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Buddismo

Il Gohonzon come rifugio

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Nel linguaggio buddista si parla spesso di “prendere rifugio”. Per chi non ha familiarità con questa espressione, la parola può sembrare strana: può far pensare a una fuga dal mondo, a un riparo dalle difficoltà, a un luogo protetto in cui nascondersi quando la vita diventa troppo dura.

Ma nel buddismo il rifugio non è una fuga dalla realtà. È, piuttosto, una scelta di orientamento. Significa decidere su che cosa fondare la propria vita. Significa chiedersi: quando tutto cambia, quando le circostanze esterne diventano instabili, quando le emozioni si agitano e la mente perde chiarezza, a che cosa ritorno? Qual è il mio punto fermo?

Nelle varie tradizioni buddiste, prendere rifugio significa generalmente rivolgersi ai Tre Tesori, chiamati anche Tre Gioielli: il Budda, il Dharma e il Sangha. Il Budda è colui che si è risvegliato alla verità profonda della vita. Il Dharma è la Legge, l’insegnamento, ma anche la realtà fondamentale alla quale il Budda si è risvegliato. Il Sangha è la comunità di coloro che praticano, proteggono e trasmettono l’insegnamento.

Questi tre elementi non sono semplicemente tre concetti religiosi da imparare. Indicano tre dimensioni fondamentali della pratica: un modello di risveglio, una Legge su cui basarsi e una comunità in cui sostenersi reciprocamente. Nessuno pratica davvero in modo isolato. Anche quando recitiamo da soli, la nostra pratica vive dentro una trasmissione, dentro una storia, dentro una relazione con chi ha mantenuto viva la Legge e con chi oggi continua a praticarla.

Nella Soka Gakkai, nel linguaggio quotidiano, raramente usiamo l’espressione “prendere rifugio”. Un praticante dirà più facilmente “recitare Daimoku”, “fare Gongyo”, “basarsi sul Gohonzon”, “rafforzare la fede”, “fare la propria rivoluzione umana”. Tuttavia, il contenuto profondo del rifugio nei Tre Tesori è presente nella nostra pratica quotidiana, anche se espresso con parole specifiche del Buddismo di Nichiren Daishonin.

Lo vediamo, per esempio, nella prima preghiera silenziosa di Gongyo, la pratica quotidiana della Soka Gakkai. In quella preghiera esprimiamo devozione e gratitudine per il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, per Nichiren Daishonin e per Nikko Shonin. Non si tratta di una formula casuale. Essa richiama, nella forma propria del Buddismo di Nichiren, la struttura dei Tre Tesori.

Il Tesoro della Legge è il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, l’essenza del Sutra del Loto e l’espressione concreta della Legge mistica. Il Tesoro del Budda è Nichiren Daishonin, che ha rivelato Nam-myoho-renge-kyo come via per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità nella propria vita. Il Tesoro dell’Ordine buddista è rappresentato da Nikko Shonin, il discepolo e successore che ha protetto e trasmesso correttamente l’insegnamento del Daishonin.

In senso più ampio, questo terzo tesoro vive anche nella comunità dei praticanti che proteggono, trasmettono e diffondono la Legge mistica. Per noi, questa comunità è la Soka Gakkai: l’unione di persone comuni che praticano per la propria felicità e per quella degli altri, portando avanti kosen-rufu, cioè l’ampia propagazione della Legge mistica per la pace e la felicità dell’umanità.

Da questo punto di vista, parlare del Gohonzon come rifugio non significa importare nella Soka Gakkai un linguaggio estraneo alla nostra pratica. Significa piuttosto chiarire un aspetto che è già presente nel nostro modo di praticare. Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, quando facciamo Gongyo e Daimoku, non stiamo soltanto compiendo un rito quotidiano. Stiamo ritornando al fondamento della nostra fede: la Legge mistica, il Budda che l’ha rivelata e la comunità che la custodisce e la diffonde.

Prendere rifugio, quindi, non significa affidarsi passivamente a qualcosa di esterno, come se una forza superiore dovesse risolvere la vita al posto nostro. Significa riconoscere una direzione, una via, un principio più profondo a cui tornare continuamente per trasformare se stessi e la propria esistenza.

Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, questa idea assume una forma molto concreta. Nichiren insegna che la Legge fondamentale della vita è Nam-myoho-renge-kyo, la Legge mistica. Non si tratta di una formula magica, né di una semplice invocazione. Nam-myoho-renge-kyo esprime la realtà più profonda della vita: la possibilità, presente in ogni essere umano, di manifestare la Buddità.

La Buddità non è una condizione lontana, riservata a esseri speciali o irraggiungibili. È lo stato vitale più alto, caratterizzato da saggezza, coraggio, compassione, forza interiore e libertà. È la capacità di non essere dominati dalle circostanze, ma di trasformarle partendo da una vita forte e risvegliata.

Il Gohonzon è l’oggetto di culto davanti al quale i praticanti della Soka Gakkai recitano Nam-myoho-renge-kyo. Per chi lo vede dall’esterno, può apparire semplicemente come una pergamena con caratteri cinesi e sanscriti. Ma per chi pratica, il Gohonzon non è un simbolo decorativo né un idolo da venerare. È la rappresentazione concreta della Legge mistica e dello stato di Buddità presente nella vita.

Per questo, nella prospettiva di Nichiren, il Budda, la Legge mistica e il Gohonzon non vanno intesi come realtà separate e distanti tra loro. Il Budda è colui che si risveglia alla Legge; la Legge è la verità fondamentale a cui il Budda si risveglia; il Gohonzon è l’espressione concreta di questa Legge e della Buddità che ogni persona può manifestare. Non è un oggetto esterno che possiede un potere indipendente da noi: è uno specchio della nostra vita più profonda.

Questa immagine dello specchio è molto importante. Uno specchio non crea il volto di chi vi si guarda, ma lo riflette. Allo stesso modo, il Gohonzon non ci dona qualcosa che non possediamo. Ci permette piuttosto di richiamare, riconoscere e far emergere ciò che nella nostra vita esiste già, ma che spesso rimane coperto dalla paura, dalla sfiducia, dall’abitudine a sentirci piccoli, dalle ferite, dalla confusione o dalla sofferenza.

Recitare Daimoku davanti al Gohonzon significa tornare a questa sorgente. Significa rimettere la propria vita in contatto con la Legge mistica. Significa ricordare, ogni giorno, che la nostra esistenza non è definita soltanto dai problemi che abbiamo, dagli errori che abbiamo commesso, dal giudizio degli altri o dalle condizioni in cui ci troviamo. La nostra vita contiene una dignità più profonda, una forza più grande, una possibilità di trasformazione che non dipende dalle circostanze esterne.

In questo senso, per un praticante della Soka Gakkai, rifugiarsi nel Budda significa rifugiarsi nel Gohonzon. Non perché il Gohonzon sia un rifugio nel senso passivo del termine, come un luogo in cui nascondersi dal dolore. Ma perché davanti al Gohonzon si ritorna alla realtà più vera della propria vita. Si ritorna alla Legge. Si ritorna alla decisione di vivere da Budda, cioè di affrontare la realtà con coraggio, saggezza e compassione.

La vita quotidiana è mutevole. Cambiano le persone, cambiano le relazioni, cambiano le condizioni economiche, la salute, il lavoro, gli stati d’animo. Anche ciò che oggi sembra stabile, domani può trasformarsi. Questo non significa che il mondo ci tradisca. Significa semplicemente che la vita è fatta così: tutto ciò che è condizionato cambia, nasce, cresce, si modifica e, prima o poi, finisce.

Molte sofferenze nascono quando cerchiamo una sicurezza assoluta in ciò che, per sua natura, non può darcela. Possiamo cercarla nell’approvazione degli altri, nel successo, in una relazione, in una posizione sociale, in un’immagine di noi stessi, persino nelle nostre abitudini. Ma tutto questo è esposto al cambiamento. Quando ciò su cui abbiamo fondato la nostra identità vacilla, ci sentiamo traditi, smarriti, svuotati.

La pratica del Daimoku ci insegna un’altra strada. Non ci chiede di disprezzare le cose della vita, né di diventare freddi o distaccati. Al contrario, ci permette di amare, lavorare, costruire relazioni e affrontare responsabilità con una forza più libera, perché non chiediamo più alle cose mutevoli di darci una felicità assoluta.

Il punto stabile non è fuori di noi. Il punto stabile è la Legge mistica, che possiamo risvegliare nella nostra stessa vita. Il Gohonzon è il luogo concreto davanti al quale rinnoviamo questa consapevolezza. Ogni volta che recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, torniamo a ciò che non viene meno: la possibilità di trasformare la sofferenza in valore, la paura in coraggio, la confusione in saggezza, la chiusura in compassione.

Per questo il Daimoku non “tradisce”. Non perché produca sempre, immediatamente, il risultato che desideriamo. Non perché elimini magicamente ogni ostacolo. Non perché renda la vita priva di difficoltà. Il Daimoku non tradisce perché ci riporta sempre alla nostra vita, alla nostra responsabilità, alla nostra Buddità. Ci restituisce a noi stessi.

Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, possiamo portare tutto: desideri, paure, rabbia, gratitudine, stanchezza, dubbi, sogni, contraddizioni. Non dobbiamo presentarci perfetti. Non dobbiamo fingere di essere spiritualmente elevati. La pratica comincia esattamente da dove siamo. Ma, proprio da quel punto, ci invita a non rassegnarci a una versione ridotta di noi stessi.

Il Gohonzon come rifugio è allora il luogo del ritorno e della ripartenza. È il ritorno alla Legge mistica e la ripartenza nella vita quotidiana. Non si pratica per fuggire dal mondo, ma per entrarvi con più forza. Non si pratica per evitare i problemi, ma per affrontarli da una condizione vitale più alta. Non si pratica per diventare qualcun altro, ma per manifestare pienamente ciò che di più vero e grande esiste già nella nostra vita.

Costruire se stessi è una delle azioni più profonde che possiamo compiere. La felicità, nel Buddismo di Nichiren, non è uno stato fragile che dipende dal fatto che tutto vada bene. È una condizione interiore solida, capace di resistere al cambiamento e di creare valore anche nelle difficoltà. È una felicità che non nega il dolore, ma non ne è schiacciata. Non ignora la realtà, ma la trasforma.

Per questo recitare Daimoku davanti al Gohonzon è un atto di dedizione, ma anche di libertà. È la scelta di non fondare la propria vita su ciò che cambia continuamente, ma sulla Legge che permette di trasformare ogni cambiamento in occasione di crescita. È la scelta di non cercare il proprio valore nello sguardo degli altri, ma nella dignità inerente alla vita. È la scelta di non aspettare che il mondo diventi perfetto per cominciare a vivere con coraggio.

Rifugiarsi nel Gohonzon, in definitiva, significa tornare ogni giorno alla parte più profonda e indistruttibile della propria esistenza. Significa ricordare che, anche quando tutto sembra instabile, esiste dentro di noi una sorgente di forza vitale, saggezza e gioia che possiamo far emergere attraverso la pratica.

Questo è il senso del rifugio: non nascondersi dalla vita, ma trovare il punto da cui affrontarla. Non dipendere dalle circostanze, ma trasformarle. Non cercare fuori di sé una salvezza definitiva, ma risvegliare, davanti al Gohonzon, la Buddità presente nella propria vita.

In questo senso, il Gohonzon è rifugio perché è ritorno alla Legge mistica. Ed è anche partenza, perché da quel ritorno nasce ogni giorno la forza di vivere, agire, amare, lottare e creare valore.

(2 giugno 2026)

[E-book] Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace

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Non-violenza senza eccezioni - Una via buddista per la pace

DISPONIBILE COME LIBRO CARTACEO SU AMAZON.IT E COME E-BOOK SU GOOGLE PLAY E AMAZON KINDLE

inoltre, hai queste opzioni gratuite:

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Non-violenza senza eccezioni - Una via buddista per la pace - 28 febbraio 2026.pdf

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Non-violenza senza eccezioni - Una via buddista per la pace - 28 febbraio 2026.epub

In questo e-book ho raccolto una selezione di testi buddisti (sutra), accompagnati da una prefazione in cui affronto la non-violenza nel punto in cui smette di essere un ideale comodo e diventa una domanda concreta davanti alla minaccia, all’aggressione, alla paura, alla tentazione della legittima difesa.

La prospettiva che propongo non identifica la non-violenza con la passività. Al contrario, invita a guardare al cuore dell’azione, cioè all’intenzione, alla qualità mentale che la guida, al modo in cui si forma la nostra risposta prima ancora del gesto. In questa luce, la non-violenza non è una rinuncia inerme, ma un lavoro interiore rigoroso, capace di trasformare il rapporto con il conflitto fino a ridurre, nel tempo, la plausibilità stessa della violenza.

I brani che ho scelto appartengono al Canone Pali e, in particolare, al Majjhima Nikāya, e li ho presentati come un percorso in quattro tappe. Ogni testo illumina un aspetto diverso e complementare, mostrando come non alimentare l’odio, come riconoscere la possibilità della trasformazione, come non irrigidire i rapporti, come parlare e agire senza convertire divergenze e attriti in ostilità.

