Tutte le creature soffrono: da qui si incomincia
Cosa significa stare bene, o addirittura essere felici, in questo mondo?
Il pianeta Terra è un immenso cimitero, in cui la possibilità di vivere si basa sulla morte altrui. Banalmente, per vivere occorre cibarsi di altre creature. Certo, si può tentare di sfuggire a questa crudeltà connaturata all’esistenza, rimanendo così in basso nella catena alimentare da scegliere solo prodotti vegetali che non comportino l’uccisione delle piante, come nel caso di frutta, semi e certi tipi di verdure. Tuttavia, una tale scelta estrema non negherebbe la dolorosa realtà dell’esistenza, al massimo confermerebbe quanto sia difficile, se non impossibile, vivere senza provocare dolore e morte alle altre creature.
Anche nell’estrema ratio di non cibarsi di altri viventi, cosa che forse qualche santo prova a fare, ciò non toglie che la nostra vita richieda la morte degli avi, così come la nostra morte è un prerequisito per i posteri. Se così non fosse, l’esplosione demografica ci ucciderebbe tutti.
Quindi, la vita si fonda sulla morte e sul dolore, e non c’è una sola famiglia sul pianeta che non abbia estinti da ricordare e da compiangere.
E fin qui ho parlato delle sofferenze “necessarie”, che sono una esigua minoranza rispetto a quelle che quotidianamente dobbiamo affrontare. Poi ci sono tutte le altre, quelle “non necessarie”, o persino “inutili”. Mi riferisco al continuo inestinguibile dolore provocato sia dalla nostra follia interiore, sia dalla pazzia collettiva di quel manicomio insanguinato, chiamato società, popolo o nazione, in cui cerchiamo di dar senso alle nostre miserrime esistenze.
Come se già tutto questo non bastasse, alcuni di noi si sentono estranei a questo mondo, vivendolo come un’allucinazione o, anche quando vogliono attribuirgli una concretezza superiore a quella di un sogno, non lo percepiscono come casa propria. E’ così che nascono mille filosofie e religioni, dagli odierni starseed fino al più millenario: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Giovanni, 15:19).
Senza scomodare enunciazioni religiose così altisonanti e solenni, ritengo che un tale senso di estraneità abbia radici facilmente dimostrabili sia nella biologia che nella psicologia.
Nel caso della biologia, basta notare che l’Homo sapiens sapiens non è spiegabile in termini evoluzionistici, tant’è che è l’unica specie sul pianeta senza un habitat naturale e senza un corpo compatibile con la vita in natura. Più verosimilmente, noi siamo un OGM disgraziato abbandonato a se stesso, condannato alla continua necessità di supporto tecnologico e di ambienti artificiali antiecologici. In questo senso, e solo in questo senso, scevro da moralismi, chi aveva tacciato la specie umana di essere un cancro per il pianeta aveva ragione (Julian Huxley, biologo, 1962). Questa amara realtà riguarda tutti noi. Se anche ammettessimo di venire dal cielo in senso filogenetico, e/o di essere stati in qualche modo addomesticati da una specie diversa da noi (i cambiamenti anatomici associati alla “sindrome della domesticazione” descrivono abbastanza bene alcune delle note differenze tra uomini moderni e Neanderthal), dovremmo comunque concludere che il cielo ci ha abbandonati. In alternativa, ci siamo ribellati al cielo e siamo rimasti da soli. [Cfr.: “Resi Umani. Da organismi scimmieschi all’ominide pensante, una storia ancora da scrivere” di Pietro Buffa e Mauro Biglino (Uno Editori, fuori commercio ma scaricabile gratuitamente da qui) e "I geni manipolati di Adamo. Le origini umane attraverso l'ipotesi dell'intervento biogenetico" (Pietro Buffa, tutt'ora in vendita)].
L’altro aspetto di estraneità, quello psicologico, è quasi banale, ma riguarda solo un’esigua minoranza di noi. In pratica, in un mondo di persone ignoranti, poco presenti a se stesse, meschine, mediocri, rassegnate al meno peggio, bisognose di affermazioni e di convenzioni rassicuranti, chi ha la disgrazia di essere normodotato, normopensante, e persino minimamente istruito, si sente un estraneo ed appare folle agli altri. Questo tipo di esemplare di Homo sapiens cogitans è infatti quasi sempre emarginato e screditato nei contesti sociali per lo più popolati da Homo sapiens babbeus. A conferma del rapporto tra le due sottospecie, infatti, la patologia psichiatrica è sovente premiata nei posti di potere e normalizzata.
