Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.599 articoli, per un totale di 1.453.061 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 23 aprile 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
La forza oscura
La forza oscura si sta espandendo come un virus.
E' diventata così potente perché riesce a leggere pensieri ed emozioni, riesce a scovare il più piccolo seme di dubbio che neanche la persona più onesta sospetta di avere in sé, e la possiede.
Quando c'è una crepa nella mente, la fa diventare una voragine, un abisso di follia e disperazione.
Però non può impossessarsi di chi ha fede nel Gohonzon e persevera senza dubbi negli obiettivi del Budda.
(14 aprile 2026)
Dalla conoscenza alla saggezza: l’etica prima della tecnologia e dell’IA
Più cresce la nostra fiducia nella tecnologia, più diminuisce la fiducia in noi stessi e negli altri. È questo il paradosso del nostro tempo. Ci convinciamo di essere più forti perché siamo circondati da strumenti sempre più potenti; in realtà, spesso diventiamo più fragili, più dipendenti, più insicuri, più soli. Demandiamo alle macchine il ricordo, l’orientamento, la scrittura, la scelta, la compagnia, perfino il giudizio. E così, mentre l’innovazione accelera, noi ci abituiamo lentamente a dubitare delle nostre facoltà interiori e del valore vivo della relazione umana.
Per questo oggi non basta celebrare l’innovazione. Dobbiamo interrogarla. Dobbiamo giudicarla. Dobbiamo chiederci che cosa sta facendo a noi, prima ancora di chiederci che cosa può fare per noi. La questione decisiva non è quanto una tecnologia sia avanzata, ma quale forma di umanità incoraggi. Una civiltà può moltiplicare all’infinito le proprie capacità tecniche e, nello stesso tempo, impoverire la propria vita morale, spirituale e relazionale. Può conoscere di più e comprendere di meno. Può connettere tutto e unire nessuno. Può rendere tutto più rapido, lasciandoci però più vuoti, più soli, più incapaci di sostenere il peso del vivere, comprimendo sempre di più il nostro libero arbitrio fino a darci la sensazione di vivere ammanettati dentro una gabbia stretta. Le tecnologie contemporanee ci privano sempre di più di quel “nutrimento essenziale” di cui abbiamo bisogno e che si trova soltanto all’interno di relazioni sane con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente, all’interno di un contesto reale, cioè fisico, in cui la vicinanza e gli abbracci siano ciò che sono dalla notte dei tempi, e non una loro rappresentazione tramite smiley.
Ecco perché dobbiamo tornare alla distinzione essenziale tra conoscenza e saggezza. La conoscenza accumula dati, velocità, procedure, funzioni. La saggezza, invece, ci chiede per quale scopo viviamo, quale bene vogliamo custodire, quale limite non dobbiamo oltrepassare. La conoscenza ci mette in mano mezzi sempre più efficaci; la saggezza ci ricorda che non tutto ciò che possiamo fare merita di essere fatto. Senza questa priorità dell’etica, l’innovazione non diventa progresso, ma soltanto espansione di potenza. E la potenza, quando non è guidata da una visione del bene, finisce sempre per ritorcersi contro chi la usa.
Questo vale in modo particolare per l’intelligenza artificiale. Diciamo spesso che l’IA è “solo uno strumento”, ma questa formula è insufficiente e perlopiù ingannevole. Le tecnologie, IA compresa, non sono mai mezzi neutrali. Ogni tecnologia, nel momento in cui entra stabilmente nelle nostre vite, riorganizza il nostro modo di percepire il mondo, di usare il linguaggio, di distribuire l’attenzione, di entrare in rapporto con gli altri. Non si limita a eseguire funzioni: modella abitudini, pensieri, desideri, tempi interiori, forme di dipendenza e rappresentazione di noi stessi. Per questo non basta valutare ciò che una tecnologia produce. Dobbiamo valutare anche ciò che pretende da noi per essere usata e il tipo di essere umano che, poco alla volta, ci induce a diventare. E se davvero riuscissimo a coltivare un tale spirito critico, comunque continueremmo a subire un’infinità di pressioni per usare specifiche tecnologie, che di fatto sono ormai obbligatorie, IA compresa, a meno che non si voglia accettare una sorta di suicidio sociale o, peggio, ghettizzazione.
Lo abbiamo già visto con i social network. Ci erano stati presentati come strumenti per avvicinarci, e in casi specifici lo sono stati. Ma hanno soprattutto creato e accentuato una separazione fisica ed emotiva: siamo permanentemente connessi e sempre più spesso interiormente lontani; esposti gli uni agli altri, ma meno capaci di ascolto profondo; circondati da contatti, ma molto più soli. Con l’IA siamo entrati in una fase ulteriore. Non stiamo più soltanto delegando i rapporti sociali, stiamo delegando il pensiero. Chiediamo alla macchina di riassumere, interpretare, immaginare, decidere, comporre, argomentare. L’IA è ben più di un supporto, si presenta e diventa via via una stampella permanente della mente. E una mente che si abitua alla stampella dimentica, poco alla volta, come camminare da sola. Con il passaggio dall’IA generativa agli agenti IA, poi, il paragone più appropriato per la mente non è quello della stampella, ma della barella prima, e della bara poi.
Qui sta uno dei pericoli più profondi della nuova “religione” tecnologica. Ogni volta che rinunciamo allo sforzo di ricordare, comprendere, formulare, discernere, perdiamo qualcosa. Perdiamo allenamento interiore. Perdiamo autonomia. Perdiamo profondità. Ci abituiamo a scambiare la risposta rapida per intelligenza, la sintesi automatica per comprensione, la disponibilità continua di parole per vera interiorità. Ma il pensiero umano non è soltanto produzione di output. È silenzio, fatica, esitazione, memoria, trasformazione di sé, fare errori, pentirsene, amare e odiare, nutrire dubbi, sforzarsi di aver fede, affrontare la fatica di relazionarsi con il prossimo, e un continuo interrogarsi sul senso della propria esistenza. Il costante incontro con “l’altro diverso da sé” è un requisito minimo per costruire un pensiero. È confronto con il dubbio, con il limite, con la coscienza. Quando deleghiamo stabilmente questo lavoro, non stiamo solo risparmiando tempo: stiamo modificando, deformando e impoverendo la struttura della nostra vita interiore.
Perciò dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa scomoda: a ogni salto di innovazione tecnologica corrisponde, se non interveniamo con una forte vigilanza etica e culturale, un rischio speculare di involuzione umana. Non involviamo perché le macchine siano “cattive” in sé, ma perché ci lasciamo sedurre dall’idea che l’efficienza possa sostituire la maturazione, che la comodità valga più della presenza, che il calcolo possa rimpiazzare il giudizio, che la connessione equivalga alla comunione. Quando una civiltà adora l’innovazione senza chiedersi che cosa accade all’anima di chi la usa, quella civiltà prepara da sé la propria distruzione.
Questo vale in ogni ambito, dal quotidiano alla guerra. Nell’educazione, l’IA scoraggia la fatica necessaria per imparare davvero. Nel lavoro, riduce la persona a funzione sostituibile. Nello spazio pubblico, satura la realtà di testi, immagini e voci convincenti ma false, rendendo sempre più fragile la fiducia reciproca. Nella sfera affettiva, si insinua come surrogato della relazione, offrendo simulazioni di ascolto là dove avremmo bisogno di presenza umana. E infine, nella sfera militare, sta mostrando il suo volto più demoniaco: nel momento in cui affidiamo a sistemi automatici la selezione dei bersagli, la valutazione della minaccia e perfino i tempi della risposta, allontaniamo la coscienza umana dal gesto della distruzione e dell’omicidio e lasciamo che la velocità e la semplificazione prendano il posto della responsabilità.
È qui che la questione dell’IA diventa una questione di civiltà. Non stiamo discutendo soltanto di software più sofisticati. Stiamo decidendo quale immagine dell’essere umano vogliamo difendere. Vogliamo ancora considerarci esseri chiamati a crescere nella libertà, nella responsabilità, nella compassione, nella relazione? Oppure vogliamo ridurci a nodi di un sistema efficiente, prevedibile, assistito in ogni funzione da apparati che ci conoscono, ci orientano e progressivamente ci sostituiscono? La prima strada è la più faticosa, ma l’unica umana. La seconda è più comoda, ma tende alla sconfitta, alla morte dell’anima, alla perdita di senso dell’esistenza, con tutte le gravi sofferenze, dipendenze e patologie fisiche e mentali che ne conseguono.
A rendere questa resa ancora più pericolosa c’è una visione riduzionista dell’uomo che oggi affiora apertamente anche nel discorso di alcuni protagonisti dell’IA. Geoffrey Hinton, pioniere delle reti neurali e premio Nobel per la fisica 2024, ha recentemente sostenuto di non vedere nulla, in linea di principio, che impedisca a una macchina di essere cosciente; si definisce un materialista fino in fondo, mette sullo stesso piano i neuroni naturali e quelli artificiali (equiparando ciò che è vivo con ciò che non lo è), immagina sistemi più intelligenti degli esseri umani e ha persino suggerito che, per sopravvivere a macchine superiori, dovremmo sperare di costruire in esse qualcosa come un “istinto materno”, sul modello del rapporto fra madre e bambino. Nello specifico, mi sto riferendo alla sua intervista in spagnolo: «“He creado un MONSTRUO”. Entrevista con el PADRE de la IA».
Noi dobbiamo respingere questa linea di pensiero. Non perché dobbiamo temere la ricerca, né perché dobbiamo rifugiarci nell’anti-scientismo, ma perché non possiamo accettare un’“antropologia filosofica” mutilata. Il filosofo tedesco Max Scheler, in “La posizione dell'uomo nel cosmo”, scrisse: «Mai, nel corso di tutta la sua storia, l'uomo è stato così tanto enigmatico a sé stesso come nell'epoca attuale». Detto in altri termini, l'uomo contemporaneo si trova in una crisi d'identità senza precedenti, nonostante il progresso scientifico e tecnologico. Non sa più definire “che cosa” sia, sentendosi estraneo a se stesso. Questo smarrimento è ormai enormemente amplificato dall’IA.
Se l’essere umano viene ridotto a un aggregato funzionale interamente sostituibile (come sostenuto da Hinton nell’intervista citata), se la coscienza viene trattata come un semplice effetto emergente ricostruibile, e se la differenza tra persona e macchina viene considerata soltanto una questione di complessità e di prestazione, allora abbiamo tristemente perso ciò che dà senso e splendore alla vita. Smarriamo la consapevolezza che l’uomo e la donna non siano soltanto un sistema, ma una presenza indispensabile, preziosa, irripetibile e unica, e che siano anime incarnate, un mistero che merita di esserci dal primo all’ultimo respiro, una gioia senza limiti. Non solo organismi, ma un “assai di più” che va oltre ogni parola. Non solo centri di elaborazione dati, ma coscienze capaci di verità, di amore, di responsabilità, di sacrificio, di fede, di trascendenza.
