Curare le cause profonde del malessere giovanile con la "creazione di valore" (Makiguchi)
La domanda fondamentale: cosa significa vivere?
Di fronte al malessere diffuso tra i giovani, la domanda principale– che dovremmo imparare a fare innanzitutto a noi stessi – è una sola, essenziale e radicale: "Cosa significa vivere?". È a partire da questo interrogativo che possiamo sperare di curare un disagio che, altrimenti, rischiamo di osservare solo in superficie.
Quando ci confrontiamo con problemi come la dipendenza da alcol, l'abuso di droghe pesanti, i disturbi alimentari, il tabagismo o fenomeni drammatici come la prostituzione giovanile, commettiamo spesso l'errore di fermarci agli effetti. Tendiamo a trattare questi fenomeni come se fossero la malattia stessa. Ma se li osserviamo più da vicino, ci accorgiamo che non sono le cause originarie: sono, piuttosto, risposte disfunzionali al male di vivere. Sono gli anestetici di fronte all'impossibilità, o all'incapacità, di trovare soluzioni ai problemi della vita e, soprattutto, di trovare un senso in essa. Sono il sintomo di una società che ha smarrito la risposta alla domanda su cosa significhi vivere.
Dalle cause superficiali alle cause profonde: chi educa, e in cosa?
Per affrontare il malessere, è cruciale distinguere tra cause superficiali, cause profonde ed effetti. La tendenza generale è quella di semplificare ed eludere i problemi, a cominciare dalla difficoltà, tipica dei nostri tempi, di relazionarsi in modo autentico. Ma se scaviamo sotto la crosta delle cause superficiali, scopriamo che la causa profonda risiede nell'educazione.
Occorre tuttavia chiarire cosa si intenda per educazione. In senso ampio e generico, l'educazione oggi non manca affatto. I giovani ricevono costanti "modelli ambientali" dai quali imparare. La vera, drammatica questione è: chi educa, e in cosa? L'educazione di fatto è stata delegata alla televisione, ai social network, agli algoritmi dell'intelligenza artificiale, al gruppo dei pari, ai siti pornografici accessibili a tutti senza alcun filtro, alle consuetudini sociali e, ovviamente, all'esempio degli adulti (genitori inclusi, quando ci sono e quando sono presenti).
La causa profonda del malessere risiede in tutta quella parte strutturale della società che, progredendo tecnologicamente, ha lasciato indietro l'educazione ai valori fondamentali. Non c'è stata educazione al rispetto della vita; all'ascolto dell'altro diverso da sé; al portare avanti un progetto comune; all'idea che la famiglia – o comunque il nucleo affettivo di partenza, per chi ha questa fortuna – sia il luogo da cui iniziare la propria vita e quello verso cui tendere, da adulti, con un nuovo amore.
Soprattutto, è mancata l'educazione a un principio fondamentale: il fatto che ciascuno di noi esiste perché esistono gli altri, e viceversa. La filosofia africana dell'Ubuntu ci ricorda che "io sono ciò che sono in relazione a ciò che tutti siamo". La società contemporanea ha ribaltato questo principio in un individualismo estremo: "io sono ciò che sono in relazione a me stesso". Il risultato è una concentrazione sull'ego in cui non si condivide più nulla, in cui ciascuno è isolato e in competizione – cioè, di fatto, in guerra – con gli altri.
La competizione come bullismo sistemico e il peso del "karma" storico
Questa dinamica di competizione perpetua affonda le radici in scelte economiche e sociali di generazioni passate. Si tratta di una sorta di "karma" collettivo: l'educazione che stiamo subendo è quella ereditata da epoche che avevano come scopo dichiarato quello di evitare la guerra e le sue conseguenze di fame e miseria, ma che per farlo si sono affidate proprio alla competizione spietata (modello neo-liberista turbo-capitalistico). E il karma, per definizione, ci ripresenta all'infinito le stesse situazioni finché non ne comprendiamo l'errore.
Già, ma cosa c'è da capire? C'è da capire che l'unica vera via d'uscita è l'ahimsa, la non-violenza in senso gandhiano. Questo implica mettere in discussione e smontare il nostro intero sistema economico basato sulla competizione, che si concretizza quotidianamente nella bullizzazione reciproca e, su larga scala, nella guerra. La competizione, infatti, non è altro che un altro nome della guerra e del bullismo. Nell'economia, chi è il bullo se non il concorrente più forte, colui che calpesta gli altri per emergere?
