinto anche il presupposto comune alle alternative.
Il tetralemma nel buddismo antico
Costruzioni quadripartite compaiono già nel Canone pāli, cioè nella più antica raccolta completa di testi buddisti conservata in una lingua indiana. Il loro uso precede l'elaborazione filosofica del Madhyamaka e non è uniforme.
Nel Kandaraka Sutta, per esempio, la quadripartizione serve a classificare quattro tipi di persone: chi tormenta se stesso, chi tormenta gli altri, chi tormenta entrambi e chi non tormenta né se stesso né gli altri. In questo caso la quarta possibilità non viene respinta, ma presentata favorevolmente.
Un uso diverso riguarda le domande sulla condizione del Tathāgata dopo la morte. «Tathāgata» è uno dei titoli con cui i testi indicano il Budda o, più in generale, un essere pienamente risvegliato. Le quattro domande sono: il Tathāgata esiste dopo la morte? Non esiste? Esiste e non esiste? Né esiste né non esiste?
Nell'Aggivacchagotta Sutta tutte e quattro le formulazioni vengono dichiarate inapplicabili. Il discorso utilizza l'immagine di un fuoco spento: chiedere in quale direzione sia andato presuppone categorie che non descrivono adeguatamente ciò che è accaduto. Una sequenza analoga appare nel Khemā Sutta, dove il Tathāgata non può essere misurato o definito mediante le categorie ordinarie riferite ai costituenti dell'esperienza.
Il silenzio su queste domande è stato interpretato in almeno due modi. Secondo una lettura pragmatica, esse non aiutano a comprendere e superare la sofferenza, quindi non sono utili al cammino di liberazione. Secondo una lettura più sistematica, i predicati «esiste» e «non esiste» non sono applicabili al caso in esame, oppure la domanda contiene presupposti erronei. Le due letture possono coesistere, ma nessuna obbliga ad attribuire al buddismo antico una teoria generale con quattro valori di verità.
Nāgārjuna e la Via di Mezzo
Nelle Mūlamadhyamakakārikā, le «Stanze fondamentali della Via di Mezzo», Nāgārjuna impiega ripetutamente argomenti quadripartiti. All'inizio dell'opera, la produzione dei fenomeni viene esaminata attraverso quattro ipotesi: da sé, da altro, da entrambi oppure senza causa. Tutte e quattro vengono respinte.
Qui il tetralemma non consiste semplicemente nel collocare una proposizione dentro una tabella logica. Serve piuttosto a esaminare sistematicamente un campo di possibilità e a mostrare le conseguenze problematiche delle diverse tesi. Argomenti di questo tipo vengono applicati alla causalità, al movimento, al sé, al tempo, al nirvana e ad altri temi.
Il bersaglio ricorrente è lo svabhāva, termine che indica una natura propria, intrinseca e indipendente. Secondo il Madhyamaka, i fenomeni non esistono grazie a un'essenza autonoma: dipendono da cause, condizioni, parti, relazioni e modi di designazione.
Questa assenza di natura intrinseca è chiamata vacuità (śūnyatā). La vacuità non equivale al nulla. Indica che nulla possiede un'esistenza completamente indipendente. Per un approfondimento introduttivo si possono leggere gli appunti sulla vacuità e sulla Via di Mezzo.
La vacuità è strettamente collegata all'originazione dipendente (pratītyasamutpāda): i fenomeni sorgono e funzionano in dipendenza da condizioni. Proprio per questo la vacuità non deve essere reificata, cioè trasformata mentalmente in una nuova cosa, essenza o realtà assoluta. Il rifiuto delle quattro alternative non introduce necessariamente una quinta posizione metafisica nascosta.
Il metodo dialettico del prasaṅga
Molte argomentazioni madhyamaka sono presentate come prasaṅga: si assumono provvisoriamente le premesse dell'interlocutore e se ne mostrano conseguenze indesiderabili, incoerenti o incompatibili con ciò che lo stesso interlocutore accetta.
Il procedimento è simile, per alcuni aspetti, a una riduzione all'assurdo, ma la sua interpretazione storica è discussa. In una lettura dialettica, cioè relativa alla pratica del dibattito, dell’argomentazione e della confutazione, Nāgārjuna non deve necessariamente proporre una teoria opposta: gli basta mostrare che la posizione esaminata non regge alle proprie condizioni. Questo spiega perché la confutazione delle quattro alternative non vada scambiata automaticamente per l'affermazione di una quinta soluzione.
Le interpretazioni contestuali
Secondo le interpretazioni storiche e contestuali, il significato del tetralemma dipende dalla funzione che svolge in ciascun testo. Le quattro posizioni possono essere:
- risposte candidate a una domanda;
- categorie per classificare casi differenti;
- tesi attribuite a un avversario;
- forme linguistiche sottoposte a confutazione;
- modi di rendere visibile un presupposto condiviso ma problematico.
Da questa prospettiva, «né P né non-P» non deve per forza designare uno speciale valore di verità. Può indicare che i concetti adoperati non si applicano, che l'alternativa è costruita male o che l'intero quadro della domanda deve essere abbandonato.
Le interpretazioni paraconsistenti e paracomplete
Il filosofo e logico Graham Priest ha proposto di formalizzare alcune forme del tetralemma mediante logiche paraconsistenti e paracomplete.
Una logica è paraconsistente quando una contraddizione non permette di dedurre qualsiasi conclusione. Nella logica classica, dalle premesse P e non-P si può derivare arbitrariamente qualunque proposizione: è il cosiddetto principio di esplosione. Una logica paraconsistente blocca questa esplosione e consente di ragionare senza rendere l'intero sistema banale, anche quando alcune informazioni sono incompatibili.
Una logica è paracompleta quando non obbliga ogni proposizione a essere vera oppure falsa. Può quindi ammettere lacune di verità: casi nei quali una proposizione non risulta né vera né falsa. In tali sistemi il principio del terzo escluso, «P oppure non-P», non è valido senza eccezioni.
Priest fa riferimento alla First-Degree Entailment (FDE), una logica nella quale il sostegno a favore della verità e quello a favore della falsità vengono trattati indipendentemente. Una proposizione può così trovarsi in quattro stati informativi:
- vera e non falsa;
- falsa e non vera;
- sia vera sia falsa;
- né vera né falsa.
Questa semantica permette di distinguere la terza posizione dalla quarta: la prima rappresenta un eccesso di informazione incompatibile, la seconda una mancanza di informazione sufficiente. È una maniera elegante di modellare le quattro alternative, ma rimane una ricostruzione filosofico-logica contemporanea. Non dimostra che tutti gli autori buddisti concepissero il tetralemma come una logica a quattro valori.
Priest e Jay L. Garfield hanno inoltre sostenuto che alcuni argomenti di Nāgārjuna possano essere letti come casi di dialeteismo, la tesi secondo cui esistono almeno alcune contraddizioni vere. Questa proposta è influente ma controversa. Non va confusa con l'idea che ogni contraddizione sia vera, né con l'affermazione che tutte le occorrenze del tetralemma accettino contemporaneamente le quattro posizioni.
I limiti delle formalizzazioni moderne
Le logiche contemporanee possono rendere esplicite alcune strutture inferenziali, mostrare quali principi vengono accettati o rifiutati e confrontare interpretazioni differenti. Non possono però sostituire l'analisi storica e testuale.
Nei testi buddisti cambiano il tema discusso, la relazione tra le alternative, il tipo di negazione e l'atteggiamento assunto verso ciascuna posizione. Parlare del tetralemma come se fosse sempre una singola «logica buddista a quattro valori» rischia quindi di appiattire tradizioni e usi molto diversi.
La conclusione più prudente è che il catuṣkoṭi sia una famiglia di schemi quadripartiti. La sua importanza non dipende soltanto dalla possibilità di tradurlo in simboli moderni, ma dalla capacità di mettere alla prova le categorie con cui costruiamo una domanda, formuliamo una tesi e pretendiamo di descrivere la realtà.
Bibliografia
Fonti testuali
- Kandaraka Sutta (Majjhima Nikāya 51), SuttaCentral: traduzione inglese.
- Aggivacchagotta Sutta (Majjhima Nikāya 72), SuttaCentral: traduzione inglese.
- Khemā Sutta (Saṃyutta Nikāya 44.1), SuttaCentral: traduzione inglese.
- Mark Siderits e Shōryū Katsura, Nāgārjuna's Middle Way: Mūlamadhyamakakārikā, Wisdom Publications, 2013, ISBN 9781614290506.
Studi
- V. K. Bharadwaja, «Rationality, Argumentation and Embarrassment: A Study of Four Logical Alternatives (Catuṣkoṭi) in Buddhist Logic», Philosophy East and West, vol. 34, n. 3, 1984, DOI.
- Jay L. Garfield e Graham Priest, «Nagarjuna and the Limits of Thought», Philosophy East and West, vol. 53, n. 1, 2003, DOI.
