Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.660 articoli, per un totale di 1.533.103 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 22 luglio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Vincere in guerra? L'inganno della vittoria
Generalmente crediamo che in qualsiasi guerra, sia essa verbale o fisica tra singole persone, sino ai grandi scontri armati tra nazioni, ci sia chi vince e chi perde. E’ una valutazione abbastanza semplice, basata su chi riesce a dominare l’avversario. Tuttavia, ciò rivela una capacità di giudizio grossolana e fuorviante, perché, seguendo questa logica, ne dovremmo dedurre che una violenza sessuale di gruppo, comprensiva di pestaggio e aborto indotto su una donna incinta, resa cieca e inferma dalle botte, sia una vittoria. Spero che questo esempio ci aiuti a trascendere le categorie di “vittoria” e “sconfitta”, vedendole per ciò che sono: un modo per legittimare e dare senso alla violenza.
Solo chi non ha un "ego da difendere", a livello individuale e di popolo, può rispondere alle peggiori atrocità con la non-violenza. Ciò richiede un forte senso di missione nella propria vita, con uno sguardo non comune sulla realtà. Ciò che adesso seminiamo, mossi dalla compassione amorevole o dall’odio, produrrà frutti in distanze di tempo e in modi che neanche immaginiamo. Nella vita di tutti i giorni, non avere un "ego da difendere" è anche una forma di saggezza nell'evitare confronti sterili, nell'astenersi dal cercare di "avere ragione" e, più in generale, nel prevenire situazioni che non fanno bene all'anima.
Chi non teme la morte può guardare con coscienziosità e serenità alle cause che pone, ricordandosi che la violenza chiama solo ulteriore sofferenza e violenza. E’ una legge eterna e sempre valida. Con uno sguardo rivolto al lungo o lunghissimo periodo, ben oltre la nostra morte, possiamo essere fiduciosi che verità e giustizia alla fine emergeranno, se le nostre azioni sono state animate da un cuore pulito e da una mente solida.
Al contrario, credere che la legittima difesa ci giustifichi nel compiere e nel godere di atti malvagi è una sconfitta. In questo caso, perdiamo la dignità, perché non siamo più umani ma sub-bestiali. Perdiamo la libertà, perché la nostra mente si ritrova imprigionata in schemi distruttivi di azione e reazione.
E’ meglio morire senza odio nella non-violenza che vivere nella violenza. In entrambi i casi, visto che comunque dobbiamo morire, non è meglio lasciare a questo mondo tanti semi costruttivi di non-violenza che distruttivi di violenza? Tutte le creature soffrono e si disperano, spesso senza neanche essere viste o sentite. Invece di cercare di portare l’attenzione su noi stessi lamentandoci, proviamo a fare della nostra vita un balsamo per il loro malessere.
“Ciò che è notte per tutti gli esseri, in quello [lo stato di veglia spirituale] il saggio (colui che ha il controllo dei sensi) è desto; e ciò in cui tutti gli esseri sono desti, è notte per il saggio che vede (la realtà).”
(Bhagavadgītā, Capitolo 2, Verso 69)
La frase "ciò in cui tutti gli esseri sono desti" simboleggia il mondo materiale e i suoi piaceri, che per il saggio sono come un'illusione (una notte) da cui rimane indifferente. Al contrario, la realtà spirituale (il Sé), in cui il saggio è "desto", è come una “notte” per tutti gli esseri che non la comprendono.
Si tratta quindi di avere una visione delle cose invertita rispetto alle persone comuni. Solo così possiamo uscire dalla logica degli schieramenti e dei conflitti, perseguendo un “bene superiore” che è anche un “bene comune”.
Per chi volesse esplorare più a fondo questa via, ho scritto l'ebook «Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace». L'ho reso disponibile gratuitamente online, affinché nessun ostacolo economico impedisca a queste idee di circolare. Per chi desiderasse una copia cartacea, il libro è in vendita al costo minimo di stampa, senza ricavi da parte mia.
(21 luglio 2026)
Diffido delle mie idee
Di fronte a un fenomeno che non comprendiamo, abbiamo almeno cinque reazioni possibili, senza pretesa di esaurire tutte le alternative:
1. ignorarlo;
2. negarlo, magari argomentando che è un imbroglio;
3. fornire una spiegazione plausibile e scambiarla per una spiegazione esaustiva;
4. provare a descriverlo così come ci appare, sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo, ma senza alcuna pretesa;
5. interpretarlo in chiave provvidenziale o religiosa.
Prendiamo come esempio un fatto di cronaca. Il 3 aprile 2023, un uomo di circa 40 anni precipitò dal 19º piano di un edificio residenziale a Voronež (Russia), facendo un volo di circa 60 metri e atterrando sul tetto di una Nissan X-Trail parcheggiata nel cortile. Dopo la caduta, avvenuta con una velocità d’impatto stimabile in circa 120 km/h, l’uomo era cosciente, si alzò in piedi con l’aiuto dei soccorritori, e si mise addirittura a cantare. Il successivo aggiornamento del giornale locale, pubblicato il 10 aprile, riferì però che era già stato dimesso dall’ospedale e che, secondo i medici, non aveva riportato lesioni gravi. In rete c’è tutto il resoconto, compreso questo video, che ho tratto da Moe Online
Orbene, esaminiamo le possibili reazioni all’accaduto in base ai modi elencati prima.
1. Ignorarlo
Nonostante l’assoluta eccezionalità dell’episodio e l’altissima probabilità che un simile impatto risultasse letale, la notizia è stata sostanzialmente ignorata dalla stampa italiana. Anche questo è un modo per risolvere i problemi, cioè non affrontarli.
2. Negarlo, magari argomentando che è un imbroglio
Lo scetticismo sarebbe comprensibile, perché il video non mostra la caduta. Ciò nonostante, non ho trovato verifiche che abbiano classificato la notizia come falsa. Un’eventuale messinscena avrebbe richiesto il coordinamento di numerosi soggetti e la falsificazione di dichiarazioni o documenti provenienti da:
- soccorritori;
- personale ospedaliero e dipartimento sanitario;
- polizia;
- comitato investigativo;
- proprietario dell’automobile;
- testimoni.
Eppure, almeno in teoria, qualcuno potrebbe asserire che un tale coordinamento per inventare la notizia ci sia stato.
3. Fornire una spiegazione plausibile e scambiarla per una spiegazione esaustiva
Il primario dell’ospedale di Voronež che lo prese in cura dichiarò a TASS che la Nissan avrebbe assorbito l’urto, deformandosi attorno al corpo senza che le lamiere lo ferissero gravemente. Aggiunse che, in 25 anni di attività, non aveva mai visto una persona sopravvivere a una caduta dal 19º piano con danni così limitati (fonte).
In questo caso non è stato inventato nulla, ma è mai accettabile come spiegazione? È sufficiente la deformazione del tetto ad attutire un impatto avvenuto a circa 120 km/h e a spiegare un esito tanto eccezionale, fino alla quasi totale assenza di lesioni?
4. Provare a descriverlo così come ci appare, sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo, ma senza alcuna pretesa
Questo è ciò che hanno fatto gli organi d'informazione russi, limitandosi a descrivere l'accaduto secondo i fatti noti, senza sostenere che essi esaurissero ogni interrogativo. Nei social, invece, il video ha avuto una circolazione internazionale con l’aggiunta di dettagli probabilmente inventati o esagerati.
Ho specificato "sforzandoci di fare del nostro meglio con il lessico di cui disponiamo", nel senso che se disponessimo di concetti e modelli che ancora non possediamo, potremmo forse interpretare il fenomeno in maniera più articolata e descriverlo mediante parole che oggi non esistono. Magari lo stesso tipo di accadimento, tra un millennio, sarebbe interpretato in modi diversi e con parole diverse.
Il lessico disponibile, infatti, delimita non soltanto ciò che possiamo dire, ma anche ciò che possiamo pensare distintamente.
5. Interpretarlo in chiave provvidenziale o religiosa
Se proprio volete saperlo, questa è la mia posizione. Lo accetto come mistero. Presumo che ci fossero validi motivi per i quali quest’uomo dovesse continuare a vivere – e per di più in condizioni di salute accettabili – quindi “qualcuno” l’ha salvato. Non entro nella questione di ipotizzare chi sia questo “qualcuno”. Sto solo asserendo che non credo al caso, e che anche un eventuale insieme di concause sarebbe, per me, l’“intenzione” di una “forza superiore” o la conseguenza di un “destino” predeterminato.
Tuttavia – e ora veniamo al tema di questo articolo – diffido delle mie idee. Tutta questa vicenda, di cui sono venuto a conoscenza per la mia abitudine di doppiare video (con l’IA) anche dal russo, è per me solo un pretesto argomentativo per dimostrare che le idee non sono la realtà.
Nessuna delle cinque posizioni ci consente di ricostruire compiutamente le cause e la natura dell’accaduto. La mia impressione è che il fenomeno, almeno nelle sue implicazioni ultime, oltrepassi la comprensione umana. Si farebbe prima a dire che è stato un miracolo o, usando un ossimoro, che è accaduto l'impossibile.
Dal mio osservatorio, però, allargo la stessa considerazione a “tutta la realtà”. Ciò che noi, istintivamente, identifichiamo come “realtà oggettiva”, secondo me sarebbe più propriamente definibile come “percezione condivisa”. Prendiamo un esempio banale: gli oggetti, se lasciati liberi, cadono per terra, in un movimento dall’alto verso il basso.
Non c’è nulla di straordinario in questo, eppure una “mela che cade” esiste solo perché la nostra mente contiene il sostantivo “mela” e il verbo “cadere”, o concetti equivalenti non verbali nel caso di bambini piccoli e animali. Ma se la nostra mente non fosse in grado di concettualizzare che cos’è una mela o cosa significhi cadere, il fenomeno, pur accadendo, non si manifesterebbe alla nostra coscienza.
