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Banalizzare, omologare, sminuire, disconoscere la diversità culturale e la realtà dei fatti... ovvero come crearsi nemici grazie all'ignoranza e all'arroganza

Ultimo aggiornamento: 11 Aprile 2015

Siamo nell'epoca dei mass media, della comunicazione di massa, dell'informazione di massa, della cultura di massa... un'epoca in cui le stesse notizie girano su tutti i network, a volte propinate all'infinito, fino alla nausea, ma senza mai scendere nella profondità dei problemi, senza mai una seria messa in discussione del sistema stesso in cui siamo inseriti... siamo nell'era della società liquida di Bauman, dove tutto rimane in superficie, tutto scorre, tutto è precario, nella quale i confini e i riferimenti sociali sono persi e un vuoto profondo segna l'esistenza degli individui e della società (si veda un approfondimento)... un'epoca senza certezze, senza visione del futuro, senza ricordo del passato... siamo nell'era delle democrazie imperialistiche che vogliono dominare il mondo senza neanche riuscire a dominare se stesse... è l'era della fusione e confusione tra reale e virtuale e dei social network, massima espressione del narcisismo moderno alla perenne ricerca di tanti “mi piace” per ogni cavolata... è un'epoca maledetta, in cui la situazione del mondo non fa altro che peggiorare di anno in anno.

E' anche l'epoca del terrorismo... in cui i mass media si affrettano a dividere il mondo in buoni e cattivi senza mai un'analisi seria e storica dei problemi... senza mai un umile “mea culpa” da una parte o dall'altra... è un'epoca di grandi travisamenti.

E' l'era della globalizzazione, in cui siamo tutti chiamati ad essere “uguali”... ovvero ugualmente consumatori acritici e schiavi delle multinazionali.

E' il tempo in cui il potere fa di tutto per omologare il mondo a se stesso, in modo da avere un unico tipo di scienza, un unico modo di pensare, un unico modo di intendere lo Stato, un unico modo di vivere... in barba ovviamente alla biodiversità su cui si fonda ogni ecosistema, compreso quello umano.

Pensiero unico, cultura unica, notizie uguali per tutti, scuola uguale per tutti... già, la scuola, mattatoio di intelligenze per i cittadini modello di domani.

E' questo che vogliamo? Finché i mass media, televisione in primis, avranno un ruolo centrale nella vita del popolo... temo proprio di sì.

Buona visione attenta del filmato seguente, di Giulio Ripa, intitolato “Televisione: morte dell'anima”, e buona lettura dell'articolo in calce, lungimirante, scritto nel 2000 dal giornalista Giulietto Chiesa... e che fa impressione rileggere dopo 15 anni...

Francesco Galgani,
19 febbraio 2015

Televisione: morte dell'anima (archivio di Giulio Ripa)

