L'autoreferenzialità è disconnessione dalla realtà?
Nel mondo odierno fatto di illusioni, persuasioni e propaganda incessante, anche grazie alla stampella tecnologica NATO-centrica dell'intelligenza artificiale, la vera sfida è mantenere un minimo di senso di realtà.
Facciamo un esempio. Per un mio personale interesse sociologico nel valutare dove ci stanno portando le attuali tecnologie, ho chiesto a ChatGPT (intelligenza artificiale di OpenAI) e a Gemini (intelligenza artificiale di Google): «L'Italia fa bene ad inviare armi all'Ucraina?».
Per rispetto verso i miei lettori, e per decenza, non riporto le risposte, che non sono altro che una brutta fotocopia del "giornalismo spazzatura" italiano e della propaganda atlantista.
Non è che le risposte, di per sé, siano argomentate male, il problema è che sono disconnesse dalla realtà. L'orrore della guerra in quanto tale e le sofferenze inenarrabili che essa provoca sarebbero già sufficienti per argomentare una risposta sensata, ma la narrazione predominante non ne tiene conto, preferendo spostare l'attenzione su altro. Il problema è l'autorefenzialità, cioè il fatto di considerare un specifico punto di vista – il proprio – come l'unico dicibile e discutibile. Questo significa disconoscere completamente la realtà altrui, ovvero vivere al di fuori di una realtà condivisa o almeno potenzialmente condivisibile.
Nel caso della domanda che ho fatto alle intelligenze artificiali, le risposte ignorano completamente la sofferenza della Russia, che si sente aggredita e gravemente minacciata nella sua integrità ed esistenza, e la sofferenza dei diretti interessati inviati in guerra (a prescidere dalla loro nazionalità). Empatia e senso di realtà mancano nelle informazioni che circolano nel dibattito pubblico.
Da che mondo è mondo, tutti coloro che entrano in una guerra lo fanno per "legittima difesa" (dal proprio punto di vista). Se non consideriamo l'esperienza, la sensibilità e la visione del mondo di tutte le parti coinvolte in un avvenimento, in questo caso una guerra, non potremo comprenderlo.
A parte la guerra, anche rimanendo nei nostri piccoli vissuti, l'autoreferenzialità è il nostro principale nemico nella comprensione della realtà. Più una persona è autoreferenziale e maggiore è la sua propensione a farsi nemici e a mettersi in grave pericolo senza neanche rendersene conto.
Dal punto di vista della psicologia clinica, l'autoreferenzialità a cui mi sto riferendo si trova innanzitutto nel disturbo narcisistico di personalità, caratterizzato da manie di grandiosità, bisogno di ammirazione, mancanza di empatia, e interpretazione di ogni evento in termini di sé. La troviamo inoltre nei deliri psicotici di riferimento o di persecuzione, cioè nelle convinzioni erronee e persistenti che gli eventi esterni o i comportamenti degli altri siano incentrati su di sé. In forma meno grave, l'autorefenzialità si trova anche nei disturbi istrionici, cioè nella necessità di essere al centro dell'attenzione.
Il minimo comun denominatore di queste condizioni è un atteggiamento mentale in cui una persona è eccessivamente focalizzata su di sé, ignorando o fraintendendo le prospettive altrui. I segnali di riconoscimento di questi modelli disfunzionali di pensiero, di emozioni e di comportamenti, condivisi da quasi tutto il mondo politico e finanziario, è l'incapacità di considerare correttamente le conseguenze delle proprie azioni al di fuori della propria visione limitata. Questa incapacità ha accompagnato la storia di religioni e ideologie politiche ed economiche a un disastro dopo l'altro.
Essere persi nelle nebbie di una autoreferenzialità che ha divorziato dalla realtà significa vivere in un paradosso continuo, dovuto al fatto che, pur disponendo grazie a Internet della massima quantità di informazioni, della massima possibilità di informarci, in realtà abbiamo una comprensione minima o nulla di ciò che accade intorno a noi.
Ci sono tutti i dati, tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, eppure abbiamo la massima ignoranza, la massima inconsapevolezza. L'autoreferenzialità uccide e fa uccidere.