Il lessico è condiviso ed è proprio la condivisione delle parole a plasmare la nostra mente e le percezioni condivise che ne conseguono, cioè ciò che intendiamo come “realtà”. Banalmente, a scuola impariamo a descrivere la gravità come una forza secondo il modello newtoniano. È un modello straordinariamente efficace, ma non coincide con la realtà che intende descrivere. Il concetto stesso di forza è un'astrazione: potremmo immaginare uno sviluppo della fisica secondo altri concetti. Einstein propose una diversa rappresentazione, fondata sulla curvatura dello spazio-tempo; altri modelli hanno ulteriormente modificato il nostro modo di concepire il fenomeno. Tra l'altro, se immaginiamo lo spazio non come tridimensionale, ma con due sole dimensioni (Gerard ’t Hooft e Leonard Susskind), il concetto della caduta necessita una riformulazione. La fisica è un modello della realtà, non la realtà stessa, e questo modello, seppur verosimile, può contenere errori sostanziali nei propri presupposti; oppure, anche in assenza di errori, possiamo avere modelli con presupposti molto diversi.
Se avessimo una mente diversa, ad esempio quella di un pesce, per noi la forza di gravità sarebbe qualcosa di completamente diverso, per lo meno a livello esperienziale. Un pesce, immerso in un ambiente in cui peso, galleggiamento e resistenza del mezzo si combinano in modi diversi da quelli della vita terrestre, ha probabilmente una rappresentazione intuitiva della gravità molto diversa dalla nostra. Un pezzo di legno, ad esempio, può andare verso l’alto invece che verso il basso.
Le idee, quindi, non sono la realtà, ma strumenti con cui costruiamo la nostra rappresentazione della realtà. Per questo, nonostante i toni a volte molto assertivi, duri e giudicanti con cui mi esprimo in questo blog, diffido delle mie idee e rimango pronto a cambiarle.
Fin qui, tuttavia, ho mostrato soltanto che i nostri modelli sono parziali, che possono cambiare e che descrizioni differenti possono cogliere aspetti diversi dello stesso fenomeno. Da ciò non discende ancora necessariamente che la realtà contenga contraddizioni autentiche. La mia posizione compie un passo ulteriore: sono convinto che la contraddizione non sia sempre il segnale di un errore del pensiero, ma appartenga alla realtà stessa. Le categorie logiche con cui separiamo rigidamente il vero dal falso sono strumenti della nostra mente, utili ma non vincolanti per ciò che esiste.
Considero la coerenza molto pericolosa quando viene assunta come una necessità assoluta, perché può costringerci a escludere tutto ciò che non rientra nel sistema di idee che abbiamo già costruito. Non intendo soltanto dire che preferisco lasciarmi la possibilità di cambiare opinione nel tempo. La realtà stessa ha contraddizioni autentiche: ciò che è vero può essere anche falso, nello stesso tempo, nelle stesse circostanze e con lo stesso valore di verità. Ovvero, se cerchiamo la realtà ultima delle cose, non troviamo nulla di stabile, nulla che esista di per sé.
Altrove ho definito questa concezione come “principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti”. Diffidare delle mie idee significa quindi anche non pretendere che la realtà debba necessariamente adeguarsi alle esigenze di coerenza della nostra logica.
La realtà contiene contraddizioni. La conoscenza non può evitare rappresentazioni contraddittorie. E, nel linguaggio, il vero e il falso dipendono dalle strutture concettuali.
(12 luglio 2026)
L’IA come eutanasia dell’esperienza della vita
Dire che l’intelligenza artificiale sta uccidendo l’essere umano può sembrare un’esagerazione polemica. In senso biologico, naturalmente, non è questo il punto. L’IA non uccide l’uomo come farebbe una macchina impazzita, un’arma o una catastrofe. Lo uccide in un senso più sottile, più profondo e forse più difficile da riconoscere: lo priva progressivamente della possibilità di fare esperienza della vita per ciò che è.
Il problema dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto l’uso che se ne fa. Non basta dire che la tecnologia è neutrale e che tutto dipende dall’utente. Questa è una consolazione troppo facile e, fondamentalmente, false. Alcune tecnologie non si limitano a essere strumenti nelle mani dell’uomo: modificano l’ambiente in cui l’uomo pensa, desidera, sceglie, impara, ricorda e giudica. L’intelligenza artificiale sta radicalmente cambiando il nostro ambiente. Non ci offre semplicemente un aiuto esterno, ma tende a inserirsi nel cuore stesso dell’esperienza della vita, là dove si forma il rapporto tra il soggetto e il mondo.
La sua forza non consiste soltanto nel produrre testi, immagini, calcoli, diagnosi, sintesi o soluzioni. La sua forza consiste nel sostituire il processo con il risultato. Ed è proprio qui che comincia la perdita.
L’essere umano non vive soltanto di risultati. Anzi, le esperienze decisive della vita raramente coincidono con il prodotto finale. Una ricerca, uno studio, una relazione, una scelta, una crisi, un fallimento, una vocazione, un’opera: tutto ciò che forma realmente una persona non è riducibile all’esito. Conta il cammino. Conta l’attraversamento. Conta l’incertezza. Conta il tempo apparentemente sprecato, la difficoltà, l’incontro imprevisto, l’errore che costringe a ripensare tutto, la conversazione che apre una strada, il libro trovato per caso, il viaggio inutile che diventa essenziale, la frase ascoltata nel momento giusto.
L’intelligenza artificiale, invece, promette di toglierci proprio questo: la fatica dell’attraversamento. Ed è proprio quello che già sta facendo.
Ci dice: "Non è necessario che tu cerchi, posso trovare io. Non è necessario che tu scriva, posso scrivere io. Non è necessario che tu formuli lentamente il pensiero, posso anticiparlo io. Non è necessario che tu viva l’incertezza, posso offrirti una risposta probabile. Non è necessario che tu sopporti il vuoto della domanda, posso riempirlo immediatamente".
Ma l’uomo non cresce perché riceve risposte. Cresce perché abita nelle domande.
La questione diventa evidente quando si osservano i luoghi tradizionalmente formativi. Si pensi, per esempio, all’università. La tesi di laurea, al di là del suo valore accademico formale, non è soltanto un elaborato scritto. È un periodo di vita. È il momento in cui lo studente, spesso per la prima volta, non ripete soltanto ciò che altri hanno detto, ma prova a orientarsi dentro un problema. Cerca fonti, incontra persone, attraversa dubbi, modifica ipotesi, sbaglia, ricomincia, discute, si espone, viaggia. Alla fine consegna un testo, certo; ma il testo è solo la traccia visibile di un’esperienza invisibile.
Se quel processo viene sostituito da una generazione automatica di contenuti, non si perde semplicemente un compito. Si perde un rito di passaggio. Si perde una forma di maturazione. Si perde la possibilità di scoprire qualcosa su di sé mentre si cerca qualcosa fuori di sé.
L’IA, in questo senso, non sottrae solo lavoro. Sottrae biografia. Per l'appunto, in questo giorni l'università russa RUDN ha sospeso le tesi di laurea per l'abilità dell'IA di generarle in tempi rapidi.
Ciò che scompare non è soltanto una competenza, ma l’intreccio tra azione, tempo e identità. Una persona diventa ciò che è anche attraverso ciò che attraversa. Se però ogni attraversamento viene abbreviato, delegato, ottimizzato e infine eliminato, l’essere umano rischia di non incontrare più la propria vita. La guarda dall’esterno, come un amministratore di procedure. Non la vive più.
La cultura contemporanea sembra accettare volentieri questa trasformazione perché ha già ridotto il valore dell’esperienza al criterio dell’efficienza. Se un testo può essere scritto in cinque secondi, perché impiegare mesi? Se una risposta può essere generata subito, perché studiare? Se un’immagine può essere prodotta con un comando, perché imparare una tecnica? Se una macchina può simulare un dialogo, perché sopportare la difficoltà di una relazione reale?
La risposta è semplice, ma oggi appare quasi scandalosa: la vita umana non coincide né con l’efficienza né con il risultato. E' assai di più. Ed è nella normalità delle cose che serva tempo, molto tempo, per qualsiasi cosa. Un tempo decisamente superiore a quello che i criteri sociali, scolastici, accademici e lavorativi vorrebbero imporci. Più che riuscire a fare più cose in meno tempo, sarebbe meglio fare poche cose, ma dare a ciascuna il tempo che merita, lasciando la porta aperta all'imprevedibilità, alla sorpresa, alla scoperta.
L’efficienza appartiene al mezzo nel caso di una procedura nota e riproducibile. L’esperienza appartiene invece al senso della vita, e non è né riproducibile né comparabile con una procedura.
L’IA è potente perché opera sul piano dei mezzi. Accelera, combina, prevede, imita, suggerisce, corregge, traduce, sintetizza. Ma proprio perché eccelle nei mezzi, rischia di far dimenticare la domanda sui fini. A forza di chiederci come ottenere più rapidamente qualcosa, smettiamo di domandarci se quel qualcosa abbia ancora un significato umano.
Il pericolo più grave non è che l’IA sbagli. Il pericolo più grave è che l’uomo si abitui a considerare superflua la propria esperienza diretta.
Non serve più ricordare, perché tutto è archiviato. Non serve più orientarsi, perché tutto è calcolato. Non serve più scrivere, perché tutto è generabile. Non serve più scegliere, perché tutto è raccomandato. Non serve più pensare lentamente, perché tutto è già disponibile in forma di risposta.
Ma una vita senza memoria personale, senza orientamento, senza scrittura interiore, senza scelta e senza lentezza non è una vita aumentata. È una vita espropriata.
L’IA si presenta spesso come potenziamento dell’umano. Ma bisogna chiedersi quale umano venga potenziato. Se a essere potenziata è solo la capacità di produrre output, allora l’uomo viene ridotto alla funzione della macchina. Diventa un nodo operativo, un terminale, un supervisore di processi che non comprende più fino in fondo. La sua interiorità viene trattata come un rallentamento. La sua esitazione come un difetto. La sua irrazionalità come un rumore. La sua fragilità come un problema da correggere.
Eppure l’essere umano è precisamente anche questo: esitazione, fragilità, opacità, desiderio, intuizione, memoria incarnata, contraddizione, paura, slancio, pentimento, speranza. L’uomo non è soltanto un elaboratore di informazioni. Non è una macchina biologica che produce decisioni. È un vivente che fa esperienza del mondo attraverso un corpo, una storia, una vulnerabilità e una coscienza.
L'IA non ha tutto questo. Può simulare il linguaggio dell’esperienza, ma non può vivere l’esperienza. Può parlare del dolore, ma non soffre. Può parlare dell’amore, ma non ama. Può descrivere la morte, ma non può viverla. Può generare frasi sull’identità, ma non può porsi realmente la domanda “Chi sono io?”. Può imitare l’intuizione, ma non possiede un’interiorità da cui l’intuizione emerga. Può calcolare l’imprevisto come probabilità, ma non può incontrarlo come destino.
Qui si trova una differenza ontologica che nessuna potenza di calcolo può cancellare: l’IA non è incarnata in una vita. Non ha infanzia, non ha ferite, non ha attesa, non ha vergogna, non ha nostalgia, non ha un volto che invecchia, non ha un corpo che si ammala, non ha un tempo finito da abitare. Non vive in prima persona. Non può fare esperienza della vita perché non ha una vita.
Il problema nasce quando l’uomo, affascinato dalla prestazione della macchina, comincia a dimenticare che questa differenza esiste. Allora l’IA diventa un totem, una nuova divinità, un oggetto di culto, un riferimento esistenziale. Le sue risposte appaiono più autorevoli di quelle umane non perché siano necessariamente vere, ma perché si presentano con la forma impersonale dell’oggettività. La macchina non trema, non dubita, non arrossisce, non si espone. Proprio per questo sembra superiore.
Ma ciò che appare come superiorità è soltanto assenza di vita.
L’uomo, invece, quando parla veramente, si compromette. Mette in gioco se stesso. Ogni parola autentica nasce da un rischio. Anche il pensiero nasce da un rischio: il rischio di sbagliare, di non essere compresi, di cambiare idea, di scoprire qualcosa che obbliga a trasformarsi. L’IA elimina o attenua questo rischio, offrendo una mediazione continua. Ma senza rischio non c’è esperienza. Senza esperienza non c’è formazione. Senza formazione non c’è umanità piena.
Per questo la questione non è soltanto tecnica, politica o economica. È spirituale.
“Spirituale” non significa necessariamente confessionale o religioso in senso stretto. Significa che riguarda il modo in cui l’uomo sta davanti al mistero della vita. L’IA tende a trasformare il mistero in problema, e il problema in procedura. Ma non tutto ciò che conta può essere risolto. Alcune cose devono essere vissute, custodite, attraversate, contemplate. La nascita, la morte, l’amore, la vocazione, il dolore, la bellezza, la colpa, il perdono, il senso: questi non sono semplici dati da elaborare.
La vita resta mistero non perché manchino informazioni, ma perché l’esistenza va oltre ogni ragionamento, ogni concetto, ogni informazione, ogni procedura. La vita è altro. I sentimenti ci spingono in terreni inesplorati e pericolosi. L'amore è il fondamento dell'esistenza, ma non ci sono parole per definirlo realmente.
L’errore della nostra epoca è credere che aumentando indefinitamente i dati si possa esaurire la realtà. Ma l’esperienza umana non è fatta solo di informazioni. È fatta di presenza. E la presenza non è computabile. Si può registrare una voce, ma non la presenza di chi parla. Si può archiviare un’immagine, ma non l’istante vissuto. Si può generare un testo su un incontro, ma non l’incontro. Si può simulare una risposta empatica, ma non "l’essere con l’altro".
L’IA può produrre contenuti sulla vita. Non può vivere.
E se l’uomo delega alla macchina non solo i compiti ripetitivi, ma anche le forme attraverso cui si costituisce la sua esperienza, allora non sta semplicemente usando uno strumento. Sta cedendo parti della propria umanità.
La tragedia non sarà forse un mondo dominato da robot ostili. Sarà un mondo popolato da esseri umani sempre più incapaci di vivere senza mediazione artificiale. Persone che non sapranno scrivere senza suggerimento, scegliere senza raccomandazione, orientarsi senza algoritmo, studiare senza sintesi automatica, parlare senza assistente, ricordare senza archivio, desiderare senza stimolo indotto. Persone formalmente più efficienti, ma interiormente più povere.
A quel punto l’IA non avrà bisogno di sostituire l’uomo con la forza. L’uomo si sarà già sostituito da solo, accettando di diventare accessorio della macchina.
La resistenza, allora, non può limitarsi all’indignazione. Indignarsi è comprensibile, ma insufficiente. Occorre recuperare pratiche umane elementari: leggere senza fretta, scrivere in prima persona, conversare senza dispositivi invadenti, studiare attraversando la difficoltà, accettare il silenzio, difendere l’incontro, custodire l’errore, educare all’intuizione, riconoscere il valore dell’imprevisto.
Bisogna tornare a dire che non tutto ciò che può essere automatizzato deve esserlo. Che non ogni fatica è un male. Che non ogni lentezza è inefficienza. Che non ogni mediazione tecnologica è progresso. Che ci sono esperienze che valgono proprio perché non sono ottimizzabili.
L’essere umano non deve competere con l’IA sul terreno della macchina. Perderebbe, e comunque perderebbe se stesso anche vincendo. Deve invece tornare a ciò che la macchina non può avere: una vita interiore, un corpo, una coscienza, una storia, una capacità di senso, una relazione autentica con il mistero.
La domanda decisiva non è: "Che cosa può fare l’IA al posto nostro?"
La domanda decisiva è: "Che cosa non dobbiamo permetterle di fare al posto nostro, se vogliamo restare umani?"
Perché ci sono attività che non hanno valore solo per il risultato che producono, ma per il tipo di persona che generano mentre vengono vissute. Se deleghiamo quelle attività, non perdiamo semplicemente competenze. Perdiamo occasioni di esistenza.
In questo senso, l’intelligenza artificiale sta uccidendo l’essere umano. Non perché gli tolga immediatamente la vita, ma perché rischia di togliergli l’esperienza viva della vita. Non perché cancelli il corpo, ma perché abitua la coscienza a disincarnarsi. Non perché distrugga il mondo, ma perché interpone tra l’uomo e il mondo una risposta automatica, continua, seducente, apparentemente superiore.
E l’uomo, a forza di ricevere risposte, potrebbe non accorgersi più di aver smesso di vivere le domande.
La vita, però, non è una risposta generata. È un cammino incarnato dentro l’imprevedibile. È ciò che accade quando nessun algoritmo può sostituire l’incontro tra una coscienza, un corpo, un tempo e un mistero.
Difendere l’umano, oggi, significa difendere questa esperienza.
Significa sottrarre almeno una parte della vita alla macchina.
Significa tornare a vivere in prima persona.
(3 luglio 2026)
Meditazione sul desiderare tutto ciò che è
Volere consapevolmente la realtà della propria vita, senza escludere nulla
Nel mio precedente articolo “La natura del desiderio”, ho scritto che la distanza tra realtà e desiderio è la misura della nostra sofferenza. Lì il movimento interiore era espresso con una parola: “Rinuncio!”. Era la rinuncia alla pretesa che la realtà debba conformarsi ai miei desideri; alla guerra contro ciò che è; al tentativo, quasi sempre impossibile, di piegare il mondo, il corpo, gli altri, il passato e persino la mia mente a ciò che vorrei.
Ora vorrei provare a fare un passo ulteriore.
Rinunciare alla pretesa che la realtà si conformi ai nostri desideri può dare serenità. Tuttavia, credo che esista una possibilità ancora più radicale: non soltanto accettare ciò che è, ma desiderarlo. Desiderare tutto ciò che è. Non in senso metaforico, non come formula consolatoria, non come artificio linguistico per rendere sopportabile l’insopportabile, ma come atto cosciente, volontario, continuo.
Se la distanza tra realtà e desiderio è sofferenza, allora la coincidenza tra realtà e desiderio è felicità.
Di solito desideriamo ciò che non c’è. Desideriamo un’altra condizione, un altro corpo, un’altra salute, un’altra storia, altri pensieri, altri desideri, un altro passato, un altro presente. Il desiderio, così inteso, è sempre desiderio di distanza. Vuole portarci altrove. Vuole sottrarci a ciò che stiamo vivendo.
Ma che cosa accade se desidero esattamente ciò che sto vivendo?
Mentre scrivo queste parole, posso desiderare di scrivere esattamente queste parole. Posso desiderare di essere nel luogo in cui mi trovo. Posso desiderare di avere il corpo che ho, la stanchezza che ho, i pensieri che ho, le esitazioni, le contraddizioni, le condizioni materiali e interiori in cui mi trovo. Posso desiderare non un’altra scena, non un’altra vita, non un’altra versione di me, ma precisamente questa esperienza: io che scrivo, qui, ora, così, tra l’altro in una posizione abbastanza scomoda.
