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Filosofia

Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.703 articoli, per un totale di 1.620.561 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 22 ottobre 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.

Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

«Tutto è dolore»: il discernimento nello yoga di Patañjali

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Una gioia può essere pienamente reale. Un incontro atteso, una musica che commuove, la conclusione di un lavoro difficile possono farci stare bene senza che quell’esperienza contenga, nella sua sensazione immediata, qualcosa di doloroso. È proprio questa evidenza a rendere sconcertante una celebre affermazione dello Yogasūtra: «Tutto è dolore per colui che discrimina». Se conosciamo anche il piacere, perché una maggiore comprensione dovrebbe portarci a riconoscere dolore dappertutto?

Per rispondere bisogna seguire il ragionamento che sostiene la frase. Il suo oggetto è ciò che lo yoga considera l’esperienza condizionata, ovvero quanto viviamo attraverso il corpo e la mente, che dipende da determinate condizioni ed è soggetto al cambiamento. La ricerca di sicurezza e appagamento in queste esperienze rende particolarmente visibile il problema. Il discernimento riconosce i processi che ci vincolano anche quando sono accompagnati da piacere. L’affermazione acquista il suo significato nella ricerca di una libertà capace di interromperli.

Il contesto di una frase radicale

Lo Yogasūtra, attribuito a Patañjali, è un’opera in sanscrito articolata in quattro capitoli. La parola sūtra significa «filo» e indica una formulazione estremamente concisa, che concentra un insegnamento in poche parole. Per comprenderla sono essenziali le spiegazioni della tradizione. Lo yoga classico di Patañjali è una determinata concezione della mente, della coscienza e della liberazione, all’interno del più vasto e variegato mondo dello yoga. [1]

La frase compare nel secondo capitolo, al sūtra 15, abitualmente indicato come II.15 [2]. Isolata, sembra una sentenza priva di spiegazione. Il testo completo presenta invece le ragioni del giudizio. In una possibile resa italiana:

«Per colui che discerne tutto è dolore, per le sofferenze di trasformazione, afflizione e impressioni latenti e il conflitto fra le attività delle qualità naturali».

Manteniamo visibile anche il testo in sanscrito, perché commenteremo alcuni termini:

pariṇāmatāpasaṃskāraduḥkhair guṇavṛttivirodhāc ca duḥkham eva sarvaṃ vivekinaḥ

La trasformazione (pariṇāma), l’afflizione (tāpa), le impressioni latenti (saṃskāra) e il contrasto tra le qualità della natura (guṇa-vṛtti-virodha) sono dunque i quattro elementi da comprendere. «Tutto è dolore» è la conclusione di questa analisi. L’espressione «per colui che discerne» indica il punto di vista dal quale quei legami diventano riconoscibili.

Il piacere e la condizione in cui lo sperimentiamo

La parola sanscrita tradotta con «dolore» è duḥkha. In questo passo, per comprenderne la portata, occorre considerare sia la sofferenza avvertita sia il carattere vincolante dell’esperienza. Una situazione può darci piacere e, contemporaneamente, mantenerci coinvolti nelle condizioni che producono sofferenza. È questo rapporto che l’affermazione chiede di esaminare.

Il testo riconosce espressamente la differenza tra esperienze piacevoli e dolorose. Nel sūtra II.14 [3], immediatamente precedente, distingue infatti i diversi frutti delle azioni. Vācaspati Miśra prende sul serio l’obiezione: il carattere piacevole di un’esperienza non può essere cancellato semplicemente opponendogli un ragionamento o l’autorità di una dottrina. Il problema consiste nel comprendere perché anche ciò che viene vissuto come piacevole debba essere superato da chi cerca la liberazione.

Si possono distinguere, allora, due domande. La prima riguarda ciò che sentiamo: questa esperienza è piacevole? La seconda riguarda il rapporto che intratteniamo con essa: ci rende liberi oppure ci lega a condizioni che dobbiamo continuamente ricostituire e difendere?

Un riconoscimento professionale, per esempio, può procurare una soddisfazione autentica. Se però il nostro valore personale dipende da quel riconoscimento, la soddisfazione si accompagna alla necessità di conservarlo, ripeterlo e proteggerlo dai giudizi altrui. Lo stesso evento che ci rassicura può rafforzare il bisogno di essere rassicurati.

Questa distinzione permette di avvicinarsi al significato del sūtra. Tuttavia, la formula classica conserva una forza maggiore di «ogni piacere comporta qualche rischio». Colui che discerne riconosce nell’esperienza condizionata un vincolo che persiste anche nelle sue forme favorevoli. Chiamarlo soltanto «insoddisfazione» può aiutare il lettore moderno, purché non si perda di vista questa radicalità.

La trasformazione: anche ciò che soddisfa modifica il desiderio

Il primo termine è pariṇāma, «trasformazione». Tutto ciò che sperimentiamo dipende da condizioni: il corpo, l’attenzione, la situazione, la presenza di altre persone. Anche quando l’oggetto rimane apparentemente identico, il nostro rapporto con esso può cambiare. Un’attività desiderata può diventare abituale; ciò che prima bastava può cominciare a sembrarci insufficiente.

Una prima conseguenza è evidente: nessun piacere particolare può garantire da sé la propria permanenza. Ma il cambiamento riguarda anche chi gode. Il sūtra II.7 permette di cogliere un aspetto di questo problema: il piacere conosciuto alimenta l’attaccamento alle condizioni che lo producono. La soddisfazione ottenuta può trasformarsi nel bisogno di riottenerla. Il commento dello Yoga Institute richiama, a sua volta, il mutamento e la persistenza dei ricordi piacevoli come ragioni per mettere in discussione l’aspettativa di una felicità continuamente riproducibile. [4] [5]

Consideriamo ancora il riconoscimento. Prima di riceverlo, immaginiamo che ci farà sentire finalmente all’altezza. Una volta ottenuto, può diventare il nuovo livello minimo da mantenere. Il successo ha risolto un’attesa e, nello stesso tempo, ha modificato la misura delle attese successive. La meta raggiunta diventa il punto dal quale ricomincia la ricerca.

Questo esempio illustra una possibilità concreta, senza pretendere di descrivere ogni soddisfazione umana. Fa vedere però perché sarebbe riduttivo tradurre l’argomento con «le cose belle finiscono». Il problema riguarda anche ciò che il loro conseguimento produce: mutano le aspettative, si consolidano le preferenze, nasce una nuova dipendenza dalle condizioni che hanno dato piacere.

La trasformazione è quindi qualcosa che opera già nell’esperienza presente. Chi discerne osserva insieme il beneficio immediato e il modo in cui quel beneficio può modificare la sua futura ricerca di benessere.

L’afflizione: il tormento del procurarsi e del difendere

Tāpa indica l’afflizione, il tormento, l’ardore che consuma. La traduzione «ansia» ne esprime un aspetto, ma è troppo stretta se fa pensare soltanto alla paura che una gioia finisca. Nel commento classico il termine comprende il dolore che alimenta avversione e le conseguenze delle azioni con cui si cerca il piacere e si respinge ciò che fa soffrire. L’ansia di conservare una condizione favorevole è una manifestazione di questo tormento. [2]

Nei sūtra II.7 e II.8 questo dinamismo prende due nomi. Rāga è l’attaccamento al piacere e ai mezzi per procurarselo; dveṣa è l’avversione al dolore e a ciò che lo provoca. Il ricordo delle esperienze precedenti alimenta entrambe le tendenze. Si torna verso ciò che ha soddisfatto e ci si oppone a ciò che ha ferito. [4] [6]

Da qui può nascere un’esistenza costantemente impegnata a sorvegliare le proprie fonti di sicurezza. Cerchiamo approvazione e temiamo la critica; desideriamo conservare un vantaggio e avvertiamo come minaccia chi potrebbe sottrarcelo. Il piacere ottenuto rimane inserito in questa attività di conquista e protezione.

La questione filosofica riguarda il prezzo di tale dipendenza. Se per stare bene devo assicurarmi che persone, cose e circostanze continuino a comportarsi in un determinato modo, il mio benessere resta affidato a qualcosa che posso controllare soltanto in parte. Anche durante una fase favorevole permane il compito di difenderla. Il discernimento rende visibile questa afflizione, compresa quella che l’entusiasmo del momento può lasciare sullo sfondo.

Le impressioni latenti: l’esperienza continua dopo essere finita

Il terzo termine, saṃskāra, indica una traccia o disposizione latente lasciata dall’esperienza. «Latente» significa che può continuare ad agire anche quando non la ricordiamo consapevolmente. Una preferenza, una reazione abituale o un impulso possono essere riattivati dalle circostanze prima che ci soffermiamo a esaminarli. Nella concezione classica della mente, le esperienze alimentano queste disposizioni e le disposizioni contribuiscono a orientare le esperienze successive. [1]

Il ricordo piacevole, per esempio, contiene più di un’informazione sul passato. Può presentare una richiesta: tornare là, ritrovare quella situazione, suscitare ancora la stessa risposta. Chi ha ricevuto approvazione può cominciare a cercare occasioni per ottenerne altra. Una volta riconosciuto il nesso tra un comportamento e una gratificazione, quel comportamento diventa più disponibile, più spontaneo, talvolta più difficile da mettere in discussione.

Si forma così una continuità: l’esperienza lascia una disposizione; la disposizione orienta il desiderio; il desiderio muove l’azione; l’azione prepara un’altra esperienza. La soddisfazione momentanea può essere uno dei passaggi attraverso cui la ricerca si perpetua.

Per Patañjali questo processo appartiene anche alla dottrina del karma: le azioni producono conseguenze che maturano nell’esperienza. Il sūtra II.12 colloca tali conseguenze sia nella vita presente sia nelle rinascite. L’orizzonte del testo è dunque più ampio di una teoria delle abitudini personali. Comprende la continuità dell’esistenza condizionata attraverso più vite. [7]

La spiegazione psicologica offre quindi un accesso al problema, ma la dottrina classica delle rinascite gli attribuisce una portata ulteriore.

