Generalmente crediamo che in qualsiasi guerra, sia essa verbale o fisica tra singole persone, sino ai grandi scontri armati tra nazioni, ci sia chi vince e chi perde. E’ una valutazione abbastanza semplice, basata su chi riesce a dominare l’avversario. Tuttavia, ciò rivela una capacità di giudizio grossolana e fuorviante, perché, seguendo questa logica, ne dovremmo dedurre che una violenza sessuale di gruppo, comprensiva di pestaggio e aborto indotto su una donna incinta, resa cieca e inferma dalle botte, sia una vittoria. Spero che questo esempio ci aiuti a trascendere le categorie di “vittoria” e “sconfitta”, vedendole per ciò che sono: un modo per legittimare e dare senso alla violenza.
Solo chi non ha un "ego da difendere", a livello individuale e di popolo, può rispondere alle peggiori atrocità con la non-violenza. Ciò richiede un forte senso di missione nella propria vita, con uno sguardo non comune sulla realtà. Ciò che adesso seminiamo, mossi dalla compassione amorevole o dall’odio, produrrà frutti in distanze di tempo e in modi che neanche immaginiamo. Nella vita di tutti i giorni, non avere un "ego da difendere" è anche una forma di saggezza nell'evitare confronti sterili, nell'astenersi dal cercare di "avere ragione" e, più in generale, nel prevenire situazioni che non fanno bene all'anima.
Chi non teme la morte può guardare con coscienziosità e serenità alle cause che pone, ricordandosi che la violenza chiama solo ulteriore sofferenza e violenza. E’ una legge eterna e sempre valida. Con uno sguardo rivolto al lungo o lunghissimo periodo, ben oltre la nostra morte, possiamo essere fiduciosi che verità e giustizia alla fine emergeranno, se le nostre azioni sono state animate da un cuore pulito e da una mente solida.
Al contrario, credere che la legittima difesa ci giustifichi nel compiere e nel godere di atti malvagi è una sconfitta. In questo caso, perdiamo la dignità, perché non siamo più umani ma sub-bestiali. Perdiamo la libertà, perché la nostra mente si ritrova imprigionata in schemi distruttivi di azione e reazione.
E’ meglio morire senza odio nella non-violenza che vivere nella violenza. In entrambi i casi, visto che comunque dobbiamo morire, non è meglio lasciare a questo mondo tanti semi costruttivi di non-violenza che distruttivi di violenza? Tutte le creature soffrono e si disperano, spesso senza neanche essere viste o sentite. Invece di cercare di portare l’attenzione su noi stessi lamentandoci, proviamo a fare della nostra vita un balsamo per il loro malessere.
“Ciò che è notte per tutti gli esseri, in quello [lo stato di veglia spirituale] il saggio (colui che ha il controllo dei sensi) è desto; e ciò in cui tutti gli esseri sono desti, è notte per il saggio che vede (la realtà).”
(Bhagavadgītā, Capitolo 2, Verso 69)
La frase "ciò in cui tutti gli esseri sono desti" simboleggia il mondo materiale e i suoi piaceri, che per il saggio sono come un'illusione (una notte) da cui rimane indifferente. Al contrario, la realtà spirituale (il Sé), in cui il saggio è "desto", è come una “notte” per tutti gli esseri che non la comprendono.
Si tratta quindi di avere una visione delle cose invertita rispetto alle persone comuni. Solo così possiamo uscire dalla logica degli schieramenti e dei conflitti, perseguendo un “bene superiore” che è anche un “bene comune”.
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(21 luglio 2026)