- R. D. Gunaratne, «Understanding Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Philosophy East and West, vol. 36, n. 3, 1986, DOI.
- K. N. Jayatilleke, «The Logic of Four Alternatives», Philosophy East and West, vol. 17, n. 1/4, 1967, DOI.
- Emanuela Magno, Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia, Mimesis, Milano-Udine, 2012, ISBN 9788857513843.
- Emanuela Magno, «Dal pensiero alla vacuità. La critica nāgārjuniana e il trascendentale», Philosophy Kitchen, n. 1, 2014, DOI.
- Graham Priest, «The Logic of the Catuskoti», Comparative Philosophy, vol. 1, n. 2, 2010, DOI.
- Graham Priest, The Fifth Corner of Four: An Essay on Buddhist Metaphysics and the Catuṣkoṭi, Oxford University Press, Oxford, 2018, ISBN 9780198758716, DOI.
- David Seyfort Ruegg, «The Uses of the Four Positions of the Catuṣkoṭi and the Problem of the Description of Reality in Mahāyāna Buddhism», Journal of Indian Philosophy, vol. 5, n. 1-2, 1977, DOI.
- Jan Westerhoff, «Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Journal of Indian Philosophy, vol. 34, n. 4, 2006, DOI.
(16 luglio 2026)
Restare umani in un tempo governato dall’animalità
Nel Gosho I tre tipi di tesori, lettera scritta da Nichiren Daishonin a Shijo Kingo da Minobu nel 1277, si trova un passaggio decisivo:
«Il cuore di tutti gli insegnamenti della vita del Budda è il Sutra del Loto e il cuore della pratica del Sutra del Loto si trova nel capitolo “Mai Sprezzante”. Cosa significa il profondo rispetto del Bodhisattva Mai Sprezzante per la gente? Il vero significato dell’apparizione in questo mondo del Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sta nel suo comportamento da essere umano».
Si diventa davvero umani attraverso una condotta saggia: rispettare gli altri, controllare l’impulsività, non agire con arroganza, non lasciarsi dominare dall’ira e manifestare nella vita quotidiana la convinzione che ogni persona possiede una dignità suprema.
Per Nichiren, il cuore del Buddismo non si manifesta anzitutto in una teoria, in un rango religioso o in un’apparenza spirituale, ma nel modo in cui una persona tratta gli altri, specialmente quando è sotto pressione, offesa, minacciata o provocata.
Parafrasando liberamente il senso del passo, potremmo dire:
“Il vero scopo dell’apparizione nel mondo del Budda Shakyamuni sta nel mostrare, attraverso la propria condotta, come un essere umano debba vivere: rispettando profondamente ogni persona.”
La condotta del Bodhisattva Mai Sprezzante, cioè il suo rispetto per tutte le persone, esprime l’insegnamento centrale del Sutra del Loto secondo cui tutti possono conseguire la Buddità: non una condizione sovrumana o separata dalla vita concreta, ma il pieno risveglio della dignità, della saggezza, del coraggio e della compassione presenti in ogni essere umano.
Nichiren conclude la lettera così:
«Il saggio si può definire umano, ma gli sconsiderati non sono altro che animali».
Infatti. Quando rinunciamo alla nostra umanità, scivoliamo nella bestialità, e possiamo diventare perfino peggiori delle bestie. L’animale, infatti, segue i propri istinti secondo la sua natura; l’essere umano, invece, può scegliere intenzionalmente di arrecare sofferenze atroci e danni enormi, anche quando potrebbe farne a meno. In questo senso, quando diamo seguito alla nostra animalità — o, più precisamente, alla nostra bestialità — tradendo la dignità propria del mondo umano, entriamo già in una condizione di inferno: uno stato della vita dominato dalla sofferenza, dall’odio, dalla paura e dalla distruzione. Ma non siamo soli.
Nello stesso Gosho, infatti, Nichiren scrive a Shijo Kingo: «Se tu dovessi cadere nell’inferno per qualche grave colpa, anche se Shakyamuni mi invitasse a diventare un Budda, io rifiuterei: preferirei venire all’inferno con te. Perché, se cadessimo nell’inferno insieme, troveremmo là il Budda Shakyamuni e il Sutra del Loto. Sarebbe come la luna che illumina l’oscurità, come l’acqua fredda versata sull’acqua bollente, come il fuoco che scioglie il ghiaccio o come il sole che disperde l’oscurità». Anche nella condizione vitale più oscura, quindi, può manifestarsi una luce capace di guidarci attraverso la sofferenza e la morte.
Detto ciò, veniamo al nostro tempo. Rimanere umani in quest’epoca è estremamente difficile, perché siamo governati da bestie, informati da bestie e spesso i comportamenti più bestiali ci vengono proposti come modelli da seguire: in famiglia, in televisione, sui social, a scuola, nel lavoro, nelle amicizie e nella vita quotidiana.
La capacità di discernimento di noi persone comuni è seriamente compromessa, perché i mezzi di comunicazione vengono usati raramente per sollecitare un pensiero informato e razionale; molto più spesso servono ad agganciare le nostre parti più istintuali, irrazionali, vulnerabili ed emotive, dentro un contesto di sostanziale ignoranza e distorsione della realtà. Il piano della realtà e quello della narrazione sono ormai così distanti che aderire all’uno significa spesso diventare quasi incomunicabili con chi aderisce all’altro.
Nella nostra epoca caotica, luoghi che dovrebbero essere tra i più sicuri — come le scuole e gli ospedali — sono diventati spesso spazi in cui l’incolumità fisica e psichica delle persone può essere messa seriamente alla prova. Chi non riesce a sopportare questo scenario, già presente tra noi, tende a negarlo, rifugiandosi nell’idea infantile che le istituzioni esercitino sempre il potere per il nostro bene.
Dimostrare che siamo governati da bestie è abbastanza semplice. Abbiamo un Paese con circa sei milioni di indigenti, pari a circa due milioni di famiglie in gravissime condizioni economiche; file al Pronto Soccorso che non finiscono mai e che, in alcuni casi, rendono difficile perfino il passaggio dei moribondi; un numero impressionante di persone che, pur lavorando duramente 10, 12 o 14 ore al giorno, spesso con figli a carico, vivono sotto la soglia di povertà perché ricevono stipendi da fame. Abbiamo una scuola che è diventata un far west, un comparto industriale desertificato per mancanza di domanda interna, un Paese sull’orlo del collasso economico e reti sociali a sostegno dei bisognosi che da trent’anni vengono progressivamente distrutte.
In tutto questo, i nostri ultimi governi, a prescindere dall’orientamento politico dichiarato, invece di ricostruire un tessuto economico capace di rendere l’Italia più libera e autonoma, destinano le poche risorse disponibili al riarmo europeo e al sostegno del governo di Kiev in funzione anti-russa. La nuova parola d’ordine è appunto “riarmo europeo”: fiumi di denaro vengono orientati verso una strategia militare che, a mio avviso, finisce per legittimare anche componenti ideologiche legate al nazionalismo ucraino più estremo. I legami storici di Stepan Bandera — tuttora celebrato in Ucraina — con il collaborazionismo nazista dovrebbero suscitare ribrezzo; invece vengono rimossi, minimizzati o lasciati nell’ombra, mantenendo larga parte della popolazione italiana nell’ignoranza.
Detto in modo ancora più diretto, i nostri soldi vengono usati per alimentare il culto della violenza e delle presunte virtù militari. Proseguendo su questa strada finiremo male: non “male” nel senso che tutto resterà com’è, ma nel senso che siamo già esposti a un grave pericolo.
Uno degli scenari più gravi davanti a noi — una possibilità concreta, ma non un destino inevitabile — è una disastrosa guerra continentale in Europa, con tutto ciò che ne conseguirebbe. Questo esito andrebbe scongiurato con tutti i mezzi non-violenti possibili: scrivere, prendere posizione pubblicamente, partecipare a manifestazioni di piazza e sostenere la neutralità dell’Italia.
Se la guerra dovesse comunque divampare, il nostro compito non sarebbe né imbracciare le armi né obbedire a ordini lesivi della dignità della vita. Il nostro unico compito sarebbe rimanere umani, come ci mostra il Bodhisattva Mai Sprezzante, anche se questo dovesse significare soffrire la fame o mancare di tutto ciò che è necessario per vivere. In forme diverse, è ciò che Nichiren ha vissuto a Sado e a Minobu. Una non-violenza senza eccezioni è l’unica base per non arrivare alla distruzione totale della nostra umanità e della nostra civiltà. Anche se i nostri corpi venissero distrutti, dobbiamo fare ogni sforzo affinché la nostra vita interiore non ceda alle insidie del Re Demone e di altre forze distruttrici.
Per quel che mi riguarda, trasformare questa difficile dichiarazione di intenti in una scelta reale — fino ad accettare il martirio piuttosto che chiedere aiuto ai peggiori demoni — significa innanzitutto recitare Nam-myoho-renge-kyo. Senza pratica buddista, infatti, gli insegnamenti, da soli, non sono di aiuto a nessuno.