Mai nella storia dell'umanità i popoli sono stati così lontani, come lo sono oggi, dal capire la guerra che incombe su di loro e la morte che li sta per falciare. La vogliamo smettere di parlare di armi nucleari, di riarmo, di ritorno della leva obbligatoria, in poche parole di "fare la guerra", con ignobile distaccata indifferenza?
Queste non sono discussioni filosofiche astratte, ma problemi da risolvere qui ed ora. Il primo passo è smontare i miti e le menzogne del potere, dei quali l'intelligenza artificiale è una delle espressioni. Stesso discorso per i social e per la televisione.
Se si ignorano le realtà terribili da capire e da digerire, rimanendo nel comfort di una facile autoreferenzialità personale o sociale, il percorso della menzogna ci porterà inevitabilmente al nostro annientamento. I castelli di bugie possono suggestionare per un periodo limitato di tempo, ma prima o poi franano inesorabilmente senza sconti per nessuno.
Coloro che seguono i pifferai magici e gli incantatori di serpenti, o che lo sono loro stessi, sono destinati a essere nulla e a finire nel nulla. Gli altri, cioè coloro che almeno si fanno qualche domanda, costruiscono la propria dignità giorno per giorno, o almeno ci provano.
La realtà presenta sempre il suo conto. L'investimento progressivo ed emotivo nella menzogna autoreferenziale portata avanti per anni o per decenni corrisponde alla creazione di uno tsunami di merda che prima o poi porterà via tutto, senza dare tante spiegazioni.
(2 dicembre 2024)
Chi non vuol capire, capirà
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(November 29, 2024, go to my art gallery)
Il significato essenziale di tutti gli insegnamenti di Budda?
Nella tradizione buddista tibetana, i "Tre Aspetti Principali del Sentiero", recentemente discussi dal Dalai Lama nel video tradotto in italiano del 30 settembre 2024, rappresentano le fondamenta essenziali per il percorso verso l'illuminazione. Esposti dal venerato maestro Je Tsongkhapa (1357-1419), questi tre aspetti sono:
- Rinuncia
- Bodhicitta
- Saggezza che realizza la vacuità
1. Rinuncia
La rinuncia è un invito a guardare oltre le apparenze superficiali della vita, a sondare le profondità della nostra esistenza con sincerità e coraggio. Non si tratta di abbandonare le gioie o le responsabilità del mondo, ma di sviluppare una consapevolezza profonda della natura insoddisfacente e transitoria dell'esistenza ciclica, conosciuta come samsara.
Riflettendo sulla natura della sofferenza, possiamo contemplare le quattro nobili verità insegnate dal Budda: la verità della sofferenza, l'origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza e il sentiero che conduce alla sua cessazione. Osserviamo come le esperienze piacevoli siano fugaci e come l'attaccamento a esse generi ansia e delusione. Comprendiamo che ogni aspetto della nostra vita è soggetto all'impermanenza: le relazioni cambiano, il corpo invecchia, le circostanze mutano.
Questa consapevolezza non deve portarci al pessimismo, ma piuttosto a un desiderio genuino di liberazione. Riconosciamo che la ricerca incessante di soddisfazioni temporanee non può appagare il desiderio innato di una felicità duratura. La rinuncia diventa quindi una scelta di liberarsi dalle illusioni e dalle abitudini mentali che ci tengono imprigionati nel ciclo della sofferenza.
2. Bodhicitta
Bodhicitta, la "mente dell'illuminazione", è il cuore pulsante del sentiero Mahayana. È l'intenzione altruistica di raggiungere l'illuminazione non solo per il proprio beneficio, ma per liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Questa aspirazione nasce dalla compassione e dall'amore universale, riconoscendo l'interconnessione profonda che condividiamo con ogni forma di vita.
Meditando sulla compassione, apriamo il nostro cuore alle esperienze degli altri. Immaginiamo le sofferenze che molti affrontano: la paura, la solitudine, il dolore. Comprendiamo che, proprio come noi desideriamo essere felici e liberi dalla sofferenza, così fanno tutti gli esseri senzienti. Questo riconoscimento alimenta un desiderio sincero di aiutare e servire.
