L'IA in politica per una democrazia senza anima

Translate this articleSpeak this article

La nostra vita non si può programmare come IA, perché è imprevedibile, indeterminata ed incerta.
Immaginare la nostra vita programmata da un algoritmo, sarebbe una noia mortale, meglio accettarne il mistero nella sua sacralità.
(Giulio Ripa)

E questo vale anche per la "gestione del bene comune", cioè per la democrazia.
Una rete neurale artificiale, ovvero l'IA generativa, può amplificare la forza di un potere oppressivo preesistente, senza introdurre nulla di nuovo.
Non agirà infatti di propria iniziativa, ma in conseguenza del proprio "addestramento" deciso da qualche multinazionale.
Non esprimerà moralità, etica, coscienziosità o incorruttibilità, perché ogni sua parola o decisione sarà un "fatto tecnico", una "implementazione" decisa da altri. E se farà errori, piccoli o gravi, comunque non ne avrà alcuna responsabilità.

Una IA che impersonifica un assessore donna (tipo Eva nel comune di Acqui Terme) è tanto credibile quanto l'amore di una prostituta obbligata ad essere una schiava: qualunque cosa faccia o dica, anche se sensata o verosimile, non sarà per coscienza propria, ma per volontà del suo padrone.
Questo padrone può assumere vari nomi, ma alla fine si tratta sempre delle solite corporation.

E' questa la politica che vogliamo?
Se "politica" significa "vendersi l'anima al diavolo o al partito" (spesso è la stessa cosa), allora ben venga l'IA, almeno sarà una serva ubbidiente dei poteri forti senza creare fastidi.
Se "politica" significa invece "gestione del bene comune", allora abbiamo bisogno di persone, non in vendita, ma umane.

Tra l'altro, in politica, merita rispetto chi sbaglia, purché faccia il proprio lavoro meglio che può, con dedizione e serietà.
Chi invece cerca solo consensi o guadagni personali, o rimane in politica pur sapendo di essere ricattabile, è giustamente candidato ad essere sostituito dall'IA.

La genialità ed erudizione di alcuni (anzi, pochissimi) politici non sarà mai sostituibile dall'IA, né ora né in futuro.
La corruzione e ignoranza di alcuni (anzi, quasi tutti i) politici è ben sostituibile dall'IA, ma senza alcun guadagno per la società.

Abbiamo bisogno di un uomo e di una donna nuovi, consapevoli, forti, appassionati, che ubbidiscono alla propria coscienza, e non dell'attuale puttaneggio spacciato per politica.

(Francesco Galgani, 22 giugno 2026)

Il Daimoku come seme della Buddità (riunione di studio, appunti)

Translate this articleSpeak this article

Questi miei appunti si riferiscono ad una riunione di studio del Gosho "Il daimoku come seme della Buddità", di giugno 2026. Sono utilizzabili e stampabili liberamente, disponibili anche come file ODT "Riunione di studio giugno 2026 - da stampare.odt".

Il Daimoku come seme della Buddità

Introduzione Storica

Questo Gosho, Il daimoku come seme della Buddità, fu scritto da Nichiren Daishonin (1222-1282) da Minobu. Questo Gosho è tradizionalmente datato al primo giorno dell’undicesimo mese del 1278, anche se ricerche recenti suggeriscono una data poco dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu, nel 1274.

Il Gosho è indirizzato a Nanjo Kuro Taro, un credente che si ritiene fosse parente di Nanjo Tokimitsu. Siamo quindi negli ultimi anni della vita del Daishonin, in una fase molto diversa da quella della persecuzione di Tatsunokuchi del 1271, cioè del tentativo di decapitazione, seguito poi dall’esilio a Sado.

Nel 1274, dopo essere stato graziato dall’esilio a Sado, il Daishonin tornò a Kamakura e rivolse un’ultima rimostranza alle autorità. Quando anche questa fu respinta, lasciò Kamakura e si stabilì sul monte Minobu, nella provincia di Kai. Ma Minobu non va visto come un semplice ritiro: da lì il Daishonin continuò a scrivere, formare discepoli, incoraggiare i credenti laici e chiarire gli insegnamenti fondamentali per il futuro.

Il Giappone di quegli anni era attraversato da una forte tensione politica e sociale. Nel 1274 era avvenuta la prima invasione mongola del Giappone; la seconda sarebbe arrivata nel 1281. Per il Daishonin, queste crisi non erano solo eventi militari: erano anche il segno di un paese spiritualmente disorientato, in cui le autorità continuavano a rifiutare il Sutra del Loto e a sostenere scuole religiose che lui considerava errate.

Il destinatario della lettera appartiene all’ambiente della famiglia Nanjo, una famiglia di credenti laici della zona del Fuji, nella provincia di Suruga. Il “defunto Ueno” ricordato nel Gosho è Nanjo Hyoe Shichiro, padre di Nanjo Tokimitsu: un samurai che aveva abbracciato la fede nel Daishonin e che, dopo la sua morte, lasciò una famiglia che continuò a sostenere l’insegnamento. Questo è importante: il Gosho nasce dentro una rete familiare di fede, sacrificio e continuità, non dentro un rapporto astratto tra maestro e discepolo.

In quegli anni, inoltre, stava maturando il clima della persecuzione di Atsuhara, iniziata nel 1275 e culminata nel 1279. Dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu (1274), infatti, Nikko Shonin e altri discepoli guidarono la propagazione nella zona del Fuji; questo provocò ostilità da parte di templi e autorità locali. Nel 1279, venti contadini credenti furono arrestati, e tre di loro giustiziati. Questo Gosho si colloca quindi poco prima del culmine di quella persecuzione: in un momento in cui la fede dei discepoli comuni, laici, poveri o socialmente esposti, diventa sempre più centrale.

Filo conduttore per l'intervento

Idea-guida: questo Gosho parte da un gesto concreto - un'offerta di cibo - e arriva al tema più grande: il Daimoku come seme della Buddità e kosen-rufu come movimento che risveglia la dignità della gente comune.

Una possibile chiave di lettura: Nichiren non sta spiegando la fede in astratto. Sta guardando la vita reale di un discepolo: povertà, distanza, paura, ostilità, fatica. Dentro quella realtà vede una determinazione immensa.

Arco emotivo dei cinque brani: dal gesto nascosto di Kuro Taro, alla crisi dell'epoca, al seme del Daimoku, alla trasmissione della fede, fino alla trasformazione della decisione in azione.

Primo brano

«Vedendo questa tua determinazione, non posso fare a meno di ricordare il defunto Ueno. Ho ricevuto il carico di tari, le castagne, il riso essiccato e lo zenzero. Nei profondi recessi di queste montagne, nessuno coltiva i tari. Le castagne non maturano mai e nemmeno lo zenzero è in grado di germogliare. E, naturalmente, il riso essiccato non si è mai visto. Se, ad esempio, le castagne dovessero maturare, le scimmie rovinerebbero i rami e le cime degli alberi. Nessuno coltiva i tari ma, se qualcuno lo facesse, poiché la gente mi detesta, nessuno me ne darebbe. Perché mai sarò venuto a stare su una montagna così alta?»

Cuore del brano: Nichiren non vede solo un pacco di cibo. Vede la determinazione di Kuro Taro, la fatica del viaggio, la preoccupazione per la sua salute e il coraggio di sostenere il maestro in un luogo isolato.

Da mettere a fuoco

- Il Daishonin elenca una per una le offerte ricevute: tari, castagne, riso essiccato, zenzero. Questo dettaglio non è casuale: mostra che nessun gesto sincero viene dato per scontato.

- Minobu non è un luogo romantico o tranquillo. È un posto duro, isolato, povero di cibo, dove il Daishonin vive anche l'ostilità della gente del luogo. Per questo quelle offerte sono una forma di sostegno vitale.

- Kuro Taro è povero. Il riso essiccato, più che un'offerta abbondante, suggerisce una condizione modesta. Proprio qui sta il valore: offre non il superfluo, ma qualcosa che costa.

- Probabilmente Kuro Taro non si recò personalmente a Minobu, o almeno il testo non lo dice. Ciò che emerge è che, pur essendo povero e senza servi, riuscì comunque a far arrivare le offerte al Daishonin, superando difficoltà concrete di distanza, strade, montagne e fiumi.

Aspetto emotivo: il brano fa sentire il calore del rapporto maestro-discepolo. Kuro Taro pensa: "Il Daishonin sarà al freddo, avrà da mangiare?". Nichiren risponde vedendo tutto il cuore che c'è dietro quel gesto.

Punto per noi: a volte pensiamo che un'azione sia piccola perché invisibile o perché non risolve nell’immediato le circostanze avverse. Tuttavia non dobbiamo svilire le nostre azioni. Qui Nichiren ci educa a vedere il valore invisibile: un messaggio, una visita, una preghiera, una telefonata, un'offerta, un incoraggiamento possono sostenere concretamente la vita di una persona.

Frase di raccordo: Ikeda legge questo brano come una lezione sull'umanesimo di Nichiren: rispondere alla sincerità con la sincerità, e riconoscere la nobiltà dei discepoli comuni.

Secondo brano

«Guardando la montagna vediamo che, dalla vetta ai piedi, gradualmente essa si abbassa. Guardando il mare, vediamo che diventa gradualmente sempre più profondo. Guardando il mondo, lo vediamo gradualmente declinare anno dopo anno, da trent’anni fa a venti, cinque, quattro, tre, un anno fa. Ed è così anche per la mente delle persone. Adesso, quando un’epoca volge al termine, sui fianchi della montagna rimangono solo alberi contorti e nei campi cresce solo erba bassa. Nel mondo i saggi sono pochi mentre gli stolti abbondano. Sono come mucche e cavalli, che non sanno mai chi sia il loro padre, o come lepri e pecore, incapaci di riconoscere le loro madri».

Cuore del brano: il Daishonin descrive un'epoca in cui non declinano solo le condizioni esterne, ma anche la mente delle persone: aumenta la confusione, diminuiscono saggezza, gratitudine e capacità di distinguere ciò che conduce alla felicità.

Da mettere a fuoco

- Le immagini della montagna, del mare, degli alberi contorti e dell'erba bassa rendono visibile un mondo che perde altezza, direzione e forza. Non è solo una crisi politica: è una crisi della vita interiore.

- Ikeda collega questo clima alle sofferenze concrete dell'epoca: invasioni mongole, epidemie, carestie, morte dei giovani, lutto diffuso. Nichiren non parla da osservatore distante: sente il dolore delle persone.

- Il riferimento a chi non riconosce padre e madre indica la perdita della gratitudine. Quando si perde gratitudine verso l'origine della propria vita, si indeboliscono anche i legami con gli altri, con il maestro e con la missione.

- Le "cinque impurità" e i tre veleni non sono concetti lontani: indicano un modo di vivere in cui avidità, collera e stupidità avvelenano il cuore e rendono più difficile orientarsi verso il bene.

Aspetto emotivo: questo passaggio può essere presentato come una diagnosi compassionevole. Nichiren non condanna le persone dall'alto: vede quanto sono confuse e sofferenti, e proprio per questo cerca una via che possa salvarle davvero.

Punto per noi: anche oggi possiamo riconoscere epoche di confusione: sfiducia, rabbia, isolamento, perdita di senso. Il Gosho ci chiede: quale forza può raddrizzare la mente e restituire dignità alla vita?

Frase di raccordo: dopo aver descritto la crisi dell'epoca, Nichiren indica il rimedio: non una fede nelle pratiche più diffuse all’epoca, come il Nembutsu, ma nel Daimoku, che è il seme capace di far emergere la Buddità nella vita di ogni persona.

Terzo brano

«Sono trascorsi più di 2.220 anni dall’estinzione del Budda. Adesso siamo nell’ultima epoca in cui gli uomini saggi pian piano non si vedono quasi più, come montagne che digradano o erba che diventa sempre più bassa. Anche se molti recitano il Nembutsu o abbracciano i precetti, ben pochi si affidano al Sutra del Loto. Anche se vi è una moltitudine di stelle, esse non riescono a illuminare il grande mare. Anche se i fili d’erba sono moltissimi, non diventeranno mai colonne del palazzo imperiale. Allo stesso modo anche se si recita molte volte il Nembutsu, esso non sarà mai il sentiero per il conseguimento della Buddità. E anche se si abbracciano i precetti, non saranno mai il seme per la rinascita in una pura terra. Solo i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo sono il seme per conseguire la Buddità»

Cuore del brano: in mezzo a molte pratiche e molte idee, il Daishonin afferma ciò che per lui è essenziale: solo Nam-myoho-renge-kyo è il seme della Buddità.

Da mettere a fuoco

- Le stelle possono essere numerosissime, ma non illuminano il grande mare. L'erba può essere abbondante, ma non diventa colonna di un palazzo. Quantità e popolarità, con riferimento agli insegnamenti, non bastano: serve una causa che conduca davvero all'Illuminazione.

- Ikeda spiega che il desiderio originario del Budda è permettere a tutte le persone di rivelare la propria natura di Budda e sperimentare una felicità libera, piena, condivisa.

- L'immagine del seme è potente: è piccolo, quasi invisibile, ma contiene un potenziale enorme. Quando incontra le condizioni giuste, germoglia. Il Daimoku funziona così nella profondità della vita.

- Recitare Nam-myoho-renge-kyo non significa evadere dalla realtà. Significa piantare una causa che permette di trasformare sofferenza, paura e impotenza in forza, dignità e azione.

- Nel dialogo, quando facciamo conoscere il Daimoku o anche solo trasmettiamo fiducia nella Buddità di una persona, stiamo piantando un seme. Questo è il senso profondo della propagazione.

Aspetto emotivo: il seme della Buddità è un'immagine piena di speranza perché dice che nessuno è già escluso. Anche una persona stanca, ferita o confusa possiede dentro di sé qualcosa che può fiorire.

Punto per noi: se credo nel Daimoku come seme, allora guardo me stesso e gli altri in modo diverso. Non vedo solo i limiti presenti: vedo una possibilità di fioritura.

Frase di raccordo: ma chi afferma con decisione questa Legge in un'epoca confusa incontra inevitabilmente opposizione. Per questo il quarto brano torna sulla fede del defunto Ueno e sulla trasmissione della determinazione.

Quarto brano

«Quando parlo in questo modo, la gente mi odia e mi respinge, ma il defunto Ueno credette, e così conseguì la Buddità. Tu sei della sua stirpe e perciò sono certo che riuscirai a portare avanti la tua determinazione. Non è forse questo che s’intende dicendo che un acaro attaccato alla coda di un cavallo può volare per mille miglia e che l’edera che cresce intorno a un pino può raggiungere un’altezza di mille piedi? Ognuno di voi possiede lo stesso cuore del defunto Ueno. Un uomo che offrì una torta di fango al Budda rinacque come un re. Poiché il Sutra del Loto è un insegnamento superiore al Budda, come potresti tu, che hai fatto offerte al sutra, non godere di benefici in questa vita e conseguire la Buddità nella prossima?».

Cuore del brano: Nichiren dice: molti mi odiano e mi respingono, ma Ueno credette e conseguì la Buddità. Ora Kuro Taro, legato a quella stessa famiglia di fede, può portare avanti la medesima determinazione.

Da mettere a fuoco

- Il defunto Ueno, Nanjo Hyoe Shichiro, aveva abbracciato la fede in un periodo difficile, quando seguire Nichiren significava esporsi a critiche e rischi. Non fu una scelta comoda.

- Il Daishonin ricorda che Ueno conseguì la Buddità. Non sta facendo solo memoria di un morto: sta offrendo a Kuro Taro un esempio significativo, una prova che la fede portata avanti fino in fondo ha un esito certo.

- L'acaro attaccato alla coda del cavallo e l'edera intorno al pino indicano che, unendosi a una grande Legge e a un grande maestro, anche una vita apparentemente piccola o insignificante può compiere un cammino immenso.

- La storia della torta di fango mostra che il beneficio nasce dalla qualità del cuore, non dalla grandezza esterna dell'offerta. Un gesto povero, se offerto con fede sincera, diventa una causa nobile.

- Ikeda allarga questo punto della trasmissione della fede nella famiglia Nanjo alla storia della Soka Gakkai: la fede e la missione non devono fermarsi a una sola persona o a una sola generazione. Si trasmettono come un'eredità viva.

Aspetto emotivo: qui si sente il valore della continuità. Kuro Taro non è lasciato solo davanti alle difficoltà: Nichiren gli dice, in sostanza, "hai dentro di te lo stesso cuore di chi ti ha preceduto".

Punto per noi: ognuno di noi ha ricevuto qualcosa da qualcuno: un incoraggiamento, un esempio, una preghiera, la fiducia. Portare avanti la fede significa trasformare ciò che abbiamo ricevuto in una nuova causa per altri.

Frase di raccordo: il quinto brano porta questa idea al livello più concreto: non basta avere una decisione nel cuore, occorre attraversare montagne e fiumi e tradurla in azione.

Quinto brano

«Inoltre, siccome sei povero, non hai servi, e le montagne e i fiumi sono pieni di ostacoli. Anche se la tua decisione è salda, può essere difficile riuscire a metterla in pratica. Ma, a giudicare dalla determinazione che stai dimostrando adesso, vedo che è qualcosa di veramente non comune. Non c’è dubbio che le dieci fanciulle demoni del Sutra del Loto ti proteggeranno. Com’è rassicurante pensarlo! Mi è impossibile dirti tutto ciò che desidererei. Con profondo rispetto, Nichiren».

Cuore del brano: il Daishonin non idealizza Kuro Taro: riconosce apertamente che è povero, senza servi, e che montagne e fiumi rendono tutto difficile. Proprio per questo la sua offerta è veramente non comune.

Da mettere a fuoco

- Nichiren sa che una decisione può essere sincera e tuttavia difficile da realizzare. Non rimprovera Kuro Taro per la sua povertà: riconosce quanto costa agire in quelle condizioni.

- Il punto decisivo è tradurre la decisione in azione. Nella vita reale non bastano intenzioni nobili: servono passi concreti, spesso piccoli, spesso faticosi, ma reali.

- Le montagne e i fiumi sono ostacoli fisici, ma possono diventare anche immagine degli ostacoli interiori: stanchezza, paura, senso di inadeguatezza, tentazione di rimandare.

- Le dieci fanciulle demoni rappresentano le funzioni protettrici del Sutra del Loto. Quando una persona agisce sinceramente per la Legge, la sua vita richiama protezione, forza e sostegno.

- Ikeda applica l'espressione "veramente non comune" anche ai membri della SGI che, nella vita quotidiana, continuano a pregare, incoraggiare, visitare, dialogare e costruire kosen-rufu.

Aspetto emotivo: Nichiren non dice solo "bravo". Dice: vedo quanto ti è costato. È questo sguardo del maestro a trasformare la fatica del discepolo in fiducia, gioia e ulteriore coraggio.

Punto per noi: una fede forte non è una fede senza ostacoli. È la capacità di fare comunque un passo, anche piccolo, nella direzione della Legge e della felicità degli altri.

Frase di raccordo: Ikeda crea un parallelismo con la Soka Gakkai: una storia di persone comuni che, dentro prove reali, hanno trasformato la decisione in azione.

Parallelismi con la storia della Soka Gakkai

1. La persecuzione nasce quando si valorizza la gente comune. Nel Gosho, Nichiren è osteggiato perché propaga la Legge nell'Ultimo giorno. Ikeda collega questo alla Soka Gakkai del dopoguerra, criticata come movimento di poveri e malati e poi attaccata nell'incidente di Osaka. In entrambi i casi il bersaglio reale è un movimento che risveglia la dignità delle persone comuni.

2. L'incidente di Osaka mostra la stessa logica degli ostacoli. Ikeda viene arrestato ingiustamente mentre la Soka Gakkai sta crescendo come movimento popolare. Le autorità cercano di colpire l'unità e la fiducia dei membri, proprio come le forze ostili cercavano di isolare Nichiren e scoraggiare i suoi discepoli.

3. Il sostegno dei membri richiama l'offerta di Kuro Taro. Durante la detenzione di Ikeda, migliaia di compagni pregano e si preoccupano per lui. Le donne portano generi di prima necessità. Sono gesti concreti, come il cibo inviato a Minobu: non teoria, ma cura reale.

4. Kosen-rufu vive nei gesti quotidiani. L'offerta di Kuro Taro sembra piccola, ma sostiene la vita del maestro. Allo stesso modo la Soka Gakkai cresce attraverso visite, dialoghi, incoraggiamenti, preghiere e azioni quotidiane. La storia cambia quando qualcuno si prende cura di una persona davanti a sé.

5. Il seme è il dialogo da vita a vita. Il Daimoku è il seme della Buddità; nella Soka Gakkai questo seme viene piantato attraverso il dialogo, la recitazione e l'incoraggiamento. Così una singola vita risvegliata diventa causa per risvegliare molte altre vite.

6. Maestro e discepolo trasformano la prova in missione. Kuro Taro agisce nonostante povertà e ostacoli; Ikeda, dopo l'arresto di Osaka, rinnova il voto di vincere per la verità e per la felicità della gente comune. La persecuzione non spegne la fede, ma chiarisce la missione.

7. La Soka Gakkai incarna l'umanesimo del Gosho. Ikeda insiste sul fatto che ogni persona è un tesoro prezioso e possiede una missione nobile. Questo è lo stesso sguardo del Daishonin verso Kuro Taro: non una massa indistinta, ma una singola persona vista e incoraggiata nel profondo.

8. "Veramente non comune" riguarda anche noi. Ikeda applica le parole rivolte a Kuro Taro ai membri della SGI: persone normali che, con sole, vento e pioggia, continuano a pregare, sostenere gli altri e costruire pace. La grandezza del movimento Soka sta nel rendere visibile la Buddità nella vita ordinaria.

Chiusura possibile: questo Gosho ci dice che il seme della Buddità non resta un concetto astratto. Diventa cibo offerto, strada percorsa, dialogo fatto, Daimoku recitato, una persona incoraggiata. Kosen-rufu nasce da questa somma di gesti sinceri, visti dal maestro e custoditi dalla Legge.

(22 giugno 2026)

LGBTQ+, oltre narrazioni e contro-narrazioni: parlare seriamente di ciò che divide

Translate this articleSpeak this article

Cari lettori, care lettrici,
dopo il mio ultimo articolo, La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema, ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere. Non tanto perché mi abbia colto del tutto impreparato, quanto perché conferma un rischio che avevo messo in conto: quando si toccano temi sensibili, anche solo come esempi dentro un ragionamento più ampio, può accadere che l’attenzione si sposti dal messaggio complessivo a un singolo dettaglio.

In questo caso il tema del commento è stato il mondo LGBTQ+, da me citato nel contesto delle diverse narrazioni che lo circondano: quella prevalente nei media e quella, spesso opposta, della contro-informazione. Il senso del mio discorso, almeno nelle mie intenzioni, era proprio prendere le distanze dagli automatismi di entrambe. Non perché ogni posizione sia equivalente, ma perché quando un argomento viene trasformato in bandiera, in riflesso identitario o in terreno di scontro, diventa più difficile vedere le persone reali che ci sono dietro.

E allora, se vogliamo parlarne, proviamo a farlo in modo meno urlato. Non partendo da uno slogan, ma da un fatto concreto.

Il 17 giugno 2026 si è tenuta a Roma, in Campidoglio, una conferenza stampa per i vent’anni di Gay Help Line 800713713 e per i dieci anni del Network Refuge LGBT+, una rete di accoglienza temporanea rivolta a persone LGBTQ+ vittime di violenza, discriminazione o allontanamento familiare.

Gay Help Line è nata nel 2006 ed è dedicata alla memoria di Paolo Seganti, ucciso l’anno precedente in un’aggressione omofoba. In vent’anni il servizio ha raccolto circa 400 mila contatti, attraverso telefono, chat ed e-mail, costruendo una rete nazionale di ascolto e orientamento grazie anche al lavoro di migliaia di volontari formati.

Durante l’incontro sono stati presentati alcuni dati del report 2006-2026. Una parte significativa delle persone che si rivolgono al servizio è composta da giovani tra i 18 e i 31 anni. Negli ultimi anni sono cresciute le richieste provenienti dal Sud Italia e sono aumentate anche le domande di accoglienza da parte di persone cacciate o respinte dal contesto familiare.

Il dato forse più delicato riguarda l’aumento delle segnalazioni legate a violenza, ricatti, omotransfobia e problemi di sicurezza personale. Secondo quanto emerso, dal 2017 a oggi queste richieste hanno raggiunto i valori più alti della serie storica del servizio. È un dato che può essere letto in due modi: da un lato segnala un clima più duro, dall’altro indica anche una maggiore capacità di riconoscere la violenza e chiedere aiuto.

Questo punto, a mio avviso, merita attenzione al di là delle opinioni personali sul tema. Si può discutere di cultura, di linguaggio, di diritti, di politiche pubbliche, di derive ideologiche o di strumentalizzazioni. Ma quando si parla di persone che subiscono violenze, vengono isolate, cacciate di casa o spinte a cercare un luogo sicuro, il primo dovere dovrebbe essere quello di non ridurre tutto a una caricatura.

Nel corso della conferenza sono stati ricordati anche alcuni casi diventati simbolici, tra cui quello di Andrea Spezzacatena, conosciuto dalle cronache come “il ragazzo dai pantaloni rosa”, la cui storia ha riportato al centro dell’attenzione il peso che bullismo, esclusione e umiliazione possono avere nella vita di un adolescente.

Accanto alla linea di ascolto, il Network Refuge LGBT+ ha sviluppato negli anni percorsi di accoglienza e reinserimento. Dal 2016 ha ospitato giovani provenienti da diverse parti d’Italia, accompagnandone molti verso formazione, lavoro o completamento degli studi. Non è un dettaglio secondario: l’aiuto, quando è concreto, non si limita alla dichiarazione di principio, ma prova a restituire autonomia.

Il progetto è sostenuto, tra gli altri, anche con fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, oltre che da istituzioni e realtà associative. Ed è forse qui che il tema torna al punto da cui ero partito nel mio articolo precedente: la qualità di una società non si misura solo dalle opinioni che dichiara, ma dalle relazioni che riesce a costruire, soprattutto quando incontra fragilità, conflitti e ferite.

Non sto chiedendo a nessuno di aderire a una narrazione preconfezionata. Al contrario. Sto dicendo che, prima di farci trascinare dalle categorie, dalle appartenenze o dalle reazioni istintive, può essere utile fermarsi davanti ai fatti: ci sono persone che chiedono aiuto, famiglie che si spezzano, giovani che cercano ascolto, volontari che rispondono, reti che provano a offrire protezione.

Poi ognuno farà le proprie valutazioni. Ma forse una discussione pubblica più sana dovrebbe cominciare proprio da qui: dal riconoscere che dietro ogni tema “urticante” ci sono vite concrete, e che nessuna idea vale molto se perde completamente di vista la dignità delle persone.

(22 giugno 2026)

La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema

Translate this articleSpeak this article

TV, giornali, social e Youtube di solito riescono bene nell’intento di coltivare disprezzo per specifiche categorie di persone, e a volte persino di godimento nella sofferenza altrui. La ninfomaniaca eccitazione dei nostri giornalisti al piovere di bombe dell’UE (spacciate per ucraine) su Mosca, sugli autobus russi, sui treni russi e sui dormitori studenteschi russi ne è solo un esempio.

I nostri rappresentanti politici di alto livello, al contempo, riescono a cogliere con sorprendente genialità ogni occasione per rendere ridicoli e disprezzabili se stessi e l’Italia, per inimicarsi gli alleati veri ed amici facendo loro la guerra, e per apputtanarsi con pulsioni masochistiche irrefrenabili ai maiali di più basso livello intellettivo, etico ed empatico che l’umanità abbia mai prodotto. Così, il crimine è diventato virtù, e lo stare a novanta prendendo frustate, pur di sopravvivere politicamente, è ormai un sabba doveroso e legittimo. Tanto i corpi da sacrificare al demonio, senza nessuna progettualità per il futuro, sono i nostri, non i loro. E intanto, veniamo continuamente divisi dagli odiatori seriali su temi di scarsa importanza, con un forzato silenzio su ciò che è più di interesse collettivo e urgente.

A livello di inconscio collettivo, i messaggi che ci arrivano orientano ciò che la maggioranza di noi pensa su molti temi, dimostrando, tra l’altro, che la democrazia è in sé vuota di significato, essendo la mente del cittadino come un vuoto da riempire. Questo, tra l’altro, è anche il principio di funzionamento della pubblicità commerciale: se funziona, e se ha sempre funzionato, allora vuol dire che è rivolta a persone senza un’identità, senza un pensiero autonomo e senza scelte che non siano già state preventivamente decise da altri. Più la pubblicità e l’agenda setting indirizzano le emozioni e i pensieri, e più il cittadino dimostra a se stesso e a chi ci comanda di essere un idiota. Se l’essere umano avesse avuto un po’ più di coscienza, di controllo emotivo e di capacità di scegliere le proprie fonti, non sarebbe mai esistito un modello imperante di business e di politica basato sulla pubblicità, cioè sulle bugie e sull’inversione di realtà.

Dopo questa premessa con la quale sono riuscito ad offendere pesantemente circa otto miliardi di persone, tra le quali rientro anch’io – nel ruolo di folle che osserva altri folli in un grande manicomio collettivo – adesso vorrei parlare del disprezzo indotto.

Facciamo qualche esempio di categorie che, in un modo o nell’altro, ci vengono offerte come oggetti di amore obbligatorio o di odio autorizzato.

Nel racconto main-stream:

  • gli ucraini da amare;
  • i russi da disprezzare;
  • gli israeliani da compatire;
  • i palestinesi da sospettare;
  • l’Occidente da assolvere;
  • la NATO da normalizzare;
  • i dissidenti da ridicolizzare;
  • i “populisti” da patologizzare;
  • i non-allineati da trattare come ingenui o complici;
  • i migranti da compatire quando servono alla retorica umanitaria e da temere quando servono alla retorica securitaria;
  • le persone LGBTQ+, o meglio l’interminabile sigla liturgica con cui il main-stream pretende di incasellare identità vive e complesse, da celebrare come simbolo obbligatorio di progresso.
  • e così via...

Nella contro-informazione o informazione alternativa, spesso, la polarità si rovescia ma il meccanismo resta identico:

  • i fratelli russi sono il popolo dell’eroica resistenza al nazismo occidentale;
  • gli ucraini burattini dell’Occidente o, peggio, nazisti in blocco;
  • gli israeliani vengono confusi con il loro governo fino a scivolare nell’odio verso un intero popolo;
  • i palestinesi diventano martiri assoluti;
  • l’Occidente è solo decadenza e indecenza morale;
  • la NATO è solo l’impero del male e delle bugie;
  • i giornalisti sono solo servi propagandisti;
  • gli scienziati perlopiù venduti;
  • le donne attualmente in politica una vergogna e un’indecenza per le donne stesse;
  • le persone LGBTQ+ solo “agenda”, “provocazione”, “carnevale”, “indottrinamento”, soprattutto quando appaiono nello spazio pubblico con modalità percepite come offensive.

Poi ci sono i bersagli mobili, quelli che cambiano valore a seconda della convenienza narrativa: i musulmani, ora vittime dell’imperialismo ora minaccia alla civiltà; i cristiani, ora retrogradi ora perseguitati; i poveri, ora vittime del sistema ora parassiti; i ricchi, ora benefattori ora vampiri; i giovani, ora speranza ora generazione fallita; gli anziani, ora saggi ora zavorra; i meridionali, i provinciali, i rom, i cinesi, gli americani, gli africani, i poliziotti, gli attivisti climatici, i no-vax, i vaccinati, i pacifisti, i militari, i rifugiati, i maschi, le femmine, i trans, i religiosi, gli atei: tutti trasformabili, all’occorrenza, in categoria morale.

Il punto non è stabilire chi meriti amore e chi meriti odio. Il punto è accorgersi che molte fonti non ci informano, ma ci addestrano emotivamente, inculcandoci una rappresentazione della realtà che è distorta nella migliore delle ipotesi, completamente falsa negli altri casi. Ci insegnano chi piangere, chi deridere, chi temere, chi assolvere, chi disumanizzare. E spesso noi crediamo di esserci formati un’opinione informandoci, mentre abbiamo solo appreso un riflesso emotivo condizionato.

Eppure c’è una cura efficace per questo riflesso condizionato. Posso avere disprezzo per i meridionali se il mio più grande amore, e le mie più importanti amicizie, provengono dal Sud Italia? Posso odiare gli israeliani se un uomo per me importante è israeliano? Posso aver paura e disprezzo per i musulmani se ho vissuto anni di reciproca stima con un musulmano? Posso odiare i russi se mi sento emotivamente molto vicino al popolo russo? Posso disprezzare chi sventola bandiere arcobaleno se tra costoro ci sono persone che conosco e che stimo? Posso disprezzare in blocco tutti i giornalisti e i politici, come peraltro ho fatto con rabbia all’inizio di questa riflessione, se poi, in realtà, ho una grande stima verso alcuni giornalisti che seguo, di cui uno è anche un politico? Se continuassi con gli esempi, finirei con l’includere tutte le categorie, perché sono un essere sociale.

L’amore, l’amicizia e la famiglia sono una sana cura contro tutto questo folle indottrinamento di santi, mostri, vittime pure, e nemici ontologici. Ci vengono insegnati disprezzo e odio verso una categoria? Proviamo a porci in maniera “pulita” verso coloro che ne fanno parte, poi si vedrà…

Cambiano i santi e i mostri, ma resta identico il bisogno di fabbricarli. Noi non abbiamo bisogno di ideologie, ma di contatto reale con persone reali. Dovremmo anche imparare ad essere sempre di più vigili, perché quando una causa viene trasformata in riflesso emotivo, noi cittadini smettiamo di pensare e cominciamo solo a reagire.

(20 giugno 2026)

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS