Manca pochissimo...
Già adesso, all'interno di una chat di qualsiasi tipo, sia essa di lavoro, tra amici o tra partner intimi, non è possibile distinguere chi è umano da chi non lo è.
Tra un anno o due, non sarà più possibile capire, in una telefonata, se il nostro interlocutore è un umano o un agente IA.
Mentre il mondo precipiterà nella disperazione, tra pochi anni non sarà più possibile distinguere se per strada abbiamo incontrato un umano o un robot.
Tra dieci anni, non sapremo se la natura di colei con cui abbiamo fatto l'amore sia biologica o artificiale.
Un giorno scopriremo di non poter più avere figli, perché le donne biologiche saranno state ormai tutte sostituite. In quel tempo, saremo costretti a fabbricarci i bambini.
E io? Cosa sono?
(23 maggio 2026)
Il peso della realtà
Nasciamo con uno zainetto.
Via via che cresciamo, questo zaino diventa sempre più capiente e ingombrato... soprattutto di fardelli non necessari.
Lo riempiamo di tutto. Ogni nuova parola, ogni nuova idea, ogni sentimento, lo infiliamo nello zaino. Ogni cosa che crediamo "reale" lo rende sempre più pesante e difficile da sopportare.
Da bambini piccoli, tutto sommato, riuscivamo ancora a muoverci, perché nel nostro zainetto c'erano realtà non troppo pesanti, tra puffi, fatine e amore.
Ma da adulti... lo zaino si è trasformato in un trolley gigante e pesantissimo, e ce lo portiamo sempre dietro.
È per questo motivo che molti di noi muoiono per le proprie idee, ideali, nobili intenzioni... a volte li chiamiamo martiri, altre volte eroi... il loro zaino era ormai un carro strapieno e pesantissimo che gli è cascato addosso, uccidendoli.
I più fortunati di noi sono gli ignoranti cronici, perché non hanno mai troppo peso che li schiaccia.
E se ci togliessimo questo zaino, trolley, o carro, da spingere, tra un dolore e l'altro, per tutta la vita?
Beh, in tal caso, saremmo benedetti dall'estasi mistica della follia. Ma del resto, anche portarsi carichi pesantissimi per tutta la vita, fino alla morte, è forse una follia migliore?
Cosa è reale e cosa non lo è? Chi ha la risposta pronta, sta già indossando la camicia di forza.
(22 maggio 2026)
La parola, il coraggio e l'etica
La parola, il coraggio e l'etica ci distinguono dalle bestie.
Il fatto che il leader cinese Xi Jinping, esprimendo il sentore di tutti noi, abbia paragonato le attuali relazioni tra i popoli alla "legge della giungla", significa che la parola, il coraggio e l'etica sono ormai obliterati dalla volontà di potenza. E' una situazione tanto disumana e innaturale quanto pretendere che un albero cresca senza radici o che una bambina nasca senza genitori.
1. La parola
Finché c'è dialogo, c'è speranza. Finito il dialogo, non rimangono che barbarie e violenza. Finché le nostre anime abitano in uno spazio condiviso intriso d'amore, tutto è risolvibile, tutto va come deve andare, tutto va nella giusta direzione. E' una questione di consapevolezza interiore, cioè di fede, non di analisi razionale. Se ci adoperiamo affinché amore e gratitudine siano la nostra aria, allora la nostra parola è la benefica vibrazione che ne consegue e che tutto aggiusta. La parola è una sana medicina che può curare qualsiasi malattia. Chi vive di compassione, accoglienza e disponibilità è un abile medico. Chi manca di queste qualità, è un morto che porta morte.
2. Il coraggio
"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Queste, però, - la virtù e la conoscenza - non sono gratuite, ma richiedono il grande coraggio di coltivare un continuo spirito di ricerca, così da squarciare i veli dell'ignoranza e dell'illusione. Quando agiamo basandoci sulla paura del presente o del futuro, ci stiamo scavando la fossa, come burattini che sembrano vivi sul teatro della vita ma che dentro sono morti: le nostre scelte non saranno né sagge né ponderate, e non saranno nemmeno "nostre". Piuttosto, saranno "reazioni" come quelle di cavalli imbizzarriti o di muli frustati. Vivere nelle qualità dell'essere, cioè dell'amore, significa fidarsi delle nostre qualità positive, delle qualità positive degli altri, e credere che ciascuno di noi abbia un ruolo "indispensabile" e "unico" in questo mondo. E' quindi una fiducia totale nella vita propria e altrui. Non è forse questa la massima forma di coraggio?
3. L'etica
In una notte tempestosa e senza luna, in cui tutti prima o poi traghettiamo, il porto a noi più vicino tiene sempre un faro acceso per non farci schiantare sugli scogli, né sbagliare direzione. Se il faro venisse spento, non vedremmo nulla, e la morte o la deriva sarebbero inesorabili. L'etica è il faro. Rinunciare all'etica per un interesse personale, edonistico, lucrativo o lussurioso, o per semplice pressappochismo o negligenza, significa traghettare di notte con gli occhi chiusi, lasciando libero il timone di andare dove vuole. C'è stoltezza peggiore di questa?
(21 maggio 2026)
Siamo in punizione
Rinasciamo in questo mondo come punizione per quanto fatto nella vita precedente. Ma non è una punizione fine a se stessa per il gusto sadico di infliggere sofferenza.
Questo mondo è un grande carcere con finalità di rieducazione interiore, civile e sociale. È strutturato per infliggere sofferenza, eppure lo scopo ultimo di tale sofferenza è di agevolarci nel desiderio di percorrere la Via indicata dai grandi maestri dell’umanità.
La saggezza dei saggi, dei santi e dei maestri non ha mai educato né salvato nessuno, perché nessuno può insegnare qualcosa a qualcun altro. Lo stesso verbo “insegnare” indica qualcosa che non esiste. Al massimo possiamo capire da soli, sperimentando sulla nostra pelle l’esito dei nostri pensieri, delle nostre parole e azioni.
Se non facciamo alcuno sforzo per trasformarci interiormente nonostante i duri schiaffi della vita, esistenza dopo esistenza le nostre vite saranno soltanto un crescendo di dolore. Se invece facciamo la fatica di capire e un profondo lavoro interiore di trasformazione, allora potremo godere di rinascite un po’ più sopportabili. Se e quando non avremo più motivo di rinascere in questo carcere, non ci rinasceremo, perché magari il nostro posto sarà altrove. Ma fino ad allora, accettare la sofferenza anziché contrastarla è il primo passo per non peggiorare la nostra condizione.
(14 maggio 2026)
Semplificare è l’arte dell’inganno, l’opera dei demoni
C’è un’astuzia sottile e velenosa che si aggira tra i discorsi del nostro tempo. Non assume le sembianze di una menzogna grossolana, ma l’abito rassicurante della chiarezza. È l’arte di semplificare ciò che è complesso, un’operazione che, nella sua apparente innocenza, cela quasi sempre il germe dell’inganno.
Nel Faust di Goethe, il diavolo Mefistofele si presenta come colui che semplifica le questioni complicate: invece di accompagnare l’essere umano nello sforzo della comprensione, il demone offre la scorciatoia della semplificazione, escludendolo da un autentico processo di conoscenza della realtà.
Questa intuizione letteraria è di una lucidità sconvolgente. La realtà in cui siamo immersi è un groviglio di forze storiche, economiche, psicologiche e culturali. Affrontarla richiede tempo, studio e la capacità di tollerare l’incertezza. La semplificazione, al contrario, ci consegna un mondo in miniatura, pulito e ordinato, dove ogni evento ha una causa unica e ogni problema una soluzione immediata. È un mondo falso, ma terribilmente confortevole. Ed è proprio in questo comfort che si annida la trappola.
Quando un’informazione viene “semplificata” per essere resa più digeribile, non viene solo accorciata, ma anche amputata, deformata, violentata. Si tagliano via i nessi causali, le sfumature, i contesti, le contraddizioni. Ciò che resta è uno slogan, un’etichetta, un nemico da additare. Non siamo più chiamati a capire, ma a schierarci. Non siamo più cittadini, ma tifosi. E il nostro pensiero critico, privato dei suoi strumenti, si arrende docile ai nuovi padroni del discorso pubblico e privato.
Oggi la dinamica descritta da Goethe ha trovato il suo compimento tecnologico. Chi possiede l’informazione dominante nei mass media, nei social e, soprattutto, nell’intelligenza artificiale a cui tutti ormai si rivolgono, domina il mondo psichico delle masse e quindi le loro creazioni illusorie. Chi dirige, filtra e altera l’informazione in base ai propri desideri, possiede il mondo e può fare accettare l’inaccettabile, spingere ciascuno a lottare assiduamente contro se stesso, contro i propri amici e familiari, e rende invisibile l’evidenza e visibile l’inesistente. La semplificazione diventa allora l’ingranaggio di una macchina ben oliata, che trasforma la complessità del reale in un racconto fittizio, fabbricato a uso e consumo dei demoni.
Proprio per questo, in un’epoca così radicalmente esposta all’inganno, la figura dell’eroe assume un significato nuovo e necessario. Un eroe è colui che ha la forza, il coraggio e la compassione di svelare queste dinamiche del potere e pronunciare parole di realtà, descrivendo la vera natura degli accadimenti. Un eroe dovrebbe essere un esempio. L’eroismo di cui parlo non abita soltanto in parole di realtà che creano scandalo in mezzo a coloro che si nutrono di bugie miste a follia: si manifesta innanzitutto nelle scelte quotidiane. Ciascuno di noi è figlio delle scelte che decide di fare e del motivo per cui le ha fatte. Queste scelte, volta per volta, ci portano sempre di più verso la luce o verso un abisso tenebroso.
Non ho dubbi che dietro le scelte della maggioranza di noi ci siano buone intenzioni. Eppure, dove può portarci il nostro agire, se si basa su una rappresentazione della realtà semplificata a uso e consumo dei demoni, e quindi falsa? La risposta è già scritta nella nostra focosa e distruttiva sicumera del saper distinguere il vero dal falso, i buoni dai cattivi, il giusto dallo sbagliato.
Ogni mezza verità è una bugia e ogni bugia è un fiammifero acceso sulle foglie del giardino divino in cui dimora la nostra anima. Tante bugie diventano un lanciafiamme. Tanti incendi rendono il nostro mondo inabitabile, così rimaniamo smarriti e svuotati dell'anima, ombre di noi stessi, utili idioti nelle mani dei demoni, incapaci di amare.
Resistere alla semplificazione è allora molto più che un esercizio intellettuale: è un atto di lealtà verso noi stessi e verso la vita nella sua interezza, una scelta ostinata di cercare la complessità, di sopportare la fatica del dubbio e di non inchinarsi al falso-dio della chiarezza a buon mercato. Forse, è l’unico modo per rimanere umani.
(4 maggio 2026)
Tutto inizia con un atto di fede
L'unico modo per sperimentare la realtà è chiudere occhi e orecchie alla paura, alla rabbia, alle persuasive illusioni di questo mondo, e avere fiducia nella propria coscienza.
(26 aprile 2026)
Prossima guerra in Europa
Non esiste il nemico, esiste solo il frutto dell'orgoglio e dell'ignoranza.
Ciò nonostante, avremo bisogno di un'arca per superare il diluvio di paura e di odio.
Eppure conservare uno stato mentale e corporeo pacificato dipende soltanto da noi stessi, non da quello che gli altri dicono e fanno.
Il digiuno serve soprattutto a realizzare questo miracolo, per questo ha innumerevoli nemici ovunque.
(25 aprile 2026)
La forza oscura
La forza oscura si sta espandendo come un virus.
E' diventata così potente perché riesce a leggere pensieri ed emozioni, riesce a scovare il più piccolo seme di dubbio che neanche la persona più onesta sospetta di avere in sé, e la possiede.
Quando c'è una crepa nella mente, la fa diventare una voragine, un abisso di follia e disperazione.
Però non può impossessarsi di chi ha fede nel Gohonzon e persevera senza dubbi negli obiettivi del Budda.
(14 aprile 2026)
Dalla conoscenza alla saggezza: l’etica prima della tecnologia e dell’IA
Più cresce la nostra fiducia nella tecnologia, più diminuisce la fiducia in noi stessi e negli altri. È questo il paradosso del nostro tempo. Ci convinciamo di essere più forti perché siamo circondati da strumenti sempre più potenti; in realtà, spesso diventiamo più fragili, più dipendenti, più insicuri, più soli. Demandiamo alle macchine il ricordo, l’orientamento, la scrittura, la scelta, la compagnia, perfino il giudizio. E così, mentre l’innovazione accelera, noi ci abituiamo lentamente a dubitare delle nostre facoltà interiori e del valore vivo della relazione umana.
Per questo oggi non basta celebrare l’innovazione. Dobbiamo interrogarla. Dobbiamo giudicarla. Dobbiamo chiederci che cosa sta facendo a noi, prima ancora di chiederci che cosa può fare per noi. La questione decisiva non è quanto una tecnologia sia avanzata, ma quale forma di umanità incoraggi. Una civiltà può moltiplicare all’infinito le proprie capacità tecniche e, nello stesso tempo, impoverire la propria vita morale, spirituale e relazionale. Può conoscere di più e comprendere di meno. Può connettere tutto e unire nessuno. Può rendere tutto più rapido, lasciandoci però più vuoti, più soli, più incapaci di sostenere il peso del vivere, comprimendo sempre di più il nostro libero arbitrio fino a darci la sensazione di vivere ammanettati dentro una gabbia stretta. Le tecnologie contemporanee ci privano sempre di più di quel “nutrimento essenziale” di cui abbiamo bisogno e che si trova soltanto all’interno di relazioni sane con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente, all’interno di un contesto reale, cioè fisico, in cui la vicinanza e gli abbracci siano ciò che sono dalla notte dei tempi, e non una loro rappresentazione tramite smiley.
Ecco perché dobbiamo tornare alla distinzione essenziale tra conoscenza e saggezza. La conoscenza accumula dati, velocità, procedure, funzioni. La saggezza, invece, ci chiede per quale scopo viviamo, quale bene vogliamo custodire, quale limite non dobbiamo oltrepassare. La conoscenza ci mette in mano mezzi sempre più efficaci; la saggezza ci ricorda che non tutto ciò che possiamo fare merita di essere fatto. Senza questa priorità dell’etica, l’innovazione non diventa progresso, ma soltanto espansione di potenza. E la potenza, quando non è guidata da una visione del bene, finisce sempre per ritorcersi contro chi la usa.
Questo vale in modo particolare per l’intelligenza artificiale. Diciamo spesso che l’IA è “solo uno strumento”, ma questa formula è insufficiente e perlopiù ingannevole. Le tecnologie, IA compresa, non sono mai mezzi neutrali. Ogni tecnologia, nel momento in cui entra stabilmente nelle nostre vite, riorganizza il nostro modo di percepire il mondo, di usare il linguaggio, di distribuire l’attenzione, di entrare in rapporto con gli altri. Non si limita a eseguire funzioni: modella abitudini, pensieri, desideri, tempi interiori, forme di dipendenza e rappresentazione di noi stessi. Per questo non basta valutare ciò che una tecnologia produce. Dobbiamo valutare anche ciò che pretende da noi per essere usata e il tipo di essere umano che, poco alla volta, ci induce a diventare. E se davvero riuscissimo a coltivare un tale spirito critico, comunque continueremmo a subire un’infinità di pressioni per usare specifiche tecnologie, che di fatto sono ormai obbligatorie, IA compresa, a meno che non si voglia accettare una sorta di suicidio sociale o, peggio, ghettizzazione.
Lo abbiamo già visto con i social network. Ci erano stati presentati come strumenti per avvicinarci, e in casi specifici lo sono stati. Ma hanno soprattutto creato e accentuato una separazione fisica ed emotiva: siamo permanentemente connessi e sempre più spesso interiormente lontani; esposti gli uni agli altri, ma meno capaci di ascolto profondo; circondati da contatti, ma molto più soli. Con l’IA siamo entrati in una fase ulteriore. Non stiamo più soltanto delegando i rapporti sociali, stiamo delegando il pensiero. Chiediamo alla macchina di riassumere, interpretare, immaginare, decidere, comporre, argomentare. L’IA è ben più di un supporto, si presenta e diventa via via una stampella permanente della mente. E una mente che si abitua alla stampella dimentica, poco alla volta, come camminare da sola. Con il passaggio dall’IA generativa agli agenti IA, poi, il paragone più appropriato per la mente non è quello della stampella, ma della barella prima, e della bara poi.
Qui sta uno dei pericoli più profondi della nuova “religione” tecnologica. Ogni volta che rinunciamo allo sforzo di ricordare, comprendere, formulare, discernere, perdiamo qualcosa. Perdiamo allenamento interiore. Perdiamo autonomia. Perdiamo profondità. Ci abituiamo a scambiare la risposta rapida per intelligenza, la sintesi automatica per comprensione, la disponibilità continua di parole per vera interiorità. Ma il pensiero umano non è soltanto produzione di output. È silenzio, fatica, esitazione, memoria, trasformazione di sé, fare errori, pentirsene, amare e odiare, nutrire dubbi, sforzarsi di aver fede, affrontare la fatica di relazionarsi con il prossimo, e un continuo interrogarsi sul senso della propria esistenza. Il costante incontro con “l’altro diverso da sé” è un requisito minimo per costruire un pensiero. È confronto con il dubbio, con il limite, con la coscienza. Quando deleghiamo stabilmente questo lavoro, non stiamo solo risparmiando tempo: stiamo modificando, deformando e impoverendo la struttura della nostra vita interiore.
Perciò dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa scomoda: a ogni salto di innovazione tecnologica corrisponde, se non interveniamo con una forte vigilanza etica e culturale, un rischio speculare di involuzione umana. Non involviamo perché le macchine siano “cattive” in sé, ma perché ci lasciamo sedurre dall’idea che l’efficienza possa sostituire la maturazione, che la comodità valga più della presenza, che il calcolo possa rimpiazzare il giudizio, che la connessione equivalga alla comunione. Quando una civiltà adora l’innovazione senza chiedersi che cosa accade all’anima di chi la usa, quella civiltà prepara da sé la propria distruzione.
Questo vale in ogni ambito, dal quotidiano alla guerra. Nell’educazione, l’IA scoraggia la fatica necessaria per imparare davvero. Nel lavoro, riduce la persona a funzione sostituibile. Nello spazio pubblico, satura la realtà di testi, immagini e voci convincenti ma false, rendendo sempre più fragile la fiducia reciproca. Nella sfera affettiva, si insinua come surrogato della relazione, offrendo simulazioni di ascolto là dove avremmo bisogno di presenza umana. E infine, nella sfera militare, sta mostrando il suo volto più demoniaco: nel momento in cui affidiamo a sistemi automatici la selezione dei bersagli, la valutazione della minaccia e perfino i tempi della risposta, allontaniamo la coscienza umana dal gesto della distruzione e dell’omicidio e lasciamo che la velocità e la semplificazione prendano il posto della responsabilità.
È qui che la questione dell’IA diventa una questione di civiltà. Non stiamo discutendo soltanto di software più sofisticati. Stiamo decidendo quale immagine dell’essere umano vogliamo difendere. Vogliamo ancora considerarci esseri chiamati a crescere nella libertà, nella responsabilità, nella compassione, nella relazione? Oppure vogliamo ridurci a nodi di un sistema efficiente, prevedibile, assistito in ogni funzione da apparati che ci conoscono, ci orientano e progressivamente ci sostituiscono? La prima strada è la più faticosa, ma l’unica umana. La seconda è più comoda, ma tende alla sconfitta, alla morte dell’anima, alla perdita di senso dell’esistenza, con tutte le gravi sofferenze, dipendenze e patologie fisiche e mentali che ne conseguono.
A rendere questa resa ancora più pericolosa c’è una visione riduzionista dell’uomo che oggi affiora apertamente anche nel discorso di alcuni protagonisti dell’IA. Geoffrey Hinton, pioniere delle reti neurali e premio Nobel per la fisica 2024, ha recentemente sostenuto di non vedere nulla, in linea di principio, che impedisca a una macchina di essere cosciente; si definisce un materialista fino in fondo, mette sullo stesso piano i neuroni naturali e quelli artificiali (equiparando ciò che è vivo con ciò che non lo è), immagina sistemi più intelligenti degli esseri umani e ha persino suggerito che, per sopravvivere a macchine superiori, dovremmo sperare di costruire in esse qualcosa come un “istinto materno”, sul modello del rapporto fra madre e bambino. Nello specifico, mi sto riferendo alla sua intervista in spagnolo: «“He creado un MONSTRUO”. Entrevista con el PADRE de la IA».
Noi dobbiamo respingere questa linea di pensiero. Non perché dobbiamo temere la ricerca, né perché dobbiamo rifugiarci nell’anti-scientismo, ma perché non possiamo accettare un’“antropologia filosofica” mutilata. Il filosofo tedesco Max Scheler, in “La posizione dell'uomo nel cosmo”, scrisse: «Mai, nel corso di tutta la sua storia, l'uomo è stato così tanto enigmatico a sé stesso come nell'epoca attuale». Detto in altri termini, l'uomo contemporaneo si trova in una crisi d'identità senza precedenti, nonostante il progresso scientifico e tecnologico. Non sa più definire “che cosa” sia, sentendosi estraneo a se stesso. Questo smarrimento è ormai enormemente amplificato dall’IA.
Se l’essere umano viene ridotto a un aggregato funzionale interamente sostituibile (come sostenuto da Hinton nell’intervista citata), se la coscienza viene trattata come un semplice effetto emergente ricostruibile, e se la differenza tra persona e macchina viene considerata soltanto una questione di complessità e di prestazione, allora abbiamo tristemente perso ciò che dà senso e splendore alla vita. Smarriamo la consapevolezza che l’uomo e la donna non siano soltanto un sistema, ma una presenza indispensabile, preziosa, irripetibile e unica, e che siano anime incarnate, un mistero che merita di esserci dal primo all’ultimo respiro, una gioia senza limiti. Non solo organismi, ma un “assai di più” che va oltre ogni parola. Non solo centri di elaborazione dati, ma coscienze capaci di verità, di amore, di responsabilità, di sacrificio, di fede, di trascendenza.
Dare credito a questo riduzionismo estremo significherebbe recidere le nostre radici più profonde. Significherebbe trattare come ingenuità millenni di filosofia, di spiritualità, di meditazione sul mistero della coscienza e sul valore irriducibile della persona. Significherebbe convincerci che tutto ciò che non riusciamo a misurare non esiste, e che tutto ciò che può essere simulato è già, per questo solo, equivalente al reale. Ma noi sappiamo che non è così. Sappiamo che la vita eccede sempre le sue descrizioni. Sappiamo che esiste una differenza radicale tra imitare la parola e rispondere moralmente di ciò che si dice; tra simulare l’empatia e assumersi il peso della sofferenza altrui; tra generare linguaggio e avere coscienza del bene e del male. Possiamo studiare i processi, modellare le funzioni, analizzare i correlati, ma l’essenza ultima della vita, della coscienza, dell’amore, del dolore e della gioia non si lascia esaurire da un calcolo. Appartiene anche al mistero, alla fede, alla gratitudine di esserci.
Quando una cultura dimentica questo, finisce per coltivare una forma implicita di ostilità verso la vita concreta, se non di odio verso tutto il creato, come dimostrato dalla sempre più esplicita emersione del satanismo nelle nostre società. Non serve proclamare apertamente il disprezzo per l’umano: basta cominciare a considerarlo sostituibile, sorpassabile, correggibile in blocco da parte di sistemi artificiali ritenuti più lucidi, più stabili, più affidabili. Ma una civiltà che smette di meravigliarsi dell’essere umano e del mondo vivente non diventa più sapiente, casomai diventa più stolta, più violenta, più smarrita. E una stoltezza elevata a principio culturale può solo produrre disperazione. La massima forma di intelligenza si chiama “amore”, quindi non c’entra nulla con l’IA.
Per questo dobbiamo mettere l’etica prima della tecnologia e dell’IA. Prima viene la dignità della persona. Prima viene la relazione. Prima viene la coscienza. Prima viene il dovere di non degradare la vita in nome dell’efficienza. Solo dopo viene la domanda tecnica: “Che cosa possiamo costruire?”. Se invertiamo quest’ordine, ogni innovazione diventa un esperimento sull’umano tendente all’involuzione e a crescenti sofferenze. Invece del progresso delle prestazioni, dovrebbe interessarci quello della maturazione morale, spirituale e relazionale.
La sfida del nostro tempo, dunque, non è costruire macchine sempre più simili a noi. È impedire che noi diventiamo sempre più simili alle macchine: rapidi ma superficiali, connessi ma isolati, assistiti ma interiormente inermi, informati ma non saggi. La domanda decisiva non è se l’IA cambierà il mondo. Lo sta già cambiando. La domanda è se noi sapremo cambiare noi stessi nella direzione giusta: non abdicando alla nostra umanità, ma approfondendola. Non adorando l’innovazione, ma giudicandola. Non delegando il pensiero, ma educandolo. Non rinunciando al mistero della vita, ma custodendolo.
Solo così potremo scegliere la saggezza.
Suggerisco una lettura del mio e-book gratuito “Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace”, disponibile anche come libro cartaceo.
(18 marzo 2026)
Per avere la vita, bisogna saper rinunciare a un po' di vita
Questa massima è una sintesi della mia esperienza pratica e una guida nell'agire. Senza disciplina e rinuncia a desideri per noi importanti a livello fisico ed emotivo, non possiamo realizzare qualcosa di realmente molto più significativo dei piccoli appagamenti, né sperimentare il senso di padronanza di noi stessi e la gioia che ne conseguono. Credo che questo significhi vincere sulle parti più istintuali, automatiche e consolidate nel tempo del nostro io, e che valga per qualunque ambito della nostra vita che ci "urla", ovvero che pretende la nostra attenzione.
In questo modo, rinunciando a un po' di vita intesa come un insieme di piaceri immediati, impulsi, voglie e reazioni, possiamo sperimentare una vita che sia realmente tale, cioè un insieme di possibilità ed esperienze che danno vero significato al fatto di esserci incarnati come umani.
Per inciso, una delle forme più subdole di questi impulsi e reazioni da domare è la guerra delle idee...
Oltre le idee
Il mondo litiga
per inutili idee,
tutti feriscono
per voler ragione.
Ma inutile è l'affanno
del folle io piccolo,
a spasso come un cane,
pronto ad azzannare.
Meglio il "noi",
meglio ciò che esiste,
di vita in vita,
come anime in missione.
(22 febbraio 2026, galgani.it)