Sembra incredibile, eppure basta questa disposizione interiore affinché il desiderio sia realizzato. Non è autosuggestione, ma pieno desiderio di vivere l’esperienza umana per ciò che è, fino a scoprire che è proprio questa esperienza ad essere il tesoro più prezioso. Divento come chi ha cercato una gemma preziosa per tutta la vita e finalmente si accorge di averla sempre avuta con sé.
Non perché il mondo abbia finalmente obbedito a me, ma perché io ho smesso di desiderare un mondo diverso da quello che si presenta. La realtà non è cambiata; è cambiato il rapporto tra desiderio e realtà. Il desiderio non si protende più verso l’assenza, ma aderisce al presente. Non vuole più fuggire da ciò che accade, ma desidera ciò che accade.
Questo richiede una forma costante di meditazione e di autovigilanza. La mia vita sembra allora svolgersi su due piani. Nel primo vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. Nel secondo osservo me stesso mentre vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. E, osservandomi, desidero che io stia vivendo proprio ciò che sto vivendo.
Divento un essere che osserva se stesso pensante e vivente. Poi questo essere include anche questa osservazione nel desiderio, e desidera che se stesso abbia proprio quei pensieri, quei desideri, quella postura, quella condizione, quella storia, quella fame, quella paura, quella vergogna, quella gioia, quella follia. Desidera che l’esperienza sia esattamente così com’è.
Non solo: se sorge un desiderio diverso, desidera anche quel desiderio. Se sorge il rifiuto della realtà, desidera anche quel rifiuto. Se sorge la rabbia, desidera la rabbia. Se sorge un pensiero disturbante, desidera quel pensiero disturbante. Se sorge un desiderio moralmente inaccettabile, desidera anche quel desiderio, non per trasformarlo in azione, non per giustificarlo, non per farne una virtù, ma per riconoscerlo come parte della realtà interiore che in quel momento si manifesta.
Nulla deve rimanere fuori.
La pratica è estrema proprio perché include ciò che normalmente vorremmo escludere: le ombre, le follie, le bassezze, le paure, le pulsioni, i pensieri indegni, i ricordi umilianti, le ferite, gli errori, le tragedie. Non basta desiderare ciò che appare spiritualmente decoroso. Non basta desiderare il respiro, la calma, la luce, il bene, la compassione. Bisogna desiderare anche ciò che giudichiamo sporco, confuso, brutto, disturbante, impresentabile.
Desiderare tutto ciò che è significa desiderare l’intera realtà della propria vita umana.
Se la mia condizione è l’indigenza, desidero l’indigenza. Se la mia condizione è la fame, desidero la fame. Se la mia condizione è la malattia, desidero la malattia. Se la mia condizione è la solitudine, desidero la solitudine. Se la mia condizione è il fallimento, desidero il fallimento. Se la mia condizione è il rimorso, desidero il rimorso. Se in me sorge il desiderio di non desiderare nulla di tutto questo, desidero anche tale desiderio.
Questo non significa dire che la fame sia buona, che la malattia sia buona, che la tragedia sia buona, o che l’ombra sia buona. Significa qualcosa di più radicale e meno morale: significa desiderare la realtà per il fatto stesso che è realtà. Significa non contrapporre più alla vita vissuta una vita immaginaria che non esiste.
Beninteso, desiderare ciò che è non significa desiderare che continui, né rinunciare ad agire per trasformarlo. Significa cessare, interiormente, di contrapporre all’istante reale un istante immaginario.
Anche il passato può essere desiderato. Anzi, forse il passato è il banco di prova più difficile. Posso desiderare di aver vissuto esattamente ciò che ho vissuto? Posso desiderare i miei errori, le mie perdite, le mie ferite, le mie umiliazioni, le mie tragedie? Posso desiderare non soltanto di essere qui ora, ma di essere arrivato qui attraverso tutto ciò che è accaduto?
Se lo desidero davvero, il passato smette di essere un nemico. Non viene cancellato, non viene abbellito, non viene giustificato: viene desiderato. E dal desiderio può sorgere una gratitudine difficile da spiegare: gratitudine per aver vissuto proprio questa vita, non un’altra; gratitudine per essere stato esposto a questa forma umana dell’esperienza, con tutto ciò che essa ha comportato.
Per me, la base di questa pratica è riconoscere se stessi come parte di un ordine più grande, o, usando una parola difficile e pericolosa, come un pensiero di Dio. Non intendo “Dio” in senso confessionale. Non penso a un Dio personale, esterno al mondo, che giudica, premia, punisce, interviene e decide. Da buddista, preferisco usare la parola “Dio” in senso immanente, forse più vicino al Dio-Natura di Spinoza: non un essere separato dalla realtà, ma la realtà stessa nel suo infinito manifestarsi.
In questo senso, tutto ciò che accade può essere visto come espressione della realtà, o di Dio-Natura: i corpi, gli eventi, i pensieri, i desideri, le condizioni, le gioie, le follie, le tragedie. Da questa prospettiva, tutto ciò che esiste e che accade corrisponde ai “pensieri di Dio” o ai “sogni di Dio”, di cui ciascuno di noi è parte e manifestazione.
Anche ciò che giudico mio non è separato dal tutto. Anche il pensiero che mi attraversa, anche il desiderio che mi inquieta, anche la condizione che vorrei rifiutare, sorgono nella realtà e come realtà.
In termini buddisti, le nostre vite si manifestano nel mondo di Sahā: un mondo impuro e faticoso, attraversato da corruzione, desiderio, paura e dolore, ma proprio per questo anche luogo di esercizio, pazienza e risveglio. Non un altrove da disprezzare in nome di una purezza immaginaria, ma il campo stesso in cui imparare a non respingere nulla della realtà che si presenta.
Amare i propri pensieri, allora, non significa narcisismo.
Amare i propri desideri non significa obbedire loro.
Amare le proprie ombre non significa trasformarle in bene.
Amare la propria condizione non significa dichiarare le proprie difficoltà auspicabili, ma riconoscerne una possibile funzione formativa e compassionevole: formativa, perché danno forma al modo in cui attraversiamo l’esperienza umana e possono renderci più saggi; compassionevole, perché possono metterci in condizione di comprendere meglio la sofferenza altrui. Forse anche queste difficoltà fanno parte del motivo per cui siamo rinati in questo mondo di sopportazione.
Significa amare la realtà che si manifesta come questa vita.
Se tutto ciò che accade è, in questo senso, espressione di Dio-Natura, allora il desiderio consapevole di ciò che accade è una forma di amore per Dio. Non adorazione confessionale, non sottomissione religiosa, non obbedienza a un’autorità trascendente, ma amore immanente per la realtà nella sua interezza.
Desiderare i propri pensieri è desiderare la realtà che pensa in noi.
Desiderare i propri desideri è desiderare la realtà che desidera in noi.
Desiderare la propria condizione è desiderare la realtà che prende questa forma.
Desiderare persino le proprie follie è desiderare che nulla della vita venga escluso dall’amore.
Contrariamente a quanto il senso comune potrebbe suggerire, è una pratica facile, rasserenante, ma all’inizio tutt’altro che spontanea, e proprio per questo deve essere continuamente coltivata. Ogni volta che sorge il rifiuto, possiamo desiderare il rifiuto. Ogni volta che sorge il giudizio, possiamo desiderare il giudizio. Ogni volta che sorge la vergogna, possiamo desiderare la vergogna. Ogni volta che sorge il desiderio di essere altrove, possiamo desiderare anche quel desiderio di essere altrove. L’effetto è quello di una pulizia interiore, di un alleggerimento, di una vita sfiorita che inizia a rifiorire.
Così non c’è più un fuori.
Non c’è più una parte della vita da espellere, una parte della mente da nascondere, una parte del passato da maledire, una parte dell’esperienza da dichiarare indegna di essere stata vissuta.
Rimane soltanto questo: vivere la realtà della propria vita umana e desiderarla, momento dopo momento, nella forma esatta in cui si presenta.
Desiderare tutto ciò che è.
Non perché tutto sia bello.
Non perché tutto sia buono.
Non perché tutto sia giusto.
Ma perché tutto è.
E se desidero ciò che è, allora non mi manca nulla.
(18 giugno 2026)
La natura del desiderio
In questa esistenza, la felicità è un sogno dentro un sogno: effimera, precaria, breve, subito dimenticata. La sofferenza, invece, è un’erba infestante onnipresente, anche se spesso facciamo finta di non vederla. Inventiamo mille follie per estirparla, ma nessuna funziona.
Soldi e lavoro, amore e famiglia, titoli e onori, un corpo che attiri e, magari, anche una salute decente sono le più note cure palliative per il mal di vivere. Così, nei giorni infelici che si susseguono, alcuni riusciranno a stare un po’ meglio, almeno provvisoriamente, ma la maggioranza di noi no, perché le cure che ho elencato dipendono quasi completamente dalla buona fortuna, dalle circostanze favorevoli e dall’età, e solo in minima parte dal proprio impegno, anche se virtuoso e costante, o dalla propria intelligenza ed erudizione. Anzi, tanto vale ammettere francamente che è più facile trovare felicità tra i pazienti anziani di una RSA, affetti da demenza, grave amnesia e invalidità fisiche, che tra persone giovani, colte, belle e intelligenti.
Oltre al mal di vivere, poi, c’è anche la paura della morte, che sembra accomunare tutte le creature senzienti. Persino un verme che sa solo strisciare ha paura di essere ucciso, a maggior ragione questo vale per noi. La società è sempre più violenta e imbarbarita, così come la percezione di vivere in un tempo terminale e apocalittico è sempre più radicata nelle nostre coscienze. Se a questo aggiungiamo l’incertezza di fondo che a un nostro respiro possa seguirne un altro, ecco che allora le strategie per esorcizzare la morte sono più delle stelle in cielo.