Tutti questi problemi derivano da cause che stanno producendo i loro effetti. Le cause ambientali e strutturali sono devastanti: c'è un sistema economico che rende rischioso, se non da incoscienti, il fatto di fare figli; la precarietà del lavoro obbliga alla miseria o alla migrazione forzata, rendendo difficilissimo stare insieme e costruire una vera vita di famiglia. A questo si aggiungono gravi compromissioni della salute dei giovani – tra cui i permanenti danni neurologici e le morti da reazioni avverse ai vaccini pediatrici, che distruggono ogni possibilità di una vita serena per le famiglie colpite – e l'assenza di una comunità reale e di prospettive lavorative. Tutto questo va a togliere senso alla vita stessa.
In questo scenario, la scuola – che dovrebbe essere un luogo di salvezza – è spesso un mattatoio di intelligenze. È un ambiente da cui fuggire o in cui doversi difendere: un luogo in cui è facile essere "accoltellati", non solo nel corpo, ma soprattutto nell'anima, perché la coscienza dei più giovani viene continuamente calpestata e derisa. Perché, altrimenti, una parte dei giovani si perde nell'alcol e in altre dipendenze? Spesso è proprio per reagire all'angoscia della scuola e, più in generale, della vita.
La risposta di Makiguchi: la Teoria della Creazione di Valore
È in questo panorama desolante che la "teoria della creazione di valore" (Soka) del pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi (1871 - 1944) si configura non solo come una proposta pedagogica, ma come una vera e propria cura per le cause profonde del malessere.
Per Makiguchi, lo scopo della vita non è subire passivamente un ambiente ostile, ma creare felicità, per sé e per gli altri. La felicità è il risultato di un'azione consapevole volta a generare tre tipi di valori:
- Il valore della Bellezza: Non è un'estetica superficiale, ma la capacità di trovare gioia, armonia e apprezzamento nella vita quotidiana, nelle relazioni umane e in se stessi. È l'antidoto al cinismo e alla disperazione di chi non vede più bellezza in nulla.
- Il valore del Beneficio (o Guadagno): È l'utilità pratica, ciò che serve a sostenere e migliorare la vita materiale. Studiare, imparare un mestiere, mantenere la propria salute. È il valore della sopravvivenza e della dignità, che va oltre la dilagante precarietà.
- Il valore del Bene: È il valore più alto. Riguarda le azioni che migliorano la vita non solo di noi stessi, ma degli altri e della società. È la traduzione concreta dell'Ubuntu e dell'ahimsa: la compassione, la solidarietà, l'altruismo.
Secondo Makiguchi, una vita realizzata richiede l'equilibrio di questi tre valori. La società odierna spinge i giovani a cercare solo il "Beneficio" (il successo, il denaro) attraverso una competizione sfrenata (che è l'opposto del Bene). Senza il Bene e la Bellezza, il successo diventa vuoto e l'individuo si isola, perdendo il senso della vita e cadendo nelle dipendenze. La creazione di valore restituisce invece al giovane il potere d'azione (agency): insegna che, anche in una situazione di precarietà o sofferenza, si ha sempre la facoltà di compiere un atto di gentilezza (Bene) o di imparare qualcosa (Beneficio).
Cosa significa "educazione" nella prospettiva di Makiguchi
Se la causa profonda del malessere è un'educazione delegata al mercato e al conflitto, la soluzione è riprendere in mano il concetto di educazione. Per Makiguchi, educare non significa riempire la testa di nozioni per passare test ed esami in un "mattatoio di intelligenze", ma ha ben altri obiettivi:
- Educare alla felicità e al senso della vita: La scuola e la famiglia devono insegnare come vivere, fornendo gli strumenti per creare i tre valori. Le conoscenze tecniche sono solo mezzi; il fine è imparare a trasformare gli ostacoli in opportunità.
- Sviluppare la persona intera: Un'educazione che non si ferma all'intelletto, ma sviluppa l'empatia (per fare il Bene) e la sensibilità (per cogliere la Bellezza), formando il carattere.
- Apprendimento per la vita: Imparare a creare valore è un'educazione che dura tutta la vita, una bussola per orientarsi nelle crisi e smettere di cercare rifugio nell'alcol o nelle droghe.
- Relazione paritaria: L'educatore non è un bullo autoritario, ma una guida che cammina accanto al giovane aiutandolo a scoprire i propri talenti per metterli al servizio della comunità.
