Allenarsi a riconoscere gli opposti
Di ogni situazione possiamo riconoscere gli opposti: se è negativa, è anche positiva; se è sbagliata, è anche giusta; se è benefica, è anche dannosa. Non per alternanza o per contesto diverso, ma nello stesso momento e nella stessa circostanza. Gli opposti sono compresenti nel medesimo fatto.
Questa postura mentale non confonde i piani, li allarga. Non dice che “tutto è uguale”, ma che ogni evento è eccedente rispetto alle nostre etichette. La sofferenza inutile nasce spesso dalla pretesa che la realtà si lasci dire in un solo modo: o bene o male, o giusto o sbagliato. Riconoscere la compresenza degli opposti scioglie quella presa, e con essa molte rigidità emotive.
La compresenza: non alternanza, ma sovrapposizione
Se diciamo che “una sconfitta è distruttiva e formativa”, non intendiamo che “oggi distrugge, domani forma”, né “per me distrugge, per te forma”. Intendiamo che qui e ora, nello stesso evento, coesistono un logorio e un apprendimento; un impoverimento e una messa a fuoco. L’esperienza umana è fatta di livelli sovrapposti che si muovono insieme, spesso in direzioni opposte. Ad esempio, la franchezza è virtù perché rende trasparente, ed è mancanza di tatto perché ferisce: la stessa frase, lo stesso istante, due verità opposte e simultanee.
La simultaneità è il modo in cui funzionano gli insiemi complessi. In un organismo, un intervento può guarire un organo e stressarne un altro; in una relazione, un limite posto oggi protegge il legame e provoca dolore. Non c’è da scegliere quale lato opposto “esiste davvero”: esistono entrambi.
Perché questa vista libera dalla sofferenza
Scioglie l’ansia da coerenza
La pretesa di un vissuto “puro” (solo buono, solo giusto) genera guerra interiore ogni volta che compare l’altro lato. Se ammettiamo che ogni atto, parola, pensiero o intenzione ha luci e ombre, non dobbiamo più sopprimere metà di ciò che sentiamo per restare fedeli a un’immagine di noi stessi.
Disinnesca il moralismo verso sé e gli altri
Se l’azione altrui contiene simultaneamente ingredienti ammirevoli e problematici, diventa più realistico e compassionevole vederne le cause, meno urgente cercare colpevoli. L’energia risparmiata va alla comprensione.
Ridimensiona il catastrofismo
Il dolore resta, ma smette di essere “tutto”. In ogni perdita c’è anche una forma di apertura; in ogni successo, anche un prezzo pagato. Questa doppia vista decresce l’assoluto del giudizio e, con esso, l’intensità della sofferenza a corredo.
Che cosa cambia nel nostro modo di pensare e parlare
Dal “ma” all’“anche”
“È doloroso e ha anche chiarito ciò che conta”. “È generoso e anche invadente”.
L’“anche” non attenua: tiene insieme.
Dai nomi rigidi ai verbi viventi
“È un fallimento” congela. “Mi ha ferito e mi ha messo in moto” mostra movimento.
I verbi accolgono l’ambivalenza senza negarla.
Dalla purezza al limite
Non cerchiamo azioni prive di controindicazioni, non esistono. Cerchiamo azioni in cui il bene che perseguiamo è maggiore del danno che inevitabilmente coesiste.
Un’etica dell’“anche”
Vivere così non addolcisce la vita: la rende vera. Significa smettere di trattare la contraddizione come un difetto da eliminare e cominciare a leggerla come una struttura inevitabile del reale. L’effetto pratico è una libertà più sobria: meno sforzo nel negare ciò che c’è, più disponibilità a portarne il peso, meno bisogno di assoluti, più precisione nel bilanciare.
Riconoscere gli opposti ci rende capaci di non aggiungere sofferenza alla sofferenza: non combattiamo contro metà dell’esperienza, non espelliamo parti di noi o degli altri per restare “coerenti”. È un realismo gentile: lasciamo che la realtà sia ampia, sia semplicemente ciò che è.
(2 novembre 2025)
Il vero volto del vero Male
Di chi è la colpa di tutti i crimini, di tutto l’impazzimento collettivo, normalizzato e legalizzato, durante il periodo della dichiarata pandemia? Impazzimento mai risolto, tra l’altro, giacché oggi ancora si continua a litigare su cosa è stato reale e cosa no, con uno “scisma ontologico” che ci ha terremotati dentro (scisma di cui, nel proseguo di questa lettura, proporrò un esempio).
E oggi, di chi è la colpa della continua eversione delle società falsamente democratiche, sparate come missili verso l’abbrutimento, la disperazione, la sostituzione dello stato di diritto con l’emergenza di una guerra perenne?
Di chi è la colpa se sempre più voci inneggiano all’Apocalisse nucleare come soluzione definitiva di ogni problema?
E ancora, di chi è la colpa del Miracolo dell’Intelligenza Artificiale, che con la sua prodigiosa grazia sta completando la distruzione del vivere sociale, già iniziata anni orsono con i cosiddetti “social” asociali?
Non a caso ho scritto “Miracolo”, perché davvero ci ha sorpresi tutti, ci ha colti impreparati e ci sta mostrando continue magie come il più grande mago illusionista mai esistito finora. Tuttavia, rischieremmo di rimanere molto amareggiati chiedendo le ragioni del Miracolo, perché la risposta potrebbe non piacerci. Ciò che è strabiliante non è necessariamente a nostro favore, e sicuramente non lo è in questo caso. Più fiducia diamo alla tecnologia (versione moderna della magia), più ne perdiamo per noi stessi e per il prossimo, fino a non sapere neanche più chi siamo, come ci chiamiamo e dove abitiamo.
Cercare un colpevole per tutti i drammi di cui ho fin qui accennato è fuorviante.
Possiamo credere che ci sia qualcuno che sia la personificazione del Male, il diavolo in persona, magari in giacca e cravatta e che dà istruzioni ai nostri governanti. Questo di solito è il modo di pensare di chi simpatizza per la cosiddetta controinformazione, o informazione che presenta se stessa come libera e indipendente. Sull’altro fronte, ci sono coloro che danno credito ai vaneggiamenti della narrativa fantasy in stile pseudo-giornalistico del main stream, o che non hanno tempo e voglia per criticarli, ragion per cui fanno rientrare nella categoria del Male gli stessi personaggi che rappresentano il Bene per coloro che hanno simpatia per credenze di tipo opposto.
Facciamo un esempio squallido, e anche abbastanza volgare, ma utile per capire di cosa stiamo parlando: Mario Draghi. Esso (o Lui, a seconda se si consideri umano o non quest’essere che ha causato suicidi, morte per fame e altre sofferenze indicibili al popolo greco) è una facile rappresentazione dello “scisma ontologico” di cui sopra. Per alcuni, è stato il “migliore tra i migliori” e un salvatore come Cristo, venerato, amato e lodato, in un clima parareligioso abbastanza stucchevole, imbarazzante e nauseante. Per altri, è stato “il peggiore tra i peggiori”, la personificazione di quanto di più putrido l’umanità possa esprimere a livello di corruzione morale e di governo. Quale di queste due visioni è quella giusta? Il problema è che ragionare in questi termini è abbastanza semplice, pure troppo. Significa avere una visione arcaica della lotta tra Bene e Male.
Se proviamo a scavare a fondo per trovare chi c’è davvero dietro ai grandi mali dell’umanità, beh… non troviamo nessuno. Il vero volto del vero Male è il “Sistema” stesso. Se esistono dei complotti (nel senso vero del termine, cioè di cospirazioni, congiure, intrighi ai danni di tutti noi) o degli schemi malefici ricorrenti, devono essere considerati solo come matrici, modelli, semplici ondate troppo piccole o troppo grandi per essere percepite.
Qualcuno sta manipolando il Sistema sull’intero pianeta, con infinita astuzia, in modo che nessuno riesca a notarlo? Nessuna grande azienda, multinazionale o governo può controllare tutto questo. I grandi colossi di Big Pharma e Big Tech possono sicuramente trarne profitto economico, e lo stanno facendo, ma ricondurre ad esse la causa di tutti i mali è un po’ troppo. Stesso discorso per i grandi gruppi finanziari che riescono a trarre profitto da qualsiasi sciagura, come sanguisughe maledette, come parassiti velenosi. C’è un grande Disegno, ben più vasto di tutti i singoli attori o gruppi di attori, ben più vasto di tutti noi. Ne facciamo parte, senza capire realmente quel che succede.
Qual è questo Disegno? Chi c’è dietro? Quasi due anni fa descrissi gli aspetti “umani” di questo Disegno, nell’articolo “Proteste degli agricoltori”, indicando una serie di punti che qui non voglio ripetere. Tuttavia, per creare un sistema così marcio fin dal midollo, con menti pilotate come automi, dobbiamo accontentarci di spiegazioni che cercano solo nell’umano la causa di tutto ciò?
Se dovessimo concludere che l’attenzione andrebbe spostata su forze sovraumane, o aliene, o comunque al di fuori della nostra portata, ciò non significherebbe alzare necessariamente bandiera bianca, cedendo all’impotenza. Tutt’altro. A prescindere dal fatto che “forze superiori” di cui non sappiamo nulla e di cui non possiamo dimostrare nulla siano dietro tale Disegno, il Cristianesimo usa una sintesi perfetta e facilmente comprensibile, parlando del “Principe di questo mondo” (cioè Satana, in Giovanni 12:31). Nella tradizione cristiana, egli ha temporaneamente il controllo del Sistema marcio e malvagio che noi chiamiamo mondo.