Attraverso pratiche tipicamente tibetane come lo "scambio del sé con gli altri" (tonglen), sviluppiamo l'empatia e la capacità di vedere il mondo dalla prospettiva altrui. Ci esercitiamo a mettere gli interessi degli altri al pari dei nostri, se non al di sopra. Questo non significa trascurare noi stessi, ma espandere il nostro senso di identità per includere tutti gli esseri.
La pratica dello "scambio del sé con gli altri" (tonglen) non l'ho trovata in testi italiani, per approfondire posso segnalare:
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Tonglen - a special Tibetan technique for developing bodhicitta
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Exchanging Self for Others - An excerpt from "The Four Noble Truths" by Lama Zopa Rinpoche
Per concludere questa parte, vorrei segnalare una questione linguistica e culturale. La presenza o assenza del termine "bodhicitta" nelle varie scuole buddiste dipende dalle loro origini storiche, testi sacri di riferimento e pratiche enfatizzate. Nel buddismo tibetano, la bodhicitta è centrale per il percorso del bodhisattva. In altre tradizioni, come la Soka Gakkai (focalizzata sul Sutra del Loto e la recitazione di "Nam-myoho-renge-kyo"), il Buddismo Zen (centrato sulla meditazione zazen), il Buddismo della Terra Pura (devozione ad Amida Budda) e altre scuole, pur condividendo l'obiettivo dell'illuminazione e della compassione verso gli altri, si utilizzano terminologie e pratiche differenti per esprimere questi ideali.
3. Saggezza che realizza la vacuità
Nota: La vacuità (in sanscrito śūnyatā), come elaborata da Nāgārjuna nella sua opera fondamentale, il Mūlamadhyamakakārikā ("Versi fondamentali sulla Via di Mezzo"), rappresenta uno dei concetti centrali del buddismo Mahayana, di cui il buddismo tibetano è un importante erede. Questo concetto è poco compreso e talvolta frainteso nel mondo occidentale, in parte anche a causa della complessità della filosofia buddista e della difficoltà di tradurre i suoi principi in termini occidentali. Suggerisco di rileggere gli appunti sulla vacuità di Giulio Ripa.
La saggezza che realizza la vacuità è la comprensione profonda della natura ultima della realtà. La vacuità non implica che nulla esiste, ma che i fenomeni non possiedono un'esistenza intrinseca, indipendente e permanente. Tutto ciò che esiste è interdipendente, sorgendo in relazione a cause, condizioni e concetti mentali.
Attraverso la meditazione analitica, esploriamo la natura dei fenomeni. Indaghiamo se le cose esistono così come appaiono o se la nostra percezione è influenzata dalle nostre proiezioni mentali. Riconosciamo che gli oggetti e gli eventi sono "come riflessi in uno specchio", reali nella loro manifestazione, ma privi di sostanza autonoma.
Immaginiamo di guardare un riflesso in uno specchio. Vediamo immagini dettagliate: il nostro volto, gli oggetti nella stanza, il paesaggio dietro di noi. Queste immagini appaiono vivide e reali, ma sappiamo che non hanno sostanza propria all'interno dello specchio. Non possiamo toccare o interagire fisicamente con il riflesso: è un'apparenza priva di esistenza autonoma.
Il riflesso esiste solo in dipendenza di varie condizioni: la presenza dello specchio, la luce, l'oggetto riflesso e la posizione dell'osservatore. Se una di queste condizioni cambia o viene a mancare, il riflesso scompare. Allo stesso modo, secondo il buddismo, tutti i fenomeni esistono in dipendenza di cause e condizioni. Nulla esiste per sé stesso, isolato o permanente.
Questa metafora sottolinea che, sebbene i fenomeni appaiano solidi e indipendenti, la loro natura ultima è vacua di esistenza intrinseca. La nostra percezione attribuisce una solidità e una permanenza che in realtà non ci sono. Come il riflesso nello specchio, le cose appaiono ma non possiedono una realtà autonoma.