Questo dramma si riflette anche nel rapporto che l’umanità ha con la verità, che solitamente suscita scandalo, vergogna e condanna. Pensiamo ad esempio a Galileo Galilei, condannato nel 1633 per aver sostenuto l’eresia che la Terra giri intorno al Sole. Di contro, la menzogna di solito suscita approvazione e consenso. E’ quindi del tutto lecito e comprensibile che chi asserisce parole di verità possa avere il sospetto di provenire da un altro pianeta.
Tutto questo, comunque, non esaurisce le possibili cause del senso di estraneità a questo mondo. Rimane ancora una piccola statistica di persone che, pur magari riconoscendosi in tutto o in parte in quello che ho scritto, sperimentano ricordi di altri mondi, di altre vite, o persino esperienze paranormali o angeliche. Queste esperienze, e in particolare le memorie (come nel caso degli starseed), sembrano rendere plausibile la provenienza della propria anima da un'altra dimensione, o da un altro pianeta. Credo che questo tipo di credenza sia fortemente alimentata dal fatto che la vita "qua sulla Terra" sia percepita come abbastanza schifosa o, in alternativa, che sentirsi "prescelti" (non si sa da chi) per una missione di ordine "superiore" serva a dare senso alla propria esistenza. A costoro vorrei suggerire una lettura del capitolo "Interferenza da Memoria Aliena Passiva (MAP) e da Memoria Aliena Attiva (MAA)" del PDF gratuito "Alien Cicatrix", a pag. 218. E non aggiungo altro. E' un testo del 2005. Chi preferisce un'edizione più recente, e aggiornata, può far riferimento al cap. 9 del libro "Alieni o Demoni" del 2022, di Corrado Malanga. Un'attenta lettura potrà anche dare senso ad alcuni fenomeni paranormali.
Fin qui non ho parlato degli orrori riconosciuti, prima o poi, da coloro che raggiungono l’età per comprendere. Il problema è che la TV ci ha ormai completamente anestetizzati, proponendoci continuamente immagini di gravi crimini e perverse follie fin dalla più tenera età, soprattutto grazie ad una cinematografia senza più tabù. Siamo così continuamente esposti al peggio da non farci più caso, e il confine tra il reale e il simulato non sempre giunge a un livello cosciente. Proviamo ad osservare qualche fotografia storica di orrori veri per verificare se ci suscitano qualche reazione e di che tipo: “The Boy from the Warsaw Ghetto” (foto anonima, ca. 1943, Shoah), "The Terror of War" (“Napalm Girl”, Nick Ut, 1972, guerra del Vietnam) o “The Vulture and the Little Girl” (Kevin Carter, 1993, carestia in Sudan). Preferisco citare foto del secolo scorso perché attendibili. La barbarie di oggi è uguale se non peggio di quella di allora, però le foto attuali generate dall’IA non sono distinguibili da quelle reali.
Ho già detto abbastanza del nostro immenso cimitero, grande come tutto il pianeta e su cui abbiamo eretto un manicomio altrettanto grande. Certo, la cultura potrebbe venire in nostro soccorso e aiutarci ad essere migliori delle bestie, ma è un’eventualità abbastanza rara. «Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti» (Karl Kraus, 1974).
Ora possiamo tornare alla domanda iniziale. Cosa significa stare bene, o addirittura essere felici, in questo mondo? Beh... facciamoci un favore a vicenda, utile alla nostra pace interiore... non chiediamocelo più, è meglio cambiare domanda.
Guardiamo la questione da un altro punto di vista: tutte le creature soffrono, e soffrono molto, tutte quante, nessuna esclusa. Cerchiamo quindi di essere solidali e prestiamo attenzione non solo al nostro dolore, ma anche a quello degli altri. Così magari la facciamo finita con le guerre, o almeno ci asteniamo dal prenderne parte.
Quanto alle persone malvagie che danno dimostrazione del peggio che l’umanità può esprimere, sono come scolari che non hanno ancora imparato la lezione. Non è quello il modo di reagire al dolore. A noi il compito di seguire esempi diversi.
