Psicologia: curare le emozioni senza ricorrere al cibo

Translate this articleSpeak this article

Nell’articolo precedente, Deprogrammare la masticazione: quando la «bestia» smette di comandare, abbiamo visto come la sospensione della masticazione possa essere vissuta come una forma di deprogrammazione: non una lotta contro il corpo, ma un modo per rendere visibili automatismi, desideri e associazioni che normalmente restano nascosti dentro il gesto quotidiano del mangiare. Qui vorrei fare un passo ulteriore: che cosa succede sul piano psicologico quando il cibo smette, almeno per un periodo, di essere una risposta immediata a emozioni, abitudini e bisogni di consolazione?

Le testimonianze che seguono provengono da contesti diversi: digiuno liquido, alimentazione liquida prolungata, percorsi spirituali, esperienze di cambiamento del rapporto con il cibo. Non le presento come prove scientifiche di un effetto specifico della mancata masticazione. Sono però interessanti perché descrivono, con parole molto simili, un passaggio interiore: quando non si risponde più automaticamente a un’emozione mettendo qualcosa in bocca, quell’emozione diventa più visibile. E a quel punto può iniziare qualcosa di diverso.

Quando il cibo smette di “curare” le emozioni

Una testimonianza particolarmente chiara è quella di Sundi Jo, autrice dell’articolo Perché non ho masticato cibo per 21 giorni. Prima di iniziare il suo periodo di alimentazione liquida, racconta di essersi accorta che il cibo stava tornando ad avere troppo potere su di lei. Scrive di aver usato le proprie emozioni come giustificazione per “medicarsi” attraverso il cibo e di essersi ritrovata dentro vecchie abitudini che associava alla versione di sé precedente a un forte dimagrimento (di ben 66kg, partendo da un peso di 150kg).

La scelta che fece fu molto concreta: per 21 giorni non avrebbe masticato nulla. Avrebbe assunto soltanto alimenti frullati, passati o comunque liquidi. Ciò che mi interessa qui non è tanto la forma del digiuno, quanto il cambiamento psicologico che lei racconta di aver osservato durante il percorso.

Alla terza settimana, scrive, “qualcosa era cambiato”. I suoi pensieri non erano più continuamente rivolti al cibo. Soprattutto, nel suo linguaggio religioso, dice di stare imparando ad affidarsi a Dio perché guarisca le sue emozioni, invece di affidarsi al cibo. Scrive inoltre di sentirsi più libera rispetto a pochi giorni prima: il rapporto di forza con il cibo, che all’inizio descriveva come qualcosa che la stava nuovamente controllando, le appare cambiato.

È un’esperienza raccontata con un linguaggio di forte fede in Dio, ma il meccanismo descritto è facilmente comprensibile anche fuori da quel contesto: se per anni un’emozione è stata seguita quasi automaticamente dal gesto del mangiare (ovvero masticare), interrompere per un periodo quella sequenza può renderla finalmente osservabile. Il racconto si conclude così: «I benefici spirituali di questo recente digiuno liquido sono valsi ogni singolo momento trascorso senza masticare il cibo. Così come i benefici fisici. Ho perso 5 kg. Non vedo l'ora di rifarlo, perché so che Dio ha ancora molto da insegnarmi».

Tra l’emozione e la risposta può comparire uno spazio di ascolto e di scelta

Questo punto emerge con grande chiarezza anche in un articolo di Michelle May, Come smettere di soffocare le emozioni con il cibo. Il suo contesto non è pranico: racconta di una breve dieta liquida prescritta prima di un intervento chirurgico. Proprio perché non aveva la possibilità di rispondere mangiando come avrebbe fatto normalmente, si accorse di quanto spesso, in passato, avesse usato il cibo per allontanare noia, stress, senso di sopraffazione o altre emozioni scomode.

May descrive un passaggio molto interessante: invece di cercare immediatamente di eliminare il disagio, lei prova a restare con ciò che sente, a osservarlo e a lasciarlo passare. La sua conclusione è che le emozioni non sono semplicemente disturbi da cancellare, perché comunicano bisogni. Se le copriamo subito con il cibo, perdiamo l’occasione di capire di che cosa abbiamo realmente bisogno.

Da questo punto di vista, la deprogrammazione della masticazione può diventare qualcosa di più di un cambiamento alimentare. Può diventare un esercizio di distinzione. Sto avendo fame? Sto cercando conforto? Sono annoiato? Ho bisogno di riposo? Di contatto? Di muovermi? Di esprimere una rabbia? Di interrompere qualcosa che mi sta sovraccaricando?