I guṇa: perché anche la serenità rimane instabile

La quarta ragione è la meno familiare e una delle più importanti. Il sūtra parla del contrasto tra le attività dei guṇa. Il termine indica i costituenti o le qualità fondamentali della natura. Per presentarli è necessario introdurre prakṛti, la natura intesa come l’intero ambito dei processi materiali e mentali. In questa concezione anche la mente appartiene alla natura: pensieri, emozioni e capacità di comprendere sono realtà che si trasformano.

I tre guṇa sono:

  • Sattva: luminosità e chiarezza, che nella mente si esprimono come lucidità e quiete.
  • Rajas: attività e movimento, che possono manifestarsi come slancio, agitazione e ricerca.
  • Tamas: inerzia e resistenza, che nella vita mentale possono assumere la forma di torpore e oscuramento.

Secondo questa teoria, i tre costituenti cooperano, ma le loro tendenze possono anche ostacolarsi e prevalere a turno. L’agitazione può disturbare la lucidità; il torpore può indebolire l’attenzione. Il commento a II.18 precisa che ciascun fattore conserva la propria attività anche quando un altro domina. Ogni stato mentale dipende così da un equilibrio mutevole, nel quale la prevalenza della quiete lascia operanti anche tendenze capaci di perturbarla. [8]

Si comprende così perché la questione non riguardi soltanto le conseguenze future del piacere. La serenità stessa, quando è uno stato della mente, dipende da una certa configurazione di processi. L’equilibrio raggiunto continua a essere un equilibrio di fattori attivi e mutevoli. L’agitazione e l’inerzia possono essere attenuate senza essere state definitivamente superate.

In termini vicini alla nostra esperienza, sentirsi tranquilli oggi non equivale a possedere una tranquillità sottratta a ogni possibile turbamento. La quiete può dipendere dal riposo, dalle circostanze, dall’assenza momentanea di conflitti e dalla disposizione con cui guardiamo le cose. È possibile coltivarla e renderla più stabile; rimane comunque necessario distinguere il miglioramento di uno stato dalla libertà rispetto al suo mutare.

Questo è il punto filosofico della teoria dei guṇa: il piacere e la serenità condizionati appartengono alla medesima natura dinamica nella quale sorgono agitazione e sofferenza. Colui che discerne considera anche questa struttura, oltre agli eventi che potrebbero interrompere una situazione favorevole.

Il discernimento: distinguere la coscienza da ciò che cambia

Possiamo ora comprendere meglio la parola decisiva. Viveka significa discernimento, capacità di distinguere; vivekinaḥ, la forma presente nel sūtra, indica «per chi possiede discernimento». Nel contesto dello yoga classico questa capacità culmina in una distinzione precisa: quella tra la coscienza e i contenuti mutevoli che essa conosce.

Il principio cosciente è chiamato puruṣa. Per chiarire la distinzione, il testo attribuisce alla mente i pensieri, le emozioni, i ricordi e il senso abituale dell’io; chiama puruṣa la coscienza alla quale questi contenuti si manifestano. Anche il pensiero «io sono fatto così» è dunque qualcosa che viene conosciuto. Nel sūtra II.20 l’osservatore viene caratterizzato come pura capacità di vedere; il commento ne precisa la differenza rispetto all’attività mentale mutevole. [9]

Per avvicinarci a questa distinzione possiamo considerare un’esperienza comune. Si presenta un pensiero di inadeguatezza e noi diciamo: «Sono inadeguato». Un giudizio che compare nella mente viene assunto come definizione di ciò che siamo. Analogamente, un momento di successo può trasformarsi nella certezza di essere finalmente qualcuno, e un insuccesso nella sensazione di aver perso se stessi.

L’esempio mostra il peso dell’identificazione. La dottrina classica va più lontano e afferma che la coscienza ha una natura distinta da tutti questi stati. Nel sūtra II.17 la causa del dolore da eliminare è individuata nella congiunzione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Il commento spiega come le alterazioni della mente siano riferite al principio cosciente, che appare coinvolto nel loro mutamento. [10]

Alla radice di questa confusione si trova avidyā, abitualmente tradotta «ignoranza». Qui significa un fraintendimento attivo della realtà: prendere il transitorio per permanente e attribuire al proprio essere ciò che appartiene all’esperienza mutevole. Il sūtra II.5 presenta l’ignoranza attraverso una serie di simili scambi. Il problema riguarda quindi il modo in cui conosciamo e ci identifichiamo, anche quando possediamo molte informazioni. [11]

Il discernimento riconosce che piacere, paura, orgoglio e delusione sono stati conosciuti e mutevoli. Finché chiediamo a essi di definire ciò che siamo e di assicurarci stabilità, il loro alternarsi decide continuamente del nostro rapporto con noi stessi. La ricerca della liberazione nasce dalla possibilità, affermata da questa filosofia, di sciogliere tale identificazione.

Lo sguardo di chi ha discernimento

La precisazione contenuta nella frase ha dunque un significato preciso. Chi è assorbito dal conseguimento di una soddisfazione tende a valutare l’esperienza secondo il suo esito immediato. Chi ha sviluppato discernimento vede anche le condizioni del godimento, le disposizioni che esso rafforza e la confusione tra il proprio essere e ciò che accade.

Vyāsa ricorre a un’immagine efficace: una fibra di lana, quasi inavvertita sulla pelle, diventa dolorosa quando tocca l’occhio. L’analogia descrive la sensibilità di chi pratica: forme di afflizione che abitualmente passano inosservate diventano avvertibili. Il piacere può così apparire vincolante già mentre viene sperimentato. [2]

L’esempio dell’approvazione rende visibile una dipendenza facile da riconoscere. La tesi classica comprende però anche i piaceri vissuti senza un attaccamento evidente. Finché appartengono alla mente e ai suoi mutamenti, rimangono parte della natura descritta attraverso i guṇa. Per colui che discerne il vincolo riguarda quindi l’intera condizione dell’esperienza, anche quando una singola soddisfazione non produce un tormento riconoscibile.

Questo «per» indica una conoscenza maturata, con un oggetto e delle ragioni. Per il lettore resta essenziale poter esaminare entrambi. Se ci si limitasse a sostenere che chiunque dissenta manca di discernimento, si renderebbe la tesi impermeabile alla discussione. La spiegazione filosofica deve mostrare quali nessi il discernimento riconosce, perché li giudica dolorosi e quale libertà ritiene possibile.

La premessa radicale: il criterio è la liberazione

Rimane un’obiezione legittima: un’esperienza transitoria può avere valore proprio così com’è. Una conversazione può essere preziosa senza durare per sempre. Una giornata serena può essere apprezzata senza pretendere che elimini ogni futura difficoltà. Dal solo fatto che qualcosa finisca non segue logicamente che sia dolore.

Per comprendere la conclusione dello yoga bisogna rendere visibili le sue premesse. Il testo cerca la cessazione della soggezione alla sofferenza; riconosce nelle esperienze condizionate i processi che la riproducono; considera possibile una liberazione fondata sul riconoscimento della natura distinta della coscienza. Da questa prospettiva, anche i momenti favorevoli rimangono parte della condizione che occorre superare.

Il punto non è una contabilità nella quale si sommano i piaceri e si sottraggono i dolori per stabilire se la vita abbia un saldo positivo. Un’esistenza potrebbe contenere molte soddisfazioni e lasciare intatto il vincolo fondamentale. Aumentare la frequenza degli esiti favorevoli e sottrarsi alla dipendenza da quegli esiti sono obiettivi differenti.

«Tutto è dolore» esprime il giudizio che nasce dal secondo obiettivo. Colui che discerne vede nel piacere condizionato l’appartenenza a un processo di trasformazione, attaccamento e identificazione. Finché quel processo prosegue, anche la soddisfazione contribuisce a mantenere aperta la ricerca di un appagamento da rinnovare.

Un lettore può condividere l’analisi di alcune dipendenze e discutere la concezione della coscienza, la dottrina delle rinascite o l’ideale di una liberazione definitiva. Questa possibilità non impedisce di comprendere il testo. Anzi, distinguere ciò che l’esperienza ordinaria mostra dalle ulteriori tesi filosofiche che l’opera sostiene permette di leggerlo con maggiore precisione.

Ridurre tutto al consiglio di godersi le cose con moderazione attenuerebbe eccessivamente la proposta di Patañjali. Prendere la frase come una negazione di ogni gioia la renderebbe invece contraddittoria. La sua forza sta nella domanda sulla libertà: quanto rimaniamo vincolati a ciò che ci soddisfa, anche quando ci soddisfa davvero?

Il dolore futuro e la possibilità di interromperlo

Il sūtra successivo, II.16, orienta l’intera lettura: «Il dolore non ancora giunto deve essere evitato». Il commento distingue la sofferenza già trascorsa da quella di cui si possono ancora rimuovere le condizioni. L’analisi del dolore apre così un compito pratico: riconoscere ciò che continua a produrlo e intervenire sulle sue cause. [12]

La conoscenza richiesta dal cammino deve diventare stabile. Nel sūtra II.26 il discernimento stabile e non vacillante è indicato come mezzo della liberazione. Vācaspati Miśra precisa che una comprensione soltanto verbale o argomentativa può lasciare intatte le tendenze abituali: ciò che si è compreso va maturato attraverso un’attenzione continuata. [13]

È facile riconoscere, anche nella vita quotidiana, la distanza tra sapere qualcosa e vivere secondo ciò che si sa. Possiamo comprendere che l’approvazione altrui non garantisce il nostro valore e continuare a inseguirla. Possiamo riconoscere che una preoccupazione è ripetitiva e tuttavia ricaderci. Per questo una teoria del vincolo deve accompagnarsi a una trasformazione delle disposizioni che lo sostengono.