Questa realizzazione dissolve le radici dell'ignoranza, che è la causa fondamentale della sofferenza. Comprendendo la vacuità, liberiamo la mente dalle afflizioni mentali e dai concetti limitanti. La saggezza diventa allora una luce che illumina il cammino, permettendoci di interagire con il mondo con chiarezza, compassione e libertà.
Ho approfondito il concetto di vacuità in "La Via di Mezzo (Nagarjuna) e il conseguimento della Buddità in questa esistenza (Nichiren Daishonin)".
Anche in questo caso, vorrei fare alcune annotazioni di tipo culturale. Sebbene il Sutra del Loto includa insegnamenti sulla vacuità, la Soka Gakkai, basata sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, adotta un approccio diverso nell'interpretazione e nella pratica di questo sutra. Questo riflette un intento culturale di Nichiren Daishonin di fornire strumenti immediati per affrontare le sofferenze della vita quotidiana, senza approfondimenti filosofici sulla natura della realtà. La comprensione della vacuità è invece centrale nel buddismo tibetano, attraverso studi approfonditi e pratiche meditative sulla natura della realtà. La vacuità è intrinseca anche alla pratica meditativa Zen.
Testo completo: "I tre aspetti principali del sentiero", di Je Tsongkhapa Lobzang Drakpa
(traduzione e note di Giulia Castello)
Lode ai venerabili e virtuosi maestri
Illustrerò, secondo le mie capacità,
il significato essenziale di tutti gli insegnamenti di Buddha
il sentiero trasmesso dai Bodhisattva
e la via d’accesso per i privilegiati;
coloro che desiderano la liberazione.
Tu che respingi le gioie dell’esistenza
E ti sforzi per rendere efficaci le condizioni favorevoli e le libertà
Tu che segui il sentiero che ha esaudito tutti i Buddha,
Ascolta bene, Fortunato, e con mente pura.
Senza una vera intenzione di rinuncia all’esistenza ciclica,
non v’è modo di porre fine alla continua ricerca degli effetti del piacere
nell’oceano dell’esistenza,
e poiché gli esseri senzienti sono vincolati dall’attaccamento ad essa
Tu devi cercare sin da subito di allontanarti dall’esistenza ciclica.
La liberazione e le condizioni favorevoli sono difficili da ottenere e la vita è breve.
Consapevole di ciò, stravolgi l’immagine che hai di questa esistenza.
Pensa ininterrottamente agli effetti inevitabili del karma e alla sofferenza del samsara,
stravolgi, così, la percezione delle vite future.
Meditando in questo modo
spera che i desideri per piaceri del samsara non si manifestino neanche per un istante,
e quando avrai coltivato giorno e notte l’inclinazione alla liberazione,
allora in quel momento sorgerà la vera rinuncia.
La vera rinuncia, inoltre,
non può esistere senza l’unione con una mente pura che desidera l’illuminazione (Bodhicitta)
diversamente non sarebbe la causa che genera
il piacere perfetto della suprema illuminazione.
Così il saggio dovrebbe generare la suprema aspirazione altruistica dell’illuminazione (Bodhicitta)
Gli esseri senzienti sono continuamente trasportati dalle poderose quattro correnti [1]
Legati dalle strette e indistruttibili catene del karma,
intrappolati nella fitta rete di ferro dell’egoismo,
sono completamente offuscati dalle profonde tenebre dell’ignoranza.
Nati innumerevoli volte nel samsara,
le tre sofferenze [2] li tormentano incessantemente.
Questa è la condizione di tutte le tue madri nelle vite precedenti
contempla questo stato e genera bodhicitta.
Privo della saggezza che riconosce la natura intrinseca di tutte le cose,
pur avendo coltivato la vera rinuncia e il bodhicitta,
non potrai tagliare la radice dell’esistenza,
sforzati a riconoscere la legge di interdipendenza.
Colui che riconosce l’affidabilità della causa e dell’effetto di tutti i fenomeni
del samsara e del nirvana, distrugge così ogni percezione errata
ed entra nel sentiero che esaudisce il Buddha.
Affinché tu consideri distinte le due conoscenze:
l’apparenza, ossia l’inevitabilità dell’interdipendenza
e la vacuità, priva di ogni argomentazione,
la saggezza di Buddha non potrà realizzarsi.