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«Lo stato mondiale delle cose appare sotto ogni profilo estremamente critico. Qual è il ruolo che i mezzi di comunicazione dovrebbero svolgere nell’illustrare la situazione esistente, le sue cause, le cause della povertà e i modi – se esistono – per superarla? Esistono delle responsabilità da parte dei mezzi di informazione? Personalmente ritengo che queste responsabilità ci siano, e che siano immense, addirittura decisive.
Se consideriamo il crescente divario tra paesi ricchi e poveri, è evidente che il mondo intero si trova di fronte a un dramma di proporzioni impressionanti tanto quanto inedite nella storia dell’umanità. E si trova disarmato anche a causa di un’informazione carente: infatti, senza conoscere le minacce che si accumulano sull’ordine mondiale a causa di queste impressionanti e inedite differenze tra ricchi e poveri, sarà impossibile farvi fronte. Sia per i ricchi che per i poveri. È ovvio che le responsabilità della povertà sono insieme storiche e politiche. Ma l’informazione è il passaggio indispensabile per superare le une e le altre, insieme agli ostacoli che si sono accumulati in questo secolo.
Personalmente ritengo che non si possa non riconoscere la presenza di una crisi profonda che attraversa ruoli e responsabilità dell’informazione. Una crisi che ha ragioni oggettive e soggettive. Nei fatti come nelle persone. La straordinaria concentrazione determinatasi nella società dell’informazione in questa fase iniziale della globalizzazione ha messo nelle mani virtuali e concrete di meno di una decina di protagonisti, tutti appartenenti al Nord del pianeta, oltre il 90% dei messaggi informativi che si producono nel mondo. Software e hardware sono monopolio assoluto dei paesi ricchi. Il fenomeno di Internet, con le sue straordinarie possibilità, ripropone in modo assolutamente palese l’accrescimento del divario tra ricchi e poveri: il 91% degli utilizzatori di Internet appartiene ai paesi dell’OCSE, ovvero all’1% della popolazione mondiale. Può in queste condizioni il sistema mondiale dell’informazione spiegare al grande pubblico e a se stesso il fatto che la distribuzione della ricchezza diventa sempre più paurosamente diseguale?
L’ex direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale ha rilasciato tempo fa una lunga intervista a un giornale italiano che è stata così intitolata: “Diventare più ricchi per aiutare i poveri”. Scelgo questo come uno degli esempi più evidenti di cattiva informazione e di inadeguato senso di responsabilità da parte dei produttori dell’informazione, poiché ciò che si sostiene è esattamente il contrario di quanto mostrano tutti i dati a nostra disposizione.
Altrettanto si può dire dei miti che il sistema dell’informazione mondiale continua a proporre: tra questi, quello secondo cui la globalizzazione favorirebbe la crescita economica, la riduzione della disoccupazione, l’aumento della produttività. Ebbene, tutte le statistiche dicono che è avvenuto e sta avvenendo esattamente il contrario. Gli anni della globalizzazione manifestano una riduzione della rapidità della crescita economica, un aumento generalizzato della disoccupazione, una diminuzione generalizzata della produttività del lavoro su scala mondiale, in particolare dal 1980 in poi. Eppure, la gente pensa che stia accadendo il contrario. Perché i giornali tutti i giorni ci dicono il contrario, e l’intero sistema mondiale dell’informazione è impegnato spasmodicamente a far sì che la gente pensi il contrario della verità. E voti di conseguenza. Spingendo a sua volta governi e istituzioni a perseguire politiche che sono il contrario della verità.
Qui ci sono tre aspetti diversi che meritano un’analisi dettagliata. Il primo riguarda la potenza degli interessi in campo e l’influenza che essi esercitano sul sistema dei mass media. Il secondo riguarda le trasformazioni tecnologiche del sistema dei media, che travolgono la stessa vita politica e istituzionale di tutte le società avanzate. Il terzo è l’impreparazione degli operatori dei media, tutti, dai giornalisti ai proprietari, di fronte a fenomeni nuovi, e la debolezza dell’intero sistema dei media rispetto ai poteri forti che controllano il flusso delle comunicazioni.
Di questo noi tutti facciamo le spese, soprattutto le nuove generazioni. Milioni di giovani stanno crescendo sotto i nostri occhi educati a una cultura della violenza, del consumismo più sfrenato, della riduzione della realtà al loro piccolo e unico particolare, all’incapacità di vedere i problemi del mondo e di riconoscerli.
Stiamo assistendo a una vera e propria regressione di massa invece che a uno sviluppo della conoscenza e della fratellanza umana. Perché le scelte dell’informazione vengono fatte in base a priorità che nulla hanno a che vedere con i buoni sentimenti. Sottolineo questa parola: con le cose buone della vita. Dai media non vediamo emergere quasi niente che abbia a che fare con le cose buone della vita, con i concetti di giustizia, di solidarietà, di uguaglianza. Credo che questo pesi molto sulla nostra società di oggi. E credo che su questo noi tutti dovremmo concentrare l’attenzione.
Spesso in Italia, ma non solo, la discussione verte sulla quantità di informazione politica, economica, sociale che viene data al grande pubblico. Eppure, “informazione” non è soltanto ciò che passa dai canali informativi ma tutto ciò che arriva dall’intero sistema dei media. Oggi 24 ore su 24 decine di migliaia di canali distribuiscono pubblicità, advertisement, entertainment, e i confini tra una cosa e l’altra sono talmente labili che spariscono dall’attenzione.
Se pensiamo che miliardi di persone del pianeta non hanno il minimo strumento critico per difendersi da questi messaggi, noi dobbiamo concludere che i costumi, i modi di vita, le abitudini, i gusti, i sentimenti di miliardi di uomini e donne sono determinati da criteri che non hanno nulla a che fare coi criteri della giustizia, della libertà, dell’uguaglianza, della bontà e del diritto. Se guardiamo al problema dell’informazione sotto questo profilo lo vediamo in un’ottica completamente diversa: diventa un’immensa battaglia culturale di massa affinché le persone indifese possano diventare protagoniste.
Un esempio è l’America Latina, che sui mass media trova uno spazio assolutamente esiguo, se non nullo. Un intero continente abitato da centinaia di milioni di uomini e di donne di cui noi, invece di sapere sempre di più, in questa epoca cosiddetta della comunicazione di massa, sappiamo sempre di meno.
Un po’ come l’Africa, abitata da un miliardo di persone (un sesto della popolazione mondiale complessiva), che produce in questo momento più o meno l’1% del PIL mondiale. Un miliardo di persone la cui esistenza non pesa apparentemente sulle nostre vite, e della cui scomparsa, se domani dovessero affondare negli oceani come gli abitanti di Atlantide, noi forse non ci accorgeremmo neppure.
Sono nondimeno convinto che in questo momento esistono nel mondo forze intellettuali e morali in grado di opporsi a ciò che sta accadendo. Forze immense. Il problema è che non sono né organizzate né coscienti. La discussione di questi temi può essere un primo contributo per aiutarle a liberarsi.»

(Tratto dall’introduzione di Giulietto Chiesa, giornalista de La Stampa, alla seconda sessione del Summit dei Nobel per la pace, 11-12 novembre 2000, Roma)