(5 novembre 2025)
Послание дружбы из Италии русскому народу
Без дружбы, уважения и сострадания между людьми и между народами весь мир превратится в руины.
К сожалению, здесь, в Италии, нами управляют, нас учат и информируют люди, которым трудно понять смысл собственных слов и поступков. Это посредственные люди, которых пугает одно-единственное правдивое слово. Всё строится на лжи, клевете, на том, чтобы возлагать на других собственную тяжёлую вину. Народ, увы, часто ненамного лучше своих правителей.
Но всё-таки есть надежда. Во всём мире, во всех странах есть замечательные люди. Ненасильственные люди, которые, хотя и страдают, как другие, а порой и больше других, инстинктивно чувствуют красоту и ценность жизни и защищают её. Наша ежедневная задача — оставаться в рядах именно таких людей. Это нелегко, потому что отчаяние и гнев могут увести нас в ложную сторону, но важно хотя бы пытаться.
Добро и зло живут внутри каждого из нас. Здесь, в Италии, сейчас дует ветер ненависти и злости, который вытаскивает наружу зло и оправдывает самые страшные проявления варварства. Это приводит к крайней поляризации, которая не помогает никому. Возможно, вы в России об этом не знаете, но здесь, в Италии, есть люди, которые всерьёз желают, чтобы ваш верховный главнокомандующий Владимир Путин поскорее сбросил атомную бомбу на европейскую территорию; другие, наоборот, мечтают о том, чтобы НАТО уничтожило Россию. Всё это отвратительно; это лишь бред затуманенных умов. Такой бред отрицает, что жизнь вообще заслуживает того, чтобы её прожили. Это бред тех, кто чувствует себя животным в цирке, которого заставляют жить в условиях постоянных пыток, унижений, жертв и навязанной дрессировки, а потом послушно отплясывать перед аплодисментами невежественной публики.
А вот знание и дружба между разными культурами, напротив, могут дать нашим душам чуть больше воздуха. Я понимаю, во время войны это особенно трудно, потому что война умножает число безумцев. Будем же стараться не сойти с ума и самим.
(4 ноября 2025 года)
Il grande tradimento del software libero nell'era del tecno-feudalesimo
Perché parlarne oggi
Per anni abbiamo creduto che aprire il codice avrebbe significato anche più libertà e più potere: più controllo per chi usa il software, più trasparenza, più collaborazione. Quell’idea era ed è giusta e ha prodotto strumenti fondamentali e una cultura di condivisione. Il software libero è stato alla base delle mie attività di programmatore, e continua ad esserlo. Oggi, però, il terreno è cambiato.
Il valore non si concentra più nel programma installato sul nostro computer, ma in dati, modelli statistici e reti di distribuzione controllate da pochi attori. In questo nuovo contesto, gli ideali originari del software libero vengono spesso traditi, pur senza essere negati frontalmente.
Che cos’è il software libero, in parole semplici
Nel 1986, Richard Stallman ha definito il software libero non come “software gratis”, ma come software che rispetta la libertà dell’utente e della comunità. L’idea si riassume in quattro libertà:
- Libertà di eseguire il programma come si desidera, per qualsiasi scopo (libertà 0).
- Libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
- Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare gli altri (libertà 2).
- Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti da noi apportati (e le nostre versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
In pratica possiamo guardare “dentro” il programma, capirlo, modificarlo e diffonderlo senza chiedere permessi speciali. Le licenze copyleft o permissive sono gli strumenti legali che rendono tutto questo possibile.
L’idea chiave era (ed è) che se controlliamo il codice, controlliamo il comportamento del software. Oggi, però, il comportamento dipende sempre più da fattori fuori dal codice.
L’ideale più importante: la comunità
Il software libero non è solo una questione di licenza, ma una pratica collettiva. Ci si aiuta a vicenda, si impara guardando il lavoro altrui, si costruiscono strumenti pubblici che chiunque possa usare. La comunità:
- Distribuisce conoscenza: tutorial, issue, commit, documentazione.
- Distribuisce potere: se un progetto non piace, si può forkare (creare una variante) e provare una strada diversa.
- Riduce barriere: chiunque può entrare e contribuire, anche partendo da piccole cose (traduzioni, test, bugfix).
Senza comunità, il software libero sarebbe solo codice pubblicato; con la comunità, diventa bene comune.
