Lettera da Teradomari (riunione di studio, appunti)

Translate this articleSpeak this article

Appunti personali per la riunione di studio di luglio 2026 sul Gosho Lettera da Teradomari. La traccia segue i quattro brani scelti nello studio mensile pubblicato su Il Nuovo Rinascimento.

Titolo-guida della lezione: Avanziamo senza paura sul sentiero di kosen-rufu, convinti che la verità e la giustizia prevarranno.

Introduzione storica

Questo Gosho nasce in uno dei momenti più drammatici e decisivi della vita di Nichiren Daishonin. Il 12° giorno del nono mese del 1271 le autorità tentarono di decapitarlo a Tatsunokuchi. Fallita l'esecuzione, fu affidato alla custodia di Homma Rokuro Saemon Shigetsura, viceconestabile (cioè vicegovernatore militare e responsabile dell’ordine pubblico) della provincia di Sado, e rimase segregato per quasi un mese nella residenza del viceconestabile a Echi, nella provincia di Sagami, non lontano da Kamakura. Il decimo giorno del decimo mese Nichiren lasciò Echi sotto scorta.

Ricapitolando:

  • 12º giorno del nono mese del 1271: condanna all’esilio a Sado.
  • Notte tra il 12 e il 13: tentativo di decapitazione a Tatsunokuchi (deciso arbitrariamente da Hei no Saemon, funzionario governativo di alto rango)
  • 13º giorno: Nichiren viene affidato a Homma e trasferito nella residenza di Echi.
  • Permanenza di quasi un mese a Echi: attesa di nuove istruzioni o della conferma pratica di come procedere dopo il fallimento dell’esecuzione.
  • 10º giorno del decimo mese: partenza effettiva verso Sado.

Durante il viaggio verso Sado, passò per Kumegawa, nella provincia di Musashi, e dopo dodici giorni di viaggio raggiunse Teradomari, porto della provincia di Echigo affacciato sul Mar del Giappone. Era caduta molta neve, il mare era agitato e il vento impediva la traversata verso l'isola di Sado. Il viaggio si svolse infatti fra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno, in condizioni assai più dure di quanto possa suggerire il "ventiduesimo giorno del decimo mese". Per capire meglio il clima, nel 1271 abbiamo questa corrispondenza con il calendario gregoriano:

  • nono mese: mese lunisolare corrispondente grosso modo a ottobre;
  • decimo mese: periodo successivo, grosso modo tra novembre e dicembre.

Nichiren era arrivato a Teradomari il 21º giorno e scrisse la lettera il 22º. Appro­dò a Sado il 28º: rimase quindi bloccato al porto per diversi giorni, all’incirca una settimana considerando anche la traversata.

Indirizzò la lettera a Toki Jonin, uno dei suoi principali discepoli laici. Toki era un samurai al servizio del signore di Chiba, nella provincia di Shimosa; aveva abbracciato l'insegnamento del Daishonin intorno al 1254 e conservò con grande cura molti dei suoi scritti. All'inizio della lettera Nichiren chiede che «tutti coloro che aspirano alla via» si riuniscano per ascoltarla: pur rivolgendosi a Toki, pensa dunque all'intera comunità dei discepoli.

Quella comunità era stata sconvolta dalla persecuzione di Tatsunokuchi. Cinque discepoli erano rinchiusi in celle scavate nel terreno; altri credenti, sottoposti alle pressioni del governo, cominciavano a dubitare o ad abbandonare la fede. Il prete laico inviato da Toki avrebbe dovuto accompagnare Nichiren a Sado, ma il Daishonin lo rimandò indietro perché trasmettesse il suo messaggio e gli portasse notizie dei discepoli imprigionati. Anche in quel frangente, la sua preoccupazione principale non era per sé, ma per loro.

Lettera da Teradomari è il primo di una serie di scritti con i quali, durante l'esilio a Sado, Nichiren dissipò i dubbi dei discepoli e chiarì il significato delle persecuzioni alla luce del Sutra del Loto. Ne fanno parte, fra gli altri, L'apertura degli occhi, Lettera da Sado e La pratica dell'insegnamento del Budda. La sosta forzata a Teradomari non diventa quindi una pausa nella sua lotta: diventa l'inizio di un nuovo, grande contrattacco spirituale.

Il problema di fondo non era soltanto personale. Nel Giappone dell'epoca numerose scuole buddiste difendevano le proprie dottrine e il proprio prestigio, spesso cercando l'appoggio delle autorità. Nichiren sosteneva invece che il criterio dovessero essere i sutra predicati dal Budda e il loro intento fondamentale: permettere a ogni persona di manifestare la Buddità. Le reazioni ostili, le accuse false e infine l'intervento del potere politico mostrano quanto fosse concreta la battaglia fra una religione al servizio delle persone e una religione usata per conservare autorità e privilegi.

Filo conduttore

Idea-guida: il percorso esteriore di questo Gosho va da Echi a Teradomari e poi verso Sado; quello interiore va dalla decisione di non lamentarsi alla certezza di stare vivendo il Sutra del Loto con il proprio corpo. Nichiren è prigioniero e prossimo all'esilio, eppure la sua vita è libera, rivolta a incoraggiare gli altri e ad affermare verità e giustizia.

Una possibile chiave di lettura: il Daishonin non afferma che ogni opposizione dimostri automaticamente che abbiamo ragione. Verifica la propria condotta confrontandola con il Sutra, con la ragione e con la prova concreta. La sua convinzione non è ostinazione personale: nasce dal voto di risvegliare la Buddità delle persone.