(6 luglio 2026)
Il Daimoku come seme della Buddità (riunione di studio, appunti)
Questi miei appunti si riferiscono ad una riunione di studio del Gosho "Il daimoku come seme della Buddità", di giugno 2026. Sono utilizzabili e stampabili liberamente, disponibili anche come file ODT "Riunione di studio giugno 2026 - da stampare.odt".
Il Daimoku come seme della Buddità
Introduzione Storica
Questo Gosho, Il daimoku come seme della Buddità, fu scritto da Nichiren Daishonin (1222-1282) da Minobu. Questo Gosho è tradizionalmente datato al primo giorno dell’undicesimo mese del 1278, anche se ricerche recenti suggeriscono una data poco dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu, nel 1274.
Il Gosho è indirizzato a Nanjo Kuro Taro, un credente che si ritiene fosse parente di Nanjo Tokimitsu. Siamo quindi negli ultimi anni della vita del Daishonin, in una fase molto diversa da quella della persecuzione di Tatsunokuchi del 1271, cioè del tentativo di decapitazione, seguito poi dall’esilio a Sado.
Nel 1274, dopo essere stato graziato dall’esilio a Sado, il Daishonin tornò a Kamakura e rivolse un’ultima rimostranza alle autorità. Quando anche questa fu respinta, lasciò Kamakura e si stabilì sul monte Minobu, nella provincia di Kai. Ma Minobu non va visto come un semplice ritiro: da lì il Daishonin continuò a scrivere, formare discepoli, incoraggiare i credenti laici e chiarire gli insegnamenti fondamentali per il futuro.
Il Giappone di quegli anni era attraversato da una forte tensione politica e sociale. Nel 1274 era avvenuta la prima invasione mongola del Giappone; la seconda sarebbe arrivata nel 1281. Per il Daishonin, queste crisi non erano solo eventi militari: erano anche il segno di un paese spiritualmente disorientato, in cui le autorità continuavano a rifiutare il Sutra del Loto e a sostenere scuole religiose che lui considerava errate.
Il destinatario della lettera appartiene all’ambiente della famiglia Nanjo, una famiglia di credenti laici della zona del Fuji, nella provincia di Suruga. Il “defunto Ueno” ricordato nel Gosho è Nanjo Hyoe Shichiro, padre di Nanjo Tokimitsu: un samurai che aveva abbracciato la fede nel Daishonin e che, dopo la sua morte, lasciò una famiglia che continuò a sostenere l’insegnamento. Questo è importante: il Gosho nasce dentro una rete familiare di fede, sacrificio e continuità, non dentro un rapporto astratto tra maestro e discepolo.
In quegli anni, inoltre, stava maturando il clima della persecuzione di Atsuhara, iniziata nel 1275 e culminata nel 1279. Dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu (1274), infatti, Nikko Shonin e altri discepoli guidarono la propagazione nella zona del Fuji; questo provocò ostilità da parte di templi e autorità locali. Nel 1279, venti contadini credenti furono arrestati, e tre di loro giustiziati. Questo Gosho si colloca quindi poco prima del culmine di quella persecuzione: in un momento in cui la fede dei discepoli comuni, laici, poveri o socialmente esposti, diventa sempre più centrale.
Filo conduttore per l'intervento
Idea-guida: questo Gosho parte da un gesto concreto - un'offerta di cibo - e arriva al tema più grande: il Daimoku come seme della Buddità e kosen-rufu come movimento che risveglia la dignità della gente comune.
Una possibile chiave di lettura: Nichiren non sta spiegando la fede in astratto. Sta guardando la vita reale di un discepolo: povertà, distanza, paura, ostilità, fatica. Dentro quella realtà vede una determinazione immensa.
Arco emotivo dei cinque brani: dal gesto nascosto di Kuro Taro, alla crisi dell'epoca, al seme del Daimoku, alla trasmissione della fede, fino alla trasformazione della decisione in azione.
Primo brano
«Vedendo questa tua determinazione, non posso fare a meno di ricordare il defunto Ueno. Ho ricevuto il carico di tari, le castagne, il riso essiccato e lo zenzero. Nei profondi recessi di queste montagne, nessuno coltiva i tari. Le castagne non maturano mai e nemmeno lo zenzero è in grado di germogliare. E, naturalmente, il riso essiccato non si è mai visto. Se, ad esempio, le castagne dovessero maturare, le scimmie rovinerebbero i rami e le cime degli alberi. Nessuno coltiva i tari ma, se qualcuno lo facesse, poiché la gente mi detesta, nessuno me ne darebbe. Perché mai sarò venuto a stare su una montagna così alta?»
Cuore del brano: Nichiren non vede solo un pacco di cibo. Vede la determinazione di Kuro Taro, la fatica del viaggio, la preoccupazione per la sua salute e il coraggio di sostenere il maestro in un luogo isolato.
Da mettere a fuoco
- Il Daishonin elenca una per una le offerte ricevute: tari, castagne, riso essiccato, zenzero. Questo dettaglio non è casuale: mostra che nessun gesto sincero viene dato per scontato.
- Minobu non è un luogo romantico o tranquillo. È un posto duro, isolato, povero di cibo, dove il Daishonin vive anche l'ostilità della gente del luogo. Per questo quelle offerte sono una forma di sostegno vitale.
- Kuro Taro è povero. Il riso essiccato, più che un'offerta abbondante, suggerisce una condizione modesta. Proprio qui sta il valore: offre non il superfluo, ma qualcosa che costa.
- Probabilmente Kuro Taro non si recò personalmente a Minobu, o almeno il testo non lo dice. Ciò che emerge è che, pur essendo povero e senza servi, riuscì comunque a far arrivare le offerte al Daishonin, superando difficoltà concrete di distanza, strade, montagne e fiumi.
Aspetto emotivo: il brano fa sentire il calore del rapporto maestro-discepolo. Kuro Taro pensa: "Il Daishonin sarà al freddo, avrà da mangiare?". Nichiren risponde vedendo tutto il cuore che c'è dietro quel gesto.
Punto per noi: a volte pensiamo che un'azione sia piccola perché invisibile o perché non risolve nell’immediato le circostanze avverse. Tuttavia non dobbiamo svilire le nostre azioni. Qui Nichiren ci educa a vedere il valore invisibile: un messaggio, una visita, una preghiera, una telefonata, un'offerta, un incoraggiamento possono sostenere concretamente la vita di una persona.
Frase di raccordo: Ikeda legge questo brano come una lezione sull'umanesimo di Nichiren: rispondere alla sincerità con la sincerità, e riconoscere la nobiltà dei discepoli comuni.
Secondo brano
«Guardando la montagna vediamo che, dalla vetta ai piedi, gradualmente essa si abbassa. Guardando il mare, vediamo che diventa gradualmente sempre più profondo. Guardando il mondo, lo vediamo gradualmente declinare anno dopo anno, da trent’anni fa a venti, cinque, quattro, tre, un anno fa. Ed è così anche per la mente delle persone. Adesso, quando un’epoca volge al termine, sui fianchi della montagna rimangono solo alberi contorti e nei campi cresce solo erba bassa. Nel mondo i saggi sono pochi mentre gli stolti abbondano. Sono come mucche e cavalli, che non sanno mai chi sia il loro padre, o come lepri e pecore, incapaci di riconoscere le loro madri».
Cuore del brano: il Daishonin descrive un'epoca in cui non declinano solo le condizioni esterne, ma anche la mente delle persone: aumenta la confusione, diminuiscono saggezza, gratitudine e capacità di distinguere ciò che conduce alla felicità.
Da mettere a fuoco
- Le immagini della montagna, del mare, degli alberi contorti e dell'erba bassa rendono visibile un mondo che perde altezza, direzione e forza. Non è solo una crisi politica: è una crisi della vita interiore.
- Ikeda collega questo clima alle sofferenze concrete dell'epoca: invasioni mongole, epidemie, carestie, morte dei giovani, lutto diffuso. Nichiren non parla da osservatore distante: sente il dolore delle persone.
- Il riferimento a chi non riconosce padre e madre indica la perdita della gratitudine. Quando si perde gratitudine verso l'origine della propria vita, si indeboliscono anche i legami con gli altri, con il maestro e con la missione.
- Le "cinque impurità" e i tre veleni non sono concetti lontani: indicano un modo di vivere in cui avidità, collera e stupidità avvelenano il cuore e rendono più difficile orientarsi verso il bene.
Aspetto emotivo: questo passaggio può essere presentato come una diagnosi compassionevole. Nichiren non condanna le persone dall'alto: vede quanto sono confuse e sofferenti, e proprio per questo cerca una via che possa salvarle davvero.
Punto per noi: anche oggi possiamo riconoscere epoche di confusione: sfiducia, rabbia, isolamento, perdita di senso. Il Gosho ci chiede: quale forza può raddrizzare la mente e restituire dignità alla vita?