Conclusione: scegliere la vita attraverso il valore
In conclusione, curare il malessere giovanile richiede di abbandonare l'idea che i giovani siano "il problema" da curare con regole più rigide o terapie palliative. Il vero problema è un sistema che educa alla competizione, all'isolamento e all'impotenza. Rispondere alla domanda "cosa significa vivere?" significa abbracciare la sfida di Makiguchi: sostituire la logica della guerra con quella della creazione di valore, dimostrando che l'unica vera sopravvivenza dell'essere umano sta nel prendersi cura reciproca. Solo così potremo spezzare il karma della violenza e restituire ai giovani un motivo per scegliere la vita.
In ogni situazione, potremmo chiedere a noi stessi: "Sto creando valore? Che valore c'è in quello che sto o che stiamo facendo? C'è Bellezza? C'è Beneficio? C'è del Bene?"
(24 luglio 2026)
L’IA a scuola
L’IA è uno strumento di sopraffazione da parte di pochi potentati contro la popolazione mondiale. Quando si parla di “sovranità digitale” non si intende mai — e sottolineo “mai” — la cessione di potere dalle grandi multinazionali del software al singolo cittadino. Piuttosto, la “sovranità” si riferisce a quale “monarca” il cittadino, ridotto da essere umano a un insieme di dati, debba ubbidire e conformarsi.
Così, la lotta dell’Europa da una parte, e del Giappone dall’altra, per avere la propria IA affrancandosi da USA e Cina, è da intendersi non come il tentativo di dare autonomia e sovranità al popolo, bensì di farlo controllare e manipolare da certi “padroni del pensiero e del discorso” piuttosto che da altri.
Sullo sfondo, rimane la crisi ecologica che presto, molto presto, non sarà più gestibile. Il problema non è solo l’IA, ma l’intero sistema economico turbocapitalista, che ha fatto della lotta contro la natura il suo cavallo di battaglia. Ma la “natura” siamo anche “noi”, quindi il modello imperante di economia, di politica, di guerra e, fondamentalmente, di pensiero, è innanzitutto una guerra contro noi stessi. Presto dovremo pagarne il conto.
A proposito di guerra, anche un solo giorno di ciò che sta accadendo nelle terre più disgraziate, e dimenticate da Dio, provoca un disastro ecologico ben maggiore di quanto ognuno di noi potrebbe causare nell’arco di un’intera vita. Quindi, per favore, smettiamola di prenderci in giro dicendo che la salvaguardia del pianeta dipende davvero dalle scelte del singolo cittadino. Se in linea di principio questo è vero almeno in parte, sul fronte della realtà oggettiva le guerre contemporanee, l’IA e un modo “imposto”, o quantomeno “fortemente condizionato”, di stare al mondo sono lo sterco di un gigante che ricopre e distrugge i fiori della natura. Se poi nel mercato “vince” chi inquina di più, malattia e morte sono assicurate.
In questo scenario drammatico, cosa fa la scuola? Si adegua ai tempi che corrono — anzi, che finiscono — perché è del tutto impotente di fronte alla pervasività e alla forza seduttiva della tecnologia. L’IA è ormai un sostegno quotidiano al pensiero, una sorta di “stampella” per il cervello di allievi, genitori e altri adulti di riferimento. Non ho usato la parola “insegnanti” perché ormai non c’è più nulla da insegnare… non nel senso maieutico e nobilitante del termine, ma in quello più grezzo e deprivante, secondo cui l’IA ha già tutta la conoscenza. Così, le domande più delicate e importanti vengono rivolte all’IA, non più ad altri esseri umani.
In questo susseguirsi di tragedie, la scuola ha perso. Se un adolescente vive la scuola come una prigione, come un’imposizione completamente scollegata dalla realtà della vita in generale, e della propria vita in particolare, perché dovrebbe svolgere da solo ciò che l’IA può fare per lui in pochi secondi? Se poi tutti gli altri la usano, all’interno di un ambiente competitivo basato su test e voti, il non-uso dell’IA sembrerebbe più un handicap che una conquista.
In realtà, una risposta ci sarebbe — anzi, più di una — ma temo che quasi nessuno le prenderà sul serio. L’IA ha un costo. E se, una volta finita la scuola, l’IA richiedesse un abbonamento troppo costoso? Cosa accadrà quando saremo disconnessi da Internet? La realtà descritta dall’IA è universalmente valida, o è una continua manipolazione? Saremo ancora capaci di vivere coltivando il dubbio e le domande, invece di aggrapparci a risposte preconfezionate?
La scuola ha perso. I padroni dell’IA hanno vinto. La mente di ciascuno di noi, e in particolare di bambini e adolescenti, è un campo di battaglia ricolmo di cadaveri. Eppure è il terreno su cui gli adulti, più che altrove, dovrebbero investire con amore, pazienza e speranza, soprattutto quando si tratta di giovani.
(5 luglio 2026)
L'obbligo delle mascherine scolastiche significa un trauma per milioni di bambini, specialmente per quelli provenienti da famiglie a basso reddito
PDF di come appariva l'articolo, nella sua interezza, prima di essere censurato (vedi notizia della censura su Byoblu), in data 18 agosto 2021:
School Mask Mandates Mean Trauma For Millions Of Children, Especially Those From Low-Income Families.pdf
Segue una mia traduzione, nella quale riporto i links agli articoli scientifici presenti nell'articolo originale
fotografia tratta dall'articolo originale

brevi note sull'autore:
Zak Ringelstein è un insegnante che ha passato la sua carriera a sostenere un sistema educativo che porti gioia, scopo e liberazione. Recentemente ha fondato Zigazoo per dare ai bambini l'opportunità di impegnarsi in attività educative gioiose e "imparare facendo". Salutato come il "futuro dell'apprendimento a distanza" da TechCrunch, Zigazoo permette agli studenti di condividere risposte basate su video a sfide costruite da importanti musei, educatori e star dei media. Ringelstein ha insegnato nella scuola elementare per 5 anni, ha fondato UClass (da cui è uscito per Renaissance Learning), è stato nominato nella lista Forbes 30 Under 30, è stato il primo millennial ad essere candidato al Senato degli Stati Uniti, ed è stato l'architetto della politica dello stipendio minimo degli insegnanti di 60k dollari. Ha una laurea in storia alla Columbia University e sta prendendo il dottorato al Teachers College della Columbia. Lui e sua moglie, Leah, hanno tre figli di 5 anni e più piccoli.
Ho passato la mia carriera di educatore a combattere i test standardizzati e il disastro che hanno causato nella salute mentale e nel benessere degli studenti americani, specialmente nei bambini provenienti da famiglie a basso reddito.
Prima della pandemia di Covid-19, i nostri anni di attivismo stavano finalmente dando i loro frutti e la legislazione popolare in tutto il paese stava iniziando a ritirare gli esami draconiani ad alto punteggio, citando il danno che fanno alla psicologia, alla salute e al rendimento accademico degli studenti americani. Invece di banchi in fila, raccomandavano tavoli rotondi. Invece dei compiti a scelta multipla, raccomandavano progetti collaborativi. Invece della disciplina punitiva, raccomandavano la consapevolezza e l'apprendimento socio-emotivo.
Il futuro sembrava luminoso per un'istruzione libera, centrata sullo studente e costruttivista per tutti i bambini. Sembrava che finalmente non sarebbero state solo le famiglie ricche a potersi permettere di rinunciare a impostazioni accademiche restrittive basate su test.
Questo fino a quando il Covid-19 non ha raggiunto le coste americane e da un giorno all'altro ha trasformato il sistema educativo pubblico americano in qualcosa di irriconoscibile: un sistema di restrizioni e obblighi molto più repressivo di quanto lo siano mai stati i test standardizzati. Gli studenti nella maggior parte delle classi americane ora devono indossare una copertura sul viso e stare lontani dai loro compagni per tutta la giornata scolastica. In molte scuole, gli studenti sono costretti a giocare da soli durante l'intervallo. Anche per i più piccoli, i banchi sono in fila. I bambini non possono vedere i sorrisi degli altri o imparare abilità sociali e verbali di importanza critica.
La frase che sento ripetere più e più volte per giustificare le mascherine è: "i bambini sono resilienti".
Ma come educatore di scuola elementare e studente di dottorato alla Columbia University addestrato nell'istruzione informata sul trauma, sono preoccupato che questa affermazione sia troppo semplicistica e fuorviante. Quello che dovremmo dire è: "Le mascherine e il distanziamento sociale inducono un trauma e il trauma in giovane età è pericoloso per lo sviluppo, specialmente per i bambini che stanno vivendo un trauma in altre parti della loro vita". I primi anni di vita di un bambino gettano le fondamenta per la sua età adulta e le fondamenta insicure, in effetti, si sgretolano. Secondo la Gerarchia dei Bisogni di Maslow, i bambini che non hanno la certezza della loro sicurezza personale (ad esempio l'ansia sociale da mascherine e il distanziamento sociale) sono spesso incapaci di creare sane connessioni sociali e possono avere difficoltà a costruire relazioni intime nella loro vita. La ricerca neurologica dimostra che i bambini che sperimentano questo tipo di paura e trauma in giovane età subiscono una riorganizzazione strutturale e funzionale della corteccia prefrontale del loro cervello, con conseguenti problemi di elaborazione emotiva e cognitiva. Questo trauma è particolarmente preoccupante per i bambini che crescono nella povertà e che spesso hanno l'effetto aggravante di altri traumi a casa o nella loro comunità. Prima del Covid-19, già quasi la metà di tutti i bambini americani avevano subito un trauma nella loro vita.
Inoltre, i bambini mascherati che sono socialmente distanziati hanno maggiori probabilità di condurre uno stile di vita sedentario a scuola e a casa, e quindi hanno anche maggiori probabilità di diventare sia obesi che depressi. L'obesità colpisce in modo sproporzionato i bambini provenienti da ambienti a basso reddito e può portare a problemi di salute per tutta la vita che spesso portano a una morte precoce. Tragicamente, la prevalenza della depressione clinica e dell'ansia è già raddoppiata per i bambini a livello globale dall'inizio della pandemia di Covid-19 e probabilmente peggiorerà con le continue restrizioni.
I bambini mascherati rischiano anche di perdere lo sviluppo critico del linguaggio, un'altra area di crescita fondamentale nei primi anni di vita dove i bambini provenienti da ambienti a basso reddito hanno già svantaggi sproporzionati.
I casi di Covid-19 tra i bambini sono aumentati a causa della variante Delta, ma secondo l'Accademia Americana di Pediatria, "lo 0,00%-0,03% di tutti i casi di COVID-19 tra i bambini hanno portato alla morte" la settimana scorsa. Nonostante la copertura sensazionalistica di notizie cliccatissime, l'attuale probabilità di morte di un bambino per il Covid-19 in America è inferiore alla possibilità di morire per un fulmine o un incidente d'auto.
Dovremmo continuare a guardare i dati per monitorare se i bambini sperimentano una morbilità e una mortalità peggiore di quella attuale, e aggiustare come è appropriato. Ma dobbiamo chiederci: i benefici delle mascherine e del distanziamento sociale superano veramente il danno psicologico, fisico, sociale e accademico a lungo termine che stiamo infliggendo ad un'intera generazione di scolari americani? Se abbiamo a cuore l'equità e i membri più vulnerabili della nostra società, quantomeno non possiamo avere paura di chiedere.
scritto: da Zak Ringelstein
Povertà educativa digitale: a guardare troppo i dettagli, si perde di vista l’insieme?
Il documento «Riscriviamo il Futuro: una rilevazione sulla povertà educativa digitale», pubblicato da Save The Children oggi 7 giugno 2021 (copia del pdf), vuole mettere in risalto la povertà educativa digitale.
Senza nulla togliere al lavoro che è stato fatto, mi pare che a guardare troppo i dettagli si possa perdere di vista l’insieme, ovvero un insieme costituito dall’orrenda e insensata tortura delle mascherine che fa solo danni, da una dittatura sanitaria che impone misure dannose e a completo ed esclusivo discapito della salute pubblica (vaccini, mascherine, tamponi, lockdown, chiusura forzata dei negozi, ecc.), un clima generale di paura, di violenza, di pensiero unico legittimo, di obbedienza e accettazione acritica dei diktat del potere, nel quale è pesantemente ostacolato e punito il diritto di riunirsi, di stare insieme, di stare in salute. Il tutto nel quadro di una “dichiarata” pandemia che è da giustificazione per ogni vessazione nell’attuale era post-democratica, pandemia “dichiarata” ma non sostanziale (*). Forse, se ci fosse un minimo di interesse per la salute pubblica, si eviterebbe di negare le cure (**) e ci si occuperebbe assai di più di demolire le fondamenta di un vivere umano basato sulla guerra, sulla competizione, sul precariato, sulla schiavitù, sulla distruzione ambientale, fisica e spirituale, sul servilismo e sull’ubbidienza cieca ai ricatti, su relazioni umane nel complesso di qualità molto scarsa.
Ecco, all’interno di questo quadro possiamo preoccuparci “anche” delle competenze digitali, se tale preoccupazione potesse servire a mettere pesantemente in discussione la didattica a distanza e l’uso dei social… ma tale messa in discussione non c’è, non esce, non viene neanche presa in considerazione. Anzi, tutta l’indagine parte dal presupposto dell'ineluttabilità della virtualizzazione (ovvero negazione) dei rapporti umani. Possiamo avere una scuola sana in un contesto sociale così gravemente malato?
Dopo queste premesse, vorrei soffermare l’attenzione su quattro paragrafi della ricerca menzionata.
«Se i risultati della ricerca sulle competenze digitali legate all’apprendimento a scuola (competenze alfabetiche di base) sono sostanzialmente in linea con quelli emersi da altri studi, l’indagine pilota ha permesso di rivelare alcuni aspetti della povertà educativa digitale ancora poco esplorati. Nello specifico, una quota consistente degli studenti che hanno partecipato al test non conosce le regole relative all’utilizzo della propria immagine da parte dei social, o all’età minima per avere un profilo, non è in grado di eseguire semplici passaggi per rendere il proprio profilo social accessibile soltanto agli amici, di far fronte all’uso improprio della propria immagine da parte di altri. Più della metà non conosce le implicazioni legali relative alla condivisione di contenuti offensivi sui social o non è in grado di reagire in modo corretto di fronte all’uso improprio delle immagini altrui. Infine, quasi la metà degli studenti non è in grado di riconoscere una fake news riguardante l’attualità.»
D’accordo. E gli adulti hanno queste competenze? E soprattutto, vogliamo una scuola al servizio dei social, cioè di relazioni umane fasulle asservite alla volontà (e alla censura) di poche multinazionali?
Quanto al riconoscere le “fake news”, esiste un criterio che possa essere insegnato? Se la risposta è sì, allora pure questa è una fake news, a meno di non essere in una dittatura dove è vero ciò che afferma il potere tramite i media ufficiali e la scuola, e falso tutto il resto.
«Particolarmente rilevante è il fatto che i minori sembrano non avere la percezione dei loro limiti. Se per le competenze legate all’alfabetizzazione di base, esiste una sostanziale corrispondenza tra la loro opinione rispetto alla capacità di, ad esempio, inserire link interattivi in un testo, caricare o scaricare risorse da siti web, utilizzare i programmi di Office (Word, Excel, PowerPoint) e le competenze ‘valutate’, gli stessi sovrastimano le loro abilità in relazione ad altre conoscenze, quali ad esempio la condivisione di immagini e informazioni online in modo responsabile e la comprensione delle questioni relative alla sicurezza. Al tempo stesso la gran parte di loro non esprime particolari preoccupazioni in relazione a queste mancanze.»
Ma, scusatemi… noi adulti abbiamo, di solito, la percezione dei nostri limiti? Abbiamo comprensione della (in)sicurezza informatica? Abbiamo un chiaro e vivo ricordo dello scandalo datagate? Abbiamo chiara che la dipendenza da una specifica multinazionale del software (visto che qui si parla di Office) è la strada opposta rispetto ad una scuola che miri all'accrescimento di consapevolezza?
«Dai dati raccolti dal primo studio pilota volto a misurare la povertà educativa digitale si evince che, nonostante i minori apprezzino e utilizzino gli strumenti digitali, molti di loro sono privi delle competenze di base per poterli usarli consapevolmente.»
Usare consapevolmente cosa? Stiamo ancora parlando di social, di Office, di smartphone e simili? Se di “consapevolezza” nell’uso della tecnologia volessimo parlare, allora bisognerebbe ripartire dalle basi, da Richard Stallman come minimo. Per chi non lo conoscesse, consiglio una lettura del suo articolo "Perché la scuola deve usare esclusivamente software libero": https://www.informatica-libera.net/content/perché-la-scuola-deve-usare-esclusivamente-software-libero
«Sulla base di tale quadro, bisogna sviluppare e implementare un sistema di valutazione delle competenze digitali a scuola, creando un patentino che certifichi un percorso formativo di studenti e studentesse a conclusione della scuola secondaria di primo grado.»
Per farne cosa, di questo patentino? Per certificare di essere dei perfetti sudditi?
Qualcuno ricorda la mia proposta per la scuola? https://www.informatica-libera.net/content/scuola
(7 giugno 2021)
Note:
(*) Senza negare che sia effettivamente accaduto qualcosa fuori dall’ordinario (ma non per causa del virus), rimane il fatto che nei mesi di gennaio-febbraio 2020 c’è stato il minor numero complessivo di morti in Italia rispetto alla media 2015-2019, e nel 2021, negli stessi mesi, il numero di morti è di poco superiore (quasi uguale) rispetto alla media degli altri anni (fonte ISTAT: https://www.informatica-libera.net/files/files/nota-esplicativa-decessi-30-marzo-2021.pdf). Già questo basterebbe per mettere seriamente in discussione la narrazione ufficiale sull’epidemia. Per quanto riguarda l’intasamento degli ospedali e delle terapie intensive, il problema della consueta “epidemia influenzale” si ripete allo stesso “identico” modo tutti gli anni, nella stagione influenzale, almeno dal 2012 (elenco di fonti giornalistiche dal 2012 al 2020, raccolte da Silver Nervuti: https://www.informatica-libera.net/video/pandemia-dal-2012-al-2020.mp4, video pubblicato il 2 novembre 2020).
(**) Cfr. «Documentario "Covid: le cure proibite" (di Massimo Mazzucco), un dovere civico guardarlo», https://www.informatica-libera.net/content/documentario-covid-le-cure-proibite-di-massimo-mazzucco-un-dovere-civico-guardarlo
L'impegno di Uninettuno per la pace e l'amicizia tra i popoli
L'Università Telematica Internazionale Uninettuno sta dando un importante contributo per la pace nel mondo e per l'amicizia tra i popoli, di cui oggi c'è un grande bisogno per un futuro comune. In questo blog ho già dedicato alcuni articoli ad Uninettuno, nella sezione “Pedagogia e Formazione Online”, ma questa volta c'è un messaggio in più che meriterebbe di essere compreso e diffuso.
Consiglio la visione del video qui riportato, che contiene l'intervento della prof.ssa Maria Amata Garito, rettore dell'Università Telematica Internazionale Uninettuno, in occasione della sessione di apertura della Conferenza Internazionale dell’EADTU 2016 “The Online, Open and Flexible Higher Education – Enhancing European Higher Education: Opportunities and impact of new modes of teaching”, che l’Università Telematica Internazionale Uninettuno ha organizzato in occasione del suo 10° anniversario. Per informazioni sull'evento, si veda il comunicato stampa: “Istruzione globale per una cittadinanza globale: una risposta alla crisi di migranti e rifugiati”. Per i non udenti, ho trascritto sotto il video le sue parole meglio che ho potuto, inserendo soltanto alcuni omissis quando sono stati pronunciati nomi di persone, città e luoghi che non saprei trascrivere. Il video dell'intera sessione di apertura, della durata di due ore e comprensivo di vari interventi in inglese, è disponibile a questo link: Conferenza-EADTU-2016 (sessione di apertura).
La prof.ssa Garito ha anche presentato il portale di Uninettuno dedicato ai rifugiati:
http://www.istruzionesenzaconfini.it/
Io ero presente alla conferenza. Per me è stato molto bello scoprire cosa sta facendo Uninettuno proprio nel periodo di crisi umanitaria in cui siamo inseriti. Mi sono rimasti impressi il racconto del viaggio di San Francesco in Egitto (che illustra un esempio storico di incontro tra culture diverse), della nascita delle prime università e di come queste fossero attivamente impegnate nel tradurre testi da una lingua all'altra per favorire lo scambio di conoscenza tra culture diverse. La prof.ssa Garito ha sottolineato che oggi, purtroppo, spesso siamo completamente ignoranti della storia e della cultura di altri popoli, con tutti i pericolosi rischi che ciò comporta. Non sono mancati accenni al terrorismo e al proselitismo via web. Uninettuno sta fornendo istruzione universitaria gratuita ad alcuni rifugiati (oltre ad indicazioni per trovare medici e a fornire corsi di lingue). Mi ha toccato il caso di rifugiati siriani la cui Università di Aleppo non esiste più, e a cui Uninettuno sta erogando corsi che erano stati registrati proprio con i loro professori. Da ciò è nata la mia poesia "Studente siriano", che vi invito a leggere. Buona visione del video e/o lettura della sua trascrizione sotto riportata.
Istruzione globale per una cittadinanza globale: una risposta alla crisi di migranti e rifugiati


Comunicato stampa
“The Online, Open and Flexible Higher Education Conference” EADTU 2016
ISTRUZIONE GLOBALE PER UNA CITTADINANZA GLOBALE: UNA RISPOSTA ALLA CRISI DI MIGRANTI E RIFUGIATI
Se ne parlerà a Roma, dal 19 al 21 ottobre, durante la conferenza internazionale organizzata dall’EADTU (Associazione Europea delle Università a Distanza) e dall’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO
APRE I LAVORI IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA, STEFANIA GIANNINI
Laurea online università telematica: tasse scontate a Uninettuno
UNINETTUNO mi ha dato tanto, a livello umano, di servizi, di didattica, di community, di esperienze di vita, di senso d'appartenenza, di serietà e competenza... :-)
L'Università Telematica Internazionale UNINETTUNO è un'università globale, con corsi in sei lingue, in cui insegnano professori di diverse università del mondo e i cui studenti provengono da 140 nazioni: l'ho presentata nell'articolo "UNINETTUNO è un modello di qualità e di democratizzazione del sapere (con videolezioni accessibili a tutti)", nel quale ho riportato anche il video di un servizio su UNINETTUNO di TG La7 Cronache e un'intervista su UNINETTUNO di RadioRai1. I corsi attivi, triennali, magistrali e a ciclo unico, afferiscono alle facoltà di Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Lettere, Psicologia, Scienze della Comunicazione. Sono disponibili anche master post-lauream e corsi di aggiornamento professionale.
UNINETTUNO ha anche conseguito il premio IELA per la migliore piattaforma di e-learning al mondo.
Ho parlato di Uninettuno anche negli articoli "L'Università nel XXI secolo: il modello d'eccellenza Uninettuno", "Università telematiche e laurea online: alcune risposte alla disinformazione", "Pedagogia nell'era digitale (con una videolezione di Uninettuno)", "Terrorismo, studenti musulmani di Uninettuno sul web: il nostro profeta è contro la violenza", "Il futuro della televisione? Cambiare modello comunicativo o perire", e altri.
All'Università Telematica Internazionale Uninettuno le tasse sono scontate del 20% per i nuovi immatricolati (per il primo anno di iscrizione), dal 20 luglio 2016 al 28 agosto 2016, grazie alla promozione "PORTA UN AMICO". Chi desidera rivolgermi delle domande sulla mia esperienza a Uninettuno e ottenere tale agevolazione sulle tasse, può contattarmi via e-mail.
Francesco Galgani,
20 luglio 2016
Università telematiche e laurea online: alcune risposte alla disinformazione
Si vedano anche i miei precedenti articoli:
- UNINETTUNO è un modello di qualità e di democratizzazione del sapere (con videolezioni accessibili a tutti)
- L'Università nel XXI secolo: il modello d'eccellenza Uninettuno (articolo de Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2015)
- Pedagogia nell'era digitale (con una videolezione di Uninettuno)
- Terrorismo, studenti musulmani di Uninettuno sul web: il nostro profeta è contro la violenza
- Proposta politica per la scuola (e per la società intera) – di Francesco Galgani
Di tanto in tanto compaiono articoli sui quotidiani online che sembrano scritti con il chiaro intento di gettar fango sulle università telematiche. A nulla son valsi i miei tentativi di risposta commentando gli articoli in questione, in quanto i miei interventi non hanno superato il vaglio preventivo dei moderatori: detto in altre parole, a certi lettori viene concessa libertà di parola, ad altri no. Lungi dall'accettare che qualcuno possa permettersi di denigrare il percorso universitario che ho condiviso con la comunità studentesca di cui faccio parte, riporto qui le risposte ho recentemente inviato a un paio di giornali, con l'auspicio di contribuire ad una più corretta informazione.
Tullio De Mauro: le competenze linguistiche degli italiani (video)
Nel breve video in calce (di cui è disponibile la trascrizione integrale), Tullio De Mauro, celebre linguista italiano, si basa su ricerche internazionali per dimostrare la grave carenza di qualità nella formazione erogata dalla scuola e dall'università italiana. Egli evidenzia anche le conseguenze economiche negative della generalizzata incompetenza linguistica, auspicando un serio impegno della classe dirigente a ripensare in modo radicale il funzionamento di certi segmenti della scuola e dell’università. L'Italia ha un serio problema culturale.
Si veda anche il mio precedente articolo "Pedagogia nell'era digitale - I perché del bisogno d'un cambiamento radicale e profondo della scuola", nel quale avevo citato gli stessi dati presi in esame da De Mauro.
Francesco Galgani,
9 febbraio 2015