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Filosofia

Brevi appunti di viaggio

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2021

Appunti di viaggio di un viaggiatore tra infiniti viaggiatori diretti alla stessa meta, ma ognuno con un percorso diverso…

1. Serena attenzione nelle relazioni

Non è mai una questione di chi ha ragione o di chi ha torto, ma è solo una questione di qualità delle relazioni con le persone (compresi noi stessi), gli animali, le piante, l’ambiente.
La serenità è una conseguenza della fede nella vita, grazie alla quale la voglia di vivere prevale sulla paura di morire.
La malattia, l’invecchiamento e la morte non sono più fonte di inquietudine, uno scandalo o un problema da risolvere con qualche stregoneria tecnico-medico-scientifica o altri tipi di magie, sono soltanto una naturale conseguenza della nascita, e quindi un dono. Le pratiche di mantenimento della buona salute psico-fisico-relazionale diventano quindi un’espressione della gratitudine per tale dono, ma senza eccessivo attaccamento e senza ricercare l’immortalità, che è sinonimo di non-vita.
La serena attenzione nelle relazioni implica il riconoscimento che la propria anima fa parte di una comunità di anime.

2. Disidentificazione dai pensieri

I pensieri, al pari dei sogni, non hanno proprietari, sono entità che si muovono nello spazio e nel tempo, che attraversano noi esseri umani e che ci usano per rendersi manifesti, ma non ci appartengono: ogni pensiero è frutto di infinite relazioni.
Non attaccarsi ai pensieri percepiti come “propri”, ovvero non sentire alcun bisogno di guerreggiare per difendere un’ideologia, una credenza, un principio, un piccolo pensiero o quant’altro possa collocarsi in un ipotetico continuum duale del giusto e dello sbagliato, non significa soltanto “darsi pace”, ma anche predisporsi all’amore e a poter imparare qualcosa di nuovo da qualsiasi esperienza.

3. Comprensione mistica della vita

Se da una parte il principio di contraddizione e di compresenza degli opposti spianano la strada ad un relativismo assoluto senza punti di riferimento a priori, ovvero ad una visione dell’esistenza in cui ogni pensiero e atto umano è intrinsecamente legittimo, dall’altra il principio di interdipendenza ci ammonisce che tutto quello che facciamo agli altri lo stiamo facendo anche a noi stessi, e viceversa. La visione aperta, critica, tollerante, discutibile, amorevole e senza giudizi della vita e delle persone, in cui ogni sistema di pensiero è considerato portatore di contraddizioni interne, ovvero una visione relativistica, è al contempo accompagnata da un sentimento di sacralità e di rispetto per tutto ciò che esiste, in quanto parte di un tutto di cui tutti facciamo parte e che, al contempo, è parte di noi. Non ci sono persone in buona o cattiva fede, ci sono soltanto persone che hanno consapevolezze qualitativamente diverse.

Scritto da un’anima,
14 aprile 2021

Vaccini, mascherine, lockdown: costi e benefici nella partita della vita

Ultimo aggiornamento: 10 Aprile 2021

Partita a scacchi "creativa"In una partita a scacchi, un bravo giocatore riflette bene prima di ogni mossa, per calcolarne i possibili costi e benefici. Un abile giocatore potrebbe persino sacrificare la propria regina, se nei suoi calcoli ciò gli convenisse per vincere la partita.

Allo stesso modo, nel caso del torneo di scacchi “covid”, ognuno valuta bene la propria strategia di gioco: se vincesse chi meglio riuscirebbe a distruggere le fondamenta della società, ridurre in grave indigenza quasi tutta la classe media, affliggere nelle pene del panico quasi tutta la popolazione e a mettere fratello contro fratello, causando la maggior sofferenza possibile alle persone, allora le attuali mosse sarebbero già ottime, comunque migliorabili. Una volta l’istigazione all’odio e il procurato allarme erano reati penalmente rilevanti, ma, come è ben noto, la legge non è e non è mai stata uguale per tutti.

Fuor di metafora: è mai possibile che nel calcolo dei costi/benefici di cui tanti si stanno riempendo la bocca per giustificare la legittimità di certe scelte (o più propriamente l’imposizione di certi obblighi decisi unilateralmente), nessuno si metta a considerare veramente tutto ciò che è in ballo, a cominciare dalla felicità e dal benessere psico-fisico-relazionale delle persone? Un calcolo del genere va oltre l’aritmetica e la statistica, la matematica è solo di parziale aiuto e nel complesso insufficiente.

Secondo me, non contano le opinioni né quanto siano giuste o sbagliate (chi può dirlo?), né tanto meno ho opinioni da difendere. Forse l’unica cosa importante, che trascende le opinioni, sono le relazioni tra le persone e più in generale tra tutti i viventi: se questa non è una partita fatta con pezzi di legno (come può essere una partita a scacchi), ma fatta con le persone e con i loro sentimenti, allora non ha senso parlare soltanto di “calcoli”, perché i calcoli si possono fare in un gioco da tavolo, ma non si possono fare con la “vita”, di cui noi facciamo parte e che è infinitamente più intelligente dell’intelligenza di ciascuno di noi.

Stesso discorso ovunque si guerreggi in una dialettica di vero/falso, giusto/sbagliato, buono/cattivo. La paura attenua la capacità di ascoltare la propria intelligenza, il panico quasi la silenzia. Soltanto quando il cuore è limpido e compassionevole può collaborare con l’intelletto: questa magica collaborazione non punta il dito contro nessuno, ma è capace di rimettere tutto in discussione, suggerendo percorsi alternativi e creativi rispetto a quelli già praticati.