Frase di raccordo: dopo aver descritto la crisi dell'epoca, Nichiren indica il rimedio: non una fede nelle pratiche più diffuse all’epoca, come il Nembutsu, ma nel Daimoku, che è il seme capace di far emergere la Buddità nella vita di ogni persona.
Terzo brano
«Sono trascorsi più di 2.220 anni dall’estinzione del Budda. Adesso siamo nell’ultima epoca in cui gli uomini saggi pian piano non si vedono quasi più, come montagne che digradano o erba che diventa sempre più bassa. Anche se molti recitano il Nembutsu o abbracciano i precetti, ben pochi si affidano al Sutra del Loto. Anche se vi è una moltitudine di stelle, esse non riescono a illuminare il grande mare. Anche se i fili d’erba sono moltissimi, non diventeranno mai colonne del palazzo imperiale. Allo stesso modo anche se si recita molte volte il Nembutsu, esso non sarà mai il sentiero per il conseguimento della Buddità. E anche se si abbracciano i precetti, non saranno mai il seme per la rinascita in una pura terra. Solo i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo sono il seme per conseguire la Buddità»
Cuore del brano: in mezzo a molte pratiche e molte idee, il Daishonin afferma ciò che per lui è essenziale: solo Nam-myoho-renge-kyo è il seme della Buddità.
Da mettere a fuoco
- Le stelle possono essere numerosissime, ma non illuminano il grande mare. L'erba può essere abbondante, ma non diventa colonna di un palazzo. Quantità e popolarità, con riferimento agli insegnamenti, non bastano: serve una causa che conduca davvero all'Illuminazione.
- Ikeda spiega che il desiderio originario del Budda è permettere a tutte le persone di rivelare la propria natura di Budda e sperimentare una felicità libera, piena, condivisa.
- L'immagine del seme è potente: è piccolo, quasi invisibile, ma contiene un potenziale enorme. Quando incontra le condizioni giuste, germoglia. Il Daimoku funziona così nella profondità della vita.
- Recitare Nam-myoho-renge-kyo non significa evadere dalla realtà. Significa piantare una causa che permette di trasformare sofferenza, paura e impotenza in forza, dignità e azione.
- Nel dialogo, quando facciamo conoscere il Daimoku o anche solo trasmettiamo fiducia nella Buddità di una persona, stiamo piantando un seme. Questo è il senso profondo della propagazione.
Aspetto emotivo: il seme della Buddità è un'immagine piena di speranza perché dice che nessuno è già escluso. Anche una persona stanca, ferita o confusa possiede dentro di sé qualcosa che può fiorire.
Punto per noi: se credo nel Daimoku come seme, allora guardo me stesso e gli altri in modo diverso. Non vedo solo i limiti presenti: vedo una possibilità di fioritura.
Frase di raccordo: ma chi afferma con decisione questa Legge in un'epoca confusa incontra inevitabilmente opposizione. Per questo il quarto brano torna sulla fede del defunto Ueno e sulla trasmissione della determinazione.
Quarto brano
«Quando parlo in questo modo, la gente mi odia e mi respinge, ma il defunto Ueno credette, e così conseguì la Buddità. Tu sei della sua stirpe e perciò sono certo che riuscirai a portare avanti la tua determinazione. Non è forse questo che s’intende dicendo che un acaro attaccato alla coda di un cavallo può volare per mille miglia e che l’edera che cresce intorno a un pino può raggiungere un’altezza di mille piedi? Ognuno di voi possiede lo stesso cuore del defunto Ueno. Un uomo che offrì una torta di fango al Budda rinacque come un re. Poiché il Sutra del Loto è un insegnamento superiore al Budda, come potresti tu, che hai fatto offerte al sutra, non godere di benefici in questa vita e conseguire la Buddità nella prossima?».
Cuore del brano: Nichiren dice: molti mi odiano e mi respingono, ma Ueno credette e conseguì la Buddità. Ora Kuro Taro, legato a quella stessa famiglia di fede, può portare avanti la medesima determinazione.
Da mettere a fuoco
- Il defunto Ueno, Nanjo Hyoe Shichiro, aveva abbracciato la fede in un periodo difficile, quando seguire Nichiren significava esporsi a critiche e rischi. Non fu una scelta comoda.
- Il Daishonin ricorda che Ueno conseguì la Buddità. Non sta facendo solo memoria di un morto: sta offrendo a Kuro Taro un esempio significativo, una prova che la fede portata avanti fino in fondo ha un esito certo.
- L'acaro attaccato alla coda del cavallo e l'edera intorno al pino indicano che, unendosi a una grande Legge e a un grande maestro, anche una vita apparentemente piccola o insignificante può compiere un cammino immenso.
- La storia della torta di fango mostra che il beneficio nasce dalla qualità del cuore, non dalla grandezza esterna dell'offerta. Un gesto povero, se offerto con fede sincera, diventa una causa nobile.
- Ikeda allarga questo punto della trasmissione della fede nella famiglia Nanjo alla storia della Soka Gakkai: la fede e la missione non devono fermarsi a una sola persona o a una sola generazione. Si trasmettono come un'eredità viva.
Aspetto emotivo: qui si sente il valore della continuità. Kuro Taro non è lasciato solo davanti alle difficoltà: Nichiren gli dice, in sostanza, "hai dentro di te lo stesso cuore di chi ti ha preceduto".
Punto per noi: ognuno di noi ha ricevuto qualcosa da qualcuno: un incoraggiamento, un esempio, una preghiera, la fiducia. Portare avanti la fede significa trasformare ciò che abbiamo ricevuto in una nuova causa per altri.
Frase di raccordo: il quinto brano porta questa idea al livello più concreto: non basta avere una decisione nel cuore, occorre attraversare montagne e fiumi e tradurla in azione.
Quinto brano
«Inoltre, siccome sei povero, non hai servi, e le montagne e i fiumi sono pieni di ostacoli. Anche se la tua decisione è salda, può essere difficile riuscire a metterla in pratica. Ma, a giudicare dalla determinazione che stai dimostrando adesso, vedo che è qualcosa di veramente non comune. Non c’è dubbio che le dieci fanciulle demoni del Sutra del Loto ti proteggeranno. Com’è rassicurante pensarlo! Mi è impossibile dirti tutto ciò che desidererei. Con profondo rispetto, Nichiren».
Cuore del brano: il Daishonin non idealizza Kuro Taro: riconosce apertamente che è povero, senza servi, e che montagne e fiumi rendono tutto difficile. Proprio per questo la sua offerta è veramente non comune.
Da mettere a fuoco
- Nichiren sa che una decisione può essere sincera e tuttavia difficile da realizzare. Non rimprovera Kuro Taro per la sua povertà: riconosce quanto costa agire in quelle condizioni.
- Il punto decisivo è tradurre la decisione in azione. Nella vita reale non bastano intenzioni nobili: servono passi concreti, spesso piccoli, spesso faticosi, ma reali.
- Le montagne e i fiumi sono ostacoli fisici, ma possono diventare anche immagine degli ostacoli interiori: stanchezza, paura, senso di inadeguatezza, tentazione di rimandare.
- Le dieci fanciulle demoni rappresentano le funzioni protettrici del Sutra del Loto. Quando una persona agisce sinceramente per la Legge, la sua vita richiama protezione, forza e sostegno.
- Ikeda applica l'espressione "veramente non comune" anche ai membri della SGI che, nella vita quotidiana, continuano a pregare, incoraggiare, visitare, dialogare e costruire kosen-rufu.
Aspetto emotivo: Nichiren non dice solo "bravo". Dice: vedo quanto ti è costato. È questo sguardo del maestro a trasformare la fatica del discepolo in fiducia, gioia e ulteriore coraggio.
Punto per noi: una fede forte non è una fede senza ostacoli. È la capacità di fare comunque un passo, anche piccolo, nella direzione della Legge e della felicità degli altri.
Frase di raccordo: Ikeda crea un parallelismo con la Soka Gakkai: una storia di persone comuni che, dentro prove reali, hanno trasformato la decisione in azione.
Parallelismi con la storia della Soka Gakkai
1. La persecuzione nasce quando si valorizza la gente comune. Nel Gosho, Nichiren è osteggiato perché propaga la Legge nell'Ultimo giorno. Ikeda collega questo alla Soka Gakkai del dopoguerra, criticata come movimento di poveri e malati e poi attaccata nell'incidente di Osaka. In entrambi i casi il bersaglio reale è un movimento che risveglia la dignità delle persone comuni.
2. L'incidente di Osaka mostra la stessa logica degli ostacoli. Ikeda viene arrestato ingiustamente mentre la Soka Gakkai sta crescendo come movimento popolare. Le autorità cercano di colpire l'unità e la fiducia dei membri, proprio come le forze ostili cercavano di isolare Nichiren e scoraggiare i suoi discepoli.