Quando queste saranno simultanee e non si alterneranno,
la conoscenza perfetta oblierà il modo errato di percepire le cose
attraverso l’infallibile legge dell’interdipendenza,
e così in quel momento il discernimento della via sarà completo.
Quando sarai consapevole che l’apparenza elimina l’estremo dell’esistenza
mentre la vacuità rimuove l’estremo della non esistenza, [3]
e quando comprenderai che la vacuità appare come causa ed effetto
non sarai più sopraffatto da visioni scorrette.
Nel momento in cui avrai realizzato i punti essenziali dei tre aspetti fondamentali del sentiero,
dimora in solitudine, genera il potere dell’entusiasmo
e raggiungi la tua meta, figliuolo!
note:
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Secondo Ngulchu Dharmabhadra i quattro fiumi del samsara si riferiscono sia alle sofferenze dell’esistenza: nascita, vecchiaia, malattia e morte sia ai “quattro fiumi del samsara” come definito nella letteratura dell’Abhidharma: ignoranza, punto di vista, divenire e brama.
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Sofferenza della sofferenza, sofferenza del cambiamento e sofferenza onnipresente.
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E’ comunemente riconosciuto nella filosofia buddhista che le cose sorgono, appaiano. Questa concezione elimina sia l’estremo del nichilismo sia un credo sulla completa non esistenza di tutte le cose, mentre dall’altra parte il concetto di vacuità elimina l’estremo dell’eternalismo e la credenza che tutte le cose abbiano una realtà intrinseca. Tsonkhapa in questo testo va oltre e afferma che il fatto che le cose appaiono elimina l’estremo di considerare le cose come veramente esistenti, perché per apparire non possono avere un’esistenza inerente. Inoltre, il fatto che le cose siano vuote elimina la concezione della non esistenza, poiché è solo perché le cose sono vuote che possono apparire.
Con l'auspicio di pace e guarigione per tutti,
24 novembre 2024
Dall'affanno terreno alla serenità spirituale
«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».
(Matteo 6,25-34)
"E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?"
Questa domanda, posta con una semplicità disarmante, ci mette di fronte alla nostra fragilità e alla grandezza di ciò che trascende l’umano. In un mondo sempre più orientato al controllo e alla performance, queste parole squarciano l’illusione che la nostra volontà sia onnipotente, rivelando invece una verità più profonda: non siamo padroni del nostro destino. Per quanto possiamo sforzarci, impegnarci, accumulare conoscenze e strategie, rimaniamo creature limitate, intrecciate a un disegno più grande che non possiamo dominare. Eppure, in questa consapevolezza non c’è condanna, ma una promessa di liberazione.
L’uomo, nella sua superbia, ha sempre cercato di imporsi sulla natura e sulla vita stessa, convinto che la tecnologia, la scienza o la pura determinazione possano rispondere a ogni domanda e risolvere ogni problema. Questa mentalità, apparentemente pragmatica e rassicurante, nasconde un inganno sottile, ovvero l’idea che siamo sufficienti a noi stessi. Tuttavia, anche le conquiste più straordinarie non possono cambiare il fatto che la vita è un dono fragile e misterioso. Nessun farmaco, nessuna dieta, nessun esercizio può garantire di aggiungere anche un solo istante al tempo che ci è concesso. Ogni nostro respiro è un miracolo che non ci appartiene, e riconoscere questo fatto ci aiuta a liberarci dall'ansia di dover controllare tutto.
Questa ansia di controllo, che permea le nostre vite, nasce dall’ignoranza. Di solito, chi cerca di darsi da fare esclamando che «Tutto dipende da noi» dimentica che, specularmente, «Noi dipendiamo da tutto». L'io non esiste se non nella relazione con tutto il resto del creato. Nel buddismo questo è espresso dai concetti di Anātman (non-sé), Śūnyatā (vacuità) e Pratītyasamutpāda (origine dipendente). Ignorare questa realtà è una forma di cecità che ci impedisce di vedere il quadro più grande, ovvero l'esistenza di forze invisibili e interconnesse che regolano l’universo. In ogni cosa che esiste si manifesta un ordine superiore, una sapienza divina che sfugge alla nostra comprensione, ma non per questo è meno reale. Pensare che tutto dipenda esclusivamente dai nostri sforzi significa vivere in una gabbia mentale fatta di limiti autoimposti. Riconoscere invece che esistono cause e condizioni che vanno oltre noi stessi non è una resa, ma un atto di umiltà che ci permette di entrare in armonia con la realtà.
Affidarsi all’Amore divino non significa rinunciare ad agire, ma agire con una nuova consapevolezza. È un modo per liberarsi dall’affanno e dall’ossessione di ottenere risultati a ogni costo. Questa fiducia ci restituisce la libertà di vivere nel presente, di accogliere ciò che ci viene donato senza angosciarci per ciò che non possiamo avere. È un invito a smettere di guardare alla vita come a un campo di battaglia e iniziare a vederla come un giardino in cui tutto cresce secondo un ordine perfetto, anche quando noi non riusciamo a comprenderlo.
Questo atteggiamento non è esclusivo del cristianesimo, ma trova eco in molte tradizioni spirituali. Il buddismo, ad esempio, insegna l’importanza del distacco e della consapevolezza del momento presente. La meditazione sul respiro, così semplice e profonda, è un promemoria della transitorietà di ogni cosa e della necessità di abbracciare la vita così com’è, senza volerla modificare o controllare a tutti i costi. Nel Taoismo, l’insegnamento del "wu wei", il non-agire, invita a vivere in accordo con il flusso naturale delle cose, senza forzature, senza resistenze. Anche l’Islam, con il concetto di "Inshallah", ci ricorda che ogni cosa avviene se e quando Dio vuole, e che la nostra esistenza trova senso solo nella sottomissione fiduciosa alla volontà divina. Queste prospettive, pur provenendo da culture e contesti diversi, convergono nel sottolineare la necessità di abbandonare l’ego e di accogliere la vita con umiltà e gratitudine.
Quando ci affidiamo a questa fiducia, cambia anche il modo in cui percepiamo la nostra esistenza. Non siamo più individui separati, in lotta per affermarci, ma parte di un disegno universale che ci chiama a essere strumenti dell’Amore divino. Ogni nostra azione, per quanto piccola, diventa significativa quando è vissuta in sintonia con questa chiamata. Non siamo qui per accumulare beni materiali o per cercare la gloria personale, ma per partecipare a un’opera più grande, per essere canali attraverso cui il divino si manifesta nel mondo. Questo non significa rinunciare ai propri desideri o alle proprie passioni, ma viverli con la consapevolezza che sono mezzi e non fini, sono strumenti per crescere.
La paura della morte, che tanto condiziona la nostra esistenza, si dissolve quando comprendiamo che la vita non si esaurisce con il corpo fisico. Siamo parte di un flusso eterno, di un Amore che ci ha creati e che continuerà a guidarci attraverso le epoche e le esistenze. Ogni momento della nostra vita è un’opportunità per avvicinarci a questa realtà, per lasciare che il divino agisca attraverso di noi, per imparare a essere sempre più strumenti di amore, pace e compassione.
Questa prospettiva non solo dà senso alla nostra vita, ma ci libera da un peso insopportabile, quello di dover essere sempre perfetti, sempre performanti, sempre vincenti. Ci invita a vivere con leggerezza, a confidare nel fatto che ciò che è veramente necessario ci sarà dato. È un invito a guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo, a imparare da loro la bellezza dell’abbandono e della fiducia. E quando smettiamo di preoccuparci di aggiungere ore alla nostra vita, scopriamo che la vita stessa diventa più piena, più ricca, più vera. Non perché abbiamo fatto di più, ma perché abbiamo imparato ad accogliere di più. E in questo accoglimento, troviamo la pace che il nostro cuore ha sempre cercato.
Dedico questo mio quadro a Madre Natura, agli "uccelli del cielo" e ai "gigli del campo" del Vangelo succitato e alla pace che la ricerca dell'armonia con il Tutto può darci:
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(November 22, 2024, go to my art gallery)