Cosa oggi tradisce gli ideali del software libero
Gli ideali della Free Software Foundation — controllo da parte dell'utente, ispezionabilità, modificabilità, interoperabilità, comunità — non vengono attaccati direttamente. Semplicemente, la partita si gioca in un campo diverso.
1) Il codice non basta: asimmetria informativa tra utenti e grandi piattaforme
Oggi il valore è soprattutto nei dati e nei modelli, non nel codice.
- Se non abbiamo accesso agli stessi dataset e alla stessa pipeline (le tappe con cui i dati vengono raccolti, puliti e trasformati), anche disponendo del codice non possiamo riprodurre risultati reali. In realtà non disponiamo né del codice né dei dati, anzi, spesso siamo noi stessi i dati.
- Nei servizi cloud e SaaS (software come servizio online), ciò che sperimentiamo dipende da codice remoto invisibile, metriche di ranking (indicatori e regole che decidono l’ordine di post, risultati, prodotti), telemetria (segnali su come usiamo il servizio), feature flag (interruttori che attivano funzioni a gruppi di utenti), parametri di personalizzazione che costruiscono una "filter bubble" (bolla di filtraggio) diversa per ciascun utente.
- La configurazione operativa e le politiche dei servizi online possono cambiare in ogni momento, senza che l’utente sappia come e perché.
In termini pratici, la libertà formale (uso di software libero “da qualche parte nello stack”) non diventa potere e libertà reale. In altre parole, nella “catena” tecnologica di un servizio (cioè nello stack) ci sono pezzi open-source (kernel, web server, database, librerie, container, ecc.) ma i livelli che determinano davvero l’esperienza e il potere dell’utente restano chiusi, anzi, sono costruiti proprio per evitare che l'utente abbia potere. Il fornitore sa tutto di tutti gli utenti, ma ciascun utente non sa nulla né del fornitore, né dei condizionamenti e ruberia di dati che costantemente subisce. In pratica il fornitore può dire “usiamo open source”, mentre l’utente non può studiare, modificare o sostituire ciò che conta, né sapere quali dati vengono elaborati.
2) Lock-in degli ecosistemi mobili e social
Gran parte della nostra vita digitale passa dallo smartphone e dai social, cioè ecosistemi proprietari. In questi sistemi si crea vendor lock-in: una dipendenza dal fornitore o dalla piattaforma tale per cui cambiare diventa troppo costoso o complicato, quindi si resta anche quando si vorrebbe migrare altrove. Esistono alternative a molte piattaforme (anche open source), eppure è difficile sganciarsi. Banalmente, giusto per fare un esempio, esistono mille alternative a YouTube, migliori da molteplici punti di vista, a cominciare dalla libertà di pubblicare contenuti giornalistici senza censure, eppure chi è fuori Youtube è come se non esistesse. Inoltre:
- App store e SDK proprietari: per distribuire un’app, ricevere pagamenti, inviare notifiche o usare funzioni di sistema (fotocamera, Bluetooth, identità) bisogna seguire policy e API della piattaforma. Anche se l’app è libera, il suo ciclo di vita dipende da scelte non negoziabili. Inoltre, sia Google che Apple impediscono sistematicamente la pubblicazione di determinate app e pretendono commissioni alte su tutti i pagamenti eseguiti dagli utenti dentro le app.
- Reti sociali e messaggistica: il valore principale è nel grafo sociale (chi conosciamo, chi ci segue, con chi parliamo). Il codice è portabile, ma la rete di relazioni no. Si resta dove stanno gli altri.
- Interoperabilità “a tempo”: alcune integrazioni tra piattaforme sono concesse, ma con limiti e condizioni che possono cambiare. Basta una modifica ai termini per rendere fragile qualunque integrazione esterna. Ad esempio, possiamo creare un client libero per un social network, ma se il social cambia regole o API, quel client smette di funzionare.
3) IA predittiva e IA generativa: come spostano il baricentro (ben oltre il codice)
Software libero e intelligenza artificiale sono due paradigmi opposti di umanità e disumanità. Tuttavia, quando parliamo di intelligenza artificiale, dobbiamo ricordarci che non è un blocco unico: raccoglie tecniche e finalità diverse, con implicazioni differenti per libertà, trasparenza e potere.
Due famiglie oggi determinanti — IA predittiva e IA generativa — spostano il baricentro ben oltre il codice: la prima mercifica il comportamento, la seconda esternalizza capacità cognitive verso servizi opachi, funzionando come una specie di "stampella" per la mente.
a) IA predittiva: il comportamento come prodotto
I modelli predittivi a larga scala trasformano ogni azione (clic, acquisto, tempo di visione) in segnali che aggiornano il modello. I mercati digitali non vendono solo prodotti, ma probabilità (che clicchiamo, compriamo, restiamo). La libertà sul codice incide poco se il valore sta nell’abilità di prevedere e orientare il nostro comportamento. Si creano circuiti di retroazione: ciò che l’algoritmo propone influenza cosa facciamo; le nostre azioni alimentano il modello; il modello rafforza certe proposte. Col tempo, ci adattiamo noi all’algoritmo più di quanto l’algoritmo si adatti a noi.
b) IA generativa (es. ChatGPT): l'utente diventa incapace di fare le proprie attività quotidiane senza di essa
In pratica l'IA generativa, oltre a distruggere una miriade di professioni, e a scrivere codice meglio dei programmatori umani, riesce nell'intento non dichiarato di trasformare in un handicap la normalità cognitiva. Detto in altri termini, rimanendo in tema di software, uno sviluppatore che oggi voglia scrivere software avvelendosi "solo" delle proprie capacità, esperienza e studio, il minimo che possa aspettarsi è il licenziamento (cfr. "Coinbase impone l'adozione dell’IA: licenziati programmatori che si sono opposti a Copilot e Cursor"). Chi non usa l'IA per farsi scrivere il codice, e per molte altre attività, è tagliato fuori dalla "nuova normalità" sia in ambito lavorativo che personale. E' una macchinazione infernale che non lascia vie di fuga.
Le IA generative di reale utilità, o per meglio dire "necessità", sono tutte erogate via cloud, perché quelle che possono girare in locale hanno scarse capacità in confronto (e richiedono dispositivi particolarmente prestanti). Il valore non risiede nel codice eseguibile, ma nei pesi dei modelli (LLM), dati di addestramento e pipeline operative che restano proprietari e opachi. Di conseguenza:
- Ispezionabilità impossibile: non possiamo verificare come è stato costruito il modello, con quali dati e filtri, né riprodurne il comportamento o ricrearlo (nel qual caso servirebbe un supercomputer). Non si tratta di compilare il codice sorgente come nel caso del software tradizionale, ma di creare e addestrare una rete neurale artificiale con macchine, dati e costi abnormi che solo poche multinazionali possono permettersi.
- Modificabilità quasi impossibile: non possiamo cambiare il modello, riaddestrarlo con regole nostre o condividerne una versione derivata, se non nel caso di alcuni LLM open-source, il cui addestramento (ovvero modifica), però, richiede risorse fuori dalla portata di noi persone comuni (perlomeno con gli attuali computer).
Ricapitolando
- Prima, dalla fine degli anni ’70 ai primi anni 2000: il comportamento del sistema dipendeva in modo relativamente diretto dal codice. Aprire il codice bastava (quasi sempre) per avere trasparenza e potere. Questo era particolarmente vero per l'Informatica antecedente alla diffusione dei servizi cloud, ovvero quando il software e i dati stavano interamente nel computer dell'utente. E' in questo tipo di Informatica che Richard Stallman ha avviato la sua lotta per il software libero.
- Oggi: la catena dei condizionamenti sugli utenti dipende da codice + dati + modelli + piattaforme + reti di distribuzione + arrogante strapotere di poche multinazionali + impossibilità pratica di alternative (lock-in). Le promesse del software libero sono state tradite e ormai svuotate di senso. Fa ridere pensare che una volta la battaglia per il software libero era quella di passare da Windows a GNU/Linux: è stata e continua ad essere una scelta saggia, però allo stato attuale sono proprio le grandi aziende liberticide a usare GNU/Linux. Non è più una questione di codice libero.
- L’asimmetria informativa e il lock-in mettono gli utenti in posizione di sudditanza tecnologica. Pochi potentati tecnologici che decidono la vita per tutti: questo è tecno-feudalesimo.
- L’IA predittiva orienta i nostri comportamenti. L’IA generativa cede completo potere sulle nostre vite e sui nostri pensieri a pochissime corporation, con un dramma sociale che cominciamo a vedere, ma questo è solo l'inizio. Le grandi superpotenze del pianeta vogliono usare l'IA come strumento principale di dominio sull'uomo e come strumento di guerra.