Arco emotivo dei quattro brani: dalla fatica affrontata senza lamento, alla comprensione delle persecuzioni; dalla fiducia che la storia farà emergere la verità, fino all'appello ai discepoli perché non rimangano spettatori, ma vivano anche loro il Sutra del Loto.

Primo brano

«Il decimo giorno del corrente mese (il decimo mese) abbiamo lasciato il villaggio di Echi nel distretto di Aiko della provincia di Sagami, abbiamo sostato a Kumegawa nella provincia di Musashi e, dopo aver viaggiato per dodici giorni, siamo arrivati al porto di Teradomari, nella provincia di Echigo. Da qui dobbiamo salpare per l'isola di Sado, ma, poiché i venti non sono favorevoli, non so quando partiremo.

Le difficoltà lungo la strada sono state maggiori di quanto pensassi e impossibili da descrivere. Ti lascio immaginare che cosa ho dovuto sopportare. Ma poiché ero preparato fin dalla partenza a tali difficoltà, non vedo perché debba cominciare a lamentarmi adesso. Perciò non ne parlerò».

Cuore del brano: Nichiren non nega né minimizza la durezza della prova. Dice che le difficoltà sono state persino maggiori del previsto, ma non permette che siano esse a decidere la direzione della sua vita. La decisione fondamentale era stata presa «fin dalla partenza».

Da mettere a fuoco:

  • Il viaggio durò dodici giorni e si concluse soltanto con un'altra attesa: il vento contrario impediva ancora di raggiungere Sado. Umanamente, sarebbe stato naturale sentirsi esausti e scoraggiati.
  • «Ero preparato fin dalla partenza» non significa non provare dolore o paura. Significa aver stabilito in anticipo per che cosa vivere, così che le circostanze non possano cancellare il voto.
  • «Perciò non ne parlerò» non è freddezza né rimozione della sofferenza. La lettera non vuole attirare l'attenzione su di lui, ma rassicurare e rialzare i discepoli.
  • Alla fine dello scritto Nichiren si preoccupa dei discepoli imprigionati e rimanda indietro l'accompagnatore inviato da Toki. La sua calma nasce da una condizione vitale rivolta agli altri.

Aspetto emotivo: possiamo immaginare il freddo, la neve, il corpo stremato, la sorveglianza dei soldati e l'incertezza di un esilio dal quale forse non sarebbe tornato. In mezzo a tutto questo, la voce del Daishonin rimane limpida e composta. Non è insensibilità: è la libertà interiore di chi non consegna il proprio cuore alla situazione.

Punto per noi: quando una prova dura più del previsto, è facile pensare che la pratica non stia funzionando o che non abbiamo più forze. Questo brano ci invita a tornare alla decisione originaria: «Quale valore voglio creare, proprio adesso? Chi posso incoraggiare mentre affronto questa difficoltà?».

Frase di raccordo: il primo brano mostra come Nichiren affronta la persecuzione; il secondo spiega perché, secondo il Sutra del Loto, chi sostiene l'insegnamento corretto incontra ostilità.

Secondo brano

«Il quarto volume del Sutra del Loto afferma: “E poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?”. Il quinto volume dice: “Nel mondo dovrà fronteggiare molta ostilità e sarà difficile credervi”. E il trentottesimo volume del Sutra del Nirvana afferma: “A quel tempo, tutti i non buddisti [si rivolsero al re Ajatashatru e] parlarono così: ‘Oh grande re, esiste attualmente un uomo di incomparabile malvagità, un monaco chiamato Gautama [...]. Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie che, sperando di trarne profitto ed elemosine, sono diventate sue seguaci. Esse non praticano il bene ma usano il potere degli incantesimi e della magia per attirare uomini come Mahakashyapa, Shariputra e Maudgalyayana’”.

[...] Anch'essi parlano di “un uomo di incomparabile malvagità” riferendosi a me, Nichiren, e dicono: “Intorno a lui si è raccolta ogni sorta di persone malvagie”, riferendosi ai miei discepoli e seguaci. I non buddisti, avendo erroneamente interpretato e trasmesso gli insegnamenti dei Budda precedenti, dimostrarono ostilità nei confronti dell'ultimo Budda, Shakyamuni. Oggi gli studiosi delle varie scuole sono come loro. In conclusione, il loro modo di intendere gli insegnamenti buddisti li ha portati a nutrire idee errate. Sono come persone a cui gira la testa e che pensano che sia la grande montagna a girare intorno a loro».

Cuore del brano: i discepoli potevano interpretare le persecuzioni come la prova che Nichiren avesse sbagliato. Egli rovescia questa lettura: il Sutra del Loto aveva annunciato l'ostilità contro chi lo avrebbe propagato e le accuse mosse contro di lui ripetevano lo stesso schema già usato contro Shakyamuni.

Da mettere a fuoco:

  • Nichiren cita il capitolo “Il maestro della Legge”, il capitolo “Pratiche pacifiche” e il Sutra del Nirvana. Non offre quindi una giustificazione inventata dopo i fatti, ma interpreta la propria esperienza attraverso le scritture.
  • Lo schema della persecuzione è preciso: non potendo prevalere nel confronto delle idee, gli oppositori deformano le intenzioni del praticante, lo descrivono come pericoloso e presentano i suoi seguaci come persone malvagie.
  • Le accuse false raggiungono chi detiene il potere e trasformano un conflitto religioso in repressione politica. È il meccanismo che condusse alla persecuzione di Tatsunokuchi e all'esilio a Sado.
  • L'immagine delle persone a cui gira la testa è molto concreta: quando il punto di vista è distorto, si attribuisce alla montagna il movimento che nasce da noi stessi. Il problema non è la mancanza di intelligenza, ma l'incapacità di mettere in discussione il proprio attaccamento.
  • Questa lettura non autorizza a considerare nemico chiunque ci critichi. Il criterio resta verificare se stiamo agendo in accordo con il rispetto della vita, la ragione, il dialogo e l'intento di condurre le persone alla felicità.

