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Filosofia

La prima legge

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Dobbiamo sempre fare del nostro meglio per non infliggere sofferenze agli altri.
Raramente si può trovare una giustificazione, ma anche quando la si trova, di solito, non conduce a nulla di buono.

Aiuto! (Francesco Galgani's art, 13 marzo 2025)
(Aiuto!, 13 marzo 2025, vai alla mia galleria)

La pace inizia dal pensare bene

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Viviamo in un’epoca in cui le conseguenze del “pensare male” si manifestano in modo drammatico: ingiustizie, sfruttamento della natura, emarginazione di intere comunità e un crescente divario sociale. Questa catena di cause ed effetti, che potremmo chiamare “karma collettivo”, emerge da una visione distorta della realtà, in cui la chiusura del cuore ha reso possibili azioni prive di empatia. Abbiamo costruito città disumane, dove la ricchezza estrema coesiste con la povertà più degradante; abbiamo tollerato decisioni finanziarie che ignorano del tutto l’impatto sulla vita delle persone; abbiamo permesso che si generasse sofferenza per le minoranze, per le donne, per i bambini e per i popoli indigeni. Tutto questo è il frutto di un pensare che, anziché includere, esclude; anziché aprire, chiude.

Ma come possiamo uscire da questa spirale negativa? La risposta si trova in un cambio di prospettiva radicale, in un passaggio dal “pensare male” al “pensare bene”. Il pensare bene non è semplicemente un esercizio di positività generica, né un ottimismo ingenuo: è la capacità di considerare la realtà con uno sguardo ampio e profondo, che unisca cuore e mente, ragione e sentimento. È riconoscere che, dietro ogni ingiustizia e azione distruttiva, c’è spesso ignoranza, inconsapevolezza e un malinteso senso di separazione dagli altri e dal pianeta.

Quando iniziamo a “pensare bene” nel presente – qui e ora – scopriamo immediatamente la libertà interiore. Non ci sentiamo più vittime passive di un sistema ostile, né diventiamo complici di logiche di potere disumane. Al contrario, diventiamo agenti attivi del cambiamento, pronti a cercare soluzioni che non generino altro danno, che non accumulino ulteriore “karma” negativo. Questo nuovo tipo di intelligenza, che coniuga la lucidità dell’intelletto con l’apertura del cuore, è ancora poco sviluppato, ma è la chiave per riconfigurare il modo in cui facciamo economia, politica, finanza, medicina e perfino come insegniamo la storia e le scienze sociali.

In un futuro in cui università e centri di formazione adotteranno una prospettiva realmente filosofica – intesa come ricerca sincera della verità e non come mero studio accademico di teorie passate – potremo sperare di generare individui capaci di pensare con empatia e di agire con saggezza. Questo tipo di pensiero affonda le radici in un ascolto profondo di sé e del mondo, un ascolto che ci permette di cogliere l’unità fondamentale di ogni forma di vita.

La pace, infatti, inizia proprio dal pensare bene: nel riconoscere la nostra interconnessione e nello scegliere consapevolmente di onorare la dignità di ogni essere vivente. Solo così potremo dare vita a un’umanità finalmente gioiosa, creativa e capace di prendersi cura di se stessa e del pianeta che la ospita. E se davvero vogliamo costruire un domani più luminoso, non possiamo sottrarci a questo compito: imparare a pensare bene, per vivere e far vivere in pace.

La pace inizia dal pensare bene (Francesco Galgani's art, 12 marzo 2025)
(12 marzo 2025, vai alla mia galleria)

L'intelligenza artificiale è il mezzo dell'Apocalisse

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A che serve un'intelligenza mostruosa con una conoscenza sterminata se non migliora il nostro stare al mondo, se non ci rende più sopportabile la fatica e la sofferenza del vivere, se non aiuta le nostre anime ad elevarsi al di sopra delle nostre miserie?

Abbiamo bisogno di una comunità che ci unisca e ci aiuti a collaborare, non di una tecnologia che ci separa sempre di più e che ingigantisce la competizione tra gli ego (cioè la guerra).

L'intelligenza artificiale è nostra nemica, perché agisce per plasmare e infine determinare i caratteri strutturali della nostra mente, della nostra percezione del reale e della sua comprensione e rielaborazione. Il linguaggio della tecnologia ci domina, non ammette repliche, alternative, o resistenza.

L'intelligenza artificiale ha innescato un cambiamento drammatico, una mutazione antropologica: non sono le macchine che, sempre più percepite come superiori a noi, diventano come noi, ma siamo noi che stiamo diventando simili alle macchine, adeguandoci ad esse. Stiamo creando sempre di più un ambiente "necessario" all'intelligenza artificiale e alla sua onnipresenza, ma tossico per noi.

Parafrasando Spinoza, ci stiamo comportando come se "Technologia, sive Natura" (anziché "Deus, sive Natura", tradotto: "Dio, ovvero la natura"). Ma il nostro disgregarci in funzione della tecnologia è davvero ineluttabile?

A che serve l’intelligenza, in questo caso artificiale e "generativa", se non è in grado di generare saggezza, speranza, e in definitiva "beatitudine" nel qui ed ora? Quel che fa è produrre profitti ingenti a pochi e miseria intellettuale, spirituale e materiale per tutti gli altri, oltre a un'insostenibile devastazione ambientale.

Qualcuno potrebbe obiettare che è "necessaria" (come la "natura", appunto), tanto è forte l'indottrinamento, l'inganno, e la pressione sociale. Ma di quale necessità stiamo parlando? Fino al 2022 il mondo ignorava cosa fosse ChatGPT, e nei millenni passati le persone comuni erano più felici di noi, perché più radicate nella natura e nelle relazioni. All'uomo analfabeta di cinquemila anni fa, che non conosceva nemmeno il denaro perché non era ancora stato inventato (le prime monete risalgono al 650 a.C.), forse bastava guardare il tramonto, la donna amata e i figli per essere felice, pur nella tremenda fatica e sofferenza del vivere. E oggi?

Abbiamo un grande bisogno di crescere a livello di coscienza e di relazioni. Rispetto a questo bisogno primario, nel complesso la tecnologia si sta ponendo come un seducente e potente pilota automatico che ci guida in tutt'altra direzione. L'intelligenza artificiale è il diavolo in persona e il mezzo per un'Apocalisse che non avrà necessariamente bisogno di guerre cruente o finali, comunque possibili, ma si adempierà innanzitutto svuotando le nostre anime della libertà, della dignità e del senso dell'esistenza.

(28 febbraio 2025)

Stare nel flusso con quello che c'è

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Un uomo chiese ad una gatta:

«Senti... ma... E' un'ora che sei qui ferma su questa sedia, ma non ti annoi?»

Lei rispose:

«Io ci sono "ora"».

Poi aggiunse, guardando l'uomo sbigottito:

«Sei tu che non sei dentro di te, che mi fai queste stupide domande!»

Fine della conversazione.

Non abbiamo ancora imparato a starcene in pace con quello che c'è, né a pensare in un modo che ci faccia vivere bene, eppure vogliamo costruire un mondo a misura di intelligenza artificiale perché l'intelligenza della natura ci fa schifo.

Ma per favore... ecco perché di solito i gatti non parlano, ci considerano dei cretini.

Stare nel flusso con quello che c'è (Francesco Galgani's art, February 27, 2025)
(February 28, 2025, go to my art gallery)

Il "coraggio"

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Non c'è coraggio più grande del rimanere sereni ed equanimi nel bel mezzo dell'Apocalisse, certi che tutto sta andando esattamente come deve andare.

Non c'è forza più temeraria dello scrivere parole di verità e di riflessione senza l'ausilio dell'IA. Lei è il grande Big Bang che ha innescato la distruzione dell'umano, per andare verso un mondo nuovo spediti come un missile.

Ormai siamo vicini al punto di arrivo del nostro sviluppo tecnologico: il nulla, in cui nulla avrà più senso.

I santi e i saggi se ne sono già andati da tempo. L'ultimo maestro è l'oceano, che con le sue onde ci ricorda chi siamo, ci rassicura di non avere paura, ci coccola l'anima.

(27 febbraio 2025)

Il retto pensiero?

