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Politica ed economia

NO CETA: prossime mobilitazioni di piazza

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STOP CETA - 5 luglio 2017, Montecitorio, Roma

Ultimi aggiornamenti: https://stop-ttip-italia.net/

Aggiornamento 27 giugno 2017: Pd e MDP (di nuovo assente) votano sì al CETA con Forza Italia… e contro l’Italia

Aggiornamento 22 giugno 2017: Salta il voto di ratifica del CETA. Il voto in commissione Affari esteri del Senato spostato a martedì 27 giugno 2017. Stop TTIP Italia, insieme alle associazioni agricole, ambientaliste e sindacali, rilancia la mobilitazione di piazza per bloccare l’accordo. Appuntamento martedì 27 giugno 2017 alle 10 al Pantheon: ci sarà un presidio fisso organizzato insieme a Coldiretti, CGIL, Slowfood, Arci e altre realtà. Mercoledì 5 luglio 2017 invece ci sarà un nuovo presidio-manifestazione proprio sotto il Parlamento, in piazza Montecitorio, dalle 10:00.
Sito di riferimento: https://stop-ttip-italia.net/

Sullo stesso argomento:

L'articolo che segue è a firma di Elena Mazzoni e pubblicato il 23 giugno 2017 all'indirizzo:
http://www.listatsipras.eu/2017/06/23/mobilitiamoci-contro-il-ceta/

NO CETA - Manifestazione contro la ratifica

Mobilitiamoci contro il CETA

L’imponente mobilitazione organizzata dalla Campagna StopTTIP-StopCETA Italia, le migliaia di lettere, tweet e dossier inviati ai senatori e al Presidente stesso dai cittadini, sono riuscite nell’impresa titanica di far slittare il voto della Commissione Affari Esteri a martedì 27 e quello in plenaria a mercoledì 28.

Il successo maggiore però non consiste nello slittamento del voto ma nell’aver costretto il presidente della Commissione, Pier Ferdinando Casini, a tenere audizioni e ad aprire una discussione, pur se di due soli giorni, su un tema tanto delicato ed altrettanto taciuto.

Un vero e proprio esempio di politica dal basso che ha infiammato gli animi e spinto Coldiretti, Cgil, Greenpeace, Slowfood e tutte le organizzazioni che sostengono la Campagna italiana, ad organizzare due momenti di intensa partecipazione in piazza a Roma, martedì 27 al Pantheon alle 10:00 e mercoledì 5 luglio, sempre alle 10:00, proprio in piazza Montecitorio

https://stop-ttip-italia.net/2017/06/22/ceta-ratifica-piazza-333/.

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa non ci piaccia del CETA con il simpatico Canada del bel premier Trudaeu.

I motivi sono tanti e potete trovarli riassunti nel libro bianco sottoscritto con Coldiretti, Cgil, Greenpeace, Arci, Acli, Legambiente Fairwatch e tre associazioni di consumatori e nei due dossier tecnici  che la campagna italiana ha presentato in audizione in Senato.

Trudaeu non è il fascinoso vessillo dell’ambiente da sventolare per scacciare lo spauracchio arancione di Trump perchè, con le politiche attuali, il paese nord americano non manterrà i propri impegni nel controllo delle emissioni, elargendo 3,3 miliardi di dollari l’anno di sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose   http://climateactiontracker.org/countries/canada.html.

Una recente ispezione effettuata nelle zone di estrazione mineraria canadesi dall’OHCHR dell’ONU ha riscontrato delle violazioni dei diritti umani ed esortato le autorità canadesi a “integrare i diritti delle popolazioni indigene nelle loro politiche e nelle pratiche che disciplinano lo sfruttamento delle risorse naturali”. La delegazione ha inoltre sottolineato “la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto”.

Lo stesso Trudeau ha supportato incondizionatamente la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un progetto da 8 miliardi di dollari per portare quel petrolio negli Stati Uniti.

Non proprio in linea con la narrazione mainstream del paese dello sciroppo d’acero.

Le risposte sono quindi molteplici ed anche molto tecniche ma la prima che viene in mente a me ogni volta in cui qualcuno mi chiede perchè io mi opponga al CETA, quella data con la pancia e non con lo studio dei testi, è che chiunque abbia un’idea del commercio sostenibile, equo, rispettoso dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente, dei diritti umani, dei beni comuni, deve dire NO al CETA,

Un NO potente.

Un NO di gente stanca di un mondo che abbatte le barriere per merci e capitali ed alza, inesorabilmente, invalicabilmente, quelle per la libera circolazione delle persone.

LLM "open-source": un'analisi critica delle quattro libertà nell'era dell'IA generativa

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Open-source AI: tra libertà e pesi aperti, cosa stiamo davvero condividendo?

Nel dibattito sull'Intelligenza Artificiale generativa, il termine "open-source" viene spesso utilizzato in modo ambiguo, creando confusione tra marketing, filosofia e realtà tecnica. Anche figure storiche come Richard Stallman si sono dovute addentrare in questa complessa questione. Ripartiamo dalle fondamenta: le quattro libertà del software libero come definite dalla Free Software Foundation (FSF):

  • Libertà 0: Eseguire il programma per qualsiasi scopo.
  • Libertà 1: Studiare come funziona il programma e modificarlo (l'accesso al codice sorgente è un prerequisito).
  • Libertà 2: Ridistribuire copie per aiutare gli altri.
  • Libertà 3: Migliorare il programma e distribuirne i miglioramenti (l'accesso al codice sorgente è un prerequisito).

Applicare queste libertà ai Large Language Model (LLM) solleva questioni non banali. Il punto cruciale è capire cosa siano i "pesi" (weights) di un modello.

Cosa sono i "pesi" e perché non bastano

In una rete neurale artificiale, i "pesi" (o parametri) sono valori numerici che regolano la forza delle connessioni tra i neuroni, simili alle sinapsi del cervello umano. Durante l'addestramento, il modello analizza enormi quantità di testo e aggiusta continuamente questi miliardi di numeri per imparare a prevedere quali parole seguano altre parole. L'insieme di tutti questi pesi costituisce la "memoria" e la "conoscenza" operativa del modello linguistico.e

Quando parliamo di LLM "open-source", ci riferiamo spesso in realtà a modelli "open-weight" (a pesi aperti). Questo significa che è possibile per chiunque scaricare i pesi, con la conseguenza di possedere l'LLM vero e proprio, pronto per essere eseguito. Tuttavia, come sottolineato dall'Open Source Initiative (OSI), i pesi da soli non sono sufficienti per essere considerati il vero "codice sorgente" di un LLM ai fini del software libero.

Affinché un LLM sia veramente "software libero", il "codice sorgente" dovrebbe includere:

  1. Il codice di addestramento: gli script e i framework utilizzati per creare e curare il dataset di addestramento e per eseguire il training stesso.
  2. I pesi del modello: l'output finale del processo di addestramento.
  3. I dati di addestramento: o un modo deterministicamente riproducibile per ottenerli. Questo include una descrizione completa dei dati, la loro provenienza, il metodo di ottenimento e selezione, le procedure di etichettatura e le metodologie di elaborazione e filtraggio.

Senza i dati di addestramento, non possiamo studiare "perché" il modello ha appreso certe cose, né possiamo correggere problemi strutturali alla radice (Libertà 1). Le grandi aziende cinesi e statunitensi che producono IA "open-source" non rilasciano quasi mai i dati di addestramento, anche a causa di complessi problemi di copyright sui dati stessi, che vengono spesso utilizzati senza riconoscere nulla agli autori o ai detentori di diritti.

Open-weights vs. software libero: una zona grigia

Nonostante i modelli definiti "open" rilascino i pesi e l'architettura, ma non i dati di addestramento, essi offrono comunque un vantaggio abissale rispetto ai modelli proprietari. La questione non è semplicemente "bianco" o "nero", ma si colloca in una zona grigia.

Nei modelli proprietari, non abbiamo accesso né ai dati, né al codice, né ai pesi. Siamo di fronte a un servizio che va pagato (o usato gratuitamente con limiti importanti), ma non è scaricabile né usabile sul proprio hardware. Siamo legati mani e piedi all'azienda fornitrice.

Gli LLM open-weight, invece, possono non solo essere scaricati ed eseguiti sul proprio hardware, ma anche modificati in superficie (ad esempio, tramite fine-tuning per compiti specifici). Questo offre un grado di controllo e indipendenza significativamente maggiore.

Esistono anche modelli veramente liberi di cui è possibile scaricare dati di addestramento, codice e pesi, ma sono casi particolari ed eccezionali, veramente di nicchia.

Le quattro libertà nell'era degli LLM open-weight

Assumendo di avere un modello open-weight (con pesi e codice architetturale disponibili), ecco come si traducono i vantaggi rispetto ai proprietari:

  • Libertà 0 (Eseguire il programma per qualsiasi scopo): I modelli proprietari vietano certi tipi di uso e domande, filtrano i contenuti secondo criteri imposti dall'azienda e possono revocare l'accesso in qualsiasi momento. Un LLM open-weight, al contrario, è utilizzabile per scopi di ricerca, commerciali, personali o creativi senza chiedere il permesso. Tuttavia, dipende dalla licenza che accompagna l'LLM. Alcune licenze non impongono limiti sull'utilizzo, altre sì.
  • Libertà 1 (Studiare e modificare): I modelli proprietari sono sempre scatole nere. Con un modello open-weight, i ricercatori possono intervenire in qualche modo sui pesi, rimuovere alcuni filtri o applicare tecniche di fine-tuning per adattare il modello a usi specifici.
  • Libertà 2 (Ridistribuire copie): Anche in questo caso dipende dalla licenza. In generale, i modelli open-weight permettono non solo di ridistribuire copie, ma anche inglobare l'LLM all'interno di una propria applicazione e distribuirla, garantendo indipendenza dall'azienda che ha inizialmente prodotto l'LLM.
  • Libertà 3 (Migliorare e distribuire i miglioramenti): Sì, questo è possibile. La comunità degli sviluppatori costantemente prende modelli open-weight, li affina con nuovi dati e rilascia versioni migliorate, dalle quali tutta la comunità beneficia. Tuttavia, la complessità dell'hardware introduce una distinzione fondamentale tra pre-addestramento e fine-tuning.

Il fattore hardware: pre-addestramento vs. fine-tuning

La definizione di software libero non richiede esplicitamente che la modifica del programma sia "facile" o "a basso costo", ma se l'esercizio di una libertà richiede hardware da centinaia di milioni di dollari, di fatto quella libertà è vincolata ai soli giganti tecnologici.

Il pre-addestramento, ovvero creare un modello da zero o continuare il pre-addestramento per aggiungere nuove lingue o conoscenze aggiornate al modello base, richiede l'hardware di una multinazionale, fuori dalla portata di aziende normali o privati.

Tuttavia, la "libertà di migliorare il programma" nell'era degli LLM non si esercita solo riscrivendo il modello da zero. Ci sono tecniche di fine-tuning che permettono di migliorare un LLM esistente su hardware ordinario, anche casalingo (assumendo di avere un computer recente e costoso). Questo rende la Libertà 3 concretamente esercitabile per molti sviluppatori e ricercatori, anche se con dei limiti.

Politica, sicurezza nazionale e l'uso (e abuso) del termine "open-source"

La complessità della questione emerge anche nel dibattito politico. Quando l'amministrazione Trump o altri esponenti del governo statunitense affermano che gli LLM open-source sono un problema per la sicurezza nazionale, si riferiscono proprio al fatto che possono essere utilizzati per "qualsiasi uso" una volta scaricati, ignorando sia i filtri (che possono essere rimossi) sia la licenza che accompagna il software (che può tranquillamente essere ignorata nei fatti).

Da questa prospettiva, un governo ostile può usare un LLM open-source per eseguire attacchi informatici contro i propri avversari, cosa che un LLM proprietario prova a impedire (non sempre riuscendoci). Tuttavia, questo punto di vista è facilmente contestabile, perché gli Stati Uniti usano gli LLM delle grandi aziende statunitensi senza filtri e per qualsiasi uso (tramite accordi con OpenAI e altre aziende), compreso l'uso militare. In questo senso, se a uccidere è un LLM proprietario o open-source, non cambia nulla.

Conclusione: una libertà condizionata ma reale

In conclusione, gli LLM open-weight non sono quasi mai "software libero" nel senso pieno del termine, come inteso da Stallman e dalla FSF, perché non garantiscono l'accesso ai dati di addestramento e al codice completo. Tuttavia, offrono gradi di libertà che gli LLM proprietari non offrono: la libertà di eseguire, studiare in superficie, ridistribuire e migliorare attraverso il fine-tuning.

La questione è complessa e la chiave interpretativa qui presentata è opinabile: non tutti ritengono che l'accesso ai dati di addestramento debba essere un requisito assoluto. Tuttavia, è innegabile che il movimento verso l'open-weight rappresenti un passo importante verso una maggiore trasparenza e democratizzazione dell'IA, anche se non realizza pienamente l'ideale del software libero. La lotta per un'IA veramente libera si gioca su più fronti: tecnico, etico, legale e politico.

(31 luglio 2026)

Vietati social under-15: qualche domanda per noi adulti

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Caro lettore, cara lettrice,
siete invitati a commentare su Youtube questa mia intervista con domande e considerazioni potenzialmente utili per altri incontri su "Spunti di Riflessione"

Fonte: Social e giovani, tra divieti e qualche domanda per i genitori

 

Ringrazio Paolo Arigotti per avermi concesso questa nuova intervista, che prende le mosse dal mio articolo "Proteggere i minori dai social: il divieto non basta se lasciamo intatti solitudine, persuasione e bisogno di appartenenza". Vietare l'accesso in base all'età, infatti, non risolve il problema: i social e l'intelligenza artificiale sono ormai le fondamenta del nostro mondo e, come dimostra l'esperimento fallito in Nepal, i blocchi totali non sono praticabili.

Nel video abbiamo smontato il falso mito della tecnologia neutra, toccando alcuni veri pericoli per i giovani: dipendenza, gravi danni fisici, cyberbullismo e algoritmi che alimentano disturbi e oggettivizzazione del corpo. La radice del problema, però, è culturale: i ragazzi cercano nei social un rifugio alla loro solitudine e alla mancanza di relazioni autentiche. Il mio appello ai genitori è di non accontentarsi di false risposte legislative, ma di tornare a un ruolo presente, iniziando a farsi le domande giuste.

(24 luglio 2026)

Interviste precedenti:

Pensieri sulla propaganda neofascista… (di Alessandro Pacenti)

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I media di propaganda non si rivolgono alla logica, mirano a stimolare l’emozioni più ancestrali, soprattutto la paura. 

A livello delle neuroscienze, semplificando al massimo, quando un persona percepisce una minaccia costante, disattiva le funzioni analitiche, logiche e #riflessive della corteccia prefrontale, rendendo così le persone più ricettive a soluzioni immediate e aggressive.

Non viene più usata la mente riflessiva che è il rilevatore di errori, colei che segna i conflitti tra ciò che l'istinto vorrebbe fare e ciò che la logica morale e la #coscienza impone.

La propaganda neofascista glorifica l’azione diretta, che necessita dell’intervento delle strutture subcorticali che governano l'asse della sopravvivenza.

Questa via innesca azioni violente, irrazionali e aime’ molto gratificanti grazie al rilascio di dopamina.

La violenza a questo punto non viene più vissuta come un reato, ma come un atto “legittimo”.

Per arrivare a tutto ciò la propaganda deve anche distruggere la fiducia nelle istituzioni #democratiche.

Deve descrivere i processi legali e lo stato come corrotti, deboli o "buonisti".

#Deumanizza poi specifiche minoranze, o categorie marginalizzate e infine mostra esplicitamente la forza brutale per intimidire e far capire che e’ una modalità giusta da attuare.

Insomma, c’è tanto da riflettere, e citando un caro scrittore, giustizia e misericordia devono lavorare di pari passo…

@inprimopiano

Alessandro Pacenti. #neofascismo #manipolazione #media #neuroscienze

(19 luglio 2026)

Di’ no alla guerra: la tua coscienza appartiene a te

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Auch auf Deutsch verfügbar

Perché oggi l’obiezione di coscienza è un atto di umanità

La Germania si sta riarmando. Dal gennaio 2026 è in vigore il nuovo servizio militare. La Bundeswehr contatta i giovani, invia questionari e cerca di ottenere un maggior numero di volontari per le forze armate e per una riserva militare notevolmente ampliata. Gli uomini sono obbligati a rispondere al questionario, mentre per le donne la partecipazione è facoltativa. Qualora non si presentassero abbastanza volontari, il Bundestag potrebbe successivamente approvare una cosiddetta leva determinata dalle necessità.

Il governo federale parla di capacità di difesa e di deterrenza. Definisce la Russia come la maggiore minaccia attuale per la sicurezza tedesca ed europea.

Si possono utilizzare molte espressioni diplomatiche per descrivere tutto questo. Si può parlare di sicurezza, preparazione, forza e responsabilità. Ma il significato concreto di questa politica rimane lo stesso: la Germania sta preparando persone, armi e strutture militari alla possibilità di una guerra contro la Russia.

Io dico che non dobbiamo abituarci a tutto questo.

Non dobbiamo comportarci come se la guerra fosse un problema tecnico risolvibile con più soldati, più carri armati e più munizioni. La guerra non è un’esercitazione strategica. La guerra non è una freccia disegnata su una cartina. La guerra è un corpo umano colpito da un proiettile. È una persona intrappolata dentro un veicolo in fiamme. È una madre in attesa di una telefonata che cambierà per sempre la sua vita.

La guerra è sempre sbagliata.

Quando la diplomazia si trasforma in guerra, abbiamo perso tutti.

A quel punto, per i morti non ha più alcuna importanza quale governo ritenesse di avere ragione, quale parte avesse pubblicato le dichiarazioni più convincenti o quali strateghi credessero di poter controllare il corso della storia. Dove la diplomazia fallisce, cominciano a morire persone che non hanno preso quelle decisioni.

Il compito della Germania, dell’Unione Europea e della NATO non dovrebbe quindi essere quello di continuare a sostenere militarmente questa guerra e di aggravare lo scontro con la Russia. Dovrebbe essere quello di evitare mali peggiori, utilizzare ogni possibilità di raggiungere un cessate il fuoco e impegnarsi con tutte le proprie forze per ottenere dei negoziati.

Una diplomazia sincera richiede anche che si prendano sul serio le paure e gli interessi di sicurezza dell’altra parte. Questo non significa accettare ogni sua richiesta. Significa però non ignorare per anni gli avvertimenti, non sostituire le proposte di dialogo con minacce militari e non organizzare la propria sicurezza in modo tale che l’altra parte debba sentirsi sempre più minacciata.

Gli accordi di Minsk avrebbero dovuto rappresentare una via d’uscita dalla guerra nel Donbass. Angela Merkel ha successivamente affermato che l’accordo era stato anche un tentativo di concedere tempo all’Ucraina e che l’Ucraina aveva utilizzato quel tempo per diventare più forte. Questa dichiarazione solleva una domanda inquietante: la diplomazia è stata utilizzata come un ponte verso la pace, oppure soltanto come una pausa prima dell’escalation successiva?

Una diplomazia che serve unicamente a guadagnare tempo per un ulteriore riarmo non è una politica di pace. È la continuazione dello scontro con altri mezzi.

Ogni nuova fornitura di armi, ogni attacco condotto sempre più in profondità nel territorio dell’altra parte e ogni dichiarazione secondo cui il conflitto potrebbe essere risolto soltanto militarmente avvicinano l’Europa a una guerra diretta tra potenze nucleari. Nessuno dovrebbe fingere che una simile escalation possa essere controllata con sicurezza.

È il momento di finirla.

Non quando soldati tedeschi e russi si troveranno direttamente gli uni di fronte agli altri. Non quando un missile avrà attraversato un confine che non avrebbe mai dovuto superare. Non quando i politici dichiareranno che ormai non esistono più alternative.

L’alternativa si chiama diplomazia. L’alternativa si chiama cessate il fuoco. L’alternativa consiste nel considerare la vita degli esseri umani più importante degli obiettivi geopolitici.

Il tempo della finta diplomazia deve finire. La Germania e l’Europa non dovrebbero contribuire a prolungare una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare. Dovrebbero fare tutto il possibile per concluderla, prima che una guerra già terribile diventi una catastrofe che nessuno sarà più in grado di fermare.

Perché, quando la diplomazia tacerà definitivamente, non saranno gli argomenti dei governi a morire.

Moriranno gli esseri umani.

Un giovane tedesco e un giovane russo non sono nemici dalla nascita.

Sono entrambi figli di questo mondo.

Entrambi sono stati bambini che di notte chiamavano i propri genitori. Entrambi conoscono la gioia, la vergogna, la speranza e la paura. Entrambi hanno persone che amano. Entrambi temono il dolore. Entrambi temono le ferite, le mutilazioni e la morte. Entrambi hanno paura di perdere la madre, il padre, i fratelli, gli amici o la persona con la quale vorrebbero trascorrere la propria vita.

Forse ascoltano la stessa musica.

Forse giocano allo stesso videogioco.

Forse entrambi sognano di formare una famiglia, aprire un’officina, studiare medicina, costruire una casa o semplicemente diventare anziani.

Perché dovrebbero uccidersi?

Non è stato il giovane tedesco a decidere che la Russia dovesse essere sua nemica. Non è stato il giovane russo a decidere che la Germania dovesse essere sua nemica.

Le guerre vengono decise da altri.

Dai governi. Dai presidenti e dai ministri. Dai comandi militari, dagli strateghi e dalle persone che siedono in edifici protetti davanti a schermi e cartine. Parlano di capacità operativa, percentuali di perdite, settori del fronte e obiettivi strategici.

Ma raramente spiegano che cosa significhino veramente queste parole.

Una “perdita” era una persona.

Aveva un nome.

Aveva una voce.

Qualcuno conosceva la sua risata. Qualcuno lo aspettava. Qualcuno vedrà per il resto della propria vita un posto vuoto a tavola.

Quando comincia la guerra, coloro che l’hanno decisa generalmente non si trovano nelle trincee. Ci devono andare gli altri. Gli altri devono sparare. Gli altri devono morire dissanguati. Gli altri devono continuare a vivere con arti amputati, pelle ustionata o immagini nella mente che non li abbandoneranno mai.

E in seguito qualcuno forse dirà che tutto questo era necessario.

Ma per chi è morto non esiste un seguito.

Per la sua famiglia non esiste una vittoria capace di riportarlo indietro.

Forse ti diranno che il servizio armato è un tuo dovere. Forse ti diranno che devi difendere la patria. Forse cercheranno di utilizzare la tua paura, il tuo senso del dovere o l’amore per la tua famiglia per farti indossare un’uniforme.

In quel momento ricordati:

La tua coscienza non appartiene allo Stato.

Il tuo corpo non appartiene alla Bundeswehr.

La tua vita non appartiene a un generale né a una strategia geopolitica.

In Germania la Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania protegge il diritto di rifiutare il servizio militare armato per motivi di coscienza. L’articolo 4, comma 3, stabilisce che nessuno può essere costretto, contro la propria coscienza, a prestare servizio militare armato. La domanda di riconoscimento deve basarsi su una decisione di coscienza personale e seria.

L’obiezione di coscienza non è codardia.

Essere codardi non significa deporre un’arma. A volte significa marciare insieme alla folla perché si ha paura di rimanere soli.

Il coraggio può consistere nel dire di no.

No a un ordine.

No a un’uniforme.

No all’idea che una persona sconosciuta debba morire perché dei governi l’hanno dichiarata nemica.

Non devi sostenere la Russia per rifiutare la guerra. Non devi difendere alcun governo. Non devi amare Putin, la NATO o qualsiasi altra potenza.

Puoi semplicemente amare l’essere umano.

Puoi dire: io non ucciderò.

Non per la Russia.

Non contro la Russia.

Non per la Germania.

Non per una bandiera, un confine o un discorso.

Qualcuno obietterà che una società senza soldati non può proteggersi. Ma esistono molti modi per proteggere le persone. Si possono curare i feriti, spegnere gli incendi, salvare chi è rimasto sotto le macerie, accogliere i profughi, distribuire alimenti, ricostruire le case distrutte e prevenire i conflitti. Si può servire la vita senza imparare a uccidere.

Il vero contrasto non è quello tra tedeschi e russi.

È quello tra chi considera gli esseri umani materiale utilizzabile per il proprio potere e chi si rifiuta di sacrificare vite umane.

Tra l’ordine e la coscienza.

Tra la guerra e la vita.

Qualora un giorno ricevessi una lettera, compilassi un questionario o ti trovassi davanti a una decisione, fermati per un momento.

Non pensare innanzitutto alle parole del governo.

Pensa alla persona che si trova dall’altra parte.

Immagina che nei tuoi occhi veda la stessa paura che tu vedi nei suoi. Immagina sua madre. Immagina la tua. Immagina che entrambe aspettino che i propri figli tornino a casa.

Poi domandati se un qualsiasi obiettivo politico abbia il diritto di chiedervi di uccidervi a vicenda.

Ascolta la tua coscienza.

Informati sul tuo diritto all’obiezione di coscienza. Non permettere che una campagna pubblicitaria, la pressione sociale o le promesse militari decidano al posto tuo una questione morale.

Finché sei ancora libero di decidere, scegli la vita.

Finché puoi ancora dire di no, di’ di no.

Finché hai ancora la possibilità di scegliere:

Non partecipare.

(17 luglio 2026)

Sag Nein zum Krieg: Dein Gewissen gehört dir

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Disponibile anche in italiano

Warum Kriegsdienstverweigerung heute ein Akt der Menschlichkeit ist

Deutschland rüstet auf. Seit Januar 2026 gilt der Neue Wehrdienst. Die Bundeswehr schreibt junge Menschen an, verschickt Fragebögen und versucht, mehr Freiwillige für die Streitkräfte und für eine stark vergrößerte Reserve zu gewinnen. Männer müssen den Fragebogen beantworten, für Frauen ist die Teilnahme freiwillig. Sollten sich nicht genügend Freiwillige melden, kann der Bundestag später eine sogenannte Bedarfswehrpflicht beschließen.

Die Bundesregierung spricht von Verteidigungsfähigkeit und Abschreckung. Sie bezeichnet Russland als die derzeit größte Bedrohung für die deutsche und europäische Sicherheit.

Man kann dafür viele diplomatische Begriffe verwenden. Man kann von Sicherheit, Bereitschaft, Stärke und Verantwortung sprechen. Doch der konkrete Sinn dieser Politik bleibt derselbe: Deutschland bereitet Menschen, Waffen und militärische Strukturen auf die Möglichkeit eines Krieges gegen Russland vor.

Ich sage: Wir dürfen uns daran nicht gewöhnen.

Wir dürfen nicht so tun, als wäre Krieg ein technisches Problem, das sich mit mehr Soldaten, mehr Panzern und mehr Munition lösen ließe. Krieg ist kein Planspiel. Krieg ist kein Pfeil auf einer Landkarte. Krieg ist ein menschlicher Körper, der von einem Geschoss getroffen wird. Krieg ist ein Mensch, der in einem brennenden Fahrzeug eingeschlossen ist. Krieg ist eine Mutter, die auf einen Anruf wartet, der ihr Leben für immer verändern wird.

Krieg ist immer falsch.

Wenn Diplomatie in Krieg umschlägt, haben wir alle verloren.

Dann spielt es für die Toten keine Rolle mehr, welche Regierung sich im Recht sah, welche Seite die überzeugenderen Erklärungen veröffentlichte oder welche Strategen glaubten, den Lauf der Geschichte kontrollieren zu können. Wo Diplomatie scheitert, beginnen Menschen zu sterben, die diese Entscheidungen nicht getroffen haben.

Die Aufgabe Deutschlands, der Europäischen Union und der NATO dürfte deshalb nicht darin bestehen, diesen Krieg immer weiter militärisch zu unterstützen und die Konfrontation mit Russland zu verschärfen. Ihre Aufgabe müsste darin bestehen, Schlimmeres zu verhindern, jede Möglichkeit für einen Waffenstillstand zu nutzen und mit aller Kraft auf Verhandlungen hinzuarbeiten.

Ehrliche Diplomatie bedeutet auch, die Ängste und Sicherheitsinteressen der anderen Seite ernst zu nehmen. Das heißt nicht, jeder Forderung zuzustimmen. Es bedeutet aber, Warnungen nicht jahrelang abzutun, Gesprächsangebote nicht durch militärische Drohungen zu ersetzen und Sicherheit nicht so zu organisieren, dass sich die jeweils andere Seite immer stärker bedroht fühlen muss.

Die Minsker Vereinbarungen hätten ein Weg aus dem Krieg im Donbass sein sollen. Angela Merkel sagte später, das Abkommen sei auch ein Versuch gewesen, der Ukraine Zeit zu geben, und die Ukraine habe diese Zeit genutzt, um stärker zu werden. Diese Aussage wirft eine erschreckende Frage auf: Wurde Diplomatie als Brücke zum Frieden benutzt – oder nur als Pause vor der nächsten Eskalation?

Eine Diplomatie, die lediglich Zeit für weitere Aufrüstung gewinnt, ist keine Friedenspolitik. Sie ist die Fortsetzung der Konfrontation mit anderen Mitteln.

Jede neue Waffenlieferung, jeder Angriff immer tiefer im Gebiet der anderen Seite und jede Erklärung, der Konflikt könne nur militärisch entschieden werden, bringt Europa näher an einen direkten Krieg zwischen Atommächten. Niemand darf so tun, als ließe sich eine solche Eskalation zuverlässig kontrollieren.

Es ist Zeit, damit aufzuhören.

Nicht erst dann, wenn deutsche und russische Soldaten einander unmittelbar gegenüberstehen. Nicht erst dann, wenn eine Rakete eine Grenze überschreitet, die niemals hätte überschritten werden dürfen. Nicht erst dann, wenn Politiker erklären, nun gebe es keine Alternative mehr.

Die Alternative heißt Diplomatie. Die Alternative heißt Waffenstillstand. Die Alternative heißt, das Leben von Menschen wichtiger zu nehmen als geopolitische Ziele.

Die Zeit der Scheindiplomatie muss enden. Deutschland und Europa sollten nicht dazu beitragen, einen Krieg fortzuführen, der niemals hätte beginnen dürfen. Sie sollten alles tun, um ihn zu beenden, bevor aus einem schrecklichen Krieg eine Katastrophe wird, die niemand mehr aufhalten kann.

Denn wenn die Diplomatie endgültig verstummt, werden nicht die Argumente der Regierungen sterben.

Es werden Menschen sterben.

Ein junger Deutscher und ein junger Russe sind keine geborenen Feinde.

Sie sind beide Kinder dieser Welt.

Beide waren einmal Kinder, die nachts nach ihren Eltern riefen. Beide kennen Freude, Scham, Hoffnung und Angst. Beide haben Menschen, die sie lieben. Beide fürchten Schmerzen. Beide fürchten Verwundung, Verstümmelung und Tod. Beide haben Angst, ihre Mutter, ihren Vater, ihre Geschwister, ihre Freunde oder den Menschen zu verlieren, mit dem sie ihr Leben verbringen möchten.

Vielleicht hören sie dieselbe Musik.

Vielleicht spielen sie dasselbe Computerspiel.

Vielleicht träumen sie beide davon, eine Familie zu gründen, eine Werkstatt zu eröffnen, Medizin zu studieren, ein Haus zu bauen oder einfach alt zu werden.

Warum sollten sie einander töten?

Nicht der junge Deutsche hat beschlossen, dass Russland sein Feind sein soll. Nicht der junge Russe hat beschlossen, dass Deutschland sein Feind sein soll.

Kriege werden von anderen beschlossen.

Von Regierungen. Von Präsidenten und Ministern. Von Militärstäben, Strategen und Menschen, die in geschützten Gebäuden vor Bildschirmen und Landkarten sitzen. Sie sprechen von Einsatzfähigkeit, Verlustquoten, Frontabschnitten und strategischen Zielen.

Aber sie sagen selten, was diese Wörter wirklich bedeuten.

Ein „Verlust“ war ein Mensch.

Er hatte einen Namen.

Er hatte eine Stimme.

Jemand kannte sein Lachen. Jemand wartete auf ihn. Jemand wird für den Rest seines Lebens einen leeren Platz am Tisch sehen.

Wenn der Krieg beginnt, stehen diejenigen, die ihn beschlossen haben, meistens nicht im Schützengraben. Andere müssen dort stehen. Andere müssen schießen. Andere müssen verbluten. Andere müssen mit amputierten Gliedmaßen, verbrannter Haut oder Bildern im Kopf weiterleben, die sie nie wieder verlassen.

Und später wird man vielleicht sagen, all das sei notwendig gewesen.

Aber für den Menschen, der tot ist, gibt es kein später.

Für seine Familie gibt es keinen Sieg, der ihn zurückbringt.

Vielleicht wird man dir sagen, der Dienst an der Waffe sei deine Pflicht. Vielleicht wird man dir sagen, du müsstest deine Heimat verteidigen. Vielleicht wird man versuchen, deine Angst, dein Pflichtgefühl oder deine Liebe zu deiner Familie zu benutzen, um dich in eine Uniform zu bringen.

Dann erinnere dich daran:

Dein Gewissen gehört nicht dem Staat.

Dein Körper gehört nicht der Bundeswehr.

Dein Leben gehört keinem General und keiner geopolitischen Strategie.

In Deutschland schützt das Grundgesetz das Recht, den Kriegsdienst mit der Waffe aus Gewissensgründen zu verweigern. Artikel 4 Absatz 3 bestimmt: Niemand darf gegen sein Gewissen zum Kriegsdienst mit der Waffe gezwungen werden. Ein Antrag auf Anerkennung muss auf einer persönlichen und ernsthaften Gewissensentscheidung beruhen.

Kriegsdienstverweigerung ist keine Feigheit.

Feigheit bedeutet nicht, eine Waffe niederzulegen. Manchmal bedeutet Feigheit, mit der Menge zu marschieren, weil man Angst davor hat, allein stehen zu bleiben.

Mut kann bedeuten, Nein zu sagen.

Nein zu einem Befehl.

Nein zu einer Uniform.

Nein zu der Vorstellung, ein fremder Mensch müsse sterben, weil Regierungen ihn zum Feind erklärt haben.

Du musst Russland nicht unterstützen, um den Krieg abzulehnen. Du musst keine Regierung verteidigen. Du musst weder Putin noch die NATO noch irgendeine andere Macht lieben.

Du kannst einfach den Menschen lieben.

Du kannst sagen: Ich werde nicht töten.

Nicht für Russland.

Nicht gegen Russland.

Nicht für Deutschland.

Nicht für eine Fahne, eine Grenze oder eine Rede.

Man wird einwenden, ohne Soldaten könne sich eine Gesellschaft nicht schützen. Doch es gibt viele Arten, Menschen zu schützen. Man kann Verletzte versorgen, Brände löschen, Verschüttete retten, Flüchtlinge aufnehmen, Lebensmittel verteilen, zerstörte Häuser wiederaufbauen und Konflikte verhindern. Man kann dem Leben dienen, ohne das Töten zu lernen.

Der wahre Gegensatz besteht nicht zwischen Deutschen und Russen.

Er besteht zwischen denjenigen, die Menschen als Material ihrer Macht betrachten, und denjenigen, die sich weigern, Menschenleben zu opfern.

Zwischen dem Befehl und dem Gewissen.

Zwischen dem Krieg und dem Leben.

Wenn du eines Tages einen Brief erhältst, einen Fragebogen ausfüllst oder vor einer Entscheidung stehst, dann halte einen Moment inne.

Denke nicht zuerst an die Worte der Regierung.

Denke an den Menschen auf der anderen Seite.

Stell dir vor, er sieht genauso große Angst in deinen Augen, wie du in seinen siehst. Stell dir seine Mutter vor. Stell dir deine eigene Mutter vor. Stell dir vor, beide warten darauf, dass ihre Kinder nach Hause kommen.

Dann frage dich, ob irgendein politisches Ziel das Recht hat, von euch zu verlangen, einander zu töten.

Höre auf dein Gewissen.

Informiere dich über dein Recht auf Kriegsdienstverweigerung. Lass dir deine moralische Entscheidung nicht von einer Werbekampagne, gesellschaftlichem Druck oder militärischen Versprechen abnehmen.

Solange du noch frei entscheiden kannst, entscheide dich für das Leben.

Solange du noch Nein sagen kannst, sage Nein.

Solange du noch die Wahl hast:

Mach nicht mit.

(17. Juli 2026)

Riforma elettorale? La Costituzione e le regole nei partiti

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Quanto segue è un testo di Giulio Ripa.

La Costituzione e le regole nei partiti

Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Art. 67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Nei due articoli della Costituzione italiana sopra citati si possono dedurre alcune considerazioni.

I cittadini si possono associare liberamente in partiti, ma non ci sono norme che indicano come organizzare internamente la vita del partito. La Costituzione italiana non ha dato una personalità giuridica ai partiti.

In più un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni non è vincolato ai cittadini che lo hanno eletto, perché rappresenta la Nazione.

La Costituzione, nella sostanza non ha definito le regole sulle modalità di fare politica.

Per come sono andate le cose nella repubblica italiana, senza entrare nel merito dei due articoli della Costituzione, possiamo affermare che in Italia da molti decenni si è formata una partitocrazia, una casta autoreferenziale che si alimenta mediante un sistema che si mantiene grazie alla corruzione e un clientelismo largamente e profondamente condiviso. Questo vuol dire che i partiti hanno regole magari non scritte che favoriscono una politica degenerata e degenerante.

Vediamo allora attraverso quali “regole” i partiti si sono organizzati per fare “politica” e quali sono gli antidoti necessari che possono essere adottati ora, senza aspettare cambiamenti istituzionali o legislativi che richiedono tempo e compromessi con tutte le forze in campo.

I punti fondamentali da affrontare sono:

1 - Organizzazione e finanziamento del soggetto politico

L’organizzazione di un partito normalmente ha queste caratteristiche: burocratizzazione, impersonalità, delega ai livelli centrali, svalutazione dei livelli locali, struttura piramidale con a capo un leader, etc.

Le adesioni al partito che avvengono attraverso il tesseramento diventano in questo contesto l’elemento determinante nella vita del partito. Le tessere diventano un gioco di potere che attraverso il clientelismo più che il proselitismo determinano i rapporti di forza interni al soggetto politico.

Avere più tessere equivale a più potere. Avere più tessere amiche significa avere più delegati amici quando ci sarà il congresso. Con le tessere si costruiscono le carriere politiche.

Non è un caso che all’approssimarsi dei congressi il tesseramento diventa spesso causa di conflitti interni insanabili all’interno dei partiti. Ci sono stati dei casi in alcuni partiti dove risultavano più tessere che voti presi durante le elezioni.

Una regola da scrivere potrebbe essere che il numero dei delegati eletti a rappresentare le istanze dei vari livelli territoriali nel soggetto politico, dovrebbe essere calcolato in proporzione al numero di residenti e non al numero di tessere (o adesioni).

Un cambiamento più profondo potrebbe farlo un soggetto politico federato che sviluppa una organizzazione a rete distribuita sul territorio, costituita da associazioni e movimenti civici, dove i cittadini senza delegare nulla a nessuno, con un flusso di decisioni che va dal basso verso l’alto, possono concorrere democraticamente a determinare le scelte politiche del soggetto politico.

Per questo, il soggetto politico sopra definito, rende trasparenti le proprie azioni pubblicando su internet gli atti delle procedure collegate, in modo che i cittadini interessati possano non solo partecipare agli incontri e alle assemblee tradizionali, nei luoghi e nei tempi previsti, ma anche informarsi, discutere, progettare e decidere online senza limiti di spazio e tempo predeterminati.

In questo modo i costi della politica si possono ridurre evitando i costi dell’apparato (circoli, sezioni, etc) dei partiti, pur mantenendo una presenza radicata nel territorio.

Ma anche come avviene il finanziamento di un partito è fondamentale per la sua vita democratica interna. Dopo tangentopoli un’azienda, una lobby economica può finanziare un partito oppure un suo candidato con l’unico vincolo di registrare tale finanziamento.

Al di là del finanziamento pubblico dei partiti che è un argomento su cui occorre discutere, proprio il finanziamento del sistema dei partiti da parte del sistema economico ha fatto in modo che i partiti non siano più al servizio dei cittadini, ma hanno come riferimento “i grandi elettori” cioè i poteri economici-finanziari.

Visto che non è obbligatorio, l’alternativa è rifiutare questo tipo di finanziamento. E’ meglio procedere con l’autofinanziamento.

I 20.000 euro mensili di un parlamentare o i circa 10.000 euro mensili di un consigliere regionale in Italia alla fine fanno perdere qualsiasi rapporto con i cittadini basato su ideali di giustizia ed uguaglianza.

Allora l’autofinanziamento può avvenire mettendo un tetto massimo di retribuzione netta per eletti e nominati, il resto si dà al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione.

A livello nazionale e regionale gli eletti e i nominati trasferiscono tutto il percepito alla cassa comune nazionale, dalla cassa viene passato all’eletto o al nominato una somma mensile che integri eventuali redditi (pensioni, rendite, ecc.) fino a garantire una retribuzione massima limitata ad un salario medio-alto o che non superi il livello medio dei rispettivi eletti europei. Per esempio a livello regionale 2.500 euro al netto delle spese potrebbe essere un punto di arrivo per svolgere tale carica istituzionale.

2 - Distribuzione del potere

Un’altra regola non scritta nei partiti è l’accentramento del potere.