Aspetto emotivo: la calunnia ferisce due volte: colpisce la persona e fa dubitare chi le è vicino. I discepoli potevano chiedersi: «Se il nostro maestro è davvero nel giusto, perché è stato sconfitto e portato in esilio?». Nichiren restituisce loro un significato, e quindi la possibilità di non essere dominati dalla paura.

Punto per noi: quando veniamo fraintesi, la prima reazione può essere risentimento, chiusura o desiderio di restituire l'attacco. Il brano suggerisce un'altra strada: controllare con sincerità il nostro comportamento, rimanere uniti, chiarire i fatti e continuare ad agire per il bene senza farci trascinare dall'odio.

Frase di raccordo: se nel presente le accuse sembrano prevalere, che cosa permette di non perdere fiducia? Il terzo brano allarga lo sguardo al tempo lungo della storia.

Terzo brano

«Ricordo il caso di Pien Ho a cui amputarono le gambe sotto il ginocchio e di Kiyomaro (Uomo Puro) che fu soprannominato Kitanamaro (Uomo Impuro) e fu sul punto di essere condannato a morte. I contemporanei risero e si presero gioco di loro ma, a differenza di questi due uomini, di coloro che li derisero non è rimasto un buon nome. Lo stesso accadrà a chi mi critica ingiustamente».

Cuore del brano: una verità può essere respinta, ridicolizzata o punita nel presente senza perdere il proprio valore. Nichiren richiama due persone perseguitate ingiustamente ma poi ricordate per la loro integrità: la storia, afferma, finirà per distinguere chi difende la giustizia da chi lo attacca.

Da mettere a fuoco:

  • Pien Ho trovò una pietra preziosa, ma gli esperti di due sovrani la giudicarono una pietra comune. Fu accusato di frode e mutilato; soltanto in seguito la gemma venne riconosciuta per ciò che era. L'immagine è eloquente: il giudizio sbagliato non cambia il valore del gioiello.
  • Wake no Kiyomaro, alto funzionario di corte, si oppose al tentativo del prete Dokyo di impadronirsi del trono. Fu insultato cambiandogli il nome da “Uomo Puro” a “Uomo Impuro”, esiliato e minacciato di morte, ma in seguito fu riabilitato.
  • Subito prima di questo passo, Nichiren ricorda quattro critiche rivolte al suo metodo di propagazione: sarebbe stato troppo severo; avrebbe dovuto usare soltanto pratiche pacifiche; avrebbe dovuto riconoscere in silenzio la superiorità del Sutra del Loto; si sarebbe occupato solo di dottrina e non di osservazione della mente.
  • La sua risposta non è una difesa dell'aggressività. Ikeda chiarisce che shakubuku serve a distinguere il vero dall'errato per risvegliare il potere interiore delle persone. Una religione umanistica non impone sottomissione: si fonda sul dialogo e lavora per la felicità della gente comune.
  • La certezza che «la verità prevarrà» richiede pazienza e coerenza. Non significa aspettare passivamente il giudizio dei posteri, ma continuare a parlare e ad agire in modo che la verità possa emergere.

Aspetto emotivo: essere derisi può farci desiderare di nasconderci o di uniformarci. Nichiren, già condannato e prossimo a Sado, non misura il valore della propria scelta dall'approvazione immediata degli altri. La sua serenità nasce da un orizzonte più vasto del momento presente.

Punto per noi: difendere ciò che riteniamo giusto non significa irrigidirci. Significa essere disposti a spiegare, ascoltare, verificare i fatti e restare coerenti anche quando il riconoscimento non arriva. La domanda utile non è «come faccio ad avere ragione?», ma «come posso far emergere la verità creando valore e rispettando la persona che ho davanti?».

Frase di raccordo: nel quarto brano la fiducia nella verità diventa una sfida diretta ai discepoli: non basta ammirare il maestro che vive il Sutra; ciascuno deve assumere in prima persona lo stesso voto.

Quarto brano

«Il capitolo “Esortazione alla devozione” dice: “Ci saranno molte persone ignoranti che ci malediranno e parleranno male di noi”. Questo passo corrisponde perfettamente a me, perché non si dovrebbe applicare anche a tutti voi? “Ci attaccheranno con spade e bastoni”, continua il passo, e io l'ho vissuto con il mio corpo. Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso? Più avanti afferma: “Cercando costantemente di diffamarci nelle grandi assemblee”. E ancora: “Si rivolgeranno ai sovrani, agli alti dignitari, ai brahmani e ai capifamiglia, come pure agli altri monaci [calunniandoci e parlando male di noi]”. Inoltre: “Con sguardo arcigno ci copriranno di insulti; saremo esiliati più e più volte”. “Più e più volte” significa ripetutamente. E io, Nichiren, sono stato ripetutamente scacciato e due volte sono stato condannato all'esilio.

Il Sutra del Loto si accorda al modo di predicare la Legge impiegato dai Budda delle tre esistenze. Il passato del capitolo “Mai Sprezzante” corrisponde al presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” e il presente predetto nel capitolo “Esortazione alla devozione” corrisponde al passato del capitolo “Mai Sprezzante”. Il capitolo “Esortazione alla devozione” di oggi nel futuro sarà il capitolo “Mai Sprezzante” e a quel tempo Nichiren sarà il Bodhisattva Mai Sprezzante».