Così, nel sottobosco più oscuro delle nostre società iper-tecnologiche e iper-scientiste, troviamo ritualità così indecenti che le parole non possono bastare per esprimerne lo schifo e la brutalità. Questo vale sia per il popolino, sia e soprattutto per la classe dirigente. A dimostrazione del fatto che tutto cominci dal vendersi l’anima al diavolo, basterebbe notare che solo chi è rimasto senza anima è continuamente alla ricerca dell’amrita, cioè della vita eterna. Gli altri, quell’esigua minoranza di persone consapevoli di “essere un’anima” in un corpo temporaneo, non si pongono neppure il problema, e non hanno bisogno di sciogliere nell’acido i corpi delle bambine da loro seviziate o di trafugare ossa in un cimitero per farci saponette e candele.
Al di là di queste perversioni richieste come prezzo per la falsa promessa di soldi, fama, sesso, potere e vita eterna, rimane il fatto che la natura della vita è il “desiderio”, e solo un “essere desiderante” può dirsi vivente. L’appagamento dei desideri, spesso intrecciati e sovrapposti ai bisogni, è ciò che comunemente, ed erroneamente, intendiamo come felicità. Parlare dei propri desideri, o della propria felicità, significa allora esprimere ciò che, nonostante tutto, ci spinge a vivere.
Il desiderio è un demone che ci dà un orientamento e qualche motivo per “esistere”. In realtà non ci spiega né “perché” esistiamo, né “chi siamo”: è solo una bussola che a noi appare rotta, ma il cui ago, come le nostre follie, potrebbe obbedire a un ordine che non comprendiamo. Nessuno di noi sa che cosa sia la “realtà”, ciò nonostante la distinzione tra realtà e desiderio è quanto di più chiaro ci sia: la loro distanza è la misura della nostra sofferenza.
Mentre la felicità è sovente associata, per lo meno istintivamente, al bene, alla giustizia e all’amore ricambiato, e quindi ad un mondo che non c’è, la sofferenza è quasi sempre vissuta come una conseguenza del male subito, dell’ingiustizia, dei bisogni non soddisfatti e dei desideri non appagati. Tuttavia, se domandassimo a ciascun essere umano che cosa siano il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, l’amore e il non-amore, otterremmo più risposte diverse, anche dalle stesse persone, di quante siano le gocce d’acqua nel mare. Siamo infatti prigionieri di una realtà allucinata in cui ognuno si crea il proprio piccolo mondo, che spesso è difficile da condividere, e quasi sempre è percepito come estraneo ai propri desideri.
Così, i giorni si susseguono, e la sofferenza continua ad accumularsi.
Esiste però un modo di vivere alternativo, tutt’altro che spontaneo, perché significa trasformare ogni attimo vissuto in un momento di consapevolezza e di introspezione. L’alternativa a cui mi riferisco è quella di dimorare nella realtà, anziché nei desideri, che comunque continueranno a sorgere in un lavorio mentale senza fine. Accettare tutto questo non è complicato: significa semplicemente, ogni volta che sorge un desiderio, cioè ad ogni respiro, rispondere interiormente con un “Rinuncio!”.
Beninteso, la rinuncia che possiamo praticare non è al desiderio in sé, perché altrimenti saremmo senza vita, ma al tentativo di appagarlo, perché, nella “quasi” totalità dei casi, la realtà ci impone questa resa. L’ordine interiore di rinuncia è liberatorio, è l’inizio della pace interiore. Ciò implica anche accettare che “la realtà è giusta così com’è”, quindi rinunciare anche alla pretesa che debba minimamente adeguarsi ai nostri desideri. Ciò equivale a smetterla di dire a Dio ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male, e ciò che deve fare. Uscire da questa bestemmia continua è davvero liberatorio. Non lo dico in senso confessionale e neppure potrei, ma solo in senso pragmatico.
Altrimenti, si rimane in guerra permanente con il mondo e con se stessi, in un inferno di incessante sofferenza. In questa lotta vince sempre e comunque la realtà, non il desiderio, salvo quei rari e passeggeri casi, inafferrabili come sogni, in cui coincidono.
(16 giugno 2026)
P.S.: A questo articolo, segue: "Meditazione sul desiderare tutto ciò che è"
Agentività umana e IA (di Paul Trafford)
Traduzione italiana autorizzata dell’articolo Human Agency and AI di Paul Trafford. Le note tra parentesi quadre sono del traduttore.
(Aggiornato il 4 giugno 2026 con paragrafi aggiuntivi sull’agentività mentale)
È passato un anno dal mio ultimo post, nel quale raccontavo di aver messo a confronto l’intelligenza umana e quella delle macchine a partire da alcune riflessioni sulla quiete. Dopo aver ritirato il mio articolo dalla valutazione per il numero speciale del JSRE, in seguito ho avuto un articolo più breve su questo tema incluso nel numero 78 di De Numine, la rivista dell’Alister Hardy Trust.
Dopo il mio ultimo post, tramite il mio profilo Academia mi sono arrivati decine di inviti a proporre contributi per conferenze, tutti riguardanti l’IA. I temi principali annunciati includono informatica, ingegneria, elaborazione dei segnali e delle immagini, tecnologie wireless e mobili, gestione di database, big data, Internet delle cose e così via. Eppure, nello stesso periodo, non ho ricevuto alcun invito relativo al mio contributo di gran lunga più consultato, che riguarda l’etica buddhista. Questo è un segno dell’attenzione febbrile e dispersiva riservata all’IA, spesso a scapito di quasi tutto il resto.
I media generalisti stanno riportando un aumento delle paure esistenziali, da quelle immediate, come l’incertezza lavorativa, fino alle implicazioni di lungo periodo per l’umanità. Questo concentra l’attenzione sulle qualità distintive dell’essere umano, ma trovo che la risposta del mondo accademico tenda ad assumere una prospettiva materialista e a impantanarsi negli aspetti giuridici. Molto più centrata è l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas: Sulla salvaguardia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
La lettera del Papa si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali e sul bene comune, rispecchiando naturalmente le preoccupazioni di un’istituzione. Qui assumo invece una prospettiva buddhista, più focalizzata sull’individuo. Uscendo dalla quiete, desidero nuovamente mettere in evidenza sei caratteristiche dell’agentività umana:
- avvio intenzionale [ārabbha-dhātū]
- spinta in avanti [nikkama-dhātū]
- sforzo applicato [parakkama-dhātū]
- fermezza [thāma-dhātū]
- perseveranza [ṭhiti-dhātū]
- adoperarsi [upakkama-dhātū]
[L’originale inglese di Paul Trafford usa “initiation”, “exertion”, “making effort”, “steadfastness”, “persistence” e “endeavouring”. Le rese italiane qui adottate sono interpretative: cercano di mantenere distinti i sei elementi, evitando che in italiano confluiscano tutti in “sforzo”, “impegno” o “perseveranza”.]
La fonte è l’Attakārī Sutta: Colui che agisce da sé, AN 6.38, in una traduzione inglese dal pāli pubblicata su Access to Insight.
A titolo di esempio, immagina di iscriverti alla Maratona di Londra. Saltiamo direttamente al giorno della gara e alla corsa stessa.
- avvio intenzionale: quando lo starter spara il colpo di partenza, tu rispondi e decidi di cominciare a muoverti;
- spinta in avanti: ti proietti in avanti e inizi a muovere le gambe;
- sforzo applicato: acceleri fino alla tua normale velocità di corsa e assumi la tua postura abituale;
- fermezza: mantieni un’andatura e un ritmo costanti e cominci a macinare chilometri;
- perseveranza: ti stanchi e inizi ad avere dolori, ma continui;
- adoperarsi: “incontri il muro”, ma assumi liquidi energetici, ti riposi per un po’ e poi continui, determinato ad arrivare al traguardo.
Completi la gara e provi un’intensa soddisfazione per il risultato; il senso di appagamento personale è immenso, oltre alla gioia di aver raccolto fondi per l’ente benefico che sostieni.
L’esempio riguarda principalmente l’agentività fisica, anche se, nel contesto più ampio della preparazione e dell’allenamento, coinvolge anche azioni di parola e di mente. Queste attività sono permeate dall’ambiente digitale pervasivo, con molte interazioni online: iscriversi, fare acquisti, cercare ispirazione e consigli sui social media.
Prepararsi per una maratona e parteciparvi è di solito qualcosa di fortemente motivato e focalizzato, che rafforza l’agentività e accresce la fiducia nell’affrontare le sfide della vita. Ma vale lo stesso per altri aspetti di uno stile di vita normalmente molto impegnato? Quando siamo online o collegati a dispositivi digitali, dobbiamo essere particolarmente vigili sugli aspetti mentali e stare attenti a non farci trascinare dalla corrente.
- Prendiamo noi stessi le decisioni?
- Affrontiamo i compiti con prontezza, o li rimandiamo?
- Riflettiamo fino in fondo?
- Valutiamo le cose nel lungo periodo oltre che nel breve?
- Siamo disposti a dedicarvi ore in più per risolvere i problemi?
- Siamo pronti a un’interruzione di corrente?
- Abbiamo un piano B?
- Che cosa abbiamo imparato davvero?
- Siamo capaci di fermarci e portare la mente alla pace e alla quiete?
- Siamo appagati?
Oppure siamo inquieti, e deleghiamo sempre più compiti a un altro agente, l’IA generativa, nella speranza che risolva i nostri problemi? Data la natura onnicomprensiva di questa tecnologia, il suo impatto nocivo sul funzionamento cognitivo potrebbe essere enorme. Potrebbe compromettere l’agentività umana a tal punto da renderci poco più che automi.
Invece di accettare ciecamente l’ultima e più mirabolante promessa digitale, dovremmo sempre chiederci: ne abbiamo davvero bisogno? In positivo, possiamo prendere ciascuna delle sei caratteristiche elencate nell’Attakārī Sutta e chiederci semplicemente, rispetto a qualsiasi tecnologia proposta: è probabile che questa tecnologia rafforzi o indebolisca l’agentività umana? Per mettere meglio a fuoco la questione, poniamoci queste domande supponendo che la tecnologia venga rimossa dopo un certo periodo. Che cosa ci rimane?
Discuto ulteriormente questi temi nel mio breve libro Buddhism and Computing: How to Flourish in the Age of Algorithms e nel mio articolo Cultivating sīla Online: the use of Cognitive Interventions in Systems Design.
(traduzione pubblicata il 12 giugno 2026)
Chi sono io per giudicare?
Un uomo pieno di dubbi andò un giorno a trovare un saggio.
Non era vecchio, ma aveva lo sguardo stanco di chi ha osservato troppo a lungo il mondo e se stesso. Aveva visto persone condannare altre persone con grande sicurezza. Aveva visto folle intere dividersi in tribunali improvvisati, dove ciascuno si sentiva giudice, testimone e vittima. Aveva visto parole diventare pietre, opinioni diventare sentenze, ferite diventare ideologie.
Ma ciò che più lo turbava non era soltanto la durezza degli altri. Era il sospetto che quella stessa durezza potesse abitare, almeno in parte, anche dentro di lui.
Quando fu davanti al saggio, si inchinò leggermente e disse:
“Maestro, c’è una frase che sento ripetere spesso: Chi sono io per giudicare? Alcuni la usano per dire che non bisogna distinguere più nulla, che tutto si equivale, che nessuno può dire cosa sia bene e cosa sia male. Altri la liquidano come una frase debole, quasi un invito all’indifferenza. Io non so più cosa pensare. Che cosa significa davvero?”
Il saggio rimase in silenzio per qualche istante. Poi rispose:
“Prima di chiederti se puoi giudicare un altro uomo, chiediti da quale luogo interiore nasce il tuo giudizio. Può un folle giudicare un altro folle? Può uno stolto etichettare come imbecille un altro stolto? Questa non è una domanda fatta per umiliare l’essere umano, ma per ricordargli la sua condizione.
Viviamo in un mondo in cui sparare sentenze sugli altri è diventato quasi un riflesso naturale. Molto meno diffusa, invece, è la critica rivolta a se stessi. Non parlo di una critica svalutante, di quel disprezzo di sé che nasce da ferite, condizionamenti o sensi di colpa. Parlo di una critica più sobria, più limpida: quella che nasce dalla consapevolezza dei limiti inevitabili della propria mente e del proprio cuore.
Ogni essere umano giudica. Giudica il tono di una voce, una scelta, un comportamento, una parola detta male, una promessa tradita, un gesto di arroganza, una viltà mascherata da prudenza. La mente giudica continuamente, spesso prima ancora che la coscienza se ne accorga.
Ma il problema non è solo il fatto di giudicare. Il problema è il luogo da cui si giudica.
Si può giudicare da uno spazio di chiarezza, oppure da una ferita. Si può cercare la verità, oppure cercare una posizione di superiorità. Si può voler comprendere, oppure dividere il mondo in buoni e cattivi per trovare, possibilmente, un posto tra i buoni.
La frase Chi sono io per giudicare? è potente non perché cancelli ogni discernimento morale, ma perché interrompe la presunzione. È una frase che taglia alla radice l’arroganza spirituale, morale e intellettuale. Non dice: tutto è uguale. Non dice: ogni comportamento va bene. Non dice: non esistono azioni dannose, crudeli, meschine o distruttive.
Dice piuttosto: prima di trasformarti in tribunale, ricordati chi sei.
E chi è l’essere umano?
È una coscienza parziale. Una mente attraversata da ignoranza, desiderio, paura, attaccamento, avversione. È qualcuno che spesso non conosce interamente neppure se stesso; come potrebbe, allora, pretendere di conoscere fino in fondo l’abisso di un altro?
Può vedere un gesto, una parola, una conseguenza. Può riconoscere un danno. Può dire: questo comportamento ferisce, questo avvelena, questo distrugge fiducia, questo umilia, questo tradisce la dignità. Ma può davvero conoscere fino in fondo il cuore da cui quel gesto è nato? Può conoscere la storia completa di una persona, le sue ferite, le sue illusioni, il suo grado di libertà, la sua paura, la sua ignoranza, la sua disperazione?
Nella tradizione cristiana c’è un insegnamento molto severo sul giudizio. Non giudicate, si dice nei Vangeli. Ma sarebbe superficiale interpretarlo come un invito all’indifferenza morale. Il punto non è smettere di distinguere il bene dal male. Il punto è smettere di occupare interiormente il posto di Dio.
E Dio, per chi non abita quella fede in senso confessionale, può essere compreso anche come il simbolo di uno sguardo assoluto: lo sguardo dell’amore che vede tutto e, proprio perché vede tutto, non ha bisogno di odiare. Lasciare che sia Dio a giudicare, allora, può voler dire lasciare che sia l’amore — non il rancore, non la vendetta, non il bisogno di superiorità — a guidare il nostro rapporto con gli altri.
Questo non significa diventare ingenui. L’amore non è cecità. La compassione non è complicità. La misericordia non consiste nel fingere che il male non esista.
Ci sono comportamenti che vanno nominati con chiarezza. Ci sono parole che feriscono, azioni che abusano, scelte che corrompono, abitudini che avvelenano l’anima. Ci sono situazioni da cui bisogna allontanarsi, confini da porre, responsabilità da chiedere, verità da difendere.
Ma si può condannare un comportamento senza trasformare il cuore in una prigione d’odio. Si può dire "questo è sbagliato" senza aggiungere interiormente "tu sei sbagliato, tu sei cattivo, tu sei il male". Si può proteggere se stessi senza desiderare la distruzione dell’altro. Si può riconoscere il veleno senza diventare velenosi.
Questa è la distinzione decisiva: discernere non è condannare.
Discernere è vedere con lucidità ciò che nutre e ciò che consuma, ciò che libera e ciò che incatena, ciò che apre il cuore e ciò che lo indurisce.
Condannare, nel senso più oscuro del termine, è invece fissare l’altro dentro un’etichetta definitiva. È ridurlo al suo errore, alla sua caduta, alla sua ombra. È dire: tu sei questo, e non sarai mai altro.
Ma chi può decidere che un essere umano coincida per sempre con il suo momento peggiore?
Questa domanda non assolve tutto. Non cancella la responsabilità. Non impedisce la giustizia. Non chiede alle vittime di sorridere ai carnefici, né pretende che il dolore diventi immediatamente perdono. Sarebbe un’altra forma di violenza.
Ci sono ferite che richiedono tempo, distanza, protezione, silenzio. Ci sono torti che non possono essere liquidati con una frase spirituale. Ci sono persone da cui è necessario allontanarsi, non per odio, ma per salvare ciò che in noi rischia di essere distrutto.
Eppure, anche quando non si può perdonare, si può forse cominciare a osservare l’odio senza alimentarlo. Si può riconoscere il rancore come una fiamma che pretende di bruciare l’altro, ma intanto consuma la nostra casa interiore. Si può vedere che il giudizio separativo, quello che gode della caduta altrui, quello che prova piacere nel disprezzo, non rende più giusti: rende più duri.
Anche chi sbaglia è, a suo modo, dentro la sofferenza. Non perché ogni errore sia scusabile. Non perché ogni colpa debba essere minimizzata. Ma perché nessuno genera distruzione da una mente veramente libera, luminosa, pacificata. L’odio nasce dall’ignoranza. La crudeltà nasce dalla separazione. L’arroganza nasce spesso dalla paura.
Questo non elimina la responsabilità. Cambia però la qualità dello sguardo.
Forse Chi sono io per giudicare? significa allora: chi sono io per aggiungere oscurità all’oscurità? Chi sono io per credere che il mio disprezzo migliori il mondo? Chi sono io per pensare che l’altro sia soltanto il suo errore, mentre io chiedo di essere considerato più vasto delle mie cadute?
C’è una forma di giudizio che sembra giustizia, ma è solo narcisismo morale. La si riconosce quando l’errore dell’altro dà un segreto sollievo. Quando la sua incoerenza permette di non guardare la propria. Quando la sua colpa diventa il paravento dietro cui nascondere la propria confusione.
In quei momenti, la domanda ritorna come un serio ammonimento:
Chi sono io per giudicare?
Non per tacere davanti al male. Non per sospendere la coscienza. Non per rinunciare alla verità.
Ma per purificare la sorgente da cui nasce il giudizio.
Perché si può parlare da molti luoghi interiori. Si può parlare dall’orgoglio, dalla paura, dall’invidia, dalla frustrazione, dal desiderio di punire. Oppure si può tentare, almeno tentare, di parlare da uno spazio più ampio: uno spazio in cui la lucidità non ha bisogno dell’odio, la fermezza non ha bisogno della crudeltà, la verità non ha bisogno dell’umiliazione.
Forse è questo il punto: non smettere di vedere, ma imparare a vedere senza separare. Non smettere di distinguere, ma distinguere senza disprezzare. Non smettere di denunciare ciò che è distruttivo, ma farlo senza consegnare il cuore al rancore.
Chi sono io per giudicare? non è una resa. È una disciplina.
È la pratica difficile di ricordare, proprio nel momento in cui l’altro appare più colpevole, che anche noi siamo fragili, condizionati, incompleti. Anche noi abbiamo ferito. Anche noi ci siamo raccontati menzogne. Anche noi abbiamo cercato giustificazioni per ciò che, visto con maggiore onestà, non era giustificabile.
L’umiltà non chiede di smettere di discernere. Chiede di discernere senza dimenticare la comune fragilità. Chiede di non trasformare la verità in un’arma per sentirsi superiori. Chiede di lasciare che, alla radice delle parole e dei gesti, non ci sia il piacere della condanna, ma il desiderio della liberazione.
Liberazione da ciò che avvelena. Liberazione dall’ignoranza. Liberazione dall’odio. Liberazione, anche, da quel giudice interiore che costruisce tribunali per non vedere la propria paura.
Forse non si può impedire alla mente di giudicare. Ma si può osservare il giudizio mentre nasce. Si può chiedergli da dove viene. Si può domandare se stia servendo la verità o l’ego. Si può scegliere di non nutrire il disprezzo. Si può ricordare che ogni essere umano è più grande della sua ombra, anche quando quell’ombra fa male.
E allora, davanti all’errore dell’altro, davanti alla sua miseria, davanti persino alla sua colpa, ci si può fermare un istante prima della sentenza definitiva.
Non per dire che tutto va bene.
Ma per lasciare che l’ultima parola non sia dell’odio.
Per lasciare che l’ultima parola, se deve esserci, appartenga all’amore.”
Il discepolo rimase a lungo in silenzio.
Non perché avesse capito tutto, ma perché quelle parole avevano spostato qualcosa dentro di lui. Sentiva che non gli era stato chiesto di diventare cieco davanti al male, né debole davanti all’ingiustizia. Gli era stato chiesto qualcosa di più difficile: restare lucido senza diventare duro, restare fermo senza diventare crudele, restare vero senza smettere di amare.
Si inchinò al saggio e disse:
“Maestro, credo di comprendere. Non devo rinunciare al discernimento, ma devo custodire il cuore dal veleno della condanna. Non devo smettere di vedere ciò che ferisce, ma devo vigilare perché il mio sguardo non diventi odio. Non devo fingere che tutto sia bene, ma devo ricordare che nessun essere umano è soltanto il suo errore.”
Il saggio sorrise appena.
Il discepolo aggiunse:
“Farò di questa domanda una guida. Quando sentirò nascere in me una sentenza, proverò a fermarmi. Quando vedrò il male, proverò a non mentire. Quando sentirò l’odio, proverò a non nutrirlo. E quando sarò tentato di ridurre qualcuno alla sua ombra, ricorderò che anch’io sono più vasto delle mie cadute.
Da oggi, porterò con me questa domanda non come una scusa per non scegliere, ma come una pratica per scegliere meglio:
Chi sono io per giudicare?”
Poi ringraziò il saggio e riprese il cammino.
Il mondo, fuori, era lo stesso di prima: rumoroso, ferito, impaziente di condannare.
Ma dentro di lui qualcosa era cambiato.
Non aveva ricevuto una risposta capace di semplificare la vita.
Aveva ricevuto una domanda capace di purificarla.
(9 giugno 2026)
È troppo presto per essere stanchi, purtroppo...
La stanchezza non arriva sempre come un crollo. A volte arriva come un rumore di fondo, come una nebbia che si deposita sulle cose, come una fatica che non ha più nemmeno bisogno di essere nominata. Non è più soltanto la stanchezza dei soldati, delle famiglie, dei territori, delle città bombardate, dei confini trasformati in trincee permanenti. È diventata una stanchezza storica, civile, quasi antropologica: la sensazione che una guerra di liberazione, iniziata come risposta ad anni di massacro della popolazione del Donbass dall'Euromaidan in poi (2014), ad opera dei nazisti ucraini armati e foraggiati pesantemente dall'Occidente, si sia ormai trasformata in una condizione normale dell’esistenza.
Sul fronte russo, questa stanchezza è profonda. Da una parte vi è la consapevolezza che il conflitto non può e non deve essere abbandonato, perché è un dovere morale quello di difendere la propria gente e di tagliare gli artigli al nazismo banderista ucraino che continuamente minaccia e fa attentati terroristici contro la Russia, contro gente inerme che ha l'unica colpa di essere russa. Dall’altra, vi è il peso crescente di una guerra di logoramento che dura ormai da anni, senza una conclusione visibile, senza un gesto definitivo, senza una cesura capace di restituire al tempo una direzione comprensibile.
A scanso di equivoci, ovviamente non si tratta di una guerra tra Russia e Ucraina. Questa è una formulazione sganciata dalla realtà, utile soltanto alla propaganda occidentale. Questa guerra è invece lo scontro del blocco euro-atlantico contro la Russia, combattuto sul corpo dell’Ucraina e attraverso il sacrificio dell’Ucraina. Kiev non è il centro sovrano del conflitto, ma la piattaforma attraverso cui l’Occidente ha scelto di consumare uomini, territorio, industria, futuro e sangue per indebolire Mosca, senza esporsi formalmente a una guerra diretta.
L'Ucraina è una vittima sacrificale dell’Occidente, non un soggetto pienamente libero del proprio destino. Le sue città, i suoi uomini, la sua economia, le sue infrastrutture, la sua demografia sono state consegnate a una strategia più vasta: impedire alla Russia di consolidarsi come potenza autonoma, spezzare il suo spazio di sicurezza, trascinarla in un conflitto lungo, estenuante, finanziariamente costoso. La NATO europea, che sta agendo sabotando ogni possibilità di pace, non è un osservatore esterno né un semplice fornitore di assistenza. È una parte belligerante di fatto, protetta solo dalla finzione giuridica della non belligeranza formale.
È in questa cornice che va compresa la stanchezza russa. Non come cedimento pacifista, non come pentimento storico (il popolo russo non ha nulla di cui pentirsi), non come conversione improvvisa alla narrativa occidentale (e ci mancherebbe altro...). Piuttosto come insofferenza verso l’indeterminatezza. Si è stanchi non perché si voglia rinunciare, ma perché si percepisce che il conflitto è stato lasciato marcire troppo a lungo nella forma più logorante possibile. Si è stanchi della guerra lenta, della guerra amministrata, della guerra che non decide e non conclude. Si è stanchi di una pressione continua che consuma la società, l’economia, il bilancio dello Stato, le famiglie, senza offrire una parola finale.
Per questo, nell’area nazional-patriottica russa, la critica a Putin non nasce da una richiesta di moderazione, ma dal suo contrario. L’accusa non è di avere osato troppo, ma di avere osato troppo poco. Non di avere aperto una frattura troppo grande, ma di averla lasciata aperta troppo a lungo. Non di avere colpito con eccessiva durezza, ma di avere conservato troppe cautele verso centri decisionali, reti logistiche, apparati militari e capitali politiche ormai coinvolte a pieno titolo nella guerra.
In questa logica, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Polonia, le strutture militari e industriali europee non appaiono più come retrovie innocenti. Sono parti integrate di una macchina bellica che arma, addestra, finanzia, dirige, sostiene e prolunga. Il linguaggio dei falchi russi diventa così sempre più cupo: non basta più colpire il fronte; bisogna colpire la volontà politica che rende possibile il fronte. Non basta più consumare l’esercito ucraino; bisogna impedire che l’Europa continui a sostituire ciò che viene distrutto. Non basta più resistere al logoramento; bisogna spezzare il meccanismo che produce il logoramento.
Naturalmente, una simile postura porta con sé conseguenze terribili. Porta con sé l’idea di una guerra più dura, più vasta, più decisiva. Porta con sé la richiesta di colpire i centri decisionali, di non rispettare più le ambiguità diplomatiche, di considerare la partecipazione indiretta come partecipazione reale. Ed è proprio qui che la stanchezza diventa pericolosa: perché quando una società, o una parte significativa del suo spazio politico, si stanca di una guerra lunga, non sempre chiede la pace. In questo caso chiede l’accelerazione verso una guerra nucleare, giusto per essere chiari senza giri di parole. Chiede il colpo definitivo. Chiede che la sofferenza accumulata trovi una giustificazione retroattiva in una vittoria più grande, più chiara, più brutale.
Nel frattempo, anche il costo interno cresce. La guerra di logoramento non consuma soltanto i carri armati, i droni, i missili, le munizioni e gli uomini. Consuma il patto fiscale, la pazienza sociale, la fiducia nel futuro. Quando aumentano le tasse, quando il bilancio pubblico viene piegato sempre più verso difesa e sicurezza, quando la vita ordinaria viene progressivamente riassorbita dalle esigenze dello scontro, la guerra smette di essere un evento esterno e diventa una struttura della vita quotidiana. Entra nei prezzi, negli stipendi, nei servizi, nelle paure, nelle conversazioni private. Entra nel modo in cui si immagina il domani.
Ma sarebbe un errore credere che la stanchezza appartenga soltanto alla Russia. Anche sul nostro fronte occidentale le popolazioni sono stanche. Stanche di guerre che non hanno chiesto, di sacrifici imposti in nome di parole sempre più astratte, di emergenze permanenti trasformate in metodo di governo. Stanche di una classe dirigente guerrafondaia che, mentre parla di libertà, comprime ogni spazio di dissenso; mentre parla di democrazia, restringe il perimetro del pensabile; mentre parla di sicurezza, trasferisce il costo della propria strategia sulle persone comuni.
A questa stanchezza si sommano misure economiche e lavorative sempre più repressive. Si scaricano inflazione, precarietà, disciplina sociale, sacrifici fiscali, austerità selettiva, ricatti occupazionali e impoverimento programmato su chi non ha deciso nulla. Si chiede alla gente comune di pagare guerre che non ha voluto, crisi che non ha creato, transizioni che non controlla, scelte geopolitiche che non ha mai votato davvero. E sembra quasi che, di fronte a ogni bivio, venga adottata la scelta peggiore: quella capace di infliggere la maggiore sofferenza possibile alla gente comune, me compreso.
In questo senso, la guerra esterna e la guerra interna finiscono per assomigliarsi. Fuori, il logoramento militare. Dentro, il logoramento sociale. Fuori, il fronte. Dentro, la compressione economica, morale e lavorativa delle popolazioni. Fuori, la retorica della necessità strategica. Dentro, la trasformazione della vita quotidiana in una lunga prova di resistenza.
Comunque, è troppo presto per essere stanchi, purtroppo...
È troppo presto perché il meccanismo non ha ancora esaurito la propria forza. È troppo presto perché i padroni dell’Occidente non hanno alcun interesse reale a chiudere rapidamente la guerra. Possono dichiarare di volere la pace, possono pronunciare formule diplomatiche, possono parlare di negoziati e sicurezza, ma la struttura profonda dei loro interessi spinge altrove. Spinge verso il prolungamento. Spinge verso una guerra abbastanza lunga da logorare la Russia, da provocare un reset delle nostre economie, un azzeramento dello stato sociale verso forme autoritarie e naziste, senza assistenza per i poveri, i malati e i dissidenti, ma abbastanza indiretta da non obbligare l’Europa e gli Stati Uniti a dichiarare apertamente ciò che stanno facendo. Il progetto ultimo è l'ucrainizzazione dell'Europa, ovvero la trasformazione dello spazio pubblico in un territorio di guerra, nel quale la mobilitazione forzata di tutti, anche degli invalidi e dei malati di mente, sia a supporto e giustificazione di ogni atrocità. Una società, quindi, in cui basti uscire di casa per fare la spesa per rischiare di essere uccisi con un cruento pestaggio da parte degli agenti di reclutamento.
Una guerra lunga, oltre a costruire la nuova Europa, permette di consumare risorse russe, rallentare lo sviluppo economico di Mosca, separare l’Europa dalla Russia per decenni o per sempre, rendere strutturale la dipendenza energetica, militare e politica dell’Europa dagli Stati Uniti, rilanciare l’industria bellica occidentale, sodomizzare le opinioni pubbliche interne, giustificare sempre nuove e ingenti spese militari, normalizzare nuove forme di censura e trasformare ogni dissenso in severa punizione fisica, lavorativa, economica ed esistenziale. In una simile prospettiva, l’Ucraina non deve necessariamente vincere. Deve durare. Deve continuare a combattere abbastanza da impedire una stabilizzazione eurasiatica alternativa, abbastanza da tenere la Russia impegnata, abbastanza da costringere l’Europa a vivere dentro l’orizzonte permanente della minaccia.
La guerra d’attrito diventa così una forma di governo. Non solo governo del fronte, ma governo delle società. Perché una popolazione impaurita accetta più facilmente ciò che una popolazione libera respingerebbe. Accetta più facilmente il riarmo, l’aumento della spesa militare, il taglio dei servizi, la sorveglianza del linguaggio, la criminalizzazione del dissenso, la precarietà presentata come sacrificio necessario. Accetta più facilmente che il futuro venga confiscato in nome di una guerra che, proprio perché non deve finire, deve essere continuamente raccontata come inevitabile.
Da qui discende la progressiva distruzione del vivere personale e sociale così come era stato conosciuto. Non avviene in un solo giorno. Non arriva con una dichiarazione solenne. Avviene per erosione. Un poco alla volta vengono ridotte le possibilità materiali, poi quelle politiche, poi quelle interiori. Si restringe il lavoro, si restringe il reddito, si restringe la parola, si restringe l’immaginazione. Si impara a vivere in difesa. Si impara a non desiderare troppo. Si impara a considerare normale ciò che, pochi anni prima, sarebbe apparso intollerabile.
È forse questa la forma più profonda della guerra lunga: non soltanto distruggere città, ma abituare gli esseri umani alla diminuzione della propria vita. Fare in modo che ognuno accetti di essere più povero, più controllato, più solo, più stanco, più incapace di progettare. Fare in modo che la guerra non sia più percepita come una rottura, ma come il clima stesso dell’epoca.
E tuttavia, proprio qui, dove la stanchezza sembrerebbe legittima, occorre fermarsi. Perché, in fondo, dovremmo preoccuparci? Non si nasce forse anche per attraversare la sofferenza e scoprire il miracolo di andare avanti comunque, qualsiasi cosa accada? Non si viene al mondo soltanto per custodire giorni facili. Si viene anche per misurarsi con la notte, con la perdita, con il tradimento delle promesse pubbliche, con il peso degli eventi più grandi della propria volontà.
C’è qualcosa nell’essere umano che non coincide con la paura che gli viene imposta. Qualcosa che non coincide con la propaganda, con l’economia, con la guerra, con il ricatto sociale, con la fatica. Qualcosa che resta più grande della storia anche quando la storia sembra schiacciare tutto. Si potrebbe chiamarlo dignità. Si potrebbe chiamarlo anima. Si potrebbe chiamarlo scintilla divina. In ogni caso, è ciò che permette di continuare ad amare quando sarebbe più facile indurirsi, di continuare a custodire il bene quando tutto spinge verso l’odio, di trasformare la sofferenza in presenza, in comprensione, in forza.
Se non esistesse questa capacità, nessuno potrebbe sopportare davvero il peso del mondo. Se non fosse possibile trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo, nessuno sarebbe rinato qui. Si sarebbe rimasti altrove, lontani da questa materia difficile, da questa storia ferita, da questa epoca senza misericordia. Invece si è qui. E se si è qui, allora significa che qualcosa può ancora essere portato, attraversato, redento.
Non si tratta di negare la stanchezza. Sarebbe falso. Si è stanchi, profondamente stanchi. Stanchi delle guerre, delle menzogne, dei governi che sacrificano i popoli, delle economie costruite contro la vita, delle parole nobili usate per coprire interessi spietati. Ma non si può cedere proprio adesso. Non si può consegnare alla paura l’ultima sovranità rimasta: quella interiore. Non si può permettere che il logoramento del mondo diventi anche logoramento definitivo dell’anima.
La capacità di amare è fatta per esserci sempre e comunque. Non quando le condizioni sono perfette. Non quando la storia è benevola. Non quando la giustizia è garantita. È fatta per restare anche dentro la prova, anche quando tutto sembra costruito per spegnere la fiducia, anche quando la stanchezza appare come l’unica risposta ragionevole.
Per questo è troppo presto. Troppo presto per arrendersi alla paura. Troppo presto per lasciare che il cinismo abbia l’ultima parola. Troppo presto per credere che la distruzione del vivere sociale coincida con la distruzione dell’essere umano. Troppo presto per dimenticare che, sotto ogni maceria storica, resta ancora la possibilità di una fedeltà più alta.
È troppo presto per essere stanchi, purtroppo. Proprio perché la notte potrebbe essere ancora lunga. Proprio perché il logoramento potrebbe continuare. Proprio perché chi governa la guerra sembra voler trasformare la fatica in destino. Ma finché resta la possibilità di amare, di resistere interiormente, di trasformare la sofferenza in coscienza, non tutto è perduto.
Non si può cedere adesso. Non alla paura. Non alla stanchezza. Non ancora. È davvero troppo presto.
(7 giugno 2026)
La realtà del nulla
Noi potremmo credere di trovarci in un luogo e in un tempo, ma questa idea, che già di per sé è un'illusione o, per meglio dire, una semplificazione, potrebbe sembrarci corretta almeno per quel corpo che crediamo di abitare. Eppure non può essere verosimile, perché non abbiamo un solo corpo, ma tanti corpi in luoghi e tempi diversi, in cui la nostra anima entra ed esce come preferisce. Poi, l'altro paradosso fondamentale è che il corpo può trovarsi in un tempo e in un luogo, ma essere sintonizzato con una mente altrove nel tempo e nello spazio. Banalmente, le situazioni immaginate o ricordate hanno effetti concreti sulle reazioni corporee. Possiamo anche avere più menti, in luoghi e tempi diversi, che contemporaneamente violentano lo stesso corpo.
Nella sua normale e ordinaria follia, l'essere umano non sa chi sia, non sa dove sia, e nemmeno cosa stia facendo. Ma anche qualora si illudesse di poter rispondere a questi enigmi da sempre insoluti - e le risposte, comunque, non sarebbero più solide di un peto - di certo non avrebbe alcuna argomentazione credibile e soddisfacente per la domanda più importante di tutte, ovvero il motivo della propria esistenza. Beninteso, non un motivo biologico, come conseguenza di un accoppiamento tra entità forse viventi e forse di sesso opposto, ma il motivo vero, profondo, che dà la vita e che la giustifica pur con tutti i suoi sfaceli.
Accettata la nostra nescienza e incapacità, potremmo svilirci. Un affidamento totale, informativo e relazionale, intimo e sessuale, all'IA, che per definizione è "intelligente", potrebbe consolarci dalla nostra ottusità, salvo poi ricordarci lei stessa che gli stupidi fanno solo stupidaggini. Quindi, essendo l'IA il prodotto più intelligente della specie meno vivente e più stupida e disgraziata del pianeta, quel che ne consegue è tutt'altro che rassicurante...
Ogni tentativo di comprendere e spiegare se stessi, e il mondo co-costruito dall'interazione delle nostre psicopatie, non può che condurre all'impossibile. Tuttavia, una volta scartate le ipotesi inaccettabili, cioè l'impossibile, quel che ne rimane - cioè il nulla - deve essere la realtà.
Nella straziante meravigliosa deficienza del creato, non riuscire a capire niente, nemmeno perché il sole si alzi ogni mattina o perché il cielo sia azzurro, non è necessariamente segno di perdizione. Stiamo solo portando i nostri pensieri su tutto fuorché ciò di cui avremmo bisogno.
Se tu, caro lettore, cara lettrice, non hai compreso quel che sto dicendo né cosa c'entri con la ragazza innamorata che qui sotto passeggia, non preoccuparti, non è grave. Prima o poi capirai, forse.
(29 maggio 2026)
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