Il grande Disegno in cui ci ritroviamo tutti quanti come attori inconsapevoli è finalizzato all’annientamento della nostra Coscienza, e di ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta. O persino all’annientamento della vita stessa, nel caso di una guerra definitiva, cioè nucleare. Tutto questo per invidia e gelosia verso di noi.
Quindi, tornando alle domande iniziali, è meglio non cercare “di chi è la colpa” delle varie storture e oscenità nel mondo. Magari è meglio spostare lo sguardo oltre e non dare troppo peso ai vari personaggi che più visibilmente di altri minacciano o insaguinano il mondo. Cerchiamo di rimanere umani, creativi e divini, nonostante tutte le infinite pressioni per svuotare di senso le nostre esistenze e per ridurci ad uno stato peggiore delle bestie d’allevamento. Rimanere umani e con la nostra Anima, senza venderla, sarà la nostra vittoria… anche se questo dovesse comportare la nostra morte, esilio, persecuzione o emarginazione in un mondo che premia la follia e la delinquenza e punisce la saggezza e la compassione. Teniamolo presente.
L’Italia sta per vivere quello che la Grecia ha già vissuto tanti anni fa, se non peggio vista l’aria di Apocalisse che sta attraversando tutta l’Europa. Cerchiamo di essere pronti.
(29 ottobre 2025)
Anche il cielo si vergogna...
C’è una cosa che desideravo chiedere ai santi, ai saggi e ai miracolati sin da quando m’è venuto il dubbio che le cose che accadono non siano necessariamente per il nostro bene.
Chi sono le Forze Superiori, le Forze Protettrici, gli Angeli, gli Dèi o il Dio di cui parlano? Chi è quel Dio, o quella Forza, che appare dal nulla e salva gli oppressi, anche se qualche volta non lo fa? Tutte le volte che nella storia, e nei giorni odierni, non ha dato segno di vita… vorrei sapere perché.
Ma ora non devo chiederlo più. Ora conosco la risposta. A volte questo Dio, o queste Forze, o queste Divinità, osservano la nostra realtà, e distolgono lo sguardo per la troppa vergogna.
Noi invece non ci vergogniamo mai abbastanza. "Grazie mille, Bibi, ottimo lavoro".
(22 ottobre 2025)
Oltre il “se... allora...”: la libertà che interrompe le catene
Nei giorni di ottobre 2025 abbiamo ascoltato minacce “condizionate”: Dmitrij Medvedev ha avvertito che l’eventuale invio di missili Tomahawk all’Ucraina “potrebbe finire male per tutti”, poiché quando questi missili a doppio uso (convenzionale e nucleare) sono in volo, i russi non possono distinguere se li sta per colpire una testata convenzionale o una nucleare.
Quindi: se partono questi missili dall'Ucraina verso la Russia, allora ciò deve essere trattato dalla Russia come una minaccia estrema (ovvero l'uso di armi nucleari da parte russa diventa lecito). È un lessico che non ordina l'apocalisse, ma ne prepara le giustificazioni. In parallelo, Donald Trump insiste nell'indicare fornitura e attacco come certi, irrigidendo ancor di più il se... allora... della dottrina nucleare russa, tra l'altro rinforzato dalla constatazione che l'ordine e l'esecuzione dell'attacco richiede personale NATO, e non personale ucraino.
Questa grammatica del “se... allora...” ha un fascino freddo: promette chiarezza, offre leve prevedibili, sembra proteggerci dall’incertezza. Ma è una chiarezza di laboratorio, non di mondo. La logica condizionale, necessaria per calcolare e programmare, diventa tossica quando pretende di governare la vita morale e politica: riduce l’altro a variabile, la storia ad algoritmo, la prudenza ad automatismo. Così, ciò che nasce come deterrenza degenera in escalation meccanica: il se irrigidisce, l’allora scatta, e in mezzo scompare l’umano.
Superare questa logica non significa rinunciare alla ragione, ma riconoscerne i confini. Il vero punto non è “abolire” il condizionale, ma interrompere la sua tirannia quando verità e saggezza non coincidono con l'etica, con la deduzione ragionevole e con il buon senso. Le decisioni degne non sono sillogismi: chiedono ascolto, tempo, immaginazione, la capacità di far accadere un terzo che la regola non prevedeva, il tertium che salva.
Cerchiamo di essere creativi, di introdurre una differenza nel flusso causale, un respiro che scardina la reazione prevista. Ci sono possibilità non ancora esplorate quando la catena delle condizioni sembra chiudersi. Le macchine eseguono se... allora...; gli esseri umani, quando sono fedeli alla propria altezza (fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza), possono sospendere, domandare, riconoscere, cambiare rotta. La responsabilità non nasce nel calcolo perfetto, ma nel coraggio di non lasciarsi programmare dalla paura e dal rancore.
Questo vale per tutte le parti in causa, sia nella geopolitica, sia nelle nostre vite personali. Spezzare il se... allora... può prevenire tante mostruosità e tante inutili sofferenze.
(15 ottobre 2025)

(immagine creata da Tetiana)
Il respiro del Bene in ogni cosa, in ogni dove, in ogni tempo
Tutto è finalizzato ad un grande bene.
Questa consapevolezza ci permette di amare anche ciò che non ci piace o che è lontano dal nostro modo di essere e dalla nostra sensibilità.
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(14 ottobre 2025, vai alla mia galleria)
L'arte della non-azione nelle reincarnazioni parallele
Introduzione: le “vite parallele”
L’idea che le nostre reincarnazioni non siano sequenziali, ma parallele nel senso di contemporanee, nasce da due filoni principali.
Il primo sostiene che il tempo, in ultima analisi, sia simultaneo: ciò che chiamiamo passato, presente e futuro coesiste, quindi le diverse “vite”, cioè incarnazioni, di una stessa identità profonda non si susseguono, ma si svolgono contemporaneamente. È il linguaggio che si ritrova, con accenti diversi, negli insegnamenti attribuiti a Seth (tramite Jane Roberts), nel corpus dei Michael Teachings e, con una cornice metafisica propria, nei materiali del Law of One.
Il secondo filone parla di una vera e propria moltiplicazione esperienziale: la stessa anima può vivere più esistenze nello stesso arco storico o in epoche differenti, come riportano le narrazioni di ipnosi regressiva di Michael Newton, Dolores Cannon e Corrado Malanga.
In entrambi i casi, la tesi di fondo è che l’apprendimento non sia vincolato a una sequenza lineare di nascite e morti, ma possa dispiegarsi su più binari contemporaneamente. Ciò potrebbe avere senso, in alcune letture ispirate alla fisica di Bohm, se si assume un universo non-locale nel tempo e nello spazio: tutto avverrebbe in un unico istante e in un unico punto, sebbene la nostra percezione ordinaria sia ben diversa.
Accolgo questi presupposti, pur non potendoli dimostrare, perché possono aiutarci nel cammino verso la pace interiore.
Che cosa intendo per Anima
Per Anima intendo il soggetto reale dell’apprendimento, che vive più esperienze in parallelo, in luoghi ed epoche differenti. Qualsiasi avanzamento di consapevolezza in una di queste vite si riflette immediatamente nelle altre, perché l’Anima è la stessa in tempi, luoghi e corpi diversi. L’Anima stessa è parte di un Tutto universale: svolge un ruolo, apprende ciò che deve e infine ritorna e si riunifica al Tutto quando il suo compito è compiuto.
Il mondo come sogno didattico
Se lo scopo dell’incarnazione è apprendere, la realtà in cui ci muoviamo può essere compresa come un ambiente didattico, simile a un sogno progettato per farci fare esperienza. “Sogno” non vuol dire irrealtà insignificante: indica che ciò che viviamo è costruito in funzione dell’apprendimento.
Gioie e dolori sono reali per chi li vive, hanno peso, ci toccano profondamente, ma sono inseriti in un quadro finalizzato. Nemmeno lo stato della non-incarnazione è necessariamente “più reale”: è semplicemente un’altra modalità del vivere dell’Anima.
L’immagine cinematografica di Matrix e la metafora della caverna di Platone aiutano a intuire cosa intendo, sebbene non siano la stessa cosa.
Ciò che viviamo e vediamo è un teatro di esperienza ordinato a un fine, che comprende sia il nostro apprendimento, sia altro che neanche intuiamo.
Determinismo globale, libertà locale
L’idea delle vite parallele può convivere con una doppia cornice: determinismo globale e libertà locale.
Alcuni eventi principali della nostra storia personale e collettiva sono fissati una volta per tutte: potremmo chiamarli “snodi” del curriculum dell’Anima, come nascere in una certa epoca e in un certo contesto, incontrare determinate prove, incrociare alcune persone decisive o assistere a cambi di rotta storici. È come il programma scolastico: per i nati in un certo anno è stabilito prima che entrino in classe, e nessuno studente può modificarlo. All’interno di questo quadro, però, le scelte sono reali.
Le intenzioni, lo stile dell’azione, la postura interiore con cui attraversiamo gli eventi restano un campo di libertà. È qui che si svolge l’apprendimento, ed è qui che si misurano virtù come compassione, onestà, non-violenza e coraggio.
Tutto è importante, ma senza colpa sterile
Ogni esperienza concorre a un bene più grande ed è importante nel percorso. Ogni gesto, parola e decisione è materiale didattico per l’Anima.
La conseguenza pratica, però, non è assolversi da ciò che facciamo o non facciamo, ma smettere di aggiungere colpa sterile e di pretendere che la nostra volontà possa controllare il corso degli eventi.
La colpa che paralizza è superflua. La responsabilità, invece, è essenziale: significa rispondere al momento con il meglio che possiamo offrire, sapendo che ciò che impariamo in questa vita si riflette su tutte le altre vite parallele dell’Anima.
Il dolore è reale e va alleviato quando possiamo, ma allo stesso tempo è anche un’occasione di crescita che, una volta attraversata, arricchisce ogni espressione dell’Anima.
Wu wei: la non-azione che non è inerzia
Dentro un curriculum dell’Anima in parte già scritto, la non-azione del taoismo (wu wei) non significa passività. Vuol dire non forzare ciò che non dipende da noi e non generare sofferenza inutile opponendo resistenza cieca agli snodi principali, cioè a quegli eventi che comunque non possiamo modificare.
Significa agire quando serve, con misura, lasciando che la vita scorra dove la sua direzione è già tracciata, e intervenendo dove la nostra libertà locale ha senso: nell’intenzione, nella qualità del gesto, nell’attenzione al bene concreto.
La non-azione è un’arte perché chiede discernimento: a volte il passo giusto è fermarsi, altre volte è parlare, altre ascoltare e basta, altre ancora è cambiare strada. In ogni caso, si evita l’attrito superfluo e si coltiva la serenità che nasce dal sapere che il percorso ha un significato.
Come si tengono insieme le vite parallele
Dato che l’Anima vive più vite contemporaneamente e che ogni apprendimento si riflette immediatamente in tutte, l’impegno etico e la cura interiore in questa esistenza non restano confinati qui. Quando in una vita comprendiamo qualcosa di essenziale — per esempio che la compassione lenisce davvero la sofferenza — questa comprensione beneficia tutte le altre vite dell’Anima.
Il contrario vale ugualmente: rigidità, inganni e violenza irrigidiscono l’intero sistema delle nostre esistenze parallele.
Questo dà serietà e dolcezza, insieme, al nostro cammino quotidiano: ogni piccolo progresso vale molto più di ciò che sembra, perché risuona oltre i confini dell’attuale biografia.
Conclusione: la pace operativa
L’insieme di queste idee — vite parallele, mondo come sogno didattico, determinismo globale con libertà locale, centralità delle virtù — conduce a una pace operativa.
Pace, perché gli snodi principali non vanno forzati e non c’è motivo di punirsi per ciò che non dipende da noi.
Operativa, perché ogni giorno restano in gioco responsabilità vere: pensieri, parole, azioni che possono ridurre o aumentare la sofferenza.
L’arte della non-azione nelle reincarnazioni parallele è un mio invito ad allinearsi al programma dell’Anima, senza inerzia e senza violenza, coltivando una presenza limpida che apprende e, imparando, illumina tutti i suoi percorsi sparsi nel tempo e nello spazio.
(13 ottobre 2025, bibliografia in calce)
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(foto non alterata, con colori realistici, del 19 settembre 2025, vai alla mia galleria)
Bibliografia essenziale
Seth / Jane Roberts – tempo simultaneo e realtà parallele
- Jane Roberts, Le comunicazioni di Seth (Edizioni Mediterranee)
- Seth Material – ricerca su “parallel realities / probable selves”
- Discussione: “Understanding Simultaneous Time” (SethTalks)
Michael Teachings – vite concorrenti / universi paralleli
- Michael Teachings: “Parallel Universes”
- “Essence Fragments / Simultaneous Selves / Concurrent Personalities”
Law of One (Ra Material) – coesistenza dei tempi
Michael Newton – ipnosi regressiva e “vite parallele”
- Estratto in italiano con riferimento alle “vite parallele” (PDF)
- Introduzione italiana a Il viaggio delle anime
Dolores Cannon – tempo non lineare e casi regressivi
- L’Universo Convoluto – Libro Uno (edizione italiana, eBook)
- Cinque vite ricordate (edizione italiana)
Corrado Malanga – vite simultanee e cornice olografica/non-locale
David Bohm – ordine implicato e non-località (cornice concettuale)
- “David Bohm e l’indivisa totalità dell’Universo” (Acrònico)
- “David Bohm, profeta dell’olismo” (Scienza e Conoscenza)
- “La natura fluida della realtà” – cenni a potenziale quantistico e non-località
Wu wei – la non-azione
Se fossimo in pace...
Il vero problema è che, come esseri umani, raramente conosciamo la pace interiore.
Se fossimo pacificati, staremmo in mezzo alla natura e non avremmo avuto bisogno di inventare la lampadina, la tv, l'automobile, il telefono, il computer, Internet, le centrali nucleari e tutto il resto.
Chi è in pace, è in pace con quello che c'è.
L'uomo primitivo amava la sua donna, anche lei figlia, come lui, della terra e della fatica. Dopo l'amore, pacificati, contemplavano insieme il tramonto, e la vita scorreva così...
(11 ottobre 2025)
Come trovare pace
autore: Giulio Ripa
Per diventare costruttori di pace o partigiani della pace è necessario iniziare un cammino per un nuovo modo di essere umani.
Si parte dalla propria coscienza fino a rigenerare un nuovo mondo possibile.
Lo stato di coscienza ordinaria di un uomo è la separazione tra il soggetto che osserva (l’Io) e l'oggetto osservato (il mondo in cui viviamo).
L’osservatore non è presente come soggetto consapevole, in quanto il suo pensiero è scisso da se stesso e dal resto del mondo.
Se nella mente non si presta attenzione al soggetto che osserva, si perde la possibilità di conoscere sé stessi in relazione all’oggetto osservato, non c’è esame di coscienza, non ci si mette in discussione, colpevole è sempre l’altro.
In questo stato interiore la mente divaga a seguito di un automatismo mentale che si identifica con quel centro di appropriazione del pensiero discorsivo-ricorsivo dell'Io egoico, bellico, condizionato e dipendente dall’interesse personale, dall’attaccamento ai propri desideri, ossessionato dalla identità e dalla sua frammentazione.
La persona manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è di solito consapevole, una evidente concentrazione su se stesso negli scambi interpersonali ed incapacità di vedere il mondo dal punto di vista degli altri.
Nell’autocoscienza invece il soggetto (l’Io) osserva se stesso che interagisce con l'oggetto (il mondo). Soggetto ed oggetto si sovrappongono, ma sono interdipendenti con azione reciproca tra l'uno e l'altro.
Svanita la separazione tra il soggetto ed il mondo osservato, in questo stato di coscienza unitario, la mente elabora la relazione fra se stesso e il mondo evitando qualsiasi identificazione con il proprio ego (io condizionato).
La mente è così libera da ogni opinione e da ogni condizionamento psichico e concettuale. Soltanto se impariamo a guardare le cose con equanimità, senza l’interesse, senza l’avidità, senza l’ingordigia dell’ego, l’uomo può essere tutt'uno con il mondo.
Conoscere se stessi in profondità, sapersi "osservare" dentro, con distacco quando si guarda il mondo, è la via per avere consapevolezza dei propri processi cognitivi senza illusioni.
Grazie a questo, si può osservare la realtà intera, l’interazione tra soggetto ed oggetto, senza la distorsione dell'ego provocata dall'interesse personale.
Mettere in discussione la struttura psichica dell’Io (egoico-bellico), libera l'uomo da una individualità separata da tutto il resto, riscoprendo la propria natura universale.
L'equilibrio tra mondo interiore e mondo esteriore è fondamentale per una maggiore consapevolezza nell'accettazione della vita nella sua totalità.
La mancanza di questo equilibrio tra interiore ed esteriore porta nell’uomo ad una sofferenza esistenziale.
Cerchiamo di meditare per trovare pace nell'equilibrio (armonia) tra "dentro di me/fuori di me", senza giudicare, pur vivendo tra queste dicotomie.
In realtà "dentro di me/fuori di me" sono un tutt'uno. Tutto è incluso.
Nella meditazione c'è una liberazione interiore dagli automatismi mentali, si modifica lo stato di coscienza per vedere senza illusioni la realtà così come è nel momento presente, con un Io in pace con se stesso e con il mondo, aperto pienamente alla relazione, cioè capace di amare e creare.
La liberazione interiore vuol dire rivoluzionare il modo di essere in relazione con altro, contemporaneamente trasformare il mondo quando è possibile.
Interiormente liberi e quindi in pace con sé stessi, siamo amore incondizionato che crea relazioni per unire ogni cosa nel tutto, dove il tutto si compenetra in ogni cosa. Tutto in uno.
Facciamo due citazioni su come trovare pace:
"La persona che non è in pace con sé stessa sarà in guerra con il mondo intero. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo." (Gandhi)
“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra.
Ci vuole coraggio per dire sì all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo.” (Papa Francesco)
E' evidente che trovare pace significa agire senza violenza.
Questo non vuol dire essere passivi, ma essere dotati di una forza d'animo eccezionale per reagire alle ingiustizie.
Chi ha trovato pace, in un conflitto armato non si schiera con uno dei contendenti ma si schiera contro la guerra, contro l’uso delle armi, contro il commercio delle armi, ben sapendo che la guerra è sempre una sconfitta per molti mentre pochi se ne avvantaggiano.
Nel caso di conflitti armati tra i tantissimi strumenti impiegabili come azione non violenta ci sono: le sanzioni economiche, la diplomazia, i negoziati,
i picchetti, il digiuno, il rifiuto di collaborare, il boicottaggio, l’arresto dell’attività lavorativa, lo sciopero, lo sciopero al rovescio (lavorando dove e quando non permesso), l'obiezione di coscienza, la disobbedienza civile come le manifestazioni non autorizzate, l’obiezione fiscale, la diserzione militare, etc.
(Giulio Ripa, 5 ottobre 2025)
Tre esercizi per la pace interiore
Il mondo ha più lacrime di quante ciascuno di noi possa immaginare.
Queste sono giornate di intense manifestazioni per la pace, ma cosa ne rimarrà a distanza di mesi, di anni, di decenni? Di solito il potere fa quello che vuole e governa gli umori delle masse come preferisce, indirizzandone l'azione per finalità diverse da quelle dei diretti interessati. Ciò che appare spontaneo è quasi sempre preparato da tempo e manovrato, senza che chi protesta ne abbia consapevolezza o sentore.
Alla fine, già dopo poco, di tanti movimenti popolari non è rimasto che uno sbiadito ricordo, senza miglioramenti per nessuno nonostante tutto il cuore e la passione. Purtroppo nell’animo di gran parte di noi c’è un crescendo di solitudine e di impotenza in cui i peggiori demoni si trovano a proprio agio. E quindi, cosa possiamo fare?
Non c’è via per la pace che non inizi da noi stessi. Tutto il resto è un “di più” che senza un allenamento interiore, con disciplina e costanza, porta poco lontano o, peggio, si rivela controproducente e dannoso.
Secondo me, la palestra quotidiana per allenare la pace interiore è fatta di tre esercizi, di cui due facili e uno difficile.
1. Sostituire le certezze con dubbi, con possibilità
Ogni volta che siamo certi di un nostro pensiero o giudizio, proviamo a metterlo in dubbio, lasciando aperte più possibilità interpretative della realtà. Sentenziare che qualcosa che non ci piace sia sbagliato ci pone in conflitto con chi ha una certezza di tipo opposto, quindi non è un atteggiamento pacifico. Viceversa, dubitare che qualcosa che non ci piace sia saggio o utile, esprimendo perplessità, pone già noi stessi e gli altri in un modo più dialogante. Ma questo è solo l’inizio, anzi, il minimo.
I jainisti hanno ben inquadrato la questione con il concetto di anekāntavāda, che promuove una forma di ahiṃsā intellettuale (non-violenza nel pensiero e nel parlare), fatta di umiltà, dialogo, e rifiuto delle verità assolute proclamate in modo esclusivo. Nella pratica del jainismo orienta l’etica, la logica e il dibattito filosofico.
È un principio cardine, di solito tradotto come “dottrina della non-unilateralità” o del “molteplice”: la realtà è estremamente complessa e nessuna singola affermazione la esaurisce. Ogni enunciato è vero solo da un certo punto di vista e in certe condizioni. La disparità delle posizioni su un certo tema non va vista sotto il segno dello sconcerto e del caos, ma come una fonte di arricchimento.
2. Mettersi al servizio
Ciascuno di noi ha caratteristiche, possibilità, talenti. Invece di lamentarci che le cose non vanno come vorremmo, o che la vita è tremendamente difficile, possiamo cogliere le occasioni che ci vengono offerte, anche se fossero poche o rare, per dare il nostro piccolo contributo grazie a ciò che siamo. Certe cose possiamo farle noi e non altri, e viceversa. Questo ci aiuterà, giorno per giorno, a costruire rapporti basati sul completarci a vicenda, e questo è molto pacifico.
Viceversa, gareggiare per primeggiare in una guerra di ognuno contro tutti, serve solo a distruggere quello che di bello e buono abbiamo e a renderci stupidi. Non cerchiamo di essere migliori di nessuno, ma offriamo al mondo i nostri doni.
3. Convincimento interiore sulla bontà della vita
I primi due esercizi sono facili, questo invece è difficile, perché richiede la pazienza di un santo e la fede di un profeta. Se arriviamo al punto di considerare tutto ciò che accade, comprese le peggiori disgrazie, come qualcosa di necessario per il nostro bene, per la nostra crescita, per lo scopo per il quale ci siamo incarnati, allora siamo nella direzione giusta per essere costruttori di pace.
Serve quindi una fede che non può essere giustificata o motivata né dal ragionamento né dalla psicologia. E’ una consapevolezza interiore che si ha o non si ha. Le pratiche spirituali e gli insegnamenti possono aiutarci a risvegliarla, ma il percorso è personale. Un maestro può indicarci la via, ma sta a ciascuno di noi, come allievi, praticarla.
Ascoltiamo alcuni maestri:
-
Daisaku Ikeda (Buddismo di Nichiren)
Se consideriamo le difficoltà della vita come sventura o come fortuna dipende interamente da quanto abbiamo temprato la nostra determinazione interiore. (fonte) -
San Paolo (Cristianesimo)
Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. (fonte) -
Profeta Muhammad (Islam)
Straordinaria è la condizione del credente: in ogni cosa c’è un bene; se la prosperità lo raggiunge, ringrazia ed è un bene per lui; se lo colpisce l’avversità, è paziente — ed è un bene per lui. (fonte) -
Naḥum Ish Gamzu (Ebraismo rabbinico)
Lo chiamavano Naḥum Ish Gamzu perché, qualunque cosa gli accadesse, diceva: “Anche questo è per il bene”. (fonte) -
‘Abdu’l-Bahá (Fede Bahá’í)
Le prove sono benefici da parte di Dio, per i quali dovremmo ringraziarlo. Il dolore e il cordoglio non ci giungono per caso: sono inviati dalla Misericordia divina per la nostra perfezione. (fonte) -
Śāntideva (Buddismo Mahāyāna)
Inoltre, la sofferenza ha buone qualità: attraverso il disincanto essa dissipa l’arroganza; fa sorgere compassione per coloro che vagano nell’esistenza ciclica; si rifuggono le negatività e si trova gioia nella virtù. (fonte) -
Bhāgavata Purāṇa 10.14.8 (Induismo, Vaiṣṇavismo)
Colui che attende con fiducia la tua misericordia, mentre pazientemente sopporta i frutti delle azioni passate e ti rende omaggio con cuore, parole e corpo, diventa certamente degno della liberazione. (fonte) -
Laozi, Tao Te Ching 58 (Taoismo)
La sventura poggia sulla fortuna, e la fortuna si nasconde nella sventura; chi può conoscerne il termine? (fonte)
Ringraziamo i maestri dell'umanità. Le loro parole sono tanto più utili quanto più servono a confermare ciò che interiormente abbiamo già compreso.
(5 ottobre 2025)
L’illusione dell’IA: quando la tecnica divora l’uomo
Partiamo da una notizia che sottolinea il ruolo dell'IA nella distruzione di una delle basi della società, ovvero del lavoro:
«Secondo la Federal Reserve Bank di New York, oggi i laureati in informatica e ingegneria registrano un tasso di disoccupazione superiore a quello di chi ha studiato discipline umanistiche come storia dell’arte o letteratura inglese.
Anche la domanda di lavoro ha subito un calo significativo: le offerte per ingegneri del software pubblicate sulla piattaforma Indeed sono diminuite del 71% tra febbraio 2022 e agosto 2025».
(tratto da Red Hot Cyber)
Se non fosse chiaro, sviluppatori software e ingegneri stanno venendo sostituiti da macchine. Stesso discorso per un numero crescente di altri tipi di lavori.
L'IA è il più grande mago illusionista mai conosciuto, capace di sedurre ed elargire presunti doni mentre si porta via ogni speranza di vita.
Ricordiamoci che l'IA non è solo un mattatoio di intelligenze e una standardizzazione del pensiero, ma è anche e innanzitutto un prodotto dell'industria bellica, un'arma contro la dignità e libertà di ogni persona. Giusto per esser chiari, non stiamo parlando solo di chatbot come ChatGPT. «Tutte le imprese specializzate nell’intelligenza artificiale militare si stanno gettando in Ucraina. Per loro è l’occasione per testare i prodotti sul campo. E per raccogliere enormi moli di dati operativi. Una miniera d’oro» (Laure de Roucy-Rochegonde, ricercatrice dell’Istituto francese per le relazioni internazionali, fonte)
Suggerisco una lettura del report: "L’intelligenza artificiale va al fronte" (aprile 2024).
Siamo in un'epoca di impazzimento collettivo. Anche le persone più colte e rispettate sono impazzite.
Gli unici che ancora hanno un po' di lume della ragione sono i filosofi, ma non tutti... solo quelli che non hanno interesse a coprire le porcherie del potere.
Ripartiamo dalla filosofia, perché presto sarà l'unica arma rimasta per chi avrà perso tutto.
Coloro che invece si lasciano trasportare dai venti del momento, sono zombie che camminano, sono già morti.
(30 settembre 2025)
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