Buona partita,
Francesco Galgani,
10 aprile 2021

Sull’esistenza e non-esistenza di Dio

Ultimo aggiornamento: 5 Aprile 2021

Per quanto il problema dell’esistenza e non-esistenza di Dio, inteso nell’archetipo di padre creatore, sia già stato sufficientemente affrontato nel corso dei secoli, stamani la mia Anima mi ha suggerito che il problema, nell’ottica semplicistica e riduttiva in cui sovente viene posto (del tipo: “Sei un credente?”), non sussiste.

Il motivo fondamentale è che il mio comportamento di essere umano trascende i concetti di esistenza e di non esistenza di Dio, perché sarebbe lo stesso in entrambi i casi: l’amore, la gratitudine e il rispetto per la vita non hanno bisogno di giustificazioni ulteriori; stesso discorso per le necessità imposte dal viver quotidiano e dai bisogni psico-fisici-relazionali. Quando una persona vive pienamente nel "qui ed ora" ed è in pace con se stessa e con la vita, probabilmente non ha bisogno di farsi troppe domande. Allo stesso modo, quando una persona è serena, il suo stato mentale è come un sole in mezzo a un cielo terso e il proprio agire è già ripulito dai tanti veleni che spesso affliggono noi esseri umani. La vita sorride a chi le sorride, tutto qua.

Il motivo accessorio, non essenziale ma al contempo meritorio di essere esplicitato, è che, in base al principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti (come trattato in: “Collaborazionismo autolesivo umano nell’aderire a verità assolute”), è vera l’esistenza di Dio ed è vera la sua non-esistenza (o, se lo si preferisce, a libera scelta, sono false entrambe). Al contempo, se ammettessimo che il problema della esistenza e non-esistenza di Dio esista, allora probabilmente rientreremmo nella terza casistica proposta dal principio di igiene mentale (come trattato in: “Principio di igiene mentale, trasposizione del rasoio di Occam”) e, forse, come suggerito dal principio in questione, potremmo concludere che il problema non esiste. Entrambi i principi filosofici qui citati ci indirizzano a guardare il problema da una prospettiva diversa da quella usuale, che potrebbe essere sintetizzata in: “Non ti preoccupare di Dio, non importa se Dio esiste oppure no. Metti da parte paure, pregiudizi e preconcetti. Ciò che importa è come è indirizzato il tuo cuore e quale consapevolezza hai del tuo agire”.

Ad ogni modo, so che quanto ho fin qui esposto potrebbe risultare inaccettabile. Chi ritiene che io abbia scritto cose insensate ha pienamente ragione; parimenti, chi ritiene che io abbia scritto cose ragionevoli e giuste ha altrettanto ragione. In entrambi i casi, il percorso di acquisizione di consapevolezza è personale. Spesso, per comodità, preferiamo seguire persone o cose che ci fanno credere di avere la soluzione dei nostri problemi a prescindere dal nostro stato di consapevolezza: ci conviene stare molto attenti, perché in questo modo possono accadere cose molto spiacevoli, se non veri e propri disastri.

Vorrei concludere con una storiella:

«C’era una volta un pesciolino che stava cercando l’oceano. Un giorno, incontra il vecchio pesce saggio e gli domanda: “Pesce saggio, sto cercando l’oceano, sai indicarmi la strada?”. Il pesce saggio rispose: “Dove pensi che stiamo nuotando? Nell’oceano, questo è l’oceano!”, subito il piccolo pesciolino ribatté: “Ma quale oceano, questa è solo acqua!” e se ne andò a cercare in un’altra direzione».

Francesco Galgani,
5 aprile 2021

Il massimo della stupidità è usare solo la razionalità?

Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2021

La più pericolosa e distruttiva forma di ottusità, che può arrecare ingenti danni e atroci sofferenze al singolo e alla società, è l’uso esclusivo della razionalità. Tale patologica condizione della mente, che di fatto consiste in uno scollegamento tra cuore e intelletto (che sono i due occhi dell’anima), in molti contesti è innalzata a virtù, a dimostrazione che le genti spesso sono attratte più dalla stupidità che dall’intelligenza. Questo dramma di uso esclusivo di un pensiero calcolante, separativo e logico-matematico è proprio di una parte degli esseri umani e di tutte le forme di “intelligenza artificiale”. Il fatto che una macchina non viva, non cosciente e senza anima possa essere definita “intelligente” non esprime una reale caratteristica della macchina, piuttosto dice qualcosa su chi entusiasticamente la definisce tale.

Francesco Galgani,
2 aprile 2021

Collaborazionismo autolesivo umano nell’aderire a verità assolute

Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2021

L’essere umano, a livello di specie, è fondamentalmente collaborazionista rispetto ai poteri “esterni”, cioè disumani o non umani, che lo opprimono. Si tratta di una forma di collaborazione solitamente percepita come funzionale alla propria sopravvivenza, persino giudicata come “giusta”, anche di fronte alle peggiori ostentazioni di prevaricazione, oppressione, gusto nell’infliggere patimenti atroci e fini a se stessi, distruzione della bellezza, della vita, dell’amore. In altre parole, l’essere umano è abituato ad obbedire, e non è escluso che questa attitudine non sia soltanto culturale, ma anche codificata nel DNA.

Le dittature e i genocidi del passato ne sono una delle più palesi dimostrazioni, così come lo è l’attuale situazione a livello mondiale. La specie umana si dimostra pronta a qualunque tipo di vessazione, con una pazienza pressoché senza limiti e senza dignità, senza neanche un accenno di anelo di libertà, quando incontra un potere violento percepito come superiore e legittimato tramite la paura, il senso di impotenza e la violenza (sentimenti particolarmente inculcati oggi tramite la televisione).

Per queste ragioni, la storia dell’umanità, in quanto specie facilmente addomesticabile e già da millenni addomesticata (da chi?), è stata fortemente turbata, e continua ad esserlo, da interferenze che hanno caratteristiche non umane o disumane. Le persone, tra di loro, costruiscono spesso modelli relazionali basati sulla violenza appresa, che è l’aspetto complementare dell’incapacità appresa di amare.
In base al principio che tutto è in collegamento con tutto, è però evidente che questa interferenza non può essere unilaterale e che essa durerà soltanto finché la maggioranza degli esseri umani sentirà il bisogno di padroni, di protettori, di esseri esterni a sé in cui riporre la propria fiducia. Nel momento in cui una persona comincia a rendersi conto di essere creatrice attiva e principale del proprio mondo, non si affida più a poteri esterni ma ricerca il proprio potere interno; la stessa cosa vale per l’umanità nel suo complesso.

La continua accettazione dell’inaccettabile, attraverso i millenni e fino ad oggi, avviene grazie a dogmi (di cui quello più recente è il “covid”, in passato quello dominante era “dio”), cioè verità assolute e sovente rivelate (e persino “dimostrate”), che servono a creare una rappresentazione della realtà funzionale agli scopi del potere, scopi solitamente alieni e alienanti rispetto alle reali necessità umane. Chi asserisce queste cose, anche laddove esista la formale libertà di pensiero e di espressione, solitamente non viene compreso e, laddove le sue affermazioni siano di disturbo, viene appeso in croce: questo vale soprattutto per i personaggi potenzialmente influenti. Eventi recenti hanno dimostrato che anche in Italia l’atto di pensare e di esternare qualcosa di diverso rispetto a quanto è comunemente noto è punito con varie forme di ricatto, che arrivano anche alla reclusione in ospedali psichiatrici, in cui vengono commessi indicibili abusi; nel resto del mondo, purtroppo va anche peggio. Gli esempi in tal senso e attuali sono continui, quelli del passato troppi per essere contati.

I dogmi, o verità assolute, tanto cari alle religioni, alle parti incancrenite della scienza e della politica, al pensiero popolare dominante, spesso espressione del pensiero “unico” inoculato tramite il “main stream” e dalle sue controparti (la cosiddetta “controinformazione”), rafforzato o direzionato dai “filter bubble” dei social, sono basati su una creazione di realtà in cui non è ammessa la compresenza degli opposti e la loro contemporanea verità e legittimità di esistere. Si tratta di una visione/costruzione della realtà che tiene conto solo di quegli aspetti che sono coerenti ai dogmi stessi e che trova fondamento nei tre principi aristotelici di non contraddizione, di identità e del terzo escluso, che hanno senso soltanto all’interno di un sistema isolato (che di per sé è un’astrazione utile, ma mai reale). Nel momento in cui passiamo da un sistema isolato a un sistema più verosimile, in cui tutto è connesso a tutto e in cui vige l’interdipendenza e la mutevolezza istante dopo istante di tutti i fenomeni, ovvero in cui non esista un sistema di riferimento ovunque valido, ne segue che i principi fondanti diventano il principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti. In altri termini, ogni cosa esiste perché esiste il suo opposto ed è in relazione con esso, inoltre ciò che è vero è al contempo anche falso, in quanto verità e falsità non sono mai caratteristiche stabili e indipendenti, almeno per due motivi: per prima cosa, non esiste qualcosa che non sia identificato e identificabile dalle relazioni con ciò che è diverso da sé (nulla esiste di per sé), secondariamente la verità o falsità di un concetto sono in relazione al sistema di riferimento. Così come cambiando gli assiomi cambia la matematica, così cambiando quella parte della dualità dell’esistente che è assunta come vera cambiano di conseguenza tutti i valori di verità e falsità. Poiché ciò che esiste è sempre duale, in quanto identificato quantomeno dal suo opposto, ed è in continuo cambiamento, in quanto interdipendente con tutto l’esistente, ne segue che la sua verità e falsità sono in funzione del sistema di riferimento in un dato istante, quindi mutevoli e compresenti.

In alternativa, potremmo tentare di non guardare soltanto una parte della dualità e cercare invece di comprenderla nella sua totalità, con tutte le sfumature. Millenni di logica aristotelica hanno reso questo compito particolarmente arduo, ma non impossibile.

La liberazione dalle briglie dell’addomesticamento al pensiero funzionale ad un potere esterno, e disfunzionale al nostro comune interesse di vivere in una società armoniosa, inizia dal rigettare l’assolutismo dei concetti di vero e di falso, mettendo in continua discussione i nostri stessi pensieri.

Quando accadono cose che non ci piacciono, esse possono metterci in evidenza qualcosa che ancora non abbiamo capito (se lo vogliamo). La stessa cosa può valere per l’incontro con ciò che contraddice le nostre presunte certezze.

Ciò che ho fin qui scritto è vero, è falso, è in parte vero e in parte falso, non è né vero né falso. Ha contemporaneamente tutte queste caratteristiche ed ha inoltre una grossa pecca: per osservare la realtà, sono costretto ad astrarmi da essa, come se io non ne facessi parte. Questo è un mio grosso limite che, probabilmente, condivido con te che hai avuto la pazienza di leggere fino a qui.

Francesco Galgani,
26 marzo 2021

Surrealtà della notizia: obbligo di tampone anale

Ultimo aggiornamento: 22 Marzo 2021

Obbligo di tampone anale

A chi non ci crede, suggerisco di leggere qui:
https://www.iltempo.it/esteri/2021/03/04/news/cina-tamponi-anali-obbligatori-stranieri-covid-proteste-giappone-stati-uniti-26421406/

A chi invece ci crede, gli assicuro che è un mio fotomontaggio.