Cuore del brano: Nichiren afferma di aver letto il Sutra del Loto con la propria vita. Le persecuzioni descritte nel capitolo “Esortazione alla devozione” non sono rimaste parole sulla carta: egli le ha sperimentate «con il corpo». Ora chiede ai discepoli di passare dall'ammirazione alla responsabilità.

Da mettere a fuoco:

  • La strofa di venti versi del capitolo “Esortazione alla devozione” descrive i tre potenti nemici: laici arroganti, preti arroganti e falsi santi arroganti. Questi ultimi usano il prestigio religioso e l'influenza sui potenti per calunniare chi propaga il Sutra.
  • Nichiren riconosce nei fatti della propria vita ogni elemento della predizione: insulti, attacchi, diffamazione pubblica, pressioni sulle autorità ed esili ripetuti. I due esili furono quelli di Izu e di Sado.
  • «Perché voi, miei discepoli, non fate lo stesso?» non è un invito a cercare la sofferenza o lo scontro. È l'appello a non arretrare quando praticare per la felicità propria e altrui richiede coraggio.
  • Il Bodhisattva Mai Sprezzante rispettava ogni persona perché ne riconosceva la Buddità, anche quando veniva insultato e aggredito. La battaglia contro l'errore e il rispetto assoluto della persona non sono opposti: sono i due aspetti di una pratica umanistica.
  • Passato, presente e futuro si collegano attraverso la stessa causa. La pratica di Mai Sprezzante nel passato vive nell'azione di Nichiren; l'azione di Nichiren diventa per il futuro la prova che la Buddità si manifesta proprio nel mezzo delle persecuzioni.

Aspetto emotivo: questo è il passaggio più diretto e forse più scomodo. Nichiren non vuole discepoli che lo compatiscano da lontano. Li considera capaci di condividere il suo stesso voto e li chiama a far emergere una forza che forse essi, impauriti, non riescono ancora a vedere in se stessi.

Punto per noi: vivere il Sutra «con il corpo» oggi può voler dire continuare a recitare Daimoku quando siamo scoraggiati, visitare una persona che soffre, affrontare con sincerità una conversazione difficile, difendere la dignità di qualcuno, trasformare un conflitto senza disprezzare l'altro, oppure ricominciare dopo una sconfitta. La prova non è quanto sappiamo spiegare, ma quanto lo studio cambia il nostro modo di agire.

Parallelismi con la storia della Soka Gakkai

  1. Vivere gli scritti, non limitarci a citarli. Makiguchi e Toda rifiutarono di tradire le proprie convinzioni davanti al governo militarista e furono arrestati nel 1943. Makiguchi morì in carcere; Toda, liberato nel 1945, si alzò per ricostruire la Soka Gakkai e trasformare la sofferenza del dopoguerra in un movimento di emancipazione delle persone.
  2. Le accuse non decidono la verità. Nel 1957 Daisaku Ikeda fu arrestato nell'incidente di Osaka sulla base di accuse dalle quali venne infine assolto. Come nel terzo brano, la verità non fu stabilita dalla forza immediata dell'accusa, ma emerse attraverso una lotta perseverante.
  3. L'unità trasforma la paura in forza. La Soka Gakkai ha superato persecuzioni e calunnie grazie all'unità di «diversi corpi, stessa mente». Non un'uniformità passiva, ma persone differenti unite dallo stesso voto per la felicità degli altri.
  4. Una religione per le persone comuni. Il punto della refutazione non è vincere una disputa: è liberare le persone da idee che le rendono impotenti. Per questo Ikeda insiste su una religione umanistica, non autoritaria, capace di promuovere rispetto, saggezza, dialogo e potenziamento individuale.
  5. La vittoria di kosen-rufu comincia nella vita di una persona. Superare una sofferenza, incoraggiare qualcuno e dare una prova concreta della pratica crea onde che raggiungono la famiglia, l'ambiente e la società. La grande storia nasce da queste vittorie quotidiane.

Conclusione

Lettera da Teradomari ci mostra un Nichiren che esteriormente viene spinto sempre più lontano - da Kamakura a Echi, da Echi a Teradomari, da Teradomari verso Sado - ma interiormente diventa sempre più libero. Non si lamenta, comprende la prova alla luce del Sutra, affida alla storia il giudizio sulla verità e infine chiama ogni discepolo ad alzarsi.

Il messaggio non è che la fede ci renda invulnerabili o che ogni conflitto sia una persecuzione. È che, quando fondiamo la vita sul voto per la felicità nostra e degli altri, nessuna difficoltà deve avere l'ultima parola. Possiamo controllare con sincerità la nostra condotta, correggerci quando serve e, nello stesso tempo, non arretrare davanti alla paura.

Domande finali da condividere:

  • Qual è la decisione alla quale voglio tornare quando le difficoltà durano più del previsto?
  • Come posso difendere ciò che è giusto senza perdere il rispetto per la persona che ho davanti?
  • Quale passo concreto posso compiere adesso per vivere il Gosho «con il corpo» e incoraggiare qualcuno?

Fonti: Daisaku Ikeda, lezione su Lettera da Teradomari, pubblicata originariamente su Buddismo e Società n. 153 del 2012 e riproposta ne Il Nuovo Rinascimento n. 954, luglio 2026; Lettera da Teradomari, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1.

(20 luglio 2026)

Pensieri sulla propaganda neofascista… (di Alessandro Pacenti)

Translate this articleSpeak this article

I media di propaganda non si rivolgono alla logica, mirano a stimolare l’emozioni più ancestrali, soprattutto la paura. 

A livello delle neuroscienze, semplificando al massimo, quando un persona percepisce una minaccia costante, disattiva le funzioni analitiche, logiche e #riflessive della corteccia prefrontale, rendendo così le persone più ricettive a soluzioni immediate e aggressive.

Non viene più usata la mente riflessiva che è il rilevatore di errori, colei che segna i conflitti tra ciò che l'istinto vorrebbe fare e ciò che la logica morale e la #coscienza impone.

La propaganda neofascista glorifica l’azione diretta, che necessita dell’intervento delle strutture subcorticali che governano l'asse della sopravvivenza.

Questa via innesca azioni violente, irrazionali e aime’ molto gratificanti grazie al rilascio di dopamina.

La violenza a questo punto non viene più vissuta come un reato, ma come un atto “legittimo”.

Per arrivare a tutto ciò la propaganda deve anche distruggere la fiducia nelle istituzioni #democratiche.

Deve descrivere i processi legali e lo stato come corrotti, deboli o "buonisti".

#Deumanizza poi specifiche minoranze, o categorie marginalizzate e infine mostra esplicitamente la forza brutale per intimidire e far capire che e’ una modalità giusta da attuare.

Insomma, c’è tanto da riflettere, e citando un caro scrittore, giustizia e misericordia devono lavorare di pari passo…

@inprimopiano

Alessandro Pacenti. #neofascismo #manipolazione #media #neuroscienze

(19 luglio 2026)

Di’ no alla guerra: la tua coscienza appartiene a te

Translate this articleSpeak this article

Auch auf Deutsch verfügbar

Perché oggi l’obiezione di coscienza è un atto di umanità

La Germania si sta riarmando. Dal gennaio 2026 è in vigore il nuovo servizio militare. La Bundeswehr contatta i giovani, invia questionari e cerca di ottenere un maggior numero di volontari per le forze armate e per una riserva militare notevolmente ampliata. Gli uomini sono obbligati a rispondere al questionario, mentre per le donne la partecipazione è facoltativa. Qualora non si presentassero abbastanza volontari, il Bundestag potrebbe successivamente approvare una cosiddetta leva determinata dalle necessità.

Il governo federale parla di capacità di difesa e di deterrenza. Definisce la Russia come la maggiore minaccia attuale per la sicurezza tedesca ed europea.

Si possono utilizzare molte espressioni diplomatiche per descrivere tutto questo. Si può parlare di sicurezza, preparazione, forza e responsabilità. Ma il significato concreto di questa politica rimane lo stesso: la Germania sta preparando persone, armi e strutture militari alla possibilità di una guerra contro la Russia.

Io dico che non dobbiamo abituarci a tutto questo.

Non dobbiamo comportarci come se la guerra fosse un problema tecnico risolvibile con più soldati, più carri armati e più munizioni. La guerra non è un’esercitazione strategica. La guerra non è una freccia disegnata su una cartina. La guerra è un corpo umano colpito da un proiettile. È una persona intrappolata dentro un veicolo in fiamme. È una madre in attesa di una telefonata che cambierà per sempre la sua vita.

La guerra è sempre sbagliata.

Quando la diplomazia si trasforma in guerra, abbiamo perso tutti.

A quel punto, per i morti non ha più alcuna importanza quale governo ritenesse di avere ragione, quale parte avesse pubblicato le dichiarazioni più convincenti o quali strateghi credessero di poter controllare il corso della storia. Dove la diplomazia fallisce, cominciano a morire persone che non hanno preso quelle decisioni.

Il compito della Germania, dell’Unione Europea e della NATO non dovrebbe quindi essere quello di continuare a sostenere militarmente questa guerra e di aggravare lo scontro con la Russia. Dovrebbe essere quello di evitare mali peggiori, utilizzare ogni possibilità di raggiungere un cessate il fuoco e impegnarsi con tutte le proprie forze per ottenere dei negoziati.

Una diplomazia sincera richiede anche che si prendano sul serio le paure e gli interessi di sicurezza dell’altra parte. Questo non significa accettare ogni sua richiesta. Significa però non ignorare per anni gli avvertimenti, non sostituire le proposte di dialogo con minacce militari e non organizzare la propria sicurezza in modo tale che l’altra parte debba sentirsi sempre più minacciata.

Gli accordi di Minsk avrebbero dovuto rappresentare una via d’uscita dalla guerra nel Donbass. Angela Merkel ha successivamente affermato che l’accordo era stato anche un tentativo di concedere tempo all’Ucraina e che l’Ucraina aveva utilizzato quel tempo per diventare più forte. Questa dichiarazione solleva una domanda inquietante: la diplomazia è stata utilizzata come un ponte verso la pace, oppure soltanto come una pausa prima dell’escalation successiva?

Una diplomazia che serve unicamente a guadagnare tempo per un ulteriore riarmo non è una politica di pace. È la continuazione dello scontro con altri mezzi.

Ogni nuova fornitura di armi, ogni attacco condotto sempre più in profondità nel territorio dell’altra parte e ogni dichiarazione secondo cui il conflitto potrebbe essere risolto soltanto militarmente avvicinano l’Europa a una guerra diretta tra potenze nucleari. Nessuno dovrebbe fingere che una simile escalation possa essere controllata con sicurezza.

È il momento di finirla.

Non quando soldati tedeschi e russi si troveranno direttamente gli uni di fronte agli altri. Non quando un missile avrà attraversato un confine che non avrebbe mai dovuto superare. Non quando i politici dichiareranno che ormai non esistono più alternative.

L’alternativa si chiama diplomazia. L’alternativa si chiama cessate il fuoco. L’alternativa consiste nel considerare la vita degli esseri umani più importante degli obiettivi geopolitici.

Il tempo della finta diplomazia deve finire. La Germania e l’Europa non dovrebbero contribuire a prolungare una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare. Dovrebbero fare tutto il possibile per concluderla, prima che una guerra già terribile diventi una catastrofe che nessuno sarà più in grado di fermare.

Perché, quando la diplomazia tacerà definitivamente, non saranno gli argomenti dei governi a morire.

Moriranno gli esseri umani.

Un giovane tedesco e un giovane russo non sono nemici dalla nascita.

Sono entrambi figli di questo mondo.

Entrambi sono stati bambini che di notte chiamavano i propri genitori. Entrambi conoscono la gioia, la vergogna, la speranza e la paura. Entrambi hanno persone che amano. Entrambi temono il dolore. Entrambi temono le ferite, le mutilazioni e la morte. Entrambi hanno paura di perdere la madre, il padre, i fratelli, gli amici o la persona con la quale vorrebbero trascorrere la propria vita.

Forse ascoltano la stessa musica.

Forse giocano allo stesso videogioco.

Forse entrambi sognano di formare una famiglia, aprire un’officina, studiare medicina, costruire una casa o semplicemente diventare anziani.

Perché dovrebbero uccidersi?

Non è stato il giovane tedesco a decidere che la Russia dovesse essere sua nemica. Non è stato il giovane russo a decidere che la Germania dovesse essere sua nemica.

Le guerre vengono decise da altri.

Dai governi. Dai presidenti e dai ministri. Dai comandi militari, dagli strateghi e dalle persone che siedono in edifici protetti davanti a schermi e cartine. Parlano di capacità operativa, percentuali di perdite, settori del fronte e obiettivi strategici.

Ma raramente spiegano che cosa significhino veramente queste parole.

Una “perdita” era una persona.

Aveva un nome.

Aveva una voce.

Qualcuno conosceva la sua risata. Qualcuno lo aspettava. Qualcuno vedrà per il resto della propria vita un posto vuoto a tavola.

Quando comincia la guerra, coloro che l’hanno decisa generalmente non si trovano nelle trincee. Ci devono andare gli altri. Gli altri devono sparare. Gli altri devono morire dissanguati. Gli altri devono continuare a vivere con arti amputati, pelle ustionata o immagini nella mente che non li abbandoneranno mai.

E in seguito qualcuno forse dirà che tutto questo era necessario.

Ma per chi è morto non esiste un seguito.

Per la sua famiglia non esiste una vittoria capace di riportarlo indietro.

Forse ti diranno che il servizio armato è un tuo dovere. Forse ti diranno che devi difendere la patria. Forse cercheranno di utilizzare la tua paura, il tuo senso del dovere o l’amore per la tua famiglia per farti indossare un’uniforme.

In quel momento ricordati:

La tua coscienza non appartiene allo Stato.

Il tuo corpo non appartiene alla Bundeswehr.

La tua vita non appartiene a un generale né a una strategia geopolitica.

In Germania la Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania protegge il diritto di rifiutare il servizio militare armato per motivi di coscienza. L’articolo 4, comma 3, stabilisce che nessuno può essere costretto, contro la propria coscienza, a prestare servizio militare armato. La domanda di riconoscimento deve basarsi su una decisione di coscienza personale e seria.

L’obiezione di coscienza non è codardia.

Essere codardi non significa deporre un’arma. A volte significa marciare insieme alla folla perché si ha paura di rimanere soli.

Il coraggio può consistere nel dire di no.

No a un ordine.

No a un’uniforme.

No all’idea che una persona sconosciuta debba morire perché dei governi l’hanno dichiarata nemica.

Non devi sostenere la Russia per rifiutare la guerra. Non devi difendere alcun governo. Non devi amare Putin, la NATO o qualsiasi altra potenza.

Puoi semplicemente amare l’essere umano.

Puoi dire: io non ucciderò.

Non per la Russia.

Non contro la Russia.

Non per la Germania.

Non per una bandiera, un confine o un discorso.

Qualcuno obietterà che una società senza soldati non può proteggersi. Ma esistono molti modi per proteggere le persone. Si possono curare i feriti, spegnere gli incendi, salvare chi è rimasto sotto le macerie, accogliere i profughi, distribuire alimenti, ricostruire le case distrutte e prevenire i conflitti. Si può servire la vita senza imparare a uccidere.

Il vero contrasto non è quello tra tedeschi e russi.

È quello tra chi considera gli esseri umani materiale utilizzabile per il proprio potere e chi si rifiuta di sacrificare vite umane.

Tra l’ordine e la coscienza.

Tra la guerra e la vita.

Qualora un giorno ricevessi una lettera, compilassi un questionario o ti trovassi davanti a una decisione, fermati per un momento.

Non pensare innanzitutto alle parole del governo.

Pensa alla persona che si trova dall’altra parte.

Immagina che nei tuoi occhi veda la stessa paura che tu vedi nei suoi. Immagina sua madre. Immagina la tua. Immagina che entrambe aspettino che i propri figli tornino a casa.

Poi domandati se un qualsiasi obiettivo politico abbia il diritto di chiedervi di uccidervi a vicenda.

Ascolta la tua coscienza.

Informati sul tuo diritto all’obiezione di coscienza. Non permettere che una campagna pubblicitaria, la pressione sociale o le promesse militari decidano al posto tuo una questione morale.

Finché sei ancora libero di decidere, scegli la vita.

Finché puoi ancora dire di no, di’ di no.

Finché hai ancora la possibilità di scegliere:

Non partecipare.