Finché la risposta è automaticamente “mangio qualcosa”, tutte queste domande rischiano di non essere mai formulate.

Non reprimere il bisogno: conoscerlo

Qui per me è essenziale mantenere la cornice dell’alimentazione pranica gentile: conoscenza di sé, rispetto dei propri bisogni e libertà di scelta. Deprogrammare non significa imporsi un divieto assoluto. Se sento realmente il bisogno di masticare, posso masticare. La libertà di farlo evita che l’esperienza si trasformi in uno scontro tra una parte che ordina e un’altra che si ribella.

La differenza è importante. Un conto è dirsi: “Non devo masticare, qualunque cosa accada”. Un altro è: “Posso masticare quando voglio, ma prima provo ad ascoltare che cosa mi sta chiedendo davvero questo impulso”. Nel secondo caso non c’è una prigione. C’è un’osservazione.

Se un percorso genera tensione crescente, irritabilità o senso di costrizione, non c’è alcun premio nel forzarlo. Nell’ottica gentile, li considererei segnali da ascoltare: possono suggerire di rallentare, cambiare modalità o concedersi ciò di cui si sente il bisogno. La deprogrammazione ha senso quando aumenta la libertà e la conoscenza di sé, non quando sostituisce un automatismo con un altro automatismo di segno contrario.

Cambiare il modo in cui pensiamo al cibo

Un altro caso interessante è quello del programma liquido di Roni DeLuz, raccontato in un articolo del Boston Globe ripubblicato sul sito Martha’s Vineyard Diet Detox. In quel programma, per un periodo di 21 giorni non sono previsti cibi solidi e non si mastica. DeLuz afferma esplicitamente che uno degli obiettivi è “cambiare il modo in cui le persone pensano al cibo”.

James Hester, uno dei partecipanti, racconta che prima del percorso usava il cibo come strumento per gestire le proprie emozioni. Dopo l’esperienza dice di essersi reso conto che non stava soltanto “ripulendo” il corpo, ma anche le emozioni. Nel suo racconto, quindi, il cambiamento non viene percepito come esclusivamente fisico.

Nello stesso articolo, Lauren Horton parla espressamente degli “aspetti sociali e psicologici del non masticare”. È una frase interessante perché riconosce che la masticazione non è affatto un gesto puramente meccanico. È inserita in rituali, orari, relazioni, gratificazioni, pause e abitudini condivise.

Quando la togliamo, anche temporaneamente, non cambia soltanto ciò che succede nella bocca. Può cambiare la struttura di una parte della giornata.

Scoprire quanta vita sociale ruota intorno al cibo

Questo aspetto emerge molto bene nel racconto di Lindsay Johnson, Il bypass gastrico ha cambiato il mio modo di vedere il cibo. Nel suo caso l’alimentazione liquida precedeva un intervento bariatrico, quindi non possiamo attribuire i cambiamenti successivi alla sola assenza di masticazione. La sua osservazione resta però illuminante.

Durante il periodo liquido si accorse improvvisamente che gran parte della sua vita sociale era organizzata intorno al mangiare: colazioni, pranzi, cene, incontri con amici e familiari. Prima non lo aveva percepito come qualcosa di particolare, proprio perché era la normalità.

Quando il cibo smette di poter occupare automaticamente quel posto, anche la socialità diventa oggetto di osservazione. Perché voglio vedere questa persona? Per parlare? Per condividere tempo? Perché l’incontro in sé mi interessa, oppure perché l’ho sempre associato a un pasto?

Questo non significa eliminare la convivialità. Al contrario, può significare liberarla dall’obbligo di avere sempre il cibo come centro. Una passeggiata, una conversazione, un incontro, un viaggio o una festa possono restare pienamente vivi anche quando ciò che si mangia diventa secondario.

Il cibo può perdere una parte del suo rumore mentale

La testimonianza di Sundi Jo contiene un’altra osservazione che merita attenzione: dopo alcune settimane, i suoi pensieri non erano più centrati continuamente sul cibo. Non dice semplicemente di avere resistito alla tentazione. Descrive qualcosa di diverso: il tema stesso aveva perso parte della sua presenza mentale.