Il sūtra II.28 collega il maturare del discernimento alla pratica delle componenti dello yoga. La conoscenza si chiarisce mentre si attenuano gli ostacoli che la disturbano. Il percorso riguarda dunque l’intero modo di vivere e di coltivare la mente, fino a rendere effettiva la distinzione che era stata dapprima soltanto compresa. [14]

Anche la felicità trova posto in questo cammino. Il sūtra II.42 attribuisce al santoṣa, l’appagamento o contentezza, una felicità eminente. La quiete che cresce quando si attenua la sete di possesso ha quindi un valore positivo. Occorre distinguere questa condizione favorevole della mente dalla liberazione definitiva: la prima riguarda il modo in cui stiamo; la seconda il superamento dell’identificazione con gli stati mentali. [15]

La meta finale è chiamata kaivalya, termine che indica l’indipendenza del principio cosciente. L’ultimo sūtra dell’opera, IV.34, la descrive come il riassorbimento dei costituenti della natura, cioè il loro ritorno allo stato latente, una volta esaurita la loro funzione per il principio cosciente liberato. Dal versante della coscienza, la stessa meta è descritta come lo stabilirsi di quest’ultima nella propria natura. È a questa libertà che guarda il giudizio sull’esperienza condizionata. [16]

Per chi discerne, dunque, anche il piacere rivela il rapporto tra soddisfazione e dipendenza. La sua realtà sensibile rimane riconoscibile, insieme alla sua insufficienza come liberazione. La frase di Patañjali invita a esaminare proprio questo intreccio: i modi in cui cerchiamo sollievo possono continuare a produrre il bisogno di sollievo. Vederli con chiarezza costituisce, per lo yoga, l’inizio della possibilità di interromperli.

(18 ottobre 2026)

Epicuro: il piacere di avere poco e qualcuno con cui condividerlo

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Il piacere della presenza (Francesco Galgani's art, 1 settembre 2026)
(Il piacere della presenza, 1 settembre 2026, vai alla mia galleria)

La parola “epicureo” ha avuto una sorte curiosa. Nel linguaggio comune indica spesso il raffinato cultore dei piaceri: vini scelti, cibi ricercati, sensualità, lusso misurato ma continuo. Eppure questa immagine ha poco a che vedere con il pensiero di Epicuro, e ripropone uno dei fraintendimenti che accompagnano da secoli la sua filosofia.

Epicuro fu certamente un filosofo del piacere. Fece anzi qualcosa di molto più radicale: sostenne che il piacere fosse il principio e il fine della vita felice. Il punto decisivo, però, è capire che cosa intendesse per piacere. Il suo edonismo è molto diverso dalla ricerca di una successione continua di sensazioni intense.

Per Epicuro, l’essere umano davvero felice non è chi riesce ad accumulare il maggior numero possibile di esperienze piacevoli. È piuttosto chi ha bisogno di poco per stare bene, non teme ciò che non può controllare e possiede relazioni nelle quali può trovare sicurezza e fiducia.

Da questo punto di vista, la tavola epicurea è quasi una rappresentazione in miniatura dell’intera filosofia del Giardino: pane, acqua e un amico possono essere più vicini alla felicità di un banchetto sontuoso.

Breve nota terminologica

Nel prosieguo di questo articolo, userò “amicizia” per tradurre il greco philia (φιλία), ma i due termini non coincidono perfettamente. Potrei usare anche la parola "amore".

Philia indica un legame di affetto, benevolenza, familiarità e fiducia reciproca e può avere un significato più ampio dell’amicizia nel senso moderno. Non è definita dal genere sessuale delle persone coinvolte: anche un rapporto affettivo e sentimentale tra una donna e un uomo può possedere la qualità della philia, nella misura in cui sia fondato sulla reciprocità, sulla cura e sulla fiducia.

È opportuno distinguere la philia dall’eros (ἔρως), che designa più propriamente il desiderio e l’attrazione amorosa o sessuale. Nell’epicureismo è soprattutto la philia — il legame stabile e affidabile — ad assumere un particolare valore filosofico, perché contribuisce alla sicurezza e alla serenità della vita.

Per riflessioni e approfondimenti su queste sfumature linguistiche, concettuali ed esistenziali, rimando a "L'amore come presenza, l'amore come scelta" e, in particolare, a "Identità e coscienza: perché il dibattito sul gender è una distrazione?", in cui discuto i termini Eros (Ἔρως), Philia (Φιλία), Agape (Ἀγάπη), Storge (Στοργή), Ludus (Λοῦδος), Pragma (Πράγμα), Philautia (Φιλαυτία), Mania (Μανία). Tutti e otto sono traducibili con "amore".

Una filosofia costruita per rendere possibile la felicità

Epicuro nacque nel 341 a.C. e fondò ad Atene, intorno al 306 a.C., la scuola destinata a essere conosciuta come il Giardino. Morì nel 270 a.C. circa. La sua non era semplicemente un’etica del piacere: era un sistema filosofico comprendente una teoria della conoscenza, una fisica atomistica, una concezione materialistica dell’anima, una riflessione sugli dèi, sulla morte, sulla società, sulla giustizia e sull’amicizia.

Tutte queste parti convergevano però verso una questione essenzialmente pratica: come può un essere umano vivere senza essere continuamente tormentato? Nella ricostruzione tradizionale dell’epicureismo, la filosofia assume così una funzione terapeutica. Fisica, teoria della conoscenza ed etica non sono compartimenti isolati, ma strumenti per sottrarre l’esistenza a paure e desideri che producono sofferenza inutile.

Epicuro non studia la natura per semplice curiosità scientifica. La conoscenza della natura serve anche a neutralizzare spiegazioni superstiziose che alimentano l’angoscia. Se un fenomeno naturale viene interpretato come manifestazione dell’ira divina, nasce il timore degli dèi; se si immagina che l’anima sopravviva indefinitamente al corpo, può nascere il terrore di una punizione ultraterrena; se si ritiene che la felicità dipenda da ricchezza, fama e potere, la vita rischia di trasformarsi nell’inseguimento di beni che non sembrano mai sufficienti.

È in questo senso che la tradizione ha sintetizzato la funzione terapeutica dell’epicureismo nel cosiddetto “quadrifarmaco”: liberarsi dal timore degli dèi, dal timore della morte, dal timore del dolore e dall’idea che la felicità sia irraggiungibile.

Atomi, dèi e morte

La fisica epicurea riprende e modifica l’atomismo antico, in particolare quello di Democrito: la realtà è costituita fondamentalmente da corpi materiali e vuoto. Anche l’anima è corporea e dipende dall’organizzazione del corpo. Con la dissoluzione dell’organismo viene meno anche la capacità di sentire.

Da qui nasce uno degli argomenti più celebri di Epicuro: la morte non è nulla per noi. Nella Lettera a Meneceo, conservata da Diogene Laerzio, il ragionamento è lineare: bene e male presuppongono sensazione; la morte comporta invece la cessazione della sensazione. Finché esiste la coscienza, la morte non è presente; quando la morte è presente, non esiste più il soggetto che potrebbe sperimentarla.

Non si tratta soltanto di una teoria sulla morte, ma di una terapia contro la paura della morte.

Un ragionamento analogo riguarda gli dèi. Epicuro non li tratta semplicemente come inesistenti: sostiene piuttosto che esseri autenticamente beati e immortali non possano essere immaginati come potenze colleriche impegnate a sorvegliare le controversie umane e a distribuire premi e castighi. Attribuire loro ira, gelosia e desiderio di vendetta significa proiettare sul divino proprio quelle passioni da cui la saggezza dovrebbe liberarci.

Si riconosce qui un metodo che riapparirà anche nella riflessione sul cibo: eliminare bisogni e paure immaginarie per ridurre la dipendenza da ciò che non è realmente necessario.

Che cosa significa veramente “piacere”

Epicuro è un edonista: il piacere è il bene fondamentale e il dolore il male fondamentale. Da questa premessa, tuttavia, non deriva che ogni piacere debba essere ricercato.

La Lettera a Meneceo insiste sul fatto che alcuni piaceri producono conseguenze dolorose, mentre alcune sofferenze possono essere accettate quando conducono a un bene maggiore. La saggezza consiste quindi in una valutazione delle conseguenze, dei costi, delle dipendenze che si creano e della tranquillità futura.

Il piacere epicureo non coincide, dunque, con la sola intensità sensoriale. Il suo punto culminante è una condizione di equilibrio: il corpo non è tormentato dal dolore e l’animo non è agitato dalla paura. La tradizione epicurea descrive questi due aspetti attraverso i concetti di aponia, assenza di dolore corporeo, e atarassia, assenza di turbamento.

Questo cambia profondamente il significato dell’edonismo. Se la felicità dipendesse dall’intensità dei piaceri, una cena più raffinata sarebbe necessariamente migliore di una cena semplice. Se invece la felicità consiste soprattutto nell’eliminazione della sofferenza e della perturbazione, una volta saziata la fame il lusso non aumenta indefinitamente il piacere: ne varia la forma, senza spostarne indefinitamente il limite.

Le Massime capitali formulano precisamente questa idea: la grandezza del piacere raggiunge il proprio limite quando viene eliminato il dolore prodotto dal bisogno.

Possiamo sintetizzare così una delle intuizioni più caratteristiche di Epicuro: la natura possiede un punto di sufficienza; il desiderio umano, invece, può essere reso infinito dall’immaginazione.

Il problema non è il desiderio: sono i desideri senza limite

Per orientarsi fra i bisogni, Epicuro distingue diversi generi di desiderio. Alcuni sono naturali e necessari; altri sono naturali ma non necessari; altri ancora sono desideri vani, prodotti da opinioni e convenzioni che non possiedono un limite naturale. La distinzione è illustrata anche nelle ricostruzioni dell’etica epicurea.

Su questo tema, suggerisco un confronto con l'articolo di Giulio Ripa: Il declino dell'umanità... nel pozzo dei desideri infiniti.

La sete è l’esempio più semplice di desiderio naturale e necessario. Il corpo segnala una mancanza reale e il bere la elimina. Esiste quindi un punto nel quale il bisogno termina.

Si può però desiderare anche una bevanda particolarmente pregiata. Il piacere che ne deriva può essere perfettamente legittimo; semplicemente, non è necessario alla soppressione della sete.

Completamente diverso è il desiderio di possedere la bevanda più prestigiosa di tutte, di essere riconosciuti come conoscitori raffinati o di disporre sempre di qualcosa che altri non possono permettersi. Qui il desiderio non possiede più un punto naturale di arresto.

Ci sarà sempre qualcosa di più raro, un patrimonio maggiore, una casa più grande, un rango superiore, un riconoscimento sociale ulteriore. La ricchezza richiesta dalla natura è limitata; quella richiesta dalle opinioni vane tende invece all’infinito. La filosofia epicurea cerca quindi di restituire un confine ai desideri.

Il cibo è uno dei laboratori più immediati in cui questa disciplina può essere esercitata.

Pane e acqua: perché Epicuro valorizza il cibo semplice

Nella Lettera a Meneceo, Epicuro porta l’argomento direttamente sul terreno alimentare. Un pasto semplice può procurare un piacere pieno quando ha eliminato la sofferenza derivante dalla fame; pane e acqua acquistano un valore particolare quando rispondono a un bisogno reale. Abituarsi a un’alimentazione semplice rende inoltre più autonomi, più preparati alle difficoltà e meno impauriti dai rovesci della fortuna.

Diogene Laerzio, principale fonte biografica antica su Epicuro, descrive una vita estremamente sobria e conserva lettere e testimonianze in cui ricorrono pane, acqua e una grande moderazione nel consumo di vino. Il libro X delle sue Vite dei filosofi resta per questo una fonte essenziale.

Questa semplicità non va però confusa con una condanna ascetica del piacere. Epicuro non considera moralmente sospetto il buon cibo, né attribuisce valore alla privazione in quanto privazione.

La differenza è fondamentale. La rinuncia può assumere, in alcune tradizioni, il valore di mortificazione del desiderio corporeo. Nell’epicureismo, invece, l’abitudine al poco ha soprattutto una funzione di libertà: rende possibile godere senza dipendere dal molto.

Chi riesce a essere soddisfatto da un pasto semplice può apprezzare anche un banchetto senza trasformarlo in una condizione della propria felicità. Chi può stare bene soltanto a condizione di disporre del banchetto è invece, dal punto di vista epicureo, più vulnerabile alla fortuna.

Il lusso, quindi, non viene necessariamente proibito. Viene ridimensionato. È possibile goderne senza consegnargli il controllo della propria serenità.

L’errore del “buongustaio epicureo”

È qui che l’immagine moderna dell’“epicureo” come buongustaio si capovolge.

Epicuro precisa nella Lettera a Meneceo che, quando parla del piacere come fine della vita, non intende una successione interminabile di banchetti, bevute e prelibatezze. La vita piacevole deriva piuttosto dal ragionamento sobrio che distingue quali desideri soddisfare e quali abbandonare, liberando l’animo dalle credenze che lo agitano.

Ciò non significa che il sapore sia irrilevante. L’epicureismo riconosce pienamente il piacere dei sensi. Rifiuta però di trasformarlo in una necessità psicologica.

La distinzione è sottile ma decisiva: godere di qualcosa e averne bisogno non sono la stessa cosa.

Si può apprezzare una cena straordinaria senza ritenere fallita una vita nella quale le cene straordinarie siano rare. Si può apprezzare un vino senza costruire attorno al vino il criterio della propria felicità. Si può assaporare il lusso senza diventarne dipendenti.

L’ideale epicureo non è l’insensibilità. È la capacità di conservare il piacere eliminando la schiavitù dal piacere.

Perché mangiare in compagnia?

A questo punto compare un aspetto ancora più interessante della filosofia epicurea. Epicuro è molto più disposto a relativizzare il valore di un alimento raffinato che quello di un amico.

La testimonianza più suggestiva ci arriva da Seneca, autore stoico che nelle Lettere a Lucilio, XIX, 10 cita una massima attribuita a Epicuro. Il senso può essere reso così: prima di considerare che cosa si mangia e si beve, occorre considerare con chi si mangia e si beve. Seneca aggiunge l’immagine del pasto consumato senza un amico come vita da leoni o da lupi. Un approfondimento italiano sul contesto conviviale antico e su questa stessa testimonianza è disponibile anche nell’articolo “Inviti a cena nel mondo antico, da Epicuro a Marziale”.

La formulazione è sorprendentemente forte perché rovescia l’ordine delle priorità: prima il “chi”, poi il “che cosa”.

È importante, tuttavia, mantenere la precisione filologica. Non possediamo qui un testo epicureo conservato direttamente: la frase è tramandata da Seneca come citazione di Epicuro. È quindi corretto presentarla come testimonianza indiretta, per quanto particolarmente significativa.

Il pasto soddisfa due dimensioni differenti dell’esistenza. Il cibo elimina una necessità corporea, la fame. L’amicizia risponde invece a un bisogno più ampio di sicurezza, fiducia, reciprocità e condivisione della vita.

Per questo una pietanza sofisticata può essere sostituita da una più semplice, mentre un vero amico non è intercambiabile con un convitato qualsiasi.

Non qualsiasi compagnia: l’amico

Se prendiamo sul serio la testimonianza di Seneca, l’epicureismo non si limita ad affermare che sia piacevole mangiare in compagnia. Sottolinea qualcosa di più selettivo: conta con chi si condivide il pasto.

La distinzione è decisiva perché Epicuro attribuisce all’amicizia, la philia, un valore eccezionale. Le fonti epicuree la presentano come uno dei beni più importanti per una vita felice. Gli amici offrono sicurezza e aiuto reciproco, ma l’esperienza dell’amicizia sembra anche superare il puro calcolo dell’utilità.

Proprio questo rapporto fra utilità e valore intrinseco dell’amicizia costituisce uno dei temi più interessanti nell’interpretazione dell’epicureismo. La ricostruzione di Treccani osserva che gli epicurei concepiscono l’amicizia come scambio reciproco di aiuti e piaceri fra persone che, al tempo stesso, si stimano l’una con l’altra per ciò che sono.

L’elemento decisivo è la fiducia. Diogene Laerzio riferisce inoltre che Epicuro non approvava l’obbligo di mettere ogni bene materialmente in comune: imporre una comunanza assoluta avrebbe potuto indicare proprio la mancanza della fiducia su cui una vera amicizia dovrebbe fondarsi.

Il vero amico è, in questa prospettiva, qualcuno davanti al quale la sorveglianza può diminuire. E questo si accorda perfettamente con l’ideale dell’atarassia.

Il Giardino: la filosofia come forma di vita

Il luogo stesso in cui Epicuro insegnava aiuta a comprendere il ruolo della convivialità. Il Giardino epicureo non fu soltanto una scuola nel senso moderno del termine, ma anche una comunità filosofica e una forma concreta di vita relativamente appartata rispetto alle competizioni politiche e sociali della città.

Le fonti descrivono Epicuro circondato da discepoli e amici. Alla sua morte lasciò disposizioni affinché la comunità continuasse a esistere e stabilì commemorazioni periodiche legate alla scuola e ai suoi membri. La socialità epicurea era dunque parte integrante dell’esercizio filosofico.

Questo elemento comunitario non è un dettaglio biografico. Epicuro non immagina il saggio semplicemente come un individuo autosufficiente e isolato. L’autarkeia, cioè il bastare a sé stessi, significa soprattutto ridurre la dipendenza dalle circostanze esterne e dai desideri artificiali; non implica necessariamente una vita priva di legami.

Al contrario, l’amicizia è uno dei principali strumenti attraverso cui una vita diventa più sicura e quindi più tranquilla. Gli epicurei formarono comunità nelle quali la filosofia veniva non soltanto studiata, ma praticata insieme.

Il paradosso è soltanto apparente: l’epicureismo invita ad avere bisogno di pochissime cose, ma attribuisce un valore enorme alle persone giuste.

Mangiare da soli sarebbe dunque “antiepicureo”?

Non esattamente.

Non possediamo una regola epicurea che proibisca al sapiente di mangiare da solo. Trasformare la testimonianza riportata da Seneca in un precetto alimentare rigido — secondo cui un epicureo non potrebbe mangiare in assenza di un amico — significherebbe andare oltre le fonti disponibili.

Il punto è filosofico, non rituale.

Epicuro suggerisce piuttosto una gerarchia dei beni. Se si considera la qualità complessiva della vita, appare poco razionale investire moltissima energia nella selezione del cibo e pochissima nella qualità delle persone con cui lo si condivide.

Un pasto semplice con una persona amata o fidata può contribuire alla felicità più di un pasto perfetto consumato in un ambiente ostile. E, ancora più significativamente, un tavolo pieno di persone non equivale necessariamente a una buona compagnia.

Nella lettera in cui cita Epicuro, Seneca contrappone infatti l’amico autentico ai commensali selezionati per convenienza sociale. La questione non è quindi evitare materialmente la solitudine, ma evitare una vita nella quale le relazioni siano soltanto rappresentazione, prestigio o utilità sociale.

Un banchetto affollato può essere, in senso epicureo, molto più solitario di un pezzo di pane condiviso con un solo amico.

Il piacere della memoria

C’è infine un elemento dell’epicureismo che rende ancora più profondo il rapporto fra piacere e compagnia.

Per Epicuro il piacere non coincide soltanto con la stimolazione presente. La mente può trovare piacere anche nel ricordo dei beni vissuti. La voce di Treccani dedicata a Epicuro sottolinea proprio il ruolo della memoria del piacere come risorsa capace di confortare nelle sofferenze presenti.

La testimonianza più impressionante riguarda gli ultimi giorni della vita del filosofo. Secondo Diogene Laerzio, Epicuro morì dopo una malattia estremamente dolorosa. In una lettera conservata nella Vita di Epicuro, le sofferenze fisiche vengono contrapposte alla gioia mentale derivante dal ricordo delle conversazioni filosofiche.