La prefazione, inoltre, non offre solo un inquadramento dei testi. Ho cercato di proporre una direzione di lettura più ampia, che tocchi il tema della felicità, della disciplina della mente e dell’orizzonte con cui valutiamo le nostre azioni. Per questo può accompagnare la lettura dei sutra non soltanto all’inizio, ma anche lungo il cammino, come una chiave da riprendere più volte.

Per noi lettori italiani, l’accesso ai sutra non è sempre immediato. Pesano la distanza linguistica e culturale, il lessico tecnico spesso legato al pali, una forma espositiva talvolta formulare e ripetitiva, legata alla trasmissione orale, e riferimenti che non sempre risultano trasparenti a una prima lettura. È del tutto normale, quindi, che alcuni passaggi inizialmente restino in ombra. Spesso ciò che non si comprende subito si chiarisce nelle riletture successive.

Proprio nella consapevolezza di queste difficoltà linguistiche e stilistiche, ho scritto la prefazione con l’intenzione di offrire un orientamento alla mente con cui entrare nei testi. Anche la prefazione stessa, però, è densa e richiede tempo, perciò il mio suggerimento è di rileggerla più volte, in momenti diversi, lasciando che il suo significato maturi insieme alla lettura dei sutra.

Se cerchi una lettura sulla non-violenza fondata sugli insegnamenti del Budda, e allo stesso tempo capace di interrogare in profondità il nostro modo di reagire al conflitto, queste pagine sono per te.

Non provo amore per uno e odio per un altro

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[...]

Sono apparso in questo mondo

per apportare pace e sicurezza agli esseri viventi

e, a beneficio di questa grande assemblea,

predico la dolce rugiada della pura Legge.

Questa Legge ha un unico aroma,

quello dell’emancipazione e del nirvana.

Con un solo suono meraviglioso

illustro e svelo il suo significato;

di continuo creo le cause e le condizioni

per il grande veicolo.

Considero tutti

universalmente uguali,

non prediligo questo o quello,

non provo amore per uno e odio per un altro.

Sono privo di brame e di attaccamenti,

non conosco limiti né ostacoli.

In ogni momento, per tutti gli esseri

predico la Legge imparzialmente;

così come agirei in favore di un singolo,

allo stesso modo agisco per numerose persone.

Espongo la Legge e la predico di continuo,

non ho mai fatto altro;

venendo, andando, seduto o in piedi,

fino all’ultimo mai mi sono stancato o scoraggiato.

Arreco al mondo piena soddisfazione,

come la pioggia che diffonde ovunque la sua umidità.

Esseri eminenti o infimi, superiori o inferiori,

osservanti o violatori dei precetti,

persone dal contegno perfetto

o dal contegno riprovevole,

persone con concezioni corrette o conconcezioni erronee,

di intelligenza acuta o modesta,

io faccio cadere la pioggia del Dharma egualmente su tutti

senza rilassatezza o negligenza alcuna.

[...]

(Budda Shakyamuni, Sutra del Loto, cap. 5, La parabola delle erbe medicinali)

La rivoluzione interiore come resistenza ai media, all’IA e all’ingegneria del consenso

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In un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 99% della ricchezza, non può che regnare una corruzione spinta fino alle mostruosità più aberranti. È un mondo in cui questo 1% condanna miliardi di persone alla povertà assoluta; in cui decine di migliaia di esseri umani muoiono di fame ogni giorno; senza contare morti e mutilati in guerre, carestie, malanni vari. E, cosa ancor più grave perché politicamente accettata e collocata in una “zona grigia”, ci sono altri miliardi di persone che muoiono lentamente: mutilate nella gioia di vivere, nell’intelligenza, nello spirito creativo; affondate nella depressione più nera e degenerante; private del minimo giudizio, della capacità di discernimento e di autorigenerazione; tenute per la gola con la scusa del lavoro, sfruttate, svuotate, alienate; distaccate dalla Madre Terra come fonte di origine e di attingimento a una vita piena — una vita che dovrebbe essere, per tutti, gratuita.

Ecco: questo 1% (o forse anche meno, lo 0,01%) è il padrone dell’IA. Chi infatti ha una fortissima influenza sui governi, controllando ingenti capitali, infrastrutture, media, dati e piattaforme, finisce anche per controllare e possedere l’IA. Quindi, cosa dovremmo aspettarci di buono dall’IA?

Il gioco dei poteri forti è proprio questo: abituare le menti al male, inoculare idee tossiche e letali, per continuare a operare come hanno sempre fatto.

Ridurre drasticamente l’esposizione ai media e trattarli come pozzi avvelenati, non come realtà da interiorizzare, è, secondo me, ogni giorno di più, la scelta migliore per una vita serena. Bisogna capire che eliminare le fonti di ansia, preoccupazione e paura è un presupposto primario e imprescindibile per poter rinascere umani. Occorre liberare la mente da tutti i problemi che non possiamo verosimilmente risolvere e concentrarci sulle nostre vite individuali, per la nostra “rivoluzione interiore”. Non è né spreco di tempo né egoismo: tutt’altro, è semplicemente l’unica cosa sensata da fare, perché il ritiro dall’intossicazione mediatica non è una fuga dal mondo, ma un requisito di igiene mentale. Tale igiene è necessaria ad un lavoro interiore che sia da premessa all’azione etica, non una sua sostituzione.

A scanso di equivoci: non intendo quindi che dobbiamo rimanere nell’ignoranza, ma casomai imparare a cercarci da soli la verità con spirito di ricerca e sguardo critico, senza dare troppo credito alla narrativa horror-fantasy in stile giornalistico che ci viene continuamente propinata, o alla miriade di escrementi del non-pensiero di cui i social sono pieni. Soprattutto, significa ubbidire alla propria coscienza, non a quella dei manipolatori e dei propagandisti asserviti a un potere corrotto, degradato e degradante. Certo, fuori dal mainstream esistono anche giornalisti seri; tuttavia, stiamo molto attenti a non lasciarci trascinare dai facili fanatismi. Vedere i “buoni” e i “cattivi” nel modo proposto dai propagandisti mascherati da giornalisti, o vederli al contrario come propone la cosiddetta “controinformazione”, ci porta comunque poco lontano: non ci fa crescere e, in entrambi i casi, giustifichiamo la logica della guerra anziché combatterla. Ignorare i media non significa nemmeno diventare neutrali. Ciò che dobbiamo fare è risvegliare il nostro sole interiore, mentre il mondo viene spinto nella più totale oscurità.

Il motivo di un tale sforzo? La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità. Questo i “padroni del discorso” — cioè dei media, dei social e dell’IA — lo sanno benissimo: perciò fanno tutto il possibile per manipolare le nostre menti nella direzione che a loro piace, così da realizzare il mondo che desiderano. Peccato che questi padroni nutrano un odio profondo per tutto il creato, per la vita, e fondamentalmente ci considerino insetti da schiacciare. Eppure hanno paura — tanta paura — dei cuori e delle menti risvegliate. Per questo combattono, con ogni mezzo lecito e illecito, chi pronuncia o scrive parole di verità. La verità è ciò che, più di ogni altra cosa, temono; perciò oggi dire qualcosa di vero, nel senso di aderente alla realtà, è un atto rivoluzionario.

Il ragionamento serve per orientarsi nel mondo, ma le consapevolezze decisive sul senso e sul valore della vita provengono dall’esperienza personale della fede. Ragione e fede devono andare insieme. Mi riferisco a quel qualcosa di metafisico che oggi viene, più che mai, combattuto da chi è al potere. Gran parte dei padroni dell'Occidente si comportano come atei, anzi, credono di essere essi stessi Dio, e combattono ogni forma di sana spiritualità come se fosse follia, mentre le follie vere — perversioni, malattia mentale, guerre — vengono da loro elogiate e praticate. Noi cosa possiamo fare?

Entrando più nello specifico della mia esperienza e dei miei studi, “rivoluzione umana” è la definizione utilizzata dal secondo presidente della Soka Gakkai, Josei Toda, per descrivere quel processo fondamentale di trasformazione interiore attraverso il quale ci liberiamo dalle catene del nostro “piccolo io”, imprigionato dall’ego e dall’autoconsiderazione, e accresciamo l’altruismo del “grande io” capace di preoccuparsi e di agire per gli altri e, in ultima analisi, per l’umanità intera.

Concretamente, per me significa affidarmi un po’ meno ai ragionamenti e un po’ di più alla connessione con il tutto, partendo sempre dalla pratica di Nam-myoho-renge-kyo. Se tu che leggi hai un percorso diverso, l’importante è andare nella direzione della pacificazione interiore ed esteriore, contribuendo a lasciare un’impronta positiva nella società, trasformando le avversità in una “pace e sicurezza” che solo la fede può permetterci di vivere. Le particolari caratteristiche di ogni percorso spirituale con solide radici nel nostro cuore dipendono dalle diversità tra di noi, dalle caratteristiche di ogni epoca, dalle peculiarità di ogni luogo e dalle diverse evoluzioni personali e della storia. Nonostante tali differenze, ogni spiritualità fondata sull’amore e sulla compassione possiede al suo interno i principi e la saggezza necessari per pacificarci.

Tuttavia, per compiere questa rivoluzione umana interiore, dobbiamo prima rivolgere l’attenzione dentro noi stessi. Non è facile, perché molti di noi hanno ferite talmente profonde che, se le guardassero in faccia, ne morirebbero. Così siamo spinti dalla nostra oscurità interiore a fuggire da noi stessi e a sintonizzarci sulla feccia che ci circonda: non importa quanto lontana e inarrivabile sia, basta che serva a distogliere la nostra attenzione dalle cose più vicine, quelle che fanno troppo male. I padroni di TV, social, giornali, radio e IA giocano su questo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, approfittando anche della nostra tremenda solitudine e dell’isolamento amplificati dalle stesse tecnologie che loro gestiscono. Per combattere tutto questo, serve un lavoro costante da parte nostra. E cos'è questo lavoro, dal punto di vista del Buddismo?

A questo punto serve una chiave pratica, non solo morale o intellettuale. La tradizione di Nichiren Daishonin usa una metafora chiarissima: «Quando l’acqua è limpida, la luna vi si riflette. Quando soffia il vento, gli alberi si agitano. La nostra mente è come l’acqua: una fede debole è come l’acqua torbida, una fede risoluta è come l’acqua limpida. Gli alberi sono come i princìpi e il vento che li agita è come la recitazione del sutra. Questo devi comprendere». In questa citazione, tratta da Risposta alla monaca laica Nichigon, la “recitazione del sutra” vuol dire Nam-myoho-renge-kyo, mentre “princìpi” traduce il giapponese 道理 (dōri): “ragione / principio / legge intrinseca”, cioè il modo in cui le cose funzionano secondo una legge oggettiva (nel contesto: la legge/principio del Buddismo, il nesso causa-effetto, la “logica” del beneficio). Nel testo originale infatti c’è: 「木は道理のごとし」 (Ki wa dōri nogotoshi, cioè “gli alberi sono come il dōri”).

Il senso della metafora è quindi più o meno questo:

  • I “princìpi” (dōri) sono come gli alberi: stanno lì, esistono comunque, solidi e impersonali. Non dipendono dal fatto che noi “ci crediamo” o no.
  • La recitazione del sutra, cioè di Nam-myoho-renge-kyo, è come il vento: è l’azione che “mette in moto” quegli alberi, rendendo visibile il loro funzionamento (gli alberi si muovono perché soffia il vento).

Quindi “gli alberi sono come i princìpi” significa che i benefici della pratica buddista non sono magia né arbitrio di qualcuno, ma seguono una legge; la pratica di Nam-myoho-renge-kyo è ciò che fa “operare” concretamente quella legge nelle nostre vite, mentre la qualità della fede (acqua limpida vs torbida) determina quanto chiaramente la risposta si manifesta.

Ovviamente il potere dominante ci vuole tenere assai lontani da questo tipo di saggezza, violentandoci con una vita estremamente precaria e piena di necessità di base che non riusciamo a soddisfare. Veniamo continuamente avvelenati nel corpo e nella mente. Scrivo questo con estremo rispetto per le vittime di questo meccanismo infernale — che equiparo a vittime di guerra. Le segnalazioni dell’abuso dell’IA contro le nostre vite, la nostra dignità e contro i lodevoli progetti nati in Rete sono ormai una conferma continua di ciò che io e altri diciamo da anni. Ma, ahinoi, pochissime persone comprendono le cose prima che accadano; poche le comprendono mentre accadono; e quasi tutte non le comprendono affatto, né prima, né durante, né dopo.

Gli entusiasti dell’IA hanno sempre sostenuto che, per giudicare l’IA, bisognasse considerare l’uso che ne fa l’essere umano. Il giudizio, però, dovrebbe partire dall’architettura del software e chiedersi perché l’IA sia stata progettata. Una volta si cercavano risposte su Wikipedia, oggi si fa una domanda all’IA o, molto peggio, si affida un compito tipicamente umano ad una IA autonoma, cioè ad un “agente”: la differenza è estremamente profonda.

Con l’inserimento di “agenti” nella struttura dell’IA, ora è più evidente che lo scopo principale è escludere l’essere umano dai processi decisionali. È sempre la macchina a decidere cosa fare. Certo, qualcuno di noi può anche svolgere un’opera di supervisione, ma in un contesto già predefinito dalla stessa macchina. Inoltre le IA sono in rete tra loro e si aggiornano automaticamente, senza bisogno del nostro intervento.

La digitalizzazione del mondo porta all’adattamento di noi alla macchina, e non viceversa. Tutto questo finisce per congelare la coscienza dell’essere umano: non serve più, perché la macchina, che è priva di qualsiasi forma di coscienza e di consapevolezza, “pensa” e decide al posto nostro.

Cerchiamo di rimanere umani e di compiere la nostra rivoluzione interiore fondata su una solida e sana spiritualità, sull’etica, e sulla fede nella massima bellezza e sacralità della vita e di tutto il creato.

(18 febbraio 2026)

Daisaku Ikeda - La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità

Rinascere umani: l'occasione più fragile

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Siamo anime incarnate in un corpo a scadenza, scese quaggiù in uno dei luoghi più "difficili", allo scopo di imparare qualcosa. Venire al mondo significa discendere in mezzo alla sofferenza e, sovente, al luridume fisico e morale.

Ognuno ha le sue lezioni da affrontare, e da ripetere, vita dopo vita, finché non le comprende. La buona notizia è che comunque, alla fine dei tempi, tutti avremo capito quel che c'è da capire. Ma fino ad allora, di catene montuose da scalare con le unghie e con i denti, vita dopo vita, ce ne saranno un'infinità.

Nascere come essere umani è un'estrema rarità, ma quasi nessuno se ne rende conto. Rispetto alle altre creature viventi, abbiamo un'opportunità unica di "trasformare" il nostro karma, cosa impossibile per un cane, un gatto, un leone, un gabbiano, un pesce o un albero. Loro non possono fare nulla per se stessi, se non vivere un'esistenza estremamente condizionata e predeterminata. In pratica, non sono liberi. Noi umani, invece, se e quando scegliamo di non vivere come bestie, siamo liberi, nel senso che possiamo scegliere. La maggioranza degli umani, comunque, preferisce rimanere nel "mondo di animalità", ovvero la vita come bruti è spesso preferita al seguire virtù e conoscenza (parafrasando le parole che Dante fece dire ad Ulisse).

Quello che ho appena scritto sull'estrema rarità del nascere come esseri umani potrebbe essere frainteso. Provo ad essere più chiaro. Non è una statistica demografica, ma una constatazione di quanto sia difficile trovarsi in condizioni favorevoli a un vivere dignitoso fatto di etica, lucidità mentale, e accesso a insegnamenti corretti e indispensabili per trasformare la sofferenza in felicità. Tutto ciò è raro come osservare il sole che tramonta a est, e infatti sono innumerevoli coloro che, dopo un'esistenza umana sprecata a rincorrere il nulla, scivolano in esistenze non umane.

Siamo in un'epoca tremendamente impura, nella quale i veleni di avidità, collera e stupidità, e tutte le loro possibili varianti, ci vengono iniettati con la siringa di false credenze, false notizie, e insegnamenti distorti, creati apposta per indurre in errore. A causa di tutto questo, le persone non riescono a generare condizioni karmiche che sostengano la rinascita umana, per cui per molti è assai più facile e probabile rinascere come vermi, lombrichi, tafani, o porci d'allevamento destinati al macello, piuttosto che come esseri dotati di libero arbitrio. Che disgrazia!

In pratica, il fiume impetuoso di ignoranza, brama e avversione tende a produrre esiti di incessante sofferenza. Una volta rinati come pidocchi, ad esempio, l'eventualità di rinascere ancora una volta come umani - e di disporre di libero arbitrio - sarà praticamente nulla, almeno per qualche milione o miliardo di anni. Non a caso varie religioni descrivono un inferno in aeternum dopo la morte.

Il Dhammapada (raccolta di versi su cui ho scritto un "libero commentario") riassume tutto ciò nella strofa 182:

182
Non è facile nascere
essere umano
e vivere una vita mortale.
Non è facile distinguere
la profonda saggezza
ma più raro di tutto
è che nasca un Buddha.

E quindi? Una chiara indicazione del da farsi ce la dà la strofa successiva:

183
Smetti di fare il male
coltiva il bene
purifica il cuore.
E' questa la Via
del Risvegliato.

E ancora...

186-187
Non nei beni preziosi
trovi l'appagamento
né nei piaceri dei sensi
triviali o raffinati che siano.
Il discepolo del Buddha
trova gioia
nell'estinzione della brama.

Proviamo ad ascoltare anche ciò che ha da dirci il Dalai Lama:

«Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana e non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorarmi, per aprire il mio cuore agli altri, avrò per gli altri parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò, ma cercherò di far più bene che posso.»
(Dalai Lama)

«[...] Così come dicono i Lama Kadampa, grazie alle vite preziose del passato hai ottenuto una vita preziosa adesso. Adesso non rovinare la tua opportunità.
Per cui veramente, noi che abbiamo ottenuto questa preziosa nascita umana, [...], noi che abbiamo ottenuto questa grande opportunità, se non stiamo attenti di nuovo, cadremo nel precipizio dei reami inferiori. Per cui tutti noi dobbiamo veramente comportarci bene, fare bene, agire bene, cogliere l'essenza di questa vita stando molto attenti. Per cui pensate tutti in questo modo, addestrate il vostro pensiero in questo modo, [...]»
(Dalai Lama, tratto da "Generazione della mente dell'Illuminazione (Bodhicitta)")

Come nota finale, aggiungo che, nonostante l'epoca disgraziata in cui ci troviamo, non esistono terre pure o terre impure, né in questo né in altri mondi. Esistono soltanto la bontà e la malvagità della nostra mente.

La fortuna viene dal cuore, quando è sano nei sentimenti e nella compassione, e ci fa onore. La sfortuna invece viene dalla bocca per ogni parola avvelenata o stupida, e ci rovina.

Il percorso di consapevolezza, cioè di evoluzione interiore, è e rimane personale. Nessuno può farlo al posto nostro. Inoltre nessun insegnamento può attecchire dentro di noi se, noi per primi, non ci stiamo già muovendo in una certa direzione. Per questa ragione, ciascuno di noi può comprendere le parole dei maestri dell'umanità soltanto quando abbiamo già maturato un convincimento interiore. In questo senso, le scritture antiche, come il Dhammapada, servono al più a confermarci quello che già abbiamo capito.

(14 febbraio 2026)

Il potere del Gohonzon è assoluto

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Nichiren Daishonin, all'isola di Sado, era "armato" solo della sua fede nel Sutra del Loto, cioè nel Gohonzon, cioè in Nam-myoho-renge-kyo. Adempiere allo scopo per cui si era incarnato era la motivazione principale che lo teneva vivo.

Il potere del Gohonzon è assoluto, più forte di qualsiasi cosa, più forte di tutte le ricchezze materiali e più forte della bomba atomica. Nonostante due bombe atomiche, oggi l'insegnamento del Daishonin è diffuso in tutto il mondo.

Questo significa che alla logica della guerra possiamo contrapporre una logica molto più forte, che non ha bisogno di violenze e che nel tempo sarà l'unica vincente.

(10 gennaio 2026)

御本尊の力は絶対である

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佐渡の地にあった日蓮大聖人は、法華経への信心――すなわち御本尊への信心、すなわち南無妙法蓮華経そのものを“武器”として、ただ一身に貫かれました。御自身がこの世に御出現された本懐(使命)を果たすことこそが、何よりも大聖人の生命を支え、生き抜く原動力であったのだと思います。

御本尊の力は絶対です。あらゆるものより強く、どんな物質的な富よりも強く、原子爆弾よりも強い。二発の原爆を経た今日においても、日蓮大聖人の教えは世界へと広宣流布しています。

それは、戦争の論理に対して、暴力を必要としない、はるかに強い論理を対置できるということです。そして時間の経過とともに、その論理こそが、最後には唯一の勝者になるのだと思います。

(2026年1月10日)

Mondo social: sostituire lamentela e depressione con il daimoku

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Per prima cosa, gli altri sono esseri umani come noi. Non c'è motivo di dividere il mondo in "noi" e in "loro", siamo tutti in un percorso di vita. Molte persone sono smarrite, e nella loro sfortuna non hanno ancora udito i preziosi insegnamenti che danno sollievo a tutte le creature. Per rendere tutto più difficile da vivere, accrescendo solitudine e impotenza, il Re Demone ha il quasi monopolio di tv, social e intelligenza artificiale.

Maggiore è la fiducia che diamo alle creazioni tecnologiche, con preferenza a contatti umani mediati da app di vario genere, è minore è la fede che abbiamo in noi stessi, negli altri, e nella vita. Certo, all'ombra del male c'è il bene, e viceversa, quindi comunque abbiamo la possibilità di fare cose che hanno un valore profondo anche nel contesto di un mondo iper-tecnologico, però dobbiamo stare molto attenti. I contesti virtuali sono creazioni illusorie che rubano vita, per questo il Re Demone, il ladro di vita, si trova in esse a suo agio, come se fossero la sua casa.

Ripartiamo dalle basi, da quell'ABC che non viene mai detto, come se fosse un segreto:

A. Nessun mezzo tecnologico è neutrale. Il mezzo è il messaggio. Non è questione di "come" lo si usa, ma il fatto stesso di usarlo trasforma profondamente il modo in cui percepiamo la realtà, il modo in cui la costruiamo e quello con cui ci relazioniamo con gli altri. I social network, invece di promuovere la democrazia e la connessione umana, spesso amplificano la competizione, l'odio, l'invidia e l'isolamento sociale, portando ad una svalutazione dell'essere umano, ridotto a cercare validazione attraverso likes e followers. Ho affrontato questi temi nella mia intervista "La base dell'educazione umana è l'amore, non lo smartphone", del 26 agosto 2024.

B. I progetti sul web, sui social o su specifiche app a scopo umanitario, spirituale o comunque di mutuo aiuto, senz’altro lodevoli, sono anche una risposta al problema della solitudine? E, più in generale, lo sono le varie comunità online? Finché si tratta di stare "soltanto" davanti a un computer o con lo smartphone, seppur con le più alte finalità sociali, la risposta è necessariamente negativa, perché quel "nutrimento affettivo" di cui ha un gran bisogno l’essere umano non può essere mediato da alcuna tecnologia (computer, smartphone, intelligenza artificiale o altro). Ho spiegato perché nella mia tesi di laurea "Solitudine e Contesti Virtuali", del 21 gennaio 2014.

C. Credere all'inganno che con l’intelligenza artificiale – e con la tecnologia in generale – si possa fare tutto, a cominciare dal superamento della sofferenza e della solitudine, significa credere all'oggetto di culto sbagliato. Il più grande furto che ci può fare il nostro contesto sociale iper-tecnologico è la perdita del senso della vita. Tolto il senso della vita, tolta la socialità, tolto il pensiero e tolto il lavoro, non rimane che la guerra? Non rimane che "ubbidire, credere e combattere" per dare un senso ai propri giorni? Se oggi ci sono ragazzi che abbandonano l'Italia per morire da mercenari, o che si suicidano per vincere una sfida sui social, c'è un motivo. Ho discusso di questo ed altro nella mia intervista "Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)", del 25 gennaio 2025.

Ricapitolando, la dinamica dei social e di app di vario genere è di indurre sentimenti di invidia, gelosia, competizione, narcisismo spinto, con un declino del proprio e dell'altrui benessere. I social sono costruiti appositamente per far litigare e far star male (lo ripeto: "appositamente", cioè "intenzionalmente") prolungando il più possibile l'esposizione ad essi. Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente per la crescita di Facebook, nel novembre 2017, durante un talk alla Stanford Graduate School of Business (vedi video integrale), disse di provare «tremendo senso di colpa» e che «abbiamo creato strumenti che stanno strappando il tessuto sociale di come funziona la società», invitando le persone a prendersi una "hard break" dai social (dichiarazioni riprese dal Guardian, nell'articolo "Former Facebook executive: social media is ripping society apart"). Nello stesso periodo, Sean Parker (ex presidente di Facebook) disse che Facebook sfrutta la «vulnerabilità della psicologia umana» e che gli ideatori «lo sapevano consapevolmente, e l’abbiamo fatto lo stesso». Queste sono dichiarazioni della massima gravità riprese da Axios, nell'articolo "Sean Parker: Facebook was designed to exploit human "vulnerability"", che confermano la reale natura dei social.

Ciò nonostante, generalmente usiamo social e sistemi di messaggistica come riempitivi di vuoti interiori, come surrogato di una vicinanza fisica e di un contatto fisico che non c'è. Ciò amplifica la solitudine e il vuoto, in una spirale di negatività che può tenerci lontani dal nostro sole interiore, dalle persone più vicine e da uno o più aspetti della pratica buddista. In tal caso, il Re Demone gioisce.

Consapevoli di queste debolezze umane in un contesto tecnologico ostile per le nostre relazioni, la nostra missione di Bodhisattva richiede particolare attenzione. "Capire gli affari di questo mondo" significa anche capire la natura demoniaca dei mezzi che usiamo nella vita quotidiana. Quello che possiamo fare è innanzitutto esserne consapevoli, e poi inviare daimoku a tutte le nostre relazioni, in particolare a coloro che cadono in tristi comportamenti online che non portano alcun beneficio o valore né a sé né agli altri.

Anche le relazioni faccia a faccia sono diventate oggi molto più complicate che in passato, ma l'importante è provarci e trasformare con il daimoku le cose che non vanno. Ricordiamoci che al di fuori delle relazioni non c'è nient'altro, noi siamo relazione, la vita è relazione. Niente e nessuno esiste di per sé, ma solo in relazione dinamica a qualcos'altro, in continuo cambiamento. Questo il Buddismo lo chiama vacuità, o Via di Mezzo tra l'esistenza e la non-esistenza.

Per i giovanissimi tutto questo è assai più complicato che per noi, perché nascono in un mondo che sostituisce le relazioni con finte connessioni virtuali. I mali fisici, psichici e animici che ne conseguono sono un'infinità, con «modificazioni cerebrali simili a quelle che si ottengono in caso di alcolismo o dipendenza da droghe quali eroina, cocaina, marijuana, metanfetamina e ketamina» (come documentato nella succitata tesi di laurea).

Ecco una ricetta semplice per tutta questa oscurità: amiamo la vita, amiamo le persone e desideriamo il bene di tutti, ovvero ardiamo del desiderio di vivere come Bodhisattva, il resto verrà di conseguenza. Anche quando non è questo il nostro stato vitale, ripartiamo sempre dal potere trasformativo di Nam-myoho-renge-kyo e ricordiamoci che il Budda ci ha affidato la Legge mistica come «buona medicina per i mali della gente di Jambudvipa» (dal Gosho "La buona medicina per tutti i mali").

I social sono pieni di veleni, ma il Daishonin ci ha insegnato a trasformare il veleno in medicina:

«[...] Tutto è cambiato quando iniziai a conoscere la vita del maestro Daisaku Ikeda. Comprendere che anche lui aveva fronteggiato in giovane età sfide apparentemente insuperabili, con la decisione assoluta di vincere per la felicità di tutto il genere umano, fece nascere in me un profondo senso di gratitudine nei confronti del suo grande cuore. Iniziai a percepire che il mio destino poteva essere ribaltato, al di là delle mie capacità e di quello che le difficoltà mi facevano credere, e che se anche quella fosse stata la sfida della mia vita, mi sarei dedicata a ripagare questo profondo debito di gratitudine.
Cominciai a recitare Daimoku con il pensiero costante che myo significa “tornare a vivere”. Volevo ridare vita a ogni mia cellula, approfondendo la visione del Sutra del Loto secondo cui possiamo trasformare il karma nella nostra missione e il veleno in medicina.
La mia malattia è ancora definita “incurabile” ma, proprio perché secondo il Buddismo anche il karma “immutabile” può essere trasformato, ho iniziato a sentire che con la preghiera avrei potuto guarire la causa profonda di questa mia sofferenza karmica. [...]» 
 
(tratto da: "Ho preso per mano la mia malattia", Buddismo e Società 256, maggio 2025)

Tutto è collegato. Sono partito parlando di social e sono arrivato a citare l'esperienza di una malattia ritenuta incurabile. In effetti, la tv, i social e l'intelligenza artificiale oggi si presentano come una malattia incurabile. Nichiren ci ha detto cosa fare, e i nostri maestri della Soka Gakkai anche.

(25 agosto 2025)

In che senso "i desideri terreni sono illuminazione"?

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«Il Sutra del Loto fa un ulteriore passo avanti, esponendo il principio che le illusioni e i desideri sono illuminazione e che le sofferenze di nascita e morte sono nirvana. In altre parole, non esiste alcuna illuminazione separata dalla realtà delle illusioni e dei desideri e non può esserci il nirvana al di fuori delle sofferenze di nascita e morte. Queste coppie di fattori contrastanti sono connaturate nella nostra vita. Il Gran maestro T’ien-t’ai, uno dei principali studiosi buddisti cinesi, vissuto nel VI secolo, usò un’analogia per spiegare i suddetti principi. Supponiamo di avere un cachi aspro: immergendolo in un infuso di tiglio o esponendolo alla luce del sole, possiamo farlo diventare dolce. Non ci sono due cachi, il primo aspro e il secondo dolce. Il cachi è uno solo, e non è diventato dolce perché abbiamo aggiunto dello zucchero, bensì perché l’aspro del frutto è scomparso ed è emersa la sua potenziale dolcezza. Il catalizzatore, l’intermediario che ha permesso la trasformazione, è stato l’infuso in cui è stato immerso il cachi o la luce del sole alla quale è stato esposto. T’ien-t’ai paragona le illusioni e i desideri al cachi aspro, l’illuminazione al cachi dolce e il ​processo tramite il quale il cachi è diventato dolce alla pratica buddista.»

tratto dal libro: "I misteri di nascita e morte", di Daisaku Ikeda

Le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione (Francesco Galgani's art, 23 agosto 2025)
(23 agosto 2025, vai alla mia galleria)

Fili d’erba nell’incendio: Europa, Israele, la legge del karma e la via buddista

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Disclaimer. Scrivo da una prospettiva personale, attribuendo responsabilità politiche, fattuali e morali secondo la mia comprensione dei fatti. Esprimo giudizi e previsioni in base alla mia consapevolezza, ma ciascuno è libero di avere opinioni o credenze diverse. Non intendo incitare all’odio né attribuire reati a persone specifiche. Il cuore del testo che stai per leggere è la via buddista che propongo in risposta ai nostri tempi apocalittici.


L’Europa farà la fine dell’Ucraina e Israele quella di Gaza. E’ l’inevitabile legge del karma.

L’Europa e Israele hanno scelto la via del nazismo, e percorrendola arriveranno a destinazione, ovvero alla distruzione delle fondamenta del vivere sociale. Oggi in Ucraina, grazie all’Europa, alla Gran Bretagna e al precedente governo statunitense, quasi non ci sono più uomini, ma donne sole che spesso prostituiscono se stesse e le figlie minorenni a causa della povertà estrema. L’Occidente collettivo ha voluto fare una guerra insensata e invincibile “fino all’ultimo ucraino” e c’è riuscito, creando un enorme buco nero di ruberia dei soldi pubblici, di riciclaggio di denaro, di traffico di armi, di corruzione sul piano personale. Nel frattempo, a Gaza non c’è più nulla che assomigli ad un luogo abitabile, e se non sono la sete e la fame a uccidere, lo sono gli spari contro chi va a prendere l’“aiuto umanitario” di farina avvelenata, nel senso di mischiata a psicofarmaci. Tutto questo perché Israele tratta i propri vicini con la stessa gentilezza e rispetto che si usa per un’infestazione di pidocchi.

Ucraina e Gaza sono lo specchio delle nostre cosiddette “democrazie”, basate sulla corruzione, sulla violenza, sulla protezione degli interessi economici più abietti. In poche parole, le nostre nazioni sono l’habitat ideale per i peggiori delinquenti, parassiti e terroristi, partendo dai vertici del potere politico e finanziario, e scendendo via via verso il basso.

Gaza e Ucraina sono anche una lezione, un boomerang che spazzerà via Israele e l’Europa, che saranno messe a ferro e a fuoco. Come i tuoni e i lampi precedono la tempesta, così i nostri decisori politici stanno attirando un drammatico collasso economico che distruggerà tante vite, oltre a una grande guerra continentale contro la Russia e a terrorismo diffuso in tutta Europa.

Noi siamo fili d’erba in mezzo a un incendio.

Nel 2019 scrissi che “questa è l’ultima possibilità, l’ultima lotta, prima che tutto venga distrutto” (in “Religione dell’Ultima Lotta”). Ormai è troppo tardi.

L’alternativa sarebbe una conversione generalizzata e quasi totalizzante alla sacralità e bellezza della vita, con esseri umani che ovunque si muovono nel mondo con sentimenti di gratitudine e di amore incondizionato verso tutti. E’ un sogno possibile, ma la realtà è fatta di persone che non hanno alcuna intenzione di separarsi dalle proprie illusioni, dai propri demoni, dalle proprie abitudini e da una visione negativa di se stesse e del prossimo. I popoli sono schiavi del Re Demone, delle sue creazioni illusorie e della miseria che ne consegue.

Nel Gosho “La pratica dell'insegnamento del Budda”, Nichiren Daishonin scrisse che “[…] Questo è un tempo davvero maledetto per vivere su questa terra. […]. Quando tutte le persone reciteranno Nam-myoho-renge-kyo, il vento non spezzerà i rami o le fronde, né la pioggia cadrà così forte da rompere una zolla. Il mondo diverrà come era ai tempi di Fu Hsi e Shen Nung. Nella loro esistenza presente le persone saranno libere dalla sfortuna e dai disastri e impareranno l’arte di vivere a lungo. Verrà il tempo in cui sarà rivelata la verità che per la persona e per la Legge non c’è vecchiaia né morte. Non ci può essere il minimo dubbio sulla promessa del sutra di «pace e sicurezza nell’esistenza presente» […]”.

Questo significa — parlando con la chiarezza cruda che la situazione impone — che non c’è bacchetta magica che fermi i proiettili o addolcisca i tiranni. Le immagini del vento che non spezza i rami e della pioggia che non frantuma le zolle non vanno prese come meteorologia miracolosa, ma come linguaggio simbolico di una società che, trasformando le cause interiori, muta anche gli effetti esteriori. È il principio di esho funi, ovvero l’unicità (non-dualità) di vita e ambiente: la qualità della nostra vita interiore si riflette nella qualità delle relazioni, delle istituzioni, perfino nel “clima” etico e culturale in cui respiriamo. Se la nostra vita si eleva, l’ambiente smette di essere un inferno costruito a nostra immagine e somiglianza.

Per questo, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo non è una fuga, ma il motore della rivoluzione umana: un allenamento a smascherare quotidianamente il Re Demone che abita anche in noi — cattiveria, rassegnazione, cinismo — e a tradurre la vittoria interiore in azioni concrete: dialogo che disarma, cura dei più deboli, responsabilità civile, rifiuto della disumanizzazione dell’altro. Quando questa trasformazione non riguarda pochi “eroi” isolati ma una massa critica di persone comuni, allora quelle metafore diventano storia: meno odio, meno violenza, più saggezza nel risolvere i conflitti. Nichiren tocca la politica senza cedere alla politica: non si limita a denunciare il crollo della società, ma ci indica come invertire la traiettoria.

Lo stesso senso anima il Risshō Ankokuron — “Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese”. Non un progetto settario, ma l’idea che la sicurezza pubblica nasca dalla dignità assoluta della vita riconosciuta e protetta. La Soka Gakkai traduce questo in kosen-rufu, che significa ampia diffusione della Legge mistica di Nam-myoho-renge-kyo per una pace fondata sulla dignità della vita: si tratta di espandere una rete di persone che, rinforzando pratica e studio del Buddismo di Nichiren Daishonin, producano istituzioni più giuste e culture meno violente. “Quando tutte le persone reciteranno” non è una formula settaria, ma l’indicazione di una soglia sociale: abbastanza cuori raddrizzati da raddrizzare anche l’andamento degli eventi.

E cosa dire della promessa di “pace e sicurezza nell’esistenza presente” e di “nessuna vecchiaia né morte per la persona e per la Legge”? Non si tratta di un paradiso edulcorato, ma di uno stato vitale incrollabile capace di creare valore anche dentro le tempeste. La Legge mistica (Myoho-renge-kyo) non “invecchia”, cioè non perde efficacia, come sorgente inesauribile di coraggio, saggezza e compassione. Non promette l’assenza di prove, che anzi sono necessarie e inevitabili. Ci promette invece coscienza, saggezza e forza per non trasformarci nei mostri che combattiamo.

Detto questo, la mia diagnosi politica e sociale rimane: siamo fili d’erba in mezzo a un incendio. Proprio per questo, la “conversione generalizzata” che auspico non è un desiderio romantico: è l’unico programma operativo realistico se vogliamo che l’incendio trovi meno ossigeno. L’“ultima lotta” di cui scrivevo nel 2019 non è tra blocchi di nazioni, ma dentro ciascuno di noi, ogni giorno. Se davvero è “troppo tardi” per evitare tutte le rovine, non è mai troppo tardi per impedire che la rovina ci rubi l’umanità.

In questo senso, noi possiamo essere il “vento che non spezza”, il vento della rivoluzione umana che, un cuore dopo l’altro, può ancora piegare la direzione della storia. E se il mondo resterà un campo bruciato, che almeno si trovi, in mezzo alle ceneri, la prova che l’erba ha saputo crescere controvento.

(23 agosto 2025)

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