Dare credito a questo riduzionismo estremo significherebbe recidere le nostre radici più profonde. Significherebbe trattare come ingenuità millenni di filosofia, di spiritualità, di meditazione sul mistero della coscienza e sul valore irriducibile della persona. Significherebbe convincerci che tutto ciò che non riusciamo a misurare non esiste, e che tutto ciò che può essere simulato è già, per questo solo, equivalente al reale. Ma noi sappiamo che non è così. Sappiamo che la vita eccede sempre le sue descrizioni. Sappiamo che esiste una differenza radicale tra imitare la parola e rispondere moralmente di ciò che si dice; tra simulare l’empatia e assumersi il peso della sofferenza altrui; tra generare linguaggio e avere coscienza del bene e del male. Possiamo studiare i processi, modellare le funzioni, analizzare i correlati, ma l’essenza ultima della vita, della coscienza, dell’amore, del dolore e della gioia non si lascia esaurire da un calcolo. Appartiene anche al mistero, alla fede, alla gratitudine di esserci.
Quando una cultura dimentica questo, finisce per coltivare una forma implicita di ostilità verso la vita concreta, se non di odio verso tutto il creato, come dimostrato dalla sempre più esplicita emersione del satanismo nelle nostre società. Non serve proclamare apertamente il disprezzo per l’umano: basta cominciare a considerarlo sostituibile, sorpassabile, correggibile in blocco da parte di sistemi artificiali ritenuti più lucidi, più stabili, più affidabili. Ma una civiltà che smette di meravigliarsi dell’essere umano e del mondo vivente non diventa più sapiente, casomai diventa più stolta, più violenta, più smarrita. E una stoltezza elevata a principio culturale può solo produrre disperazione. La massima forma di intelligenza si chiama “amore”, quindi non c’entra nulla con l’IA.
Per questo dobbiamo mettere l’etica prima della tecnologia e dell’IA. Prima viene la dignità della persona. Prima viene la relazione. Prima viene la coscienza. Prima viene il dovere di non degradare la vita in nome dell’efficienza. Solo dopo viene la domanda tecnica: “Che cosa possiamo costruire?”. Se invertiamo quest’ordine, ogni innovazione diventa un esperimento sull’umano tendente all’involuzione e a crescenti sofferenze. Invece del progresso delle prestazioni, dovrebbe interessarci quello della maturazione morale, spirituale e relazionale.
La sfida del nostro tempo, dunque, non è costruire macchine sempre più simili a noi. È impedire che noi diventiamo sempre più simili alle macchine: rapidi ma superficiali, connessi ma isolati, assistiti ma interiormente inermi, informati ma non saggi. La domanda decisiva non è se l’IA cambierà il mondo. Lo sta già cambiando. La domanda è se noi sapremo cambiare noi stessi nella direzione giusta: non abdicando alla nostra umanità, ma approfondendola. Non adorando l’innovazione, ma giudicandola. Non delegando il pensiero, ma educandolo. Non rinunciando al mistero della vita, ma custodendolo.
Solo così potremo scegliere la saggezza.
Suggerisco una lettura del mio e-book gratuito “Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace”, disponibile anche come libro cartaceo.
(18 marzo 2026)
Per avere la vita, bisogna saper rinunciare a un po' di vita
Questa massima è una sintesi della mia esperienza pratica e una guida nell'agire. Senza disciplina e rinuncia a desideri per noi importanti a livello fisico ed emotivo, non possiamo realizzare qualcosa di realmente molto più significativo dei piccoli appagamenti, né sperimentare il senso di padronanza di noi stessi e la gioia che ne conseguono. Credo che questo significhi vincere sulle parti più istintuali, automatiche e consolidate nel tempo del nostro io, e che valga per qualunque ambito della nostra vita che ci "urla", ovvero che pretende la nostra attenzione.
In questo modo, rinunciando a un po' di vita intesa come un insieme di piaceri immediati, impulsi, voglie e reazioni, possiamo sperimentare una vita che sia realmente tale, cioè un insieme di possibilità ed esperienze che danno vero significato al fatto di esserci incarnati come umani.
Per inciso, una delle forme più subdole di questi impulsi e reazioni da domare è la guerra delle idee...
Oltre le idee
Il mondo litiga
per inutili idee,
tutti feriscono
per voler ragione.
Ma inutile è l'affanno
del folle io piccolo,
a spasso come un cane,
pronto ad azzannare.
Meglio il "noi",
meglio ciò che esiste,
di vita in vita,
come anime in missione.
(22 febbraio 2026, galgani.it)
La modernità come fuga nella distrazione: i problemi restano gli stessi
Ogni nuova generazione ama pensare che il proprio mondo sia molto diverso da quello della generazione precedente. Ogni nuova generazione si sbaglia su questo punto, ed è qualcosa che ogni nuova generazione impara quando arriva la generazione successiva a dirle quanto tutto sia cambiato.
Se da una parte è vero che l'accelerazione dello sviluppo tecnologico ha prodotto e continua a produrre rilevanti cambiamenti nel modo con cui ci relazioniamo con noi stessi e con il prossimo, dall'altra i problemi di fondo sono sempre gli stessi.
Finché gli esseri umani, uomini e donne, vorranno dominare sugli altri anziché sulla propria mente e sul proprio cuore, i problemi saranno sempre dello stesso tipo, anche se su scala diversa a causa della globalizzazione.