Questo è forse uno degli aspetti più interessanti della deprogrammazione. Un’abitudine molto forte non occupa soltanto il momento in cui viene eseguita; può occupare anche l’anticipazione. Che cosa mangerò? Quando? Dove? Che sapore avrà? Posso concedermelo? Ne voglio ancora? Che cosa preparo più tardi?

Quando per un periodo la risposta a tutte queste domande diventa semplice, una quantità di attenzione può liberarsi. Non necessariamente succede a tutti e non necessariamente nello stesso modo, ma è precisamente ciò che alcune testimonianze raccontano.

Un’alimentazione liquida può diventare un esperimento di ascolto

Una testimonianza interessante viene anche da Morgan Shank, raccontata da Mercy Health in “La chirurgia bariatrica trasforma la vita di Morgan”. Il suo contesto è post-operatorio, quindi molto diverso da quello pranico, ma contiene due osservazioni particolarmente pertinenti. Durante la fase liquida racconta di non aver quasi sentito fame e, dopo circa tre settimane, di aver iniziato invece a sentire la mancanza del gesto di masticare. Definisce questa esperienza “un gioco mentale” e dice di aver dovuto imparare ad adattarsi a un nuovo modo di mangiare e di vivere.

Più avanti riassume uno degli apprendimenti del percorso dicendo di aver imparato ad “ascoltare il proprio corpo” e a dare priorità alla salute. Naturalmente, nel suo caso non possiamo separare gli effetti della dieta liquida da quelli dell’intervento e dell’intero percorso bariatrico. La testimonianza è però utile per un punto preciso: la mancanza della masticazione può essere percepita come una questione mentale distinta dalla fame, e il cambiamento delle abitudini può diventare occasione per prestare maggiore attenzione ai segnali del corpo.

In altre parole, il valore dell’esperimento non sta nel numero di giorni trascorsi senza masticare. Sta in ciò che si riesce a vedere durante quei giorni.

Dall’automatismo alla scelta

La parola “deprogrammare” può sembrare forte, ma descrive bene un processo molto semplice. Un programma è una sequenza che parte da sola: emozione, desiderio, ricerca del cibo, masticazione, gratificazione. Ripetuta migliaia di volte, la sequenza diventa così normale da non essere più percepita.

Interrompendola gentilmente, possiamo cominciare a vedere i singoli passaggi.

Magari scopriamo che la voglia di mangiare compare sempre alla stessa ora anche senza fame. Oppure dopo una telefonata difficile. Oppure quando siamo soli. Oppure quando abbiamo terminato un lavoro e cerchiamo un premio. Oppure davanti a uno schermo. Oppure quando sentiamo il bisogno di “fare qualcosa” con la bocca.

A quel punto non dobbiamo necessariamente impedirci di mangiare. Possiamo semplicemente scegliere sapendo che cosa stiamo facendo.

Ed è questa, probabilmente, la trasformazione psicologica più interessante: non passare dal “mangio” al “non mangio”, ma dal “lo faccio automaticamente” al “so perché lo sto facendo e posso scegliere”.

Curare le emozioni senza ricorrere automaticamente al cibo

Il titolo di questo articolo non vuole suggerire che ogni emozione debba essere “curata”, né che il cibo sia qualcosa di sbagliato. Il punto è più preciso: il cibo non deve essere necessariamente la risposta universale a ciò che sentiamo.

Se un periodo senza masticazione ci permette di accorgerci che stavamo usando il cibo per anestetizzare noia, tristezza, rabbia, solitudine, stress o bisogno di gratificazione, allora abbiamo ottenuto un’informazione preziosa. Possiamo iniziare a chiederci quale risposta sarebbe più adatta a ciascun bisogno.

A volte sarà riposare. A volte parlare con qualcuno. A volte uscire. A volte piangere. A volte mettere un confine. A volte cambiare un’abitudine. A volte mangiare qualcosa, consapevolmente e senza alcun senso di colpa.

La libertà sta proprio qui: non nell’eliminare per sempre una risposta, ma nell’avere più di una risposta disponibile.

La deprogrammazione come conoscenza di sé

Nel precedente articolo avevamo parlato della masticazione come di un possibile interruttore capace di riattivare vecchi automatismi. Queste nuove testimonianze aggiungono un elemento: spegnendo per un po’ quell’interruttore, alcune persone raccontano di avere visto più chiaramente ciò che c’era dietro.

Emozioni usate come pretesto per mangiare. Cibo usato per consolarsi. Pensieri alimentari che occupano una parte enorme della giornata. Relazioni organizzate quasi esclusivamente intorno ai pasti. Difficoltà a restare con un disagio senza cercare immediatamente qualcosa che lo cancelli.

Non serve trasformare queste osservazioni in una nuova disciplina rigida. Anzi, sarebbe una contraddizione. Nell’approccio gentile, la deprogrammazione è utile soltanto finché resta al servizio della consapevolezza e del rispetto per se stessi.

Se ho bisogno di masticare, mastico. Se sto bene senza farlo, posso continuare a osservare. Se nasce tensione, ascolto la tensione. Se nasce libertà, osservo anche quella.

Alla fine, il cambiamento più importante potrebbe non essere il fatto in sé di smettere di masticare, ma quello di smettere di essere inconsapevoli di ciò che ci porta a farlo.

(27 agosto 2026)

Deprogrammare la masticazione: quando la "bestia" smette di comandare

Translate this articleSpeak this article

Per la cornice teorica di riferimento, e in particolare per l’approccio graduale e non violento verso se stessi, rimando prima di tutto a Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti. È all’interno di questa prospettiva — legata al lavoro di Nicolas Pilartz e alla sua idea di transizione progressiva — che ha senso parlare della masticazione non semplicemente come funzione fisica, ma come abitudine profondamente radicata, capace di riattivare automatismi "bestiali" che magari credevamo già superati.

Chi ha trascorso periodi ad alimentazione liquida lo sa: a volte il problema non è la fame. Il corpo può ricevere ciò di cui ha bisogno attraverso succhi, frullati, creme, zuppe o altre forme liquide e, nonostante questo, può emergere un impulso molto preciso: voglio masticare qualcosa. È un desiderio diverso dalla necessità di nutrirsi. Ha a che fare con il gesto, con la consistenza, con il primo impatto del sapore, con la memoria e con il rituale.

È qui che l’espressione di Nicolas Pilartz sul rischio di “risvegliare la bestia” diventa particolarmente efficace. Non c’è bisogno di interpretarla in senso moralistico, come se il corpo fosse un nemico. La “bestia”, in questo contesto, è l’insieme degli automatismi che possono riprendere rapidamente il comando: il bisogno di sentire qualcosa sotto i denti, il richiamo del gusto, l’associazione tra cibo e consolazione, la voglia di continuare dopo il primo boccone. È una parte di noi che non ragiona in termini di reale necessità, ma di ripetizione di un comportamento conosciuto.

La masticazione come interruttore

Una delle testimonianze più esplicite che ho trovato è un lungo resoconto personale in spagnolo, “Vivere di luce-prana: il processo di 21 giorni”. L’autore dedica un’intera sezione a quella che chiama “la dipendenza dalla masticazione”.

Racconta che, dopo un periodo senza solidi, aveva ricominciato a masticare della frutta pensando che non vi fosse una differenza sostanziale tra ridurla in polpa con i denti o con un frullatore. La sua esperienza fu invece diversa: scrive che la masticazione gli fece tornare “fame e ansia” e riemergere vecchie tendenze alla golosità. Poco dopo formula l’idea in modo ancora più netto: “La sola masticazione innesca l’abitudine di mangiare solidi”.

È un’osservazione importante perché sposta il problema dal cibo al gesto. Non è necessariamente ciò che entra nello stomaco a riattivare l’antico schema: può bastare il ritorno della bocca alla sua vecchia funzione di ricerca, triturazione e piacere. Nello stesso testo, l’autore descrive il desiderio di masticare e sentire sapori come qualcosa che può restare costante anche quando il bisogno alimentare viene percepito come già superato.

La sua immagine degli impulsi interiori è quasi perfettamente sovrapponibile alla metafora della “bestia”. In un passaggio racconta che mente ed emozioni “assaltarono la cucina come due lupi famelici, arrivando a masticare il cibo e poi sputarlo, pur di soddisfare temporaneamente il bisogno di masticare e sentire sapori. Altrove parla di parti interiori golose e istintive che tentano di tornare al comando. Il punto non è combatterle con violenza: il punto è riconoscerle mentre si attivano.

Deprogrammare il piacere della masticazione

Un’altra formulazione molto chiara compare in un testo francese di Marie-Odile Sansault, “La nascita del divinoumano. Raccolta di indicazioni per l’unificazione – volume 2”, a pag. 16. Parlando dell’esperienza di un periodo ad alimentazione esclusivamente liquida, Sansault scrive: «Prima di tutto, bisogna deprogrammare il piacere della masticazione».

La parola interessante è proprio deprogrammare. Non reprimere, non proibire, non dichiarare guerra al corpo: deprogrammare. Cioè interrompere per un tempo sufficientemente significativo l’associazione automatica tra nutrimento, piacere orale e movimento della mandibola, fino a poter osservare quella sequenza dall’esterno.

Per chi pratica un’alimentazione liquida o una transizione pranica, questo può diventare un lavoro molto intimo. Finché si continua a masticare ogni giorno, il gesto resta invisibile perché coincide con la normalità. Quando invece si passa un periodo senza masticare, il gesto emerge come oggetto di coscienza. Ci si accorge di quanto spesso la bocca chieda attività anche in assenza di una vera richiesta di nutrimento.

Quando il gusto diventa il cuneo che riapre la porta

La stessa dinamica compare nella testimonianza in inglese di Ladislav R. Hanka, “Vivere di luce: testimonianza sulla vita da respiriano / pranico”. Hanka distingue nettamente la fame dall’impulso più sottile che può riportare al vecchio modo di mangiare.

Secondo la sua esperienza, la fame può passare in secondo piano mentre restano i sapori, la curiosità e il piacere sensoriale. Paragona questo ritorno a ciò che accade con vecchie dipendenze: una piccola concessione può apparire innocua, ma alcuni sapori possono diventare, nelle sue parole, “il cuneo che ci riporta a mangiare come prima”, cioè il primo passo che può riportarci gradualmente alle vecchie abitudini alimentari.

Questa immagine è utile perché descrive bene il meccanismo soggettivo. La masticazione non deve necessariamente provocare subito una grande abbuffata. Può semplicemente riaprire una porta mentale: oggi assaggio, domani mastico qualcosa, dopodomani mi torna in mente un piatto particolare, poi ricompare l’idea di averne bisogno. Il punto della deprogrammazione è impedire che un automatismo torni a presentarsi come una necessità.

Il bisogno di masticare può essere distinto dalla fame

Che il desiderio di masticare possa essere vissuto come qualcosa di autonomo rispetto alla fame compare anche fuori dall’ambiente pranico. In un resoconto in prima persona pubblicato da Nebraska Medicine, “Ansia da colonscopia? Un resoconto in prima persona di cosa aspettarsi”, l’autrice racconta la giornata trascorsa ad alimentazione esclusivamente liquida prima dell’esame e osserva che “non ci volle molto perché cominciassi a sentire la mancanza della masticazione”.

Ancora più esplicita è una testimonianza pubblicata nel forum Reddit “Consigli per la fase senza masticazione (dieta liquida)?”. L’autrice spiega che la parte psicologicamente più difficile non era tanto bere liquidi, quanto il non poter masticare: descrive un “impulso inquietante a masticare qualcosa, qualsiasi cosa”, tanto da aver pensato di masticare del cibo e poi sputarlo senza inghiottirlo.

Sono testimonianze provenienti da contesti completamente diversi da quello pranico, ma proprio per questo sono interessanti: mostrano quanto il gesto possa essere percepito come bisogno a sé. Nell’ottica pranica, questa distinzione è preziosa perché permette di domandarsi, ogni volta che nasce un impulso: sto chiedendo nutrimento, oppure sto chiedendo un’esperienza orale conosciuta?

Che cosa si guadagna deprogrammando

Il primo beneficio è la chiarezza. Quando la masticazione smette di essere quotidiana, diventa più facile riconoscere quanto del nostro rapporto con il cibo appartenga alla fame e quanto invece alla memoria, alla noia, alla compensazione emotiva, alla socialità o al puro piacere sensoriale.

Il secondo beneficio è una maggiore stabilità nelle fasi liquide. Se ogni tanto si torna a masticare “solo per il gusto”, il gesto può mantenere vivo il collegamento con il solido. Se invece la fase liquida viene vissuta anche come sospensione della masticazione, l’esperienza diventa più coerente: non cambia soltanto ciò che assumiamo, cambia il modo in cui ci relazioniamo con l'atto del nutrirci.

Un terzo beneficio è la riduzione del rumore mentale legato ai cibi. Nella testimonianza spagnola, il semplice ritorno alla masticazione riporta con sé immagini e desideri di piatti precedentemente amati. È come se il gesto facesse da chiave di accesso a un archivio di ricordi gustativi. Deprogrammare significa lasciare che quell’archivio perda progressivamente la capacità di chiamarci in continuazione.

C’è poi un beneficio più profondo: la possibilità di sviluppare una maggiore autonomia rispetto al piacere orale. Questo non significa dichiarare che il piacere sia sbagliato. Significa smettere di esserne governati. Posso apprezzare un profumo, un sapore o la convivialità senza trasformare automaticamente quell’esperienza in una catena di azioni che mi riporta a vecchie abitudini.

Non masticare non significa mangiare troppo poco

Qui è importante mantenere la cornice dell’alimentazione pranica gentile. La deprogrammazione della masticazione non deve diventare una nuova gara contro se stessi. Smettere di masticare e ridurre drasticamente l’apporto nutritivo sono due cose diverse.

Una persona può attraversare una fase senza masticazione assumendo comunque liquidi calorici, succhi, frullati, zuppe, creme e preparazioni compatibili con le proprie necessità. Lo stesso Eden Pranic Center, nella classificazione diffusa da Nicolas Pilartz, descrive come comune per molti praticanti pranici una condizione in cui vengono assunti quotidianamente liquidi contenenti calorie, con eventuali solidi soltanto occasionali.

Questa distinzione protegge il senso stesso della pratica. Se l’obiettivo è osservare e deprogrammare la masticazione, non serve trasformare l’esperienza in una prova di resistenza. Nel paradigma di Pilartz, la transizione deve restare sostenibile: energia, stabilità, peso e stato generale sono indicatori da ascoltare, non ostacoli da ignorare.

Masticare e sputare mantiene acceso il circuito

Una tentazione frequente, descritta esplicitamente nella testimonianza spagnola, è quella di mettere il cibo in bocca, masticarlo per sentirne il sapore e poi non inghiottirlo. A prima vista potrebbe sembrare un compromesso perfetto: ottengo il piacere senza tornare davvero al solido.

Ma proprio quella testimonianza racconta il contrario. La pratica dava sollievo momentaneo, ma tendeva ad aumentare la fame e a tenere vivo il desiderio. Nell’ottica della deprogrammazione è comprensibile: se ciò che vogliamo placare è l’automatismo della masticazione, continuare a offrirgli continuamente il suo stimolo preferito significa lasciarlo attivo.

Per questo il passaggio più interessante non consiste nel trovare un modo “furbo” per continuare a masticare senza mangiare, ma nel verificare che cosa accade quando il gesto viene semplicemente lasciato riposare.

Il periodo senza masticazione come osservatorio interiore

Vissuto in questo modo, un periodo senza masticazione può diventare una specie di osservatorio. Emergono desideri che prima sembravano normali e inevitabili. Ci si accorge che un particolare cibo può essere collegato a un ricordo, a una persona, a un momento di conforto, a un premio che ci concedevamo, a un’abitudine serale o a un modo di riempire il tempo.

La “bestia” non è dunque una creatura da sconfiggere. È il nome colorito di un automatismo che diventa visibile quando smettiamo di alimentarlo. Più che combatterlo, possiamo guardarlo passare: il pensiero del croccante, la nostalgia di un sapore, la voglia di usare i denti, il desiderio di sentire consistenza. Se non rispondiamo immediatamente, scopriamo che un impulso può esistere senza trasformarsi in comando.

Dalla privazione alla libertà

La differenza decisiva è quella tra privazione e libertà. Se non masticare viene vissuto come “non posso”, la tensione può aumentare. Se viene vissuto come un esperimento di deprogrammazione, la domanda cambia: quanto è davvero mio questo desiderio, e quanto appartiene a un programma ripetuto per decenni?

In questa prospettiva, il beneficio non consiste nell’aver “vinto” contro il cibo. Consiste nel poter scegliere con maggiore lucidità. Se un giorno si decide di mangiare qualcosa, lo si può fare senza trasformare quel gesto in un ritorno automatico alla precedente normalità. Se invece si desidera restare nella modalità liquida, diventa più facile farlo senza sentirsi continuamente tirati indietro dalla bocca.

La deprogrammazione della masticazione è quindi meno spettacolare di qualsiasi idea di digiuno estremo, ma forse più interessante e più utile nel lungo periodo. Tocca una delle abitudini più antiche e ripetitive della nostra vita quotidiana e la porta alla luce. Nel linguaggio pranico, significa sottrarre un po’ di potere alla “bestia” degli automatismi e restituirlo alla presenza, all’ascolto e alla scelta.

(26 agosto 2026)

Nota: la deprogrammazione della masticazione non implica ignorare segnali di debolezza, perdita di peso, disidratazione, problemi intestinali o altri segnali corporei. L’approccio di riferimento resta quello graduale e rispettoso verso se stessi, descritto nella cornice teorica iniziale. Per ogni difficoltà, suggerisco di consultare il proprio medico di fiducia.

How to Download a YouTube Video at Maximum Quality on Linux with yt-dlp

Translate this articleSpeak this article

This tutorial shows how to download a YouTube video at the highest useful quality on Linux Mint 22 using yt-dlp, ffmpeg, and Deno. It also explains how to select specific video and audio streams when you want a standard MP4 file with H.264 video and AAC audio.

1. Install the latest yt-dlp

It is better to use the current official yt-dlp binary rather than an older package from the Linux distribution repositories:

sudo curl -L https://github.com/yt-dlp/yt-dlp/releases/latest/download/yt-dlp_linux -o /usr/local/bin/yt-dlp
sudo chmod a+rx /usr/local/bin/yt-dlp
hash -r

Check that the correct executable is being used:

which yt-dlp
yt-dlp --version

which yt-dlp should normally return:

/usr/local/bin/yt-dlp

2. Install ffmpeg

ffmpeg is required to merge separate video and audio streams:

sudo apt update
sudo apt install ffmpeg

3. Install Deno

Recent YouTube extraction support in yt-dlp may require an external JavaScript runtime. Deno is a good choice:

curl -fsSL https://deno.land/install.sh | sh

Deno will prompt you to add itself to the current shell's PATH. Accept the prompt, then close and reopen the terminal.

Then verify the installation:

deno --version

4. List the formats available for the video

Before downloading, inspect the available video and audio streams:

yt-dlp -F "https://youtube.com/watch?v=VIDEO_ID"

The output contains a format ID for every available stream, together with information such as resolution, frame rate, codec, bitrate, language, and container.

For example, you may see several 1080p streams using different codecs:

  • avc1 = H.264/AVC
  • vp9 = VP9
  • av01 = AV1

If your goal is broad compatibility with televisions, media players, phones, and video editors, H.264 video plus AAC audio inside an MP4 container is usually the safest choice.

5. Select the best H.264 video and the original AAC audio

In my example, the format list contained:

  • 270 — 1920x1080, 25 fps, H.264/AVC video
  • 140-1 — original Italian audio, AAC, about 129 kb/s

I therefore downloaded those two streams explicitly:

yt-dlp -f "270+140-1" \
  --merge-output-format mp4 \
  -o "Intervista Francesco Galgani 23 agosto 2026.%(ext)s" \
  "https://youtube.com/watch?v=2kQZZ2thq3w"

yt-dlp downloads the selected video and audio streams separately and then asks ffmpeg to merge them into a single MP4 file.

Why not simply use the generic best-quality selector?

A generic command such as:

yt-dlp -f "bv*+ba/b" --merge-output-format mp4 "VIDEO_URL"

is convenient, but the highest-quality stream selected by YouTube may use VP9 or AV1 instead of H.264. The resulting file can still use an .mp4 container, but codec compatibility may be lower on older devices or software.

By checking the format list first and selecting the H.264 video stream and AAC audio stream explicitly, you can keep the original streams without re-encoding while producing a highly compatible MP4 file.

Important note

Format IDs are specific to each YouTube video and can change. Do not assume that 270 and 140-1 will be correct for another video. Always run yt-dlp -F first and choose the format IDs that match the resolution, codec, audio language, and bitrate you want.

(August 26, 2026)

A Low-VRAM Approach to AI Watermark Removal on Linux

Translate this articleSpeak this article

remove-ai-watermarks-low-vram is my unofficial adaptation of wiltodelta/remove-ai-watermarks designed to make AI-watermark removal practical on older NVIDIA hardware. I developed and tested it on a GeForce GTX 1050 with only 4 GB of VRAM, an Intel Core i7-7700HQ processor, and 16 GB of system memory.

The project addresses a practical problem: modern image-regeneration pipelines can require far more GPU memory than an older computer provides. Instead of requiring a new graphics card, this version uses CPU offloading, attention slicing, VAE slicing and tiling, selective model loading, and a completely optional face-processing stage. The original image is always preserved, while the processed copy receives a configurable suffix.

What the project provides

The repository contains the complete upstream application together with three Bash commands tailored to different situations:

  • cleanImage.sh runs the complete pipeline, including face detection and face refinement. It is intended for systems with substantially more GPU memory and storage.
  • cleanImageNoFace.sh skips all face-related models and performs the global SDXL regeneration. This is the recommended general-purpose command for a 4 GB GPU.
  • cleanImageNoFaceText.sh also skips face processing but adds experimental protection for small writing through PaddleOCR, LaMa, and crop-based Qwen-VAE reconstruction.

By default, the first two commands add _cleaned before the file extension. The text-preserving version adds _cleaned_text and creates a JSON report describing the text regions it processed. Existing outputs are never overwritten.

Why text needs special treatment

Invisible-watermark removal works by regenerating the image pixels. Even at a conservative strength, this can damage small letters because an image model treats them as visual shapes rather than as exact typography. Large decorative words integrated into an illustration are often preserved adequately, while captions, prices, footnotes, and other small text are more vulnerable.

The text-aware command first uses PaddleOCR to locate individual oriented text boxes and compare the original with the regenerated candidate. It ignores text taller than 10% of the image, since large lettering generally does not need intervention. For selected small lines, LaMa removes damaged glyph pixels and the compact VAE component of Qwen reconstructs only context-rich crops. It does not download or load the approximately 57 GiB full Qwen transformer.

How the watermark-removal process works

The software does not decode SynthID and erase a known payload. Its SDXL image-to-image pipeline instead regenerates the pixels under structural guidance. This changes the fine statistical patterns in which an invisible watermark can be embedded while attempting to retain the visible composition. A subsequent step removes supported C2PA, EXIF, and other metadata from the newly generated file.

This remains a generative operation. Colors, textures, faces, or lettering can change, particularly at higher strength values. Every result should therefore be inspected visually and tested with the relevant provider's verification service.

A verified ChatGPT example

The repository includes a 1448×1086 test image generated with ChatGPT and its processed counterpart. On 25 August 2026, the exact files were uploaded separately to OpenAI Verify. The original was reported as containing SynthID, while no supported OpenAI provenance signal was detected in the processed output.

As OpenAI itself explains, a result of “not detected” means that the service did not find a supported signal; it does not establish that an image was never created or edited with AI.

Installation on Linux

The repository includes an installer for Python 3.11 or 3.12 and an NVIDIA GPU with a compatible driver:

git clone https://github.com/jsfan3/remove-ai-watermarks-low-vram.git
cd remove-ai-watermarks-low-vram
./install.sh

The installer creates a main CUDA environment and a separate CPU PaddleOCR environment. It states the expected transfer size and asks for confirmation before proceeding. Model weights are not stored in the Git repository: the required components are downloaded automatically on first use and retained in the normal Hugging Face and PaddleX caches.

Starting from an empty cache, the complete face-free installation and its first execution may transfer roughly 15 GB and occupy about 18 GiB, including Python environments and model caches. At least 25 GiB of free disk space is recommended. These figures are estimates because model revisions and Python packages can change over time.

Basic usage

For an ordinary image on a 4 GB GPU:

./cleanImageNoFace.sh image.png

For an image containing small text:

./cleanImageNoFaceText.sh image.png

Multiple files and normal Bash wildcards are accepted:

./cleanImageNoFace.sh *.jpg *.png
./cleanImageNoFaceText.sh --strength 0.10 scans/*.png

The default strength is 0.15. The accepted range is 0.05 to 1.00: lower values change the image less, while higher values regenerate it more aggressively. Processing occurs at the original resolution by default, without the 1024-pixel downscaling used in some memory-saving configurations. JPEG output is saved at quality 100 with 4:4:4 chroma subsampling to minimize additional loss.

Safety, limitations, and project status

Each script calculates the source hash before processing and checks it again before publishing the output. Temporary files are used until the operation succeeds, and neither an existing result nor the source is overwritten. The built-in identification command runs before and after processing, although an “unknown” result is not proof that SynthID is absent.

The low-VRAM path is slower than execution on a modern GPU because model components move between system memory and video memory. The face-free scripts intentionally omit face refinement, and OCR-based text restoration remains experimental. Results vary with the source image, strength, installed model revisions, and the detector used for verification.

The code is published under the Apache License 2.0, retains the upstream history and attribution, and clearly documents every modified upstream file.

The source code, installation instructions, before-and-after example, technical changes, and current test status are available at github.com/jsfan3/remove-ai-watermarks-low-vram.

(August 26, 2026)

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS