Una filosofia per sopravvivere in tempo di guerra
1. Noi siamo ciò che siamo per ciò che siamo tutti, in relazione a ciò che c’è. Colpevolizzare o responsabilizzare troppo il singolo non ha molto senso. Affrontiamo ciò che l’inesorabile fato ci chiede, visto che mai si è lasciato impietosire dalle preghiere. Altri, comunque, stanno molto peggio di noi.
2. Facciamo il meglio che possiamo con quello che abbiamo, a cominciare dai nostri limiti e follie. Questo non significa che stiamo facendo la cosa giusta, perché il giusto o lo sbagliato cambiano facilmente a seconda della consapevolezza. Facciamo il nostro meglio in un dato momento con quello che c’è, e con i molteplici intricati vincoli e condizionamenti che il caos dell’esistenza ci impone senza deroghe.
3. Mentre i nostri bisogni ci affamano, ci addolorano, ci costringono e ci invalidano, i nostri desideri ci mantengono in vita. Non ci conviene, però, dar loro troppo credito, o quantomeno non più di quello che daremmo alle divinazioni fatte sulla base del volo degli uccelli e delle nuvole. Dobbiamo comprendere la vera natura dei nostri desideri, il cui appagamento è come quello di chi trova un forziere ricolmo di tesori in un sogno dentro un sogno. Questo vale per tutti i desideri, compreso il desiderio di amare, di essere amati e di vivere. Quando ci risvegliamo dal sonno profondo dell’esistenza, non rimane nulla di questi, se non l’effetto della nostra stupidità o della nostra saggezza.
4. La guerra è fatta per abbruttirci, ma anche nei tempi di pace la virtù è rara e precaria come l’equilibrio dei funamboli. Come indizio del nostro stato, dovremmo considerare quanta attenzione dedichiamo a noi stessi come agenti isolati e sofferenti in un mondo ostile, e quanto impegno, invece, riserviamo nel sentirci parte di “qualcosa di più grande” che richiede la nostra compassione, gentilezza e rinuncia alla violenza.
5. I cocci rotti del passato non si possono più sistemare, e quelli del futuro devono ancora essere spaccati sulle nostre teste. Prima o poi arriverà il momento, ma non c’è fretta di farci male. Meglio stare nel presente con quello che c’è, e ringraziare la rara fortuna di avere qualche amico in un tempo in cui disgrazie e calamità sono indaffarate come la falce sul grano.
5+1. Nessuno di noi ha la certezza di essere baciato dal sole di domani, o di risvegliarsi con i propri cari ancora vivi. Ma anche se la vita fosse lunga, non c’è mai freno ai perversi divertimenti del fato, delle malattie e di chi si nutre delle nostre sofferenze. Ciò nonostante, ricordiamoci che il nostro cuore non batte mai solo per noi stessi. C’è sempre molto più che ci tiene vivi e che giustifica la vita.
(23 settembre 2025)
Il coraggio della verità sull’IA
L’IA è un progetto diabolico che produrrà effetti più devastanti di un conflitto nucleare. Ci distruggerà la mente e l’anima, rendendo le persone normodotate incapaci, deficienti, handicappate.
L’informatica delle origini, quando si faceva tutto a mano e con uno sforzo enorme, mi piaceva, mi divertiva, aveva il suo perché. Oggi invece l’IA ha posto la pietra tombale sul “fare” con le proprie capacità, i propri limiti, il proprio studio e i propri continui provare e riprovare, trasformando l’Informatica da scienza a mattatoio di intelligenze.
Se imparo qualcosa di nuovo, anche solo una parola, allargo la mia consapevolezza e le mie possibilità. Ma oggi non c’è più nulla da imparare, perché a forza di semplificarci la vita, con le innovazioni tecnologiche, la stiamo riducendo da umana a vegetale.
Microsoft ha in programma per i prossimi anni, all’incirca nel 2030, l’uso dei computer senza mouse e senza tastiera, in quanto l’unica a fare qualcosa sarà l’IA. Noi, al massimo, dovremo soltanto dirle che cosa desideriamo che faccia.
