Oltre il fare e l'essere, dove poniamo l'attenzione?
Simili a un cane che si morde la coda, siamo ossessionati dalla domanda "Perché?", cui subito segue la sua gemella, non meno ossessiva, "Come?", nel senso di come fare per cambiare. Non a caso, tutte le propagande elettorali del mondo parlano sempre di "cambiamento", solitamente proponendo intenzioni irrealistiche, ma persuasive. Stesso discorso per la nostra mente, in cui sovente idee vagabonde fanno a gara in una propaganda elettorale continua, proponendo ciò che non c'è. Tali idee, tra l'altro, sono abili nel nascondere la loro origine.
In questo tumultuoso moto interno, comune alla maggior parte di noi, fatta eccezione per quei pochi che già da tempo si sono pacificati, la ricerca della felicità non è altro che la ricerca di risposte alle domande sbagliate.
Il primo inganno sta nel senso dell'esistenza, che nessuno mai ci spiega, o se lo fa nasconde interessi o bisogno di conferme, come nel caso del proselitismo religioso, dell'indottrinamento ideologico o del patriottismo coercitivo. In tutti questi casi, l'obiettivo è quello di sostituire la coscienza individuale con quella del gruppo, eludendo completamente di affrontare quale sia il senso dell'esistenza.
Questa assenza di spiegazioni è sostituita da indicazioni subliminali ma estremamente potenti. La propaganda neoliberista ci accompagna dalla culla alla tomba, convincendoci che la risposta al "nulla", cioè ad una vita di per sé senza significato se non quello del caso o del caos, sta nel "fare" e nell'"emergere", cioè competere in una guerra infinita per essere visibili. Le anime meno ingenue possono tentare di sostituire la priorità del "fare" con quella dell'"essere", salvo poi dover comunque sottostare alle necessità del vivere quotidiano che spingono in tutt'altra direzione. Del resto, "fare" ed "essere" si sovrappongono quasi come se fossero sinonimi nella ricerca della propria identità sociale.
Ma qual è il soggetto dei verbi "fare" ed "essere"? E' l'ego in eterna guerra con il mondo, anche nel caso delle persone più docili che mai ammetterebbero a se stesse una simile banalità, preferendola sotterrata nel punto più buio dell'inconscio. Ma anche se non lo ammettiamo a noi stessi, questo ego ci comanda, ci motiva, ci protegge dall'annientamento, inventando e insistendo con ostinata fedeltà ai suoi veri scopi. Si oppone alla ragionevolezza facile ai compromessi e spesso ci obbliga alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando ci sentiamo non visti, non riconosciuti, non apprezzati, trascurati o contrastati. Questo, tra l'altro, è il motore dei cambiamenti nei costumi sociali, dell'originalità dei geni e di tutti coloro che innescano grandi cambiamenti o che storicamente li precedono.
In tutto ciò, di per sé, non c'è nulla di male, però prevale sempre un "Io", "Io", e ancora "Io" che mai troverà pace, né senso di se stesso.
Il grande inganno è che la felicità sia uno stato ideale dell'Io da raggiungere o che sia necessario "fare" qualcosa per essere felici. A conferma che si tratti di una suggestione fuorviante, basterebbe notare che la consapevolezza del senso della propria esistenza è già essa stessa felicità, perché è la risposta al perché dei perché, a quell'unica domanda essenziale che in tutti i modi scacciamo via con mille distrazioni, con il lavoro, con l'impegno sociale e familiare, con lo studio, con lo sport o, in alternativa, con un disimpegno rinunciatario da tutto ciò pari a quello di un clochard che va avanti per inerzia.
La vita è relazione e non esiste vita al di fuori della relazione, quindi il senso della vita è nella relazione, nella comunità terrena e in quella visibile solo con gli occhi della fede, nella qualità dei legami che costruiamo e nella gentilezza e attenzione con cui li curiamo. In questa "giusta attenzione" sta il senso delle nostre esistenze, che trascendono l'individualità e che si trovano all'interno di una grande rete di legami visibili e invisibili. Nessuna vita ha senso di per sé, perché di per sé non esiste. Non c'è nessun "fare" o "essere" da rincorrere. Esistiamo tutti insieme.
Anche l'eremita si relaziona, solitamente con la natura, con le divinità e gli angeli, e ciò gli è sufficiente per essere felice e in pace.
«Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimu, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui; et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che 'l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali.
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi' Signore et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.»
(Cantico delle Creature di San Francesco D'Assisi)
Inoltre:
«Non cercate la legge nelle vostre scritture, perché la legge è vita mentre la scrittura è cosa morta. […] Dio non scrisse le sue leggi sulle pagine dei libri ma nel nostro cuore e nel nostro spirito».
(Gesù, Vangelo Esseno della Pace)
(8 novembre 2024)
Oltre le teorie separative, siano esse di genere, di politica o di religione
Mentre l'umanità affonda nelle sue discariche, conta poco se siamo femminili, maschili o un misto dei due. Scompariremo tutti insieme. Questioni ben più pressanti che non il genere invocano la nostra attenzione. Stesso discorso per le prese di posizione faziose in difesa di una specifica religione o parte politica.
I miei lettori potrebbero pensare che io mi stia riferendo alle guerre divenute massacri senza regole, o alla distruzione così terribile dell'ecosistema d'aver reso agonizzante quanto di più bello il creato ci abbia donato, con grande sofferenza per tutte le sue creature. O ancora allo spettro nucleare o alla distruzione e glebalizzazione delle società e delle famiglie per il tramite dell'annientamento dello stato sociale, dello stato di diritto e della spinta potentissima alla gestione delle nostre vite con "menti metalliche" senza anima (più comunemente note come intelligenze artificiali). O ancora alla crescente miseria che si traduce in disperazione e criminalità. L'elenco potrebbe continuare con altri temi.
Orbene, questa volta no, non mi stavo riferendo a queste serie e tristi problematiche.
Le questioni più pressanti a cui alludevo si trovano altrove:
- Chi siamo?
- Dove siamo?
- Cosa stiamo facendo?
- Perché esistiamo?
- Cosa siamo venuti a fare in questo mondo? Ovvero, perché ci siamo incarnati?
- Com'è la vita nell'altro mondo, cioè quello oltre la morte, e in che modo è legata al nostro mondo?
- Perché gli esseri umani sono l'unica specie vivente sul pianeta senza un habitat specifico e incapaci di integrarsi nell'equilibrio delicato e precario nella natura?
- In che rapporto siamo con le altre forme di vita che da sempre chiamiamo angeli, demoni, e divinità? E più in generale, con le forme di vita che non vediamo ma che sappiamo esserci?
- Perché, come esseri umani, abbiamo una straordinaria tendenza a ubbidire, credere e combattere, anche se di solito le guerre che combattiamo non sono a beneficio dei diretti interessati? Dov'è la nostra coscienza? Perché introiettiamo così facilmente idee e convinzioni non nostre?
- In che modo la "fede", qualunque essa sia, è il punto di partenza o di arrivo di tutte le domande precedenti?
- Il punto di arrivo delle filosofie e delle scienze è l'accettazione della loro incapacità di descrivere la totalità, contraddittorietà e vacuità del reale, oltre la quale c'è solo la fede?
- Perché le esperienze dei mistici di tutto il mondo, di ogni cultura, fede ed epoca, si assomigliano tutte?
Forse, tenere spesso a mente anche una sola di queste domande, può bastare.
(2 novembre 2024)
Message to the unemployed, the poor, the excluded and the needy
[vai alla versione in italiano]
So many voices and official studies are warning us that the ever-widening adoption of artificial intelligence is increasing and will continue to increase unemployment, misery and social exclusion. Artificial intelligence is accentuating the concentration of wealth in the hands of a few companies and individuals. Let us look around, for everywhere we can see misery and degradation, material and moral, provided we have eyes to see, a mind to understand and a heart to feel.
We have known since the last century that sooner or later artificial intelligence would replace us in many jobs, creating a cascade of problems. This awareness has been heightened in recent years, even before the advent of ChatGPT. Then, when ChatGPT was made known to the whole world, the great enthusiasm made us forget the slavery of human beings to their technological artifacts. It has been like this for millennia, forever. Every new technology creates enthusiasm, addiction, blind adherence, seduction, but very few critical voices are heard.
Even now many jobs are being wiped out by artificial intelligence. But in the end the real problem is not the machines, but the trust we place in them. The more we trust technology, the less we trust ourselves and other people. Technology will never be able to give us what we need, which is affection and love, or explain or solve the mysteries of birth and death. No artificial intelligence will be able to tell us why we exist or what we came to this world to do. The answers to these questions are not computational objects of algorithms, not computable by artificial neurons, nor graspable with our ordinary cognitive tools. We can approach them only with a faith capable of penetrating the ineffable.
All this is happening while the world is engaged in great wars, great horrors that continue the tragedies and logics of the last century, with the externally induced desire to take sides. But those who fail to have compassion for all, victims and perpetrators, suffer from the learned inability to love, that same inability that divides the world into good and bad. In this scenario, so many people are waiting for the Apocalypse as a deliverance from misery and relentless suffering, and they are not ashamed to say so, wishing for a real nuclear conflict as soon as possible. But even if the worst of cataclysms happened, would we be better off afterwards?
In this valley of tears and darkness, there is hope, however. In the end, perhaps those who have a true passion for life, those who seldom give too much ground to fear and though never to being blackmailed, will be able to survive with dignity. When the time comes, these will be the ones best suited to go fearlessly to the weighing of the heart in the court of Anubis. Indeed, those who are creative, passionate and courageous, those who are not easily treated as puppets maneuvered by the psychopathies and perversions of others, will know how to find their way. The faith and courage that emerge from a clean and light heart enable us to face adversity, including misery, unemployment and illness.
Everything is temporary, everything is impermanent. Many jobs are in crisis, but no crisis is forever; everything transforms.
Suspended above the palace of the god Indra, a symbol of the natural forces that nurture and protect life, is a vast web. To each of its nodes is tied a jewel. Each jewel reflects in itself the image of all the others, making the net wonderfully luminous. Each of us is one of these jewels.
With wishes for faith and courage,
October 25, 2024
Messaggio ai disoccuppati, ai poveri, agli esclusi e ai bisognosi
[go to English version]
Tante voci e ricerche ufficiali ci stanno avvisando che la sempre più larga adozione dell'intelligenza artificiale sta aumentando e aumenterà sempre di più la disoccupazione, la miseria e l'esclusione sociale. L'intelligenza artificiale sta accentuando la concentrazione di ricchezza nelle mani di poche aziende e individui. Guardiamoci attorno, perché ovunque possiamo vedere miseria e degrado, materiale e morale, a condizione di avere occhi per vedere, mente per comprendere e cuore per sentire.
E' dal secolo scorso che sappiamo che prima o poi l'intelligenza artificiale ci avrebbe sostituiti in molti lavori, creando problemi su problemi. Tale consapevolezza si è accentuata negli ultimi anni, prima ancora dell'avvento di ChatGPT. Poi, quando ChatGPT è stato reso noto al mondo intero, il grande entusiasmo ci ha fatto dimenticare la schiavitù dell'essere umano nei confronti dei suoi artefatti tecnologici. E' così da millenni, da sempre. Ogni nuova tecnologia crea entusiasmo, dipendenza, adesione fideistica, seduzione, ma ben poche sono le voci critiche.
Già adesso molti lavori stanno venendo cancellati dall'intelligenza artificiale. Ma alla fine il vero problema non sono le macchine, ma la fiducia che noi riponiamo in esse. Maggiore è la fiducia nella tecnologia, e minore è quella in noi stessi e nelle altre persone. La tecnologia non potrà mai darci ciò di cui abbiamo bisogno, cioè affetto e amore, né spiegare o risolvere i misteri della nascita e della morte. Nessuna intelligenza artificiale potrà dirci perché esistiamo o che cosa siamo venuti a fare in questo mondo. Le risposte a queste domande non sono oggetto computazionale di algoritmi, non sono calcolabili tramite neuroni artificiali, né afferrabili con i nostri strumenti cognitivi ordinari. Possiamo avvicinarci ad esse solo con una fede capace di penetrare l'ineffabile.
Tutto ciò accade mentre il mondo è impegnato in grandi guerre, in grandi orrori che proseguono le tragedie e le logiche del secolo scorso, con il desiderio indotto dall'esterno di schierarci da una parte o dall'altra. Ma chi non riesce ad avere compassione per tutti, vittime e carnefici, soffre dell'incapacità appresa di amare, quella stessa incapacità che divide il mondo in buoni e cattivi. In questo scenario, tante persone stanno aspettando l'Apocalisse come liberazione dalla miseria e dalla sofferenza incessante, e non si vergognano a dirlo, augurandosi quanto prima un vero conflitto nucleare. Ma se anche accadesse il peggiore dei cataclismi, dopo staremmo meglio?
In questa valle di lacrime e di tenebre, c'è comunque una speranza. Alla fine, forse, riusciranno a sopravvivere con dignità coloro che hanno una vera passione per la vita, coloro che raramente danno troppo spazio alle paure e benché mai al farsi ricattare. Quando sarà il momento, costoro saranno i più adatti per andare incontro, senza timori, alla pesatura del cuore nel tribunale di Anubis. Infatti, chi è creativo, appassionato e coraggioso, chi non si lascia trattare facilmente come un burattino manovrato dalle psicopatie e dalle perversioni altrui, saprà trovare la propria strada. La fede e il coraggio che emergono da un cuore pulito e leggero ci permettono di affrontare le avversità, comprese miseria, disoccupazione e malattia.
Tutto è temporaneo, tutto è impermanente. Molti lavori sono in crisi, ma nessuna crisi è per sempre, tutto si trasforma.
Sospesa sopra la reggia del dio Indra, simbolo delle forze naturali che nutrono e proteggono la vita, c'è una vastissima rete. A ognuno dei suoi nodi è legato un gioiello. Ogni gioiello riflette in sé l’immagine di tutti gli altri, rendendo la rete meravigliosamente luminosa. Ciascuno di noi è uno di questi gioielli.
Con l'augurio di fede e coraggio,
25 ottobre 2024
Noi povere creature fragili
Da tempo siamo consapevoli del periodo terminale e apocalittico dell’umanità e di tutte le creature.
Ormai abbiamo sostituito le vane speranze di poter far qualcosa con l’accettazione della sofferenza per quello che è. Il primo passo per pacificare la mente è accettare la sofferenza, senza opporsi allo svolgimento della vita. Il secondo passo è meditare sul fatto che tutto è impermamente, fragile, destinato a estinguersi, esattamente come noi. Tutto è un dono da apprezzare, perché poi non ci sarà più.
Forse, come persone e come popoli, ci ritroviamo esattamente nella situazione in cui ci troviamo perché è di qui che “dobbiamo” passare.
Tutto ciò che ha inizio ha anche fine, come i nostri respiri. E ogni cosa esiste perché esiste la sua opposta: l’inspirazione esiste perché esiste l’espirazione, e viceversa. Nulla esiste di per sé e nulla rimane com’è.
E’ tutto un grande mistero in cui gli stessi concetti di esistenza e di non esistenza perdono di significato.
Cos’è reale? Ciò che crediamo tale, o qualcos’altro?
La sofferenza c’è, perché vita e sofferenza vanno insieme. Come già ho scritto in una recente riflessione, siamo fragili carte di un castello di carte posato su un tavolo traballante, pronte a cadere. Ma finché resisteremo, nel nostro equilibrio delicato e precario, possiamo provare a fare qualcosa di buono per quel che a ciascuno di noi è concesso. E se neanche qualcosina c'è concesso, non rimane che "amare" nel senso più grande del termine.
(21 ottobre 2024)
Vedere l'invisibile: un viaggio dalla scacchiera di Adelson alla Bhagavad Gita
L'illusione dell'ombra nella scacchiera di Adelson è un'affascinante dimostrazione di come i nostri sensi possano ingannarci. In questa illusione ottica, due quadrati che appaiono di colori diversi, a causa dell'ombra proiettata su una scacchiera, sono in realtà dello stesso colore. Il nostro cervello, influenzato dalle ombre e dai contrasti circostanti, interpreta erroneamente le informazioni visive, portandoci a percepire una realtà distorta. Ecco una dimostrazione pratica, a cura di brusspup:
Questo fenomeno dimostra come la nostra percezione del mondo sia facilmente ingannevole. Spesso accettiamo ciò che vediamo senza mettere in discussione la sua veridicità, rimanendo intrappolati nel nostro modo consueto di osservare le cose. Solo quando scegliamo di mettere in dubbio le nostre percezioni e il modo ordinario di intendere la vita, possiamo iniziare a scoprire una realtà diversa.
Come è scritto nella *Bhagavad Gita*, capitolo 2, verso 69:
"या निशा सर्वभूतानां तस्यां जागर्ति संयमी |
यस्यां जाग्रति भूतानि सा निशा पश्यतो मुने: ||"
Per comprendere appieno questo verso, procediamo passo per passo.
Traslitterazione:
Yā niśā sarvabhūtānāṁ tasyāṁ jāgarti saṁyamī |
Yasyāṁ jāgrati bhūtāni sā niśā paśyato muneḥ ||
Divisione delle parole:
Yā → ciò che
niśā → notte
sarva-bhūtānām → di tutti gli esseri
tasyām → in quella
jāgarti → è sveglia
saṁyamī → la persona disciplinata
Yasyām → in cui
jāgrati → sono svegli
bhūtāni → gli esseri
sā → quella
niśā → notte
paśyataḥ → per il veggente, colui che vede
muneḥ → del saggio
Ricostruzione del significato complessivo:
"Ciò che è notte per tutti gli esseri, in quella è sveglia la persona disciplinata; ciò in cui gli esseri sono svegli, quella è notte per il saggio che vede."
Questo verso ci insegna che la realtà è percepita diversamente da chi ha raggiunto una profonda comprensione. Mentre la maggior parte delle persone è "addormentata" rispetto a certe verità, il saggio rimane vigile e vede oltre le apparenze. Allo stesso modo, ciò che è ovvio per gli altri può essere illusorio per colui che ha occhi per vedere veramente. Questa riflessione ci invita a superare i nostri limiti percettivi e a osservare il mondo con una consapevolezza rinnovata.
Proviamo ad approfondire il significato di saṁyamī, fin qui tradotto come "persona disciplinata":
- saṁ - un prefisso che significa "insieme", "completamente", "perfettamente"
- yamī - derivato dalla radice "yam", che significa "controllare", "disciplinare", "restrizione"
Nel verso citato, saṁyamī si riferisce a una persona che ha raggiunto un alto grado di autocontrollo e disciplina interiore. Questa persona è in grado di:
- Controllare i sensi → Non è sopraffatta dalle percezioni sensoriali o dalle attrazioni mondane.
- Dominare la mente → Ha una mente stabile, non agitata da pensieri erranti o emozioni turbolente.
- Raggiungere la consapevolezza superiore → È sveglia alle realtà spirituali che sono generalmente nascoste o ignorate dalla maggior parte delle persone.
Ciò che è importante e reale per il saṁyamī può sembrare insignificante o inesistente per gli altri, e viceversa.
Un saṁyamī non è schiavo dei desideri o delle avversioni, mantiene l'equilibrio mentale in situazioni favorevoli e sfavorevoli. Segue principi morali elevati. Pratica virtù come la non-violenza, la veridicità e la compassione.
Il saṁyamī riconosce le illusioni, comprende che ciò che appare reale potrebbe essere illusorio e viceversa.
(19 ottobre 2024)
Castelli di carte
Cosa sono le nostre vite, se non fragili carte di un castello improvvisato, in bilico su un tavolo traballante? E cosa sono le nostre idee, se non carte ancor più precarie, poggiate sul tavolo del linguaggio, delle credenze e dei bisogni?
Come nessuna carta può reggersi da sola, così nessuna idea può esistere senza il sostegno di altre. Anche l'idea più bella, geniale o seduttiva è nulla se non sorretta da altre idee, tutte altrettanto fragili, tutte di per sé inesistenti. Così è per le nostre vite e per le nostre illusioni.
Forse, più che chiederci se un'idea sia buona, giusta o corretta, dovremmo domandarci perché l'abbiamo concepita. Cercare le vere motivazioni ci rivelerà qualcosa di profondo su noi stessi e sulle nostre debolezze.
Prendiamo, ad esempio, il concetto di karma, che per molti di noi è un pilastro fondamentale. Ma non è forse la nostra risposta al bisogno di una giustizia e di una meritocrazia che la vita quotidiana, troppo spesso, ci nega? Non è forse un modo per dare senso al caos, all'ingiustizia, alla crudeltà e alle barbarie della vita?
E Dio? Perché abbiamo creato l'idea di Dio? Forse perché sappiamo di essere anime perse, smarrite nella ricerca di un significato dell'esistenza?
Dietro ogni idea, c'è sempre un motivo. E più le idee sono grandi, grandiose o universali, più possono rivelare le nostre miserie interiori.
Il discorso che propongo trascende la dicotomia tra verità e falsità, poiché, da questa prospettiva, la verità è inafferrabile, svanendo nel momento stesso in cui pare d'averla scorta. Eppure, avere fede resta qualcosa di prezioso, forse l'unica cosa che ci rimane quando accettiamo l'insondabilità del reale.
Siamo carte miracolosamente in equilibrio su un tavolo traballante. Quanto durerà questo equilibrio? Durerà quel che durerà, cioè poco.
(17 ottobre 2024)
Perché la tecnica ci piace più della natura?
L'essere umano, creatura fragile e consapevole della propria finitezza, sviluppa un'attrazione profonda per i propri manufatti tecnologici. Essi sono visti come esempi di perfezione, bellezza e desiderabilità, tanto che, spesso, vorremmo essere come loro, cioè immutabili, esenti dal dolore e dalle imperfezioni che caratterizzano la nostra condizione. Come specie vivente siamo particolarmente inclini, rispetto alle altre creature, a cercare rifugio nell'artificiale e a preferirlo al naturale. Anzi, siamo l'unica forma di vita terrestre ad avere questa tendenza. Indubbiamente questo fenomeno è alimentato dalla natura della nostra mente, che rispetto agli altri primati è l'unica ad avere interesse per il pensiero simbolico, che è alla base del linguaggio e del pensiero astratto. Ma dietro questo comportamento così innaturale di prendere rifugio nell'artificiale c'è molto altro.
Il problema risiede nella natura stessa della nostra esistenza, che ci appare fondamentalmente misera e imperfetta. Siamo esseri nati senza saperne il perché, tra sangue, urina e talvolta feci, come qualsiasi altro mammifero. O meglio, a questo "perché" diamo tante risposte più o meno consolatorie, che hanno a che fare con il karma, con Dio, con il caso, con il caos, con l'amore, con la reincarnazione, con la necessità o con la scelta volontaria, con la sola biologia o con il nulla cosmico, ma, a prescindere dalle tante possibili spiegazioni tra loro alternative, la nostra venuta al mondo è sporca e dolorosa, e così è la nostra fine, destinati a tornare alla terra, a decomporci nel putridume. Tra l'inizio e la fine, siamo soggetti a innumerevoli malattie, sofferenze e problemi, e nessuno di noi, che sia re o suddito, può sfuggire a questa realtà. Siamo tutti ugualmente esposti alla crudezza della vita.
La tecnologia, in questo senso, diventa un rifugio. La sua presenza ci circonda e ci rassicura, offrendoci l'illusione di poter sfuggire, almeno temporaneamente, alla brutalità della nostra condizione. Il prodotto tecnologico, essendo non-vivo, è un ideale, una perfezione cristallizzata, esente dalle degenerazioni che affliggono la carne. Non nasce, non invecchia, non si ammala, non muore, permane così com'è, sfuggendo al tempo e alla decadenza. E in questa sua imperturbabilità, troviamo una rassicurazione quasi religiosa.
Non è forse vero che, fin dall'alba dei tempi, abbiamo cercato di proiettare nell'ideale divino queste stesse caratteristiche? L'eternità, l'incorruttibilità, l'infallibilità sono attributi che, nella nostra immaginazione, abbiamo sempre attribuito alle divinità, e in fondo, la tecnologia non è che una nuova forma di divinità laica. In un mondo sempre più secolarizzato, ciò che un tempo cercavamo nel cielo oggi lo troviamo nei nostri dispositivi, nei nostri sistemi intelligenti, nelle nostre macchine.
Un esempio evidente è l'intelligenza artificiale. La sua (apparente?) capacità di elaborare informazioni, risolvere problemi e migliorare costantemente se stessa senza mai invecchiare o ammalarsi, esistendo in un non-luogo (quello delle idee) e in un non-tempo (come qualsiasi altro software), la rende simile a un ideale platonico: pura forma, pura funzionalità. Il nostro pensiero simbolico, precedentemente accennato e unico fra le creature terrestri, ci suggerisce, se non addirittura ci "obbliga a credere", che il mondo materiale non sia la vera realtà, ma solo una copia imperfetta di una realtà superiore.
Una volta questa realtà superiore era proiettata solo nella vita ultraterrena, come esemplificato da questo passo del Corano: «Questa vita terrena non è altro che gioco e trastullo. La dimora ultima è la [vera] vita, se solo lo sapessero!» (Sura 29, Versetto 64). Pensieri simili si trovano in tutte le religioni e filosofie antiche. Tutti i mistici cercano di fondersi con questa realtà superiore e molte forme di meditazione fanno altrettanto. Oggi, tuttavia, noi esseri comuni, confusi e immersi nei problemi, siamo persuasi e illusi di vedere un riflesso di questa realtà superiore nella tecnologia.
Ma non è solo una questione di intelligenza artificiale. La stessa fascinazione vale per le opere d'arte, le costruzioni architettoniche, i macchinari, le poesie. Ogni creazione umana, che sia una macchina, un dipinto, un romanzo, una musica o una voce registrata è una sfida lanciata all'impermanenza e alla morte. Ciò vale persino per i primi disegni (scarabocchi?) di un bambino, che chi li osserverà con amore vedrà pari a capolavori. Con ogni nostro prodotto creativo cerchiamo di fissare un istante, di fermare il tempo, di catturare un momento di bellezza che non sfugga alla corruzione e alla dissoluzione.
In questo senso, la tecnica e l'arte si uniscono in un medesimo progetto: offrirci un'illusione di eternità. Ma c'è una sottile ironia in tutto questo. Pur creando oggetti che sembrano liberarci dalle catene della nostra mortalità, in realtà non facciamo altro che riaffermare la nostra condizione. La nostra adorazione per la tecnologia e l'arte rivela, alla fine, una profonda nostalgia, ovvero il desiderio di un mondo che non sia soggetto alle leggi della biologia, un mondo dove non si nasca e non si muoia, dove il dolore e la sofferenza siano assenti. È un sogno di eternità, di permanenza, di astrazione e di purezza che (per fortuna?) resterà sempre confinato al regno delle idee e delle speculazioni fantasiose di altri mondi, mentre la realtà, quella della carne e della natura, continuerà a mostrarci la sua indifferenza alle nostre illusioni, con la sua durezza, con il suo corso ineluttabile di piccole gioie e grandi tragedie. E' possibile che l'attrazione per mondi e creature a noi sconosciuti e alieni, o per enti puramente spirituali, nasca proprio dalla speranza, cioè dall'illusione, che altrove tutta questa sofferenza non ci sia o che sia stata risolta.
A ben vedere, però, se anche dessimo per certo l'Aldilà, popolato dalle anime dei nostri cari defunti, da angeli, da demoni, e da innumerevoli tipi di creature che neanche immaginiamo e che potrebbero provenire da altri mondi o creazioni, perché mai dovremmo pensare che non soffrano come noi o più di noi? Giusto per fare un esempio e non parlare solo di teorie, basterebbe notare che chi pratica i cosidetti "viaggi astrali", detti anche "Out of Body Experience" (OBE), riferisce scene e situazioni che sono simili a quelle della vita quotidiana terrestre, incluso il mangiare, socializzare, lavorare o esplorare ambienti familiari. C'è anche chi riferisce di aggressioni, violenze e di eventi terrificanti. Quindi sembrerebbe che l'Aldilà non sia così diverso dall'Aldiqua. Potrebbe non esserci nessun rifugio dalla sofferenza, né di qua, né di là.
E così, nel frattempo, in attesa di morire, ci aggrappiamo ai nostri manufatti, sperando di trovare in essi una risposta, un conforto, un modo per trascendere la nostra condizione. Ma forse, nel farlo, stiamo solo scambiando la verità per un'illusione di eternità, senza mai affrontare davvero la nostra finitudine.
A questi motivi di fascinazione della tecnologia, possiamo aggiungere la sua incorruttibilità morale, in quanto non soggetta alle debolezze, tentazioni e perversioni di chi, avendo coscienza, anima e carne, può scivolare nelle peggiori bassezze di cui l'essere umano ha grande e impareggiabile esperienza. In questo senso, un'intelligenza artificiale non aggredibile dalle suggestioni del diavolo sembra più divina e più suggestiva della resistenza di Gesù alle tentazioni di Satana durante i quaranta giorni di digiuno nel deserto. Anzi, a dirla tutta, mentre è raro che qualcuno prenda il digiuno e la resistenza alle tentazioni come modello di vita, e ancor meno probabile che ambisca a finire in croce, è molto più verosimile che tante anime sofferenti sognino di potersi anche solo un po' avvicinare alla "grandezza" (?) dei nostri artefatti tecnologici, come ChatGPT e altri. Da qui nasce l'ideale del transumanesimo e la sua ambizione di trasformare radicalmente la natura umana per il tramite dell'ibridazione con la macchina. L'impianto di dispositivi elettronici nel cervello umano (BCI, Brain-Computer Interface), come già stanno facendo Neuralink, Synchron, Blackrock Neurotech, CereGate, Kernel, Paradromics, BrainCo e altre aziende è solo l'inizio.
Forse l'unica via per superare questo grande inganno, questa nostra autodistruzione motivata dalla preferenza di ciò che è morto (la tecnologia) rispetto a ciò che è vivo (la natura), sta nell'accettare la miseria e lo schifo delle nostre vite per quello che è, con la consapevolezza che quello che c'è di bello è proprio all'interno dei limiti delle nostre deboli esistenze e dei nostri deboli sentimenti. Oltre quei limiti, non c'è nulla, se non la seduzione di ciò che non c'è e che mai potrà esserci.
Anche la ricerca della felicità, ammesso che essa possa avere qualche significato nel piano infernale dell'esistenza in cui, come genere umano, ci ritroviamo, ha senso soltanto entro tali limiti, oltre i quali ci saranno soltanto disperazione e stridore di denti, a causa della nostra non-volontà di accettare la vita per quello che è. Se ponessimo fine alla nostra cruenta e inutile guerra contro la natura e i suoi limiti, forse saremmo già felici.
Oserei dire che la felicità inizia con l'accettazione della sofferenza e delle sue molteplici forme, malattie e morte comprese. Del resto, i saggi e i santi non hanno mai rifiutato i dolori fisici ed emotivi. Ne abbiamo un'infinità di esempi, per chi li vuol vedere. Le loro vite sembrano creare una sovrapposizione tra le parole "felicità" e "fede", ma le parole sono troppo limitate e solo l'esperienza vissuta è maestra.
Stiamo attenti alle nostre illusioni e alle sofferenze inutili che ne derivano.
(10 ottobre 2024)
Il concetto di Sé nel buddismo e di Anima nella filosofia occidentale
L'idea di un "Sé" o di un'"Anima" è centrale nelle riflessioni filosofiche e spirituali sia dell'Oriente che dell'Occidente. Nel Buddismo, il concetto di Anatta (Pali) o Anatman (Sanscrito), traducibile come "non-sé", sfida l'idea di un'entità permanente, mentre la filosofia occidentale ha spesso sostenuto l'esistenza di un'anima immortale e individuale.
Il Sé nel Buddismo
Secondo gli insegnamenti buddisti, ciò che percepiamo come "sé" è in realtà un insieme di fenomeni in continua evoluzione.
Il Budda disse: “Ho insegnato una cosa e una sola: la sofferenza e la fine della sofferenza”. I suoi insegnamenti sull'anātman sono improntati su questa linea. Nel "Anattalakkhaṇa Sutta" (secondo discorso pubblico del Budda dopo la sua illuminazione), egli affermò:
"Tutti i fenomeni sono privi di un sé; quando ciò viene compreso con saggezza, allora si abbandona la sofferenza."
All'epoca del Budda, la ricerca spirituale era in gran parte vista come la ricerca dell'identificazione e della liberazione del vero Sé di una persona. Tale entità era considerata la natura interiore permanente di una persona, la fonte della vera felicità e il “controllore interiore” autonomo delle azioni, degli elementi interiori e delle facoltà di una persona. Dovrebbe anche avere il pieno controllo di se stesso. Nel brahmanesimo, questo ātman era visto come un Sé universale identico a Brahman, mentre nel giainismo, ad esempio, era visto come il “principio-vita” individuale (jīva). Il Budda sosteneva che tutto ciò che è soggetto al cambiamento, tutto ciò che è coinvolto nella disarmonia del dolore mentale, tutto ciò che non è autonomo e totalmente controllabile dalla volontà propria o del proprietario, non può essere un vero Sé perfetto o ciò che in qualche modo gli appartiene. Inoltre, considerare qualsiasi cosa come tale significa porre le basi per molte sofferenze; infatti, ciò che si considera con affetto il proprio Sé permanente ed essenziale, o il suo possesso sicuro, in realtà cambia in modi indesiderati.
Sebbene le Upaniṣad (testi filosofici e spirituali dell'antica tradizione indiana che esplorano la natura della realtà ultima "Brahman", del sé "Ātman" e della liberazione spirituale "mokṣa") riconoscessero molte cose come non-Sé, ritenevano che si potesse trovare un vero e proprio Sé. Ritenevano che, una volta trovato e riconosciuto come identico a Brahman, la base di tutto, questo avrebbe portato alla liberazione. Nei Sutra buddisti, invece, tutto è visto come non-Sé, persino il Nirvana. Quando questo viene conosciuto, la liberazione - il Nirvana - viene raggiunta attraverso il totale non-attaccamento. Quindi sia le Upaniṣad che i Sutra buddisti vedono molte cose come non-Sé, ma i Sutra lo applicano a tutto.
L'insegnamento sui fenomeni come non-Sé non intende solo minare i concetti brahmanici o giainisti di Sé, ma anche concezioni molto più diffuse e sentimenti radicati di Io. Sentire che, per quanto si cambi nella vita dall'infanzia in poi, una parte essenziale rimane costante e immutata come il “vero io”, significa credere in un Sé permanente. Agire come se solo gli altri morissero e ignorare l'inevitabilità della propria morte significa agire come se si avesse un Sé permanente. Mettere in relazione i fenomeni mentali mutevoli con un Sé sostanziale che li “possiede” - “sono preoccupato ... felice ... arrabbiato” - significa avere un tale concetto di Sé. Costruire un'identità basata sul proprio aspetto corporeo o sulle proprie capacità, o sulle proprie sensibilità, idee e credenze, azioni o intelligenza, ecc., è considerarle parte di un “Io”.
Il Budda accettava molti usi convenzionali della parola “sé”, come “te stesso” e “me stesso”. Questi li considerava semplicemente dei modi convenienti per riferirsi a un particolare insieme di stati mentali e fisici. Ma all'interno di questo sé convenzionale ed empirico, egli insegnava che non si poteva trovare un Sé metafisico permanente, sostanziale e indipendente. Questo è ben spiegato da una delle prime monache, Vajirā: come la parola “carro” è usata per indicare un insieme di oggetti in relazione funzionale, ma non una parte speciale di un carro, così il termine convenzionale “un essere” è propriamente usato per riferirsi ai "pañca skandha" (cinque aggregati) in relazione tra loro. Nessuno di tali skandha è un “essere” o un “Sé”, ma questi sono semplicemente etichette convenzionali usate per indicare l'insieme dei skandha funzionanti.
I cinque skandha, o cinque cumuli o cinque aggregati, sono cinque aggregati psicofisici che, secondo la filosofia buddista, sono alla base dell'affermazione del sé. Essi sono:
- rupa-skandha - aggregato della forma
- vedana-skandha - aggregato delle sensazioni
- saṃjñā-skandha - aggregato di riconoscimento, etichette o idee (percezione, cognizione)
- saṃskāra-skandha - aggregato di formazioni volitive (desideri, volontà e tendenze)
- vijñāna-skandha - aggregato della coscienza
I cinque skandha sono essenzialmente un metodo per comprendere che ogni aspetto della nostra vita è un insieme di esperienze in continua evoluzione. Non esiste un aspetto veramente solido, permanente o unico. Tutto è in movimento. Tutto dipende da molteplici cause e condizioni.
L'insegnamento del non-Sé non nega la continuità del carattere nella vita e, in una certa misura, da una vita all'altra. Ma i tratti persistenti del carattere sono semplicemente dovuti al ripetersi di certi citta, o “atteggiamenti mentali”. Il citta nel suo complesso viene talvolta definito un “sé” (empirico), ma mentre questi tratti caratteriali possono essere duraturi, possono comunque cambiare e cambiano, e quindi sono impermanenti, e quindi “non-Sé”, insostanziali.
Una “persona” è un insieme di processi mentali e fisici in rapida evoluzione e interazione, con modelli caratteriali che si ripresentano nel tempo. Su questi processi si può esercitare un controllo solo parziale: quindi spesso cambiano in modi indesiderati, portando alla sofferenza. Essendo impermanenti (e dolorosi), non possono essere un Sé permanente.
Le diverse scuole buddiste hanno interpretato l'Anatta, cioè il non-Sé, in modi vari. Il Theravada sottolinea la pratica della meditazione e l'analisi dei fenomeni per realizzare l'assenza di un sé. Il Mahayana, invece, attraverso testi come i "Prajñāpāramitā Sutra" (è una raccolta di circa quaranta testi composti in India tra il 100 a.C. e il 600 d.C. circa), introduce il concetto di vacuità (śūnyatā), estendendo l'assenza di essenza intrinseca a tutti i fenomeni. Su questo tema, rimando i miei lettori ad un approfondimento su Nagarjuna, che ho già estesamente trattato in questo blog.
Vale comunque la pena di notare che una parte del buddismo contemporaneo, che potremmo definire "occidentalizzato" e "iper-semplificato", sembra ignorare del tutto questi concetti fondanti del pensiero buddista, aderendo più all'idea dell'Anima, come storicamente intesa in Occidente, che al non-Sé come insegnato dal Budda.
L'Anima nella filosofia Occidentale
In Occidente, l'idea di un'anima immortale ha radici profonde nella filosofia greca e nella tradizione giudaico-cristiana. Platone (428-348 a.C.) sosteneva che l'anima è eterna e preesiste al corpo. Nel dialogo "Fedone", discute l'immortalità dell'anima e la sua capacità di accedere al mondo delle idee pure.
Aristotele (384-322 a.C.), allievo di Platone, offre una visione diversa. Nel suo trattato "De Anima", definisce l'anima come la forma del corpo, il principio che dà vita e funzionalità all'organismo. Per Aristotele, l'anima non può esistere separatamente dal corpo, differenziandosi così dal dualismo platonico.
Con l'avvento del Cristianesimo, l'anima assume una dimensione morale e trascendente. Sant'Agostino (354-430) combina la filosofia platonica con la teologia cristiana, enfatizzando la natura immateriale e immortale dell'anima, destinata al giudizio divino. Nelle "Confessioni", esplora la relazione tra l'anima e Dio.
Nel Medioevo, San Tommaso d'Aquino (1225-1274) integra il pensiero aristotelico con la dottrina cristiana. Nella "Summa Theologiae", argomenta che l'anima razionale è la forma sostanziale del corpo umano, immortale e capace di esistere indipendentemente dopo la morte.
In epoca moderna, René Descartes (1596-1650) propone il dualismo cartesiano, separando nettamente mente e corpo. Nel "Meditazioni Metafisiche", afferma: «Io penso, dunque sono». Per Descartes, l'anima (mente) è una sostanza distinta dal corpo fisico, capace di esistere indipendentemente.
Confronto tra le due prospettive
Il Buddismo e la filosofia occidentale offrono visioni contrastanti sulla natura del sé o dell'anima. Nel Buddismo, l'assenza di un sé permanente è fondamentale per liberarsi dalla sofferenza. L'attaccamento all'idea di un sé immutabile è visto come illusorio e fonte di dolore.
Al contrario, la filosofia occidentale tradizionale considera l'anima come essenza dell'identità personale, fondamentale per questioni etiche, morali e metafisiche. L'idea di un'anima immortale ha influenzato profondamente concetti come responsabilità morale, vita dopo la morte e salvezza.
Comprendere queste differenze arricchisce il dialogo interculturale e offre strumenti per riflettere sulla nostra identità, sul significato della vita e sul percorso verso la saggezza.
(2 ottobre 2024)
Navigare la dualità della vita
Mentre la Via di Mezzo di Nagarjuna ci offre l’opportunità per camminare tra lo spazio indefinito che si trova tra l’esistenza e la non esistenza, rigettando la fondatezza di entrambe, e al contempo non potendola negare, in una sorta di uscita dalla dualità, il mondo duale in cui siamo immersi va avanti secondo le regole dello scontro tra i poli della dualità. Rifuggire questa realtà significa rifiutare l’esperienza della vita.
Detto in altri termini, la nostra presenza in questo mondo, qualunque ne sia la ragione e missione, ha bisogno di accettare le regole della materialità, dell'apparente separazione duale e dello scontro tra entità interdipendenti se vuole trovarsi nella condizione di poter agire, apprendere e seguire il proprio daimon senza essere annientata troppo presto.
In parole più grezze e brutali, la guerra, cioè il suddetto scontro tra entità interdipendenti, è uno dei fondamenti dell’esistenza umana, sia a livello storico che personale. Sia ben inteso, non è l’unico pilastro esistenziale, altrimenti come specie ci saremmo già estinti pochi attimi dopo la nostra comparsa in questo mondo. La guerra è un principio di base, radicato nella dualità, che non può essere negato, a meno che non si voglia negare la vita stessa su questo piano materiale. Nel qual caso, tanto sarebbe valso non incarnarsi o reincarnarsi, ammesso che di scelta si sia trattato.
A ben vedere, però, anche negli altri e alti piani dell’esistenza è guerra. Se volessimo fare un riferimento alla tradizione ebraica, basterebbe notare che l'arcangelo Mika'el è a guida delle schiere celesti in battaglia. Nella teologia cristiana, gli angeli sono anche guerrieri, nella misura in cui ciò fa parte del loro ruolo di proteggere e servire Dio e i suoi disegni: arcangeli, cherubini, angeli del Signore e schiere celesti sono tutte forze guerriere. Non voglio dilungarmi in esempi di altre tradizioni culturali, che comunque abbondano. In generale, il concetto di battaglia tra il bene e il male, non solo spirituale ma anche armata, è spesso rappresentato da forze soprannaturali o divine pronte a proteggere l’ordine cosmico. I ruoli di “bene” e di “male” possono anche essere più o meno legittimamente invertiti, nel senso che possiamo anche considerarli come etichette arbitrarie di due fazioni in lotta, però la guerra è necessaria, appunto, per l’ordine cosmico. Ciò è sorprendente, ma al contempo dà ragione di essere alle parti in lotta: l’esistenza di una parte in guerra dipende dall’esistenza del suo avversario. Ne segue che la guerra non potrà mai essere vinta o persa in senso definitivo, almeno fino alla fine dei tempi. Cessata la guerra, cesserà anche il cosmo.
Prospettive simili si trovano anche Bhagavadgītā, in cui Krishna (incarnazione del dio Vishnu, colui che preserva l'ordine cosmico) spiega ad Arjuna (il più valoroso tra i guerrieri Pandava) che la sua partecipazione alla guerra è un dovere divino (dharma). Arjuna si trova in un dilemma morale prima della grande battaglia di Kurukshetra, poiché deve affrontare i suoi stessi familiari, amici e maestri sul campo di battaglia. Krishna, però, gli insegna che il suo dovere (dharma) come kṣatriya, ovvero come guerriero, è combattere per la giustizia, senza attaccamento ai risultati delle sue azioni. Però, gli spiega anche che:
«Chi pensa che l'entità vivente sia l'uccisore o che venga uccisa non capisce. Chi è in conoscenza sa che il sé non uccide e non viene ucciso. Per l'anima non c'è mai nascita né morte. Né, essendo stata una volta, cessa di essere. È non nata, eterna, sempre esistente, imperitura e primordiale. Non viene uccisa quando il corpo viene ucciso»
(Bhagavadgītā 2:19-20).
Krishna sottolinea anche che i concetti di bene e male, piacere e dolore sono dualità che l'uomo deve trascendere:
«O figlio di Kunti, il contatto tra i sensi e gli oggetti sensoriali dà luogo a percezioni fugaci di felicità e angoscia. Queste non sono permanenti e vanno e vengono come le stagioni invernali ed estive. O discendente di Bharat, bisogna imparare a tollerarle senza essere disturbati. O Arjuna, il più nobile tra gli uomini, la persona che non è influenzata dalla felicità e dall'angoscia e rimane stabile in entrambe, diventa idonea alla liberazione»
(Bhagavadgītā, 14-15).
La liberazione, o mokṣa, a cui Krishna fa riferimento, è la liberazione dal ciclo di nascita e morte (saṃsāra). Secondo questa prospettiva, ciascuno di noi deve entrare in guerra, ma accettando con equanimità tutto ciò che accade, senza desiderio né avversione.
Tornando alle nostre guerre terrestri, meno mitologiche, meno romanzate, meno “da interpretare spiritualmente” e purtroppo ben più deplorevoli, ripugnanti e pericolose per l’intero ecosistema, sia ben chiaro che non sto facendo un elogio alla violenza, né legittimando le barbarie attuali o del passato. Ne sto soltanto osservando l’ineluttabilità.
Basterebbe notare che per vivere occorre mangiare, cioè uccidere, e ciò vale anche per gli erbivori e per le creature più miti e innocue. La vita stessa è violenta per tutti i limiti, le angosce e le stringenti necessità che ci impone, e non c’è creatura che non conosca o che non abbia conosciuto una sofferenza atroce. I propositi di non-violenza, cari a tradizioni come il buddismo e ancor di più al jainismo, nascono proprio da questa consapevolezza, e mi auguro che nei nostri cuori essi siano sempre benvenuti.
Purtroppo, però, per come è fatto il mondo e per tutti i vincoli e le necessità che ci impone, la non-violenza rimane un ideale non raggiungibile. Prendiamo un’eccezione storica come Gandhi, che è problematica da più punti di vista:
«Gandhi aveva paura di presenze invisibili e del buio, perché il daimon che teneva in mano il suo destino sapeva delle cariche coi manganelli della polizia indiana e dei tentativi di linciaggio in Sudafrica, delle lunghe carcerazioni in celle buie, e sapeva che la morte sarebbe stata la sua costante compagna di strada. Nella sceneggiatura di Gandhi era scritto il suo assassinio»
(James Hillman, Il codice dell’anima, p. 44, ISBN 9788845923630).
La non-violenza di Gandhi non si è forse tradotta in violenza verso se stesso, e violenza subita da coloro che lo seguivano, con spargimenti di sangue e morti? La dedizione totale di Gandhi alla causa della liberazione dell'India ha inevitabilmente avuto ripercussioni sulle persone a lui più vicine, in particolare sulla sua famiglia. Ci si potrebbe dunque chiedere se il suo impegno pubblico, che lo portò a sacrificare molti aspetti essenziali della sua vita privata, possa essere considerato una forma di sofferenza (violenza?) imposta ai suoi cari, soprattutto al figlio Harilal, il quale ebbe una vita tormentata, segnata dall'alcolismo. La realtà è che le situazioni umane sono sempre più intricate di quanto appaia a prima vista, e le conseguenze delle scelte individuali possono essere ambivalenti e contraddittorie.
«Comunque sia, sono passati più di ventidue secoli dalla morte del Tathagata. Le cinque impurità hanno prosperato e ormai da molti anni, in tutte le situazioni, le buone azioni sono diventate estremamente rare. Siamo in un’epoca in cui, se anche una persona fa del bene, compiendo una buona azione ne accumula dieci cattive; in definitiva, facendo un piccolo bene commette un gran male, eppure in cuor suo si vanta di aver praticato un “gran bene”»
(Nichiren Daishonin, Gosho “La recitazione dei capitoli Espedienti e Durata della vita").
Qui Nichiren descrive la complessità morale della nostra epoca: anche se cerchiamo di fare il bene, a causa delle circostanze della vita, dei vincoli, delle necessità, e della corruzione che pervade il mondo, i nostri buoni propositi sono contaminati dal male. Nonostante le buone intenzioni, finiamo inevitabilmente per compiere azioni che sono in qualche modo negative. I vincoli sociali e materiali, e i limiti della nostra stessa natura, rendono impossibile il compimento di un bene puro, non-violenza compresa.
Essendo strutturato in questo modo contraddittorio e caotico il nostro piano materiale, la nostra mente, per evitare di essere sovraccaricata da tale enorme e ingestibile complessità, adotta spesso un pensiero “euristico”, ovvero utilizza scorciatoie mentali per prendere decisioni rapide. Questi processi semplificati, però, ci portano a vedere il mondo attraverso schemi rigidi e polarizzati. Ad esempio, tendiamo a categorizzare le persone e le situazioni in termini di opposti: buono/cattivo, forte/debole, amico/nemico. Questi costrutti, pur essendo in parte funzionali alla nostra sopravvivenza in molte situazioni, sono illusori, riduttivi e fuorvianti, e come cattivi amici ci accompagnano in una lotta continua per primeggiare, perché sentiamo, più o meno inconsciamente, di essere sempre in grave pericolo.
Le anime più evolute intenderanno tale lotta per primeggiare soprattutto a livello interiore, e cercheranno di ripulire la propria anima e il proprio intelletto da tutta la sporcizia spirituale che questo mondo ci getta addosso. Tali anime cercheranno la liberazione dalla paura, dal desiderio e dall’avversione, e faranno il possibile per non lasciarsi domare dagli inganni e della vanagloria. Non si esalteranno nel successo né si avviliranno nei fallimenti, e manterranno un cuore compassionevole e grato.
La maggior parte di noi, però, intenderà la lotta per primeggiare non tanto come l’impegno a domare e a far evolvere la propria mente instabile e sprovveduta, ma come la distruzione del proprio prossimo, fin dove le regole sociali, legali ed economiche lo consentiranno, a meno di non sfociare nella criminalità o nella guerra armata nuda e cruda. Sarà una gara al massacro, in cui si ritroveranno coinvolte anche le anime più pie ed equilibrate, che saranno annientante se non eserciteranno una qualche forma di “potere” da un alto, e se dall’altro non accetteranno il “dominio” del più forte, nel senso di aggressivo e violento. Questa si chiama “guerra”. Ed è guerra dal concepimento, pur per quanto esso sia auspicabilmente il frutto di uno dei massimi atti di amore, fino alla morte. E anche oltre.
Fin qui abbiamo discusso della guerra come connaturata alla vita e del rifiuto della guerra come rifiuto della vita. Può essere molto difficile da accettare, se esplicitato in questi termini così duri. Ciò sembrerebbe in netto contrasto con l'insegnamento di Gesù, che predicava l'amore per i nemici:
«Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli»
(Matteo 5, 44-48).
In realtà, la tradizione cristiana, in particolare con il Padre della Chiesa Sant'Agostino e il Dottore della Chiesa San Tommaso d'Aquino, ha considerato la guerra come moralmente giustificata in determinate circostanze, considerandola come una “concessione alle imperfezioni del mondo”, cioè un male necessario. In un articolo del 30 aprile 2018 di Disputationes Theologicae (piattaforma accademica e scientifica di stampo cattolico tradizionalista), leggiamo:
«[...] E qui emerge un altro aspetto troppo spesso dimenticato, ovvero il dovere di amare il prossimo fino al punto di dichiarargli guerra. Per il suo bene. Ovvero togliergli la libertà di fare il male impunemente e soprattutto sottrargli quella tranquilla felicità di malfattore, che rafforza la spavalderia degli impuniti e la loro mala volontà, può essere un gesto d’amore. [...]».
Nell'ebraismo esiste il concetto di milkhemet mitzvah (“guerra comandata”). Nell'Islam, la Jihad si riferisce a uno “sforzo” o “lotta” sulla via di Dio e può riguardare sia una lotta spirituale interna (il “grande jihad”) sia una lotta esterna, che può includere il combattimento armato (il “piccolo jihad”). Anche l'induismo riconosce la necessità di combattere in certe situazioni. Buddisti e jainisti rifiutano la guerra come legittima in qualsiasi circostanza, almeno in teoria.
Purtroppo abbiamo dei controesempi storici nel caso dei buddisti. Ad esempio, in Giappone, durante il periodo medievale, alcuni monasteri buddisti (soprattutto quelli della scuola Tendai e della setta buddista guerriera Sohei) avevano veri e propri eserciti monastici. I monaci guerrieri (sohei) divennero noti per il loro coinvolgimento in conflitti armati. Questi monaci partecipavano attivamente a scontri con altre fazioni buddiste o signori feudali. Fu anche per queste ragioni che Nichiren Daishonin, precedentemente citato, sostenne che il Giappone stava affrontando una crisi spirituale e politica a causa dell'abbandono degli insegnamenti buddisti corretti, ma non dilunghiamoci oltre.
La guerra non può essere evitata e la pratica della non-violenza non impedisce agli altri di farci violenza. Lo stesso Gandhi affermò che, sebbene preferisse la non-violenza come principio assoluto, tra la codardia e la violenza, la violenza è da preferirsi:
[...] Credo che nel caso che l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. [...] E sempre per questo stesso principio mi sono dichiarato favorevole all’addestramento militare di coloro che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore. [...]
[...] È difficile che un topo perdoni una gatta mentre viene fatto a pezzi da questa. [...]
(Estratti di “Young India”, rivista settimanale fondata e gestita da Gandhi, 11 agosto 1920. L'articolo completo si intitola "The Doctrine of the Sword", suggerisco di leggerlo nella sua interezza per contestualizzare ed evitare fraintedimenti)
Però, se riconosciamo la natura illusoria del nostro piano materiale, e l’inevitabile fine di ogni cosa che abbia inizio, cosa ne sarà delle nostre guerre, delle nostre conquiste, delle nostre memorie? I nostri corpi, un tempo belli, giovani e capaci di attirare l’attenzione, prima o poi non saranno altro che putridume ripugnante, un covo di malattie, a cui seguiranno morte e decomposizione. Siamo costretti a fare la guerra, ma a quale scopo?
In cosa risiede il senso della nostra esistenza, se non nell’essere parte di una comunità, di qualcosa di più grande del nostro ego?
Se non fossimo protetti dall’altro principio che nella dualità è opposto alla guerra, cioè l’amore, le nostre esistenze semplicemente non sarebbero possibili.
(25 settembre 2024)
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