Questo avviene attraverso il cumulo di cariche politiche, elettive, pubbliche ed istituzionali.

Ad esempio un parlamentare che è anche dirigente di un partito non solo non ha, come dice la Costituzione, nessun vincolo di mandato rispetto agli elettori che lo hanno eletto, ma essendo anche dirigente del partito può agire senza nessun controllo della base del partito di appartenenza.

Per cui sarebbe più giusto svolgere una sola carica. Carica di responsabilità nell’organizzazione del partito oppure una carica elettiva; una carica pubblica ad esempio all’interno di una azienda partecipata oppure una carica politica; chi svolge una carica istituzionale ad esempio governatore della regione non può svolgere la funzione di dirigente di un partito; chi fa il ministro non può fare il sindaco di un paese, etc. In questo modo il potere all’interno di un partito viene distribuito meglio, senza creare “boss” locali o nazionali.

3 - Procedure elettorali

Attualmente sono le segreterie dei partiti a scegliere i candidati alle elezioni.

Poche persone decidono per milioni di elettori chi eleggere.

Per ovviare a questo, in attesa di futuri cambiamenti del sistema elettorale, si può applicare il metodo delle elezioni primarie di collegio e di programma, per la designazione dei candidati alle elezioni a qualsiasi livello istituzionale.

Inoltre è meglio scrivere la regola, nella vita interna del partito, che tra i requisiti di un candidato se vuole presentarsi alle elezioni, visto l’abbondanza nel parlamento italiano di imputati e condannati, non dovrà avere riportato sentenze di condanna in sede penale, anche non definitive.

Ci sono molti politici che hanno trasformato in una professione quello che dovrebbe essere un servizio civile a favore di tutti i cittadini. Quindi ineleggibilità oltre il secondo mandato a tutti i livelli istituzionali. Ogni candidato non dovrà avere assolto in precedenza più di un mandato elettorale, a livello centrale o locale, a prescindere dalla circoscrizione nella quale presenta la propria candidatura.

Molte volte per rapporti di forza interni, i partiti candidano per le elezioni persone che non hanno nessuna relazione con il territorio, per cui sarebbe meglio che chi intende avanzare la propria candidatura debba risiedere in una delle circoscrizioni elettorali dove si svolgeranno le elezioni.

Un’altra regola non scritta è quella delle candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali. Molti partiti presentano durante le elezioni politiche candidati di bandiera che di solito sono i leader di partito. Un elettore lo vota, ma poi dopo le elezioni è il leader che sceglie chi deve andare al parlamento nelle circoscrizioni dove lui è stato eletto. Quindi una regola da scrivere sarebbe quella di vietare candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali.

Altra regola che manca nella vita di un partito sarebbe quella di vincolare i candidati eletti alle seguenti condizioni:

a) Il soggetto politico provvederà a pubblicare in Rete, in un apposito ed adeguato spazio web, l’elenco dei candidati ed il loro curriculum vitae, denuncia dei redditi e situazione patrimoniale, con il proprio programma di governo ed istituirà contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini che consenta il libero scambio di opinioni e critiche con i componenti della lista dei candidati.

b) obbligo di firma di una fideiussione (prima della accettazione della candidatura) che garantisce un finanziamento al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione da parte di una banca (a garanzia c’è l’indennità e la diaria percepita dall’eletto) di una somma corrispondente al totale delle indennità e delle diarie fino alla fine del mandato, a partire dal mese in cui l’eletto: cambia gruppo o schieramento politico, sospende di conferire le indennità e le diarie alla cassa comune nazionale, non si dimette al termine del periodo di rotazione.

I due vincoli cercano di riequilibrare il rapporto tra eletti ed elettori.

L’eletto pur essendo senza vincolo di mandato, con queste regole gode di minori privilegi della casta ed è più sotto controllo dei cittadini.

Chi vuole un cambiamento nelle modalità di fare politica può, ora, scrivere nuove regole all’interno dei rispettivi statuti fondativi. E’ possibile, perché questo tipo di cambiamento dipende solo dalla volontà di chi vuole cambiare. I cambiamenti che dipendono anche dagli altri, esigono tempo e sono difficili da ottenere, valgono solo come prospettiva.

Le buone intenzioni non bastano, molte volte i pensieri vengono espressi solo per fare carriera da chi vive la politica come mestiere. Bisogna trasformare i sogni in fatti concreti. Esperienze passate, come quelle dei radicali o anche dei verdi, che rispetto alla partitocrazia avevano posizioni molto più estremiste di alcuni movimenti politici che si ritengono distinti e distanti dai partiti attuali, sono risultate fallimentari senza scrivere buone regole negli statuti fondativi dei soggetti politici, facendo così rientrare a pieno titolo nella loro vita organizzativa un agire diverso nel modo di fare politica. Perché, poi, alla fine nella politica contano i pensieri trasformati in azioni che determinano la reale volontà di cambiamento come soggetto politico.

L’alternativa alla propaganda? L’autoesame, l’autocritica.

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La propaganda è una comunicazione organizzata che mira a orientare percezioni e comportamenti collettivi, selezionando informazioni, emozioni e simboli in funzione di un obiettivo politico. Tale obiettivo può essere sostenuto da un campo istituzionale moralmente degradato e criminale, o per lo meno è questo tipo di circostanza quella che, secondo me, merita più attenzione. Il compito primario di ogni cittadino è riconoscere tale propaganda, e le propagande che specularmente ad essa si oppongono, e ripulire la propria mente. E’ importante soprattutto ripulirsi dall’odio e dalla paura che possono essere indotti dal sistema di potere dominante.

Il confine tra propaganda (1), educazione (2), pubblicità (3), religione (4), scienza (5), politica (6), scuola (7), sistema economico (8), tv e giornali (9), social (10), IA (11) e legge dello Stato (12) è molto sfumato, anzi, in alcuni casi indecidibile.

Prendiamo un esempio che, sia ben chiaro, è solo un pretesto per sviluppare un ragionamento – il covid –, fermo restando che meccanismi simili si trovano anche in altri tipi di propaganda. Caro lettore, cara lettrice, ti invito a notare i collegamenti tra i dodici punti nel paragrafo seguente, a riflettere su cosa hanno in comune e sulla veridicità o falsità della ricostruzione da me proposta. Ovviamente sto esprimendo come io ho vissuto quel periodo, e sono consapevole dei limiti di uno specifico punto di vista. Se anche tu dovessi dissentire in tutto o in parte, per favore tieni presente che nelle mie parole non c’è odio per nessuno, ma solo tristezza per tutto il male non necessario che è stato compiuto, e per il fatto che il bene pubblico sia stato in mano a persone incapaci di amare il proprio popolo (cfr. intervista a Daniele Giovanardi, 31 luglio 2026) .

Ti anticipo che non voglio né convincerti di qualcosa, né confermarti le tue idee. Osserva come mi esprimo, il significato ti sarà più chiaro se arriverai fino alla fine. Sto contrastando la propaganda, o ne sto mettendo in scena il funzionamento? Osserva come la tua mente reagisce al mio modo di raccontarti il periodo pandemico, fai attenzione alle tue emozioni. Qualunque sia la tua reazione — consenso, irritazione, sollievo, rifiuto o indifferenza — prova semplicemente a osservarla:

Dal 2020 al 2022, c’è stata, secondo me, una “propaganda” (1) continuativa, pervasiva e invasiva per indurre la popolazione mondiale a credere nell’esistenza di un pericolo grave, che altrimenti avrebbe avuto poco risalto, scarsi effetti e, soprattutto, terapie vere.
 
Ciò si è concretizzato in battaglie di cattiva “educazione” (2), come toccare gomito contro gomito i propri cari invece di dar loro un abbraccio, e restare chiusi in casa – a marcire e ad ammalarsi – invece di rinforzarsi e svagarsi con attività all’aria aperta. Tali follie sono state aggravate da una “pubblicità” (3) molto aggressiva sull’urgente necessità di fare da cavie da laboratorio per una pericolosa e inutile terapia genica sperimentale, alias vaccino.
 
Anche la “religione” (4) ha avuto un ruolo decisivo nel promuovere tale crimine, per bocca di papa Francesco che ha invitato i fedeli a considerare la vaccinazione come un atto d’amore.
 
In quel periodo funesto, il sentire comune era espresso dall’irrisolvibile ossimoro “Io credo nella scienza” (5). Certo, anche Luc Montagner credeva nella scienza, infatti è stato ignorato e ridicolizzato.
 
La “politica” (6) dell’eversivo “Governo dei Peggiori” di Mario Draghi è stata feroce e decisiva nell’estorsione del cosiddetto “consenso disinformato” sulla “scelta” di vaccinarsi, tramite il ricatto lavorativo. Tale eversione è stata approvata e sostenuta dalle democratiche ed empatiche parole del Presidente della Repubblica Mattarella: “Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione”.
 
La “scuola” (7) ha giocato sullo stesso fronte della guerra contro i cittadini e contro il buon senso, non solo con misure demenziali come i banchi a rotelle, non solo con obblighi incivili, diseducativi e contrari alla salute come quello delle mascherine, ma anche attentando alla vita dei docenti con il ricatto del vaccino per poter lavorare. A scuola, tenere tutti separati, distanziati, mascherati e con un veleno iniettato nel corpo è stata chiamata “educazione affettiva”.
 
Il tutto, ovviamente, al servizio del “sistema economico” (8) di poche multinazionali del farmaco e di alcuni produttori di mascherine, con il contemporaneo smantellamento del tessuto economico italiano.
 
La “tv” e i “giornali” (9) hanno avuto un ruolo fondamentale nel creare il clima di panico, anzi, di terrore, di rabbia e di odio necessario per sostenere questo sfacelo dell’intelligenza, dello stato di diritto, delle pratiche mediche, della salute, delle libertà fondamentali, delle famiglie e delle relazioni sociali.
 
I social (10) e l’IA (11), soprattutto quella usata dai motori di ricerca, hanno occultato con forza ed efficacia la solida documentazione scientifica a sostegno di chiavi interpretative diverse rispetto a quella dell’OMS.
 
In questo periodo molto buio per le coscienze, la “legge dello Stato” (12) ha dimostrato di essere subordinata a una catena di comando che non c’entra niente né con la democrazia, né con il rispetto della dignità della vita. Al contrario, tra le varie imposizioni per la dichiarata pandemia, ci sono stati anche il divieto dell’uso delle terapie note ed efficaci contro il coronavirus, la grave persecuzione – fino all’istigazione al suicidio – dei medici che hanno preferito salvare delle vite piuttosto che seguire le linee guida ministeriali (tipo Giuseppe De Donno, giusto per rammentare una vicenda tragica), e TSO equivalenti a gravi torture invalidanti contro alcuni dissidenti.

Nel brano precedente ho accumulato accuse, attribuito intenzioni, usato termini moralmente saturi e presentato come unitario un insieme complesso di istituzioni e persone. Il fatto che io ritenga fondate tutte queste accuse non elimina il problema della forma con cui le ho organizzate.

Orbene, cosa hanno in comune i dodici punti all’interno della mia narrazione? La propaganda funziona proprio così, entrando nella mente e nel cuore di ciascuno di noi, aggredendoci su tutti i fronti. L’intera società si struttura e si riorganizza a sostegno della propaganda, verso la propria autodistruzione. Chi osa dissentire è trattato come un incapace di intendere e volere nel migliore dei casi, o come un mostro da incarcerare, torturare e uccidere nel peggiore.

Forse pochi di noi ricordano le parole terribilmente violente contro i non-vaccinati, per i quali sono state augurate torture crudeli anche sui maggiori quotidiani nazionali e anche da infermieri e medici. Questa non è un'illazione o una polemica, ma la sintesi di molti articoli che ho visto a suo tempo. In quel periodo si parlava addirittura di lager per i non-vaccinati. Per completare il quadro disumanizzante, negli ospedali sono state applicate forme di eutanasia non consensuale e non richiesta, ovvero omicidi premeditati e aggravati, contro molte persone ricoverate per il covid, come argomentato in sede legale dal medico Barbara Balanzoni.

Il popolo, di solito, ama e sostiene i dittatori piccoli e grandi, o coloro che si atteggiano come tali. E’ una sorta di fisiologica attrazione per la leadership autoritaria durante le crisi, mossa dalla speranza che il “capo” risolva i problemi. Non mi riferisco solo a figure macroscopiche tipo il succitato Draghi, ma anche a personaggi più piccoli tipo Vincenzo De Luca, che in Campania ha fatto della “non tolleranza” il suo cavallo di battaglia, ricevendo come premio una larga maggioranza di consensi nelle elezioni regionali.

Riassumendo quanto ho scritto fin qui, è chiaro come funziona la propaganda? Si fonda sulla menzogna e sull’interesse di pochissimi, creando morte e distruzione, con il sostegno di una larga parte della popolazione e di tutte le istituzioni e i mezzi di informazione dello Stato. Sottrarsi è praticamente impossibile. Sia chi segue la propaganda, sia chi si oppone ad essa, rischia gravi danni fino alla morte.

Oggi, in Europa, siamo inseriti all’interno di un altro tipo di propaganda, volta a sostenere una guerra continentale contro la Russia. Quello che ciascuno di noi può fare è vigilare con attenzione sui propri pensieri.

Se anche una sola delle seguenti domande ha una risposta affermativa, forse un certo tipo di propaganda ufficiale, o di propaganda alternativa che si contrappone a quella ufficiale, sta lavorando sulla nostra mente come un cancro:

- Da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi?
- Uno specifico gruppo di persone, riconoscibili per nazionalità, etnia, condizione sociale o medica, religione, idee, identità o preferenze specifiche, sono dei mostri pericolosi e schifosi con cui non ha senso dialogare?
- C’è qualcuno che merita di essere picchiato, torturato o ucciso?
- C’è una nazione che viola sistematicamente quei diritti umani che invece da noi sono ben tutelati?
- C’è qualche popolo o, comunque, gruppo di persone che vuole la nostra distruzione o che vuole conquistarci?
- Chi la pensa diversamente e si comporta come preferisce, ci mette in pericolo?
- Ci esaltiamo, o quantomeno siamo contenti, quando un drone, un missile o una bomba arriva su ciò che consideriamo un bersaglio legittimo?
- Ci viene da sorridere apprendendo della disgrazia o della morte di qualcuno?
- Ci sembra giusto riempire qualcuno di offese, maledirlo, o screditarlo?

Spero che ciascuno di noi riesca a riconoscere il veleno della propaganda dentro di sé. La propaganda è ovunque, su molteplici temi e spesso ben mascherata.

La propaganda non si combatte sostituendo una narrazione assoluta con una narrazione opposta. Si combatte imparando a riconoscere la disumanizzazione, la polarizzazione e la sospensione del dubbio anche quando confermano le nostre convinzioni. E questo, sia ben chiaro, lo dico anche a me stesso. Nella ricostruzione da me proposta, ad esempio, ho usato gli stessi meccanismi della propaganda alternativa al main stream: polarizzazione, assenza di dubbio, mostrificazione. Ma almeno mi analizzo, mi critico e, arrivati sul finale di queste riflessioni, lo ammetto. E aggiungo che questo è il modo migliore per non ascoltare e per non farsi ascoltare.

(13 luglio 2026)

Europa, continente della sorveglianza: anatomia di una deriva autoritaria

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Dal mio osservatorio, l'Unione Europea non è un'alleanza di mutuo soccorso tra popoli, ma un'associazione a delinquere di stampo mafioso, fondata su ricatti, censura, omertà e terrorismo.

  • Cosa sia la libertà di parola, l'abbiamo visto con gli anni di carcere e le torture ad Assange.
  • Cosa sia la democrazia, è ben rappresentato dal piano "REARM Europe", per rubare fino a 800 miliardi di euro dalla spesa pubblica, indirizzandoli in armamenti per causare - o almeno provare a causare - una guerra continentale.
  • Cosa sia il diritto di voto, l'abbiamo visto con l'annullamento delle elezioni in Romania nel 2024, con le elezioni truccate in Moldavia nel 2024 e con l'arresto degli oppositori politici sia allora che oggi; da non dimenticare, poi, i vari Primi Ministri italiani che, prima della nomina, non sono stati presentati agli elettori come candidati premier (Ciampi, Dini, Monti, Conte e Draghi).
  • Cosa sia rimasto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l'abbiamo visto durante la dichiarata pandemia prima, e con il reclutamento forzato tramite pestaggi oggi (in riferimento all'Ucraina ben foraggiata dall'UE).
  • Cosa sia la giustizia, lo vediamo con l'esaltazione, l'elogio e l'appoggio agli omicidi mirati su base politica compiuti da Kiev. A scanso di equivoci, mi sto riferendo al database Myrotvorets, che elenca i dati personali delle persone da uccidere perché ritenute nemiche dell'Ucraina. Per citare alcuni omicidi politici accertati: Oleg Kalashnikov (ex deputato ucraino), Oles Buzina (giornalista e scrittore), Darya Dugina (giornalista e attivista), Vladlen Tatarsky (blogger militare), Stanislav Rzhitsky (ex comandante di sottomarino), Ilya Kyva (ex deputato ucraino), Valery Trankovsky (ufficiale di marina), Igor Kirillov (tenente generale russo), Fanil Sarvarov (tenente generale russo).
  • Cosa siano le radici cristiane dell'UE l'abbiamo appreso da Ursula von der Leyen, secondo cui: «I valori dell’Europa sono i valori del Talmud», nel senso del genocidio dei palestinesi, presumo.
  • Cosa sia la pace in Europa l’abbiamo visto sia con le guerre combattute sul continente europeo:
    • le guerre in Croazia e Bosnia-Erzegovina dal 1991 al 1995;
    • la guerra del Kosovo del 1998-1999;
    • il conflitto nella Macedonia del Nord del 2001;
    • la guerra russo-georgiana del 2008;
    • la guerra civile in Ucraina iniziata con il colpo di Stato nel 2014, trasformatasi in guerra dell'intera NATO contro la Russia nel 2022;
  • sia con la partecipazione di diversi Stati membri a guerre e interventi militari esterni, come:
    • Afghanistan dal 2001 al 2021;
    • Iraq dal 2003 al 2011;
    • Libia nel 2011.
  • Cosa sia l'aiuto reciproco tra i popoli, l'abbiamo visto con le politiche di austerità, con i tagli allo stato sociale, con i 439.000 bambini in grave povertà e conseguente sottoalimentazione in Grecia nel 2012 (Unicef). Negli anni della crisi greca, centinaia di bambini sono presumibilmente morti di fame o per mancanza di cure mediche, come possiamo desumere dalla mortalità infantile in eccesso, e dai 400.000 nuclei familiari greci senza reddito. Nel 2019, il nostro ex Primo Ministro Mario Draghi definì un successo la gestione economico-finanziaria della Grecia nonostante il prezzo terribile pagato dalla popolazione. Nel 2011, l'altro nostro ex Primo Ministro Mario Monti ha definito la Grecia come il più grande successo dell'euro. Infatti, proprio un bel successo.
  • Se proprio vogliamo cercare le origini teologiche della dirigenza dell'UE, il suo culto di riferimento è il maialesimo, volendo essere molto garbati, o il satanismo nazista, volendo essere un po' più concreti.

Libertà e dignità già adesso sono parole senza senso, in un mondo dove la persona comune non ha soldi né per se stessa, né per i propri figli esistenti o desiderati, né per avere un minimo di progettualità futura per una famiglia. Il lavoro è un diritto? Ma di che tipo di lavoro stiamo parlando? E per chi?

In questo clima tetro, la scansione generalizzata delle comunicazioni private, detta Chat Control, ovvero la sorveglianza di massa applicata da poche multinazionali, per lo più statunitensi, contro la popolazione europea, dal 9 luglio 2026 è stata ulteriormente legalizzata dal Parlamento Europeo.

Vorrei portare l'attenzione su quattro punti:

1. Se le nostre vite devono essere trasparenti come l'acqua limpida in una giornata di sole nei confronti di pochi potentati sovranazionali, al contrario, coloro che esercitano un potere corruttivo e criminale contro la popolazione per ottenere vantaggi personali sono esonerati da qualsiasi controllo. Ad esempio, qualcuno di noi ha letto lo scambio di SMS tra Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer?

2. Dover essere completamente "trasparenti", a prescindere dal fatto che lo si voglia o meno, è un abuso che uccide il libero arbitrio e toglie ogni fondamento di libertà e dignità. Significa che la propria vita non appartiene più a se stessi, ma a qualcun altro.

3. A chi sostiene ingenuamente queste iniziative in nome di una millantata sicurezza, e che crede di cavarsela con un bonario "Tanto non ho nulla da nascondere, non faccio nulla di male", vorrei far notare che il problema è proprio "chi" decide cosa sia "bene" o "male". Facciamo un esempio: se entro in un bar per andare in bagno, è un bene, un male o un'azione neutra? È legittimo o è illegittimo? Vi faccio notare che, durante la psicopatia collettiva legata alla paura per il Covid, andare alla toilette era un reato per i non-vaccinati, trattati alla stregua di esseri non-urinanti, non-defecanti e, in generale, non-necessitanti di qualunque cosa per la quale serva un bagno.

4. Esprimere un'opinione già adesso è reato. Dal 2 luglio 2026, condividere un video nell’Unione Europea può costare fino a 5 anni di carcere. Il problema non sono i contenuti - veri, falsi o opinabili che siano - ma la fonte. Mi sto riferendo alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, causa C-67/25. È tutto normale? In questo clima vogliamo il Chat Control, così se qualcuno esprime in privato un'opinione politicamente scomoda viene arrestato? È questa la direzione?

Unione Europea, vaffanculo.

(10 luglio 2026)

L’IA non sta cambiando il lavoro: lo sta cancellando

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L'IA è un motore di una disoccupazione strutturale e duratura. Non perché elimini semplicemente alcuni compiti ripetitivi, ma perché riduce alla radice la domanda di lavoro umano proprio nei punti in cui prima si costruivano esperienza, competenza e carriera. Se il codice viene generato automaticamente, se i processi aziendali vengono automatizzati e se le imprese possono produrre di più assumendo meno persone, il problema non è più una crisi temporanea del mercato tech: è la nascita di un sistema in cui intere generazioni rischiano di non entrare mai davvero nel mondo del lavoro.

Non siamo davanti a una pausa nelle assunzioni, ma a una sostituzione permanente della forza lavoro.

Quel che è peggio è che tutto questo non arriva come una sorpresa. Già oltre dieci anni fa, quando l’IA generativa non era ancora entrata nel linguaggio comune, studiosi, economisti e osservatori del mercato del lavoro avvertivano che l’automazione non avrebbe colpito solo fabbriche e mansioni ripetitive, ma anche il lavoro intellettuale. Nel 2013 Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, dell’Università di Oxford, stimavano che quasi metà dell’occupazione statunitense fosse esposta al rischio di computerizzazione; pochi anni dopo, il World Economic Forum e figure come Stephen Hawking mettevano in guardia dall’impatto dell’intelligenza artificiale sui lavori della classe media. Dunque non siamo davanti a un effetto collaterale imprevisto: siamo davanti a uno scenario annunciato, incorporato nelle strategie aziendali e oggi presentato come inevitabile "progresso" (?!) tecnologico.

Distruggere il lavoro significa uccidere l'essere umano: è progresso? Non credo. Non è stato un incidente, ma una traiettoria prevista, discussa e accettata, che rientra nella logica di un turbocapitalismo neo-liberista in cui il massimo profitto di pochissimi si basa sul totale disprezzo per la vita altrui.

[...] Uno degli esempi più eclatanti è Dhruv, uno studente di informatica presso la New York University. Nonostante abbia inviato oltre 8000 candidature, non è riuscito a trovare un lavoro full-time o anche solo un tirocinio. “Prima, per entrare nel mondo del lavoro bastava sapere un linguaggio di programmazione e qualche strumento. Ora, persino i lavori entry-level richiedono tra tre e cinque anni di esperienza”, ha dichiarato Dhruv.
 
La situazione è simile per Haram Kang, laureata in scienze informatiche alla Rutgers University nel New Jersey. Nonostante abbia inviato oltre 700 candidature, non è riuscita a trovare un lavoro full-time. “Dieci o anche cinque anni fa, studiare informatica era una garanzia di successo”, ha detto Haram. “Ma quando ci siamo laureati, il mercato era già saturo”.
 
Yohan Aton, ex dipendente di Meta, ha perso il suo lavoro in maggio a causa della crescente automazione dei processi aziendali. Aton ha rivelato che nel 2025, circa il 70% del nuovo codice sviluppato da Meta è stato generato da IA, e questa percentuale è salita fino al 95% entro maggio di quest’anno.
 
Meta ha licenziato circa 8000 dipendenti, pari a un decimo della sua forza lavoro totale, e ha cancellato i piani per assumere altri 6000 dipendenti. [...]
 
fonte: https://www.redhotcyber.com/post/venti-agentici-8000-candidature-e-nessun-impiego-la-laurea-in-informatica-ha-valore/

(2 luglio 2026)

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