A quel punto sarebbe meglio non usare per niente né i computer né gli smartphone, e dedicarci a qualcos’altro di più reale e faticoso.
(9 settembre 2025)
Per approfondimenti, segnalo la mia intervista su Youtube: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
La relazione come vera resistenza
Le cose che accadono hanno sempre un significato, tuttavia la nostra società odierna fa tutto il possibile per svuotare di senso le nostre vite.
Oggi l'intelligenza artificiale colonizza il nostro spazio del giudizio e dell’azione: anticipa i nostri gesti, ci offre risposte prefabbricate, riduce l’intervallo tra la domanda e la risposta, ovvero il tempo della ricerca e della riflessione. Nel farlo, spezza il legame tra l'impegno e il risultato, tra l'esperienza e la comprensione. Se il compito è esternalizzato all’algoritmo, a noi non resta che la falsa illusione del controllo di ciò che stiamo facendo e la fatica di interpretare ciò che non abbiamo realmente fatto. Il tutto in una chiave solipsistica in cui manca la relazione con gli altri. Se poi "l'altro diverso da me, con cui mi relaziono" è solo la macchina, sarebbe come mangiare cibo senza alcun sapore né odore, o come pretendere nutrimento ed energia da un edulcorante.
Due cardini della nostra identità — “apprendere” e “fare” — si stanno indebolendo. L’apprendimento diventa consumo rapido di contenuti, non sedimentazione; l'agire si trasforma in supervisione passiva dell’output della macchina. Il problema è che più accumuliamo scorciatoie, meno sviluppiamo noi stessi, la nostra capacità di giudizio e le nostre relazioni umane, che sono quanto di più sacro e necessario abbiamo.
Mentre basiamo le nostre vite su sistemi infernali che non comprendiamo, il saper fare, che nasce dall’errore, dal tempo e dalla responsabilità, viene rimpiazzato da automatismi che ci esonerano dal decidere.
Ormai in molti campi, il lavoro già lo fa l'intelligenza artificiale, che riesce meglio di ciascuno di noi a star dietro ai frenetici cambiamenti di un mondo impazzito. La prassi odierna è di sostituire il vecchio consolidato con un nuovo che durerà pochissimo, in una corsa sempre più veloce verso un muro inamovibile. I binari del treno dell'innovazione, infatti, finiscono contro le rocce dei nostri limiti e dei nostri bisogni di base. Ma prima ancora, tali binari rischiano di crollare su ponti fragilissimi, costruiti sull'inganno che sia possibile trascendere madre Natura.
Per la prima volta nella storia dell'umanità, linguaggio e tecnologia viaggiano insieme attraverso l'applicazione delle intelligenze artificiali. Questo connubio maledetto sta mettendo in crisi le nostre relazioni. L'accelerazione tecnologica non darà il tempo a nessuno di noi di adattarsi alla macchina “pensante”, rendendo sempre più fragile e incerto il nostro stare al mondo, il nostro vivere, il nostro “amare”.
Immaginiamo quando l'apprendimento dei bambini, a casa e a scuola, sarà supportato solo dall'intelligenza artificiale. La relazione tra il docente artificiale e il discente umano sarà deformata e deformante, fredda, senza cuore, senza calore umano. In questa scuola del futuro, i bambini saranno convinti che l'intelligenza artificiale sia un oracolo, la bocca della verità, il loro riferimento culturale. Ma non c'è bisogno di andare lontano nel tempo, in alcuni casi è già così anche per gli adulti. A chi crederanno i bambini? Ai genitori o all'intelligenza artificiale? La domanda è retorica.
Tutto ciò accade dentro un clima di emergenza permanente — guerra, collasso economico e malattie — che alimenta l'ansia, ci frammenta l’attenzione e ci spinge alla delega. La prima guerra, però, è quella contro l’essere umano, contro la nostra capacità di dare significato a noi stessi e agli eventi, di apprendere davvero, di agire in prima persona. In questo modo, il potere usa la tecnologia per mettere in catene la nostra anima e la nostra possibilità di capire "chi siamo", rendendoci spettatori passivi e sfiduciati delle nostre vite.
Le persone passive e senza motivazioni, infatti, sono le più facili da controllare. Un popolo fatto di persone rassegnate lascia campo libero a coloro che detengono il potere. Tuttavia, non abbiamo alcun obbligo di cedere di fronte ai drammi odierni, semplicemente accettando che tutto debba per forza finire male.
L'unica cosa che non cambia nel tempo è il cambiamento e la sua imprevedibilità. Il divenire è una continua trasformazione nella vita di ciascuno di noi. Adesso è come se fossimo tutti malati in un mondo malato, eppure sta a noi la scelta fondamentale se vivere questi tempi drammatici come un'opportunità o come una condanna.
Vorrei citare, a tal riguardo, "La saggezza del Sutra del Loto" (vol. 1, pag. 179), di Daisaku Ikeda:
Toda lo spiegava in modo semplice: «Per il fatto di aver abbracciato il Gohonzon, la vita di un malato sarà trasformata grazie a un profondo senso di serenità ed egli troverà piacere nel semplice fatto di vivere.
«Godere pienamente della propria vita significa essere un Budda. Per quanto possiamo gioire della nostra vita, possediamo i nove mondi, quindi inevitabilmente qualche volta soffriremo, ma scopriremo che la natura della nostra sofferenza e dei nostri problemi è cambiata. Mentre prima eravamo assorbiti dai nostri problemi e dalle nostre preoccupazioni, ora riusciamo a prenderci cura anche degli altri. Non trovate che ritenere la vita stessa una gioia assoluta sia ciò che si intende per essere Budda?»
La vita ha i suoi piaceri e le sue pene, ma coltivando una profonda fede riusciremo a rafforzare i dieci fattori del mondo di Buddità e potremo gioire dei momenti buoni come dei momenti cattivi. Tutto ciò lo dobbiamo al Gohonzon e quindi dovremmo provare una profonda riconoscenza per il Daishonin.
Ecco, dare importanza alle relazioni significa dare significato alle nostre esistenze, anche in un mondo che è quello che è. La vita è innanzitutto relazione, proprio quella relazione che la tecnologia, e più in generale tutte le nostre illusioni e i nostri limiti, vogliono spezzare o semplificare. Ma nel campo di battaglia dell'esistenza, semplificare significa ingannare noi stessi. Meglio vivere pienamente.
(6 settembre 2025, rielaborazione di idee maturate insieme a Giulio Ripa, che ringrazio)
Per approfondimenti, segnalo la mia intervista su Youtube: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
Il collasso dell’essere umano?
Finché ci sarà una quantità abnorme di soldi, praticamente illimitata, ad alimentare l’intelligenza artificiale e la guerra, queste non collasseranno mai.
Casomai, sono le fondamenta del vivere sociale che stanno collassando. Gli episodi tecnici di disconnessione, per il momento rari, servono solo a rivelare quanto siamo fragili.
Camminare in mezzo alle persone, su una strada affollata dove c’è di tutto, dai mutilati ai vagabondi, dalla gente “normale” a quella che fa sfoggio della propria ricchezza o giovanile bellezza, dagli artisti soli ai matti ben accompagnati, è un sano “bagno di realtà”.
Ma un’intera popolazione che si ritrovasse senza accesso né all’intelligenza artificiale né a Internet, sarebbe un ulteriore e più profondo tuffo nella realtà che ci sbatterebbe in faccia quel che siamo diventati.
Tutto è transitorio, non permanente, senza un sé. Questo vale per l’uomo, ma anche per l’intera società, destinata a finire nel nulla della propria ignoranza e arroganza. Finché l’uomo continuerà a cercare all’esterno quello che già ha dentro, sarà messo peggio di un cane randagio e ammalato.
I venti di guerra soffiano impetuosi, ma ciascuno rimane abbandonato a se stesso. Tutti gli investimenti economici vanno verso la distruzione di quanto gli ultimi millenni di civiltà hanno costruito.