3. Il sostegno dei membri richiama l'offerta di Kuro Taro. Durante la detenzione di Ikeda, migliaia di compagni pregano e si preoccupano per lui. Le donne portano generi di prima necessità. Sono gesti concreti, come il cibo inviato a Minobu: non teoria, ma cura reale.
4. Kosen-rufu vive nei gesti quotidiani. L'offerta di Kuro Taro sembra piccola, ma sostiene la vita del maestro. Allo stesso modo la Soka Gakkai cresce attraverso visite, dialoghi, incoraggiamenti, preghiere e azioni quotidiane. La storia cambia quando qualcuno si prende cura di una persona davanti a sé.
5. Il seme è il dialogo da vita a vita. Il Daimoku è il seme della Buddità; nella Soka Gakkai questo seme viene piantato attraverso il dialogo, la recitazione e l'incoraggiamento. Così una singola vita risvegliata diventa causa per risvegliare molte altre vite.
6. Maestro e discepolo trasformano la prova in missione. Kuro Taro agisce nonostante povertà e ostacoli; Ikeda, dopo l'arresto di Osaka, rinnova il voto di vincere per la verità e per la felicità della gente comune. La persecuzione non spegne la fede, ma chiarisce la missione.
7. La Soka Gakkai incarna l'umanesimo del Gosho. Ikeda insiste sul fatto che ogni persona è un tesoro prezioso e possiede una missione nobile. Questo è lo stesso sguardo del Daishonin verso Kuro Taro: non una massa indistinta, ma una singola persona vista e incoraggiata nel profondo.
8. "Veramente non comune" riguarda anche noi. Ikeda applica le parole rivolte a Kuro Taro ai membri della SGI: persone normali che, con sole, vento e pioggia, continuano a pregare, sostenere gli altri e costruire pace. La grandezza del movimento Soka sta nel rendere visibile la Buddità nella vita ordinaria.
Chiusura possibile: questo Gosho ci dice che il seme della Buddità non resta un concetto astratto. Diventa cibo offerto, strada percorsa, dialogo fatto, Daimoku recitato, una persona incoraggiata. Kosen-rufu nasce da questa somma di gesti sinceri, visti dal maestro e custoditi dalla Legge.
(22 giugno 2026)
Il Gohonzon come rifugio
Nel linguaggio buddista si parla spesso di “prendere rifugio”. Per chi non ha familiarità con questa espressione, la parola può sembrare strana: può far pensare a una fuga dal mondo, a un riparo dalle difficoltà, a un luogo protetto in cui nascondersi quando la vita diventa troppo dura.
Ma nel buddismo il rifugio non è una fuga dalla realtà. È, piuttosto, una scelta di orientamento. Significa decidere su che cosa fondare la propria vita. Significa chiedersi: quando tutto cambia, quando le circostanze esterne diventano instabili, quando le emozioni si agitano e la mente perde chiarezza, a che cosa ritorno? Qual è il mio punto fermo?
Nelle varie tradizioni buddiste, prendere rifugio significa generalmente rivolgersi ai Tre Tesori, chiamati anche Tre Gioielli: il Budda, il Dharma e il Sangha. Il Budda è colui che si è risvegliato alla verità profonda della vita. Il Dharma è la Legge, l’insegnamento, ma anche la realtà fondamentale alla quale il Budda si è risvegliato. Il Sangha è la comunità di coloro che praticano, proteggono e trasmettono l’insegnamento.
Questi tre elementi non sono semplicemente tre concetti religiosi da imparare. Indicano tre dimensioni fondamentali della pratica: un modello di risveglio, una Legge su cui basarsi e una comunità in cui sostenersi reciprocamente. Nessuno pratica davvero in modo isolato. Anche quando recitiamo da soli, la nostra pratica vive dentro una trasmissione, dentro una storia, dentro una relazione con chi ha mantenuto viva la Legge e con chi oggi continua a praticarla.
Nella Soka Gakkai, nel linguaggio quotidiano, raramente usiamo l’espressione “prendere rifugio”. Un praticante dirà più facilmente “recitare Daimoku”, “fare Gongyo”, “basarsi sul Gohonzon”, “rafforzare la fede”, “fare la propria rivoluzione umana”. Tuttavia, il contenuto profondo del rifugio nei Tre Tesori è presente nella nostra pratica quotidiana, anche se espresso con parole specifiche del Buddismo di Nichiren Daishonin.
Lo vediamo, per esempio, nella prima preghiera silenziosa di Gongyo, la pratica quotidiana della Soka Gakkai. In quella preghiera esprimiamo devozione e gratitudine per il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, per Nichiren Daishonin e per Nikko Shonin. Non si tratta di una formula casuale. Essa richiama, nella forma propria del Buddismo di Nichiren, la struttura dei Tre Tesori.
Il Tesoro della Legge è il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, l’essenza del Sutra del Loto e l’espressione concreta della Legge mistica. Il Tesoro del Budda è Nichiren Daishonin, che ha rivelato Nam-myoho-renge-kyo come via per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità nella propria vita. Il Tesoro dell’Ordine buddista è rappresentato da Nikko Shonin, il discepolo e successore che ha protetto e trasmesso correttamente l’insegnamento del Daishonin.
In senso più ampio, questo terzo tesoro vive anche nella comunità dei praticanti che proteggono, trasmettono e diffondono la Legge mistica. Per noi, questa comunità è la Soka Gakkai: l’unione di persone comuni che praticano per la propria felicità e per quella degli altri, portando avanti kosen-rufu, cioè l’ampia propagazione della Legge mistica per la pace e la felicità dell’umanità.
Da questo punto di vista, parlare del Gohonzon come rifugio non significa importare nella Soka Gakkai un linguaggio estraneo alla nostra pratica. Significa piuttosto chiarire un aspetto che è già presente nel nostro modo di praticare. Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, quando facciamo Gongyo e Daimoku, non stiamo soltanto compiendo un rito quotidiano. Stiamo ritornando al fondamento della nostra fede: la Legge mistica, il Budda che l’ha rivelata e la comunità che la custodisce e la diffonde.
Prendere rifugio, quindi, non significa affidarsi passivamente a qualcosa di esterno, come se una forza superiore dovesse risolvere la vita al posto nostro. Significa riconoscere una direzione, una via, un principio più profondo a cui tornare continuamente per trasformare se stessi e la propria esistenza.
Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, questa idea assume una forma molto concreta. Nichiren insegna che la Legge fondamentale della vita è Nam-myoho-renge-kyo, la Legge mistica. Non si tratta di una formula magica, né di una semplice invocazione. Nam-myoho-renge-kyo esprime la realtà più profonda della vita: la possibilità, presente in ogni essere umano, di manifestare la Buddità.
La Buddità non è una condizione lontana, riservata a esseri speciali o irraggiungibili. È lo stato vitale più alto, caratterizzato da saggezza, coraggio, compassione, forza interiore e libertà. È la capacità di non essere dominati dalle circostanze, ma di trasformarle partendo da una vita forte e risvegliata.
Il Gohonzon è l’oggetto di culto davanti al quale i praticanti della Soka Gakkai recitano Nam-myoho-renge-kyo. Per chi lo vede dall’esterno, può apparire semplicemente come una pergamena con caratteri cinesi e sanscriti. Ma per chi pratica, il Gohonzon non è un simbolo decorativo né un idolo da venerare. È la rappresentazione concreta della Legge mistica e dello stato di Buddità presente nella vita.
Per questo, nella prospettiva di Nichiren, il Budda, la Legge mistica e il Gohonzon non vanno intesi come realtà separate e distanti tra loro. Il Budda è colui che si risveglia alla Legge; la Legge è la verità fondamentale a cui il Budda si risveglia; il Gohonzon è l’espressione concreta di questa Legge e della Buddità che ogni persona può manifestare. Non è un oggetto esterno che possiede un potere indipendente da noi: è uno specchio della nostra vita più profonda.
Questa immagine dello specchio è molto importante. Uno specchio non crea il volto di chi vi si guarda, ma lo riflette. Allo stesso modo, il Gohonzon non ci dona qualcosa che non possediamo. Ci permette piuttosto di richiamare, riconoscere e far emergere ciò che nella nostra vita esiste già, ma che spesso rimane coperto dalla paura, dalla sfiducia, dall’abitudine a sentirci piccoli, dalle ferite, dalla confusione o dalla sofferenza.
Recitare Daimoku davanti al Gohonzon significa tornare a questa sorgente. Significa rimettere la propria vita in contatto con la Legge mistica. Significa ricordare, ogni giorno, che la nostra esistenza non è definita soltanto dai problemi che abbiamo, dagli errori che abbiamo commesso, dal giudizio degli altri o dalle condizioni in cui ci troviamo. La nostra vita contiene una dignità più profonda, una forza più grande, una possibilità di trasformazione che non dipende dalle circostanze esterne.
