La Via di Mezzo (Nagarjuna) e il conseguimento della Buddità in questa esistenza (Nichiren Daishonin)
Nagarjuna è stato un importante filosofo e maestro buddista del II secolo d.C., la cui opera principale, il "Mūlamadhyamakakārikā" (Le stanze della Via di Mezzo), è il testo fondamentale della scuola Madhyamaka. La sua filosofia è incentrata sulla dottrina della vacuità (śūnyatā) ed è nota per la sua capacità di "smontare" qualsiasi idea sul piano logico.
La Logica Negativa
La logica negativa di Nagarjuna si basa sull'uso di argomentazioni dialettiche per mostrare che tutte le concezioni e le teorie sono intrinsecamente contraddittorie e insostenibili. Questo processo è noto come "prasaṅga". Questi sono i punti chiave della logica negativa:
1. Vacuità (Śūnyatā) → Secondo Nagarjuna, tutte le cose sono vuote di esistenza intrinseca o essenza indipendente. Non esistono in modo autonomo, ma solo in relazione ad altre cose. Questo principio è applicato a tutte le fenomeni, siano essi fisici o concettuali.
2. Dipendenza e Relatività → Nagarjuna argomenta che tutto ciò che esiste è dipendente da altre cose (dipendenza condizionata o pratītyasamutpāda). Poiché nulla esiste indipendentemente, ogni affermazione di esistenza intrinseca può essere decostruita mostrando come dipenda da altri fattori.
3. Quattro Proposizioni (Catuṣkoṭi) → La tecnica dialettica di Nagarjuna spesso utilizza le quattro proposizioni:
- Qualcosa esiste.
- Qualcosa non esiste.
- Qualcosa esiste e non esiste simultaneamente.
- Qualcosa né esiste né non esiste.
Nagarjuna dimostra che tutte queste proposizioni portano a contraddizioni quando si cerca di applicarle alla realtà assoluta. Ad esempio, egli esamina le quattro possibili relazioni di causa ed effetto e dimostra che nessuna di queste può essere logicamente sostenuta senza cadere in contraddizione. Vediamole nel dettaglio:
1. La causa esiste indipendentemente dall'effetto → Se una causa esistesse indipendentemente dall'effetto, allora l'effetto non sarebbe necessario per la causa. Questo implica che una causa potrebbe esistere senza mai produrre un effetto, il che contraddice la definizione stessa di causa. Se una causa esistesse senza produrre un effetto, allora non avrebbe senso considerarla una causa.
2. L'effetto esiste indipendentemente dalla causa → Se un effetto potesse esistere indipendentemente dalla causa, allora non ci sarebbe bisogno di una causa per spiegare l'effetto. Questo rende superfluo il concetto di causa, il che è logicamente incoerente poiché negherebbe l'intera idea di causalità. Un effetto che esiste senza causa non può essere considerato un effetto.
3. La causa e l'effetto esistono simultaneamente → Se causa ed effetto esistessero simultaneamente, non sarebbe possibile distinguere tra i due. Inoltre, se esistessero nello stesso tempo, non ci sarebbe una relazione di dipendenza temporale tra loro, eliminando così la sequenzialità necessaria per la causalità. Causa ed effetto perderebbero la loro identità distintiva.
4. La causa e l'effetto non esistono né simultaneamente né indipendentemente → Questa posizione suggerisce che causa ed effetto non possono essere definiti in nessuna relazione coerente, portando a una contraddizione interna nella concezione stessa della causalità. Se causa ed effetto non possono essere definiti in alcun modo, allora non possono esistere.
Attraverso queste argomentazioni, Nagarjuna mostra che il concetto di causalità, come tutte le altre idee, è intrinsecamente vacuo di esistenza indipendente e stabile.
Tale argomentazione mette in crisi concetto di dualità, che risulta intrinsecamente vacuo perché non possiamo sostenere logicamente né che le entità siano completamente separate né che siano completamente unite. Questa vacuità della dualità significa che ogni idea di separazione o distinzione fissa è fondamentalmente insostenibile.
Possiamo usare la stessa logica negativa per dimostrare che anche la mente, come concetto separato e indipendente, è vacua. Consideriamo le seguenti proposizioni applicate alla mente:
1. La mente esiste indipendentemente dai suoi pensieri → Se la mente esistesse senza i pensieri, cosa sarebbe? Non possiamo concepire una mente senza contenuti mentali. Questo mostra che la mente non può esistere indipendentemente dai pensieri.
2. I pensieri esistono indipendentemente dalla mente → Se i pensieri esistessero senza la mente, dove risiederebbero? I pensieri sono manifestazioni della mente, quindi non possono esistere indipendentemente da essa.
3. La mente e i pensieri esistono simultaneamente → Se la mente e i pensieri esistono simultaneamente e sono la stessa cosa, allora non c'è dualità tra mente e pensieri. Tuttavia, percepiamo una distinzione, il che crea una contraddizione.
4. La mente e i pensieri non esistono né simultaneamente né indipendentemente → Questa proposizione suggerisce che non possiamo definire chiaramente la relazione tra mente e pensieri, mettendo in crisi la dualità tra soggetto e oggetto, osservatore e osservato.
A tal riguardo, circa mille anni dopo Nagarjuna, il maestro buddista giapponese del XIII secolo Nichiren Daishonin, in uno dei testi fondamentali della sua dottrina dedicato al conseguimento della Buddità in questa esistenza, richiama esplicitamente la Via di Mezzo di Nagarjuna con queste parole:
[...]
Cosa significa myo (mistico)? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di istante in istante, che la mente non riesce a comprendere e le parole non possono esprimere. Guardando la nostra mente in ogni singolo istante, non percepiamo né colore né forma per verificare che esiste. Eppure non possiamo nemmeno dire che non esiste, poiché molti pensieri differenti sorgono di continuo. Non possiamo né ritenere che la mente esista né che non esista. È una realtà inafferrabile che trascende sia le parole sia i concetti di esistenza e di non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica vera realtà.
[...]
(tratto da: Il conseguimento della Buddità in questa esistenza)
Qui Nichiren Daishonin dimostra una profonda comprensione degli insegnamenti di Nagarjuna, integrandoli nella sua visione unica del consegumento della buddità tramite la pratica di Nam-myoho-renge-kyo. Attraverso la sua spiegazione, Nichiren enfatizza la complessità e la profondità della Via di Mezzo, che egli definisce come "l'unica vera realtà".
La Via di Mezzo ci permette di comprendere che non solo le idee e le credenze, ma anche i desideri e le passioni sono vacui di un'esistenza propria e sostanziale. Ci conviene quindi non tentare di aggrapparci né agli uni né agli altri, perché sarebbe come tentare di afferrare a mani nude l'acqua o l'aria.
"Non aggrapparsi" ai desideri
Nella visione buddista, a partire fino dal primo sermone di Shakyamuni una volta raggiunta l'illuminazione, noto come "Dhammacakkappavattana Sutta" o "Discorso di Benares", il problema fondamentale che causa la sofferenza è l'attaccamento, che si manifesta non solo attraverso le credenze rigide ma anche attraverso i desideri e le aspettative. Attaccarsi ai desideri porta a una continua insoddisfazione e sofferenza perché i desideri sono, per loro natura, impermanenti e mutevoli.
La Via di Mezzo ci insegna a vedere la realtà senza gli estremi di esistenza assoluta o non esistenza, e quindi anche a non essere né troppo indulgenti né repressivi verso i nostri desideri, ma a riconoscerli nella loro natura transitoria.
In pratica, seguire la Via di Mezzo significa sviluppare una mente equanime che non si aggrappa né si lascia trascinare dai desideri. Questo non implica una rinuncia ascetica estrema, ma piuttosto una relazione sana e bilanciata con i propri desideri, riconoscendoli come fenomeni temporanei e non fondamentali per il proprio benessere ultimo. In questo modo, possiamo vivere con maggiore serenità e saggezza, riducendo la sofferenza legata all'attaccamento.
Una mente equanime è in grado di mantenere serenità e stabilità emotiva, senza farsi influenzare eccessivamente dalle emozioni positive o negative. In altre parole, una persona con una mente equanime non si lascia trascinare dall'euforia quando le cose vanno bene né si deprime troppo quando le cose vanno male.
A tal riguardo, in un altro dei testi fondamentali della sua dottrina dedicato ai desideri, Nichiren Daishonin ha scritto:
[...]
È l’illuminazione al fatto che realtà e saggezza sono due, ma allo stesso tempo non sono due.
Questi sono insegnamenti d’importanza primaria. Corrispondono ai princìpi per cui “le illusioni e i desideri sono illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana”. Recitare Nam-myoho-renge-kyo durante l’unione fisica di uomo e donna è veramente ciò che si chiama “le illusioni e i desideri sono illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana”. Il principio secondo cui “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana” esiste solo nella comprensione che l’entità della vita in tutto il suo ciclo di nascita e morte non viene né generata né distrutta. Il Sutra di Virtù Universale afferma che «senza eliminare le illusioni o separarsi dai cinque desideri, [essi potranno] purificare i loro sensi e spazzare via le loro offese». In Grande concentrazione e visione profonda si afferma che «l’ignoranza e la polvere dei desideri sono illuminazione e le sofferenze di nascita e morte sono nirvana».
[...]
(tratto da: "Le illusioni e i desideri sono illuminazione")
Ad una prima lettura, questo testo potrebbe essere frainteso e sembrare in contraddizione con i principi di base del buddismo. In realtà, Nichiren qui si sta basando completamente sull'insegnamento della Via di Mezzo di Nagarjuna che, ricordiamolo ancora una volta, egli definisce come "l'unica vera realtà". Confrontiamo ciò che ha scritto Nichiren con il terremoto prodotto da Nagarjuna nelle teorie delle scuole buddiste della sua epoca, notando le similitudini:
[...]
Le cause che portano al ciclo mondano delle rinascite (samsara) non possono essere le stesse che portano alla pace (nirvana). Questi stati dell'esistenza sono diversi come il fuoco e l'acqua: il samsara placherà la sete tanto quanto il nirvana porterà al fuoco della passione. Quindi, sono le parole del Buddha, per coloro che sostenevano la teoria dell'effetto come preesistente alla causa, ad avere il potenziale di purificare la coscienza, e non le parole di qualsiasi maestro non ortodosso; sono le pratiche dei buddisti, per coloro che sostenevano la nozione di efficacia causale esterna, che poteva liberare dalla rinascita, e non le pratiche di coloro che perpetuavano le ambizioni del mondo quotidiano e lavorativo. Queste scuole erano, ognuna nella sua unicità buddista, veri e propri esemplari dei presupposti secolari della visione del mondo del karma, in cui una persona è ciò che fa e ciò che fa deriva dal tipo di trucco fondamentale che ha ereditato da vite precedenti di azioni, una visione del mondo che è che sposa intimamente essenza, esistenza ed etica. Essere buddista significa proprio distinguere tra atti buddisti e non buddisti, tra ignoranza e illuminazione, tra il mondo sofferente del samsara e il raggiungimento purificato del nirvana.
Nel suo rivoluzionario trattato I versi fondamentali sulla Via di Mezzo, Nagarjuna getta alle ortiche questa distinzione elementare tra samsara e nirvana, e lo fa nel nome stesso del Buddha. "Non c'è la minima distinzione", dichiara nell'opera, "tra samsara e nirvana. Il limite dell'uno è il limite dell'altro". Ora, come si può affermare una cosa del genere, cioè l'identità tra samsara e nirvana, senza minare totalmente le basi teoriche e gli obiettivi pratici del buddismo in quanto tale? Infatti, se non c'è differenza tra il mondo della sofferenza e il raggiungimento della pace, allora che tipo di lavoro deve fare un buddista che cerca di porre fine alla sofferenza? Nagarjuna risponde ricordando ai filosofi buddisti che, come Gautama Sakyamuni aveva rifiutato il sostanzialismo metafisico ed empirico con l'insegnamento della "non anima" (anatman) e dell'interdipendenza causale (pratityasamputpada), il Buddhismo Scolastico doveva quindi rimanere fedele a questa posizione non sostanzialista attraverso il rifiuto delle teorie causali che richiedevano nozioni di natura fissa (svabhava), teorie che reificavano metafisicamente la differenza tra samsara e nirvana. Questo successivo rifiuto potrebbe basarsi sulla nozione, appena coniata da Nagarjuna, di "vuoto", "assenza" o "nullità" (sunyata) di tutte le cose.
[...]
Ma forse la cosa più rivoluzionaria è stata l'estensione da parte di Nagarjuna della dottrina della "vacuità" di tutti i fenomeni alla discussione del rapporto tra il Buddha e il mondo, tra il ciclo delle rinascite inflitte dal dolore (samsara) e la libertà soddisfatta e priva di desideri (nirvana). Il Buddha, conosciuto colloquialmente come "colui che è venuto e se n'è andato" (Tathagata), non può essere propriamente pensato per Nagarjuna nel modo in cui lo hanno fatto gli scolastici buddisti, cioè come il seme eternamente puro del vero insegnamento di pace che mette a tacere le illusioni del mondo altrimenti contaminato. Il nome e la persona di "Buddha" non devono servire come base teorica e giustificazione della distinzione tra il mondo ordinario, ignorante, e l'illuminazione perfetta. Dopo tutto, ricorda Nagarjuna ai suoi lettori, tutti i cambiamenti nel mondo, comprese le trasformazioni che portano all'illuminazione, sono possibili solo grazie alla causalità interdipendente (pratityasamutpada), e la causalità interdipendente, a sua volta, è possibile solo perché le cose, i fenomeni, non hanno una natura fissa e quindi sono aperti (sunya) alla trasformazione. Il Buddha stesso si è trasformato solo a causa dell'interdipendenza e della vacuità e quindi, come afferma Nagarjuna, "la natura del Tathagata è la natura stessa del mondo". È evidente che non si possono fare delimitazioni essenziali tra il mondo della sofferenza e le pratiche che possono portare alla pace, perché entrambi sono solo risultati alternativi nel nesso dell'interdipendenza del mondo.
[...]
tratto da: Nagarjuna, il secondo Budda, il maestro del metodo scettico, la Via di Mezzo
Ecco, su questa questione Nichiren Daishonin condivide totalmente la visione di Nagarjuna. A questo punto dovrebbe essere evidente che la Via di Mezzo di Nagarjuna e la frase di Nichiren Daishonin secondo cui "le illusioni e i desideri sono illuminazione" sono complementari e integrati in una visione coerente della pratica buddista. Riassumiamo alcuni punti principali:
Non-dualità → La visione di Nichiren che "le illusioni e i desideri sono illuminazione" si allinea con la comprensione della vacuità di Nagarjuna. Se tutto è vacuo di esistenza intrinseca, allora anche le illusioni, i desideri e l'illuminazione non hanno un'essenza indipendente.
Entrambi gli insegnamenti enfatizzano la trasformazione della mente. Nel contesto della Via di Mezzo, si tratta di comprendere la vacuità per evitare di aggrapparsi agli estremi (di esistenza assoluta o di non esistenza) e vivere in armonia con la vera natura della realtà. Nel contesto di Nichiren, si tratta di trasformare e purificare la propria mente, con le sue illusioni e desideri, attraverso la pratica del Daimoku, rimanendo nella realtà della vita quotidiana.
Recitazione del Daimoku → La pratica del Daimoku (Nam-myoho-renge-kyo) insegnata di Nichiren Daishonin può essere vista come un metodo per coltivare la comprensione della vacuità e realizzare la Via di Mezzo. Attraverso questa pratica, sviluppiamo una visione che integra le esperienze mondane con la saggezza ultima, riconosciamo realtà della vita e illuminazione come interconnesse e interdipendenti, e vediamo entrambe come manifestazioni della stessa realtà vacua.
A tal proposito, vale la pena di notare che Nichiren Daishonin abbraccia il principio del "mutuo possesso dei Dieci Mondi", secondo cui il "mondo di inferno" contiene anche il "mondo di Buddità" e il "mondo di Buddità" contiene anche il "mondo di inferno". Sofferenza estrema ed illuminazione del Budda si includono quindi a vicenda.
Nascita e morte come nirvana → L'insegnamento di Nichiren che "le sofferenze di nascita e morte sono nirvana" riflette l'idea di Nagarjuna che non c'è una separazione essenziale tra samsara (il ciclo delle rinascite) e nirvana (la liberazione dal ciclo delle rinascite). Entrambi sono vacui di esistenza intrinseca.
Inoltre, Nichiren Daishonin ci fa notare che la vita "non viene né generata né distrutta". Sebbene non esista un'anima stabile, c'è una continuità della vita. Questo può essere paragonato a una fiamma che passa da una candela all'altra. La fiamma non è la stessa, ma è un continuum. Allo stesso modo, la vita continua attraverso cicli di nascita e morte, ma senza un'entità immutabile che persista.
L'insegnamento che la vita non ha un inizio né una fine assoluti sottolinea la natura interconnessa, impermanente e in continua trasformazione della vita. Questo punto di vista enfatizza la pratica e la realizzazione della saggezza per comprendere e vivere in armonia con la vera natura della realtà.
Purificazione attraverso la comprensione → La citazione dal Sutra di Virtù Universale e altre affermazioni simili nei testi di Nichiren sottolineano che non è necessario eliminare le illusioni e i desideri, ma comprenderne la vera natura. Questo è in linea con l'insegnamento della vacuità di Nagarjuna, dove la comprensione della vera natura delle cose conduce alla liberazione.
Nichiren e Nagarjuna insegnano entrambi che non bisogna respingere le esperienze mondane, ma comprenderle e trasformarle. La Via di Mezzo evita l'estremo della negazione della realtà mondana, mentre gli insegnamenti di Nichiren enfatizzano l'uso delle esperienze quotidiane come mezzo per raggiungere l'illuminazione.
Il principio che "l'ignoranza e la polvere dei desideri sono illuminazione" indica che le stesse cause di sofferenza e desiderio possono essere trasformate in saggezza. La polvere dei desideri non è qualcosa da evitare, ma da purificare attraverso la pratica e la comprensione.
Vantaggi del "non aggrapparsi" alle idee
La Via di Mezzo ci insegna a mantenere una mente aperta e flessibile. In pratica, questo significa:
Accettare la fluidità delle idee → Le nostre convinzioni possono evolvere con nuove esperienze e informazioni. Riconoscere questo ci libera dal dogmatismo e ci permette di adattarci meglio alle circostanze mutevoli.
Essere aperti al dialogo → Ascoltare le opinioni degli altri senza pregiudizi arricchisce il nostro punto di vista e ci aiuta a trovare soluzioni più equilibrate nei conflitti.
Essere adattabili → Affrontando cambiamenti o situazioni inaspettate, possiamo reagire in modo più calmo e ponderato, senza sentirci minacciati o destabilizzati.
Evitare il conflitto → Molti conflitti nascono dall'attaccamento a idee fisse. Se impariamo a non identificarci troppo con le nostre opinioni, possiamo risolvere i conflitti in modo più pacifico.
Esaminare le idee → Abituarci a esaminare criticamente le nostre credenze e opinioni, con la disposizione a cambiare idea quando le prove ci mostrano che siamo in errore.
Sperimentare la libertà mentale → Liberarci dall'attaccamento alle idee ci offre una grande libertà mentale. Possiamo esplorare nuove possibilità e approcci senza sentirci limitati dalle vecchie credenze.
Il distacco dalle idee non significa distacco dall'umanità o dal benessere degli altri. Al contrario, liberarci dall'attaccamento alle idee favorisce la compassione (karuna) e la non violenza (ahimsa):
Coltivare la compassione → Liberarci dall'attaccamento alle nostre idee ci permette di vedere e comprendere meglio le sofferenze degli altri. Possiamo rispondere con maggiore empatia e gentilezza, promuovendo il benessere altrui senza essere limitati da pregiudizi o credenze rigide.
Praticare la non violenza → Senza l'attaccamento alle idee, siamo meno inclini a entrare in conflitto con gli altri. La non violenza diventa un modo naturale di interagire con il mondo, poiché comprendiamo la vacuità delle posizioni assolute e vediamo il valore dell'armonia e della pace.
La combinazione di consapevolezza, compassione e non violenza ci permette di vivere in modo più completo e autentico, contribuendo positivamente al mondo che ci circonda.
Differenza tra idee e fede
Sia nella tradizione di Nagarjuna che nel Buddismo di Nichiren Daishonin, la "fede" è vista come "fiducia" negli insegnamenti buddisti, che deve essere accompagnata dalla pratica e dalla comprensione. Non è un atto di sottomissione cieca, ma un processo attivo e consapevole di esplorazione e trasformazione personale.
Nagarjuna utilizza la critica delle costruzioni concettuali per dimostrare che tutte le teorie e le visioni del mondo sono, in ultima analisi, vuote di essenza. Questo approccio rifiuta qualsiasi forma di dogmatismo, poiché ogni concetto è soggetto a decostruzione e analisi critica.
Anche Nichiren Daishonin rifiuta un'accettazione passiva di dogmi. Nichiren incoraggia i suoi seguaci a studiare profondamente gli insegnamenti in modo critico. Questa enfasi sullo studio e sul fare domande contrasta con il dogmatismo, poiché i praticanti sono invitati a comprendere, a interiorizzare e a "vivere" gli insegnamenti piuttosto che ad accettarli ciecamente.
L'insegnamento sia di Nagarjuna che di Nichiren Daishonin implica un invito a non avere "risposte pronte" su nessuna questione, promuovendo invece un approccio dinamico e investigativo alla comprensione della realtà e degli insegnamenti buddisti. La fede (cioè la fiducia) e la comprensione crescono attraverso l'esperienza e la pratica, piuttosto che attraverso l'adozione di risposte preconfezionate.
(27 luglio 2024)
Bisogna studiare, senza fermarsi al settarismo di nessuno
Il risultato più alto dell'educazione è la tolleranza.
(Helen Keller)
L'istruzione è la capacità di ascoltare quasi tutto senza perdere la calma o la fiducia in se stessi.
(Robert Frost)
Sappiamo ciò che c'è, ma non sappiamo ciò che potrebbe esserci. Desiderare un mondo migliore è possibile.
(Giulio Ripa, aforismi)
Se vogliamo comprendere la realtà con il ragionamento, inciampiamo in una contraddizione dopo l'altra.
(Francesco Galgani, Studiare serve a confermare la propria ignoranza?)
L'insegnamento fondamentale della vita a cui partecipiamo è comprendere la vita stessa.
(Giulio Ripa, aforismi)
Non puoi insegnare qualcosa a un uomo; puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé.
(Galileo Galilei)
Gli uomini che non sanno nulla degli argomenti di discussione possono parlare, mentre gli uomini che sanno molto spesso tacciono.
(George Bernard Shaw)
Dalai Lama - Il senso della vita: Karuna (compassione) e Ahimsa (non-violenza)
In calce riporto un video del 2021, pieno di cuore, del Dalai Lama (fonte). Qui di seguito una sintesi degli argomenti trattati.
Introduzione a Karuna e Ahimsa: Karuna (compassione) e Ahimsa (non-violenza) sono due concetti fondamentali nel buddismo e nella filosofia indiana. Karuna si riferisce alla compassione, che nel buddismo riguarda il desiderio di alleviare la sofferenza degli altri e portare loro felicità. Questo tipo di compassione non è limitato solo agli esseri umani, ma si estende a tutti gli esseri senzienti. Ahimsa, invece, è il principio della non-violenza, che implica non solo l'astensione dalla violenza fisica, ma anche da quella verbale e mentale. Ahimsa promuove un atteggiamento di gentilezza e rispetto verso tutti gli esseri viventi.
Il Dalai Lama evidenzia come la compassione sia la chiave per un mondo migliore. La compassione porta a una maggiore comprensione e tolleranza, riducendo conflitti e promuovendo la pace. Inoltre, la pratica della non-violenza aiuta a risolvere i problemi in modo costruttivo e senza causare ulteriori sofferenze.
Saggezza antica indiana: Il Dalai Lama esprime grande ammirazione per la saggezza antica indiana, che ha contribuito significativamente allo sviluppo della filosofia e della logica. Egli menziona come la filosofia indiana abbia influenzato profondamente il buddismo tibetano, in particolare attraverso l'approccio investigativo e logico alla comprensione della realtà.
Questa saggezza antica è vista come una risorsa preziosa per l'umanità moderna, offrendo strumenti per affrontare le sfide contemporanee. Il Dalai Lama incoraggia lo studio e l'integrazione di questi antichi insegnamenti nella vita quotidiana, poiché essi promuovono un modo di vivere etico e consapevole.
Importanza dell'educazione secolare: Il Dalai Lama enfatizza la necessità di un'etica secolare che abbracci i valori di non-violenza e compassione, indipendentemente dalla fede religiosa. Egli crede che l'educazione dovrebbe insegnare questi principi per migliorare la società nel suo complesso. La compassione e la non-violenza, infatti, non sono solo valori religiosi, ma universali e fondamentali per il benessere collettivo.
L'educazione secolare deve quindi includere insegnamenti sull'etica e sulla gestione delle emozioni, fornendo agli studenti gli strumenti per vivere in armonia con gli altri. Questo approccio può contribuire a ridurre la violenza e promuovere una cultura di pace e rispetto reciproco.
Relazione tra salute fisica e mentale: Il Dalai Lama discute la stretta connessione tra la salute fisica e mentale. Egli spiega che una mente tranquilla e priva di ansia può avere un impatto positivo sulla salute fisica, contribuendo a ridurre problemi come l'ipertensione. Una mente serena è meno soggetta a stress, che è una delle principali cause di molte malattie moderne.
D'altro canto, egli riconosce che anche le malattie fisiche possono influenzare negativamente la mente. Tuttavia, mantenere una mente pacifica e compassionevole può aiutare a gestire meglio le malattie e le difficoltà fisiche, promuovendo un equilibrio generale tra corpo e mente.
L'importanza della conoscenza interiore: Il Dalai Lama parla dell'importanza di comprendere la mente e le emozioni umane, come insegnato nella tradizione buddista. Egli afferma che l'altruismo e la compassione sono antidoti all'egoismo e alle emozioni negative. La pratica della compassione aiuta a sviluppare una mente calma e centrata, riducendo l'influenza di emozioni distruttive come la rabbia e la gelosia.
Egli sottolinea che la conoscenza interiore è fondamentale per il benessere personale e collettivo. Comprendere come funzionano la mente e le emozioni permette di gestire meglio i propri stati d'animo e di vivere in modo più equilibrato e soddisfacente.
Riflessioni sulla fisica quantistica: Il Dalai Lama confronta la filosofia buddista con la fisica quantistica, osservando che entrambe riconoscono che la realtà non esiste come appare superficialmente. Egli spiega che la comprensione profonda della realtà, come insegnato nella filosofia indiana, può aiutare a ridurre le emozioni negative che si basano su percezioni errate.
Questa riflessione mostra come antichi insegnamenti filosofici possano avere rilevanza anche nel contesto della scienza moderna. La fisica quantistica, come la filosofia buddista, suggerisce che la realtà è molto più complessa di quanto appare, invitando a un approccio più aperto e investigativo alla conoscenza.
Risposta ai problemi globali ed ecologia: Il Dalai Lama, nel rispondere a una domanda sui problemi globali come il riscaldamento climatico e la pandemia, sostiene che affrontarli richiede un approccio olistico e cooperativo, basato sulla compassione e la non-violenza. Egli usa il termine "ecologia" per sottolineare l'importanza di preservare e aver cura dell'ambiente naturale.
L'ecologia, per il Dalai Lama, è una questione che va oltre il cambiamento climatico e riguarda il nostro modo di vivere in armonia con la natura. Promuovere pratiche ecologiche è fondamentale per il benessere di tutti.
Ruolo della spiritualità e religione: Il Dalai Lama rispetta tutte le tradizioni religiose, sottolineando che il concetto di compassione e non-violenza è comune a tutte le principali religioni del mondo. Egli crede che questi principi possano unire l'umanità e promuovere una convivenza pacifica e armoniosa.
Egli risponde anche a una domanda su Dio, mostrando grande saggezza e rispetto per le diverse credenze. Spiega che per miliardi di persone, inclusi ebrei, cristiani e musulmani, credere in un Dio creatore "pieno di amore" è utile e positivo, poiché li ispira a vivere in modo amorevole e compassionevole. Tuttavia, per i buddisti, l'attenzione è posta sull'autoresponsabilità e sulla pratica personale per raggiungere la pace interiore.
Esperienze personali: Il Dalai Lama condivide esperienze personali e aneddoti per illustrare l'importanza della compassione, anche in situazioni di grande difficoltà, come il suo esilio dal Tibet. Un aneddoto particolarmente significativo è quello di un monaco tibetano imprigionato per 18 anni in Cina. Questo monaco riferì di essersi sentito in pericolo più volte, spiegando che il "pericolo" era la perdita di compassione per i cinesi. Questo esempio enfatizza il ruolo cruciale della compassione nella pratica buddista.
Queste storie personali mostrano come la pratica della compassione e della non-violenza non sia solo teorica, ma possa essere applicata concretamente nella vita quotidiana per superare le difficoltà con serenità e forza d'animo.
Gaza
C'è chi in una fetta di pane non vede nulla.
Altri ci vedono la misericordia e la benedizione di Allah.
(1 luglio 2024)
Esplorando il Dhammapada, libero commentario
Pubblico questo mio lavoro incompleto, così com'è, iniziato a luglio 2024 e finito il 2 aprile 2025. Avrei voluto esaminare tutte le strofe, ma ho preferito non andare oltre la 182 affinché il mio desiderio di completare questa opera, troppo imponente per le mie limitate risorse, non diventasse una forma di attaccamento. Le appendici e le conclusioni comunque ci sono.
Mentre il mondo si prepara alla guerra, noi prepariamoci alla pace.
(Francesco Galgani, 2 aprile 2025)
Indice
Non importa fare tutto nella vita, ma mettere i semi giusti
Non insultare, non maltrattare
coltiva la rinuncia
nel rispetto della disciplina
frugale nel mangiare e pago
della dimora che hai
dònati all'intento consapevole:
questo è l'insegnamento del Buddha.
(tratto dal Dhammapada)
Non insultare, non maltrattare
Questo verso invita a evitare comportamenti dannosi verso gli altri, sia verbalmente che fisicamente. Insultare e maltrattare causano sofferenza sia a chi li riceve che a chi li perpetra, perché generano negatività e conflitti.
coltiva la rinuncia
Qui si parla di coltivare il distacco dai desideri, dalle avversioni e dagli attaccamenti materiali. La rinuncia è vista come un mezzo per raggiungere una mente più serena e libera dalle passioni che causano sofferenza.
nel rispetto della disciplina
La disciplina si riferisce alla pratica delle regole etiche e morali insegnate dal Buddha. Rispettare la disciplina aiuta a mantenere una vita virtuosa e a evitare azioni che potrebbero causare sofferenza.
frugale nel mangiare e pago della dimora che hai
Essere frugali nel mangiare significa moderarsi e non indulgere nei piaceri del cibo, mangiando solo quanto necessario per mantenersi in salute. Essere soddisfatti della propria dimora indica l'importanza di apprezzare ciò che si ha senza desiderare costantemente di più.
dònati all'intento consapevole
Questo verso incoraggia la pratica della consapevolezza e della presenza mentale. Essere consapevoli di ogni azione, parola e pensiero aiuta a vivere in modo più intenzionale e a evitare comportamenti impulsivi che possono portare alla sofferenza.
questo è l'insegnamento del Buddha
Infine, il verso afferma che questi principi costituiscono l'essenza dell'insegnamento del Buddha. Seguendo questi precetti, si può vivere una vita più pacifica e raggiungere una maggiore comprensione e saggezza.
In sintesi, questi versi del Dhammapada riassumono alcuni dei principi fondamentali dell'insegnamento buddhista: evitare di fare del male, praticare la rinuncia e la moderazione, rispettare la disciplina morale, essere consapevoli e vivere con gratitudine e apprezzamento per ciò che si ha.
Ajahn Chah (monaco buddista thailandese, 1918-1992), scrisse in Al di là:
La moralità è il padre e la madre del Dhamma. All’inizio dobbiamo avere moralità. Moralità è pace. Questo significa che non si commettono cattive azioni con il corpo o con la parola. Quando non facciamo cose sbagliate, non ci agitiamo; quando non ci agitiamo la pace e il raccoglimento sorgono nella mente. Per questo diciamo che moralità, concentrazione e saggezza sono il Sentiero verso l’Illuminazione percorso da tutti gli Esseri Nobili. Sono tutte quante una sola cosa. Moralità è concentrazione, concentrazione è moralità. Concentrazione è saggezza, saggezza è concentrazione. È come un mango. Quando è un fiore, lo chiamiamo fiore. Quando diventa un frutto, lo chiamiamo mango. Quando matura, lo chiamiamo mango maturo. Il tutto è un mango, però cambia continuamente. Il grande mango cresce dal mango piccolo, il piccolo mango diventa un grande mango. Li potete considerare frutti differenti oppure uno solo. Moralità, concentrazione e saggezza sono in relazione in questo modo. Alla fine tutto è un sentiero che conduce all’Illuminazione.
Link al testo completo di Al di là.
(28 giugno 2024)
La legge eterna in risposta alle guerre
Qualcuno si ricorda ancora del referendum contro l'invio di armi in Ucraina?
E' passato più di un anno. L'esito ha dimostrato, e continua a dimostrare, che la via delle iniziative politiche non porta a nulla se prima non avviene una profonda e intima trasformazione.
Se c'è guerra, fermiamoci.
Se c'è rabbia, fermiamoci.
La felicità non viene dal vincere le guerre, ma dal seguire la virtù.
Dentro di me sono confluiti vari insegnamenti. Alla fine, questo, tratto dal Dhammapada, li riassume tutti:
L’odio non può sconfiggere l’odio,
solo esser pronti all’amore lo può.
Questa è la legge eterna.
(24 giugno 2024)
Dhammapada ➙ Audiolibro
A corredo del testo completo del Dhammapada, riporto anche:
Le traduzioni usate nel testo che ho riportato nel blog e nell'audiolibro sono diverse, ma sostanzialmente uguali nel significato. L'audiolibro fa riferimento alla traduzione riportata qui.
Voce di Valeria Boria (fonte)
INDICE
00:00 I Yamaka-Vagga - I Versi gemelli
04:09 II Appamada-Vagga - La Consapevolezza
06:47 III Citta-Vagga - La Mente
09:01 IV Puppha-Vagga - I Fiori
11:59 V Bala-Vagga - Lo Stolto
15:21 VI Pandita-Vagga - Il Saggio
17:59 VII Arahanta-Vagga - Gli Arhat
20:01 VIII Sahassa-Vagga - Le Migliaia
22:17 IX Papa-Vagga - Il Peccato
24:45 X Danda-Vagga - Il Castigo
27:58 XI Jara-Vagga - La Vecchiaia
30:07 XII Atta-Vagga - Te Stesso
32:14 XII Loka-Vagga – Il Mondo
34:31 XIV Buddha-Vagga - Il Risvegliato
37:56 XV Sukha-Vagga - La Gioia
40:18 XVI Piya-Vagga - Il Piacere
42:27 XVII Kodha-Vagga - L’Ira
44:51 XVIII Mala-Vagga - L’Impurità
48:36 XIX Dhammattha-Vagga - L'Uomo Giusto
51:30 XX Magga-Vagga - La Via
55:05 XXI Pakinnaka-Vagga - Versi Vari
58:22 XXII Niraya-Vagga - La Caduta
1:01:11 XXIII Naga-Vagga - L’Elefante
1:04:15 XXIV Tanha-Vagga - La Bramosia
1:10:14 XXV Bhikkhu-Vagga - Il Bhikkhu
1:14:39 XXVI Brahmana-Vagga - Il Brahmana
(23 giugno 2024)
Prima del disastro nucleare
possa Egli illuminare le nostre menti.
Possa la luce divina del Supremo illuminare il nostro intelletto,
per condurci lungo un percorso di rettitudine.
Meditiamo sulla gloria di questo Essere che ha prodotto questo universo,
possa Egli illuminare le nostre menti.
O Madre Divina, il nostro cuore è coperto di tenebre,
Ti preghiamo: allontana da noi questa oscurità ed accendi la Luce dentro di noi.
Il piacevole potere della rinuncia in risposta alle guerre
La rinuncia, intesa come abbandono dei veleni interiori quali collera, avidità, bramosia, prepotenza, megalomania e stupidità, è una risposta potente e benefica alle guerre di ogni tipo: personali, di gruppo, tra popoli o tra alleanze di nazioni. Nel nostro mondo dove conflitti e tensioni crescono costantemente e drammaticamente, riscoprire e applicare la "voglia di rinunciare" può offrirci una soluzione interiore capace di trasformare le dinamiche interpersonali e internazionali.
La scrittura di queste riflessioni mi è stata ispirata dal Dhammapada, nel quale la parola "rinuncia" compare 14 volte, e "rinunciante" 23 volte:
110
Un solo giorno vissuto
con chiara intenzione e onestà
ha più valore di cento anni
privi di disciplina
e di saggia rinuncia.
La rinuncia non va intesa come un atteggiamento rinunciatario o passivo, ma come un atto consapevole di abbandono delle negatività che alimentano i conflitti. Questo concetto è radicato in diverse filosofie antiche, che ci offrono una guida per comprendere e applicare la rinuncia nel contesto moderno.
Nel Buddismo, la rinuncia è fondamentale per raggiungere la pace interiore e l'illuminazione. I monaci buddisti rinunciano non solo ai beni materiali ma anche ai desideri e alle avversioni, riconoscendo che questi sono le principali cause della sofferenza. Liberarsi da collera, avidità e stupidità permette di sperimentare una maggiore libertà e felicità, riducendo così la propensione al conflitto.
Similmente, nel Jainismo, la rinuncia è un mezzo per purificare l'anima e liberarsi dal ciclo delle reincarnazioni. I monaci jainisti praticano una rigorosa disciplina che ha come fondamento la non-violenza e l'astensione dai beni materiali, favorendo una vita di pace e armonia. Questo approccio promuove una convivenza pacifica e rispettosa verso tutte le creature.
Il Taoismo, con il suo richiamo alla semplicità e all'armonia con la natura, insegna che rinunciare agli eccessi e alle ambizioni personali permette di vivere in equilibrio con il mondo circostante. L'obiettivo del Wu Wei è quello di mantenere gli esseri umani in armonia con la natura, affinché il mondo segua la sua naturale evoluzione. Per fare questo non si deve ambire ad azioni troppo grandi o complesse. Queste azioni, se irrealizzabili, saranno solamente causa di sofferenza e sentimenti negativi.
Nell'Induismo, la rinuncia è vista come uno stadio della vita, un passo necessario per raggiungere la moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite. Questo percorso di rinuncia alle illusioni materiali e alle ambizioni egoistiche può essere applicato anche per superare le rivalità e le dispute, favorendo una vita di armonia e comprensione reciproca. "Chi si reca in India per la prima volta, non può fare a meno di notare una moltitudine di uomini che seguono il cammino della rinuncia. [...] Nelle grandi festività religiose induiste [...], nudi, o coperti di pochi cenci, cosparsi di cenere e con le chiome lunghissime e incolte, i sādhu danno all’occidentale la sensazione di un salto indietro nel tempo, quasi si fosse proiettati nel terzo–quinto secolo della nostra era, davanti a certi penitenti cristiani, avvezzi a mortificazioni, astinenze, digiuni e flagellazioni, così ben descritti dal premio Nobel Anatole France nella sua Taide" (tratto da: "Rinuncia, ascesi e salvezza nell’India antica").
Fin qui ho parlato dell'Asia. Una doverosa citazione, prima di dare uno sguardo altrove, riguarda la vita di rinunce del Mahatma Gandhi. Egli abbracciò una vita di austerità, rinunciando a beni materiali, comfort e potere politico per aderire ai principi di semplicità e non-violenza. La sua filosofia, fondata sul concetto di Ahimsa, lo spinse a praticare il digiuno, la castità e a vestire un semplice dhoti filato a mano, in segno di solidarietà con i poveri e per promuovere l'autosufficienza del suo popolo. Ogni sua rinuncia era un passo verso l'armonia sociale, un modo per dimostrare che la vera forza risiede nella resistenza pacifica e nella capacità di sacrificarsi per il bene comune.
Diamo adesso uno sguardo ad Occidente.
Lo Stoicismo dell'antica Grecia, rappresentato da pensatori come Seneca e Marco Aurelio, enfatizzava le virtù cardinali di saggezza, giustizia, coraggio e temperanza come mezzo per raggiungere la felicità. Gli stoici insegnavano che la felicità deriva dal vivere in accordo con la natura e dalla libertà dagli attaccamenti e dalle emozioni distruttive, riducendo così i motivi di conflitto. Nella filosofia stoica, l’amor fati, o "amore per il destino", rappresenta un principio centrale e profondamente curativo. Questo concetto, lungi dall’essere una mera accettazione passiva degli eventi, è una forma di amore attivo e consapevole per tutto ciò che accade nella nostra vita. Gli stoici insegnavano che l’accettazione totale e incondizionata del nostro destino ci permette di vivere in armonia con la natura e con noi stessi, liberandoci dalle catene delle emozioni negative e delle aspettative irrealistiche.
Anche l'Epicureismo promuoveva la rinuncia agli eccessi e la ricerca di piaceri semplici e naturali. "Epicuro è contrario al piacere volgare [...]. Solo i desideri naturali necessari (mangiare) vanno soddisfatti, perché i desideri naturali non necessari (mangiare bene) ed i non naturali non necessari (ricchezze) non sono raggiungibili completamente e perciò provocano anche dolore. Così bisogna rinunciare ad un piacere se da ciò possa venire un dolore maggiore ed accettare il dolore se da ciò possa venire un maggiore piacere. Il frammento in cui sostiene come sia più bello e più piacevole fare il bene che riceverlo fuga qualsiasi dubbio di edonismo avanzato nei confronti della filosofia epicurea." (fonte)
Nel Cristianesimo, la rinuncia ai beni materiali è vista come un atto di fede e di dedizione a Dio. Molti santi e asceti cristiani hanno praticato la rinuncia per avvicinarsi alla spiritualità e all'amore divino. La rinuncia è vista come un mezzo per purificare l'anima e vivere una vita virtuosa, libera dai conflitti interiori e sociali. San Francesco d'Assisi è uno degli esempi più celebri: nato in una famiglia ricca, abbandonò tutti i suoi beni per vivere in povertà e servire i poveri e i malati. La sua vita di rinuncia e umiltà è diventata un modello di santità e devozione per molti cristiani.
Tra l'altro, nel Cristianesimo il digiuno riveste un ruolo cruciale come pratica spirituale e ascetica che ha radici profonde nella tradizione biblica e patristica. Voglio fare una breve parentesi su questo punto perché nella società odierna occidentale sembra qualcosa di ormai dimenticato, eppure è una forma di rinuncia che ha importanti effetti benefici nel corpo e nell'anima, placando le emozioni negative e suscitando positività. Nel Cristianesimo, è inteso come un mezzo di purificazione e di avvicinamento a Dio, simbolizzando la rinuncia ai piaceri mondani per favorire una maggiore attenzione alla dimensione spirituale. Nella Bibbia, il digiuno è spesso associato a momenti di penitenza, preghiera e preparazione per eventi significativi, come dimostrano gli esempi di Mosè, Elia e Gesù:
- Così Mosè rimase là con l'Eterno quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane né bevve acqua. E l'Eterno scrisse sulle tavole le parole del patto, i dieci comandamenti. (Libro dell'Esodo, capitolo 34, versetto 28)
- E l'angelo dell'Eterno tornò la seconda volta, lo toccò, e disse: "Alzati e mangia, poiché il cammino è troppo lungo per te". Elia si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli dette, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio. (Primo Libro dei Re, capitolo 19, versetti 7-8)
- Quando digiunate non diventate malinconici come gli ipocriti che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. [...]. Lavati il volto e profumati la testa perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo. (Matteo 6, 16-18)
- Gesù, ripieno di Spirito Santo, partì dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto, dove, per quaranta giorni fu tentato dal diavolo. In quei giorni non mangiò niente; ma al loro termine ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei il Figlio di Dio, dì a queste pietre che diventino pane". E Gesù gli rispose: "Sta scritto: L'uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola di Dio". (Luca 4, 1-4)
Anche nell'Islam la rinuncia gioca un ruolo importante. Il concetto di Zuhd, che letteralmente significa "rinuncia" e si riferisce all'ascetismo, incoraggia i musulmani a vivere una vita semplice e a evitare l'attaccamento ai beni materiali. In questo caso, per rinuncia si intende l'allontanamento da un oggetto precedentemente desiderato che è, contemporaneamente, un volgersi verso qualcosa che viene riconosciuto come migliore. La rinuncia non è solo esteriore ma soprattutto interiore. Gli asceti musulmani chiamano "questo mondo" tutto ciò che distrae da Dio e separa l'uomo da Lui, intendendo non l'intero mondo di oggetti sensualmente percepibili come tali, ma la totalità di ciò che non è in relazione con Dio e non è colto e utilizzato per il suo bene.
Con questo ho concluso un breve sguardo a varie religioni e filosofie. A ciò vorrei aggiungere che praticare la rinuncia ai desideri materiali superflui e alle emozioni negative può avere benefici psicologici e fisici significativi. Ridurre l'attaccamento ai beni materiali può portarci a una maggiore pace interiore, riducendo lo stress e migliorando la nostra salute mentale e fisica. Le relazioni interpersonali possono diventare più genuine e significative, mentre l'ambiente beneficia di un consumo ridotto e di uno stile di vita più sostenibile.
Il Minimalismo, una moderna interpretazione della rinuncia, può portare a una maggiore soddisfazione e libertà, favorendo la concentrazione, la produttività e la creatività. Si tratta di una concezione di vita dove si tende a possedere, a volere e fare solo quello che davvero è necessario, pertanto essenziale.
In un'epoca dominata dal neoliberismo (cioè dalla guerra di tutti contro tutti) e dalla tecnologia, la pratica della rinuncia ci offre una via per ritrovare l'essenziale e vivere in modo più autentico e consapevole. Nel mondo digitale di oggi, la rinuncia può significare anche disconnettersi dai dispositivi e dai social media. Questo può regalarci maggiore concentrazione, produttività e salute mentale.
L'uso eccessivo di smartphone, computer e social media può portare a una serie di problemi, tra cui stress, ansia, emozioni negative, disturbi del sonno, irritabilità e deterioramento delle relazioni interpersonali. Rinunciare a un uso costante e pervasivo della tecnologia può contribuire a migliorare il nostro benessere generale, la concentrazione e la produttività. Quando si riducono le distrazioni digitali, è più facile focalizzarsi sulle attività importanti. Questo può portarci a una maggiore soddisfazione nel lavoro e nello studio.
La rinuncia alla tecnologia può anche promuovere relazioni più autentiche e significative. Passare meno tempo sui social media e più tempo con le persone care in interazioni faccia a faccia può rafforzarci i legami e migliorare la qualità delle relazioni. Questo favorisce una maggiore connessione e comprensione reciproca. Soprattutto, rinunciando a un po' di tecnologia a favore degli incontri di persona, ci guadagniamo in maggiore salute mentale, maggiore nutrimento affettivo, maggiore calore umano ed empatia, e minor voglia di fare le guerre.
«[...] quel “nutrimento affettivo” di cui ha un gran bisogno l’essere umano non può essere mediato da alcuna tecnologia e [...], anzi, al crescere della fiducia nella tecnologia decresce quella negli esseri umani, fino al punto di poter pensare di fare a meno della compagnia altrui» (tratto da "Solitudine e Contesti Virtuali").
In poche parole, rinunciando si guadagna assai di più di ciò che si perde.
(21 giugno 2024)
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