La cattiveria e la sofferenza sono e rimangono tali, a prescindere dall'epoca.
Quanto alla tecnologia, e alla distruzione umana e ambientale portata avanti dal neoliberismo e dal mostro gentile dell'IA che seduce e divora, dovremmo essere molto cauti. Tutto ciò che ci viene proposto come "semplificazione" è un terribile inganno.
Il modo migliore per creare vite incasinate, difficilissime e basate su indicibili sofferenze è dare a tutti strumenti tecnologici facili da usare, seducenti, pervasivi, invasivi e distraenti, senza però fornire alcuna guida di vita, anzi, invitando a non credere a nulla, a smantellare ogni etica e a deridere i maestri dell'umanità. Come ha detto il Budda Shakyamuni nel Dhammapada (cfr. "Esplorando il Dhammapada, libero commentario"):
21
La consapevolezza ricettiva apre alla vita
la fuga nella distrazione è un sentiero di morte
chi è consapevole è totalmente vivo
chi è distratto
è come fosse già morto.
Possiamo leggere "fuga nella distrazione" come sinonimo delle tecnologie attuali (TV, smartphone, social, IA, ecc.). Inoltre:
76
Spuntano doni del cielo
stando in compagnia
di chi è saggio e perspicace
di chi con accortezza offre
dissuasione e consiglio
come guidando a un tesoro nascosto.
I saggi ci aiutano a scoprire e realizzare il nostro potenziale interiore, che altrimenti potrebbe rimanere nascosto. Stare in compagnia di persone sagge e perspicaci è una benedizione, mentre essere schiavi delle attuali tecnologie, senza alcuna guida, è una maledizione.
103
C’è chi da solo sa sconfiggere
centinaia e centinaia di avversari;
ma il più sublime degli eroi
è colui che sa
vincere se stesso.
La vera forza non risiede nella capacità di prevalere sugli altri, ma nella capacità di coltivare la pazienza, la saggezza e la compassione dentro di noi. Vincere se stessi significa sviluppare una mente calma e disciplinata, capace di affrontare le sfide della vita con equanimità. TV, social e IA, al contrario, ci spingono a tirar fuori il peggio di noi stessi.
Concentriamoci sul bene, pratichiamolo, parliamo di amore, facciamo l'amore e altre cose nobili. Ciò su cui portiamo l'attenzione è ciò a cui diamo forza. Viceversa, parlare delle peggiori perversioni dell'umanità, come stanno facendo i social in questo periodo, rilanciando scandali che non ho neppure voglia di citare, serve a dare forza al male dentro di noi.
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(Dhammapada, 15 febbraio 2026, vai alla mia galleria)
L'amore come presenza, l'amore come scelta
Oggi il mondo globalizzato festeggia San Valentino, trasformato da martire cristiano venerato soprattutto nell'Europa medievale, di cui sappiamo ben poco, a biglietti, regali e marketing nel mondo anglofono, sino a diventare un fenomeno di massa. Magari è l'occasione buona per provare a riflettere su cosa significhi amare.
Ho già discusso dei possibili significati della parola "Amore", termine estremamente generico e onnicomprensivo nella nostra lingua, facendo riferimento al greco antico: Eros (Ἔρως), Philia (Φιλία), Agape (Ἀγάπη), Storge (Στοργή), Ludus (Λοῦδος), Pragma (Πράγμα), Philautia (Φιλαυτία), Mania (Μανία). Ho discusso di queste possibili accezioni nell'articolo "Identità e coscienza: perché il dibattito sul gender è una distrazione?", nel quale ho incluso anche una precisazione sulla parola latina Caritas.
Quindi, abbiamo nove termini che in italiano si riducono ad una sola parola: "Amore". Quando l'amore è sano siamo umani, e disumani quando non lo è.
Provo a identificare due soli punti che possano includere gran parte delle possibili forme di amore:
1. Io sono qui per te.
2. Io "scelgo" di stare bene nell'essere qui con te.
In questo senso, amore, amicizia e compassione divengono molto simili e complementari.
(14 febbraio 2026)
Scrivere per pensare o scrivere per sparire: la grammatica del potere e l'oblio programmato
Scrivo perché sento il bisogno di farlo, perché è qualcosa che fa parte di me. La scrittura è un'estensione della propria mente ed è, di per sé, un atto creativo e necessario alla formulazione di nuovi pensieri o, almeno, ad un chiarimento di idee. E' anche una memoria, che è il motivo principale per cui la scrittura è stata usata nell'antichità: scrivere su roccia o pergamena costava tanto tempo e risorse, quindi si scriveva affinché le cose scritte rimanessero nel tempo.
Io stesso, dopo aver scritto qualcosa, quasi subito mi scordo quello che ho scritto. Se poi, a distanza di tempo, lo ricerco e lo ritrovo, o semplicemente mi spunta sul mio schermo per caso (come quando cerco qualcosa in un motore di ricerca e come prima pagina esce il mio blog), a volte rimango stupito, perché non ricordo di aver fatto quello specifico lavoro di scrittura.
Comunque, con riferimento alle mie poesie, ho immaginato un possibile percorso evolutivo sulle motivazioni dello scrivere. L'ho descritto qui:
Il ruolo della poesia e gli stadi del suo sviluppo: riflessioni psico-sociali di un poeta
Ecco, questo è un esempio di memoria. Ho riletto adesso queste riflessioni del 2015, ritrovate in due secondi con il pulsante "Search" del blog. Comunque, sebbene lì mi riferisca nello specifico alla poesia (intrapsichica, relazionale e sociale), lo stesso discorso, per me, vale per la scrittura in generale.
Ho scritto cose che non ho pubblicato né inviato ad altri, né ho in programma, per il momento, di farle vedere a qualcuno. In questi casi le mie motivazioni intrapsichiche sono le uniche forti, e anche con le poesie ho iniziato così, senza farle vedere a nessuno per anni. Non sono l'unico, so che il mondo è pieno di scrittori che rimangono nascosti. Altre volte ho pubblicato software e testi specialistici così di nicchia che sarà già un miracolo se una sola persona avrà voglia di studiarseli con calma, come questo README.md che ho scritto ieri.
Comunque, a parte questi casi molto particolari, spesso nello scrivere - anzi, nel mio scrivere - si sommano ragioni diverse.
Se invece osserviamo quel che oggi normalmente succede a livello mondiale, come la scrittura nei social, allora il discorso cambia completamente. Banalmente, non si scrive più per conservare una memoria. Quello che oggi viene scritto in un social, già domani sarà difficile ritrovarlo perché superato da altri post, dopo domani sarà ancora più difficile, tra un mese praticamente impossibile, a meno di non passare ore e ore a scrollare i contenuti. E tra un anno o due decenni? Con il blog ritrovo tutto, con un social perderei tutto. Aggiungiamo a questo che la propria pagina in un social può essere chiusa in qualsiasi momento se lo scrittore esprime un pensiero che non piace ai "padroni" - con la cancellazione immediata e irrecuperabile dei propri contenuti.
Ho un amico a cui la pagina Facebook è stata cancellata più volte per "violazione delle regole della community" (?!). Guarda caso, alcuni di questi episodi sono successi subito dopo che lui ha copiato e incollato nella sua pagina qualche pensiero che ho espresso nel blog. Questa la chiamano "democrazia", ovvero un regime tecnocratico (cioè in mano ai padroni della tecnologia) in cui non è ammesso il dissenso nemmeno di persone quasi anonime, cioè che non hanno nessuna esposizione politica, né un lavoro, né un ruolo sociale.
Oggi non si sta perdendo solo l'uso della scrittura come memoria, ma anche quello ancora più importante di estensione della propria mente:
«In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; [...]»
(Vangelo di Giovanni)
In questa traduzione della Bibbia, "verbo" significa "parola", ovvero tutto ciò che esiste deriva dalle "parole". Sembra strano, ma è tremendamente vero: se non esistesse una parola per indicare qualcosa, quel qualcosa, per la nostra mente, semplicemente non esisterebbe. Viceversa, se comprendiamo o scopriamo qualcosa di nuovo per la quale non esiste una parola, siamo "costretti" a inventare un neologismo, una sigla, un'espressione composta o ad aggiungere una nuova accezione ad una parola già esistente. Quest'ultimo caso rende i linguaggi umani molto ambigui in alcune circostanze.
La nostra mente è formata anche dalla grammatica, la quale, plasmando le parole, dà forma anche ai nostri pensieri. Così, il modo di pensare di un giapponese, nella cui lingua non esistono né maschile né femminile, né singolare né plurale, è molto diverso da quello di un italiano (ho un po' semplificato, non è sempre così, ma quasi). Per noi italiani, un sostantivo è o maschile o femminile, o singolare o plurale, per un giapponese no. E' diverso anche l'ordine delle parole tra le due lingue (soggetto, verbo, oggetto, avverbi, e altro). Comprendere la grammatica significa comprendere Dio, nel senso di ciò che è all'origine della nostra mente.
Fatte tutte queste premesse sulla sostanziale sovrapposizione o identità tra parole, grammatica e mente, è evidente che l'atto dello scrivere, del leggere, del parlare e dell'ascoltare serve a formare i propri pensieri. Non a caso, l'inversione del senso delle parole usata dal giornalismo serve a cambiare i pensieri delle masse nella direzione voluta dal potere. Ad esempio:
- massacri e genocidi mossi da motivazioni di superiorità o di gusto nell'infliggere atroci sofferenze (ovvero nazismo) vengono chiamati "legittima difesa" o "resistenza" (es.: ideale sionista della Grande Israele);
- difendere il proprio popolo, la propria gente e i propri cari viene chiamato "aggressione" (es.: proxy war in Ucraina della NATO contro la Russia);
- i "peggiori" vengono chiamati "migliori" (es.: Mario Draghi);
- i veleni potenzialmente mortali o gravemente invalidanti vengono chiamati "vaccini" (con la contemporanea non raccomandazione e, nel contesto ospedaliero, divieto delle cure potenzialmente efficaci);
- un'influenza un po' più aggressiva delle altre, frutto di ingegneria genetica, viene chiamata "pandemia", mostrando immagini di gente morta per strada e funerali di stato con bare portate da militari (veicolando il significato di "stato di guerra");
- la certificazione della propria sudditanza nel corpo e nell'anima, potenzialmente mortale o invalidante, con la contemporanea grave persecuzione dei dissidenti, viene chiamata "green pass", con un richiamo all'ecologia ("green") completamente fuori contesto;
- l'omissione di soccorso, ovvero l'assenza di cure tempestive e necessarie per persone che realmente ne hanno bisogno, viene chiamata "protocollo medico di vigile attesa";
- le persone sane vengono chiamate "asintomatici";
- le normali, lievi e non significative variazioni di temperatura da un anno all'altro vengono chiamate "cambiamento climatico di origine antropica";
- la distruzione dell'ecosistema dovuta alla natura predatoria del sistema economico neoliberista viene affrontata come se fosse una questione di "crediti di carbonio";
- il colonialismo armato e il saccheggio delle risorse altrui viene chiamato "guerra al narcotraffico" (es.: Venezuela);
- coloro che ammettono opposizione politica nel proprio paese, che permettono alle tv estere di opposizione di trasmettere, e che rispondono alle domande molto scomode e aggressive dei giornalisti esteri, vengono chiamati con parole che suonano molto strane e fuori contesto, cioè "autocrati nazisti" (es.: Vladimir Putin);
- coloro che al contrario perseguitano, torturano e uccidono sia gli oppositori politici (nel proprio paese e all'estero) sia specifici gruppi culturali all'interno del proprio paese, che non ammettono giornalisti scomodi o esteri, che hanno chiuso tutte le tv tranne quella del proprio partito, che fanno pestare e uccidere gente a caso presa per strada, e che hanno come riferimento esplicito e dichiarato il nazismo storico (es.: Azov Brigade, unità militare della Guardia Ucraina), e che stanno al potere senza legittime elezioni e senza che la Costituzione lo permetta, vengono chiamati "democratici", "resistenti", "leader" (es.: Volodymyr Zelenskyy), con il plauso e l'attrazione erotica della nostra prima ministro, fotografata in pose quantomeno imbarazzanti;
- il satanismo, l'incesto, le torture, la somministrazione di droghe, le amputazioni e gli smembramenti, il traffico e gli stupri su neonati e bambini piccoli (maschi e femmine), il cannibalismo rituale, la pedo-pornografia vista o partecipata, e la bestemmia, vengono chiamati "nuovo ordine mondiale", "innovazione", "sana spiritualità", "politica", "potere", "successo" o "amore", a seconda dei casi (ben prima dei documenti di Jeffrey Epstein);
- l'immondo abuso di una donna in estrema povertà, costretta a partorire un figlio o una figlia che spesso (ma non sempre) non sono nemmeno geneticamente suoi, viene chiamato "affitto" (utero in affitto) o "maternità" (maternità surrogata);
- chi tenta di difendere la cristianità o mostra devozione a Maria o comunque tenta di difendere i valori tradizionali e la famiglia naturale, viene chiamato "fanatico", "integralista", "fuori tempo", "oppressore", "aggressore", "arretrato", "nazista", "dittatore", "subumano", "animale", ecc.;
- gli escrementi intellettuali vengono chiamati "tv in prima serata", "giornalismo", "notizie", "social network", o "intelligenza artificiale" (IA), a seconda del contesto;
- le credenze acritiche e immotivate, al pari di superstizioni che servono solo all'interesse di Big Pharma e di pochi miliardari (es.: Bill Gates), vengono chiamate "scienza", mentre gli "scienziati" premio Nobel per la medicina vengono chiamati "dementi senili" (es.: Luc Montagnier);
- e così via, l'inversione di senso delle parole è garantita, è la via principale che legittima ogni forma di violenza nelle nostre società.
Usando le parole in questo modo, il popolo, come un gregge, va dove vuole il padrone e, soprattutto, "pensa" quello che vuole il padrone.
Colgo l'occasione per una piccola riflessione su "grammatica" e "politica". Ho il sospetto, per le motivazioni espresse prima sulla sovrapposizione o identità tra parole, grammatica e mente, che uno dei motivi per cui l'estremismo LGBTQ+, quando portato alle sue massime e nefaste conseguenze, sia molto più sentito in Gran Bretagna che in Italia, sia in parte dovuto anche alla lingua. La grammatica inglese permette infatti, molto più di quella italiana, di formulare frasi in cui non è specificato il genere sessuale della persona di cui si sta parlando. Tra l'altro, è prassi molto comune nella lingua inglese l'uso del plurale per intendere un singolare di cui non si voglia o non si possa specificare il genere sessuale. Questo in italiano non è possibile, o almeno non dovrebbe esserlo, sebbene l'IA a volte ci riesca, formulando frasi un po' forzate: è un piccolo abuso della nostra lingua che ho notato in più occasioni, che pian piano potrà servire a cambiare il modo di pensare.
L'IA, comunque, non solo sta notevolmente amplificando l'uso delle parole per indirizzare i nostri pensieri, essendo "addestrata" dai "padroni del discorso" a trattare certi argomenti in un certo modo, oppure a non trattarli per niente, ma va ben oltre. Se da una parte la scrittura è da millenni uno strumento di estensione della propria mente, dall'altro l'IA generativa di testi è uno strumento di "sostituzione" della propria mente. Ma anche in questo caso, non solo non lo ammettiamo in maniera così diretta, ma invertiamo le parole, parlando dell'IA come di un "assistente digitale" (quindi di qualcuno che ci affianca e che ci aiuta), piuttosto che di un "padrone" che ci toglie lavoro, possibilità relazionali e, a questo punto, anche possibilità di "pensare". In ultima analisi, possibilità di "esistere". Nel Vangelo di Giovanni sopra citato, infatti, la parola e la vita sono un'unica cosa.
Anche questo, ovviamente, l'ho scritto senza IA e, visti i contenuti e lo stile molto diretto e personale, non potrebbe essere altrimenti. Meglio sbagliare e restare umani con coscienza, che essere politicamente corretti, anzi perfetti ed "esatti" come l'IA (?!), ma eticamente corrotti e senza anima.
(8 febbraio 2026)
Tra parole e silenzio: non propaganda, ma presenza
A volte sento persone che si interrogano sul senso dello scrivere, e in particolare del mio scrivere in questo blog o del loro scrivere sui social. Tante volte mi sono sentito dire qualcosa del tipo: "Devi essere più sintetico, la gente non ha tempo per leggere e si stanca subito". Oppure: "Non convincerai mai nessuno". L'osservazione più interessante, comunque, che non era riferita a me ma a un discorso più generale, è stata questa: "«[...] Far capire agli altri sembra insormontabile. Oppure, è a causa di quel caro principio di libertà che si ha come paura di condizionare e persuadere il prossimo? [...]»". Sempre su questi temi, c'è anche chi si è posto il problema di come fare "marketing" di ciò che scrivo, nel senso di diffonderlo.
Onestamente, mi sembrano falsi problemi. Siamo tutti interconnessi, condizionati, condizionabili e condizionanti, volenti o nolenti. Le idee sono come un immenso oceano, e le nostre menti, e le nostre stesse esistenze, sono le bolle della schiuma dell'oceano che si infrange sulle rive. Non c'è bisogno di fare propaganda, e spesso non c'è neanche bisogno di parlare. Spesso basta la direzione del proprio cuore.
«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore»
Nichiren Daishonin, Gosho di Capodanno
«Una persona quando nasce ha un'ascia in bocca, e se dice parole malsane con quell'ascia si taglierà»
Budda Shakyamuni, The Sutta nipata
«Le conseguenze del karma negativo che creiamo con la bocca - per esempio con osservazioni sprezzanti, con discorsi diffamatori e con bugie - ci tornano indietro e possono causare la nostra rovina»
Daisaku Ikeda, Buddismo e Società n.168, 2015
Credo che convenga spostare il nostro focus su un'altra questione, costantemente rinnegata dal nostro mondo turbocapitalista e neoliberista. Ovvero:
Il mio bene è il tuo bene.
Il tuo bene è il mio bene.
Il mio male è il tuo male.
Il tuo male è il mio male.
Il bene che compio non è mai solo per me.
Il male che compio non è mai solo per me.
Il mio cuore non batte solo per me.
Amare significa "io sono qui per te".
"Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici. Pratica la fede con questa convinzione."
Nichiren Daishonin, Il conseguimento della Buddità in questa esistenza
Credo che l'unica cultura che conti sia quella vissuta, non i discorsi. In questo senso, quando io parlo di cultura e di educazione, intendo la filosofia nel suo significato originario, ovvero l'applicazione concreta di quanto compreso attraverso l'esperienza e la riflessione, e l'etica che ne consegue.
La cultura è qualcosa che si vive, non qualcosa che si insegna o che si tenta di far capire ad altri. A ben vedere, tra l'altro, il verbo "insegnare" non ha significato: nessuno può insegnare qualcosa a qualcun altro, al massimo può "indicare".
Quanto ai condizionamenti e alle libertà, per me avrebbe senso discuterne se esistessero individui separati. Il concetto di "io" è solo un'astrazione utile per capirci nella vita quotidiana, ma a livello profondo non esiste. Non c'è un "io" e, sebbene esistano le azioni, non c'è un soggetto che le compie, se inteso come un'entità stabile, definibile in quanto esistente di per sé, con le sue caratteristiche. Se cerchiamo questo tipo di soggetto, non lo troviamo.
Scopriamo invece un'intricatissima rete di relazioni in costante mutamento, all'interno della quale possiamo dire che qualcosa di impermanente esiste soltanto in relazione a tutto il resto, e perché esiste tutto il resto. In termini pratici, "io" esisto perché esisti "tu", e viceversa, ma "io" e "tu", sebbene possano sembrarci oggettivi, in realtà sono soltanto idee intangibili come i sogni.
Questo vale sia a livello macroscopico che intrapsichico. La realtà mentale dell'essere umano, solitamente, è un groviglio di forze che fanno la guerra tra di loro. Questa è la mente, ma è anche ciò che intendiamo per mondo, che infatti è tanto agitato quanto le nostre menti. Sono rare le persone che hanno fatto così tanto lavoro su se stesse da avere una mente fatta di forze che vanno nella stessa direzione. Potremmo chiamare queste persone "maestri" e "maestre". Tuttavia, anche in questi casi rari, l'essere umano è e rimane un insieme mutevole di aggregati, non un'entità unica.
Questa visione delle cose è stata ampiamente sviluppata nel Madhyamaka, con il concetto di vacuità. Il filosofo di riferimento è Nagarjuna e il suo testo fondamentale è: "Le Strofe della Via di Mezzo" (Mūlamadhyamakakārikā).
Giusto per fare un esempio, la nostra mente è vacua:
«[...] Cosa significa myo (mistico)? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di istante in istante, che la mente non riesce a comprendere e le parole non possono esprimere. Guardando la nostra mente in ogni singolo istante, non percepiamo né colore né forma per verificare che esiste. Eppure non possiamo nemmeno dire che non esiste, poiché molti pensieri differenti sorgono di continuo. Non possiamo né ritenere che la mente esista né che non esista. È una realtà inafferrabile che trascende sia le parole sia i concetti di esistenza e di non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica vera realtà. [...]».
Nichiren Daishonin, Il conseguimento della Buddità in questa esistenza
"Via di mezzo", in questo contesto, indica proprio ciò che si trova in mezzo tra l'esistenza e la non esistenza. Questo è il significato fondamentale di vacuità, cioè l'assenza di natura intrinseca di un qualsiasi ente, concetto, idea. Come noi ci raffiguriamo le cose dipende da cause, condizioni e convenzioni concettuali e linguistiche.
Ho citato Nagarjuna nel blog in varie occasioni. Prima ancora, avevo esposto concetti affini in una mia riflessione, in cui parlavo di "principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti". Per i lettori più attenti, voglio mettere in evidenza che ho proprio scritto "principio di contraddizione", e non "principio di non contraddizione", dal quale mi discosto fermamente.
Visto che sto equiparando mente e mondo, e che li considero entrambi tanto consistenti quanto i sogni, vorrei concludere con i primi versi del Dhammapada:
«Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
E’ la mente che traccia la strada.
Come la ruota del carro segue
l’impronta del bue che lo traina
così la sofferenza ci accompagna
quando sventatamente parliamo o agiamo
con mente impura.»
Dhammapada, Versi in coppia, Strofa 1
Pace e bene a tutti,
3 febbraio 2026
Fidarsi del miracolo della vita
Ho il sospetto che una delle cause primarie della sofferenza umana sia il fatto di "non fidarsi" della vita, ovvero di non riuscire ad essere una "tranquilla presenza" in questo mondo, felice per il semplice fatto di esserci. Già questo basterebbe, eppure non siamo mai contenti.
Il malcontento nasce fin da piccolissimi, se entriamo nel binario di pensiero che l'amore dei genitori sia "condizionato" dai nostri comportamenti, ovvero se dobbiamo fare qualcosa per meritarcelo. Da adulti, questo si traduce negli insegnamenti della società secondo cui "se non produci abbastanza", "se non guadagni abbastanza", allora non meriti di esistere... Quindi, siamo educati all'incapacità di amare.
Il significato del "fare" senza aspettative di giudizi sociali o interiorizzati è nell'azione fatta per il desiderio di farla, senza motivazioni ulteriori. Non abbiamo bisogno di "consumare" o di "produrre" per giustificare ciò che facciamo. Non abbiamo bisogno di giustificarci né agli altri, né a noi stessi.
Collegato a tutto questo, ovvero all'amare la realtà così com'è, al fidarsi della vita, allo sgombrare la mente da zavorre inutili e controproducenti, c'è la consapevolezza dell'andare bene, dell'essere ok, così come siamo. "Io sono ok, tu sei ok".
L'uomo medio di oggi, quello che con i suoi comportamenti esemplifica la quasi totalità della popolazione, non riesce né ad essere tranquillo, né a credere di andare bene così com'è. Da ciò ne seguono un'infinità di comportamenti disfunzionali. Tra questi, paradossalmente, non ci sono soltanto un ben nutrito numero di dipendenze, ma anche l'erudizione, l'essere intellettuali, il caricarsi di studio e di conoscenze.
Le conoscenze che servono davvero sono poche come le foglie che possono stare nelle proprie mani. Tutte le altre foglie della foresta non ci servono, possiamo farne a meno e rimanere più leggeri.
La cura per le sofferenze inizia dal fidarsi della vita e dall'amarla. Se questo non c'è, l'alternativa è il caos totale in cui l'umanità sta sprofondando.
Alcuni spunti:
1. Più diventi silenzioso, più inizi a sentire ciò che conta davvero.
2. Non inseguire nulla: ciò che è destinato a te arriva nella quiete.
3. Una mente limpida è più forte di una mente sempre occupata.
4. La felicità nasce dalla disciplina, non dal desiderio.
5. Chi domina la pazienza, domina la vita.
6. Soffri perché lotti contro ciò che è.
7. Meno cose superflue possiedi, più leggero diventa il tuo cuore.
8. La rabbia è come un carbone ardente: brucia solo la mano che lo stringe.
9. La routine vissuta con consapevolezza diventa meditazione.
10. La vera forza è essere gentili quando è più difficile.
11. L’ego urla, la saggezza sussurra.
12. Più osservi le cose semplici con stupore e sacralità, e più ti accorgi che tutto è un miracolo.
13. La verità non ha bisogno di essere urlata.
14. Il sorriso è la causa, non l'effetto, della felicità.
15. Questo punto scrivilo tu.
(15 gennaio 2025)
La pace come atto spirituale in tempi di guerra
Credo che al di là delle proprie piccole e grandi vicende personali, ciò che conta veramente è mantenere una solida pace interiore nonostante la guerra e il collasso economico e morale delle nostre società.
Il Re Demone ha il monopolio dell'informazione ufficiale e alternativa, social e IA compresi, ed è ovunque intorno a noi. Il Re Demone fa il possibile per richiamare i nostri demoni interiori.
Il Budda invece rimane nascosto dentro di noi finché non ci impegniamo attivamente per richiamarlo:
«Quando veneriamo il Myoho-renge-kyo che è nella nostra vita come oggetto di culto, la natura di Budda che è in noi viene richiamata dalla nostra recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e si manifesta. Questo si intende per “Budda”. Per fare un esempio, quando un uccello in gabbia canta, gli uccelli che volano liberi nel cielo sono richiamati e si radunano intorno a lui. E quando gli uccelli che volano nel cielo si radunano, l’uccello in gabbia cerca di uscire fuori. Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà».
tratto dal Gosho: "Come coloro che inizialmente aspirano alla via possono conseguire la Buddità attraverso il Sutra del Loto"
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(5 gennaio 2026, vai alla mia galleria)