Purtroppo non ci sono soluzioni? Con l'attuale andazzo, libertà e dignità saranno sempre di più parole senza senso. E le trasognate libertà del software libero, per cui un tempo aveva senso combattere, rimarranno solo nei ricordi di quelli come me che ci hanno creduto?
Se poi le amministrazioni pubbliche, le scuole, le università e gli ospedali vorranno cominciare a usare software libero, ben venga, è comunque un'ottima scelta, ma ormai troppo tardiva?
E' vero che nella "nuova normalità" il codice lo genera l'IA, ma c'è anche dell'altro, che trascende quanto detto finora: la più profonda motivazione in sostegno all'utilizzo del software libero nella scuola è per la formazione morale. Ok, siamo in una tecno-gabbia, ma almeno possiamo provare ad essere persone migliori? L'alternativa è la resa totale, asserviti a quello che "tutti usano".
Il treno della libertà è passato e l'unica opportunità storica che abbiamo avuto non tornerà?
Sono fiero di aver fatto parte della lotta per la libertà a partire dal software, ma ormai il mondo è cambiato. La battaglia è persa? L'ipnosi dell'IA distruggerà tutto e tutti?
Stallman, comunque, ci invita sempre a non arrenderci e a continuare a lottare. Cerchiamo il più possibile di pensare al software libero come a un modello di società che ci dia una direzione, mentre il "che cosa fare concretamente" lo valuteremo volta per volta.
(2 novembre 2025)
Cristo e i suoi “precursori”: tracce antiche nella costruzione di Gesù
Di recente, Massimo Mazzucco ha pubblicato una riflessione storica, intitolata "Il Cristo storico".
Vorrei aggiungere un paio di informazioni, utili magari per chi vorrà approfondire l'evoluzione del pensiero umano fino alla creazione della figura di Gesù.
Innanzitutto, il Padre Nostro, che i Vangeli di Matteo e Luca attribuiscono a Gesù, deriva storicamente da una preghiera ad Amon, che fa parte di inni e preghiere dell'Antico Egitto:
Oh Amon, Amon, che sei nei Cieli
Padre di Chi non ha Madre.
Quanto è dolce pronunciare il tuo nome.
Dacci come la gioia di vivere, il sapore del pane per il bimbo,
sia fatta la tua volontà come in Cielo così in Terra.
Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me.
Fammi dono della tua grazia, fa che io veda te ininterrottamente!
Amon.
(A. Barucq - F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egiypte ancienne, Le Cerf, Paris 1980)
Per info: Padre nostro, che sei nei cieli... sei maschio o femmina?
Un altro aspetto della questione è che il racconto cristiano della morte-resurrezione di Gesù riprende motivi già diffusi in tradizioni precedenti. Figure come Osiride, Attis, Dioniso, Mitra e Quetzalcoatl muoiono e risorgono; compaiono nascita verginale, feste al solstizio d'inverno (25 dicembre), simboli di albero-croce e “terzo giorno”, titoli come “figlio unigenito”, riti lustrali (battesimo) ed echi eucaristici (“mangiare il corpo”). Lo zoroastrismo aggiunge un salvatore nato da una vergine, dualismo Bene/Male, resurrezione e giudizio finale. Ci sono affinità nel Libro Egizio dei Morti, pratiche di morte apparente (kechari mudra) e perfino una tavola giudaica precristiana su un messia risorto “dopo tre giorni”.
Per info: Gesù è mai esistito? Miti, credenze e racconti relativi a "salvatori" morti e resuscitati
Il tema del salvatore che muore e risorge era quindi già un patrimonio condiviso, poi rielaborato dal cristianesimo per inventare la figura di Gesù? A questa domanda storica ne vorrei aggiungere un'altra più di carattere pratico: a cosa serve saperlo? Tutto si evolve, tutto si trasforma, e qualsiasi racconto storico non è forse un insieme di bugie condivise, imposte illo tempore dai vincenti, per dare senso a un presente difficile da decifrare e per giustificare il proprio potere? Forse la storia – qualunque storia che venga creduta – andrebbe presa più come un racconto didattico finalizzato a creare un certo tipo di forma-pensiero che come una realtà?
(2 novembre 2025)
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