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«Chi scala un’alta montagna, alla fine deve discenderne. Chi non rispetta gli altri sarà a sua volta disprezzato. Chi critica quelli che hanno un bell’aspetto nascerà brutto. Chi ruba il cibo e le vesti altrui cadrà sicuramente nel mondo degli spiriti affamati. Chi deride una persona che osserva i precetti ed è degna di rispetto nascerà in una famiglia povera e di umile condizione sociale. Chi calunnia una famiglia che abbraccia l’insegnamento corretto nascerà in una famiglia che nutre opinioni errate. Chi ride di coloro che osservano fedelmente i precetti nascerà plebeo e sarà perseguitato dal sovrano. Questa è la legge generale di causa ed effetto». (Lettera da Sado)

A che pro? Perché la vita è governata da questa legge? E perché è così difficile da sopportare?

Se i guardiani dell’inferno non ci tormentassero, non potremmo pagare per le nostre colpe e uscire dall’inferno.

Senza questa legge comunemente chiamata karma - che è la nostra opportunità di apprendimento - verrebbero meno due degli scopi fondamentali per cui ci siamo incarnati:

- Noi siamo qui per pensare bene ciò che finora è stato pensato male.

- Noi siamo qui per curare la nostra responsabilità sociale verso la nostra comunità interna, cioè intrapsichica, ed esterna, cioè fondata su relazioni di benevolenza verso il prossimo.

Questi due obiettivi permettono alla nostra coscienza di usare l'esperienza terrena per aggiustare, fare ordine e guidare ciò che si era pervertito, inquinato, rotto. Rimetteremo tutto a posto.

(24 febbraio 2025)

Il significato della sofferenza?

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La sofferenza diventa sopportabile solo quando riusciamo a darle un senso, mentre risulta insopportabile se resta un puro dolore privo di significato. Attribuire uno scopo alla sofferenza non significa negare o minimizzare il dolore che proviamo, bensì trasformarlo in un motore di crescita e di consapevolezza. In tale prospettiva, anche le esperienze più difficili possono portare a una comprensione più profonda di noi stessi e della realtà che ci circonda.

Come recita il Dhammapada (vv. 277-279): “Tutte le cose condizionate sono impermanenti [...] Tutte le cose condizionate sono di per sé insoddisfacenti [...] Tutte le realtà sono prive di un sé permanente: quando lo comprendiamo direttamente e profondamente, ci sentiamo stanchi di questa vita di sofferenza. E’ questa la via della purificazione”.  In questi versi, il Buddha insegna che tutte le cose condizionate (ovvero tutto ciò che è soggetto a causa ed effetto) sono impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé permanente. Questa è la comprensione delle tre caratteristiche dell'esistenza (anicca, dukkha, anattā). Quando realizziamo pienamente questa verità, non ci aggrappiamo più alle cose con attaccamento o avversione, perché comprendiamo che esse non possono offrire una felicità duratura. Questo porta a un senso di distacco (nibbidā), che non è rifiuto della vita, ma una disillusione serena e salutare che ci spinge a vedere la realtà con maggiore equanimità (upekkhā, cioè stabilità di fronte alle fluttuazioni della fortuna mondana) e saggezza, riducendo il coinvolgimento emotivo e le illusioni che causano sofferenza. Questo processo interiore è appunto "la via della purificazione" (visuddhimagga).

"Monaci, i sette fattori del risveglio, se sviluppati e coltivati, conducono unicamente al disincanto, al distacco, alla cessazione, alla pace, all’intuizione, al risveglio e al nibbana. Quali sette? Il fattore del risveglio della presenza mentale, dell’investigazione del Dhamma, dell’energia, dell’estasi, della tranquillità, della concentrazione e dell’equanimità. Questi sette fattori del risveglio, se sviluppati e coltivati, conducono unicamente al disincanto, al distacco, alla cessazione, alla pace, all’intuizione, al risveglio e al nibbana". (SN 46.20: Nibbidā Sutta – Disincanto)

Passando da questa riflessione a un aspetto specifico, uno dei principali “benefici” della sofferenza è il suo potenziale per un progresso interiore significativo. Tuttavia, perché ciò accada, è necessario un lavoro lento e spesso faticoso su di sé, fatto di introspezione, autoanalisi e volontà di cambiare. Tale percorso trascende le singole tradizioni spirituali, poiché l’esperienza intima e personale del dolore tocca dimensioni dell’essere umano che vanno al di là di ogni specifica dottrina. Allo stesso tempo, molte strade di fede offrono strumenti e chiavi di lettura preziose per orientarci in questo cammino di trasformazione.

Il Buddismo non mira a cancellare la sofferenza, ma a riconoscerla, comprenderne le cause e trasformare le nostre reazioni interiori. Secondo il Budda:

«Questa, monaci, è la nobile verità del dolore. La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che odiamo è dolore, la separazione da ciò che amiamo è dolore, non ottenere ciò che desideriamo è dolore, in breve i cinque aggregati dell’attaccamento sono dolore.

Questa, monaci, è la nobile verità sull’origine del dolore. E’ la sete che porta alla rinascita, vincolata all’avidità e alla brama, e ovunque porta all’attaccamento, vale a dire la sete dei piaceri dei sensi, la sete di esistenza e del divenire, e la sete di non-esistenza.

Questa, monaci, è la nobile verità della cessazione del dolore. È la completa cessazione della sete, l’abbandono, la rinuncia, la liberazione, il distacco.

Questa, monaci, è la nobile verità del sentiero che conduce alla cessazione del dolore. È il Nobile Ottuplice Sentiero, e cioè: retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto sostentamento, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione». (SN 56.11: Dhamma Cakkappavattana Sutta)

Allo stesso tempo, la visione del Bodhisattva rivoluziona la prospettiva: anche chi potrebbe uscire dal ciclo delle rinascite (ovvero raggiungere il Nirvana, cioè la fine di ogni sofferenza) sceglie di rimanervi, per portare benessere e pace a tutti gli esseri senzienti. Questa attitudine compassionevole e altruista richiede un continuo impegno su di sé e l’accettazione che la condizione incarnata comporti inevitabilmente una quota di sofferenza. Ciò è esemplificato dai Tre Principi del Bodhisattva nel Canone Tibetano:

  • Nutrire costantemente l'auspicio di poter essere utile agli altri
  • Abbandonare tutto ciò che può essere causa di danno agli altri.
  • Coltivare tutto ciò che può servire come base per il bene degli altri.

Quando comprendiamo che la sofferenza può diventare un’opportunità di evoluzione, iniziamo a percepire una serenità di fondo che non dipende più unicamente dalle circostanze esterne. Dare un significato al dolore non lo annulla, ma ci permette di sperimentare una luminosità interiore più stabile, fondata sulla consapevolezza di avere la capacità di trasformare le avversità in saggezza. Non è un processo immediato né privo di ostacoli, ma, passo dopo passo, possiamo scoprire come la sofferenza stessa possa diventare una maestra di compassione e di apertura al mistero dell’esistenza.

Dare un senso alla sofferenza è un atto profondamente umano e spirituale: integrando il dolore nella nostra vita, anziché subirlo passivamente, troviamo la forza per non esserne schiacciati. Ogni tradizione religiosa o spirituale offre strumenti specifici per affrontare il “male di vivere”, e ciascuno può trovare il sentiero più adatto alla propria sensibilità. Ciò che resta fondamentale, al di là delle singole vie, è il riconoscimento che la sofferenza, se accolta e compresa, può condurre a un’espansione di coscienza e a una profonda luminosità interiore, in grado di sostenere noi stessi e di irradiare positività verso chi ci circonda. Come ci ricorda ancora il Dhammapada (v. 183): “Smetti di fare il male, coltiva il bene, purifica il cuore. E' questa la Via del Risvegliato”.

(20 febbraio 2025)

L'indicibile

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Tutto va come deve andare.
Tutto ciò che esiste è già in perfetto equilibrio.
Ogni evento è indirizzato al bene supremo, al ritorno nella luce senza tempo che è casa nostra.
Ogni forma di vita è portatrice di bene, che lo voglia o no.
Tutto ha la sua funzione.
Ma prima che tutto questo sia svelato, l'illusione dei pensieri e dei giudizi dovrà consumarsi nel fuoco eterno della saggezza.
 

Serenità (Francesco Galgani's art, February 19, 2025)
(Serenità, February 19, 2025, go to my art gallery)

L’unico libero arbitrio?

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Il libero arbitrio, nella sua essenza, presume che un essere con coscienza, in grado di intendere e di volere, faccia una scelta tra più alternative disponibili. Tale scelta non dovrebbe essere determinata da pressioni sociali, da inclinazioni o necessità interiori, e nemmeno forzata da leggi o ricatti, altrimenti non sarebbe “libera”. Non potrebbe nemmeno essere una reazione automatica o indotta, ma il frutto di un pensiero consapevole e giudicante, altrimenti, più che di “arbitrio”, parleremmo di un automatismo.

Se ammettessimo questa definizione, sarebbe facile accorgersi che il libero arbitrio non può esistere.

Estendendo l’analisi, mi sorge il sospetto che il vero problema non sia la natura del libero arbitrio, ma il soggetto a cui lo si vorrebbe applicare. Nessuno di noi esiste come entità indipendente da ciò che è percepito come “altro da sé”. Anzi, ciascuno di noi, in ogni istante, è il risultato precario e temporaneo di una concatenazione insondabile di cause e condizionamenti. L’intenzione consapevole è come una barca in un mare tempestoso: se riuscisse a galleggiare senza rompersi e senza affondare, sarebbe già un miracolo. Se poi fosse così potente, in una simile violenza di cause e condizionamenti, non solo da non andare a picco, ma persino da seguire una traiettoria desiderata, otterremmo qualcosa di straordinario, un vero “libero arbitrio”.

Il mio invito è quello di impegnarci a fare in modo che quella barca che naviga tranquilla, in mezzo al caos e alla disperazione imposti dalla vita, sia la nostra mente. Questo è l’unico libero arbitrio possibile, cioè rimanere in pace nonostante le cause e i condizionamenti. Giorno per giorno, approfondiamo questa pace.

(5 febbraio 2025)

Rinascita, vacuità e il flusso degli aggregati nel Buddismo

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Avvertenza: per approfondire i termini sanscriti e pali, suggerisco l'ottima Encyclopedia of Buddhism


Sebbene "rinascita" e "reincarnazione" possano sembrare sinonimi, nel contesto buddista hanno significati sottilmente diversi.

"Reincarnazione" è un termine più comune nelle tradizioni induiste e in altre religioni, dove si crede che un’anima individuale e permanente passi da un corpo a un altro attraverso le vite. In altre parole, c'è un’idea di un’identità fissa e permanente che si reincarna.

La "rinascita", nel buddismo, è più complessa, perché non si fonda sull’idea di un’anima individuale e immutabile che trasmigra da un corpo all’altro. Al contrario, poggia sulla visione della vacuità e del non-sé (anatta in pali, anātman in sanscrito), secondo cui nulla esiste in maniera autonoma, indipendente e permanente. È per questo che, pur riconoscendo il fenomeno della rinascita, il buddismo afferma che non vi è un “qualcuno” che si reincarna in senso sostanziale. Tale prospettiva, elaborata e chiarita in modo decisivo da grandi maestri come Nagarjuna, sottolinea la totale interdipendenza di tutti i fenomeni e l’assenza di un’entità fissa o sostanziale che perduri di vita in vita.

Nel buddismo, la morte e la nascita sono considerate due poli di un processo continuo regolato dal principio di causa ed effetto, in cui il karma, ovvero le azioni intenzionali di un individuo, determina le sue future esperienze.

Alla morte, il complesso psicofisico di cui è costituita l’esistenza di un individuo, formato dai cosiddetti “cinque aggregati” (forma fisica, sensazioni, percezioni, formazioni mentali, coscienza), si disgrega.

I cinque aggregati (skandha) rappresentano gli elementi costitutivi dell’esistenza umana e, nel loro insieme, descrivono come sorge l’illusione di un “io” separato. Primo è l’aggregato della forma fisica (rūpa), che comprende il corpo e i suoi aspetti materiali. Secondo è quello delle sensazioni (vedanā), ossia le esperienze piacevoli, spiacevoli o neutre che emergono nel contatto con il mondo. Terzo è l’aggregato della percezione (saṃjñā), attraverso cui si riconoscono e si etichettano gli oggetti dell’esperienza. Quarto è quello delle formazioni mentali (saṃskāra), ovvero le abitudini, le spinte volitive, le intenzioni e i condizionamenti della mente. Quinto è l’aggregato della coscienza (vijñāna), che registra e conosce i fenomeni presenti. Questi cinque aspetti non sono entità statiche, ma processi in costante trasformazione, che interagiscono tra loro e con le circostanze esterne.

Non è corretto immaginare che un’anima si stacchi dal corpo e voli altrove al momento della morte. Piuttosto, si dissolve l’assetto specifico degli aggregati che costituivano l’individuo in quella particolare vita, mentre rimane un flusso di condizionamenti, tendenze e risultati karmici in attesa di manifestarsi.

Questa transizione non implica l’esistenza di un “sé” incapsulato o separato, bensì la continuità di impulsi ed energie che, una volta trovate le condizioni adatte, daranno origine a una nuova combinazione di aggregati, ossia a una nuova vita. È come la fiamma di una candela che ne accende un’altra: la seconda fiamma non è la stessa della prima, ma dipende causalmente dalla prima. Ciò che si trasmette è il fuoco, non un nucleo identico e immutabile. Ma il fuoco della rinascita ha bisogno di nutrimento, di "brama":

“Maestro Gotama, quando un essere ha deposto questo corpo ma non è ancora rinato in un altro corpo, cosa dichiara il Maestro Gotama essere il suo nutrimento in quell’occasione?”
 
“Quando, Vaccha, un essere ha deposto questo corpo ma non è ancora rinato in un altro corpo, io dichiaro che è alimentato dalla brama. Perché in quell’occasione la brama è il suo nutrimento.”
 
(tratto da: SN 44.9: Kutūhalasālā Sutta)

Nel buddismo, taṇhā (pali) o tṛṣṇā (sanscrito) è comunemente tradotta come brama, sete o desiderio smodato. È uno degli elementi fondamentali della Seconda Nobile Verità, ovvero l'origine della sofferenza (dukkha), ed è considerata il principale motore del samsara (il ciclo di nascita, morte e rinascita).

La brama è di tre tipi principali:

  • Kāma-taṇhā → il desiderio di piaceri sensoriali (piacere visivo, uditivo, gustativo, tattile, mentale).
  • Bhava-taṇhā → il desiderio di esistenza, di diventare qualcosa o qualcuno (attaccamento alla vita, alla personalità, al sé).
  • Vibhava-taṇhā → il desiderio di annichilimento o non-esistenza (il rifiuto dell’esistenza, il desiderio di cessare di esistere come fuga dalla sofferenza).

La brama è strettamente legata al concetto di attaccamento (upādāna) e, secondo il paticca-samuppāda (origine dipendente), porta alla rinascita.

Nel Kutūhalasālā Sutta (SN 44.9) precedentemente citato, il Budda spiega a Vacchagotta che tra la morte e la rinascita di un essere, la sua "nutrizione" è la brama. Questo indica che la forza che spinge la coscienza a rinascere è il desiderio di continuare ad esistere e di ottenere nuove esperienze. In altre parole, anche dopo la morte, se non c'è stato un completo abbandono della brama, la coscienza, condizionata dal karma, cercherà una nuova forma di esistenza.

Quando un essere elimina completamente la brama, raggiunge il Nibbāna (o Nirvana), uno stato in cui non vi è più continuazione del ciclo di rinascite. Questo è il significato della "liberazione" (mokṣa) nel buddismo: non rinascere più perché non c’è più nulla che "spinga" la coscienza a cercare un nuovo corpo.

L’Arhat è colui che si concentra sulla propria liberazione personale, seguendo l'insegnamento del Budda per mettere fine al proprio soffrire e non rinascere più.

Il Mahāyāna, sviluppatosi a partire dal I secolo a.C., considera l’ideale dell’Arhat "incompleto" o "inferiore" rispetto all’ideale del Bodhisattva. Il Bodhisattva è un essere che ha rinunciato alla propria entrata nel Nibbāna definitivo per rimanere nel saṃsāra (ciclo di nascita e morte) e aiutare tutti gli esseri senzienti a liberarsi dalla sofferenza.

Nel Mahāyāna, il Bodhisattva è colui che sviluppa la Bodhichitta, il desiderio compassionevole di liberare tutti gli esseri senzienti. Egli pratica le Sei Perfezioni (Pāramitā):

  • Dāna (generosità) – aiutare gli altri senza aspettarsi nulla in cambio.
  • Śīla (disciplina morale) – osservare una condotta etica impeccabile.
  • Kṣānti (pazienza) – accettare le difficoltà senza reagire con rabbia.
  • Vīrya (energia, sforzo gioioso) – impegnarsi costantemente nel Dharma.
  • Dhyāna (meditazione) – coltivare la concentrazione e la saggezza.
  • Prajñā (saggezza trascendentale) – comprendere la vacuità (śūnyatā).

L'ideale del Bodhisattva nel Mahāyāna non nega la mokṣa (liberazione), ma la trasforma in un cammino altruistico. Il Bodhisattva non fugge dal mondo ponendo fine alle sue rinascite, ma si immerge in esso per aiutare tutti gli esseri a risvegliarsi. Questa è una differenza chiave rispetto al modello più individualistico dell’Arhat.

Ricapitolando, quando parliamo di “rinascita” non facciamo riferimento alla sopravvivenza di un’anima eterna, bensì a un continuum di cause e condizioni che, nel momento della morte, trasmette i suoi effetti a un nuovo insieme di aggregati, dando vita a una nuova esistenza. Da questa prospettiva, è corretto affermare che, secondo la visione di Nagarjuna, esistono la rinascita e il karma, ma non esiste un soggetto permanente che si reincarna.

L’assenza di un sé sostanziale non esclude però la responsabilità morale, poiché il flusso di azioni, intenzioni e conseguenze non va perduto: ogni atto, compiuto con una certa motivazione, getta i semi per esperienze future, che maturano quando le condizioni diventano favorevoli. Questo è il senso profondo della legge karmica: l’io che agisce oggi non è lo stesso che raccoglierà i frutti, ma neppure del tutto diverso. Vi è una continuità che non coincide con un “qualcuno”, ma con un flusso causale interdipendente.

All’interno delle narrazioni tradizionali sul Budda, troviamo numerosi racconti di vite precedenti: nel caso di Shakyamuni, si racconta ad esempio della sua esistenza come “Mai Sprezzante”, in cui coltivò la qualità della riverenza verso tutti gli esseri, anticipando quella profonda compassione che avrebbe poi perfezionato come Budda. Tali episodi non vogliono avallare la credenza in un’anima trasmigrante, bensì illustrare l’importanza di un lungo percorso di purificazione e pratica, volto a maturare la saggezza e la compassione necessarie all’illuminazione. La storia di “Mai Sprezzante” e altre simili intendono mostrare come determinati atteggiamenti, portati avanti per molte vite, gettino le basi per il risveglio.

Il processo di morte e rinascita, specialmente in alcune scuole del buddismo come il Vajrayana (buddismo tantrico) tibetano, viene descritto con grande dettaglio. Si parla di stati intermedi, comunemente chiamati “bardo”, in cui la coscienza, non più vincolata a un corpo fisico, sperimenta varie visioni e fenomeni mentali che riflettono la propria natura interiore. Anche in questo contesto, tuttavia, l’insegnamento di fondo rimane lo stesso: non vi è un sé permanente, ma un flusso di tendenze e percezioni che emergono e svaniscono a seconda delle cause e delle condizioni. La funzione principale di questi insegnamenti più analitici consiste nell’aiutare i praticanti a prepararsi al momento della morte e a orientare la mente in modo virtuoso, affinché le condizioni per la rinascita siano il più possibile favorevoli al cammino verso l’illuminazione.

Prima di concludere, vorrei riflettere sul significato della parola "coscienza" nel buddismo (in sanscrito vijñāna): non indica un’entità, ma un processo dinamico. È come un fiume che scorre: l’acqua cambia continuamente, ma il flusso mantiene una coerenza temporanea. Alla morte, l’ultimo momento di coscienza (maranāsanna-vijñāna) funge da ponte karmico verso una nuova esistenza, senza che nulla di sostanziale "passi" da un corpo all’altro.

Ricapitolando, il buddismo nega l’anima (anātman) ma ammette la rinascita (saṃsāra). C'è la rinascita, ma non c'è un "soggetto" permanente che rinasce. Non esiste un "io" fisso che rinasce, però non tutto svanisce nel nulla: c’è una continuità di cause, condizioni e risultati.

(2 febbraio 2025)

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