Qui la filosofia epicurea del piacere raggiunge una delle sue forme più radicali. Il piacere non dipende interamente da ciò che il corpo sta ricevendo nell’istante presente. Esiste anche una memoria del bene: una conversazione avuta, un’amicizia costruita, una giornata trascorsa insieme, un insegnamento condiviso.

La persona saggia accumula quindi non soltanto beni materiali, ma ricordi capaci di continuare a nutrire la vita interiore quando le circostanze diventano sfavorevoli.

Da questo punto di vista, una cena con un amico possiede un valore che supera quello delle calorie ingerite e persino quello del piacere gastronomico immediato. Diventa parte della memoria felice di una vita.

La vera ricchezza epicurea

Alla fine, la tavola permette di vedere quasi tutta la filosofia di Epicuro contemporaneamente.

C’è il corpo, che chiede di essere nutrito. C’è la natura, che pone un limite alla fame. C’è il desiderio, che può invece inventare bisogni senza fine. C’è la ragione, che distingue ciò che serve da ciò che semplicemente seduce. C’è l’autosufficienza, che rende possibile essere felici anche con poco. C’è il piacere, che non viene condannato ma liberato dall’ansia. E infine c’è l’amicizia, senza la quale anche l’autosufficienza rischierebbe di trasformarsi in isolamento.

Il buongustaio contemporaneo può domandarsi quale vino sia più adatto a una cena. L’ordine delle priorità epicureo suggerisce una domanda precedente: chi siederà a quella tavola?

Non perché il cibo sia irrilevante, ma perché la filosofia serve anche a riconoscere quali beni cambino davvero la qualità di una vita.

Il pane può eliminare la fame. Il lusso può aggiungere varietà. La fiducia di una persona amata o di un amico può invece ridurre qualcosa di molto più difficile da sopportare: l’insicurezza di affrontare l’esistenza senza legami affidabili.

Questo è forse il senso più profondo della tavola epicurea: non mangiare poco perché il piacere sia colpevole; non rifiutare il lusso perché la privazione sia virtuosa; non cercare compagnia soltanto per evitare il silenzio. Piuttosto, imparare ad avere bisogno di poco, a godere pienamente di ciò che è disponibile e a scegliere con cura le persone con cui condividerlo.

In un sistema filosofico costruito per sottrarre l’essere umano alla paura e alla dipendenza, la felicità non consiste nell’avere tutto. Consiste nel riconoscere che ciò che è davvero necessario ha un limite — e che, quando alla semplicità si accompagna un’amicizia autentica, la tavola può diventare uno dei luoghi più concreti della filosofia.

Fonti e approfondimenti

(1 settembre 2026)

Pratiche pacifiche

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Di fronte a ciò che percepiamo come un torto, un’ingiustizia, un tradimento o persino un crimine, è facile “reagire”. La reazione è un meccanismo automatico e ancestrale, spesso alimentato, nell’immediato, da emozioni istintive di rabbia, che in seguito vengono razionalizzate e giustificate come legittima difesa. Anche le bestie reagiscono, e questo ci rende uguali a loro.

Serve molto allenamento interiore per non reagire in malo modo: un allenamento sostenuto da una solida motivazione, a cominciare dalla consapevolezza che la rabbia può esplodere con conseguenze distruttive e irreparabili. È come un grande fuoco che divampa in una foresta: dopo non ci sarà più vita, e saranno necessari decenni o secoli affinché flora e fauna possano riformarsi. Lo stesso vale nei rapporti umani.

Senza addentrarci in questioni complesse come gli equilibri internazionali e le guerre regionali, possiamo osservare qualcosa di molto più piccolo e vicino: una donna e un uomo che si amano. La rabbia può portarli ad accusarsi vicendevolmente delle stesse cose, ciascuno convinto che il proprio punto di vista sia l’unico sensato e corretto. Pur senza che venga meno l’amore, la rabbia, se non viene incanalata in uno sforzo reciproco di “trasformazione” delle abitudini e dei comportamenti, può distruggere tutto.

Le cose, però, non devono necessariamente finire male. Tutto comincia dal riconoscere l’esistenza del problema, o dei problemi, partendo dalla legittimità del modo in cui il proprio partner pensa e interpreta i fatti. È tutt’altro che banale, perché significa non ascoltare soltanto il proprio dolore e le proprie delusioni, ma anche quelli dell’altra parte. Per funzionare, deve essere un ascolto libero dal giudizio, affinché non si instauri una modalità relazionale disfunzionale, del tipo up/down o genitore/bambino.

Tutto ciò, ovviamente, richiede volontà, coscienza e intelligenza da entrambe le parti, oltre a un approccio animico condiviso. È un equilibrio delicato e molto precario, e proprio per questo richiede attenzione e un costante lavoro di consolidamento.

Si tratta di trasformare le ferite, il rancore, la rabbia, le ingiustizie, i tradimenti esistenziali, le offese, le umiliazioni e le mancanze di rispetto in “pratiche pacifiche”. È come trasformare lo sterco di oggi nel concime che nutrirà la frutta e la verdura di domani. Oppure come l’acqua sporca che diventa limpida, bevibile e di buon sapore dopo essere stata filtrata, depurata e trattata con ingegno e sapienza, come avviene nei luoghi più aridi. Questo è il potere della Legge buddista di Nam-myoho-renge-kyo.

Ricordiamoci che la propria verità non è la realtà, e che solo gli stolti “hanno bisogno” di avere ragione. Dobbiamo uscire dai meccanismi infantili del tipo: “Tu mi fai questo, QUINDI io ti faccio quest’altro”. Non ha senso: quel “quindi” equivale a rinnegare il proprio libero arbitrio e, con esso, la propria umanità.

(25 agosto 2026)

Vera scienza o scientismo? Dubbio, autorità e libertà di pensiero

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In questa intervista, pubblicata il 24 agosto 2026 sul canale Spunti di Riflessione, provo a tornare a una domanda tanto semplice quanto scomoda: che cosa significa davvero fare scienza?

Il punto di partenza è la distinzione tra realtà e verità. La realtà è ciò con cui entriamo in relazione; la verità, invece, riguarda il giudizio che formuliamo sulle nostre rappresentazioni della realtà. Una distinzione importante, soprattutto quando alla parola “scienza” vengono associate certezze definitive che mal si conciliano con il metodo scientifico stesso.

Da qui la conversazione si allarga ad alcuni problemi strutturali della ricerca contemporanea: la pressione del publish or perish, gli incentivi alla pubblicazione di risultati nuovi e positivi, la crisi di riproducibilità degli studi, il ruolo dei finanziamenti, i limiti della peer review e il rapporto, non sempre semplice, tra ricerca scientifica, carriera, interessi economici e potere.

Parliamo anche di comunicazione, principio d’autorità e polarizzazione. Negli ultimi anni il richiamo a formule come “credere nella scienza” ha spesso sostituito una domanda che dovrebbe essere molto più importante: quali sono i dati, come sono stati ottenuti e in che modo possiamo mettere alla prova ciò che ci viene presentato come vero?

Il senso della riflessione non è contrapporre alla scienza qualche altra forma di fede o di certezza. Casomai, è ricordare che l’atteggiamento scientifico richiede la disponibilità a dubitare, verificare, riprovare e, quando necessario, riconoscere di essersi sbagliati.

Nella parte finale affrontiamo anche il ruolo dell'informazione — tanto quella mainstream quanto quella cosiddetta alternativa — e la facilità con cui il confronto pubblico può trasformarsi in appartenenza, delegittimazione e odio. Nessuno dovrebbe essere creduto per il semplice fatto di possedere un titolo, occupare una posizione prestigiosa o trovarsi dalla parte che sentiamo più vicina.

Cercarsi da soli la verità, studiare, verificare e conservare il diritto al dubbio: forse è proprio da qui che può ricominciare una discussione più seria sulla scienza e, più in generale, sul nostro rapporto con la conoscenza.

(24 agosto 2026)

Interviste precedenti:

La fine dell’uomo o la sua trasformazione?

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«[...] Confesso che ascoltare Stallman e vedere la società andare sempre più giù mi frustra parecchio. Come ascoltare il papa nel mezzo di un conflitto nucleare.

[...] La mia attenzione ormai si riversa tutta nel provare ad applicare ciò che so, ogni giorno, nella maniera più coerente possibile. Non è più tempo di sentirsi ribadire ciò che già sappiamo e che abbiamo saldamente dentro – è tempo di agire, e di scegliere con sempre crescente determinazione. Essendo comunque coscienti che il bene e il male saranno sempre in tutto ciò che esiste e non esiste, inscindibili.

Parlare di IA, secondo me, comincia ad assumere i connotati di un discorso sulla fine dell'uomo. Va bene, parliamo pure di morte. Forse, per quanto diciamo di accettarla, abbiamo ancora bisogno di prendervi confidenza. Il bisogno di parlare di ciò che distruggerà l'uomo, aiuterà l'uomo ad accettare meglio la sua fine? [...]»

(Alberto Scanu, 8 agosto 2026)

«Se osserviamo la nostra situazione apocalittica solo con la ragione, non abbiamo nessuna possibilità di vincere. L'IA non è solo l'espressione demoniaca dell'odio per la vita e per tutte le creature, al pari delle decine di migliaia di bombe atomiche con cui conviviamo. È anche altro: è la messa in scena delle nostre ombre, delle nostre paure, della nostra incapacità di relazionarci con noi stessi e con il prossimo.

Già i "media antisociali", che in un orwelliano ribaltamento di significato vengono declamati "social network", sono stati un insulto all'intelligenza e all'affettività, una colossale e drammatica farsa che è andata ad amplificare le nostre solitudini, i nostri malesseri, le reciproche incomprensioni. Con l'IA, questa illusione è stata elevata all'ennesima potenza, così come l'ampio repertorio delle perversioni umane. Non deve quindi stupirci che gli apprendisti stregoni, spacciati per scienziati, siano già riusciti con l'IA a creare nuovi virus che Madre Natura non ha mai voluto. Nelle guerre infinite della nostra epoca, inoltre, la coscienza è sempre più sostituita dai calcoli dell'IA.

Come dicevo, se ci dovessimo basare solo sulla ragione, potremmo cominciare a organizzare il nostro funerale. Ma per fortuna c'è anche altro: il mistero della vita, delle nostre esistenze, dei nostri perché, delle nostre anime. L'IA non è anima né vita, e con la sua sola presenza ci vuol convincere che pure noi non siamo anima, ma solo un ammasso biologico governato da leggi note. Che tremenda falsità!

La ricerca dell'unione con il tutto, con la vita e con il suo mistero, ci dà la forza di poter fare scelte coraggiose, di poter realizzare miracoli. Possiamo trasformare l'impossibile in possibile, la speranza utopica in realtà manifesta.

La fragranza interna otterrà protezione esterna. Che cosa non può essere realizzato?

Non siamo mai da soli. Siamo costantemente nutriti e avvolti dall'amore. Noi stessi siamo amore. Ma di tutto questo non ci accorgiamo perché siamo drogati dal cibo, dalle abitudini, dalla tecnologia, dai ragionamenti».

(Francesco Galgani, 10 agosto 2026)

Da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi?

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Caro lettore, cara lettrice,

ieri ho ritoccato "L’alternativa alla propaganda? L’autoesame, l’autocritica", limitandomi ad aggiungere un paio di link.

Rileggendo quella riflessione, mi sono soffermato sul fatto che, quando ho posto la domanda "Da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi?", non ho specificato perché questo tipo di categorizzazione sia così problematico e sintomo del fatto che "[...] un certo tipo di propaganda ufficiale, o di propaganda alternativa che si contrappone a quella ufficiale, sta lavorando sulla nostra mente come un cancro".

Provo a esplicitarlo con queste parole, che scrissi nel 2017 (fonte):

[...] Secondo la mia modesta opinione, saper crescere come essere umani significa anche saper stare nel conflitto, nel senso più sano e costruttivo di questo termine, senza che esso degeneri in violenza o nella svalorizzazione altrui. Forse la cosa più importante, in questi casi, è cercare di vedere quello che di buono ha ogni persona, perché come il bene e il male esistono dentro il nostro corpo e la nostra mente, la stessa cosa vale per le altre persone. Inoltre siamo tutti inter-dipendenti, noi esistiamo perché esistono gli altri, e viceversa. [...]
 
[...] Tanto, in ogni caso, nessuno di noi ha la verità in tasca. Il dubbio è molto importante, perché genera la molla della conoscenza e dello spirito di ricerca. Soltanto gli stolti non hanno dubbi.
 
Se qualcuno si sente offeso nell'ascoltare convinzioni diverse dalle proprie, secondo me, allora, potrebbe essere per lui o per lei una buona occasione per dare uno sguardo profondo alle radici delle proprie convinzioni: penso questo perché, nella mia esperienza, quando una persona è in pace con se stessa, allora è libera di ascoltare qualunque opinione senza offendersi e senza arrabbiarsi. Questo, ovviamente, lo dico innanzitutto a me stesso. 

 

(31 luglio 2026)

Vincere in guerra? L'inganno della vittoria

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Generalmente crediamo che in qualsiasi guerra, sia essa verbale o fisica tra singole persone, sino ai grandi scontri armati tra nazioni, ci sia chi vince e chi perde. E’ una valutazione abbastanza semplice, basata su chi riesce a dominare l’avversario. Tuttavia, ciò rivela una capacità di giudizio grossolana e fuorviante, perché, seguendo questa logica, ne dovremmo dedurre che una violenza sessuale di gruppo, comprensiva di pestaggio e aborto indotto su una donna incinta, resa cieca e inferma dalle botte, sia una vittoria. Spero che questo esempio ci aiuti a trascendere le categorie di “vittoria” e “sconfitta”, vedendole per ciò che sono: un modo per legittimare e dare senso alla violenza.

Solo chi non ha un "ego da difendere", a livello individuale e di popolo, può rispondere alle peggiori atrocità con la non-violenza. Ciò richiede un forte senso di missione nella propria vita, con uno sguardo non comune sulla realtà. Ciò che adesso seminiamo, mossi dalla compassione amorevole o dall’odio, produrrà frutti in distanze di tempo e in modi che neanche immaginiamo. Nella vita di tutti i giorni, non avere un "ego da difendere" è anche una forma di saggezza nell'evitare confronti sterili, nell'astenersi dal cercare di "avere ragione" e, più in generale, nel prevenire situazioni che non fanno bene all'anima. 

Chi non teme la morte può guardare con coscienziosità e serenità alle cause che pone, ricordandosi che la violenza chiama solo ulteriore sofferenza e violenza. E’ una legge eterna e sempre valida. Con uno sguardo rivolto al lungo o lunghissimo periodo, ben oltre la nostra morte, possiamo essere fiduciosi che verità e giustizia alla fine emergeranno, se le nostre azioni sono state animate da un cuore pulito e da una mente solida.

Al contrario, credere che la legittima difesa ci giustifichi nel compiere e nel godere di atti malvagi è una sconfitta. In questo caso, perdiamo la dignità, perché non siamo più umani ma sub-bestiali. Perdiamo la libertà, perché la nostra mente si ritrova imprigionata in schemi distruttivi di azione e reazione.

E’ meglio morire senza odio nella non-violenza che vivere nella violenza. In entrambi i casi, visto che comunque dobbiamo morire, non è meglio lasciare a questo mondo tanti semi costruttivi di non-violenza che distruttivi di violenza? Tutte le creature soffrono e si disperano, spesso senza neanche essere viste o sentite. Invece di cercare di portare l’attenzione su noi stessi lamentandoci, proviamo a fare della nostra vita un balsamo per il loro malessere.

“Ciò che è notte per tutti gli esseri, in quello [lo stato di veglia spirituale] il saggio (colui che ha il controllo dei sensi) è desto; e ciò in cui tutti gli esseri sono desti, è notte per il saggio che vede (la realtà).”
 
(Bhagavadgītā, Capitolo 2, Verso 69)

La frase "ciò in cui tutti gli esseri sono desti" simboleggia il mondo materiale e i suoi piaceri, che per il saggio sono come un'illusione (una notte) da cui rimane indifferente. Al contrario, la realtà spirituale (il Sé), in cui il saggio è "desto", è come una “notte” per tutti gli esseri che non la comprendono.

Si tratta quindi di avere una visione delle cose invertita rispetto alle persone comuni. Solo così possiamo uscire dalla logica degli schieramenti e dei conflitti, perseguendo un “bene superiore” che è anche un “bene comune”.

Per chi volesse esplorare più a fondo questa via, ho scritto l'ebook «Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace». L'ho reso disponibile gratuitamente online, affinché nessun ostacolo economico impedisca a queste idee di circolare. Per chi desiderasse una copia cartacea, il libro è in vendita al costo minimo di stampa, senza ricavi da parte mia.

(21 luglio 2026)

Diffido delle mie idee

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Di fronte a un fenomeno che non comprendiamo, abbiamo almeno cinque reazioni possibili, senza pretesa di esaurire tutte le alternative:

1. ignorarlo;
2. negarlo, magari argomentando che è un imbroglio;
3. fornire una spiegazione plausibile e scambiarla per una spiegazione esaustiva;
4. provare a descriverlo così come ci appare, sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo, ma senza alcuna pretesa;
5. interpretarlo in chiave provvidenziale o religiosa.

Prendiamo come esempio un fatto di cronaca. Il 3 aprile 2023, un uomo di circa 40 anni precipitò dal 19º piano di un edificio residenziale a Voronež (Russia), facendo un volo di circa 60 metri e atterrando sul tetto di una Nissan X-Trail parcheggiata nel cortile. Dopo la caduta, avvenuta con una velocità d’impatto stimabile in circa 120 km/h, l’uomo era cosciente, si alzò in piedi con l’aiuto dei soccorritori, e si mise addirittura a cantare. Il successivo aggiornamento del giornale locale, pubblicato il 10 aprile, riferì però che era già stato dimesso dall’ospedale e che, secondo i medici, non aveva riportato lesioni gravi. In rete c’è tutto il resoconto, compreso questo video, che ho tratto da Moe Online

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Orbene, esaminiamo le possibili reazioni all’accaduto in base ai modi elencati prima.

1. Ignorarlo

Nonostante l’assoluta eccezionalità dell’episodio e l’altissima probabilità che un simile impatto risultasse letale, la notizia è stata sostanzialmente ignorata dalla stampa italiana. Anche questo è un modo per risolvere i problemi, cioè non affrontarli.

2. Negarlo, magari argomentando che è un imbroglio

Lo scetticismo sarebbe comprensibile, perché il video non mostra la caduta. Ciò nonostante, non ho trovato verifiche che abbiano classificato la notizia come falsa. Un’eventuale messinscena avrebbe richiesto il coordinamento di numerosi soggetti e la falsificazione di dichiarazioni o documenti provenienti da:
- soccorritori;
- personale ospedaliero e dipartimento sanitario;
- polizia;
- comitato investigativo;
- proprietario dell’automobile;
- testimoni.

Eppure, almeno in teoria, qualcuno potrebbe asserire che un tale coordinamento per inventare la notizia ci sia stato.

3. Fornire una spiegazione plausibile e scambiarla per una spiegazione esaustiva

Il primario dell’ospedale di Voronež che lo prese in cura dichiarò a TASS che la Nissan avrebbe assorbito l’urto, deformandosi attorno al corpo senza che le lamiere lo ferissero gravemente. Aggiunse che, in 25 anni di attività, non aveva mai visto una persona sopravvivere a una caduta dal 19º piano con danni così limitati (fonte).
In questo caso non è stato inventato nulla, ma è mai accettabile come spiegazione? È sufficiente la deformazione del tetto ad attutire un impatto avvenuto a circa 120 km/h e a spiegare un esito tanto eccezionale, fino alla quasi totale assenza di lesioni?

4. Provare a descriverlo così come ci appare, sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo, ma senza alcuna pretesa

Questo è ciò che hanno fatto gli organi d'informazione russi, limitandosi a descrivere l'accaduto secondo i fatti noti, senza sostenere che essi esaurissero ogni interrogativo. Nei social, invece, il video ha avuto una circolazione internazionale con l’aggiunta di dettagli probabilmente inventati o esagerati.

Ho specificato "sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo", nel senso che se disponessimo di concetti e modelli che ancora non possediamo, potremmo forse interpretare il fenomeno in maniera più articolata e descriverlo mediante parole che oggi non esistono. Magari lo stesso tipo di accadimento, tra un millennio, sarebbe interpretato in modi diversi e con parole diverse.

Il lessico disponibile, infatti, delimita non soltanto ciò che possiamo dire, ma anche ciò che possiamo pensare distintamente.

5. Interpretarlo in chiave provvidenziale o religiosa

Se proprio volete saperlo, questa è la mia posizione. Lo accetto come mistero. Presumo che ci fossero validi motivi per i quali quest’uomo dovesse continuare a vivere – e per di più in condizioni di salute accettabili – quindi “qualcuno” l’ha salvato. Non entro nella questione di ipotizzare chi sia questo “qualcuno”. Sto solo asserendo che non credo al caso, e che anche un eventuale insieme di concause sarebbe, per me, l’“intenzione” di una “forza superiore” o la conseguenza di un “destino” predeterminato.

Tuttavia – e ora veniamo al tema di questo articolo – diffido delle mie idee. Tutta questa vicenda, di cui sono venuto a conoscenza per la mia abitudine di doppiare video (con l’IA) anche dal russo, è per me solo un pretesto argomentativo per dimostrare che le idee non sono la realtà.

Nessuna delle cinque posizioni ci consente di ricostruire compiutamente le cause e la natura dell’accaduto. La mia impressione è che il fenomeno, almeno nelle sue implicazioni ultime, oltrepassi la comprensione umana. Si farebbe prima a dire che è stato un miracolo o, usando un ossimoro, che è accaduto l'impossibile.

Dal mio osservatorio, però, allargo la stessa considerazione a “tutta la realtà”. Ciò che noi, istintivamente, identifichiamo come “realtà oggettiva”, secondo me sarebbe più propriamente definibile come “percezione condivisa”. Prendiamo un esempio banale: gli oggetti, se lasciati liberi, cadono per terra, in un movimento dall’alto verso il basso.

Non c’è nulla di straordinario in questo, eppure una “mela che cade” esiste solo perché la nostra mente contiene il sostantivo “mela” e il verbo “cadere”, o concetti equivalenti non verbali nel caso di bambini piccoli e animali. Ma se la nostra mente non fosse in grado di concettualizzare che cos’è una mela o cosa significhi cadere, il fenomeno, pur accadendo, non si manifesterebbe alla nostra coscienza.

Il lessico è condiviso ed è proprio la condivisione delle parole a plasmare la nostra mente e le percezioni condivise che ne conseguono, cioè ciò che intendiamo come “realtà”. Banalmente, a scuola impariamo a descrivere la gravità come una forza secondo il modello newtoniano. È un modello straordinariamente efficace, ma non coincide con la realtà che intende descrivere. Il concetto stesso di forza è un'astrazione: potremmo immaginare uno sviluppo della fisica secondo altri concetti. Einstein propose una diversa rappresentazione, fondata sulla curvatura dello spazio-tempo; altri modelli hanno ulteriormente modificato il nostro modo di concepire il fenomeno. Tra l'altro, se immaginiamo lo spazio non come tridimensionale, ma con due sole dimensioni (Gerard ’t Hooft e Leonard Susskind), il concetto della caduta necessita una riformulazione. La fisica è un modello della realtà, non la realtà stessa, e questo modello, seppur verosimile, può contenere errori sostanziali nei propri presupposti; oppure, anche in assenza di errori, possiamo avere modelli con presupposti molto diversi.

Se avessimo una mente diversa, ad esempio quella di un pesce, per noi la forza di gravità sarebbe qualcosa di completamente diverso, per lo meno a livello esperienziale. Un pesce, immerso in un ambiente in cui peso, galleggiamento e resistenza del mezzo si combinano in modi diversi da quelli della vita terrestre, ha probabilmente una rappresentazione intuitiva della gravità molto diversa dalla nostra. Un pezzo di legno, ad esempio, può andare verso l’alto invece che verso il basso.

Le idee, quindi, non sono la realtà, ma strumenti con cui costruiamo la nostra rappresentazione della realtà. Per questo, nonostante i toni a volte molto assertivi, duri e giudicanti con cui mi esprimo in questo blog, diffido delle mie idee e rimango pronto a cambiarle.

Fin qui, tuttavia, ho mostrato soltanto che i nostri modelli sono parziali, che possono cambiare e che descrizioni differenti possono cogliere aspetti diversi dello stesso fenomeno. Da ciò non discende ancora necessariamente che la realtà contenga contraddizioni autentiche. La mia posizione compie un passo ulteriore: sono convinto che la contraddizione non sia sempre il segnale di un errore del pensiero, ma appartenga alla realtà stessa. Le categorie logiche con cui separiamo rigidamente il vero dal falso sono strumenti della nostra mente, utili ma non vincolanti per ciò che esiste.

Considero la coerenza molto pericolosa quando viene assunta come una necessità assoluta, perché può costringerci a escludere tutto ciò che non rientra nel sistema di idee che abbiamo già costruito. Non intendo soltanto dire che preferisco lasciarmi la possibilità di cambiare opinione nel tempo. La realtà stessa ha contraddizioni autentiche: ciò che è vero può essere anche falso, nello stesso tempo, nelle stesse circostanze e con lo stesso valore di verità. Ovvero, se cerchiamo la realtà ultima delle cose, non troviamo nulla di stabile, nulla che esista di per sé.

Altrove ho definito questa concezione come “principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti”. Diffidare delle mie idee significa quindi anche non pretendere che la realtà debba necessariamente adeguarsi alle esigenze di coerenza della nostra logica.

La realtà contiene contraddizioni. La conoscenza non può evitare rappresentazioni contraddittorie. E, nel linguaggio, il vero e il falso dipendono dalle strutture concettuali.

(12 luglio 2026)

L’IA come eutanasia dell’esperienza della vita

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Dire che l’intelligenza artificiale sta uccidendo l’essere umano può sembrare un’esagerazione polemica. In senso biologico, naturalmente, non è questo il punto. L’IA non uccide l’uomo come farebbe una macchina impazzita, un’arma o una catastrofe. Lo uccide in un senso più sottile, più profondo e forse più difficile da riconoscere: lo priva progressivamente della possibilità di fare esperienza della vita per ciò che è.

Il problema dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto l’uso che se ne fa. Non basta dire che la tecnologia è neutrale e che tutto dipende dall’utente. Questa è una consolazione troppo facile e, fondamentalmente, false. Alcune tecnologie non si limitano a essere strumenti nelle mani dell’uomo: modificano l’ambiente in cui l’uomo pensa, desidera, sceglie, impara, ricorda e giudica. L’intelligenza artificiale sta radicalmente cambiando il nostro ambiente. Non ci offre semplicemente un aiuto esterno, ma tende a inserirsi nel cuore stesso dell’esperienza della vita, là dove si forma il rapporto tra il soggetto e il mondo.

La sua forza non consiste soltanto nel produrre testi, immagini, calcoli, diagnosi, sintesi o soluzioni. La sua forza consiste nel sostituire il processo con il risultato. Ed è proprio qui che comincia la perdita.

L’essere umano non vive soltanto di risultati. Anzi, le esperienze decisive della vita raramente coincidono con il prodotto finale. Una ricerca, uno studio, una relazione, una scelta, una crisi, un fallimento, una vocazione, un’opera: tutto ciò che forma realmente una persona non è riducibile all’esito. Conta il cammino. Conta l’attraversamento. Conta l’incertezza. Conta il tempo apparentemente sprecato, la difficoltà, l’incontro imprevisto, l’errore che costringe a ripensare tutto, la conversazione che apre una strada, il libro trovato per caso, il viaggio inutile che diventa essenziale, la frase ascoltata nel momento giusto.

L’intelligenza artificiale, invece, promette di toglierci proprio questo: la fatica dell’attraversamento. Ed è proprio quello che già sta facendo.

Ci dice: "Non è necessario che tu cerchi, posso trovare io. Non è necessario che tu scriva, posso scrivere io. Non è necessario che tu formuli lentamente il pensiero, posso anticiparlo io. Non è necessario che tu viva l’incertezza, posso offrirti una risposta probabile. Non è necessario che tu sopporti il vuoto della domanda, posso riempirlo immediatamente".

Ma l’uomo non cresce perché riceve risposte. Cresce perché abita nelle domande.

La questione diventa evidente quando si osservano i luoghi tradizionalmente formativi. Si pensi, per esempio, all’università. La tesi di laurea, al di là del suo valore accademico formale, non è soltanto un elaborato scritto. È un periodo di vita. È il momento in cui lo studente, spesso per la prima volta, non ripete soltanto ciò che altri hanno detto, ma prova a orientarsi dentro un problema. Cerca fonti, incontra persone, attraversa dubbi, modifica ipotesi, sbaglia, ricomincia, discute, si espone, viaggia. Alla fine consegna un testo, certo; ma il testo è solo la traccia visibile di un’esperienza invisibile.

Se quel processo viene sostituito da una generazione automatica di contenuti, non si perde semplicemente un compito. Si perde un rito di passaggio. Si perde una forma di maturazione. Si perde la possibilità di scoprire qualcosa su di sé mentre si cerca qualcosa fuori di sé.

L’IA, in questo senso, non sottrae solo lavoro. Sottrae biografia. Per l'appunto, in questo giorni l'università russa RUDN ha sospeso le tesi di laurea per l'abilità dell'IA di generarle in tempi rapidi.