A chi crede alla notizia riportata su "Il Tempo" e anche alla prima pagina del "Corriere della Sera" qui riportata, gli assicuro che è vicino alla verità.

A chi non crede né alla notizia de "Il Tempo", né a questa qui riportata, faccio notare che entrambe si riferiscono ad una realtà immaginata, surreale, allucinatoria, in una sola parola falsa, quindi anche queste notizie sono false.

In sintesi, la notizia è contemporaneamente vera e falsa, difficilmente potrebbe essere "solo vera" o "solo falsa".

Francesco Galgani,
22 marzo 2021

Perché scrivere?

Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2021

Scrittura creativa

Scrittura creativa, pittura digitale di Francesco Galgani, 28 gennaio 2021

Siamo in un’epoca in cui la produzione di testi (e altri tipi di contenuti) è esplosa. Forse, in questi ultimi anni, abbiamo prodotto più testi che in tutta la restante storia dell’umanità? Se l’ipotesi è verosimile, è altrettanto degna di nota l’essenziale superfluità di tale produzione. Forse tra un millennio saranno ancora studiati i testi dell’antichità, ma quelli dell’attuale contemporaneità lo saranno? Dati questi dubbi, perché scrivere ancora?

Posso parlare per me. La mia risposta più onesta è che quando produco qualcosa di creativo (un articolo, un disegno, una poesia, un pensiero, ecc.) lo faccio perché mi va di farlo e perché mi fa piacere farlo; oserei dire che una coscienza più grande di me si esprime tramite me. Quest’ultima asserzione è come io percepisco me stesso in rapporto all’arte, ma non solo. In almeno uno dei miei scritti esplicito chiaramente che io faccio da “tramite”, mi riferisco alla “Religione dell’ultima lotta”.

Scrivo, comunque, anche per altre ragioni. Una di queste è per conservare una memoria, una traccia, delle cose che studio e su cui rifletto in un certo periodo, pur non sapendo se in futuro potranno tornare utili a me o ad altre persone. Semplicemente evito che finisca presto nel dimenticatoio, o peggio nel nulla, ciò che può ancora continuare ad esistere, almeno finché io continuerò a pagare i miei siti e a manutenerli.

Un’altra mia motivazione primaria nello scrivere è che l’atto della scrittura serve a formare le idee in una modalità più precisa e profonda che senza la scrittura difficilmente sarebbe possibile. In questo senso, l’utilità della scrittura è nel “qui ed ora”.

Ulteriori motivazioni nello scrivere possono riguardare il mio senso di identità. Di sfondo, a volte, c’è l’auspicio che ciò che faccio sia utile per un mondo migliore, ma spesso questo auspicio lascia il posto alla consapevolezza che il mio agire è in conseguenza del mio essere o semplicemente che la creatività è l’unica forma espressiva che a volte ho per esprimere certi sentimenti o emozioni. In tutto questo, scavando, c’è l’incontro con la solitudine, che è il tema del mio quadretto "Senza una grande solitudine nessun lavoro serio è possibile".

E’ ovvio che in questo modo di pormi prevalgono motivazioni emotive. Per dirla più brevemente: la scrittura creativa, e ogni altra forma di arte, nascono da un bisogno interno, a prescindere dal rapporto che poi le altre persone avranno con tale produzione.

(testo e pittura digitale di Francesco Galgani, 28 gennaio 2021)

Cestinare le opinioni?

Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2021

Amore per le opinioni

Amore per le opinioni, pittura digitale di Francesco Galgani, 28 gennaio 2021

Le idee sono i prodotti creativi della nostra mente individuale e collettiva, ma le opinioni... se diventano qualcosa da difendere, o per cui lottare e morire, allora sono una maledizione?

Rientrano tra le opinioni tutte le personali rappresentazioni della realtà (rappresentazioni però sempre parziali e faziose, perché siamo noi a creare la realtà duale in cui ci troviamo), che poi si trasformano in giudizi, pregiudizi, preconcetti, previsioni, classificazioni in buono e cattivo, giusto ed empio, corretto e sbagliato.

Le opinioni possono portarci persino a gioire della sofferenza di chi ha opinioni diverse, o contrapposte, alle nostre, facendoci perdere la nostra comune umanità.

Una santa benedizione può essere quella di cominciare a cestinare le proprie opinioni, lasciando soltanto le idee, che di per sé sono sempre mutevoli e vanno bene finché non diventano opinioni da difendere?

Anni di mie riflessioni e opinioni, scritte in questo blog, mi sono servite per capire che mi conviene non identificarmi nelle mie opinioni, anzi, è più salutare che io mi limiti soltanto a guardarle, lasciandole scorrere come l’acqua mutevole di un fiume e senza attaccarmi ad esse.

Credo che quel che conti veramente è come è indirizzato il nostro cuore e in cosa riponiamo la nostra fede.

(testo e pittura digitale di Francesco Galgani, 28 gennaio 2021)

Amore di coppia?

Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2021

Amore di coppia, folliaL’amore di coppia è forse l’incontro tra due follie che, per ragioni misteriose e fuori da qualsiasi schema, scelgono di provare, in qualche modo, a stare insieme?

Tale incontro di follie è forse dominato da un vortice di energie creatrici e distruttrici che, a seconda della prevalenza delle une o delle altre, ne determinano l’esito?

Non lo so, forse tra tutti gli aspetti della vita questo è quello in cui regole e leggi meno si adattano.

O forse è tutto diverso da ciò che ho scritto. Gli antropologi ne sanno qualcosa, forse.

(Francesco Galgani, 28 gennaio 2021)

La scienza contemporanea è inadeguata, religiosa, disumanizzata e lontana dalla comprensione della realtà?

Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2021

In un mio precedente articolo di più di tre anni fa, avevo già mosso seri dubbi sull'attuale modo di "fare scienza", mi riferisco alle denuncie, documentate, che riportai in: «Alla ricerca della scienza...».

Qui voglio mettere in evidenza alcune problematicità insite nel metodo scientifico.

Innanzitutto la domanda che pongo nel titolo di questo articolo è già di per sé problematica, ovvero: «La scienza contemporanea è inadeguata, religiosa, disumanizzata e lontana dalla comprensione della realtà?». E' una domanda problematica per tanti motivi.

Il primo aspetto problematico è che non esiste "la scienza", ma casomai tante scienze, fatte di scienziati che spesso litigano tra di loro: ciò nonostante, ho di proposito scritto "la scienza" per sottolineare che ciò a cui mi sto riferendo è il cosiddetto "metodo scientifico", che dovrebbe mettere in comune le varie scienze. Metodo che, nei miei anni di studi e di ricerche, ho sovente contestato su un aspetto specifico. Mi riferisco alla piena adesione generalizzata, di più o meno tutto il mondo scientifico contemporaneo, a quanto disse il fisico inglese William Thomson, meglio conosciuto come Lord Kelvin:

«Ogni qualvolta vi è possibile misurare ed esprimere per mezzo di numeri l'argomento di cui state parlando, voi conoscete effettivamente qualcosa: quando ciò non vi è possibile, o non ne siete capaci, scarsa e insoddisfacente è, da un punto di vista scientifico, la vostra conoscenza».

Per quello che è il mio sentore, ricondurre un fenomeno complesso e reale a numeri asettici e astratti non significa né conoscerlo, né averne dato una descrizione che necessariamente corrisponda a qualcosa di esistente. Gli esempi sarebbero infiniti, quelli a me più vicini provengono dal mondo della Psicologia accademica e scientifica, nella quale si vuole, per forza, far rientrare l'essere umano dentro schemi fatti di numeri, grafici, tabelle, test. Forse ricondurre l'essere umano a numeri legati da formule significa negarne il libero arbitrio e le infinite possibilità creative, trasformative e imprevedibili?

All'atto pratico, comunque, la degenerazione, anzi, putrefazione, dovuta a questo modo di ragionare, si concretizza in "splendidi" risultati come l'uso dell'intelligenza artificiale per distinguere i criminali dai non criminali soltanto dalle caratteristiche fisiche del volto (per inciso, ciò fa parte di quel settore della psicologia "predittiva" che mai mi è piaciuta).

Il secondo aspetto problematico della mia domanda è l'aggettivo "religiosa". La scienza è religiosa? Qui mi riferisco a due contrapposizioni. La prima è che la scienza dovrebbe sempre basarsi sul dubbio e sulla falsificabilità, e mai su verità, che invece sono proprie delle religioni. La seconda è che la scienza non dovrebbe essere un luogo chiuso, per pochi "iniziati" che hanno titolo di poter scrivere su riviste scientifiche, con un linguaggio codificato e comprensibile a pochi... ma, al contrario, dovrebbe essere un luogo aperto, per tutti. Su questo aspetto il discorso sarebbe molto lungo, mi limito a constatare che l'attuale approccio "per pochi eletti" non funziona, essendo le più prestigiose riviste scientifiche un luogo di riciclaggio di informazioni false e tendenziose (cfr. La maggioranza delle ricerche scientifiche sono false). Vorrei inoltre richiamare l'art. 33 della nostra Costituzione, disapplicato da tutti coloro che ritengono che un certo sapere debba rimanere all'interno di una certa cerchia di persone (come nel caso di vari codici deontologici che vietano il libero insegnamento, come ben esemplificato dall'art. 21 del Codice deontologico degli psicologi italiani).

Il terzo aspetto problematico della mia domanda iniziale è che la scienza possa essere disumanizzata e lontana dalla comprensione della realtà. La problematicità è nei presupposti: esiste una realtà oggettiva, ovvero indagabile a prescindere da chi la studia? Secondo me, no. Parimenti, rendere l'approccio scientifico come qualcosa di indipendente dal ricercatore, in quanto osservatore di una realtà esterna ed oggettiva, significa spazzare via tutti i problemi di etica e di sentimento. Ciò non può che degenerare in una scienza dove tutto è ammesso. Ma una tale scienza a cosa serve?

Dopo tutti questi aspetti problematici, lascio la parola a Corrado Malanga, che nel libro "Alien Cicatrix" (vedi e-book integrale in PDF, fonte), a pag. 141 e seguenti, ha messo in evidenza seri problemi del metodo scientifico, ne riporto un estratto:

 

Magia, madre di scienza e religione

MAGIA, MADRE DI SCIENZA E RELIGIONE: VERSO UNA NUOVA COMPRENSIONE DEL TERRITORIO DELLA PNL

UN GRAFICO PER DESCRIVERE LA COMPRENSIONE DELL’UNIVERSO NEL TEMPO

Adesso è di moda parlare di un nuovo modo di vedere le cose che sarebbe necessario per comprendere a fondo l’Universo che ci circonda.
L’uomo, durante la sua evoluzione, ha modificato il suo rapporto con l’Universo, visto come insieme geometrico al cui interno egli si colloca. Ciò, ovviamente, è accaduto poiché l’uomo non è sempre stato in grado di comprendere, o meglio, lo stato di comprensione delle cose che l’essere umano mette in opera attualmente nulla ha a che fare con quello di cui egli disponeva anche soltanto pochi anni fa. Se l’uomo impara, acquisisce strumenti migliori e vede, è vero, le stesse cose che vedeva prima, ma in modo sostanzialmente differente. Da un punto di vista puramente meccanicistico si può ammettere che l’uomo, quello che, nel nostro caso, rappresenta l’osservatore del fenomeno fisico, sia in grado, a seconda dei prerequisiti in suo possesso, di descrivere in modo talmente diverso il medesimo osservabile, cosicché due descrizioni dello stesso oggetto, eseguite in momenti diversi ma lette dopo parecchio tempo da un ricercatore ignaro, indurrebbero quest’ultimo ad interpretarle come riguardanti due realtà completamente diverse.
Per fare un banale esempio possiamo prendere l’idea suggerita dall’apparizione di un fulmine ed esaminarne l’evoluzione nel tempo.
L’uomo primitivo, privo di conoscenze di fisica, probabilmente vedeva nel fulmine una manifestazione del mondo divino.
Con il passare dei secoli la visione del fulmine ha acquisito sfumature sempre più precise ed oggi esso ci appare come una scarica elettrica tra cielo e terra, poiché tra questi due si accumulano, in certe condizioni, forti differenze di potenziale.
Questo modo di interagire con la natura non ci sorprende ed è utile per comprendere anche come il nostro cervello, con i suoi modelli mentali, si adegui alle situazioni secondo il proprio livello di conoscenza.
Particolarmente difficile è quella fase dell’osservazione del fenomeno fisico nella quale si è già consci della sua esistenza, ma non si possiedono ancora i prerequisiti per identificarne la natura.
Esiste, infatti, un periodo temporale in cui il problema non si pone: quando non ci si è ancora accorti che esiste un fenomeno da studiare.
In questa situazione non ci si pongono problemi, non si studia il fenomeno e non ci si arrovella per trovare la spiegazione di qualcosa di cui non si conosce ancora l’esistenza. Nello stesso istante in cui ci si accorge dell’esistenza di un fenomeno inaspettato, ma ancora non lo si sa identificare, ci si trova immediatamente ad utilizzare, da un lato, i modelli mentali imparati in precedenza ed a rifiutare l’esistenza del fenomeno stesso, dicendo a se stessi che i propri sensi, le proprie apparecchiature e quant’altro si sbagliano; dall’altro lato si è invogliati a creare universi dotati di nuove regole, fatte apposta perché il fenomeno che si è osservato possa trovare in essi adeguata collocazione.
Fenomeni che non sono presi in considerazione dalla scienza ufficiale semplicemente perché questa non se n’è ancora accorta, come, ad esempio, quelli di natura paranormale, gli UFO, i fantasmi od altro, sono un esempio di quanto appena detto e chi, invece, si è già accorto della loro esistenza non ha, d’altra parte, che pochi strumenti per dimostrarla.
Dopo questo periodo, di durata più o meno lunga, si passa, senza esitazione, al riconoscimento dell’esistenza del fenomeno e, da quel momento in poi, ci si avvicina progressivamente, in modo più o meno rapido ma sempre asintotico, alla sua giusta interpretazione.
Se, in un classico grafico cartesiano, si disegna una retta orizzontale ad indicare il 100% della comprensione del fenomeno, mentre sull’asse x si pone il tempo, con lo zero in corrispondenza dell’istante in cui la presenza del fenomeno stesso viene notata, il grafico che descrive la sua comprensione nel tempo si avvicinerà progressivamente alla retta orizzontale, pur rimanendo sempre sotto di essa. Se arrivasse a toccarla si avrebbe la completa comprensione del fenomeno che si sta studiando e questo ci è vietato dalla Fisica moderna; questo divieto è legato all’esistenza del principio di indeterminazione di Heisemberg.

Fenomeno da comprendere

Tale principio dice, in parole povere, che, se si cerca di conoscere con la massima precisione una particolare caratteristica di qualcosa, non ci si possono attendere, nel contempo, dati precisi riguardo ad altre sue caratteristiche.
Se, ad esempio, si conosce perfettamente la velocità di una particella elementare, non se ne conoscerà la posizione esatta nello spazio (figuriamoci nel tempo - nda).
Per maggior precisione bisogna osservare che la funzione matematica che descrive il processo di comprensione del fenomeno fisico comprende una componente oscillatoria. Tale componente fa sì che la funzione si alzi e si abbassi, in modo più o meno marcato, rispetto al grafico costruito per mezzo del processo matematico di best fitting.
Il carattere oscillatorio della comprensione del fenomeno attorno ad una posizione media significa che, col trascorrere del tempo, esso viene a volte percepito più precisamente ed a volte meno, mentre ci si avvicina, ad ogni oscillazione, mediamente un po’ di più alla sua corretta interpretazione. Le oscillazioni sono di ampiezza sempre più piccola, ma con una frequenza in aumento con trascorrere del tempo, ovvero, mentre ci si avvicina sempre più alla comprensione finale del fenomeno, si fanno sempre più frequenti le piccole correzioni, in contrasto con le poche, ma grandi, variazioni di comprensione che avvengono appena dopo la scoperta dell’esistenza del fenomeno stesso.
Questo grafico rappresenta, dunque, l’evoluzione del sistema percettivo dell’uomo e, di conseguenza, della sua capacità di conoscere quanto di osservabile c’è attorno a lui, in accordo con la sovrapposizione dei sistemi induttivo e deduttivo e con quelli divergente e convergente tanto cari al Piajet.
Non è per niente vero che l’uomo impara attraverso una semplice sequenza di esperimenti disposti in modo tale da permettergli di aumentare la propria conoscenza di un fenomeno in modo lineare, sequenziale nello spazio e nel tempo, come ci vorrebbero far credere alcuni moderni fisici meccanicisti. Per costoro un osservatore potrebbe acquisire conoscenza del fenomeno solamente attraversando una sequenza di tappe disposte come le lettere dell’alfabeto: non si può comprendere il fenomeno G se prima non si è fatto l’esperimento F e così via.
Tuttavia ciò è in netto contrasto con quello che succede in realtà, cioè che le più importanti scoperte scientifiche, se non addirittura tutte, avvengono mentre lo scopritore si occupa d’altro, in momenti in cui non pensa neppure lontanamente ad un esperimento al riguardo. Evidentemente le scoperte vengono fatte utilizzando un’altra procedura.
Sto parlando, in particolare, di quella parte del grafico che rappresenta il momento in cui il fenomeno viene recepito dall’osservatore; in quel momento ancora non esistono regole che lo descrivano, quindi non possono nemmeno esistere progetti da mettere in atto per identificare quale esperimento sia più opportuno eseguire per capirci qualcosa.
Questa condizione si avvicina molto ad un attimo di Buddità e non certo ad un momento in cui si mette a frutto l’esperienza di studio acquisita in tanti anni di lavoro, come vorrebbero farci credere i fisici meccanicisti (e Piero Angela - nda).

SCIENZIATO MODERNO O DISADATTATO SOCIALE?

È stato divertente esporre più volte l’analisi della psiche di molti uomini di scienza, ma non per questo scienziati, la quale mostra perché essi si sono dedicati spesso a scienze difficili, considerate “occulte” dai comuni mortali.
Capita frequentemente di studiare la fisica perché non si è in grado di mettersi in relazione con gli altri, così si pensa che, dopo, si potrà parlare a loro come se si fosse un sacerdote di una setta antica e sconosciuta, nella quale si è gli unici a capire le proprie parole, superando in tal modo la paura di una possibile incomprensione.
L’incomprensione sarebbe giustificata dalla difficoltà di una materia che solo gli eletti possono comprendere; di conseguenza ci si autoproclamerebbe eletti.
In realtà il fisico moderno si è davvero posto da solo nella posizione di eletto, chiudendosi in una gabbia dorata nella quale la comunicazione con gli altri è preclusa dal linguaggio iniziatico utilizzato. D’altra parte questo atteggiamento nasce dalla paura di comunicare
mediante il linguaggio comune, perché, scendendo sul terreno che è di tutti, forse il fisico moderno dovrebbe ammettere la sua incapacità a relazionarsi con gli altri.
Dunque  per  il  fisco  moderno  ciò  che  proprio  non  deve  poter  esistere  è  che  la comprensione sia alla portata di molti (se non di tutti) e non solamente di coloro che hanno studiato a lungo nei centri di studio “autorizzati”.
Ammettere che molti possono capire significherebbe demolire il muro di protezione che egli ha costruito a sua difesa.
Fisico o chimico che sia, costui (lo scientista) perde, così, il contatto con la realtà che lo circonda, dimostrandosi capace, è vero, di elaborare dati anche in modo complesso, ma pure totalmente incapace di osservare l’Universo che lo circonda, con il quale non sa più relazionarsi da tempo.
Lo scientista fallisce, quindi, proprio laddove voleva emergere. Se egli voleva essere l’anello di congiunzione tra l’Universo ed il comune mortale, ebbene, non può più esserlo, poiché non ascolta, non guarda, non si accorge dell’Universo, essendo sostanzialmente pauroso di esprimersi e di interagire con l’esterno.
La sindrome da paura dello scientista meccanicista si evince, poi, dal suo sviscerato amore per gli algoritmi matematici, insomma per le formule.
Il suo amore per quest’aspetto della scienza galileiana nasce dal fatto che l’esistenza stessa  della  formula  pone  lo  scientista  di  fronte  al  fatto  compiuto:  non  di  fronte all’incertezza su come vanno le cose nell’Universo, ma ad una certezza che elimina ab initio l’esistenza di un eventuale libero arbitrio.
Sempre e comunque la Fisica classica nega l’esistenza del libero arbitrio e questo punto fermo, per lo scientista moderno e galileiano, è una garanzia che tutto andrà secondo regole predeterminate dalle leggi fisiche.
Tutto nasce dal desiderio di deresponsabilizzarsi di fronte agli uomini, sostenendo che, se le cose vanno così, non è colpa o merito dello scienziato, bensì delle formule matematiche che descrivono il fenomeno fisico in esame.
Così  lo  scienziato  moderno,  totalmente  deresponsabilizzato  nei  riguardi  delle  proprie azioni, studia “cose” senza interessarsi di “come” le “cose” verranno poi utilizzate. Dall’inquinamento alla  clonazione,  dai  cibi  GM (Geneticamente Modificati)  al  progetto segreto MKultra (Mind Kontrol ultra) lo scienziato moderno studia e basta, ed ha un atteggiamento totalmente asettico riguardo al resto del mondo. Lo scienziato “perfetto” non ha  cuore  e  non  fa  suonare  il  campanello  del  sentimento,  perché,  se  così  fosse,  si relazionerebbe con quella società con la quale non è in grado di correlarsi per paura di risultare ad essa inadatto; egli trasforma la sua incapacità di comunicare in una qualità assolutamente desiderabile.  Allo stesso modo lo psichiatra può arrivare a sostenere che non deve esistere nessun rapporto emotivo tra sé ed il proprio paziente, il quale deve essere curato asetticamente, onde evitare i processi di transfert e controtransfert a volte presenti in terapie come l’ipnosi e persino nelle semplici terapie di sostegno psicologico.

HEISEMBERG CONTRO EINSTEIN COME SANSONE CONTRO I FILISTEI?