In questo senso, per un praticante della Soka Gakkai, rifugiarsi nel Budda significa rifugiarsi nel Gohonzon. Non perché il Gohonzon sia un rifugio nel senso passivo del termine, come un luogo in cui nascondersi dal dolore. Ma perché davanti al Gohonzon si ritorna alla realtà più vera della propria vita. Si ritorna alla Legge. Si ritorna alla decisione di vivere da Budda, cioè di affrontare la realtà con coraggio, saggezza e compassione.
La vita quotidiana è mutevole. Cambiano le persone, cambiano le relazioni, cambiano le condizioni economiche, la salute, il lavoro, gli stati d’animo. Anche ciò che oggi sembra stabile, domani può trasformarsi. Questo non significa che il mondo ci tradisca. Significa semplicemente che la vita è fatta così: tutto ciò che è condizionato cambia, nasce, cresce, si modifica e, prima o poi, finisce.
Molte sofferenze nascono quando cerchiamo una sicurezza assoluta in ciò che, per sua natura, non può darcela. Possiamo cercarla nell’approvazione degli altri, nel successo, in una relazione, in una posizione sociale, in un’immagine di noi stessi, persino nelle nostre abitudini. Ma tutto questo è esposto al cambiamento. Quando ciò su cui abbiamo fondato la nostra identità vacilla, ci sentiamo traditi, smarriti, svuotati.
La pratica del Daimoku ci insegna un’altra strada. Non ci chiede di disprezzare le cose della vita, né di diventare freddi o distaccati. Al contrario, ci permette di amare, lavorare, costruire relazioni e affrontare responsabilità con una forza più libera, perché non chiediamo più alle cose mutevoli di darci una felicità assoluta.
Il punto stabile non è fuori di noi. Il punto stabile è la Legge mistica, che possiamo risvegliare nella nostra stessa vita. Il Gohonzon è il luogo concreto davanti al quale rinnoviamo questa consapevolezza. Ogni volta che recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, torniamo a ciò che non viene meno: la possibilità di trasformare la sofferenza in valore, la paura in coraggio, la confusione in saggezza, la chiusura in compassione.
Per questo il Daimoku non “tradisce”. Non perché produca sempre, immediatamente, il risultato che desideriamo. Non perché elimini magicamente ogni ostacolo. Non perché renda la vita priva di difficoltà. Il Daimoku non tradisce perché ci riporta sempre alla nostra vita, alla nostra responsabilità, alla nostra Buddità. Ci restituisce a noi stessi.
Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, possiamo portare tutto: desideri, paure, rabbia, gratitudine, stanchezza, dubbi, sogni, contraddizioni. Non dobbiamo presentarci perfetti. Non dobbiamo fingere di essere spiritualmente elevati. La pratica comincia esattamente da dove siamo. Ma, proprio da quel punto, ci invita a non rassegnarci a una versione ridotta di noi stessi.
Il Gohonzon come rifugio è allora il luogo del ritorno e della ripartenza. È il ritorno alla Legge mistica e la ripartenza nella vita quotidiana. Non si pratica per fuggire dal mondo, ma per entrarvi con più forza. Non si pratica per evitare i problemi, ma per affrontarli da una condizione vitale più alta. Non si pratica per diventare qualcun altro, ma per manifestare pienamente ciò che di più vero e grande esiste già nella nostra vita.
Costruire se stessi è una delle azioni più profonde che possiamo compiere. La felicità, nel Buddismo di Nichiren, non è uno stato fragile che dipende dal fatto che tutto vada bene. È una condizione interiore solida, capace di resistere al cambiamento e di creare valore anche nelle difficoltà. È una felicità che non nega il dolore, ma non ne è schiacciata. Non ignora la realtà, ma la trasforma.
Per questo recitare Daimoku davanti al Gohonzon è un atto di dedizione, ma anche di libertà. È la scelta di non fondare la propria vita su ciò che cambia continuamente, ma sulla Legge che permette di trasformare ogni cambiamento in occasione di crescita. È la scelta di non cercare il proprio valore nello sguardo degli altri, ma nella dignità inerente alla vita. È la scelta di non aspettare che il mondo diventi perfetto per cominciare a vivere con coraggio.
Rifugiarsi nel Gohonzon, in definitiva, significa tornare ogni giorno alla parte più profonda e indistruttibile della propria esistenza. Significa ricordare che, anche quando tutto sembra instabile, esiste dentro di noi una sorgente di forza vitale, saggezza e gioia che possiamo far emergere attraverso la pratica.
Questo è il senso del rifugio: non nascondersi dalla vita, ma trovare il punto da cui affrontarla. Non dipendere dalle circostanze, ma trasformarle. Non cercare fuori di sé una salvezza definitiva, ma risvegliare, davanti al Gohonzon, la Buddità presente nella propria vita.
In questo senso, il Gohonzon è rifugio perché è ritorno alla Legge mistica. Ed è anche partenza, perché da quel ritorno nasce ogni giorno la forza di vivere, agire, amare, lottare e creare valore.
(2 giugno 2026)
[E-book] Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace

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Non-violenza senza eccezioni - Una via buddista per la pace - 28 febbraio 2026.pdf
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Non-violenza senza eccezioni - Una via buddista per la pace - 28 febbraio 2026.epub
In questo e-book ho raccolto una selezione di testi buddisti (sutra), accompagnati da una prefazione in cui affronto la non-violenza nel punto in cui smette di essere un ideale comodo e diventa una domanda concreta davanti alla minaccia, all’aggressione, alla paura, alla tentazione della legittima difesa.
La prospettiva che propongo non identifica la non-violenza con la passività. Al contrario, invita a guardare al cuore dell’azione, cioè all’intenzione, alla qualità mentale che la guida, al modo in cui si forma la nostra risposta prima ancora del gesto. In questa luce, la non-violenza non è una rinuncia inerme, ma un lavoro interiore rigoroso, capace di trasformare il rapporto con il conflitto fino a ridurre, nel tempo, la plausibilità stessa della violenza.
I brani che ho scelto appartengono al Canone Pali e, in particolare, al Majjhima Nikāya, e li ho presentati come un percorso in quattro tappe. Ogni testo illumina un aspetto diverso e complementare, mostrando come non alimentare l’odio, come riconoscere la possibilità della trasformazione, come non irrigidire i rapporti, come parlare e agire senza convertire divergenze e attriti in ostilità.
La prefazione, inoltre, non offre solo un inquadramento dei testi. Ho cercato di proporre una direzione di lettura più ampia, che tocchi il tema della felicità, della disciplina della mente e dell’orizzonte con cui valutiamo le nostre azioni. Per questo può accompagnare la lettura dei sutra non soltanto all’inizio, ma anche lungo il cammino, come una chiave da riprendere più volte.
Per noi lettori italiani, l’accesso ai sutra non è sempre immediato. Pesano la distanza linguistica e culturale, il lessico tecnico spesso legato al pali, una forma espositiva talvolta formulare e ripetitiva, legata alla trasmissione orale, e riferimenti che non sempre risultano trasparenti a una prima lettura. È del tutto normale, quindi, che alcuni passaggi inizialmente restino in ombra. Spesso ciò che non si comprende subito si chiarisce nelle riletture successive.
Proprio nella consapevolezza di queste difficoltà linguistiche e stilistiche, ho scritto la prefazione con l’intenzione di offrire un orientamento alla mente con cui entrare nei testi. Anche la prefazione stessa, però, è densa e richiede tempo, perciò il mio suggerimento è di rileggerla più volte, in momenti diversi, lasciando che il suo significato maturi insieme alla lettura dei sutra.
Se cerchi una lettura sulla non-violenza fondata sugli insegnamenti del Budda, e allo stesso tempo capace di interrogare in profondità il nostro modo di reagire al conflitto, queste pagine sono per te.
Non provo amore per uno e odio per un altro
[...]
Sono apparso in questo mondo
per apportare pace e sicurezza agli esseri viventi
e, a beneficio di questa grande assemblea,
predico la dolce rugiada della pura Legge.
Questa Legge ha un unico aroma,
quello dell’emancipazione e del nirvana.
Con un solo suono meraviglioso
illustro e svelo il suo significato;
di continuo creo le cause e le condizioni
per il grande veicolo.
Considero tutti
universalmente uguali,
non prediligo questo o quello,
non provo amore per uno e odio per un altro.
Sono privo di brame e di attaccamenti,
non conosco limiti né ostacoli.
In ogni momento, per tutti gli esseri
predico la Legge imparzialmente;
così come agirei in favore di un singolo,
allo stesso modo agisco per numerose persone.
Espongo la Legge e la predico di continuo,
non ho mai fatto altro;
venendo, andando, seduto o in piedi,
fino all’ultimo mai mi sono stancato o scoraggiato.
Arreco al mondo piena soddisfazione,
come la pioggia che diffonde ovunque la sua umidità.
Esseri eminenti o infimi, superiori o inferiori,
osservanti o violatori dei precetti,
persone dal contegno perfetto
o dal contegno riprovevole,
persone con concezioni corrette o conconcezioni erronee,
di intelligenza acuta o modesta,
io faccio cadere la pioggia del Dharma egualmente su tutti
senza rilassatezza o negligenza alcuna.
[...]
(Budda Shakyamuni, Sutra del Loto, cap. 5, La parabola delle erbe medicinali)
La rivoluzione interiore come resistenza ai media, all’IA e all’ingegneria del consenso
In un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 99% della ricchezza, non può che regnare una corruzione spinta fino alle mostruosità più aberranti. È un mondo in cui questo 1% condanna miliardi di persone alla povertà assoluta; in cui decine di migliaia di esseri umani muoiono di fame ogni giorno; senza contare morti e mutilati in guerre, carestie, malanni vari. E, cosa ancor più grave perché politicamente accettata e collocata in una “zona grigia”, ci sono altri miliardi di persone che muoiono lentamente: mutilate nella gioia di vivere, nell’intelligenza, nello spirito creativo; affondate nella depressione più nera e degenerante; private del minimo giudizio, della capacità di discernimento e di autorigenerazione; tenute per la gola con la scusa del lavoro, sfruttate, svuotate, alienate; distaccate dalla Madre Terra come fonte di origine e di attingimento a una vita piena — una vita che dovrebbe essere, per tutti, gratuita.
Ecco: questo 1% (o forse anche meno, lo 0,01%) è il padrone dell’IA. Chi infatti ha una fortissima influenza sui governi, controllando ingenti capitali, infrastrutture, media, dati e piattaforme, finisce anche per controllare e possedere l’IA. Quindi, cosa dovremmo aspettarci di buono dall’IA?
Il gioco dei poteri forti è proprio questo: abituare le menti al male, inoculare idee tossiche e letali, per continuare a operare come hanno sempre fatto.
Ridurre drasticamente l’esposizione ai media e trattarli come pozzi avvelenati, non come realtà da interiorizzare, è, secondo me, ogni giorno di più, la scelta migliore per una vita serena. Bisogna capire che eliminare le fonti di ansia, preoccupazione e paura è un presupposto primario e imprescindibile per poter rinascere umani. Occorre liberare la mente da tutti i problemi che non possiamo verosimilmente risolvere e concentrarci sulle nostre vite individuali, per la nostra “rivoluzione interiore”. Non è né spreco di tempo né egoismo: tutt’altro, è semplicemente l’unica cosa sensata da fare, perché il ritiro dall’intossicazione mediatica non è una fuga dal mondo, ma un requisito di igiene mentale. Tale igiene è necessaria ad un lavoro interiore che sia da premessa all’azione etica, non una sua sostituzione.
A scanso di equivoci: non intendo quindi che dobbiamo rimanere nell’ignoranza, ma casomai imparare a cercarci da soli la verità con spirito di ricerca e sguardo critico, senza dare troppo credito alla narrativa horror-fantasy in stile giornalistico che ci viene continuamente propinata, o alla miriade di escrementi del non-pensiero di cui i social sono pieni. Soprattutto, significa ubbidire alla propria coscienza, non a quella dei manipolatori e dei propagandisti asserviti a un potere corrotto, degradato e degradante. Certo, fuori dal mainstream esistono anche giornalisti seri; tuttavia, stiamo molto attenti a non lasciarci trascinare dai facili fanatismi. Vedere i “buoni” e i “cattivi” nel modo proposto dai propagandisti mascherati da giornalisti, o vederli al contrario come propone la cosiddetta “controinformazione”, ci porta comunque poco lontano: non ci fa crescere e, in entrambi i casi, giustifichiamo la logica della guerra anziché combatterla. Ignorare i media non significa nemmeno diventare neutrali. Ciò che dobbiamo fare è risvegliare il nostro sole interiore, mentre il mondo viene spinto nella più totale oscurità.
Il motivo di un tale sforzo? La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità. Questo i “padroni del discorso” — cioè dei media, dei social e dell’IA — lo sanno benissimo: perciò fanno tutto il possibile per manipolare le nostre menti nella direzione che a loro piace, così da realizzare il mondo che desiderano. Peccato che questi padroni nutrano un odio profondo per tutto il creato, per la vita, e fondamentalmente ci considerino insetti da schiacciare. Eppure hanno paura — tanta paura — dei cuori e delle menti risvegliate. Per questo combattono, con ogni mezzo lecito e illecito, chi pronuncia o scrive parole di verità. La verità è ciò che, più di ogni altra cosa, temono; perciò oggi dire qualcosa di vero, nel senso di aderente alla realtà, è un atto rivoluzionario.
Il ragionamento serve per orientarsi nel mondo, ma le consapevolezze decisive sul senso e sul valore della vita provengono dall’esperienza personale della fede. Ragione e fede devono andare insieme. Mi riferisco a quel qualcosa di metafisico che oggi viene, più che mai, combattuto da chi è al potere. Gran parte dei padroni dell'Occidente si comportano come atei, anzi, credono di essere essi stessi Dio, e combattono ogni forma di sana spiritualità come se fosse follia, mentre le follie vere — perversioni, malattia mentale, guerre — vengono da loro elogiate e praticate. Noi cosa possiamo fare?
Entrando più nello specifico della mia esperienza e dei miei studi, “rivoluzione umana” è la definizione utilizzata dal secondo presidente della Soka Gakkai, Josei Toda, per descrivere quel processo fondamentale di trasformazione interiore attraverso il quale ci liberiamo dalle catene del nostro “piccolo io”, imprigionato dall’ego e dall’autoconsiderazione, e accresciamo l’altruismo del “grande io” capace di preoccuparsi e di agire per gli altri e, in ultima analisi, per l’umanità intera.
Concretamente, per me significa affidarmi un po’ meno ai ragionamenti e un po’ di più alla connessione con il tutto, partendo sempre dalla pratica di Nam-myoho-renge-kyo. Se tu che leggi hai un percorso diverso, l’importante è andare nella direzione della pacificazione interiore ed esteriore, contribuendo a lasciare un’impronta positiva nella società, trasformando le avversità in una “pace e sicurezza” che solo la fede può permetterci di vivere. Le particolari caratteristiche di ogni percorso spirituale con solide radici nel nostro cuore dipendono dalle diversità tra di noi, dalle caratteristiche di ogni epoca, dalle peculiarità di ogni luogo e dalle diverse evoluzioni personali e della storia. Nonostante tali differenze, ogni spiritualità fondata sull’amore e sulla compassione possiede al suo interno i principi e la saggezza necessari per pacificarci.
Tuttavia, per compiere questa rivoluzione umana interiore, dobbiamo prima rivolgere l’attenzione dentro noi stessi. Non è facile, perché molti di noi hanno ferite talmente profonde che, se le guardassero in faccia, ne morirebbero. Così siamo spinti dalla nostra oscurità interiore a fuggire da noi stessi e a sintonizzarci sulla feccia che ci circonda: non importa quanto lontana e inarrivabile sia, basta che serva a distogliere la nostra attenzione dalle cose più vicine, quelle che fanno troppo male. I padroni di TV, social, giornali, radio e IA giocano su questo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, approfittando anche della nostra tremenda solitudine e dell’isolamento amplificati dalle stesse tecnologie che loro gestiscono. Per combattere tutto questo, serve un lavoro costante da parte nostra. E cos'è questo lavoro, dal punto di vista del Buddismo?
A questo punto serve una chiave pratica, non solo morale o intellettuale. La tradizione di Nichiren Daishonin usa una metafora chiarissima: «Quando l’acqua è limpida, la luna vi si riflette. Quando soffia il vento, gli alberi si agitano. La nostra mente è come l’acqua: una fede debole è come l’acqua torbida, una fede risoluta è come l’acqua limpida. Gli alberi sono come i princìpi e il vento che li agita è come la recitazione del sutra. Questo devi comprendere». In questa citazione, tratta da “Risposta alla monaca laica Nichigon”, la “recitazione del sutra” vuol dire Nam-myoho-renge-kyo, mentre “princìpi” traduce il giapponese 道理 (dōri): “ragione / principio / legge intrinseca”, cioè il modo in cui le cose funzionano secondo una legge oggettiva (nel contesto: la legge/principio del Buddismo, il nesso causa-effetto, la “logica” del beneficio). Nel testo originale infatti c’è: 「木は道理のごとし」 (Ki wa dōri nogotoshi, cioè “gli alberi sono come il dōri”).
Il senso della metafora è quindi più o meno questo:
- I “princìpi” (dōri) sono come gli alberi: stanno lì, esistono comunque, solidi e impersonali. Non dipendono dal fatto che noi “ci crediamo” o no.
- La recitazione del sutra, cioè di Nam-myoho-renge-kyo, è come il vento: è l’azione che “mette in moto” quegli alberi, rendendo visibile il loro funzionamento (gli alberi si muovono perché soffia il vento).
Quindi “gli alberi sono come i princìpi” significa che i benefici della pratica buddista non sono magia né arbitrio di qualcuno, ma seguono una legge; la pratica di Nam-myoho-renge-kyo è ciò che fa “operare” concretamente quella legge nelle nostre vite, mentre la qualità della fede (acqua limpida vs torbida) determina quanto chiaramente la risposta si manifesta.
Ovviamente il potere dominante ci vuole tenere assai lontani da questo tipo di saggezza, violentandoci con una vita estremamente precaria e piena di necessità di base che non riusciamo a soddisfare. Veniamo continuamente avvelenati nel corpo e nella mente. Scrivo questo con estremo rispetto per le vittime di questo meccanismo infernale — che equiparo a vittime di guerra. Le segnalazioni dell’abuso dell’IA contro le nostre vite, la nostra dignità e contro i lodevoli progetti nati in Rete sono ormai una conferma continua di ciò che io e altri diciamo da anni. Ma, ahinoi, pochissime persone comprendono le cose prima che accadano; poche le comprendono mentre accadono; e quasi tutte non le comprendono affatto, né prima, né durante, né dopo.
Gli entusiasti dell’IA hanno sempre sostenuto che, per giudicare l’IA, bisognasse considerare l’uso che ne fa l’essere umano. Il giudizio, però, dovrebbe partire dall’architettura del software e chiedersi perché l’IA sia stata progettata. Una volta si cercavano risposte su Wikipedia, oggi si fa una domanda all’IA o, molto peggio, si affida un compito tipicamente umano ad una IA autonoma, cioè ad un “agente”: la differenza è estremamente profonda.
Con l’inserimento di “agenti” nella struttura dell’IA, ora è più evidente che lo scopo principale è escludere l’essere umano dai processi decisionali. È sempre la macchina a decidere cosa fare. Certo, qualcuno di noi può anche svolgere un’opera di supervisione, ma in un contesto già predefinito dalla stessa macchina. Inoltre le IA sono in rete tra loro e si aggiornano automaticamente, senza bisogno del nostro intervento.
La digitalizzazione del mondo porta all’adattamento di noi alla macchina, e non viceversa. Tutto questo finisce per congelare la coscienza dell’essere umano: non serve più, perché la macchina, che è priva di qualsiasi forma di coscienza e di consapevolezza, “pensa” e decide al posto nostro.
Cerchiamo di rimanere umani e di compiere la nostra rivoluzione interiore fondata su una solida e sana spiritualità, sull’etica, e sulla fede nella massima bellezza e sacralità della vita e di tutto il creato.
(18 febbraio 2026)
Rinascere umani: l'occasione più fragile
Siamo anime incarnate in un corpo a scadenza, scese quaggiù in uno dei luoghi più "difficili", allo scopo di imparare qualcosa. Venire al mondo significa discendere in mezzo alla sofferenza e, sovente, al luridume fisico e morale.
Ognuno ha le sue lezioni da affrontare, e da ripetere, vita dopo vita, finché non le comprende. La buona notizia è che comunque, alla fine dei tempi, tutti avremo capito quel che c'è da capire. Ma fino ad allora, di catene montuose da scalare con le unghie e con i denti, vita dopo vita, ce ne saranno un'infinità.
Nascere come essere umani è un'estrema rarità, ma quasi nessuno se ne rende conto. Rispetto alle altre creature viventi, abbiamo un'opportunità unica di "trasformare" il nostro karma, cosa impossibile per un cane, un gatto, un leone, un gabbiano, un pesce o un albero. Loro non possono fare nulla per se stessi, se non vivere un'esistenza estremamente condizionata e predeterminata. In pratica, non sono liberi. Noi umani, invece, se e quando scegliamo di non vivere come bestie, siamo liberi, nel senso che possiamo scegliere. La maggioranza degli umani, comunque, preferisce rimanere nel "mondo di animalità", ovvero la vita come bruti è spesso preferita al seguire virtù e conoscenza (parafrasando le parole che Dante fece dire ad Ulisse).
Quello che ho appena scritto sull'estrema rarità del nascere come esseri umani potrebbe essere frainteso. Provo ad essere più chiaro. Non è una statistica demografica, ma una constatazione di quanto sia difficile trovarsi in condizioni favorevoli a un vivere dignitoso fatto di etica, lucidità mentale, e accesso a insegnamenti corretti e indispensabili per trasformare la sofferenza in felicità. Tutto ciò è raro come osservare il sole che tramonta a est, e infatti sono innumerevoli coloro che, dopo un'esistenza umana sprecata a rincorrere il nulla, scivolano in esistenze non umane.
Siamo in un'epoca tremendamente impura, nella quale i veleni di avidità, collera e stupidità, e tutte le loro possibili varianti, ci vengono iniettati con la siringa di false credenze, false notizie, e insegnamenti distorti, creati apposta per indurre in errore. A causa di tutto questo, le persone non riescono a generare condizioni karmiche che sostengano la rinascita umana, per cui per molti è assai più facile e probabile rinascere come vermi, lombrichi, tafani, o porci d'allevamento destinati al macello, piuttosto che come esseri dotati di libero arbitrio. Che disgrazia!
In pratica, il fiume impetuoso di ignoranza, brama e avversione tende a produrre esiti di incessante sofferenza. Una volta rinati come pidocchi, ad esempio, l'eventualità di rinascere ancora una volta come umani - e di disporre di libero arbitrio - sarà praticamente nulla, almeno per qualche milione o miliardo di anni. Non a caso varie religioni descrivono un inferno in aeternum dopo la morte.
Il Dhammapada (raccolta di versi su cui ho scritto un "libero commentario") riassume tutto ciò nella strofa 182:
182
Non è facile nascere
essere umano
e vivere una vita mortale.
Non è facile distinguere
la profonda saggezza
ma più raro di tutto
è che nasca un Buddha.
E quindi? Una chiara indicazione del da farsi ce la dà la strofa successiva:
183
Smetti di fare il male
coltiva il bene
purifica il cuore.
E' questa la Via
del Risvegliato.
E ancora...
186-187
Non nei beni preziosi
trovi l'appagamento
né nei piaceri dei sensi
triviali o raffinati che siano.
Il discepolo del Buddha
trova gioia
nell'estinzione della brama.
Proviamo ad ascoltare anche ciò che ha da dirci il Dalai Lama:
«Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana e non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorarmi, per aprire il mio cuore agli altri, avrò per gli altri parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò, ma cercherò di far più bene che posso.»
(Dalai Lama)
«[...] Così come dicono i Lama Kadampa, grazie alle vite preziose del passato hai ottenuto una vita preziosa adesso. Adesso non rovinare la tua opportunità.
Per cui veramente, noi che abbiamo ottenuto questa preziosa nascita umana, [...], noi che abbiamo ottenuto questa grande opportunità, se non stiamo attenti di nuovo, cadremo nel precipizio dei reami inferiori. Per cui tutti noi dobbiamo veramente comportarci bene, fare bene, agire bene, cogliere l'essenza di questa vita stando molto attenti. Per cui pensate tutti in questo modo, addestrate il vostro pensiero in questo modo, [...]»
(Dalai Lama, tratto da "Generazione della mente dell'Illuminazione (Bodhicitta)")
Come nota finale, aggiungo che, nonostante l'epoca disgraziata in cui ci troviamo, non esistono terre pure o terre impure, né in questo né in altri mondi. Esistono soltanto la bontà e la malvagità della nostra mente.
La fortuna viene dal cuore, quando è sano nei sentimenti e nella compassione, e ci fa onore. La sfortuna invece viene dalla bocca per ogni parola avvelenata o stupida, e ci rovina.
Il percorso di consapevolezza, cioè di evoluzione interiore, è e rimane personale. Nessuno può farlo al posto nostro. Inoltre nessun insegnamento può attecchire dentro di noi se, noi per primi, non ci stiamo già muovendo in una certa direzione. Per questa ragione, ciascuno di noi può comprendere le parole dei maestri dell'umanità soltanto quando abbiamo già maturato un convincimento interiore. In questo senso, le scritture antiche, come il Dhammapada, servono al più a confermarci quello che già abbiamo capito.
(14 febbraio 2026)
Il potere del Gohonzon è assoluto
Nichiren Daishonin, all'isola di Sado, era "armato" solo della sua fede nel Sutra del Loto, cioè nel Gohonzon, cioè in Nam-myoho-renge-kyo. Adempiere allo scopo per cui si era incarnato era la motivazione principale che lo teneva vivo.
Il potere del Gohonzon è assoluto, più forte di qualsiasi cosa, più forte di tutte le ricchezze materiali e più forte della bomba atomica. Nonostante due bombe atomiche, oggi l'insegnamento del Daishonin è diffuso in tutto il mondo.
Questo significa che alla logica della guerra possiamo contrapporre una logica molto più forte, che non ha bisogno di violenze e che nel tempo sarà l'unica vincente.
(10 gennaio 2026)