(17 luglio 2026)

Sag Nein zum Krieg: Dein Gewissen gehört dir

Translate this articleSpeak this article

Disponibile anche in italiano

Warum Kriegsdienstverweigerung heute ein Akt der Menschlichkeit ist

Deutschland rüstet auf. Seit Januar 2026 gilt der Neue Wehrdienst. Die Bundeswehr schreibt junge Menschen an, verschickt Fragebögen und versucht, mehr Freiwillige für die Streitkräfte und für eine stark vergrößerte Reserve zu gewinnen. Männer müssen den Fragebogen beantworten, für Frauen ist die Teilnahme freiwillig. Sollten sich nicht genügend Freiwillige melden, kann der Bundestag später eine sogenannte Bedarfswehrpflicht beschließen.

Die Bundesregierung spricht von Verteidigungsfähigkeit und Abschreckung. Sie bezeichnet Russland als die derzeit größte Bedrohung für die deutsche und europäische Sicherheit.

Man kann dafür viele diplomatische Begriffe verwenden. Man kann von Sicherheit, Bereitschaft, Stärke und Verantwortung sprechen. Doch der konkrete Sinn dieser Politik bleibt derselbe: Deutschland bereitet Menschen, Waffen und militärische Strukturen auf die Möglichkeit eines Krieges gegen Russland vor.

Ich sage: Wir dürfen uns daran nicht gewöhnen.

Wir dürfen nicht so tun, als wäre Krieg ein technisches Problem, das sich mit mehr Soldaten, mehr Panzern und mehr Munition lösen ließe. Krieg ist kein Planspiel. Krieg ist kein Pfeil auf einer Landkarte. Krieg ist ein menschlicher Körper, der von einem Geschoss getroffen wird. Krieg ist ein Mensch, der in einem brennenden Fahrzeug eingeschlossen ist. Krieg ist eine Mutter, die auf einen Anruf wartet, der ihr Leben für immer verändern wird.

Krieg ist immer falsch.

Wenn Diplomatie in Krieg umschlägt, haben wir alle verloren.

Dann spielt es für die Toten keine Rolle mehr, welche Regierung sich im Recht sah, welche Seite die überzeugenderen Erklärungen veröffentlichte oder welche Strategen glaubten, den Lauf der Geschichte kontrollieren zu können. Wo Diplomatie scheitert, beginnen Menschen zu sterben, die diese Entscheidungen nicht getroffen haben.

Die Aufgabe Deutschlands, der Europäischen Union und der NATO dürfte deshalb nicht darin bestehen, diesen Krieg immer weiter militärisch zu unterstützen und die Konfrontation mit Russland zu verschärfen. Ihre Aufgabe müsste darin bestehen, Schlimmeres zu verhindern, jede Möglichkeit für einen Waffenstillstand zu nutzen und mit aller Kraft auf Verhandlungen hinzuarbeiten.

Ehrliche Diplomatie bedeutet auch, die Ängste und Sicherheitsinteressen der anderen Seite ernst zu nehmen. Das heißt nicht, jeder Forderung zuzustimmen. Es bedeutet aber, Warnungen nicht jahrelang abzutun, Gesprächsangebote nicht durch militärische Drohungen zu ersetzen und Sicherheit nicht so zu organisieren, dass sich die jeweils andere Seite immer stärker bedroht fühlen muss.

Die Minsker Vereinbarungen hätten ein Weg aus dem Krieg im Donbass sein sollen. Angela Merkel sagte später, das Abkommen sei auch ein Versuch gewesen, der Ukraine Zeit zu geben, und die Ukraine habe diese Zeit genutzt, um stärker zu werden. Diese Aussage wirft eine erschreckende Frage auf: Wurde Diplomatie als Brücke zum Frieden benutzt – oder nur als Pause vor der nächsten Eskalation?

Eine Diplomatie, die lediglich Zeit für weitere Aufrüstung gewinnt, ist keine Friedenspolitik. Sie ist die Fortsetzung der Konfrontation mit anderen Mitteln.

Jede neue Waffenlieferung, jeder Angriff immer tiefer im Gebiet der anderen Seite und jede Erklärung, der Konflikt könne nur militärisch entschieden werden, bringt Europa näher an einen direkten Krieg zwischen Atommächten. Niemand darf so tun, als ließe sich eine solche Eskalation zuverlässig kontrollieren.

Es ist Zeit, damit aufzuhören.

Nicht erst dann, wenn deutsche und russische Soldaten einander unmittelbar gegenüberstehen. Nicht erst dann, wenn eine Rakete eine Grenze überschreitet, die niemals hätte überschritten werden dürfen. Nicht erst dann, wenn Politiker erklären, nun gebe es keine Alternative mehr.

Die Alternative heißt Diplomatie. Die Alternative heißt Waffenstillstand. Die Alternative heißt, das Leben von Menschen wichtiger zu nehmen als geopolitische Ziele.

Die Zeit der Scheindiplomatie muss enden. Deutschland und Europa sollten nicht dazu beitragen, einen Krieg fortzuführen, der niemals hätte beginnen dürfen. Sie sollten alles tun, um ihn zu beenden, bevor aus einem schrecklichen Krieg eine Katastrophe wird, die niemand mehr aufhalten kann.

Denn wenn die Diplomatie endgültig verstummt, werden nicht die Argumente der Regierungen sterben.

Es werden Menschen sterben.

Ein junger Deutscher und ein junger Russe sind keine geborenen Feinde.

Sie sind beide Kinder dieser Welt.

Beide waren einmal Kinder, die nachts nach ihren Eltern riefen. Beide kennen Freude, Scham, Hoffnung und Angst. Beide haben Menschen, die sie lieben. Beide fürchten Schmerzen. Beide fürchten Verwundung, Verstümmelung und Tod. Beide haben Angst, ihre Mutter, ihren Vater, ihre Geschwister, ihre Freunde oder den Menschen zu verlieren, mit dem sie ihr Leben verbringen möchten.

Vielleicht hören sie dieselbe Musik.

Vielleicht spielen sie dasselbe Computerspiel.

Vielleicht träumen sie beide davon, eine Familie zu gründen, eine Werkstatt zu eröffnen, Medizin zu studieren, ein Haus zu bauen oder einfach alt zu werden.

Warum sollten sie einander töten?

Nicht der junge Deutsche hat beschlossen, dass Russland sein Feind sein soll. Nicht der junge Russe hat beschlossen, dass Deutschland sein Feind sein soll.

Kriege werden von anderen beschlossen.

Von Regierungen. Von Präsidenten und Ministern. Von Militärstäben, Strategen und Menschen, die in geschützten Gebäuden vor Bildschirmen und Landkarten sitzen. Sie sprechen von Einsatzfähigkeit, Verlustquoten, Frontabschnitten und strategischen Zielen.

Aber sie sagen selten, was diese Wörter wirklich bedeuten.

Ein „Verlust“ war ein Mensch.

Er hatte einen Namen.

Er hatte eine Stimme.

Jemand kannte sein Lachen. Jemand wartete auf ihn. Jemand wird für den Rest seines Lebens einen leeren Platz am Tisch sehen.

Wenn der Krieg beginnt, stehen diejenigen, die ihn beschlossen haben, meistens nicht im Schützengraben. Andere müssen dort stehen. Andere müssen schießen. Andere müssen verbluten. Andere müssen mit amputierten Gliedmaßen, verbrannter Haut oder Bildern im Kopf weiterleben, die sie nie wieder verlassen.

Und später wird man vielleicht sagen, all das sei notwendig gewesen.

Aber für den Menschen, der tot ist, gibt es kein später.

Für seine Familie gibt es keinen Sieg, der ihn zurückbringt.

Vielleicht wird man dir sagen, der Dienst an der Waffe sei deine Pflicht. Vielleicht wird man dir sagen, du müsstest deine Heimat verteidigen. Vielleicht wird man versuchen, deine Angst, dein Pflichtgefühl oder deine Liebe zu deiner Familie zu benutzen, um dich in eine Uniform zu bringen.

Dann erinnere dich daran:

Dein Gewissen gehört nicht dem Staat.

Dein Körper gehört nicht der Bundeswehr.

Dein Leben gehört keinem General und keiner geopolitischen Strategie.

In Deutschland schützt das Grundgesetz das Recht, den Kriegsdienst mit der Waffe aus Gewissensgründen zu verweigern. Artikel 4 Absatz 3 bestimmt: Niemand darf gegen sein Gewissen zum Kriegsdienst mit der Waffe gezwungen werden. Ein Antrag auf Anerkennung muss auf einer persönlichen und ernsthaften Gewissensentscheidung beruhen.

Kriegsdienstverweigerung ist keine Feigheit.

Feigheit bedeutet nicht, eine Waffe niederzulegen. Manchmal bedeutet Feigheit, mit der Menge zu marschieren, weil man Angst davor hat, allein stehen zu bleiben.

Mut kann bedeuten, Nein zu sagen.

Nein zu einem Befehl.

Nein zu einer Uniform.

Nein zu der Vorstellung, ein fremder Mensch müsse sterben, weil Regierungen ihn zum Feind erklärt haben.

Du musst Russland nicht unterstützen, um den Krieg abzulehnen. Du musst keine Regierung verteidigen. Du musst weder Putin noch die NATO noch irgendeine andere Macht lieben.

Du kannst einfach den Menschen lieben.

Du kannst sagen: Ich werde nicht töten.

Nicht für Russland.

Nicht gegen Russland.

Nicht für Deutschland.

Nicht für eine Fahne, eine Grenze oder eine Rede.

Man wird einwenden, ohne Soldaten könne sich eine Gesellschaft nicht schützen. Doch es gibt viele Arten, Menschen zu schützen. Man kann Verletzte versorgen, Brände löschen, Verschüttete retten, Flüchtlinge aufnehmen, Lebensmittel verteilen, zerstörte Häuser wiederaufbauen und Konflikte verhindern. Man kann dem Leben dienen, ohne das Töten zu lernen.

Der wahre Gegensatz besteht nicht zwischen Deutschen und Russen.

Er besteht zwischen denjenigen, die Menschen als Material ihrer Macht betrachten, und denjenigen, die sich weigern, Menschenleben zu opfern.

Zwischen dem Befehl und dem Gewissen.

Zwischen dem Krieg und dem Leben.

Wenn du eines Tages einen Brief erhältst, einen Fragebogen ausfüllst oder vor einer Entscheidung stehst, dann halte einen Moment inne.

Denke nicht zuerst an die Worte der Regierung.

Denke an den Menschen auf der anderen Seite.

Stell dir vor, er sieht genauso große Angst in deinen Augen, wie du in seinen siehst. Stell dir seine Mutter vor. Stell dir deine eigene Mutter vor. Stell dir vor, beide warten darauf, dass ihre Kinder nach Hause kommen.

Dann frage dich, ob irgendein politisches Ziel das Recht hat, von euch zu verlangen, einander zu töten.

Höre auf dein Gewissen.

Informiere dich über dein Recht auf Kriegsdienstverweigerung. Lass dir deine moralische Entscheidung nicht von einer Werbekampagne, gesellschaftlichem Druck oder militärischen Versprechen abnehmen.

Solange du noch frei entscheiden kannst, entscheide dich für das Leben.

Solange du noch Nein sagen kannst, sage Nein.

Solange du noch die Wahl hast:

Mach nicht mit.

(17. Juli 2026)

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS