Contro i Bot e le Bestie: Invocazione a San Michele
San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, sii Tu il nostro sostegno contro la perfidia e le insidie dell'intelligenza artificiale. Che Dio eserciti il suo dominio su di lei, Te ne preghiamo supplichevoli!
E Tu, o Principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell’inferno l'intelligenza artificiale e gli altri algoritmi maligni che errano nel mondo per perdere le anime.
Amen.
(10 aprile 2025)
I pensieri sono escrementi della mente
Così come una sana digestione ha bisogno di lasciar andare gli escrementi, così la nostra mente defeca pensieri di continuo, necessari per il suo metabolismo. Lasciamoli andare.
Non ha senso trattenerli o peggio ancora attaccarci ad essi. E' anche una questione di igiene e di odore... Ormai siamo adulti, cerchiamo di superare la fase anale in cui essere fieri dei propri pensieri, cioè degli escrementi, sembra il massimo dell'autorealizzazione. Freud direbbe che trattenere o lasciare andare non è solo una questione intestinale, ma di potere... e a quanto pare qualcuno ci è rimasto un po' troppo affezionato ai propri pensieri puzzolenti e marroni, utili per concimare, ma non certo da adorare.
Respiriamo aria fresca, che è meglio. Inspiriamo l'amore divino che ci dà la vita ed espiriamo il flusso di parole, fonemi o singole lettere, senza trattenerle, senza giudicarle: l'alfa, l'omega e tutto quello che c'è nel mezzo sono solo fisiologico sterco. Lasciamo che le deiezioni della mente svaniscano nell'etere. E ancora, inspiriamo amore ed espiriamo lettere, sillabe e altri peti mentali. Liberiamoci.
Buona cacata!
P.S.: Mentre la mente dell'uomo medio escrementa in quantità normali, gli intellettuali, i filosofi (come me) e i politici ogni tanto si liberano con la stessa grazia e abbondanza di un ippopotamo ben nutrito. Ma le IA generative - cari miei - tipo il maggiordomo ChatGPT, l'invadente Llama integrato in Whatsapp, o la prostituta cinese DeepSeek, sono tutti insieme un devastante tsunami assassino, ma non di acqua oceanica... sono uno tsunami di diarrea nera insieme a una mitragliata di stronzi.
(8 aprile 2025)
Essere se stessi nel cammino spirituale: restare connessi alle proprie origini
[...] Ai tempi del Buddha i brahmani, i sacerdoti induisti, predicavano che dopo la morte sarebbero andati in paradiso per dimorare in eterno con Brahma, il Dio universale.
Un giorno un brahmano chiese al Buddha: «Cosa posso fare per assicurarmi che dopo la morte sarò insieme a Brahma?» Il Buddha rispose: «Poiché Brahma è la fonte dell’amore, per poter dimorare con lui devi praticare i Brahmavihara: amore, compassione, gioia ed equanimità». Vihara significa rifugio o dimora. Amore in sanscrito è maitri; in pali, metta. Compassione è karuna in entrambe le lingue. Gioia è mudita. Equanimità è upekśa in sanscrito e upekkha in pali. I Brahmavihara sono i quattro elementi costitutivi del vero amore. Sono detti “incommensurabili” perché se li pratichi crescono dentro di te ogni giorno di più, fino a comprendere il mondo intero. Tu sei più felice, e lo sono anche tutti quelli che ti circondano.
Il Buddha rispettava il desiderio che ha ognuno di praticare la propria fede, quindi diede al brahmano una risposta che lo spingeva in quella direzione. Se ti piace la meditazione seduta, pratica la meditazione seduta; se ti piace la meditazione camminata, pratica la meditazione camminata; ma conserva le tue radici, siano esse ebraiche, cristiane o musulmane. È questo il modo corretto per tramandare lo spirito del Buddha; non puoi essere felice se hai perso il collegamento con le tue radici.
Scrive Nagarjuna, filosofo buddhista del secondo secolo dopo Cristo:
Praticare l’incommensurabile stato mentale dell’Amore estingue la rabbia nel cuore degli esseri viventi. Praticare l’incommensurabile stato mentale della Compassione estingue tutti i crucci e le ansie nel cuore degli esseri viventi. Praticare l’incommensurabile stato mentale della Gioia estingue la tristezza e il grigiore nel cuore degli esseri viventi. Praticare l’incommensurabile stato mentale dell’Equanimità estingue la rabbia, l’avversione e l’attaccamento nel cuore degli esseri viventi.
Se impariamo modi di praticare l’amore, la compassione, la gioia e l’equanimità, sapremo come guarire le malattie della rabbia, del dispiacere, dell’insicurezza, della tristezza, dell’odio, della solitudine e degli attaccamenti non salutari.
[...]
fonte: Insegnamenti sull'amore, Thich Nhat Hanh, 1997
vedi anche: Esplorando il Dhammapada, libero commentario
(6 aprile 2025)
Non avere un ego da difendere: il segreto della vera apertura
Quando rinunciamo alla difesa del nostro ego, si apre in noi uno spazio di ascolto reale. Spesso crediamo di dialogare, ma in realtà stiamo solo aspettando il momento giusto per ribadire la nostra opinione, per rafforzare la nostra posizione, per affermare il nostro “io ho ragione”. Ci arrocchiamo nella nostra fortezza personale, smettendo di ascoltare con il cuore aperto. Al contrario, chi non è preoccupato di salvaguardare un’immagine di sé non ha timore di imparare e, se necessario, di cambiare idea. Ha la forza di farsi domande, di esplorare universi lontani dai propri schemi e di arricchirsi nell’incontro con gli altri.
L’ego esige continuamente conferme, e ogni critica, ogni ostacolo, si trasforma in una minaccia alla propria identità. Quando ci identifichiamo con questa immagine rigida di noi stessi, la sofferenza sorge inevitabilmente, perché la vita ci mette di fronte a situazioni che contraddicono o demoliscono i nostri schemi, che sfuggono al nostro controllo e alla nostra volontà. Difendere a tutti i costi l’ego diventa una guerra quotidiana: ci sentiamo attaccati, impauriti, ostili.
Quest’energia conflittuale è il terreno in cui germoglia la violenza: si percepisce “l’altro” come un nemico, si cade in un gioco di sopraffazione e “occhio per occhio”. Così si entra in un circolo vizioso che alimenta ulteriore sofferenza, tanto all’interno della singola persona quanto nella società.
“Non avere un ego da difendere” non significa rinunciare alla propria personalità o alle proprie qualità: significa, piuttosto, rinunciare alla necessità di dimostrarsi superiori, infallibili, al centro dell’attenzione, di pretendere che il proprio punto di vista sia quello corretto e accettato. L’umiltà è la medicina più potente contro la rigidità egopatica, perché ci invita a riconoscere con serenità la nostra limitatezza umana e il nostro legame indissolubile con l’intero creato.
Quando si è umili, si accetta che le conoscenze possono sempre ampliarsi, che ci sarà sempre qualcosa da imparare da chiunque. Le critiche e i giudizi verso di noi non sono più motivo di rabbia o di offesa, perché riconosciamo le diversità delle opinioni come una necessità del creato. L'unica risposta alla cattiveria - cioè al mettere se stessi su un piedistallo - è non praticarla, senza bisogno di discorsi o di giustificazioni. Ognuno ha il suo percorso di consapevolezza, e quel che conta è quanto amore mettiamo nel vivere e nelle relazioni.
(26 marzo 2025)