Lo stesso Heisemberg, profondamente marxista e quindi determinista, si lamentava, nelle sue memorie, del fatto che fosse toccata proprio a lui una siffatta scoperta, che lo sconvolgeva interiormente e distruggeva le sue più radicate convinzioni ideologiche.
La scoperta del Principio d’Indeterminazione è una spina nel fianco della Fisica moderna, la quale non sa perché esiste, non sa come interpretarlo in senso fisico e non sa niente sull’indeterminazione e su cosa la provoca.

Dall’altra parte della barricata c’era l’idea einsteiniana che Heisemberg si sbagliasse, perché “Dio non gioca a dadi!” (Albert Einstein).

Al di qua di quella barricata, che allora divideva la scienza in due partiti e che divide tuttora gli scienziati di mezzo pianeta, c’erano, e rimangono tuttora, i fisici quantistici.
Essi, sorvolando sull’inadeguatezza della scienza moderna, rimanevano in attesa di un loro futuro messia, il quale, sotto forma di una nuova matematica, avrebbe rimesso le cose a posto. Questo messia non è ancora arrivato e nessuno dei fisici di oggi si è degnato di prendere in considerazione il fatto che, forse, era stato compiuto un errore di fondo, a monte di tutta la Fisica, quello di non voler guardare al significato che sta dietro una formula e di non voler interpretare le sacre scritture rappresentate dalle leggi della Fisica, poiché tale interpretazione altro non può essere che soggettiva.
Se la scienza consiste nel vedere in modo oggettivo e non soggettivo, quest’ultimo tipo di approccio deve essere per sempre negato ai fisici.
Chiedendo lumi ad alcuni chimici quantistici del mio dipartimento sul significato di certe formule concernenti il comportamento degli elettroni, mi sentii raggelare il sangue quando questi mi risposero nello stesso modo che avrebbe utilizzato Khomeini riguardo ai suoi dogmi religiosi.
La domanda era semplice: cosa succede ad un elettrone mentre passa da un orbitale ad un altro? La Fisica mi dice cosa c’è prima e cosa c’è dopo, ma non quello che accade nel mezzo, perché mancano le formule, gli algoritmi.
La risposta fu che non mi dovevo preoccupare di quello che succedeva nel mezzo e che anzi, cercando di  capirlo, avrei corso il rischio di impazzire.

CHI DI FORMULA FERISCE...

Dunque, finita la garanzia dell’esistenza della formula, finita la ricerca. Quest’atteggiamento, come vedremo più avanti, è lo stesso che caratterizza la religione, dalla quale la scienza, erroneamente, vuole distaccarsi.
Einstein (http://digilander.libero.it/n8/) era, invece, profondamente convinto dell’esistenza del divino e dava ad esso la responsabilità di aver creato l’Universo con tutte le sue regole.  Per  Einstein  interpretare  le  leggi  dell’Universo  voleva  dire  comprendere  Dio, mentre Heisemberg, dal suo punto di vista totalmente ateo, rimaneva momentaneamente sconfitto, poiché lo scientismo marxista faceva acqua da tutte le parti.
Secondo Einstein bastava  recitare le formule matematiche per guardare Dio negli occhi. http://www.segreto.net/segreto/cap01.htm.
Ma anche Einstein doveva subire una dura sconfitta: vediamo come.
Newton, scopritore della cosiddetta forza di gravità, pensava che, siccome i conti gli tornavano, la sua formula fosse giusta, quindi giusta la formula, giusta la teoria e si poteva dire che la forza di gravità esisteva, perché esisteva una formula che descriveva il fenomeno fisico che l’aveva ispirata.
Un bel po’ di decenni dopo, Einstein s’inventava la piegatura dello spazio-tempo: per Newton era la fine! Non esistevano più neppure le forze, figuriamoci quella di gravità. Wimberg, in una sua pubblicazione scientifica popolare, dichiarava:
“Non esiste nessuna ragione per cui le mele caschino per terra.”
Quindi la formula esisteva, ma non esisteva il fenomeno fisico da essa descritto!
Qualche  decennio  dopo  l’invenzione  della  curvatura  dello  spazio-tempo,  Einstein  si trovava completamente spiazzato dalle nuove teorie, quando queste affermavano che non esiste nessuno spazio-tempo che si pieghi e, se lo spazio-tempo deve proprio esistere, questo sta fermo e non si sgualcisce nemmeno un pochino.
Sono anche fatti dell’attualità quotidiana, mentre la NASA sta provando ancora a misurare piccoli effetti della relatività generale, tentando di far tornare le cose e soprattutto le formule, le quali, invece, cominciano a non tornare più.
Da un punto di vista puramente filosofico quello che stava (e sta) accadendo alla fisica ed alla scienza tutta, era (ed è) che la certezza che l’esistenza di formule matematiche desse garanzia di verità, crollava (e crolla tuttora) di fronte alla totale inadeguatezza delle formule stesse a descrivere l’Universo.
Da un lato, alla fine dei conti, Einstein dice che l’Universo non si può osservare con chiarezza, perché tutto è relativo, e dall’altro Heisemberg afferma che, mentre si osserva qualcosa la si perturba, cosicché essa ci si presenta in modo palesemente diverso da ciò che è in realtà.
Queste due affermazioni riducono a pezzi il metodo galileiano!
A Galileo la scienza moderna fa dire che la prima cosa da fare è osservare il fenomeno fisico e descriverlo bene, poi riprodurlo anche in laboratorio ed infine creare l’algoritmo che lo descrive. Ma se il fenomeno fisico non può essere correttamente osservato e se ciò viene affermato persino dalle formule di Einstein e di Heisemberg, allora a cosa servono le formule della Fisica, se non a dire che le formule della Fisica non servono più?

(tratto dal libro "Alien Cicatrix" di Corrado Malanga, e-book integrale in PDF, fonte, pag. 141 e seguenti)

(Francesco Galgani, 23 gennaio 2021)

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