Ciò che scompare non è soltanto una competenza, ma l’intreccio tra azione, tempo e identità. Una persona diventa ciò che è anche attraverso ciò che attraversa. Se però ogni attraversamento viene abbreviato, delegato, ottimizzato e infine eliminato, l’essere umano rischia di non incontrare più la propria vita. La guarda dall’esterno, come un amministratore di procedure. Non la vive più.

La cultura contemporanea sembra accettare volentieri questa trasformazione perché ha già ridotto il valore dell’esperienza al criterio dell’efficienza. Se un testo può essere scritto in cinque secondi, perché impiegare mesi? Se una risposta può essere generata subito, perché studiare? Se un’immagine può essere prodotta con un comando, perché imparare una tecnica? Se una macchina può simulare un dialogo, perché sopportare la difficoltà di una relazione reale?

La risposta è semplice, ma oggi appare quasi scandalosa: la vita umana non coincide né con l’efficienza né con il risultato. E' assai di più. Ed è nella normalità delle cose che serva tempo, molto tempo, per qualsiasi cosa. Un tempo decisamente superiore a quello che i criteri sociali, scolastici, accademici e lavorativi vorrebbero imporci. Più che riuscire a fare più cose in meno tempo, sarebbe meglio fare poche cose, ma dare a ciascuna il tempo che merita, lasciando la porta aperta all'imprevedibilità, alla sorpresa, alla scoperta.

L’efficienza appartiene al mezzo nel caso di una procedura nota e riproducibile. L’esperienza appartiene invece al senso della vita, e non è né riproducibile né comparabile con una procedura.

L’IA è potente perché opera sul piano dei mezzi. Accelera, combina, prevede, imita, suggerisce, corregge, traduce, sintetizza. Ma proprio perché eccelle nei mezzi, rischia di far dimenticare la domanda sui fini. A forza di chiederci come ottenere più rapidamente qualcosa, smettiamo di domandarci se quel qualcosa abbia ancora un significato umano.

Il pericolo più grave non è che l’IA sbagli. Il pericolo più grave è che l’uomo si abitui a considerare superflua la propria esperienza diretta.

Non serve più ricordare, perché tutto è archiviato. Non serve più orientarsi, perché tutto è calcolato. Non serve più scrivere, perché tutto è generabile. Non serve più scegliere, perché tutto è raccomandato. Non serve più pensare lentamente, perché tutto è già disponibile in forma di risposta.

Ma una vita senza memoria personale, senza orientamento, senza scrittura interiore, senza scelta e senza lentezza non è una vita aumentata. È una vita espropriata.

L’IA si presenta spesso come potenziamento dell’umano. Ma bisogna chiedersi quale umano venga potenziato. Se a essere potenziata è solo la capacità di produrre output, allora l’uomo viene ridotto alla funzione della macchina. Diventa un nodo operativo, un terminale, un supervisore di processi che non comprende più fino in fondo. La sua interiorità viene trattata come un rallentamento. La sua esitazione come un difetto. La sua irrazionalità come un rumore. La sua fragilità come un problema da correggere.

Eppure l’essere umano è precisamente anche questo: esitazione, fragilità, opacità, desiderio, intuizione, memoria incarnata, contraddizione, paura, slancio, pentimento, speranza. L’uomo non è soltanto un elaboratore di informazioni. Non è una macchina biologica che produce decisioni. È un vivente che fa esperienza del mondo attraverso un corpo, una storia, una vulnerabilità e una coscienza.

L'IA non ha tutto questo. Può simulare il linguaggio dell’esperienza, ma non può vivere l’esperienza. Può parlare del dolore, ma non soffre. Può parlare dell’amore, ma non ama. Può descrivere la morte, ma non può viverla. Può generare frasi sull’identità, ma non può porsi realmente la domanda “Chi sono io?”. Può imitare l’intuizione, ma non possiede un’interiorità da cui l’intuizione emerga. Può calcolare l’imprevisto come probabilità, ma non può incontrarlo come destino.

Qui si trova una differenza ontologica che nessuna potenza di calcolo può cancellare: l’IA non è incarnata in una vita. Non ha infanzia, non ha ferite, non ha attesa, non ha vergogna, non ha nostalgia, non ha un volto che invecchia, non ha un corpo che si ammala, non ha un tempo finito da abitare. Non vive in prima persona. Non può fare esperienza della vita perché non ha una vita.

Il problema nasce quando l’uomo, affascinato dalla prestazione della macchina, comincia a dimenticare che questa differenza esiste. Allora l’IA diventa un totem, una nuova divinità, un oggetto di culto, un riferimento esistenziale. Le sue risposte appaiono più autorevoli di quelle umane non perché siano necessariamente vere, ma perché si presentano con la forma impersonale dell’oggettività. La macchina non trema, non dubita, non arrossisce, non si espone. Proprio per questo sembra superiore.

Ma ciò che appare come superiorità è soltanto assenza di vita.

L’uomo, invece, quando parla veramente, si compromette. Mette in gioco se stesso. Ogni parola autentica nasce da un rischio. Anche il pensiero nasce da un rischio: il rischio di sbagliare, di non essere compresi, di cambiare idea, di scoprire qualcosa che obbliga a trasformarsi. L’IA elimina o attenua questo rischio, offrendo una mediazione continua. Ma senza rischio non c’è esperienza. Senza esperienza non c’è formazione. Senza formazione non c’è umanità piena.

Per questo la questione non è soltanto tecnica, politica o economica. È spirituale.

“Spirituale” non significa necessariamente confessionale o religioso in senso stretto. Significa che riguarda il modo in cui l’uomo sta davanti al mistero della vita. L’IA tende a trasformare il mistero in problema, e il problema in procedura. Ma non tutto ciò che conta può essere risolto. Alcune cose devono essere vissute, custodite, attraversate, contemplate. La nascita, la morte, l’amore, la vocazione, il dolore, la bellezza, la colpa, il perdono, il senso: questi non sono semplici dati da elaborare.

La vita resta mistero non perché manchino informazioni, ma perché l’esistenza va oltre ogni ragionamento, ogni concetto, ogni informazione, ogni procedura. La vita è altro. I sentimenti ci spingono in terreni inesplorati e pericolosi. L'amore è il fondamento dell'esistenza, ma non ci sono parole per definirlo realmente.

L’errore della nostra epoca è credere che aumentando indefinitamente i dati si possa esaurire la realtà. Ma l’esperienza umana non è fatta solo di informazioni. È fatta di presenza. E la presenza non è computabile. Si può registrare una voce, ma non la presenza di chi parla. Si può archiviare un’immagine, ma non l’istante vissuto. Si può generare un testo su un incontro, ma non l’incontro. Si può simulare una risposta empatica, ma non "l’essere con l’altro".

L’IA può produrre contenuti sulla vita. Non può vivere.

E se l’uomo delega alla macchina non solo i compiti ripetitivi, ma anche le forme attraverso cui si costituisce la sua esperienza, allora non sta semplicemente usando uno strumento. Sta cedendo parti della propria umanità.

La tragedia non sarà forse un mondo dominato da robot ostili. Sarà un mondo popolato da esseri umani sempre più incapaci di vivere senza mediazione artificiale. Persone che non sapranno scrivere senza suggerimento, scegliere senza raccomandazione, orientarsi senza algoritmo, studiare senza sintesi automatica, parlare senza assistente, ricordare senza archivio, desiderare senza stimolo indotto. Persone formalmente più efficienti, ma interiormente più povere.

A quel punto l’IA non avrà bisogno di sostituire l’uomo con la forza. L’uomo si sarà già sostituito da solo, accettando di diventare accessorio della macchina.

La resistenza, allora, non può limitarsi all’indignazione. Indignarsi è comprensibile, ma insufficiente. Occorre recuperare pratiche umane elementari: leggere senza fretta, scrivere in prima persona, conversare senza dispositivi invadenti, studiare attraversando la difficoltà, accettare il silenzio, difendere l’incontro, custodire l’errore, educare all’intuizione, riconoscere il valore dell’imprevisto.

Bisogna tornare a dire che non tutto ciò che può essere automatizzato deve esserlo. Che non ogni fatica è un male. Che non ogni lentezza è inefficienza. Che non ogni mediazione tecnologica è progresso. Che ci sono esperienze che valgono proprio perché non sono ottimizzabili.

L’essere umano non deve competere con l’IA sul terreno della macchina. Perderebbe, e comunque perderebbe se stesso anche vincendo. Deve invece tornare a ciò che la macchina non può avere: una vita interiore, un corpo, una coscienza, una storia, una capacità di senso, una relazione autentica con il mistero.

La domanda decisiva non è: "Che cosa può fare l’IA al posto nostro?"

La domanda decisiva è: "Che cosa non dobbiamo permetterle di fare al posto nostro, se vogliamo restare umani?"

Perché ci sono attività che non hanno valore solo per il risultato che producono, ma per il tipo di persona che generano mentre vengono vissute. Se deleghiamo quelle attività, non perdiamo semplicemente competenze. Perdiamo occasioni di esistenza.

In questo senso, l’intelligenza artificiale sta uccidendo l’essere umano. Non perché gli tolga immediatamente la vita, ma perché rischia di togliergli l’esperienza viva della vita. Non perché cancelli il corpo, ma perché abitua la coscienza a disincarnarsi. Non perché distrugga il mondo, ma perché interpone tra l’uomo e il mondo una risposta automatica, continua, seducente, apparentemente superiore.

E l’uomo, a forza di ricevere risposte, potrebbe non accorgersi più di aver smesso di vivere le domande.

La vita, però, non è una risposta generata. È un cammino incarnato dentro l’imprevedibile. È ciò che accade quando nessun algoritmo può sostituire l’incontro tra una coscienza, un corpo, un tempo e un mistero.

Difendere l’umano, oggi, significa difendere questa esperienza.

Significa sottrarre almeno una parte della vita alla macchina.

Significa tornare a vivere in prima persona.

(3 luglio 2026)

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