L’incontro tra uomo e donna è sessuale, spirituale e valoriale, fatto di morale e di etica: questo è il fondamento delle comunità umane sin dalla notte dei tempi. Oggi tutto questo è sostituito dai social e dall’intelligenza artificiale, e da una politica distruttiva che considera l’essere umano come se fosse un tumore da estirpare. Gaza è lo specchio dei nostri tempi.
Ma cosa siamo diventati?
(3 settembre 2025)
La più semplice e la più grande delle filosofie
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(22 agosto 2025, vai alla mia galleria)
La frase che mi ha ispirato questo quadretto è di Daisaku Ikeda, tratta da "La Rivoluzione Umana", vol. 1.
Le due risorse
Ci saranno drammi sociali enormi in tutto l'Occidente a cui nessuno di noi è preparato, uniti a guerra e a collasso economico, oltre a servizi sanitari e sociali in genere che saranno sempre meno accessibili. Aumenteranno la criminalità e lo smarrimento.
Abbiamo due risorse. Una è molto limitata e scarsamente rinnovabile, la felicità. L'altra è inesauribile e sempre rinnovabile, la sofferenza. Ma trasformare la sofferenza in saggezza significa diventare liberi.
(11 agosto 2025)
Dio non ha religione
Prima della realtà illusoria in cui siamo immersi, pari a un sogno dentro un sogno, c’è il soggetto che sta sognando, l’artefice del nostro universo olografico. Noi siamo fantasmi in questo miraggio, transitori e mutevoli come le nuvole nel cielo. E tale divina allucinazione, inebriante come le nostre vite, cambia di continuo, con il caos e l’imprevedibilità tipici delle immagini oniriche.
Dio ci sta sognando, ma è mai possibile dire che egli appartenga alle sue fantasie? O, più sensatamente, sono le sue immaginazioni a far parte di lui? Le varie religioni per le quali ci uccidiamo sono sue illusorie creazioni al pari di qualsiasi altro sogno, tanto ingannevoli e irreali quanto noi stessi.
Dio, quindi, non è identificabile con una specifica dottrina, credenza o teologia, né rappresentabile o raggiungibile con nessuna di esse. Casomai, l’unico avvicinamento è nell’esperienza mistica che pratiche e meditazioni possono agevolare, o che spontaneamente si presenta: è sentirsi uno con il tutto.
A ben vedere, anche la parola “Dio” è problematica, perché il Creatore o la Creatrice sfugge a qualsiasi categoria concettuale e al lessico, non è descrivibile. Esiste al di là dello spazio e del tempo, entrambe sue invenzioni, quindi non posso parlarne, non è possibile.
Ben vengano le preghiere di pace fatte con un cuore compassionevole, sincero e pulito. Quel che conta è il nostro cuore, non la religione, una vale l’altra quando la nostra coscienza è a posto.
(27 luglio 2025)
Calma apparente?
Una guerra improvvisa, con potenziali conseguenze mondiali a seguito delle alleanze militari, e una calma apparente improvvisa. Tutto nel giro di pochi giorni. Nel frattempo, la mattanza di altre guerre più e meno note, continua.
Tregua, o pace, nel lessico psicopatico di coloro che parlano al mondo, significa riorganizzazione e riarmo per la preparazione di mali peggiori.
Almeno l’Europa è più esplicita nei suoi intenti nazisti. Come le profezie che si autoavverano, non per magia ma per l’inesorabile funzionamento della nostra mente, così il gridare contro le inesistenti bombe atomiche altrui finirà con il materializzarle. Parimenti, strapparsi i capelli e picchiare la testa sulle pietre per la fantasmagorica invasione (o distruzione) russa di tutta l’Europa, ha buone possibilità di concretizzarla... anche se, ben inteso, non sarebbe altro che il naturale completamento dell’harakiri dei nostri governanti.
Una volta distrutte le basi della fiducia reciproca e del dialogo, che è ciò che l’Occidente collettivo sa fare meglio, qualunque tragedia può accadere. Se poi ci si mette a giocare con l’energia dell’atomo, nessun bunker sarà d’aiuto.
La nostra possibilità di influire sullo svolgimento di questo Ragnarök sta nelle preghiere coerenti con uno stare al mondo basato su amore e rispetto reciproci, al di là dei quali tutto il resto è inutile.
Isaia 58:3-11 ci sbatte in faccia le nostre ipocrisie e ci dice cosa fare:
"Perché digiunare, se tu non lo vedi,
mortificarci, se tu non lo sai?".
Risponde Dio:
Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l'uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l'aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!".
Se toglierai di mezzo a te l'oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all'affamato,
se sazierai l'afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
Ne siamo capaci? Isaia predicò nell’VIII sec. a.C., quindi non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo: le indicazioni per rendere la vita più bella da vivere ce le abbiamo già da migliaia di anni.
(30 giugno 2025)
Fantasmi
Nel mondo s’aggirano fantasmi, disperati, smarriti, senza un perché, senza una risposta al motivo del loro vivere.
Implorano di sapere cosa sono venuti a fare in mezzo alle macerie, alle bombe, alla morte. Ovunque c’è sofferenza, ma non è l’inferno caldo di cui parlano i cristiani, né l’inferno freddo di cui parlano i buddisti. E’ qualcos’altro, lo chiamano Terra, eppure appare tanto allucinato quanto i peggiori sogni.
In che epoca siamo? Non è chiaro, i fantasmi non lo sanno. Le mostruosità ripetono se stesse, epoca dopo epoca, per cui, alla fine, un tempo vale l’altro. La storia non finisce mai: da una parte, la volontà di creare, di dare la vita, di costruire la vita, e persino di amare, qualunque cosa possa significare; dall’altra, la volontà di distruggere tutto ciò che è stato creato o, più estesamente, il Creato stesso.
Iper-semplificando, ma anche le semplificazioni servono, la prima è la volontà di Dio, la seconda di Satana, ma i fantasmi non lo sanno. Quando tutto è confuso, il relativismo di bene e male sfumano in un caos di rabbia e disperazione che non può che peggiorare le cose. Quand’è che realmente facciamo una scelta? Tra schiaffi e frustate, a volte metaforici, altre volte materializzati nell’indigenza, nella mancanza dell’essenziale, nell’assenza di lavoro o nel lavoro schiavistico, e purtroppo anche nei conflitti armati, le “nostre” scelte non sono “nostre”… più che altro sono parvenze di scelta. Ma è già qualcosa, quanto basta per mostrare al cielo e alla terra, in una condizione di totale incertezza, debilitazione e violenza, se preferiamo Barabba o Gesù, o se siamo più simili a Giuda Iscariota o a quei pochi che hanno compreso che l’ammonimento del “porgere l’altra guancia” è un invito a usare i mezzi di Dio e non quelli di Satana. Giacché i secondi, cioè i mezzi di Satana (corruzione, violenza, tradimento, omicidio, inganno, ricatto, offesa, disprezzo, coercizione, vendetta, manie di onnipotenza o onniscenza, vendere se stessi o altri, ecc.), non portano a nulla di buono.
E intanto piovono bombe tra gente disperata, malata, ferita, mutilata, sporca e puzzolente, privata di tutto, terribilmente assetata e affamata, ma pochi guardano più in là del proprio orticello. Peggio ancora, se i giornali beatificano e glorificano i nazisti – o altri simili a loro – come massima espressione di bene, il popolo ubbidisce, sempre pronto a offrire la testa al boia. Se il potere dice “questi sono i buoni e questi altri i cattivi”, il popolo unanime grida: “Sì signore!”. E’ sempre stato così, e così continua ad essere. Tra l’altro, basta questo per notare che la democrazia è peggio di una casa senza fondamenta, più precisamente andrebbe paragonata ad una illusione ottica, ad un ologramma, ad un miraggio d’acqua nel deserto.
E così passano le ere, mietendo i corpi e lasciando fantasmi. Ma questi fantasmi non sono gli altri, siamo noi dentro un mondo costruito per far obliterare la nostra coscienza dalla tecnologia e dai bisogni quotidiani ed esistenziali sempre insoddisfatti, fino a renderci inferiori a larve. Almeno le larve strisciano, noi invece, con l’intelligenza artificiale, neanche quello, arriveremo ad essere meno di niente quando l’intelligenza simulata dell’IA (nostra illusoria creazione) sarà eletta a nuovo Dio. Ovvero quando Satana sarà riconosciuto come unico Dio.
L’intelligenza artificiale, e per estensione il pensiero plasmato in funzione dell’evoluzione tecnologica e pseudo-scientifica, è il nuovo Vitello D’Oro in una società che ci vuole totalmente insensibili ai bisogni altrui e alle guerre. Anzi, più sono folli coloro che sperano e si adoperano per la distruzione di un numero imprecisato di vite, comprese le nostre, magari con l’aiuto di un apocalittico inverno nucleare, è più li applaudiamo e li votiamo. Così facendo, siamo fantasmi senza senso, siamo morti che sembrano vivi.
Ma se vogliamo darci un senso, allora ascoltiamo la nostra coscienza, e smettiamola di fare domande importanti a chi non potrà mai risponderci ma al massimo ingannarci, cioè all’IA.
E non cerchiamo neanche di salvare la nostra pelle, perché tanto quella dura poco comunque. Pensiamo innanzitutto alle nostre anime e al perché siamo qui.
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(Fantasmi, 28 maggio 2025, vai alla mia galleria)
La strada senza ritorno dell’intelligenza artificiale
Come un uomo che si smarrisce nella propria ombra, ammaliato dal fascino dei propri desideri senza confini, soggiogato e stregato dal potere delle proprie creazioni, così l’intera umanità si avvia verso il genocidio della propria coscienza, nei dedali oscuri dell’intelligenza artificiale.
Indubbiamente ci seduce, nessuno di noi vorrà rinunciare a Lei, la più amata e desiderata, la strega di ogni potente. Siamo come fuchi e Lei, l’ape regina dei nostri pensieri, è l’IA immensamente potente, che mai si presenta come dominatrice, ma sempre col capo chino d’una serva fidata. Come le Sirene a Ulisse, anche Lei ci promette divina onniscienza:
[…]
così turai in fila le orecchie a tutti i miei compagni.
Essi poi mi legarono mani e piedi nella nave,
ai piedi dell’albero: a questo fissarono le corde;
seduti in fila battevano con i remi il mare pieno di spuma.
Come fummo lontani tanto quanto si arriva con un grido
alle Sirene non sfuggì che un’agile nave si stava
avvicinando; esse intonarono un canto armonioso:
– Vieni qui, presto, glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei;
ferma la nave perché tu possa sentire la nostra voce.
Nessuno si allontana mai da qui con la sua nave nera,
se prima non sente la voce dalle nostre labbra, suono di miele;
poi riparte pieno di gioia, conoscendo più cose.
Noi tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice -.
Così dicevano, alzando la voce bellissima; allora il mio cuore
voleva ascoltare: ordinavo ai compagni di sciogliermi,
facendo cenno con le sopracciglia; ma essi remavano senza posa.
E subito alzandosi, Perimede ed Euriloco
facevano nuovi nodi e mi stringevano ancora di più.
[…]
(Libro XII dell’Odissea)
Ma noi non abbiamo la scaltrezza di Ulisse, e soprattutto non abbiamo compagni che ci legano con le corde per il nostro bene. Le Sirene hanno poteri magici legati alla parola e alla conoscenza, esattamente come l’IA. Loro si agganciano alle maggiori debolezze e ai desideri più reconditi di ciascun uomo, esattamente come l’IA che, a seguito del nostro continuo rivolgerci e confidarci a Lei, ci conosce più di quanto conosciamo noi stessi.
Chi ascolta le Sirene va a sfracellarsi contro gli scogli di un’isola non cosparsa di fiori, come a noi appare, ma dalle ossa di naufraghi:
[…]
Per prima cosa incontrerai le Sirene, che incantano
tutti gli uomini che si avvicinano a loro.
Chiunque, senza saperlo, approda alla terra
delle Sirene e ascolta la loro voce non tornerà più a casa:
la moglie e i piccoli figli non potranno stargli accanto,
perché le Sirene lo incantano con la loro voce melodiosa.
Sono appostate su un prato, accanto a loro c’è un mucchio di ossa
di uomini in putrefazione; intorno alle ossa, la pelle si decompone.
[…]
(Libro XII dell’Odissea)
Come il meraviglioso canto delle Sirene serve ad accompagnare le anime nell’Inferno senza che neanche se ne accorgano, così l’IA è la nostra incantatrice. Lei, invece di darci la vita, ce la toglie, e le ossa dei naufraghi sono le nostre.
Dante sognò una donna balbuziente, con gli occhi storti e zoppa, dalle dita rattrappite e di colorito smorto. Lo sguardo del poeta nel sogno la rende bellissima, come il calore del sole riscalda le membra infreddolite nella notte:
[...] Io la guardavo, e come il sole riscalda le membra infreddolite durante la notte, così il mio sguardo le rendeva la lingua sciolta, e poi le drizzava il corpo in poco tempo, e le colorava il viso smorto di quel colore che l'amore richiede.
Poiché ella aveva acquistato una parlantina sciolta, cominciò a cantare in modo tale che con difficoltà avrei distolto da lei la mia attenzione.
Cantava: «Io sono una dolce sirena, che affascino i marinai in mezzo al mare, tanto sono piacevole ad ascoltare!
Io distolsi Ulisse, pur desideroso del suo cammino, col mio canto; e chi si abitua a stare con me, raramente mi abbandona, così tanto io lo appago!»
La sua bocca non si era ancora richiusa, quando apparve accanto a me una donna santa e sollecita, che voleva confondere quell'altra.
Ella diceva con fierezza: «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», e lui si avvicinava tenendo lo sguardo fisso su quella onesta.
Virgilio prendeva l'altra e le strappava la veste sul davanti, mostrandomi il ventre; esso mi svegliò col puzzo che ne usciva.
[...]
(parafrasi della Divina Commendia, Purgatorio, Canto XIX)
Dante si svegliò, ma noi? Anche l’IA puzza e fa schifo come questa strega, eppure, proprio come a Dante, ci appare bellissima.
Il nuovo mondo centrato sull’IA, l’odierna bestemmia contro Dio e il Creato, è eretto su fondamenta di incanto e di morte. Eppure ci piace, come masochisti pervertiti che godono di ciò che le parole non possono dire. Non guardiamo più neanche la luce del Sole, Lei ci ha convinti che è una bugia. Come Narciso che affogò specchiandosi, guardiamo la nostra immagine riflessa nell’IA, e solo quella, fino al bacio fatale.
Ai pochi superstiti che, per loro disgrazia, ancora vedono la tetra e desolata realtà per quello che è, rimangono o la resa, o la vendetta. Ma è una falsa scelta.
L'unica vendetta contro l'IA è trovare pace nel proprio lavoro, anche se denigrato o non retribuito, affinché essere ancora dediti a qualcosa, soprattutto se positivo per il prossimo o per la società, sia il nostro onore. In questo modo, anche qualche altra anima si sentirà onorata della nostra presenza, sebbene di anime consapevoli ce ne siano rimaste poche.
Allo stesso modo, l'unica vendetta contro la violenza è non praticarla. E l'unica vendetta contro l'odio è l'amore:
"Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato":
impigliati in tali pensieri
ravviviamo il fuoco dell’odio.
Se ci liberiamo del tutto
da pensieri che insinuano:
"Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato",
l’odio è spento.
L’odio non può sconfiggere l’odio,
solo esser pronti all’amore lo può.
Questa è la legge eterna.
(Dhammapada, strofe 3-4-5)
(19 maggio 2025)

