Tutto Jambudvipa soffre
Secondo la tradizione buddista, Jambudvipa è il continente in cui vivono gli esseri umani, un luogo soggetto al ciclo di nascita e morte, dove la sofferenza è condivisa da tutti gli esseri. Nulla di ciò che proviamo è puramente individuale: ogni nostro dolore risuona negli altri, così come le preoccupazioni che ci affliggono non sono mai soltanto nostre. Quando soffriamo, molte creature sperimentano la stessa pena.
È proprio questa consapevolezza a ricordarci che la nostra condizione non è separata da quella altrui: piuttosto che dividerci in lotte o guerre, dovremmo ricordare che non possediamo altro che Jambudvipa, la nostra unica dimora terrena.
Un budda è colui che, pur vivendo nello stesso mondo colmo di tensioni e tristezze, non si lascia opprimere dai propri problemi, perché il suo sguardo è rivolto alla sofferenza di tutte le creature. In questo senso, nel Sutra del Loto c'è scritto che il Budda «sta bene, ha poche malattie e poche preoccupazioni». Non significa che la sua vita sia “facile”, ma che, mantenendo una prospettiva più ampia, dà meno peso ai fardelli personali. Così, nel prendersi cura di ogni essere, egli trascende il senso di “io” e “mio” e abbraccia la sofferenza di tutti come un’unica realtà.
Questa è la condizione a cui ciascuno di noi dovrebbe aspirare se non vuole essere spazzato via dai venti della guerra.
(17 marzo 2025)
Perché l'IA non capisce niente?
L'intelligenza artificiale (IA) generativa cerca di estrarre, con una potenza di calcolo statistico senza precedenti, delle correlazioni tra i simboli più probabili, all'interno di un abnorme archivio di dati. Questi dati vengono utilizzati per addestrare i modelli di IA, in modo che possano apprendere le correlazioni tra i simboli più pertinenti per rispondere alle richieste fatte dagli utenti. I modelli di IA uniscono sequenze di forme linguistiche in base a informazioni probabilistiche su come si combinano, ma senza alcun riferimento al significato.
In questo processo IA apprende come mettere in relazione i simboli ma non sa niente dei significati legati ai simboli, non ne ha coscienza. IA opera attraverso algoritmi privi di comprensione semantica. Molti algoritmi di IA seguono regole ben definite per elaborare i dati e prendere decisioni. Questi algoritmi non "comprendono" il significato dei dati; piuttosto, seguono procedure matematiche per ottenere risultati.
Il nome "intelligenza artificiale" fa pensare che si può con un artificio realizzare una intelligenza come quella naturale. E' una definizione ambigua e mistificatoria. In base a quello che abbiamo detto all'inizio, invece possiamo dire che l'intelligenza artificiale è solo una macchina in grado di simulare l'intelligenza naturale. Si dovrebbe allora scrivere IS cioè Intelligenza Simulata. IA è come una persona che impara a memoria una canzone in inglese senza capire il significato delle parole usate. Più che una intelligenza è un pappagallo artificiale che ripete a memoria quello che ha imparato nell'addestramento fatto senza capire il significato dei simboli usati.
L'uomo, diversamente dall'intelligenza artificiale, oltre alle relazioni tra simboli che costituiscono il linguaggio usato, grazie alla sua intelligenza naturale conosce i significati dei simboli e li mette in relazione tra loro, cosa che non sa fare la macchina.
Rinunciamo al nome "intelligenza artificiale". Sarebbe meglio parlare di stupidità artificiale o al massimo Intelligenza Simulata.
(Giulio Ripa, 15 marzo 2025)
«L’essenziale in questa vita è vivere. Vivere, che non vuol dire sopravvivere: esiste una netta differenza tra le due cose. Quando viviamo, tutto è più intenso; i colori sono più brillanti, i baci sono carichi di passione e il corpo vibra a ogni emozione. Vivere è riservato ai coraggiosi, poiché implica prendere decisioni, uscire dalla nostra «zona di comfort» e cercare la crescita, in maniera attiva. Quando viviamo intensamente corriamo più rischi e accettiamo di essere vulnerabili. Questo comporta una grande forza emozionale, perché presuppone un livello di autoconsapevolezza tale da metterci al riparo dalle pressioni che riceviamo dall’esterno. Tuttavia, anche noi possiamo crearci delle pressioni, senza esserne del tutto coscienti, e spesso proprio noi stessi siamo i nostri giudici più severi. Interiorizziamo le aspettative degli altri e le convertiamo in pressioni che affliggono la nostra anima e la nostra vita. Ci poniamo mete irreali, chimere incompatibili con la vita, film che noi stessi abbiamo montato.
Vivere intensamente richiede coerenza nel prendere decisioni al di là delle aspettative che le altre persone hanno riposto in noi. E questa coerenza è inconciliabile con un’immagine di facciata, e in generale con tutte le immagini formate a partire dai desideri degli altri.
Una vita intensa è una vita autentica. Essere diversi è la cosa migliore che possa succederci. Non sforzatevi di standardizzarvi, non abbandonate la vostra unicità per vivere come tutti. Non siamo al mondo per pagare le bollette e goderci un solo mese all’anno. Siete un compendio di qualità che stanno aspettando di essere sfruttate a vostro beneficio.
Vivere intensamente è essenziale e necessario perché in gioco c’è la felicità nostra e delle persone che amiamo, anche se a volte – è bene precisarlo – può essere pericoloso perché ci espone al rischio di farci del male. Ricordate che solo chi non fa niente non soffre. Tuttavia, non dovete frenarvi per paura di essere feriti. Il vostro corpo è predisposto a riparare i danni, così come lo sono la vostra mente e le vostre emozioni. Sì, perché corpo, mente ed emozioni hanno quello che si chiama impulso di riparazione, incaricato di assicurare la guarigione di ciò che si è rotto, e quindi anche del dolore. Se non volete soffrire, se non volete rompervi, non vi rimane che chiudervi in casa, perché quello è l’unico luogo dove tutto è sotto controllo, sicuro e confortante.
Non pretendete di vivere un’esistenza placida e senza sofferenze perché, in questo modo, vi arrendereste a sopravvivere; al contrario, una vita attiva e ricca vi renderà più forti di qualsiasi avversità. Siamo noi a scegliere se limitarci a sopravvivere, a veder scorrere i giorni uno dopo l’altro senza farci domande, senza amare per timore di essere feriti, senza correre per paura di affaticarci e senza saltare per non cadere, senza fare il bagno in mare nudi per non farci rubare i vestiti, senza prenderci il tempo di pensare sdraiati in mezzo a un prato, senza baciare le persone che amiamo, o spettinarci per non perdere la compostezza… insomma, senza arricchire i nostri giorni con una doppia dose di passione e di vitalità. L’alternativa che abbiamo è cominciare a vivere.
Non ipotecate tutto per paura. Non smettete di vivere perché vi spaventano le avversità [...]»
(Tomás Navarro, tratto da: "Kintsukuroi - L'arte giapponese di curare le ferite dell'anima", Giunti Editore, ISBN 9788809879270)
L'Intelligenza Artificiale, o Intelligenza Simulata come giustamente definita da Giulio Ripa, è la manifestazione tecnologica delle nostre paure. Siccome la vita ci fa paura, deleghiamo alle macchine la parte più difficile e decisiva delle nostre esistenze, cioè il pensiero. Una volta sostituita la Coscienza con la Tecnologia, la vita non ci farà più paura, semplicemente perché non ci sarà più vita:
Intelligenza Simulata
L'Inverno è arrivato
Morte dei Cuori
Il tema trattato da Giulio Ripa è una semplice analisi di realtà che ricorda la "Stanza Cinese" di John R. Searle (1980), ma non sono né le analisi né lo studio i principali motori del nostro comportamento. Ci lasciamo guidare dalle emozioni, come un cocchiere (mente) che fa decidere ai cavalli (emozioni) qual è la direzione, invece di chiedere al passeggero (anima): in questo modo il disastro è certo e con esso la vittoria dell'Intelligenza Simulata sulle nostre vite. Avevo affrontato questa metafora del cocchio di Georges Ivanovič Gurdjieff in "La gerarchia dei problemi".
L'intelligenza artificiale è volutamente ingannevole e molto persuasiva. Stiamo attenti.
(Francesco Galgani, 17 marzo 2025)
La prima legge
Dobbiamo sempre fare del nostro meglio per non infliggere sofferenze agli altri.
Raramente si può trovare una giustificazione, ma anche quando la si trova, di solito, non conduce a nulla di buono.
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(Aiuto!, 13 marzo 2025, vai alla mia galleria)
La pace inizia dal pensare bene
Viviamo in un’epoca in cui le conseguenze del “pensare male” si manifestano in modo drammatico: ingiustizie, sfruttamento della natura, emarginazione di intere comunità e un crescente divario sociale. Questa catena di cause ed effetti, che potremmo chiamare “karma collettivo”, emerge da una visione distorta della realtà, in cui la chiusura del cuore ha reso possibili azioni prive di empatia. Abbiamo costruito città disumane, dove la ricchezza estrema coesiste con la povertà più degradante; abbiamo tollerato decisioni finanziarie che ignorano del tutto l’impatto sulla vita delle persone; abbiamo permesso che si generasse sofferenza per le minoranze, per le donne, per i bambini e per i popoli indigeni. Tutto questo è il frutto di un pensare che, anziché includere, esclude; anziché aprire, chiude.
Ma come possiamo uscire da questa spirale negativa? La risposta si trova in un cambio di prospettiva radicale, in un passaggio dal “pensare male” al “pensare bene”. Il pensare bene non è semplicemente un esercizio di positività generica, né un ottimismo ingenuo: è la capacità di considerare la realtà con uno sguardo ampio e profondo, che unisca cuore e mente, ragione e sentimento. È riconoscere che, dietro ogni ingiustizia e azione distruttiva, c’è spesso ignoranza, inconsapevolezza e un malinteso senso di separazione dagli altri e dal pianeta.
Quando iniziamo a “pensare bene” nel presente – qui e ora – scopriamo immediatamente la libertà interiore. Non ci sentiamo più vittime passive di un sistema ostile, né diventiamo complici di logiche di potere disumane. Al contrario, diventiamo agenti attivi del cambiamento, pronti a cercare soluzioni che non generino altro danno, che non accumulino ulteriore “karma” negativo. Questo nuovo tipo di intelligenza, che coniuga la lucidità dell’intelletto con l’apertura del cuore, è ancora poco sviluppato, ma è la chiave per riconfigurare il modo in cui facciamo economia, politica, finanza, medicina e perfino come insegniamo la storia e le scienze sociali.
In un futuro in cui università e centri di formazione adotteranno una prospettiva realmente filosofica – intesa come ricerca sincera della verità e non come mero studio accademico di teorie passate – potremo sperare di generare individui capaci di pensare con empatia e di agire con saggezza. Questo tipo di pensiero affonda le radici in un ascolto profondo di sé e del mondo, un ascolto che ci permette di cogliere l’unità fondamentale di ogni forma di vita.
La pace, infatti, inizia proprio dal pensare bene: nel riconoscere la nostra interconnessione e nello scegliere consapevolmente di onorare la dignità di ogni essere vivente. Solo così potremo dare vita a un’umanità finalmente gioiosa, creativa e capace di prendersi cura di se stessa e del pianeta che la ospita. E se davvero vogliamo costruire un domani più luminoso, non possiamo sottrarci a questo compito: imparare a pensare bene, per vivere e far vivere in pace.
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(12 marzo 2025, vai alla mia galleria)