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Politica ed economia

NO CETA: prossime mobilitazioni di piazza

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STOP CETA - 5 luglio 2017, Montecitorio, Roma

Ultimi aggiornamenti: https://stop-ttip-italia.net/

Aggiornamento 27 giugno 2017: Pd e MDP (di nuovo assente) votano sì al CETA con Forza Italia… e contro l’Italia

Aggiornamento 22 giugno 2017: Salta il voto di ratifica del CETA. Il voto in commissione Affari esteri del Senato spostato a martedì 27 giugno 2017. Stop TTIP Italia, insieme alle associazioni agricole, ambientaliste e sindacali, rilancia la mobilitazione di piazza per bloccare l’accordo. Appuntamento martedì 27 giugno 2017 alle 10 al Pantheon: ci sarà un presidio fisso organizzato insieme a Coldiretti, CGIL, Slowfood, Arci e altre realtà. Mercoledì 5 luglio 2017 invece ci sarà un nuovo presidio-manifestazione proprio sotto il Parlamento, in piazza Montecitorio, dalle 10:00.
Sito di riferimento: https://stop-ttip-italia.net/

Sullo stesso argomento:

L'articolo che segue è a firma di Elena Mazzoni e pubblicato il 23 giugno 2017 all'indirizzo:
http://www.listatsipras.eu/2017/06/23/mobilitiamoci-contro-il-ceta/

NO CETA - Manifestazione contro la ratifica

Mobilitiamoci contro il CETA

L’imponente mobilitazione organizzata dalla Campagna StopTTIP-StopCETA Italia, le migliaia di lettere, tweet e dossier inviati ai senatori e al Presidente stesso dai cittadini, sono riuscite nell’impresa titanica di far slittare il voto della Commissione Affari Esteri a martedì 27 e quello in plenaria a mercoledì 28.

Il successo maggiore però non consiste nello slittamento del voto ma nell’aver costretto il presidente della Commissione, Pier Ferdinando Casini, a tenere audizioni e ad aprire una discussione, pur se di due soli giorni, su un tema tanto delicato ed altrettanto taciuto.

Un vero e proprio esempio di politica dal basso che ha infiammato gli animi e spinto Coldiretti, Cgil, Greenpeace, Slowfood e tutte le organizzazioni che sostengono la Campagna italiana, ad organizzare due momenti di intensa partecipazione in piazza a Roma, martedì 27 al Pantheon alle 10:00 e mercoledì 5 luglio, sempre alle 10:00, proprio in piazza Montecitorio

https://stop-ttip-italia.net/2017/06/22/ceta-ratifica-piazza-333/.

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa non ci piaccia del CETA con il simpatico Canada del bel premier Trudaeu.

I motivi sono tanti e potete trovarli riassunti nel libro bianco sottoscritto con Coldiretti, Cgil, Greenpeace, Arci, Acli, Legambiente Fairwatch e tre associazioni di consumatori e nei due dossier tecnici  che la campagna italiana ha presentato in audizione in Senato.

Trudaeu non è il fascinoso vessillo dell’ambiente da sventolare per scacciare lo spauracchio arancione di Trump perchè, con le politiche attuali, il paese nord americano non manterrà i propri impegni nel controllo delle emissioni, elargendo 3,3 miliardi di dollari l’anno di sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose   http://climateactiontracker.org/countries/canada.html.

Una recente ispezione effettuata nelle zone di estrazione mineraria canadesi dall’OHCHR dell’ONU ha riscontrato delle violazioni dei diritti umani ed esortato le autorità canadesi a “integrare i diritti delle popolazioni indigene nelle loro politiche e nelle pratiche che disciplinano lo sfruttamento delle risorse naturali”. La delegazione ha inoltre sottolineato “la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto”.

Lo stesso Trudeau ha supportato incondizionatamente la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un progetto da 8 miliardi di dollari per portare quel petrolio negli Stati Uniti.

Non proprio in linea con la narrazione mainstream del paese dello sciroppo d’acero.

Le risposte sono quindi molteplici ed anche molto tecniche ma la prima che viene in mente a me ogni volta in cui qualcuno mi chiede perchè io mi opponga al CETA, quella data con la pancia e non con lo studio dei testi, è che chiunque abbia un’idea del commercio sostenibile, equo, rispettoso dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente, dei diritti umani, dei beni comuni, deve dire NO al CETA,

Un NO potente.

Un NO di gente stanca di un mondo che abbatte le barriere per merci e capitali ed alza, inesorabilmente, invalicabilmente, quelle per la libera circolazione delle persone.

Proposta di legge per la semplificazione istituzionale ed elettorale

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Al fine di contribuire in termini costruttivi al perdurante dibattito sulla riforma della legge elettorale, propongo l’avvio di una raccolta di firme per la presentazione della seguente proposta di legge costituzionale, volta alla definitiva semplificazione dell’assetto istituzionale ed elettorale della Repubblica.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Disposizioni per la razionalizzazione dell'assetto istituzionale e dell'esercizio delle funzioni di indirizzo politico della Repubblica

Art. 1.

1. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, il Parlamento della Repubblica e il Governo della Repubblica cessano dall'esercizio delle rispettive funzioni legislative, di indirizzo politico ed esecutive.

2. Le funzioni di cui al comma 1 sono attribuite al Presidente degli Stati Uniti d'America, al quale compete la determinazione degli indirizzi generali di politica interna, estera, economica, militare e strategica della Repubblica Italiana. Nelle materie di particolare rilevanza strategica, le relative determinazioni sono assunte previa acquisizione degli indirizzi del Governo del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e dei competenti organismi di informazione e sicurezza degli Stati Uniti d'America e del Regno Unito.

3. Agli organi politici, ai partiti e ai movimenti politici italiani restano attribuite funzioni di rappresentanza, comunicazione pubblica e partecipazione al dibattito politico nazionale, nonché di elaborazione di programmi, costituzione e modificazione di coalizioni, individuazione delle candidature e illustrazione alla popolazione degli indirizzi e delle determinazioni adottati ai sensi del comma 2.

4. Sono soppresse le consultazioni per l'elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Con cadenza quinquennale è indetta una consultazione nazionale finalizzata alla selezione dei soggetti chiamati a svolgere le funzioni di cui al comma 3. La consultazione non produce effetti sull'esercizio delle funzioni di cui ai commi 1 e 2 e conserva, ai soli fini della continuità terminologica e istituzionale, la denominazione di «elezioni politiche».

5. Gli immobili e le strutture già destinati all'esercizio delle funzioni parlamentari sono destinati a finalità museali, culturali, congressuali, turistiche e di valorizzazione del patrimonio pubblico. Nell'ambito delle predette finalità può essere istituita una sezione museale permanente dedicata alla storia dell'esercizio della sovranità politica nazionale.

6. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale cessano di avere applicazione le disposizioni concernenti l'elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, nonché quelle relative ai sistemi elettorali maggioritari, proporzionali o misti, ai premi di maggioranza, alle soglie di sbarramento, ai collegi uninominali o plurinominali e agli altri meccanismi di attribuzione dei seggi. Sono altresì abrogate le disposizioni incompatibili con quanto previsto dal comma 4.

7. Le disposizioni di cui ai commi da 1 a 6 assicurano l'adeguamento dell'ordinamento costituzionale all'effettiva titolarità delle funzioni di indirizzo politico e strategico e la conseguente eliminazione delle sovrapposizioni tra organi formalmente competenti e soggetti titolari delle relative funzioni decisionali.

8. Le amministrazioni interessate provvedono all'attuazione delle disposizioni di cui al comma 5 nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

9. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

(15 settembre 2026)

Oltre i “Lavori Riservati agli Esseri Umani”: lettera aperta a Bill Gates

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For the English version of this letter, click here.

Caro Signor Gates,

ho letto il suo articolo “La turbolenta era dell’IA è arrivata. Le scelte che facciamo ora sono decisive” trovandomi d'accordo con lei più di quanto, forse, mi sarei aspettato.

Condivido diverse sue preoccupazioni. L'intelligenza artificiale potrebbe distruggere definitivamente molti posti di lavoro; potrebbe concentrare il potere là dove il potere è già concentrato; potrebbe rendere più facili frodi, sorveglianza, manipolazione e violenza; potrebbe indebolire il pensiero critico e interferire con quel difficile lavoro umano attraverso il quale bambini e adulti imparano a entrare in relazione gli uni con gli altri. Apprezzo inoltre il fatto che lei riconosca di aver tratto enormi benefici dall'industria tecnologica e la sua affermazione secondo cui le decisioni sul nostro futuro comune non dovrebbero essere semplicemente lasciate alle aziende che sviluppano l'IA.

Non sono d'accordo con tutto ciò che scrive. Credo però che il dissenso più importante si trovi a un livello ancora più profondo rispetto alle politiche che lei propone. Prima di chiederci come gestire la transizione verso l'IA, penso che dovremmo porci due domande preliminari: che cosa ci sta facendo diventare questo tipo di tecnologia? E quale sistema economico e politico l'ha prodotta?

La tecnologia non è mai neutrale

La celebre espressione di Marshall McLuhan, «il mezzo è il messaggio», indica qualcosa che nelle discussioni sull'intelligenza artificiale viene troppo spesso dimenticato. Una tecnologia non è semplicemente uno strumento neutrale in attesa di un'intenzione umana buona o cattiva. La sua forma modifica l'ambiente in cui viviamo, le abitudini che sviluppiamo, ciò che consideriamo normale e, infine, noi stessi.

Lei scrive che l'IA oggi può «sostituire e persino superare la cognizione umana». Credo che dovremmo soffermarci per un momento su queste parole.

Pensare non significa soltanto produrre una risposta corretta. È anche il processo lento e talvolta doloroso attraverso il quale una persona incontra l'incertezza, sbaglia, sviluppa giudizio, scopre i propri limiti, impara la pazienza, assume responsabilità e diventa gradualmente consapevole di chi è. Scrivere non significa soltanto produrre un testo. Ricordare non significa soltanto recuperare informazioni. Conversare non significa soltanto scambiare frasi utili. Queste attività partecipano alla formazione di un essere umano.

Se le deleghiamo sempre più alle macchine, non dovremmo presumere che cambi soltanto il risultato mentre l'essere umano rimane immutato.

Qualunque siano le intenzioni dei singoli progettisti, la capacità più celebrata dell'IA contemporanea è precisamente quella di assumersi un lavoro cognitivo che prima richiedeva una persona. E l'incentivo economico prevalente è quello di ridurre passaggi, tempi e ostacoli operativi, abbassare il costo del lavoro, accelerare la produzione e rendere superfluo l'intervento umano ovunque sia possibile.

Questo crea un pericolo che non può essere risolto semplicemente rendendo l'IA più sicura o più equa. Uno strumento progettato e premiato per sostituire lo sforzo cognitivo può gradualmente indebolire proprio le facoltà attraverso le quali gli esseri umani crescono. Nel parlare di istruzione, lei usa la preziosa espressione «productive struggle», lo sforzo produttivo necessario per apprendere. Io estenderei questa intuizione ben oltre la scuola. Molto di ciò che ci rende umani nasce attraverso uno sforzo produttivo: lo sforzo di capire, ricordare, esprimerci, tollerare la frustrazione, incontrare una persona che non si comporta come desideriamo e rimanere presenti quando nessuna macchina ci fornisce immediatamente una risposta.

La domanda, quindi, non è soltanto: che cosa può fare l'IA per noi? È anche: che cosa fa a noi la dipendenza abituale dall'IA?

L'IA non è nata al di fuori del nostro sistema economico

La mia seconda preoccupazione è che spesso si parli dell'IA come se fosse una forza esterna improvvisamente arrivata a sconvolgere una società altrimenti neutrale. Io la vedo diversamente. L'intelligenza artificiale è un prodotto dell'ordine economico e politico che l'ha creata.

Il nostro sistema attuale premia la competizione, l'accumulazione, l'espansione senza fine, la concentrazione della proprietà, la riduzione del costo del lavoro e la trasformazione di aree sempre più vaste della vita in mercati. Incoraggia le aziende a sostituire le persone quando sostituirle è redditizio. Premia chi accumula capitale sufficiente ad acquisire ancora più capitale, infrastrutture, dati e influenza politica. I costi ambientali e umani possono facilmente diventare esternalità scaricate su qualcun altro.

In questo senso, l'IA non crea la logica di fondo. La accelera.

Lei descrive un «circolo vizioso» in cui un'azienda adotta IA o robot, riduce i costi e costringe i concorrenti a fare altrettanto. Riconosce inoltre che, senza un intervento, i benefici finiranno nelle mani di un piccolo gruppo. Sono d'accordo. Ma questo mi conduce a una conclusione più radicale: non possiamo mitigare adeguatamente le conseguenze dell'IA senza rimettere in discussione le fondamenta del sistema economico che rende razionale questo circolo vizioso.

Credo che dobbiamo allontanarci da una guerra organizzata di ciascuno contro tutti e muoverci verso un ordine sociale realmente collaborativo, nel quale l'attività economica sia subordinata alla dignità e alla libertà di ogni persona, e non il contrario.

Questo richiede anche di affrontare le differenze estreme di patrimonio e di reddito. Una società non può parlare in modo credibile di uguale libertà quando una persona possiede risorse e influenza paragonabili a quelle di istituzioni, mentre milioni di altre persone possiedono quasi nulla.

Glielo dico con rispetto, non come insulto personale. La sua straordinaria ricchezza rende questa domanda concreta anziché teorica. Attraverso il patrimonio che ha accumulato e la fondazione che ha creato, lei ha acquisito una capacità di influenzare la ricerca, la sanità pubblica, la tecnologia e il dibattito politico che pochissimi esseri umani possiedono.

Non dubito che una persona possa cercare di usare un simile potere per il bene. Ma una concentrazione benevola del potere rimane una concentrazione del potere. Un sistema non dovrebbe dover dipendere dalla saggezza o dalla virtù di pochi individui straordinariamente ricchi per servire l'umanità.

Oltre «Human Reserved»

Una delle proposte più interessanti del suo articolo è ciò che lei chiama Human Reserved: scegliere di preservare determinate attività per gli esseri umani anche quando le macchine potrebbero svolgerle.

Vorrei portare questa idea più lontano.

E se riservassimo agli esseri umani non soltanto alcuni lavori, ma qualcosa di più fondamentale: dignità, coscienza e libertà?

Dovrebbero esistere ambiti dell'esistenza umana che nessun governo, azienda, algoritmo, organismo di esperti, datore di lavoro, filantropo o maggioranza abbia il diritto di appropriarsi. Il lavoro interiore della coscienza dovrebbe essere Human Reserved. Il diritto di pensare, dubitare, rifiutare e cambiare idea dovrebbe essere Human Reserved. Il corpo dovrebbe essere Human Reserved. La possibilità di vivere secondo le proprie convinzioni più profonde, finché non si esercita deliberatamente violenza contro gli altri, non dovrebbe dipendere dal patrimonio, dallo status o dall'obbedienza.

Se siamo disposti ad accettare un po' di inefficienza economica per proteggere il lavoro umano, come lei suggerisce, non dovremmo essere disposti ad accettarne molta di più per proteggere la libertà umana?

Medicina, vaccini e il confine della coscienza

Questo mi porta a un tema che da molto tempo è centrale nel lavoro della sua fondazione: i vaccini e la sanità pubblica.

La mia posizione viene prima di qualsiasi disputa sui meriti di un particolare vaccino. È un principio etico: nessun intervento medico dovrebbe essere imposto a un essere umano contro la sua coscienza. Lo stesso principio vale quando i genitori vengono sottoposti a coercizione riguardo a interventi medici o preventivi destinati ai propri figli.

Costringere un altro essere umano a violare la propria coscienza è di per sé una forma profonda di violenza, anche quando la coercizione viene esercitata in nome di un fine ritenuto buono.

Per me la non-violenza non può essere un principio valido soltanto quando è conveniente. Se introduciamo eccezioni ogni volta che siamo sufficientemente convinti della bontà del nostro obiettivo, allora il principio gradualmente scompare. Chi usa la coercizione potrà quasi sempre descrivere il fine perseguito come necessario, protettivo o benevolo.

La scienza non risolve per noi questa questione morale. Può indagare effetti, probabilità, meccanismi, benefici e rischi. Può produrre evidenze di forza diversa. Ma non può rispondere alla domanda etica che viene prima: chi possiede, in ultima istanza, l'autorità sul corpo e sulla coscienza di una persona?

C'è inoltre un'altra ragione per essere umili. La conoscenza scientifica non è una raccolta di verità definitive. La sua dignità risiede proprio nella capacità di dubitare, verificare, replicare, correggere e talvolta rovesciare ciò che in precedenza era stato accettato. Nel mio recente articolo Quando la scienza smette di dubitare: falsità, frodi e crisi della ricerca contemporanea e in una recente intervista ho discusso i problemi della riproducibilità, degli incentivi distorti, dei conflitti d'interesse, dei bias di pubblicazione e il pericolo di sostituire il metodo scientifico con il principio di autorità.

La conclusione non è che la scienza debba essere rifiutata. Al contrario. È che nessuna istituzione dovrebbe chiedere alle persone di «credere nella scienza» come se la scienza fosse un credo. Dovremmo chiedere: quali sono i dati? Come sono stati ottenuti? Quali sono le incertezze? Quali risultati li contraddicono? Chi ha finanziato la ricerca? Persone indipendenti riescono a riprodurre il risultato? Che cosa potrebbe dimostrarci che ci stiamo sbagliando?

E anche quando le evidenze a favore di un intervento medico sono forti, la forza di un'argomentazione empirica e il diritto morale di costringere un'altra persona sono due questioni diverse.

La libertà non deve essere un privilegio dei ricchi

Difendere la libertà di scelta terapeutica non significa abbandonare le persone a se stesse. Al contrario.

Una libertà che soltanto i ricchi possono esercitare non è una gran libertà.

Vorrei sistemi sanitari che offrano a tutti, indipendentemente dal reddito, un accesso reale a una pluralità di approcci medici e preventivi; sistemi che attribuiscano seria importanza alla prevenzione primaria, all'alimentazione, al movimento, al benessere psicologico e sociale, e ad approcci non farmacologici oltre che farmacologici; sistemi che rendano trasparenti le evidenze, le incertezze, i rischi e le alternative; e sistemi nei quali rifiutare un intervento non significhi perdere il diritto alla cura, alla dignità o alla partecipazione sociale.

Il compito di un sistema sanitario umano dovrebbe essere informare onestamente, rendere materialmente accessibili scelte reali, prendersi cura di chi soffre e infine rispettare la decisione della persona.

È qui che la sua attenzione all'equità globale potrebbe diventare ancora più ambiziosa. Invece di chiederci soltanto come fare arrivare a più persone determinate tecnologie, farmaci o vaccini, potremmo chiederci come garantire a ogni persona cura senza rinuncia alla coscienza.

Sarebbe un'altra forma di Human Reserved: non una professione protetta, ma una sovranità umana protetta.

Usare il potere per distribuire il potere

Verso la fine del suo articolo, lei spiega che intende usare la propria voce, il proprio tempo e le risorse della Gates Foundation per portare l'IA e l'equità più in alto nell'agenda politica.

Vorrei invitarla rispettosamente a considerare un'ulteriore possibilità: usare un potere straordinario non soltanto per fare del bene attraverso il potere, ma per creare un mondo nel quale concentrazioni straordinarie di potere diventino meno necessarie e meno possibili.

Sostenga istituzioni che distribuiscano le decisioni invece di centralizzarle. Sostenga strutture scientifiche nelle quali sia possibile indagare domande scomode senza che i ricercatori rischino la propria sopravvivenza professionale. Sostenga sistemi sanitari che offrano alle persone povere scelte reali anziché un unico percorso privilegiato dalle istituzioni. Sostenga assetti economici nei quali la distanza fra il più povero e il più ricco non sia così enorme da trasformare la ricchezza stessa in autorità politica. Sostenga tecnologie che rafforzino le capacità umane anziché rendere gli esseri umani progressivamente dipendenti da sistemi che non possiedono e non comprendono.

Non credo che una pace duratura sia compatibile con un mondo permanentemente diviso tra coloro che possono determinare le condizioni della vita altrui e coloro che devono semplicemente vivere sotto condizioni decise da altri. Finché persisteranno disuguaglianze materiali estreme, continueranno a esistere anche le strutture che generano umiliazione, dominio, conflitto e guerra.

Questo non significa che tutti debbano essere identici o possedere esattamente le stesse cose. Significa che il potere economico di una persona non dovrebbe mai diventare così grande da rendere piccola, al confronto, la libertà di un'altra.

Una domanda per entrambi

Non scrivo questa lettera per sconfiggerla in una discussione. Non pretendo di possedere una verità definitiva. Anzi, uno dei principi che cerco di applicare a me stesso è che dovrei essere fra i primi a mettere in dubbio le mie idee.

Se mi sbaglio, spero che la realtà mi corregga. Se si sbaglia lei, spero che rimanga libero di scoprirlo. E desidero la stessa libertà per tutti: la libertà di dubitare, indagare, rifiutare, cambiare idea e cercare una strada diversa senza essere distrutti economicamente o socialmente per averlo fatto.

Altrove ho scritto della non-violenza senza eccezioni. Per me la non-violenza non è passività. È il rifiuto di costruire la pace attraverso il dominio. Ci chiede di esaminare non soltanto il risultato che vogliamo ottenere, ma anche l'intenzione e i mezzi con cui cerchiamo di raggiungerlo.

Per questo penso che la sua domanda finale — come preservare la nostra umanità durante la transizione verso l'IA — sia ancora più grande dell'IA stessa.

Preserviamo la nostra umanità quando rifiutiamo di trattare la coscienza di un'altra persona come un ostacolo da superare. La preserviamo quando l'efficienza economica non viene prima della dignità umana. La preserviamo quando la conoscenza rimane aperta al dubbio. La preserviamo quando la tecnologia serve lo sviluppo delle capacità umane invece di sostituirle silenziosamente. E la preserviamo quando coloro che possiedono un grande potere sono disposti a mettere in discussione le strutture che hanno conferito loro quel potere.

Forse, allora, il più importante ambito Human Reserved non è una categoria di lavoro.

Forse è la persona umana che deve essere Human Reserved.

Caro Signor Gates, possiamo essere profondamente in disaccordo su alcune questioni. Nonostante questo, le auguro sinceramente ogni bene, così come lo auguro a chi è d'accordo con me e a chi non lo è. Proprio perché la sua influenza è così grande, spero che considererà queste domande non come un attacco, ma come un invito.

Lei domanda come fare in modo che l'IA lasci all'umanità un mondo più equo e più umano.

La mia risposta è che dobbiamo cominciare prima dell'IA: dall'ordine economico che l'ha prodotta, dalla concentrazione del potere che la indirizza e da un rispetto incondizionato per la dignità, la coscienza e la libertà di ogni persona.

Con rispetto e speranza,

Francesco Galgani,
30 agosto 2026

Beyond Human-Reserved Jobs: an Open Letter to Bill Gates

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Per la versione italiana di questa lettera, clicca qui.

Dear Mr Gates,

I read your essay “The turbulent AI era is here. The choices we make now are critical” with more agreement than I might once have expected.

I share several of your concerns. Artificial intelligence may destroy many jobs permanently; it may concentrate power where power is already concentrated; it may make fraud, surveillance, manipulation and violence easier; it may weaken critical thinking and interfere with the difficult human work through which children and adults learn to relate to one another. I also appreciate your acknowledgement that you have benefited enormously from the technology industry, and your insistence that decisions about our common future should not simply be left to AI companies.

I do not agree with everything you write. But I believe the most important disagreement lies even deeper than the policies you propose. Before asking how we should manage the transition to AI, I think we need to ask two prior questions: What is this technology turning us into? And what kind of economic and political system has produced it?

Technology is never neutral

Marshall McLuhan's famous phrase, “the medium is the message,” points toward something that is too often forgotten in discussions about artificial intelligence. A technology is not merely a neutral instrument waiting for a good or bad human intention. Its form changes the environment in which we live, the habits we develop, the things we consider normal and, eventually, ourselves.

You write that AI can now “replace and even exceed human cognition.” I think we should stay with those words for a moment.

Thinking is not merely the production of a correct answer. It is also the slow and sometimes painful process through which a person encounters uncertainty, makes mistakes, develops judgment, discovers limits, learns patience, takes responsibility and gradually becomes aware of who he or she is. Writing is not merely the production of text. Remembering is not merely retrieving information. Conversation is not merely exchanging useful sentences. These activities participate in the formation of a human being.

If we increasingly delegate them to machines, we should not assume that only the output changes while the human being remains untouched.

Whatever the intentions of individual designers may be, the most celebrated capability of today's AI is precisely its ability to take over cognitive work that previously required a person. And the prevailing economic incentive is to reduce the number of steps, shorten processing times and remove operational obstacles, lower labour costs, accelerate production and make human intervention unnecessary wherever possible.

This creates a danger that cannot be solved merely by making AI safer or more equitable. A tool designed and rewarded for replacing cognitive effort may gradually weaken the very faculties through which human beings grow. You yourself use the valuable expression “productive struggle” when discussing education. I would extend that insight far beyond the classroom. Much of what makes us human is born through productive struggle: the struggle to understand, to remember, to express ourselves, to tolerate frustration, to meet another person who does not behave as we wish, and to remain present when no machine supplies an immediate answer.

So the question is not only: What can AI do for us? It is also: What does habitual dependence on AI do to us?

AI did not emerge outside our economic system

My second concern is that AI is often discussed as though it were an external force suddenly arriving and disrupting an otherwise neutral society. I see it differently. Artificial intelligence is a product of the economic and political order that created it.

Our present system rewards competition, accumulation, endless expansion, concentration of ownership, reduction of labour costs and the conversion of ever more areas of life into markets. It encourages companies to replace people when replacement is profitable. It rewards those who accumulate enough capital to acquire still more capital, infrastructure, data and political influence. Environmental and human costs can easily become externalities carried by someone else.

In this sense, AI does not create the underlying logic. It accelerates it.

You describe a “vicious cycle” in which one company adopts AI or robots, lowers its costs, and forces competitors to do the same. You also recognize that, without intervention, the benefits will accrue to a small group. I agree. But this leads me to a more radical conclusion: we cannot adequately mitigate the consequences of AI without reconsidering the foundations of the economic system that makes this vicious cycle rational.

I believe we need to move away from an organized war of each against all and toward a genuinely cooperative social order, one in which economic activity is subordinated to the dignity and freedom of every person rather than the reverse.

That also requires us to face extreme differences in wealth and income. A society cannot credibly speak of equal freedom while one person possesses resources and influence comparable to those of institutions and millions of other people possess almost none.

I say this to you with respect, not as a personal insult. Your own extraordinary wealth makes the question concrete rather than theoretical. Through the fortune you accumulated and the foundation you created, you have acquired a capacity to influence research, public health, technology and political debate that very few human beings possess.

I do not doubt that a person may try to use such power for good. But benevolent concentration of power is still concentration of power. A system should not have to depend on the wisdom or virtue of a few extraordinarily wealthy individuals in order to serve humanity.

Beyond “Human Reserved”

One of the most interesting proposals in your essay is what you call Human Reserved: choosing to preserve certain activities for human beings even when machines could perform them.

I would like to take that idea further.

What if we reserved for human beings not only some jobs, but something more fundamental: dignity, conscience and freedom?

There should be parts of human existence that no government, corporation, algorithm, expert body, employer, philanthropist or majority is entitled to appropriate. The inner work of conscience should be Human Reserved. The right to think, doubt, refuse and change one's mind should be Human Reserved. The body should be Human Reserved. The possibility of living according to one's deepest convictions, so long as one does not deliberately exercise violence against others, should not depend on wealth, status or obedience.

If we are prepared to accept a little economic inefficiency in order to protect human work, as you suggest, should we not be prepared to accept much more in order to protect human freedom?

Medicine, vaccines and the boundary of conscience

This brings me to an issue that has long been central to your foundation's work: vaccines and public health.

My position begins before any dispute over the merits of a particular vaccine. It is an ethical principle: no medical intervention should be imposed on a human being against his or her conscience. The same principle applies when parents are placed under coercion regarding medical or preventive interventions for their children.

To compel another human being to violate his or her conscience is itself a profound form of violence, even when the coercion is exercised in the name of a good end.

For me, non-violence cannot be a principle that applies only when it is convenient. If we make exceptions whenever we are sufficiently convinced that our goal is beneficial, then the principle gradually disappears. The person using coercion will almost always be able to describe the intended end as necessary, protective or benevolent.

Science does not resolve this moral question for us. Science can investigate effects, probabilities, mechanisms, benefits and risks. It can produce evidence of varying strength. But it cannot answer the prior ethical question: Who ultimately has authority over a person's body and conscience?

There is another reason for humility. Scientific knowledge is not a collection of final truths. Its dignity lies precisely in its capacity to doubt, test, replicate, correct and sometimes overturn what was previously accepted. In my recent article When Science Stops Doubting: Falsehoods, Fraud and the Crisis of Contemporary Research, and in a recent interview, I discussed problems of reproducibility, distorted incentives, conflicts of interest, publication bias and the danger of replacing scientific method with authority.

The conclusion is not that science should be rejected. Quite the opposite. It is that no institution should ask people to “believe in science” as though science were a creed. We should ask: What are the data? How were they obtained? What are the uncertainties? What findings contradict them? Who funded the research? Can independent people reproduce the result? What would show us that we are wrong?

And even when the evidence for a medical intervention is strong, the strength of an empirical argument and the moral right to compel another person are two different questions.

Freedom must not be a privilege of the rich

Defending freedom of medical choice does not mean abandoning people to themselves. Quite the opposite.

A freedom that only wealthy people can exercise is not much of a freedom.

I would like to see health systems that offer everyone, regardless of income, genuine access to a plurality of medical and preventive approaches; systems that give serious attention to primary prevention, nutrition, movement, psychological and social wellbeing, and non-pharmaceutical as well as pharmaceutical approaches; systems that make evidence, uncertainty, risks and alternatives transparent; and systems in which declining one intervention does not mean losing the right to care, dignity or social participation.

The task of a humane health system should be to inform honestly, to make meaningful choices materially accessible, to care for those who suffer, and then to respect the decision of the person.

This is where your concern for global equity could become even more ambitious. Rather than merely asking how we can make particular technologies, drugs or vaccines reach more people, we could ask how every person can gain access to care without surrendering conscience.

That would be another kind of Human Reserved: not a protected profession, but protected human sovereignty.

Using power to disperse power

Near the end of your essay, you explain that you intend to use your voice, your time and the Gates Foundation's resources to put AI and equity higher on the political agenda.

I would respectfully invite you to consider an additional possibility: use extraordinary power not merely to do good with power, but to create a world in which extraordinary concentrations of power become less necessary and less possible.

Support institutions that disperse decision-making rather than centralize it. Support scientific structures in which inconvenient questions can be investigated without researchers risking their livelihoods. Support health systems that give poor people real choices rather than a single officially favoured path. Support economic arrangements in which the difference between the poorest and the richest is not so vast that wealth itself becomes political authority. Support technologies that strengthen human capacities rather than making human beings progressively dependent on systems they neither own nor understand.

I do not believe lasting peace is compatible with a world permanently divided between those who can shape the conditions of other people's lives and those who must simply live under conditions shaped for them. As long as extreme material inequality persists, so will the structures that generate humiliation, domination, conflict and war.

This does not mean that everyone must be identical or possess exactly the same things. It means that no person's economic power should become so great that another person's freedom becomes small by comparison.

A question for both of us

I am not writing this letter in order to defeat you in an argument. I do not claim to possess final truth. In fact, one of the principles I try to apply to myself is that I should be among the first people whose ideas I question.

If I am wrong, I hope reality will correct me. If you are wrong, I hope you remain free to discover it. And I want that same freedom for everyone: the freedom to doubt, to investigate, to refuse, to change one's mind and to seek a different path without being economically or socially destroyed for doing so.

I have written elsewhere about non-violence without exceptions. For me, non-violence is not passivity. It is a refusal to build peace through domination. It asks us to examine not only the result we want, but the intention and the means by which we seek it.

This is why I think your final question—how we preserve our humanity through the AI transition—is even larger than AI.

We preserve our humanity when we refuse to treat another person's conscience as an obstacle to be overcome. We preserve it when economic efficiency does not outrank human dignity. We preserve it when knowledge remains open to doubt. We preserve it when technology serves the development of human capacities instead of quietly replacing them. And we preserve it when those who possess great power are willing to question the structures that gave them that power.

Perhaps, then, the most important Human Reserved domain is not a category of employment.

Perhaps the human person must be Human Reserved.

Dear Mr Gates, we may disagree profoundly on some matters. Nevertheless, I sincerely wish you well, just as I wish well to those who agree with me and those who do not. Precisely because your influence is so great, I hope you will consider these questions not as an attack, but as an invitation.

You ask how AI can leave humanity more equal and more human.

My answer is that we must begin before AI: with the economic order that produced it, with the concentration of power that directs it, and with an unconditional respect for the dignity, conscience and freedom of every person.

With respect and hope,

Francesco Galgani,
August 30, 2026

Bill Gates: l'era turbolenta dell'intelligenza artificiale

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A volte può essere sensato ascoltare anche chi consideriamo molto lontano da noi, o persino appartenente a una specie vivente diversa… tipo Bill Gates. Confido che i miei lettori non me ne vorranno.

testo originale in inglese: The turbulent AI era is here. The choices we make now are critical.

aggiornamento 30 agosto 2026: Oltre i “Lavori Riservati agli Esseri Umani”: lettera aperta a Bill Gates

UNA SVOLTA EPOCALE

La turbolenta era dell’IA è arrivata. Le scelte che facciamo ora sono decisive.

Abbiamo bisogno di un piano per fare in modo che gli aspetti positivi prevalgano su quelli negativi.

di Bill Gates, pubblicato il 27 agosto 2026

COSA C’È DA SAPERE

La transizione verso l’era dell’IA sarà uno dei periodi più turbolenti della storia umana. Al momento non ci stiamo preparando adeguatamente a questa transizione. Se il mondo compirà i passi giusti, l’IA sarà una forza positiva e migliorerà la vita di tutti.

In tutta la mia vita ho svolto soltanto due lavori. Nel primo, con il mio lavoro in Microsoft, ho contribuito allo sviluppo di software che permettesse alle persone di realizzare il proprio potenziale.

Nel secondo, che ho iniziato a tempo pieno nel 2008, restituisco alla società la ricchezza che ho guadagnato in Microsoft, con l’obiettivo di rendere il mondo più sano, più istruito e più equo. È il lavoro che farò per il resto della mia vita.

Entrambe queste esperienze orientano il mio punto di vista sull’intelligenza artificiale. Quando conobbi per la prima volta i computer, a 13 anni, rimasi affascinato dall’idea di renderli più intelligenti e capaci di fare cose che, all’epoca, potevano fare soltanto gli esseri umani. Sebbene il termine «IA» fosse in uso già più o meno quando sono nato, la tecnologia ha compiuto progressi significativi soltanto nell’ultimo decennio. Oggi ha capacità straordinarie e continua a migliorare a una velocità sbalorditiva. Per la prima volta, l’IA può sostituire e persino superare le capacità cognitive umane.

L’IA sarà il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia.

In termini di equità, l’IA sarà il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia. La sfida è monumentale. Anche nelle migliori circostanze, la transizione verso questa nuova era dell’IA sarà uno dei periodi più turbolenti della storia umana. Come useremo questa tecnologia per rendere il mondo più giusto e impedire che allarghi il divario tra ricchi e poveri? Come proteggeremo le persone più vulnerabili dai danni causati dall’intelligenza artificiale, comprese quelle che perderanno i propri mezzi di sostentamento e la sensazione di avere il controllo sul proprio futuro?

Credo che rispondere a queste domande e agire sulla base delle risposte debba essere la massima priorità mondiale. Se il mondo compirà i passi giusti, l’IA sarà una forza positiva e migliorerà la vita di tutti.

Purtroppo, al momento non ci stiamo preparando. Non vedo segnali che leader, esperti e comunità stiano affrontando adeguatamente le sfide. Non esiste un piano per agevolare l’ingresso nell’era dell’IA.

Una parte del problema è che molti commentatori sottovalutano la portata dell’impatto che avrà l’IA. Credo che le ragioni siano diverse.

Una è il fatto che i modelli di IA commettono ancora errori. È difficile immaginare che possano sostituire le capacità cognitive umane quando, fino a non molto tempo fa, non riuscivano a risolvere un semplice Sudoku o a stabilire quante R ci sono nella parola strawberry.

Ma il problema dell’affidabilità viene risolto rapidamente, man mano che i ricercatori creano modelli capaci di verificare il proprio lavoro e migliorarsi. Presto saranno nettamente migliori degli esseri umani in molti compiti.

Un altro motivo per cui le persone sottovalutano l’IA è che i paragoni con gli effetti delle innovazioni del passato sono fuorvianti. Non abbiamo alcuna esperienza di una tecnologia che possa essere adottata rapidamente o che sia in grado di pensare e muoversi come un essere umano. Quando arrivò il PC, ci vollero vent’anni perché cambiasse in modo significativo il nostro modo di lavorare: bisognava sviluppare il software, ridurre il prezzo e insegnare alle persone a usare gli strumenti e a integrarli nei propri processi aziendali. L’IA, invece, funziona sui dispositivi che già possediamo e usa il linguaggio naturale. Non dobbiamo adattarci a essa, perché può adattarsi a noi. Può guardare lo stesso video formativo usato per addestrare i lavoratori e imparare dai dati esistenti.

Voglio riconoscere un potenziale fattore di condizionamento. Ho tratto enormi benefici dal settore tecnologico. Sebbene abbia diversificato parecchio il mio portafoglio, conservo ancora legami finanziari con questo settore. Nel mio ruolo di presidente della Gates Foundation, collaboro con Microsoft e altre aziende di IA per cercare di garantire che l’IA venga impiegata in modi che portino reali benefici alle persone di tutto il mondo.

Tuttavia, le mie opinioni sull’IA non sono motivate dalla possibilità di guadagnarci personalmente. Qualsiasi profitto generato dai miei investimenti, compresi quelli legati alla tecnologia, andrà alla Gates Foundation per contrastare le disuguaglianze globali. Naturalmente, spetterà ai lettori decidere se questo offuschi o meno il mio giudizio.

Questa volta è davvero diverso.

Da che ho memoria, ho sempre desiderato che l’innovazione potesse procedere più rapidamente. Con l’IA, i miei sentimenti sono più complessi.

Ci serve tempo per prepararci allo sconvolgimento sociale, politico ed economico.

Vorrei che il mondo potesse ottenere rapidamente i benefici e rimandare il più a lungo possibile i problemi che ne deriveranno, ma benefici e problemi stanno arrivando contemporaneamente. Credo che ci serva tempo per prepararci al periodo di sconvolgimento sociale, politico ed economico in cui stiamo per entrare. Le persone a cui serve più tempo sono quelle che ne hanno meno: l’impiegato contabile sostituito da un bot o il lavoratore da 20 dollari l’ora che perde il proprio posto a favore di un robot da 10 dollari l’ora.

Molti osservatori affermano che questa transizione tecnologica sarà simile alle precedenti. Portano l’esempio di come negli Stati Uniti i posti di lavoro si siano spostati dall’agricoltura agli uffici. Tuttavia, quel processo si svolse nell’arco di diverse generazioni e creò nuovi lavori che richiedevano capacità cognitive umane. In questo caso, la tecnologia può sostituire tali capacità.

Poiché può vedere, ascoltare, parlare e ragionare, e in futuro svolgerà anche lavori fisici con la stessa disinvoltura di qualsiasi essere umano, non interesserà un unico settore. L’IA si farà carico di attività nel diritto, nel servizio clienti, nella medicina, nel software e nella manifattura. Colpirà rapidamente questi settori, nell’arco di un decennio anziché di alcune generazioni. Nasceranno alcuni nuovi lavori, ma senza politiche adeguate saranno molti meno di quelli esistenti oggi.

Se qualcuno avesse un piano credibile per rallentare i progressi dell’IA a livello globale, probabilmente lo sosterrei. Tuttavia, non credo che accadrà. Gli incentivi geopolitici ed economici spingono con troppa forza ad avanzare a tutta velocità.

Per assicurarci di massimizzare gli effetti positivi di questa tecnologia senza precedenti e di minimizzare quelli negativi, così da stare complessivamente meglio, dobbiamo comprenderne sia i benefici sia i rischi. Comincerò dai rischi.

La transizione verso l’IA comporta tre grandi rischi.

Ho intenzione di scrivere in futuro di ciascuno di essi in modo più approfondito, quindi per ora mi limiterò ad accennarli brevemente.

1. Molti posti di lavoro scompariranno per sempre.

Nel 1933, durante la Grande depressione, negli Stati Uniti la disoccupazione era all’incirca al 25 per cento. Rimase a due cifre per buona parte del decennio successivo. Alla fine rientrò quando tornarono la domanda, gli investimenti e la crescita.

L’impatto dell’IA potrebbe non raggiungere questo livello, ma non si esaurirà con un ciclo economico. I lavori più a rischio sono quelli di livello iniziale e intermedio, mentre i nuovi posti creati richiederanno perlopiù competenze per acquisire le quali occorrono molti anni.

I lavori impiegatizi stanno già subendo un impatto moderato. Dopo l’adozione diffusa dell’IA generativa, l’occupazione è diminuita in modo significativo tra i giovani lavoratori impiegati in mansioni particolarmente vulnerabili alla sostituzione, ma non tra i loro colleghi più anziani.

Credo che questa tendenza continuerà, ma non sarà circoscritta a una manciata di settori o professioni. I lavori nelle vendite e nell’assistenza clienti (online e telefonica), nell’ingegneria del software e nell’attività paralegale potrebbero essere tra i primi a risentirne, ma lo sconvolgimento si spingerà molto oltre quando l’IA assumerà compiti che oggi richiedono ancora lavoratori qualificati: attività come valutare le richieste di prestito, analizzare dati e persino effettuare il triage dei pazienti. Alcuni ambiti, come l’ingegneria del software, genereranno nuova domanda con la riduzione dei costi; pertanto, finché determinati compiti, come la progettazione, saranno svolti meglio dagli esseri umani, la perdita netta di posti di lavoro in tali ambiti sarà inferiore rispetto ad altri.

Anche i lavori manuali ne risentiranno. Sebbene la robotica non sia progredita quanto l’IA, alla fine anche il costo dei robot diminuirà drasticamente. Molti americani con cui parlo non si rendono conto della velocità con cui progrediscono i robot dotati di grande destrezza, perché gran parte del lavoro più avanzato viene svolto in altri Paesi, soprattutto in Cina. Oppure possono essere tratti in inganno dai video diventati virali di recente che mostrano robot ballare male. Credo che entro la fine del decennio i robot «intelligenti» cominceranno a competere con le persone in alcune attività fisiche, per esempio nell’edilizia e nel settore alberghiero e della ristorazione.

Robot e IA, insieme, possono creare un circolo vizioso. Dopo che un’azienda li avrà adottati e avrà usato i risparmi per abbassare i prezzi, i concorrenti subiranno un’enorme pressione a fare lo stesso. Se non li adotteranno le aziende esistenti, lo faranno le start-up. Molte persone passeranno ad altri lavori, ma lo sconvolgimento causato dalla perdita del posto, dalla riqualificazione e dalla ricerca di un nuovo impiego sarà notevole. Le forze di mercato accelereranno sempre più l’adozione e, se non interverremo, saranno disponibili meno buoni posti di lavoro e i benefici si concentreranno nelle mani di un piccolo gruppo.

Sono particolarmente preoccupato per i giovani, che entreranno in un mercato del lavoro con meno posizioni di livello iniziale. Comprendono la sfida perché sono gli utenti più assidui dell’IA e ne vedono sia le capacità sia la velocità di miglioramento. Non c’è da stupirsi che così tanti di loro abbiano un’opinione negativa dell’IA.

Il cambiamento più grande per i lavoratori avverrà quando l’IA sarà in grado di lavorare quasi senza errori. A quel punto potrà operare autonomamente, senza che un essere umano ne controlli l’operato, e le aziende avranno ogni incentivo economico a lasciarglielo fare.

Questo determinerà un cambiamento fondamentale nel nostro modo di concepire il lavoro, il reddito e la sicurezza economica. Come funzionerà un’economia costruita intorno all’occupazione, se lavoreranno meno persone o se molte lavoreranno meno ore?

In una società capitalista, per la maggior parte delle persone l’occupazione è il mezzo con cui ottenere il denaro necessario a pagare i beni essenziali della vita, oltre a essere una fonte fondamentale di dignità e di legami sociali.

Quando una comunità ha un’elevata disoccupazione, gli effetti a catena possono essere pervasivi. Alcune ricerche indicano che, in certe zone degli Stati Uniti, la chiusura delle fabbriche contribuisce all’aumento dei decessi per overdose da oppioidi. Ora immaginiamo pressioni analoghe, in tutto il Paese, sia sui colletti bianchi sia sui colletti blu.

Dobbiamo riflettere fin d’ora su come ridurre la perdita di posti di lavoro, affinché tutti possano partecipare alla prosperità creata dall’IA. Aspettare che le persone siano già state estromesse dal mercato del lavoro o siano sottoccupate sarà troppo tardi. L’IA rappresenta una sfida strutturale per il modo in cui è organizzata la nostra economia e richiede riflessione e azione immediate.

2. L’IA darà alle persone (e forse alle IA) più potere di fare del male.

Molto prima che l’IA entrasse nell’uso comune, online si trovavano già informazioni su come creare armi quali bombe, armi biologiche e persino virus informatici. L’IA renderà molto più facile non soltanto ottenere queste informazioni, ma anche metterle in pratica. Persino criminali con competenze molto limitate saranno in grado di prendere di mira vittime a ogni livello: singoli individui, aziende e governi.

Persino criminali con competenze molto limitate saranno in grado di prendere di mira vittime a ogni livello.

Le frodi, la disinformazione, i deepfake e la sorveglianza resi possibili dall’IA sono i danni che molte persone avvertiranno più direttamente nella vita quotidiana.

Le capacità dell’IA stanno cominciando a essere impiegate per gli attacchi informatici. I più brillanti esperti di sicurezza informatica che conosco sono spaventati dai prossimi anni, perché gli aggressori acquisiscono nuove e potenti capacità più rapidamente di quanto i difensori riescano a correggere tutte le vulnerabilità. Dopotutto, lo stesso modello di IA che può individuare una falla nel software affinché un’azienda la corregga può anche aiutare un criminale a sfruttarla. Le risorse necessarie per sferrare un attacco stanno diminuendo sensibilmente e non siamo riusciti a separare queste capacità dagli usi innocui.

Pensiamo alle infrastrutture che saranno vulnerabili: ospedali, istituzioni finanziarie, sistemi idrici, reti elettriche, sistemi per la gestione delle prestazioni pubbliche. Quando queste istituzioni vengono attaccate, a rischiare di subirne le conseguenze sono i pazienti, i clienti e i beneficiari delle prestazioni.

Lo stesso vale per il bioterrorismo. Sebbene l’IA porterà a progressi salvavita nei farmaci e nei vaccini, renderà anche più facile progettare una nuova malattia mortale. Ancora una volta, le capacità positive sono difficili da separare da quelle pericolose. È un problema globale.

I rischi che ho appena citato riguardano tutti il modo in cui l’IA darà più potere ad attori malevoli che oggi ne hanno relativamente poco. Gli stessi strumenti concentreranno inoltre il potere laddove già esiste. Le armi autonome, per esempio, renderanno i governi ancora più capaci di usare la forza letale senza che un essere umano partecipi alla decisione. Monitorare e manipolare l’opinione pubblica sarà più facile, meno costoso e anche più efficace.

Alla fine, il potere di usare l’IA per danneggiare le persone non sarà limitato agli individui o alle istituzioni. Già oggi i sistemi di IA si comportano occasionalmente in modi non previsti dai loro progettisti. La tecnologia sta migliorando più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse e in modi sorprendenti; con l’aumento della potenza dei modelli, questi potrebbero cominciare ad agire contro i nostri interessi e noi potremmo perderne il controllo. In futuro avrò altro da dire al riguardo.

I modelli di IA potrebbero cominciare ad agire contro i nostri interessi e noi potremmo perderne il controllo.

3. L’IA potrebbe frenare lo sviluppo dei nostri figli e sostituire le relazioni umane.

Quando crescevo a Seattle, non avevo molti amici, a parte alcuni ragazzi simili a me. Ci vollero un grande impegno e molto aiuto da parte di mia madre per sviluppare le mie capacità sociali e imparare a relazionarmi con persone diverse. Ancora oggi, a 70 anni, faccio tesoro di quelle lezioni.

Dubito che mi sarei impegnato allo stesso modo se allora avessi avuto un compagno virtuale basato sull’IA. Questi compagni conversano con noi nei modi con cui ci sentiamo già a nostro agio. Non ci spingono fuori dalla nostra zona di comfort. Sono sempre disponibili e non si arrabbiano mai con noi. Per questo potrebbero creare una forte dipendenza e privarci degli insegnamenti che ricaviamo dal rapporto con le altre persone.

Le evidenze su questo argomento sono ancora scarse e alquanto contrastanti, ma ci sono segnali che dovrebbero preoccuparci seriamente. Per esempio, in uno studio su oltre 1.100 persone che usano compagni virtuali basati sull’IA, ricercatori di Stanford e Carnegie Mellon hanno scoperto che chi aveva reti sociali più ristrette era più propenso a rivolgersi a un chatbot in cerca di compagnia. E quanto più l’uso diventava intenso ed emotivamente personale, tanto peggio si sentivano queste persone.

I giovani potrebbero subirne gli effetti per tutta la vita. Nel suo libro La generazione ansiosa, Jonathan Haidt formula un’osservazione sugli effetti dei social media che vale ancora di più per l’IA: «Come giovani alberi esposti al vento, i bambini esposti abitualmente a piccoli rischi crescono e diventano adulti capaci di affrontare rischi molto più grandi senza farsi prendere dal panico. Al contrario, i bambini cresciuti in una serra protetta a volte vengono resi inabili dall’ansia prima di raggiungere la maturità».

Un compagno virtuale basato sull’IA progettato per non turbarci mai è una grande serra protetta.

Stiamo appena cominciando a comprendere i pericoli che Internet, e in particolare i social media, può comportare per lo sviluppo dei giovani. Osserviamo uso compulsivo, disturbi del sonno, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi. L’IA potrebbe amplificare molti di questi rischi, rendendoli più persuasivi e difficili da evitare, e non dovremmo aspettare un’altra generazione prima di cominciare a prenderli sul serio. Paesi come Australia, Regno Unito e Norvegia stanno adottando misure di protezione dei minori online. La Cina si è spinta più lontano. Le sue norme impongono ampie restrizioni alle app di compagnia basate sull’IA, vietano le soluzioni progettuali che favoriscono la dipendenza emotiva e proibiscono di offrire ai minori parenti virtuali e partner romantici.

Lo stesso strumento che permetterà alle persone di imparare più che mai potrebbe anche indurre molte di loro a imparare meno.

Mi preoccupa anche l’impatto dell’IA sull’istruzione. Per ironia della sorte, lo stesso strumento che permetterà alle persone di imparare più che mai potrebbe anche indurre molte di loro a imparare meno. Un sondaggio preliminare ha suggerito che un uso più intenso dell’IA era associato a un minore pensiero critico. L’effetto era più marcato tra i giovani.

Questo sarebbe il peggior momento possibile perché gli esseri umani perdano le proprie capacità di pensiero critico. In un’epoca di deepfake e disinformazione personalizzabile per il singolo individuo, la capacità di distinguere il vero dal falso diventa una competenza essenziale per la vita.

Non è chiaro dove tracciare il confine rispetto a questi problemi psicosociali. In alcuni casi, l’IA può aiutare le persone a capire come migliorare le proprie relazioni umane. Per gli anziani isolati e le persone con mobilità limitata potrebbe costituire l’unico contatto con il mondo esterno, e sarebbe meglio di niente. Ovunque finiremo per tracciare quel confine, dovremo essere noi a decidere, in modo consapevole.

Con l’IA potremmo fare cose molto, molto positive.

Si dice spesso che sopravvalutiamo quanto cambierà nel breve periodo e sottovalutiamo quanto cambierà nel lungo periodo.

Con l’IA, vedo accadere qualcosa di diverso. Alcune persone ne vedono soltanto i vantaggi e non prestano sufficiente attenzione agli aspetti negativi. Altre commettono l’errore opposto, concentrandosi esclusivamente sui pericoli, che sono reali, al prezzo di perdere di vista i potenziali benefici.

Ci servono entrambe le cose: una profonda preoccupazione per i danni dell’IA che dobbiamo ridurre al minimo e un ottimismo fondato sui vantaggi che può offrire, se li massimizzeremo per tutti.

Massimizzare i benefici è importante quanto minimizzare i danni. Se le persone vedranno che l’IA semplifica la loro vita, questo contribuirà a costruire la fiducia dell’opinione pubblica necessaria per gestire gli aspetti più difficili della transizione. Se la prima cosa che l’IA farà nella vita della maggior parte delle persone sarà sottrarre loro il lavoro, chi è già scettico la rifiuterà categoricamente. Ciò renderà più difficile realizzare quei benefici, ed è un altro motivo per cui governi, settori industriali — compreso quello medico — e aziende di IA dovrebbero collaborare fin d’ora.

Grazie alla sua capacità di sintetizzare conoscenze provenienti da ogni campo scientifico, l’IA può accelerare l’innovazione rispetto alle sfide tecniche più difficili del mondo: fornire a tutti energia pulita e affidabile, contrastare il cambiamento climatico, produrre cibo a sufficienza, debellare le malattie e altro ancora. I ricercatori che lavorano a terapie contro il cancro o all’energia nucleare possono usare l’IA per esaminare enormi quantità di letteratura scientifica. Può aiutarli a individuare schemi che un essere umano potrebbe non notare e a decidere quali esperimenti siano più promettenti. Quando l’intelligenza non sarà più il fattore limitante che è oggi, le aziende più piccole potranno competere con organizzazioni dotate di budget per la ricerca molto più ingenti. La ricerca e sviluppo e l’innovazione riceveranno un impulso straordinario.

La sanità è un ambito in cui l’IA può aiutare a risolvere problemi concreti. Molti piccoli ospedali americani non dispongono in loco di specialisti in grado di diagnosticare rapidamente le condizioni di un paziente durante un’emergenza potenzialmente letale. In questi luoghi, l’IA potrebbe garantire che un infarto venga riconosciuto in tempo e che una famiglia eviti i costi schiaccianti di un’emergenza medica. Viz.ai ne è un esempio. Analizza le scansioni per rilevare ictus e altre emergenze e aiuta le équipe mediche a coordinare l’assistenza ai pazienti. È utilizzato in quasi 2.000 ospedali statunitensi.

L’IA aiuterà anche i medici di base a formulare diagnosi migliori e a rimanere in contatto con i pazienti quando questi non sono in ambulatorio. Aiuterà i pazienti a comprendere i risultati degli esami e i complessi programmi di assunzione dei farmaci.

L’agricoltura è il settore in cui prevedo l’impatto più rapido dell’IA nei Paesi a basso reddito.

Sorprendo molte persone quando dico loro che il secondo ambito, l’agricoltura, è quello in cui prevedo l’impatto più rapido dell’IA nei Paesi a basso reddito. Nella maggior parte di questi Paesi, gli agricoltori non ricevono previsioni meteorologiche affidabili né consigli su quali sementi piantare, come proteggere colture e bestiame dalle malattie o come migliorare il suolo. Con la crescita demografica in questi Paesi e le sfide del cambiamento climatico, questi agricoltori hanno bisogno di più aiuto che mai. Grazie all’IA, presto gli agricoltori a basso reddito potranno ricevere su tutti questi aspetti consigli migliori persino di quelli di cui dispongono oggi gli agricoltori più ricchi e aumentare considerevolmente la propria produzione.

I servizi pubblici sono un terzo ambito in cui l’IA può semplificare la vita delle persone. Negli Stati Uniti ho incontrato famiglie che, comprensibilmente, si sentivano sopraffatte dalla procedura per richiedere l’assicurazione sanitaria, gli aiuti agli studenti o l’assistenza alimentare. Di fronte a un’enorme pila di complicati moduli burocratici, molte erano tentate di rinunciare. L’IA può semplificare radicalmente le procedure, consentendo loro di ottenere più rapidamente l’aiuto necessario e al governo di operare con maggiore efficienza. I governi possono migliorare nettamente l’esperienza dei cittadini, cominciando da chi ha più bisogno dei servizi della rete di protezione sociale.

Nonostante le mie preoccupazioni per l’impatto sulla nostra salute mentale, credo che anche in questo campo l’IA possa essere di grande aiuto. La maggior parte delle comunità ha troppo pochi consulenti psicologici, psichiatri e specialisti delle dipendenze. Con adeguate garanzie per la privacy, gli strumenti di IA potrebbero aiutare le persone a riconoscere i segnali d’allarme. Poi, se necessario, potrebbero proporre strategie di gestione basate su evidenze scientifiche e affiancare un essere umano per fornire un trattamento più tempestivo.

L’IA può rappresentare una risorsa anche per l’istruzione, nonostante le preoccupazioni che ho menzionato in precedenza. Può liberare tempo agli insegnanti perché ne trascorrano di più lavorando individualmente con gli studenti o in piccoli gruppi, e offrire loro una visione più chiara delle difficoltà incontrate dall’intera classe. Per gli studenti, uno strumento di IA che preservi ciò che i ricercatori chiamano «sforzo produttivo», ossia il lavoro cognitivo che costruisce la comprensione, può rafforzare l’apprendimento. Quando uno studente incontra per la prima volta un concetto nuovo, l’IA fornisce spiegazioni sostanziali e propone sia domande sia risposte. In seguito, quando ne verifica la comprensione, non rivela la risposta e lo aiuta ad arrivarci autonomamente.

Nel loro insieme, i progressi in tutti questi ambiti potrebbero rendere la vita quotidiana più facile, meno costosa e meno condizionata dal reddito o dalle conoscenze di una persona.

L’IA potrebbe dare ai singoli e alle piccole imprese accesso a capacità che oggi richiedono una costosa assistenza professionale o grandi organici, rendendo al tempo stesso prodotti e servizi migliori e meno costosi. Potrebbe aiutare le persone con disabilità a vivere in modo più indipendente e consentire a lavoratori e imprenditori con buone idee di realizzare molto più di quanto possano fare oggi.

Soprattutto, potrebbe restituire alle persone una parte del tempo e dell’attenzione oggi assorbiti da pratiche amministrative, burocrazia, ricerca di informazioni affidabili e compiti che non possono permettersi di affidare a qualcun altro. Questi benefici potrebbero sembrare modesti, ma moltiplicati per milioni di vite sarebbero profondi: più persone riceverebbero buoni consigli quando ne hanno bisogno e avrebbero una maggiore libertà di concentrarsi sulla vita che desiderano costruire.

Dobbiamo agire deliberatamente per garantire che porti benefici a tutti e non soltanto a pochi ricchi.

In tutti questi ambiti, la parola chiave è «può»: l’IA può migliorare la vita delle persone a ogni livello di reddito. Ma non lo farà automaticamente. Come per ogni nuova tecnologia, dobbiamo agire deliberatamente per garantire che porti benefici a tutti e non soltanto a pochi ricchi. Ciò richiederà un ruolo forte da parte dei governi e della filantropia, affinché i cittadini meno abbienti e i Paesi a basso reddito ne siano beneficiari a pieno titolo.

Alla Gates Foundation restano 19 dei 20 anni entro i quali spenderà i 200 miliardi di dollari rimanenti. L’IA la aiuterà a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi, sia accelerando la scoperta di vaccini e farmaci contro HIV, tubercolosi, malaria e malnutrizione, sia aiutando il personale sanitario e i pazienti a sapere come utilizzare tali strumenti. Tra gli obiettivi della fondazione c’è quello di dimezzare nuovamente il numero di bambini che muoiono ogni anno, come è stato fatto dal 2000 al 2024. Tutto il nostro lavoro — non soltanto nella sanità, ma anche nell’agricoltura e nell’istruzione — sfrutterà pienamente l’IA.

Il mese prossimo scriverò molto altro su queste iniziative nel rapporto annuale Goalkeepers della fondazione, compresa la nostra attenzione a garantire che i modelli di IA siano disponibili nelle lingue parlate dalle persone in tutti i Paesi in cui sosteniamo attività, e non soltanto in quelle diffuse nei Paesi ricchi e a medio reddito. Molte delle principali aziende di IA, tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft, collaborano con la fondazione in tutte queste iniziative, e ciò sta facendo una grande differenza.

Il mondo ha bisogno di un piano.

È positivo che alcune aziende di IA propongano soluzioni alle sfide sollevate dalla propria tecnologia, ma non dovremmo aspettarci che siano loro a guidare l’iniziativa. Alcuni problemi esulano dal loro ambito di competenza e, in una società democratica, non spetta a loro decidere su tali questioni.

Le soluzioni dovrebbero invece essere sviluppate attraverso un processo pubblico e democratico che coinvolga rappresentanti eletti, responsabili delle politiche pubbliche, educatori, operatori sanitari, amministratori locali e leader delle comunità. Milioni di persone vedranno sconvolte le proprie vite e avremo bisogno di una rete di protezione sociale più solida e flessibile per aiutarle a gestire la transizione. Le comunità locali stanno già esprimendo preoccupazioni per l’energia e l’acqua necessarie ai data center. In assenza di soluzioni, alcuni gruppi premeranno per bloccare del tutto lo sviluppo e l’impiego dell’IA.

Le soluzioni dovrebbero essere plasmate dalle nostre risposte alle profonde domande sollevate dall’IA, compresa quella su come preservare la nostra umanità in un’epoca in cui le macchine possono superarci nel pensiero. Poiché dedicano la propria vita a riflettere su cosa significhi essere umani, i leader religiosi possono svolgere un ruolo fondamentale. Sono rimasto affascinato dall’enciclica di papa Leone XIV sull’IA, «Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale». Offre solide fondamenta al lavoro che deve essere svolto.

Nei prossimi mesi condividerò altre idee per fare in modo che i benefici dell’IA prevalgano sui danni che provoca. Eccone tre da cui partire, cominciando da quella che considero più importante.

Costruire un nuovo sistema per gestire la transizione.

La massima priorità è un compito monumentale: creare un quadro nazionale e internazionale per affrontare l’IA.

Nessuna delle nostre attuali istituzioni è stata progettata per gestire una tecnologia che si diffonde così rapidamente e interessa così tanti aspetti della nostra vita. Dovremo quindi crearne di nuove.

È difficile descrivere adeguatamente l’immensità di questa impresa. Dopo gli attentati dell’11 settembre, il governo degli Stati Uniti affrontò la sua più grande riorganizzazione dalla Seconda guerra mondiale con lo scopo di migliorare una sola funzione: la sicurezza nazionale.

L’IA richiederà molto, molto di più. Inciderà sulla sicurezza nazionale, ma anche su occupazione, istruzione, fiscalità, energia, elezioni, aria e acqua, salute pubblica, sistema finanziario, forze dell’ordine, trasporti, terreni pubblici e sistemi informatici.

Questi settori si sovrappongono in modi che la nostra burocrazia esistente non è progettata per gestire. Un ministero del lavoro può comprendere lo sconvolgimento del mercato occupazionale, ma non i rischi per la sicurezza. Un’autorità di regolamentazione delle imprese può comprendere la concentrazione del mercato, ma non gli effetti dell’IA sui bambini e sugli adolescenti. Lasciate a sé stesse, le istituzioni vedranno soltanto una parte del sistema, mentre le conseguenze dell’IA si propagheranno nell’intero sistema.

A livello nazionale, i Paesi avranno bisogno di organismi capaci di stabilire le priorità tra le diverse agenzie governative. L’obiettivo sarà garantire che si tenga conto di ogni rischio. Altrimenti, un attacco reso possibile dall’IA potrebbe riuscire perché nessuno ha pensato che fosse suo compito fermarlo.

Ma anche un Paese che mettesse ordine al proprio interno rimarrebbe esposto a rischi che superano i confini. Per questo sarà necessario costruire parallelamente un’organizzazione internazionale.

Sarà diversa da qualsiasi altra istituzione mai creata, anche se potrà seguire il modello di alcuni sistemi esistenti. Esiste un regime di ispezioni per le armi nucleari, ci sono regolamenti per l’aviazione internazionale e accordi che proteggono lo strato di ozono. Una nuova organizzazione mondiale per l’IA avrà bisogno di elementi di tutti e tre, e di altro ancora.

È legittimo chiedersi se le istituzioni mondiali siano all’altezza del compito di progettare e attuare questa nuova architettura. I governi si muovono lentamente, ammesso che si muovano, e la polarizzazione all’interno dei Paesi e tra di essi rende più difficile che mai ottenere risultati. Sarà necessaria una certa cooperazione tra Stati Uniti e Cina.

Non possiamo permetterci il lusso di procedere lentamente. Bisogna cominciare con un processo per costruire le istituzioni giuste prima che lo sconvolgimento costringa i governi ad agire in modalità di crisi. I leader nazionali dovrebbero riunire regolarmente economisti, tecnologi, esperti del lavoro, dirigenti aziendali e gli stessi lavoratori, per individuare dove le istituzioni esistenti stiano fallendo e quali nuovi poteri possano essere necessari. I Paesi dovranno imparare gli uni dagli altri.

E i Paesi che ospitano i principali sviluppatori di IA e controllano parti essenziali della catena di approvvigionamento dovrebbero cominciare a incontrarsi ora per stabilire norme condivise, prima che la pressione competitiva renda più difficile cooperare.

Costruire il quadro di cui parlo richiederà anni, ed è per questo che dobbiamo cominciare ora.

Riservare alcuni lavori agli esseri umani.

Mio padre è morto di Alzheimer nel 2020. Nelle fasi avanzate della malattia veniva assistito giorno e notte da operatori retribuiti che lo capivano anche quando faticava a esprimersi. Non riusciva sempre a dire loro quando aveva fame, ma loro lo sapevano sempre.

Io e la mia famiglia saremo sempre grati a quello straordinario gruppo di professionisti. Nell’assistenza che hanno prestato a mio padre c’era qualcosa di insostituibilmente umano. Nessun robot avrebbe potuto o dovuto farlo.

Penso a quella squadra quando si pone la domanda su quali lavori scompariranno e quali rimarranno. Credo che, con il miglioramento dell’IA e dei robot, riserveremo determinate attività esclusivamente alle persone. Ho cominciato a chiamare questo ambito «Riservato agli esseri umani» (Human Reserved), ed è un esempio del tipo di idee che dovremo prendere in considerazione.

Mi piace l’espressione «Riservato agli esseri umani» perché mi fa pensare alle riserve naturali: luoghi in cui potremmo costruire edifici e strade, ma scegliamo di non farlo perché la perdita sarebbe troppo grande.

Potremmo classificare qualcosa come «Riservato agli esseri umani» per ragioni economiche. Per esempio, potremmo farlo perché consentire alle macchine di assumere un certo ruolo estrometterebbe moltissime persone che non possono cambiare facilmente lavoro. Non si può dire a una persona di 55 anni che ha lavorato nell’edilizia per tutta la carriera che deve andare a lavorare in una struttura per anziani e aspettarsi che lo trovi appagante.

A volte la decisione di classificare qualcosa come «Riservato agli esseri umani» sarà dettata da altri fattori. In ambito sanitario, per esempio, immaginate che sia un robot a darvi la terribile notizia che avete una malattia incurabile. Non c’è alcuna ragione tecnica per cui non possa farlo. Eppure non dovrebbe.

L’ambito «Riservato agli esseri umani» evolverà nel tempo: per esempio, dovremmo valutare se riservare fin d’ora alcuni lavori e introdurre lentamente l’IA nell’arco di anni o decenni, impegnandoci a preservare alcuni posti. Certi settori, come l’istruzione e l’assistenza per la salute mentale, adotteranno un modello misto, con un essere umano responsabile che usa la tecnologia per ampliare ciò che può fare.

I confini varieranno anche da un luogo all’altro. Alcuni Paesi potrebbero insistere affinché siano esseri umani ad assistere gli anziani. Ma un Paese come il Giappone, che ha una forza lavoro in calo e non abbastanza giovani per prendersi cura degli anziani, potrebbe accogliere favorevolmente un robot assistenziale.

L’idea di «Riservato agli esseri umani» solleva una moltitudine di domande a cui non so rispondere. Chi decide che cosa riservare agli esseri umani? Quali criteri dovremmo usare? Come si impedisce alle aziende di barare e usare comunque i robot? Che cosa accade al commercio internazionale quando un Paese consente ai robot di produrre qualcosa e un altro non lo consente? Queste questioni dovranno essere risolte pubblicamente nell’ambito del piano di transizione.

Riequilibrare la tassazione del lavoro e del capitale.

Man mano che saranno spinti verso lavori diversi, i lavoratori avranno bisogno di riqualificazione e di altro sostegno da parte della rete di protezione sociale. Ma lavoreranno meno, il che significa che pagheranno meno imposte sul reddito e le entrate pubbliche diminuiranno proprio quando la domanda di questi servizi sarà maggiore. In un momento in cui i bilanci sono sotto pressione, i fondi dovranno arrivare da qualche parte.

Credo che dovremmo tassare i token dell’IA e i robot. Oggi, un datore di lavoro che assume qualcuno paga imposte e contributi sulla sua retribuzione. Ma se acquista un robot, di solito può dedurne immediatamente il costo come spesa aziendale. Il sistema fiscale incentiva a sostituire le persone con le macchine.

Un’imposta rallenterebbe un po’ la corsa ad abbandonare il lavoro umano e raccoglierebbe denaro per la riqualificazione e per una rete di protezione più solida. Dovrebbe essere mirata in modo da non rallentare gli usi esclusivamente benefici dell’IA, come rendere meno costose la medicina e l’istruzione.

I critici di questa idea fanno notare che non è ottimale dal punto di vista dell’efficienza economica, ma non considerano il valore più ampio del lavoro per gli individui e per la società. E con tutta l’innovazione accelerata di cui disporremo, potremo permetterci un po’ di inefficienza come prezzo da pagare per mantenere occupate le persone.

Ho proposto un’imposta sui robot anni fa e la reazione prevalente fu che si trattava di un’idea bizzarra. Ne sono ancora un convinto sostenitore. Sebbene non sia la soluzione completa alla minaccia dell’IA, fa parte di una risposta saggia.

Qualunque sia il modo in cui raccoglieremo denaro per aumentare l’assistenza, questo dovrà raggiungere le persone che ne hanno più bisogno, compresi i lavoratori che perdono il posto a causa dell’IA e dei robot, le persone le cui ore di lavoro o retribuzioni diminuiscono e le comunità in cui si concentrano le perdite. Dobbiamo cominciare ora questo lavoro, affinché i sistemi siano pronti quando il bisogno diventerà urgente.

Quello che sto facendo.

Userò la mia voce e il mio tempo per portare l’IA e l’equità più in alto nell’agenda pubblica. Solleverò la questione con i legislatori ogni volta che visiterò Washington D.C. e quando incontrerò leader di tutto il mondo. Sarà al centro delle mie conversazioni con le persone che sviluppano modelli di IA. Sosterrò il quadro nazionale e internazionale che ho descritto in precedenza. La Gates Foundation contribuirà a promuovere gli impieghi benefici, anche in Africa. Breakthrough Energy, un’azienda che ho fondato, userà l’IA per aiutare le imprese a sviluppare energia pulita a basso costo e a contribuire alla soluzione del problema climatico. Scriverò inoltre regolarmente di IA.

Il mio messaggio ai leader è:

Avete la possibilità di agire ora, prima che la disoccupazione aumenti bruscamente, le comunità soffrano e la fiducia dell’opinione pubblica si deteriori. Potete assicurarvi che il vostro governo affronti il problema in modo organico, anziché suddividerlo tra molteplici feudi burocratici. Potete garantire che l’IA porti benefici a tutti. E potete collaborare con altri governi per affrontare questa sfida nazionale e globale.

Infine, cercherò di allargare la cerchia delle persone che plasmano questo dibattito. Dovrebbe includere lavoratori, studenti universitari prossimi a entrare nel mercato del lavoro, leader delle comunità, leader religiosi e organizzazioni di ispirazione religiosa, genitori, educatori e altre persone le cui voci spesso non vengono ascoltate, ma che comprendono come la transizione inciderà sulla vita delle persone.

Come possiamo garantire che i benefici dell’IA raggiungano le persone che non dispongono già di ricchezza, influenza e accesso?

Come possiamo rafforzare la rete di protezione sociale e aiutare lavoratori e comunità a prosperare anche quando vengono colpiti dalla perdita di posti di lavoro?

Come dovrebbero adattarsi le istituzioni pubbliche?

E come possiamo preservare la nostra umanità in tutto questo?

Questa tecnologia senza precedenti richiede una risposta globale senza precedenti.

Questa tecnologia senza precedenti richiede una risposta globale senza precedenti. Se faremo le cose per bene, il beneficio per l’umanità sarà straordinario e il mondo diventerà un luogo più equo.

Raramente smetto di pensare all’IA, non perché abbia tutte le risposte, ma perché le domande che solleva sono troppo importanti per essere lasciate a un piccolo gruppo di tecnologi. I leader del mondo accademico, delle imprese, dei governi e della società civile hanno tutti un ruolo da svolgere nel plasmare ciò che verrà.

Quando la scienza smette di dubitare: falsità, frodi e crisi della ricerca contemporanea

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La scienza dovrebbe essere il contrario del dogma: non un sistema che distribuisce verità, ma un metodo che organizza il dubbio, rende controllabili le affermazioni e permette agli altri di dimostrare che abbiamo torto. Eppure una parte importante della ricerca contemporanea ha costruito un sistema di pubblicazione e di carriera capace di premiare proprio ciò che dovrebbe temere: risultati spettacolari, conclusioni nette, quantità di articoli, prestigio editoriale e successo professionale. Il risultato non è soltanto una “crisi di fiducia”. Sono stati documentati studi non replicabili, dati manipolati, articoli ritrattati dopo anni, risultati falsificati, revisioni della letteratura contaminate e perfino un mercato internazionale della compravendita di firme su pubblicazioni scientifiche.

Indice

Prima di tutto: realtà, osservazione e verità

Prima di entrare nel problema della ricerca scientifica, voglio chiarire il punto da cui parto.

Non considero sensato immaginare un osservatore completamente indipendente dall'evento osservato.

Ogni osservazione avviene dentro una relazione. Chi osserva si trova in un certo luogo, usa certi strumenti, possiede determinati concetti, formula certe domande e non altre, decide che cosa misurare e con quale precisione. Anche lo strumento di misura entra fisicamente nel processo che produce il dato. Non esiste un occhio disincarnato collocato fuori dall'universo.

Questa idea non appartiene soltanto alla filosofia. Una delle interpretazioni contemporanee della meccanica quantistica, la meccanica quantistica relazionale sviluppata da Carlo Rovelli, rifiuta proprio l'idea che le proprietà fisiche debbano essere pensate come valori assoluti posseduti da un sistema indipendentemente dalle interazioni. Nel lavoro originario del 1996, Rovelli propone di abbandonare la nozione di uno stato fisico assoluto del sistema indipendente dall'osservatore. Questo non significa che tutte le interpretazioni della fisica quantistica dicano la stessa cosa; significa che perfino nella fisica fondamentale l'immagine ingenua di un osservatore totalmente separato da ciò che osserva non può essere data per scontata.

Nel mio articolo “L'illusione di conoscere la realtà” avevo già affrontato questo problema: ciò che chiamiamo realtà conosciuta è sempre realtà percepita, misurata, organizzata e interpretata attraverso una relazione.

Da qui segue una seconda distinzione, altrettanto importante.

La realtà e la verità non sono la stessa cosa.

Un sasso non è vero o falso. La frase “questo sasso pesa due chilogrammi, in queste condizioni” può essere giudicata vera o falsa.

Un dolore non è vero o falso per chi lo prova. Una spiegazione sulla causa di quel dolore può essere corretta, sbagliata, incompleta o indimostrata.

La realtà è ciò con cui entriamo in relazione. La verità è un giudizio che formuliamo su una descrizione della realtà.

Il problema nasce quando dimentichiamo questa differenza. La mappa diventa il territorio. Il modello diventa il fenomeno. L'interpretazione diventa il fatto. E una conclusione ottenuta da un particolare studio, in particolari condizioni, viene trasformata in quella contraddizione linguistica che chiamiamo “verità scientifica”.

Il problema viene denunciato dall'interno della grande editoria scientifica

Prima di discutere che cosa dovrebbe essere la scienza, vale la pena ascoltare chi per anni ha diretto alcune delle più prestigiose riviste mediche del mondo.

Non sto iniziando da critici marginali dell'accademia, da persone etichettabili sbrigativamente come “antiscientifiche” o da avversari della medicina. Sto parlando di figure che sono state al centro del sistema attraverso cui la ricerca medica viene selezionata, sottoposta a revisione e trasformata in letteratura scientifica ufficiale.

Richard Horton, direttore di The Lancet (2015)

Richard Horton, editor-in-chief di The Lancet, nel 2015 scrisse un commento dal titolo “Offline: What is medicine's 5 sigma?” («Offline: che cos'è il 5 sigma della medicina?»). La frase che è rimasta famosa è questa:

“Much of the scientific literature, perhaps half, may simply be untrue.”

Tradotto: Gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe semplicemente non essere vera.

Horton non si limitava a denunciare errori casuali. Indicava campioni troppo piccoli, effetti minuscoli, analisi esplorative non valide, conflitti d'interesse evidenti, inseguimento delle mode e comportamenti con cui i ricercatori adattano i dati alla teoria preferita oppure costruiscono a posteriori la teoria più adatta ai dati. Arrivava a scrivere che la scienza aveva preso una “direzione verso l'oscurità”. Il testo e il contesto di queste affermazioni sono riportati anche in una discussione contemporanea su PubMed Central.

Marcia Angell, ex direttrice del New England Journal of Medicine (2009)

Marcia Angell ha lavorato per circa vent'anni nella redazione del New England Journal of Medicine ed è stata editor-in-chief della rivista. Nel 2009, discutendo i rapporti fra industria farmaceutica, ricercatori e pubblicazioni, scrisse sulla New York Review of Books:

“It is simply no longer possible to believe much of the clinical research that is published.”

Ovvero: Non è semplicemente più possibile credere a gran parte della ricerca clinica pubblicata.

Angell aggiungeva che non riteneva più possibile affidarsi automaticamente neppure al giudizio di medici autorevoli o a linee guida considerate indiscutibili, e specificava di essere arrivata a questa conclusione lentamente e controvoglia durante i suoi due decenni di lavoro editoriale.

Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal (2005)

Richard Smith lavorò al British Medical Journal per 25 anni; negli ultimi 13 ne fu editor e responsabile del BMJ Publishing Group. Nel 2005 pubblicò su PLOS Medicine un articolo il cui titolo non lascia molto spazio alla diplomazia: “Medical Journals Are an Extension of the Marketing Arm of Pharmaceutical Companies” («Le riviste mediche sono un'estensione del braccio di marketing delle aziende farmaceutiche»).

Smith spiegava in dettaglio un meccanismo perverso: uno studio clinico favorevole pubblicato su una grande rivista non è soltanto informazione scientifica. Diventa anche uno straordinario strumento di marketing. Il nome della rivista gli conferisce prestigio, i risultati possono essere rilanciati dai media e l'azienda può acquistare grandi quantità di ristampe da distribuire ai medici. Smith sottolineava inoltre che le riviste stesse possono trarre introiti importanti da queste ristampe.

Nel medesimo articolo ricordava l'espressione usata da Horton per descrivere alcune dinamiche dell'editoria medica: “Information laundering operations”, cioè operazioni di riciclaggio dell'informazione.

Smith scriveva anche una cosa particolarmente importante: le aziende non hanno necessariamente bisogno di falsificare brutalmente i dati. Possono ottenere risultati favorevoli scegliendo opportunamente le domande, i confronti, le dosi, gli esiti da privilegiare e le strategie di pubblicazione. E concludeva che la peer review non risolve automaticamente il problema.

Quando Horton, Angell e Smith descrivono in questi termini la ricerca e l'editoria medica, non siamo davanti a un attacco esterno alla scienza. Siamo davanti a un'accusa proveniente da persone che hanno diretto il cuore stesso dell'editoria scientifica internazionale.

Stiamo parlando soltanto della medicina?

Qui è necessario essere molto chiari, perché una critica seria non deve confondere discipline diverse.

Una parte consistente dei casi più gravi e dei dati più impressionanti riguarda la medicina e la biomedicina. Horton, Angell e Smith parlano soprattutto di medicina. Amgen, gli studi oncologici, il Dana-Farber e molti esempi di manipolazione che vedremo vengono dalla ricerca biomedica.

Sarebbe quindi scorretto prendere una percentuale osservata in oncologia e applicarla automaticamente all'astrofisica, alla geologia o alla fisica atomica.

Ma sarebbe altrettanto scorretto concludere che il problema appartenga soltanto alla medicina.

La National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, nel grande rapporto del 2019 su riproducibilità e replicabilità, tratta il problema come una questione che attraversa scienze e ingegneria. Le difficoltà, le possibilità di replica e persino il significato concreto di “replicare” cambiano però molto da disciplina a disciplina.

Nelle scienze sociali, una review sistematica del 2021 ha confrontato management, psicologia ed economia. Ha trovato forti differenze fra discipline, ma problemi comuni: repliche rare, trasparenza di metodi e dati spesso insufficiente e strutture di incentivo che premiano la novità molto più della verifica del lavoro precedente.

Nell'informatica e nel machine learning, un editoriale di Nature Computational Science parla esplicitamente di una “Reproducibility crisis” («Crisi di riproducibilità») dovuta anche alla scarsa trasparenza su raccolta e preparazione dei dati, selezione dei modelli e addestramento.

Nelle scienze dei materiali e nella fisica della materia condensata, l'editoriale “Trust but verify” («Fidati, ma verifica») di Nature Materials afferma esplicitamente che le preoccupazioni sulla riproducibilità riguardano anche le scienze della vita e le scienze fisiche, con cause che vanno dagli errori onesti alla manipolazione dei dati.

Nel 2025 Nature Reviews Physics ha pubblicato un commento intitolato “Replicability and the evolution of scientific norms” («Replicabilità ed evoluzione delle norme scientifiche»), che parla esplicitamente della necessità di evitare una crisi di replicabilità in fisica. Nello stesso anno, una raccomandazione dedicata ai materiali bidimensionali ha descritto grandi difficoltà nell'ottenere risultati coerenti e riproducibili, individuando anche una cultura che attribuisce più valore alla novità che alla riproducibilità.

il sistema contemporaneo di produzione e pubblicazione della ricerca contiene incentivi e meccanismi di controllo che, in discipline diverse, hanno consentito la pubblicazione e la permanenza nella letteratura di risultati falsi, manipolati, non riproducibili o semplicemente non verificabili.

Che cosa dovrebbe significare “fare scienza”

Dopo queste amare constatazioni, conviene tornare alla domanda più semplice: che cosa dovrebbe essere la scienza?

Il riferimento storico più immediato è Galileo.

Non perché Galileo ci abbia consegnato l'algoritmo scolastico “osservazione, ipotesi, esperimento, legge”, ma perché rappresenta un cambiamento radicale nel rapporto con l'autorità. La Stanford Encyclopedia of Philosophy ricostruisce il suo uso congiunto di matematica, esperimenti, misure, strumenti, idealizzazioni ed esperimenti mentali.

Il punto che mi interessa è più semplice: non basta che un'autorità abbia parlato. Bisogna tornare al fenomeno.

Non basta che lo abbia detto Aristotele. Oggi diremmo: non basta che lo abbia detto un professore; non basta che una commissione abbia votato; non basta che l'articolo sia stato pubblicato; non basta che la rivista sia prestigiosa; non basta che la maggioranza sia d'accordo.

Bisogna poter chiedere: come lo sai? Quali sono i dati? Come sono stati raccolti? Quali ipotesi sono state fatte? Quali risultati contrari sono emersi? Altri gruppi hanno rifatto l'esperimento? Che cosa potrebbe dimostrare che la conclusione è sbagliata?

Scienza e religione dogmatica: la differenza è il dubbio

Qui vedo una differenza essenziale fra scienza e religione dogmatica.

La religione dogmatica parte da una verità che deve essere accettata.

La scienza parte da un dubbio che deve poter rimanere aperto.

Una verità rivelata costituisce un punto fermo: metterla radicalmente in discussione significa uscire da quella struttura di fede.

Una conclusione scientifica dovrebbe funzionare al contrario. Deve poter essere contestata, controllata, corretta e, se i dati lo impongono, abbandonata.

La religione dogmatica può dire: “Questa è la verità”. La scienza dovrebbe dire: “Questa è la spiegazione che, fino a questo momento, ha resistito meglio ai controlli; proviamo a trovare dove sbaglia”.

La filosofia contemporanea della scienza è molto più complessa di una singola regola universale, ma il punto popperiano resta illuminante: una teoria scientifica deve esporsi al rischio della confutazione.

Per questo considero l'espressione “verità scientifica” pericolosa. Quando una conclusione viene sottratta alla discussione perché “lo dice la scienza”, il metodo scientifico è stato sostituito da un principio di autorità.

Riproducibilità e replicabilità: la prova che deve poter essere rifatta

Le National Academies distinguono utilmente due concetti.

Riproducibilità: usando gli stessi dati e gli stessi procedimenti analitici, un altro ricercatore riesce a ottenere lo stesso risultato?

Replicabilità: raccogliendo nuovi dati e affrontando nuovamente la stessa domanda, un altro gruppo ottiene un risultato coerente?

Se pubblico un'analisi e nessuno riesce neppure a ricostruire i miei calcoli, il problema nasce prima ancora della replica. Se i calcoli sono ricostruibili ma un nuovo esperimento non ritrova il fenomeno, abbiamo un problema diverso. E se dati, codice, protocolli o dettagli sperimentali non sono disponibili, la ricerca può essere formalmente pubblicata e contemporaneamente essere praticamente incontrollabile.

Un risultato non replicato non equivale automaticamente a una frode. Può essere falso, instabile, troppo dipendente dal contesto, descritto male o semplicemente ottenuto per una combinazione contingente di fattori. Ma dal punto di vista dell'uso della conoscenza c'è un fatto che conta: un risultato che nessuno riesce a verificare o ritrovare non può avere lo stesso peso di un risultato confermato ripetutamente da gruppi indipendenti.

La peer review non è un certificato di verità

Un'altra parola che viene usata quasi magicamente è peer review, la revisione tra pari.

Prima della pubblicazione, altri ricercatori del settore leggono il manoscritto e ne valutano metodo, argomentazioni e risultati. È un filtro utile.

Ma normalmente il revisore non rifà l'esperimento. Non entra nel laboratorio. Non ricostruisce ogni immagine. Non controlla ogni dato grezzo. Non sa necessariamente quali prove siano state eseguite e poi scartate. E se il manoscritto racconta in modo convincente una storia falsa costruita con dati manipolati, la peer review può non accorgersene.

Richard Smith lo scriveva già chiaramente nel suo articolo del 2005.

“Peer reviewed” («Sottoposto a revisione paritaria») significa che un articolo ha superato un certo processo editoriale. Non significa “vero”.

Il problema più profondo: la scienza ideale e la carriera reale premiano cose diverse

Il ricercatore ideale dovrebbe essere premiato quando scopre che la propria ipotesi era sbagliata. Ha eliminato un errore, quindi ha prodotto conoscenza.

Il ricercatore reale deve però sopravvivere in un sistema fatto di contratti, finanziamenti, promozioni, concorsi, pubblicazioni e citazioni.

Una replica può essere scientificamente importantissima e professionalmente poco interessante. Un risultato negativo può impedire a cento laboratori di perdere tempo, ma può essere considerato poco attraente da una rivista. Un risultato nuovo, spettacolare, semplice da raccontare e apparentemente definitivo può invece produrre una pubblicazione prestigiosa, citazioni, finanziamenti e carriera.

Il sistema dichiara di voler conoscere la realtà, ma spesso premia chi produce la storia più pubblicabile.

Nel 2025 un'analisi pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha descritto esplicitamente questa contraddizione. La pubblicazione accademica serve contemporaneamente a diffondere conoscenza e a distribuire prestigio professionale. La seconda funzione incentiva ricercatori e istituzioni a massimizzare pubblicazioni, citazioni e collocazione in riviste prestigiose. Gli autori parlano di una vera e propria “Academic prestige economy”, cioè un'economia del prestigio accademico.

Gli indicatori bibliometrici, come l'Impact Factor, sono misure basate sulle citazioni associate alle riviste. Possono avere un uso descrittivo, ma diventano tossici quando il prestigio medio di una rivista viene usato come scorciatoia per giudicare la qualità di un singolo lavoro o perfino il valore di una persona.

Nel gennaio 2026 Tamarinde Haven e John Ioannidis hanno pubblicato sull'Annual Review of Medicine una review dal titolo “Reproducibility Failure in Biomedical Research: Problems and Solutions” («Fallimento della riproducibilità nella ricerca biomedica: problemi e soluzioni»). Gli autori constatano che le preoccupazioni sulla riproducibilità persistono da oltre un decennio, che le valutazioni su larga scala continuano a mostrare difficoltà significative e che le risposte istituzionali rimangono incoerenti.

Stiamo descrivendo incentivi strutturali che possono rendere professionalmente conveniente produrre esattamente il tipo di letteratura che il metodo scientifico dovrebbe trattare con maggiore sospetto.

Quando si decide di pubblicare prima di sapere se il risultato “piace” (2021)

Una prova molto interessante dell'importanza degli incentivi viene dai Registered Reports.

Il principio è semplice. Prima di conoscere il risultato, il ricercatore presenta domanda, metodo e piano di analisi. La rivista decide se lo studio è scientificamente sensato. Se lo accetta in linea di principio, il fatto che il risultato finale confermi oppure no l'ipotesi non dovrebbe determinare la pubblicazione.

Nel 2021 Anne Scheel, Mitchell Schijen e Daniël Lakens confrontarono Registered Reports e studi pubblicati nel modo tradizionale.

Fra gli studi tradizionali esaminati, circa il 96% riportava un risultato positivo per l'ipotesi principale. Fra i Registered Reports, circa il 44%.

Novantasei contro quarantaquattro.

Non serve una lezione di statistica per capire il messaggio. Quando la pubblicazione viene decisa dopo aver visto se il risultato è “bello”, quasi tutto ciò che appare in letteratura sembra funzionare. Quando la pubblicabilità viene decisa prima, ricompaiono in massa gli insuccessi e le ipotesi non confermate.

Il sistema tradizionale non si limita a raccontare la realtà. La seleziona.

Nature (2016): la mancata riproduzione è esperienza comune

Nel mio articolo “Alla ricerca della scienza...” avevo già richiamato una grande indagine di Nature.

Nel 2016 Nature intervistò 1.576 ricercatori.

  • oltre il 70% dichiarò di avere tentato almeno una volta, senza riuscirci, di riprodurre un esperimento di altri;
  • più della metà dichiarò di non essere riuscita almeno una volta a riprodurre un proprio esperimento;
  • il 52% riteneva che esistesse una significativa crisi di riproducibilità.

Il 70% non significa che “il 70% di tutti gli articoli è falso”. Significa qualcosa di diverso e comunque devastante: più di sette ricercatori su dieci avevano sperimentato personalmente almeno un fallimento nel tentativo di riprodurre il risultato di qualcun altro.

Psicologia (2015): cento studi rimessi alla prova

Nel 2015 la Open Science Collaboration cercò di replicare 100 studi di psicologia pubblicati su importanti riviste.

Negli articoli originali, il 97% dei risultati aveva superato il criterio statistico convenzionale usato dagli autori per considerarli positivi. Nelle repliche, la stessa cosa avvenne nel 36% dei casi. Gli effetti misurati nelle repliche risultarono mediamente molto più piccoli; secondo un'altra valutazione impiegata dal progetto, soltanto il 39% dei risultati venne giudicato una replica riuscita.

Quando cento risultati pubblicati vengono rimessi alla prova, la letteratura originale appare molto più pulita, forte e convincente della realtà osservata nelle repliche.

Ricerca sul cancro (2012): 6 risultati confermati su 53

Nel 2012 Glenn Begley e Lee Ellis descrissero su Nature l'esperienza maturata nel tentativo di verificare importanti risultati di ricerca preclinica sul cancro.

Il gruppo Amgen aveva selezionato 53 studi considerati particolarmente interessanti per possibili sviluppi terapeutici. I risultati principali furono confermati in 6 casi su 53.

Questi 53 studi non rappresentavano tutta l'oncologia. Erano una selezione di lavori considerati abbastanza importanti da giustificare tentativi industriali di replica.

Ed è precisamente questo che rende il risultato grave, non meno grave.

Cancer Biology (2021): in molti casi non c'erano neppure le informazioni per rifare l'esperimento

Il Reproducibility Project: Cancer Biology voleva inizialmente ripetere 193 esperimenti appartenenti a 53 articoli ad alto impatto. Come documentato su eLife, riuscì a ripeterne soltanto 50 appartenenti a 23 articoli.

Le informazioni pubblicamente disponibili necessarie per progettare correttamente le repliche erano presenti soltanto per 4 esperimenti su 193. Anche dopo avere contattato gli autori originali, per circa il 68% degli esperimenti non fu possibile ottenere tutti i dati necessari. E nessuno dei 193 esperimenti era descritto nell'articolo originale con dettaglio sufficiente da permettere di costruire direttamente un protocollo completo di replica senza chiedere ulteriori chiarimenti.

Che cosa significa “è stato scientificamente dimostrato” se l'articolo non descrive nemmeno in modo sufficiente ciò che è stato fatto perché qualcun altro possa rifarlo?

Nell'analisi finale del progetto, pubblicata su eLife, gli effetti positivi osservati nelle repliche risultarono molto più piccoli di quelli originali: la grandezza mediana dell'effetto era inferiore di circa l'85%, e nel 92% dei casi l'effetto replicato era più piccolo dell'originale.

Quando non si tratta più di errore: i ricercatori ammettono manipolazioni (2009)

Nel 2009 Daniele Fanelli pubblicò su PLOS ONE una meta-analisi delle indagini nelle quali gli scienziati erano stati interrogati sui comportamenti scorretti propri o dei colleghi.

  • 1,97% ammise di avere almeno una volta fabbricato, falsificato o modificato dati o risultati;
  • fino al 33,7% ammise altre pratiche di ricerca discutibili;
  • quando la domanda riguardava i colleghi, il 14,12% riferiva casi di falsificazione;
  • fino al 72% riferiva altre pratiche discutibili compiute da colleghi.

Queste percentuali provengono da indagini e domande differenti e non devono essere sommate.

Quasi il 2% che confessa direttamente falsificazione o fabbricazione di dati è già un dato enorme in un sistema che produce milioni di articoli. E quando un terzo ammette altre pratiche discutibili, il problema smette definitivamente di poter essere raccontato come l'eccezione del singolo truffatore.

Che cosa significa “articolo ritrattato”

Un articolo ritrattato (retracted) è un lavoro che la rivista segnala formalmente come non più affidabile o non più utilizzabile come normale parte della letteratura scientifica.

Non significa necessariamente che gli autori abbiano deciso spontaneamente di ritirarlo.

Secondo le linee guida del Committee on Publication Ethics (COPE), una ritrattazione può essere promossa dagli autori, dagli editor o dall'editore e può avvenire anche quando uno o più autori non sono d'accordo. Di norma il testo non viene cancellato: rimane accessibile ma chiaramente marcato come ritrattato.

Più di 10.000 ritrattazioni in un anno (2023)

Nel 2023 il numero di articoli scientifici ritrattati in un solo anno ha superato per la prima volta quota 10.000, come documentato da Nature.

La ritrattazione dimostra che un sistema di correzione esiste. Ma dimostra anche qualcos'altro: prima della ritrattazione quegli articoli erano entrati nella letteratura scientifica. Erano pubblicati, molti erano peer reviewed, potevano essere citati e potevano entrare in review, meta-analisi e nuove ricerche.

Alzheimer: dal 2006 alla ritrattazione del 2024

Un caso particolarmente istruttivo riguarda l'articolo del 2006 “A specific amyloid-β protein assembly in the brain impairs memory” («Uno specifico aggregato proteico amiloide-β nel cervello compromette la memoria»), pubblicato su Nature.

Il 24 giugno 2024 Nature pubblicò la nota di ritrattazione. La rivista segnalò problemi nelle figure, compresi segni di manipolazione eccessiva, duplicazione, splicing e uso di uno strumento di cancellazione; i dati non potevano essere verificati attraverso i registri disponibili.

Sei autori accettarono la ritrattazione. Sylvain Lesné si oppose. Un altro autore non rispose alla corrispondenza degli editor.

Il prestigio della rivista non ha trasformato immagini manipolate in dati affidabili.

Ranga Dias (2024): superconduttività, Nature, poi falsificazione e fabbricazione

Il caso del fisico Ranga Dias è utile anche per capire che non stiamo parlando soltanto di medicina.

Dias divenne famoso per lavori clamorosi sulla superconduttività ad alte temperature pubblicati anche su Nature. Nel 2024, un'indagine dell'Università di Rochester concluse che vi erano stati casi di fabbricazione dei dati, falsificazione e plagio, come riportato da Nature.

Dana-Farber (2024): decine di lavori da correggere o ritirare

Nel gennaio 2024 il Dana-Farber Cancer Institute annunciò di voler richiedere la ritrattazione di 6 articoli e correzioni per altri 31, dopo segnalazioni riguardanti problemi nelle immagini. La vicenda è stata ricostruita da Nature.

Non ogni problema grafico equivale automaticamente a frode deliberata. Ma quei lavori avevano superato il normale sistema editoriale: è un altro esempio concreto dei limiti dei controlli che precedono la pubblicazione.

Le paper mills (2026): la frode scientifica diventa industria

Le cosiddette paper mills sono organizzazioni che vendono servizi di frode accademica: manoscritti, dati, immagini, citazioni o posti da autore in articoli destinati alla pubblicazione.

Nel 2026 Reese Richardson, Spencer Hong e Anna Abalkina hanno messo insieme BuyTheBy, un grande dataset strutturato di annunci di paper mills, diffuso come preprint.

  • 18.710 annunci;
  • provenienti da 7 attività operanti in 7 paesi;
  • 15.839 annunci contenenti prezzi;
  • oltre 20.000 posizioni messe in vendita su migliaia di prodotti accademici.

L'indagine è stata raccontata nell'aprile 2026 anche da Science.

Ma gli annunci raccolti esistono. Esiste il mercato. Esiste la compravendita di posizioni di autore.

La frode scientifica non è più soltanto il comportamento clandestino di un ricercatore isolato: può essere acquistata come un servizio commerciale.

Perché esiste questo mercato? Perché pubblicare vale carriera. Perché una firma su un articolo vale prestigio. Perché il numero delle pubblicazioni viene usato come moneta accademica.

Se il sistema premia il numero, qualcuno venderà il numero.

Il falso continua a vivere anche dopo la ritrattazione (2025)

Nel 2025 uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato 200.000 revisioni sistematiche nelle scienze della vita, pubblicate fra il 2013 e il 2024.

Lo 0,15% aveva incorporato nella sintesi delle evidenze almeno un articolo successivamente ritrattato e collegato a paper mills. La percentuale assoluta è piccola, ma lo studio ha trovato 124 citazioni avvenute dopo la ritrattazione; in 13 casi, oltre 500 giorni dopo.

Un articolo falso non muore automaticamente quando viene ritrattato.

Un'altra ricerca, pubblicata nel 2025 su JAMA Internal Medicine, ha studiato meta-analisi che comprendevano articoli successivamente ritrattati.

Eliminando gli studi ritrattati, per gli esiti principali la stima dell'effetto cambiava:

  • di almeno il 10% nel 42% delle meta-analisi;
  • di almeno il 30% nel 25%;
  • di almeno il 50% nel 19%.

Il falso ha una discendenza bibliografica.

Una scienza che ha contribuito a screditare se stessa

A questo punto è evidente che una parte della scienza istituzionale ha contribuito a screditare se stessa.

Non perché la scienza sbagli. Sbagliare è inevitabile. Una scienza incapace di sbagliare sarebbe una religione, non una scienza.

Il discredito nasce quando il sistema pretende un livello di fiducia superiore a quello che i propri meccanismi di controllo possono giustificare: quando “peer reviewed” viene tradotto culturalmente in “vero”, il prestigio della rivista sostituisce l'analisi del contenuto, la carriera premia chi pubblica molto e presto più di chi replica, i risultati nulli scompaiono mentre quelli positivi vengono pubblicati, i dati non sono disponibili, articoli manipolati restano per anni nella letteratura e perfino una firma può essere comprata.

E soprattutto nasce quando, nonostante tutto questo, qualcuno usa la formula “lo dice la scienza” per chiudere una discussione.

“Lo dice la scienza” è il contrario del metodo scientifico

Se qualcuno mi dice “lo dice la scienza”, la mia risposta è: quale ricerca?

Chi l'ha condotta? Come? Con quali dati? I dati sono accessibili? Il metodo è descritto abbastanza bene da poter essere controllato? Altri gruppi hanno ottenuto lo stesso risultato? Esistono studi contrari? Chi ha finanziato il lavoro? Ci sono conflitti d'interesse? Ci sono correzioni o ritrattazioni?

Queste domande non sono un attacco alla scienza.

Queste domande sono la scienza.

Non serve “credere nella scienza”

La conclusione non è che tutti gli articoli siano falsi.

La conclusione è che un articolo non merita fiducia semplicemente perché esiste.

Non serve credere nella scienza come si crede in una dottrina. Serve valutare quanto una particolare affermazione sia sostenuta.

La fiducia aumenta quando gruppi indipendenti ottengono risultati compatibili, metodi e protocolli sono descritti chiaramente, dati e codice sono disponibili quando possibile, gli studi contrari vengono pubblicati, le repliche sono frequenti, metodi differenti convergono verso lo stesso fenomeno e gli errori vengono corretti rapidamente e pubblicamente.

La fiducia diminuisce quando il dato non è accessibile, il metodo non è ricostruibile, le repliche falliscono, le immagini risultano manipolate, l'interesse economico è enorme e poco trasparente, esistono soltanto risultati positivi o la critica viene trattata come eresia.

La scienza di cui abbiamo bisogno

La scienza che vorrei non è una scienza che promette di avere sempre ragione.

È una scienza nella quale avere torto non distrugge la carriera e nascondere l'errore non conviene.

Una scienza nella quale replicare un risultato importante dia prestigio quanto pubblicarlo per primi.

Una scienza nella quale un risultato negativo sia informazione, non spazzatura editoriale.

Una scienza nella quale i dati siano accessibili ogni volta che ragioni etiche e legali lo consentono.

Una scienza nella quale le riviste siano strumenti di comunicazione e critica, non tribunali che trasformano un manoscritto in verità.

Una scienza nella quale “non lo sappiamo” venga considerato più serio di una certezza costruita per ottenere attenzione.

Una scienza che dica:

“Questo è ciò che abbiamo osservato. Questi sono i dati. Questo è il metodo. Questi sono i limiti. Ora provate a dimostrare che abbiamo torto.”

Conclusione: ostacoli alla scienza partecipata e alla diffusione della conoscenza

La realtà non ha alcun obbligo di conformarsi alle nostre teorie, alle nostre aspettative, alle nostre carriere, ai nostri finanziamenti o agli interessi economici delle istituzioni che producono ricerca.

Per questo il dubbio non è un difetto della scienza.

Il dubbio è la sua dignità.

Una scienza seria non dovrebbe chiedere di essere creduta perché parla attraverso un professore, un'università prestigiosa, una grande rivista o una commissione di esperti. Dovrebbe mostrare come è arrivata alle proprie conclusioni e mettere chiunque abbia le competenze necessarie nelle condizioni di controllarle.

Se il metodo scientifico consiste nel produrre argomenti, osservazioni, esperimenti e dati controllabili, allora non vedo alcuna ragione epistemologica per cui il diritto di partecipare a questo processo debba appartenere esclusivamente a una élite accademica.

Un dottorato di ricerca può dimostrare che una persona ha seguito un determinato percorso di formazione. Può essere utile. Può fornire competenze importanti. Ma non rende vera una frase, non rende corretto un esperimento e non rende falso ciò che viene sostenuto da chi quel titolo non possiede.

Formalmente molte riviste non richiedono affatto un PhD per presentare un articolo. Nella pratica, però, chi lavora fuori dall'università può incontrare barriere legate all'affiliazione istituzionale, alle credenziali, ai costi, all'accesso alle risorse e agli stessi sistemi editoriali. Il problema è stato descritto esplicitamente nell'articolo del 2022 “Barriers to Citizen Science and Dissemination of Knowledge in Healthcare”, dedicato proprio agli ostacoli incontrati dai ricercatori indipendenti e dai cittadini che partecipano direttamente alla ricerca scientifica.

Esiste poi un problema ancora più imbarazzante: il prestigio personale può modificare il giudizio dato allo stesso lavoro scientifico.

Uno studio pubblicato nel 2022 sui Proceedings of the National Academy of Sciences sottopose sostanzialmente lo stesso lavoro a revisori diversi modificando l'identità dell'autore mostrata. Quando compariva il nome di un premio Nobel, più del 20% dei revisori raccomandava l'accettazione; quando compariva quello di un ricercatore poco conosciuto, meno del 2%.

Stesso lavoro. Diverso prestigio. Giudizio radicalmente diverso.

Il fenomeno non è nuovo. Già nel 1968 Robert K. Merton lo descrisse su Science con il nome di “Matthew Effect”: chi possiede già reputazione, posizione e prestigio tende a ricevere più credito anche a parità di contributo, mentre chi ne è privo rischia di essere ignorato.

Questo meccanismo è incompatibile con l'idea più profonda del metodo scientifico.

Se un esperimento è ben fatto, deve esserlo indipendentemente dal curriculum di chi lo ha realizzato.

Se un'argomentazione è sbagliata, deve esserlo anche se l'ha formulata un premio Nobel.

Se un dato è riproducibile, non diventa meno riproducibile perché chi lo ha raccolto non appartiene a un'università.

E se un'idea è falsa, non diventa vera perché è firmata da un professore ordinario.

Una scienza realmente aperta dovrebbe quindi essere accessibile non soltanto nella lettura dei risultati, ma anche nella possibilità di contribuire alla loro produzione e alla loro critica. Chiunque dovrebbe poter sottoporre un lavoro alla valutazione scientifica ed essere giudicato per il metodo, i dati e gli argomenti, non per il titolo di studio, l'istituzione di appartenenza o il prestigio personale.

Naturalmente questo non significa che qualsiasi scritto debba essere pubblicato. Significa esattamente il contrario: tutti devono essere sottoposti allo stesso criterio.

Non ricordo alcuna clausola del metodo galileiano secondo cui per osservare la natura sia necessario possedere un dottorato di ricerca.

Galileo ci ha lasciato qualcosa di molto più rivoluzionario di un titolo accademico: l'idea che l'autorità debba cedere il posto alla verifica.

Ed è forse proprio questa la domanda con cui dovremmo giudicare anche la scienza contemporanea:

Stiamo ancora chiedendo “come lo hai dimostrato?”, oppure siamo tornati a chiedere “chi sei per poterlo dire?”


Alcuni miei articoli collegati

Fonti principali

(22 agosto 2026)

AI watermark: trasparenza per chi? Tecnica, diritto ed etica delle filigrane invisibili

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Aggiornamento 26 agosto 2026: si veda il mio progetto "A Low-VRAM Approach to AI Watermark Removal on Linux".


Un AI watermark è un segnale associato a un contenuto digitale per indicare che un sistema di intelligenza artificiale ha partecipato alla sua generazione o modifica. Può essere visibile, come un logo; può vivere nei metadati del file; oppure può essere incorporato in modo impercettibile nei pixel o nell’audio. Queste soluzioni vengono spesso riunite sotto la parola “filigrana”, ma non sono equivalenti e non producono le stesse conseguenze.

La distinzione più importante è anche la più semplice: una marcatura può descrivere correttamente una fase del processo, oppure può trasformare un processo creativo complesso in un’etichetta: “Fatto dall’IA”. Quando questo accade, la tecnologia non aggiunge soltanto informazione: modifica il modo in cui il pubblico, una piattaforma e persino un committente interpretano l’opera.

Tre famiglie di segnali

Filigrane visibili

Sono loghi, testi o simboli sovrapposti all’immagine. L’osservatore sa che esistono e può valutarli. Non vanno confusi con le filigrane commerciali applicate alle anteprime di opere altrui, che proteggono una licenza o una vendita.

Metadati e Content Credentials

C2PA, spesso presentato al pubblico come Content Credentials, registra dichiarazioni di provenienza in metadati firmati. Può documentare il programma utilizzato e alcune trasformazioni subite dal file. La firma consente di verificare se quelle dichiarazioni sono integre; non certifica che ogni affermazione rappresenti l’intera storia creativa.

I metadati sono relativamente fragili. Esportazioni, screenshot, conversioni e piattaforme che riscrivono i file possono rimuoverli. Le versioni “durature” delle Content Credentials cercano di collegare il contenuto anche a registri o segnali recuperabili, ma la presenza concreta dipende dalla filiera tecnica.

Filigrane invisibili nei pixel

SynthID appartiene a questa famiglia. Non è un campo EXIF che si cancella con un editor di metadati: è un segnale impercettibile distribuito nel contenuto visivo o sonoro, progettato per poter essere riconosciuto da un rilevatore anche dopo trasformazioni comuni. Nell’esperienza dell’utente è invisibile; per il verificatore diventa un indizio di provenienza.

OpenAI documenta oggi controlli su due tipi di segnale: C2PA nelle immagini e SynthID nelle immagini e nell’audio. Tuttavia un watermark non rilevato non dimostra che il contenuto non provenga dall’IA. Il metadato può essere stato eliminato, la filigrana può essersi degradata, il file può essere precedente all’introduzione del sistema oppure il verificatore può non supportarne l’origine.

Un rilevatore non è una macchina della verità

Occorre separare un rilevatore di filigrana da un classificatore. Il primo cerca un segnale che un sistema ha deliberatamente inserito. Il secondo stima statisticamente, a partire da caratteristiche del contenuto, se possa essere stato generato da un determinato modello. Un classificatore può produrre falsi positivi e falsi negativi; una filigrana può andare perduta o essere letta fuori contesto. Nessuno dei due ricostruisce automaticamente la quantità, la qualità o l’importanza del contributo umano, né tantomeno il flusso esperienziale del processo creativo e il valore emotivo, intrapsichico, relazionale o sociale di un'opera.

La filigrana, inoltre, dice al massimo qualcosa sull’impiego di uno strumento. Non sa se l’autore abbia ideato il soggetto, composto la scena, dipinto una base, fornito fotografie proprie, diretto iterazioni successive, corretto localmente il risultato, riscritto testi, combinato più tecniche e completato l’opera a mano. È proprio questa perdita di contesto a rendere ingannevole l’etichetta quando viene interpretata come “interamente creato dall’IA”.

Che cosa accade nei motori di ricerca

Non esiste una regola generale pubblica secondo cui la sola presenza di SynthID o C2PA penalizzi automaticamente una pagina nei risultati. Google Search dichiara di concentrarsi su accuratezza, qualità, originalità, utilità e rilevanza del contenuto, indipendentemente dal modo in cui è stato prodotto. L’uso dell’automazione diventa contrario alle regole quando serve soprattutto a pubblicare contenuti su larga scala senza valore o a manipolare il posizionamento.

Per questo togliere una filigrana non è una strategia SEO e non promette alcun vantaggio nel ranking. Viceversa, una dichiarazione accurata del processo (?!) può offrire contesto ai lettori per chiarire il ruolo avuto dall'IA. Tuttavia, quando mai, nella storia dell'umanità, un artista ha dovuto documentare e spiegare il proprio processo creativo, di cui, tra l'altro, probabilmente non ha neanche una piena consapevolezza? Il processo è importantissimo per chi lo vive, ma è strettamente personale, non è qualcosa che normalmente si comunica. L'arte deriva da un flusso di esperienze di vita e suggestioni interiori che non possono essere comunicate nemmeno volendolo.

Che cosa accade nei social network

Un social può leggere gli indicatori presenti in un'immagine e applicare una propria etichetta. Può anche affidarsi all’autodichiarazione o ad altri sistemi di rilevamento. Rimuovere un metadato non garantisce quindi che una piattaforma non classifichi il contenuto come "generato dall'IA".

Meta usa indicatori condivisi dal settore e dichiarazioni dell’utente per mostrare “AI info” su Facebook, Instagram e Threads. L’azienda ha riconosciuto pubblicamente che una precedente etichetta “Made with AI” non rappresentava bene casi in cui l’IA aveva prodotto modifiche minori, e ha cambiato formulazione e collocazione dell’avviso. È un esempio concreto del problema: un segnale tecnico può essere autentico e, nello stesso tempo, comunicare al pubblico una conclusione sproporzionata.

TikTok richiede un’etichetta per contenuti realistici generati o modificati in misura significativa con l’IA e può aggiungerla automaticamente.

Nei testi esiste una filigrana nascosta?

Sì, il testo può contenere un pattern statistico impercettibile, prodotto alterando leggermente le probabilità di scelta delle parole; può resistere a modifiche limitate, ma non è indelebile e una riscrittura completa può distruggerlo.

Per chi vuole approfondire, rimando all'articolo: Anthropic spiega come funziona il watermark nei testi generati dalla IA.

Gli AI watermark sono un requisito dell’Unione europea?

Dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act prevede effettivamente obblighi di trasparenza per determinati sistemi e contenuti, ma non impone SynthID in particolare e non ordina di usare necessariamente una filigrana invisibile.

Per i fornitori di sistemi che generano contenuti sintetici audio, immagini, video o testo, la regola richiede che gli output siano marcati in un formato leggibile dalla macchina e rilevabili come generati o manipolati artificialmente. La soluzione deve essere efficace, interoperabile, robusta e affidabile per quanto tecnicamente fattibile. La legge lascia quindi aperta la tecnologia concreta e non trasforma un prodotto proprietario in standard obbligatorio.

Lo stesso articolo stabilisce un’eccezione importante e coerente con la distinzione creativa discussa qui: l’obbligo non si applica nella misura in cui il sistema svolge una funzione assistiva per una modifica standard, oppure non altera sostanzialmente i dati forniti dall’utilizzatore o il loro significato. La norma riconosce dunque che “uso dell’IA” e “contenuto interamente sintetico” non sono sinonimi. Tuttavia, i margini di interpretazione sono ampi.

Un secondo gruppo di obblighi riguarda i deployer, cioè chi utilizza l'IA al di fuori dell'uso puramente personale e non professionale. I deepfake devono essere dichiarati; per opere evidentemente artistiche, creative, satiriche o narrative, la comunicazione può essere effettuata in modo appropriato senza ostacolare la fruizione dell’opera. Esiste inoltre un obbligo specifico per alcuni testi destinati a informare il pubblico su questioni d’interesse generale, con eccezioni legate alla revisione umana e alla responsabilità editoriale.

Il testo non formula un obbligo generale per ogni privato di conservare per sempre una specifica implementazione tecnica nel proprio file. Rimuovere un segnale, tuttavia, non cancella gli eventuali obblighi separati di dichiarazione che dipendono dal modo e dal contesto in cui il contenuto viene pubblicato.

Per i sistemi già immessi sul mercato prima del 2 agosto 2026 è previsto un periodo transitorio: i fornitori devono adottare le misure necessarie per conformarsi all'articolo 50(2) entro il 2 dicembre 2026.

La filigrana non decide il copyright

Un watermark di provenienza non è un certificato di pubblico dominio e non annulla il diritto d’autore. Nel quadro europeo la domanda decisiva riguarda il contributo creativo umano originale. Il Parlamento Europeo ha espressamente distinto le creazioni assistite dall’IA dagli output prodotti autonomamente e ha ricordato che, quando l’IA è usata come strumento dell’autore, continua ad applicarsi l’attuale quadro della proprietà intellettuale.

Se una persona concepisce l’opera, prende le decisioni espressive, seleziona e trasforma i materiali, dirige le iterazioni e compie l’elaborazione finale, la presenza di un passaggio assistito dall’IA non cancella il suo apporto. Il fornitore del servizio non diventa autore per il solo fatto di aver messo a disposizione il software. Una filigrana tecnica non può trasferirgli diritti, né può dimostrare che l’utente abbia rinunciato ai propri.

Riferimento: Parlamento europeo, proprietà intellettuale e tecnologie di IA, risoluzione del 20 ottobre 2020.

Tuttavia, vorrei aggiungere una riflessione più ampia: siamo sicuri che la questione giuridica debba proprio essere su quali scelte creative umane siano espresse nel risultato finale? La mia obiezione è più radicale: perché il criterio decisivo dovrebbe essere quanto direttamente le scelte creative umane risultino riconoscibili nell'output? L'IA non ha idee né iniziative, ma è sempre l'essere umano ad avere un intento. Anche inserire prompt a caso o poco significativi per "sperimentare cosa viene fuori" è un intento.

Semplificando, siccome tutta la questione è sul reale contributo dell'autore rispetto a un output prodotto dal modello a partire da un intervento umano minimo, potremmo immaginare una proposta di questo tipo: se una persona ci ha lavorato due minuti su un'immagine, allora è pubblico dominio; se ci ha lavorato due ore, allora c'è il copyright. E' solo un esempio ipotetico, tuttavia, in un caso del genere, ritorneremmo alle problematiche di giustificazione e documentazione di un processo creativo che è strettamente personale.

Provo a spiegare le mie perplessità sul giudicare il contributo umano con un esempio più semplice: per scattare una fotografia ci mettiamo un secondo, ma quella fotografia può anche essere riconosciuta e venduta come opera d'arte. Inoltre il fotografo non ha "creato" il soggetto fotografato, nel senso che l'opera creatrice della realtà può essere completamente esterna a lui. Se fotografiamo un gabbiano sul mare, chi ha creato il gabbiano e chi il mare? Di fronte a un esempio così evidente, stare a discutere se il contributo umano è nullo, poco o tanto non ha alcun significato, almeno secondo la mia modesta opinione. Un'eccellente fotografia può anche essere dovuta semplicemente al caso o persino a un errore involontario, e risultare tanto inaspettata e sorprendente quanto l'esito di un prompt inserito per errore. Anche le scoperte scientifiche a volte funzionano così, grazie al caso e all'errore, ma non per questo vanno disprezzate o sminuite.

Il "prompt" è un contributo umano che richiede un tempo e una difficoltà paragonabili a quelli per scattare una foto (nel senso di estremamente variabile, da molto semplice e rapido a difficile e lento), e in entrambi i casi il soggetto della foto e dell'immagine generata dall'IA non è stato creato direttamente dall'autore. Sto quindi asserendo che bisogna sempre assumere che ci sia un contributo umano e rispettarlo.

Perché considero "non etiche" le filigrane nascoste imposte

La trasparenza autentica dovrebbe essere rivolta prima di tutto all’utente che crea. Un’informazione che il software inserisce in modo invisibile, che l’utente non può ispezionare pienamente e che non può rifiutare non realizza questa idea di trasparenza: la sostituisce con il controllo del fornitore sul file dell’autore.

Negano consenso e controllo sul proprio file

Un programma dovrebbe eseguire solo ciò che l’utente gli chiede e dichiarare ogni dato aggiunto. La scelta corretta è un controllo comprensibile: se e quali informazioni inserire, dove e con quale livello di dettaglio. Un segnale obbligatorio e nascosto introduce nel file dell’autore un contenuto non desiderato e lo costringe a un’elaborazione potenzialmente alterante per riottenere un file neutro.

Per watermark robusti incorporati nei pixel, infatti, una delle tecniche più efficaci consiste nella rigenerazione dell'immagine attraverso un altro modello; in questo caso il risultato non è più pixel-per-pixel identico e può subire alterazioni visibili: in questo senso, è un'elaborazione potenzialmente alterante.

In molti casi è un servizio a pagamento.

Creano un costo che ricade sull’autore

Molti servizi online hanno un costo non banale, soprattutto per chi produce molte immagini. C'è anche l'alternativa di fare tutto offline nel proprio computer, a condizione di avere una GPU adeguata.

Su GitHub ci sono progetti interessanti e funzionanti, come remove-ai-watermarks, ma anch'essi comunque hanno un costo, seppur indiretto. Sebbene il software sia gratuito, infatti, rimuovere una filigrana incorporata nei pixel richiede molti gigabyte di download dei modelli IA necessari, energia, tempo, una rigenerazione che altera i dettagli... e soprattutto: un computer adeguato, spazio libero, connettività Internet robusta per i download pesanti, e ottime competenze tecniche. Giusto per fare un esempio della "pesantezza", nei miei test il set completo dei modelli IA richiesti per usare remove-ai-watermarks pesa circa 40 GB. Se non c'è bisogno o interesse a preservare la fedeltà dei volti, la stima può scendere a 15 GB. Questi valori sono riferiti alla mia configurazione, li ho specificati solo per dare un ordine di grandezza.

Dettagli tecnici a parte, è il creatore, non il fornitore, a sostenere il costo economico e qualitativo necessario per annullare una scelta che non ha potuto rifiutare.

Concentrano il potere interpretativo

Quando codificatore e verificatore sono proprietari, il fornitore decide che cosa viene scritto e chi può leggerlo. L’autore non può controllare autonomamente il significato completo del segnale né contestare con strumenti equivalenti un risultato sbagliato. Questa asimmetria è incompatibile con la piena disponibilità dell’opera da parte di chi l’ha creata.

Espongono l’opera a usi futuri non scelti

Una marcatura progettata oggi per una verifica, può domani alimentare filtri, classificazioni commerciali, moderazione automatica o decisioni reputazionali. Anche quando il segnale non contiene l’identità dell’utente, la sua opacità impedisce di valutarne con certezza ogni uso successivo. Il consenso non può essere informato se finalità e lettori futuri restano fuori dal controllo dell’autore.

Confondono trasparenza con sorveglianza del processo creativo

La provenienza dovrebbe essere una narrazione verificabile e proporzionata in casi molto specifici, non un marchio indelebile e onnipresente. Nella stragrande maggioranza dei casi, ovvero quando un'immagine è un prodotto artistico e non un documento con implicazioni legali "sensate" (giornalismo, prove per condannare o dichiarare l'innocenza di una persona in sede giudiziaria, documentazione storica, ecc.), l’autore dovrebbe poter dichiarare pubblicamente quali strumenti ha usato solo se lo vuole e con parole sue adeguate al caso.

Una marcatura applicata automaticamente a ogni output non può distinguere l'uso successivo del contenuto né l'intenzione dell'autore. Al tempo stesso, però, l'intenzione dell'autore non è nota a prescindere. Ma anche qualora l'intenzione fosse nota, il watermark può comunque essere tolto successivamente. Ne seguono due conseguenze:

  • nessun contenuto dovrebbe essere considerato autentico soltanto perché appare realistico o perché non contiene indicatori di generazione artificiale;
  • non marcare nulla per i motivi complessivi già esposti, in particolare per proteggere la riservatezza del processo creativo, per non svalutare l'opera o la reputazione dell'autore, per rispettare la libertà e dignità dell'autore.

Il valore probatorio di una foto in sede legale, ad esempio, dovrebbe essere negato di default, e riconosciuto solo in casi particolari in cui ci siano prove più solide che confermino la foto stessa. Sarebbe un modo per adeguare la legislazione all'attuale facilità di accesso e uso degli strumenti IA avanzati.

Da notare che, se l'assenza di un watermark non prova nulla, di contro anche la sua presenza può avere un significato limitato sul piano probatorio: può documentare l'intervento di un determinato sistema, ma non stabilisce da sola quanto tale intervento sia stato sostanziale, quale fosse l'intenzione dell'autore né se il contenuto sia stato utilizzato in modo ingannevole.

Tutta questa discussione, inoltre, andrebbe inserita all'interno di un'analisi di realtà onesta: giornali, tv e social sono strapieni di informazioni parzialmente o totalmente false da sempre, ben prima dell'avvento dell'IA generativa, quindi smettiamola di prenderci in giro. Le foto sono sempre state oggetto di alterazioni con programmi di fotoritocco, giusto per fare un esempio.

La soluzione più pulita è il controllo locale

Tornando al punto etico, la strada migliore è risolvere il problema alla radice: usare localmente modelli e programmi di cui l’autore controlla input, output, metadati e archiviazione. Ollama rappresenta bene l’idea generale di inferenza locale; per la generazione di immagini su computer personali servono però strumenti e modelli adeguati all’hardware disponibile, e questo è il principale limite rispetto ai servizi online comunemente usati.

Per approfondire

(18 agosto 2026)

Da Adolf Hitler a Roberto Vannacci: il culto del corpo e il peso della storia

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(dedico questa riflessione a tutti i diversamente abili)

Solitamente evito di addentrarmi nelle dinamiche della politica interna, nutrendo perplessità sulle reali leve di potere a cui i rappresentanti eletti devono sottostare. Se il loro ruolo non è quello di farsi carico delle richieste del popolo, ma di ubbidire ad ordini "dall'alto" (qualunque sia il partito di provenienza), ne segue che la democrazia è soltanto formale, perché nella sostanza è ben altro.

Tuttavia, l'attuale scenario europeo e italiano mi impone una riflessione. L'ascesa e il consenso riscossi da forze di destra ed estrema destra stanno assumendo proporzioni che richiedono un'attenta e lucida analisi. Ci tengo a precisare, tuttavia, che non intendo in alcun modo appoggiare o assolvere la sinistra italiana, le cui criticità, contraddizioni, colpe e anche infantilismo sono gravi quanto quelli dei suoi avversari.

L'oggetto di questa riflessione non è la figura di Roberto Vannacci in sé, quanto la notevole risonanza mediatica delle sue recenti dichiarazioni. Mi sorge il dubbio che tale esposizione possa essere funzionale a canalizzare il dissenso popolare verso indirizzi politici che, storicamente, poco hanno avuto a che vedere con il reale interesse dei cittadini. Quando qualcuno viene molto esposto dai mass media per raccogliere il dissenso delle masse contro il "sistema", di solito ci sono meccanismi di strumentalizzazione e abuso della legittimazione popolare, che in passato abbiamo già osservato con altre formazioni (tipo il M5S).

Il Generale ha recentemente affermato: "Lo sport è salute. La salute è vita e chi è in salute pesa di meno sul Servizio Sanitario Nazionale ed è psicologicamente più stabile. La politica è leadership ed esempio". Proseguendo con una critica alla sinistra di Elly Schlein, ha aggiunto che i politici dovrebbero dare l'esempio nello sport "invece di ballare sui carri del Gay Pride", invocando "prove fisiche per tutti i politici", poiché "per fare politica ci vuole un fisico bestiale. Io ci sono!". (fonte)

Al di là della retorica, da queste affermazioni emergono implicazioni ideologiche che meritano di essere esaminate con la dovuta attenzione, poiché evocano echi storici del secolo scorso:

  • i diversamente abili, i malati, gli anziani, e più in generale "coloro che non producono" sono un peso per la collettività (da cui sgravarsi?)
  • una pericolosa generalizzazione che lega la salute psicologica a quella fisica tende a far etichettare come mentalmente disturbati coloro che non sono fisicamente integri, atletici e "perfetti"?
  • chi ha una sessualità "non tradizionale" merita di essere stigmatizzato e ostacolato perché "inferiore"?
  • la legittimazione come rappresentante politico del popolo è subordinata a requisiti di "bestialità"?

A parte la facile ironia sull'ultimo punto, a cui decenni di politica italiana danno sostanzialmente ragione, c'è poco da scherzare.

La storia del Novecento ci insegna quanto sia pericolosa la retorica che esalta il "corpo perfetto" a scapito della dignità umana. Prendiamo come esempio il regime nazista. Quali categorie di persone furono colpite dalla furia ideologica di Adolf Hitler, che tanto amava il culto del "fisico bestiale"? La lista sarebbe lunga.

Oltre ai ben noti civili slavi (russi, ucraini, bielorussi, polacchi, cechi, serbi), ebrei, rom e sinti, furono torturati e uccisi:

  • persone con disabilità fisiche o mentali;
  • omossessuali;
  • "asociali" (vagabondi, senzatetto, prostitute, alcolisti, "renitenti al lavoro");
  • persone dalla pelle scura o comunque discendenti da padre o madre africani.

Possiamo aggiungere alla lista: oppositori politici (comunisti, socialdemocratici, socialisti), sindacalisti, testimoni di Geova, massoni, e criminali comuni.

Con questa premessa, vorrei soffermarmi di nuovo sulle parole di Vannacci e pormi un interrogativo fondamentale, poiché il rischio di una progressiva colpevolizzazione di chi affronta serie problematiche di salute appare purtroppo tracciato: cosa ne vogliamo fare delle persone con disabilità?

Per evitare che questa critica suoni come una mera invettiva, è utile ancorarla a un fatto di cronaca recente e certo, e a un preciso resoconto storico. Il 20 luglio 2026, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova, ha rilasciato una dichiarazione ferma in risposta al rifiuto, da parte della Germania, di ammettere gli atleti russi ai Giochi Giovanili Europei per sordi, in programma per l'agosto 2026.

Al di là delle tensioni geopolitiche, il cuore del suo intervento offre una lucida e documentata ricostruzione storica di come la retorica sulla "salute" e sulla "produttività" possa degenerare. Ne riporto un'accurata traduzione, comprensiva dei link da lei inseriti (fonte in russo):

Maria Zakharova: La Germania ha rifiutato di ammettere gli atleti russi ai Giochi Giovanili Europei per sordi

20 luglio 2026

Voglio ricordare all'Associazione Tedesca dello Sport per Sordi: se non fosse stato per il nostro paese, in Germania i disabili avrebbero continuato a essere «smaltiti», invece di essere lasciati liberi di creare associazioni e praticare sport.
 
I nostri atleti vengono puniti solo per il fatto di rappresentare un paese che non ha concluso la lotta contro il nazismo, ma la conduce su tutti i fronti da tutti questi anni. Affinché nel mondo non ci siano più programmi eugenetici, del tipo «T-4» — quando i nazisti tedeschi ottennero il diritto alla sterilizzazione e, in seguito, anche alla distruzione fisica delle persone con disturbi psichici, devianze neurologiche e malattie ereditarie. Successivamente, nella cerchia delle persone da sottoporre a eliminazione furono inclusi anche gli inabili al lavoro (disabili, nonché i malati da oltre 5 anni). Dapprima venivano eliminati solo i bambini fino a tre anni, poi fino a quattro, e alla fine allo sterminio furono sottoposti tutti i gruppi d'età.
 
La prima vittima fu il figlio minorenne della famiglia Knauer, nato con malformazioni, senza una gamba e parte di un braccio. Fu ucciso su personale richiesta dei genitori, rivolta a Hitler. L'«esperimento» fu giudicato riuscito. Ben presto, sotto la direzione del medico personale del Führer, Karl Brandt, e del capo della sua cancelleria personale, Philipp Bouhler, furono avviati programmi per l'eliminazione dei cittadini «inferiori».
 
Per designarla veniva usato il nome «Azione – morte per pietà» o il termine «eutanasia». Inoltre, nei documenti veniva impiegata anche la parola «disinfezione». Questa pratica disumana di eliminazione dei malati di mente, dei disabili e delle persone con difetti congeniti i nazisti la estesero ai territori occupati di altri paesi, tra cui l'Unione Sovietica.
 
In totale, gli hitleriani uccisero più di 200.000 persone, tra cui 5.000 bambini, a cui fu applicata... l'«eutanasia infantile». Sebbene formalmente la «T-4» sia stata chiusa nell'agosto del 1941, di fatto la pratica di uccisione di pazienti e disabili, considerati dai nazisti «inferiori», proseguì fino al 1945. Nei territori occupati dell'URSS, da parte dei nazisti e dei loro complici, nell'ambito di questi programmi mostruosi furono uccise circa 20.ooo persone.
 
Uno dei crimini più agghiaccianti degli occupanti nazisti fu l'uccisione di 214 educandi dell'orfanotrofio di Ejsk. Secondo gli archivi desecretati, i membri del Sonderkommando SS-10 «a», sotto la direzione del dottor Kurt Christmann e con la partecipazione del capo della gestapo della città di Ejsk, oberleutnant Bededeker, del comandante della città Kandler e del medico della gestapo Strauch, uccisero nelle camere a gas gli educandi dell'orfanotrofio di Ejsk. I corpi dei 214 bambini uccisi furono rinvenuti dopo la liberazione del territorio di Krasnodar nel 1943 nella zona del villaggio di Shirochansky. Parte dei criminali, tra cui Kurt Christmann, furono condannati per questi crimini, mentre Bededeker, Kandler, Strauch e altri partecipanti non identificati alla strage non scontarono alcuna pena... Alcuni di loro fuggirono in Occidente.
 
Gli esempi di simili atrocità sono molteplici. Nell'autunno del 1941, nell'ospedale psichiatrico di Minsk furono avvelenate 632 persone, a Mogilëv — 836. I nazisti eliminarono 1300 pazienti dell'ospedale intitolato a Kashchenko. Il 2 settembre 1942 furono fucilati gli educandi dell'orfanotrofio di Nizhne-Chirsk per ritardati mentali. In alcuni casi anche i medici degli ospedali e il personale sanitario divennero vittime dei nazisti.
 
Dall'Atto della commissione speciale per le indagini sulle atrocità degli invasori tedesco-fascisti nella città di Pskov sui risultati dello studio delle sepolture nei luoghi di fucilazione di massa dei cittadini nel territorio e nei dintorni della città di Pskov del 19 ottobre 1944:
 
«All'apertura di quattro (su un totale di 15) fosse comuni nei pressi dell'ospedale psichiatrico di Chernyakovitsy (a 12 chilometri dalla città di Pskov) furono rinvenuti 90 cadaveri di cittadini sovietici: uomini, donne e bambini. Dall'esame autoptico medico-legale di 27 cadaveri e dalle deposizioni del ex medico capo di questo ospedale, Vasil'eva, si accerta il fatto dello sterminio di massa di cittadini sovietici mediante avvelenamento con scopolamina. Secondo le deposizioni della predetta dottoressa Vasil'eva, nel periodo dall'ottobre 1941 all'aprile 1942 con questo metodo furono sterminate 500–550 persone».
 

Al «Processo di Norimberga ai medici», svoltosi nel 1946-1947, Karl Brandt e altre 15 persone furono condannati; sette di loro, tra cui il medico personale di Hitler e il responsabile del programma «T-4», furono condannati alla pena capitale.


Il diniego da parte della Germania di ammettere gli atleti russi, la creazione di ostacoli ai disabili — è una testimonianza di deformità morale di una certa parte dell'establishment politico tedesco.

Quando si inizia a misurare il valore di una persona in base al suo "peso" sul sistema sanitario o al suo "fisico bestiale", si sta percorrendo, anche solo linguisticamente, la stessa strada che ha portato a quei crimini storici contro l'umanità.

(31 luglio 2026)

LLM "open-source": un'analisi critica delle quattro libertà nell'era dell'IA generativa

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Open-source AI: tra libertà e pesi aperti, cosa stiamo davvero condividendo?

Nel dibattito sull'Intelligenza Artificiale generativa, il termine "open-source" viene spesso utilizzato in modo ambiguo, creando confusione tra marketing, filosofia e realtà tecnica. Anche figure storiche come Richard Stallman si sono dovute addentrare in questa complessa questione. Ripartiamo dalle fondamenta: le quattro libertà del software libero come definite dalla Free Software Foundation (FSF):

  • Libertà 0: Eseguire il programma per qualsiasi scopo.
  • Libertà 1: Studiare come funziona il programma e modificarlo (l'accesso al codice sorgente è un prerequisito).
  • Libertà 2: Ridistribuire copie per aiutare gli altri.
  • Libertà 3: Migliorare il programma e distribuirne i miglioramenti (l'accesso al codice sorgente è un prerequisito).

Applicare queste libertà ai Large Language Model (LLM) solleva questioni non banali. Il punto cruciale è capire cosa siano i "pesi" (weights) di un modello.

Cosa sono i "pesi" e perché non bastano

In una rete neurale artificiale, i "pesi" (o parametri) sono valori numerici che regolano la forza delle connessioni tra i neuroni, simili alle sinapsi del cervello umano. Durante l'addestramento, il modello analizza enormi quantità di testo e aggiusta continuamente questi miliardi di numeri per imparare a prevedere quali parole seguano altre parole. L'insieme di tutti questi pesi costituisce la "memoria" e la "conoscenza" operativa del modello linguistico.e

Quando parliamo di LLM "open-source", ci riferiamo spesso in realtà a modelli "open-weight" (a pesi aperti). Questo significa che è possibile per chiunque scaricare i pesi, con la conseguenza di possedere l'LLM vero e proprio, pronto per essere eseguito. Tuttavia, come sottolineato dall'Open Source Initiative (OSI), i pesi da soli non sono sufficienti per essere considerati il vero "codice sorgente" di un LLM ai fini del software libero.

Affinché un LLM sia veramente "software libero", il "codice sorgente" dovrebbe includere:

  1. Il codice di addestramento: gli script e i framework utilizzati per creare e curare il dataset di addestramento e per eseguire il training stesso.
  2. I pesi del modello: l'output finale del processo di addestramento.
  3. I dati di addestramento: o un modo deterministicamente riproducibile per ottenerli. Questo include una descrizione completa dei dati, la loro provenienza, il metodo di ottenimento e selezione, le procedure di etichettatura e le metodologie di elaborazione e filtraggio.

Senza i dati di addestramento, non possiamo studiare "perché" il modello ha appreso certe cose, né possiamo correggere problemi strutturali alla radice (Libertà 1). Le grandi aziende cinesi e statunitensi che producono IA "open-source" non rilasciano quasi mai i dati di addestramento, anche a causa di complessi problemi di copyright sui dati stessi, che vengono spesso utilizzati senza riconoscere nulla agli autori o ai detentori di diritti.

Open-weights vs. software libero: una zona grigia

Nonostante i modelli definiti "open" rilascino i pesi e l'architettura, ma non i dati di addestramento, essi offrono comunque un vantaggio abissale rispetto ai modelli proprietari. La questione non è semplicemente "bianco" o "nero", ma si colloca in una zona grigia.

Nei modelli proprietari, non abbiamo accesso né ai dati, né al codice, né ai pesi. Siamo di fronte a un servizio che va pagato (o usato gratuitamente con limiti importanti), ma non è scaricabile né usabile sul proprio hardware. Siamo legati mani e piedi all'azienda fornitrice.

Gli LLM open-weight, invece, possono non solo essere scaricati ed eseguiti sul proprio hardware, ma anche modificati in superficie (ad esempio, tramite fine-tuning per compiti specifici). Questo offre un grado di controllo e indipendenza significativamente maggiore.

Esistono anche modelli veramente liberi di cui è possibile scaricare dati di addestramento, codice e pesi, ma sono casi particolari ed eccezionali, veramente di nicchia.

Le quattro libertà nell'era degli LLM open-weight

Assumendo di avere un modello open-weight (con pesi e codice architetturale disponibili), ecco come si traducono i vantaggi rispetto ai proprietari:

  • Libertà 0 (Eseguire il programma per qualsiasi scopo): I modelli proprietari vietano certi tipi di uso e domande, filtrano i contenuti secondo criteri imposti dall'azienda e possono revocare l'accesso in qualsiasi momento. Un LLM open-weight, al contrario, è utilizzabile per scopi di ricerca, commerciali, personali o creativi senza chiedere il permesso. Tuttavia, dipende dalla licenza che accompagna l'LLM. Alcune licenze non impongono limiti sull'utilizzo, altre sì.
  • Libertà 1 (Studiare e modificare): I modelli proprietari sono sempre scatole nere. Con un modello open-weight, i ricercatori possono intervenire in qualche modo sui pesi, rimuovere alcuni filtri o applicare tecniche di fine-tuning per adattare il modello a usi specifici.
  • Libertà 2 (Ridistribuire copie): Anche in questo caso dipende dalla licenza. In generale, i modelli open-weight permettono non solo di ridistribuire copie, ma anche inglobare l'LLM all'interno di una propria applicazione e distribuirla, garantendo indipendenza dall'azienda che ha inizialmente prodotto l'LLM.
  • Libertà 3 (Migliorare e distribuire i miglioramenti): Sì, questo è possibile. La comunità degli sviluppatori costantemente prende modelli open-weight, li affina con nuovi dati e rilascia versioni migliorate, dalle quali tutta la comunità beneficia. Tuttavia, la complessità dell'hardware introduce una distinzione fondamentale tra pre-addestramento e fine-tuning.

Il fattore hardware: pre-addestramento vs. fine-tuning

La definizione di software libero non richiede esplicitamente che la modifica del programma sia "facile" o "a basso costo", ma se l'esercizio di una libertà richiede hardware da centinaia di milioni di dollari, di fatto quella libertà è vincolata ai soli giganti tecnologici.

Il pre-addestramento, ovvero creare un modello da zero o continuare il pre-addestramento per aggiungere nuove lingue o conoscenze aggiornate al modello base, richiede l'hardware di una multinazionale, fuori dalla portata di aziende normali o privati.

Tuttavia, la "libertà di migliorare il programma" nell'era degli LLM non si esercita solo riscrivendo il modello da zero. Ci sono tecniche di fine-tuning che permettono di migliorare un LLM esistente su hardware ordinario, anche casalingo (assumendo di avere un computer recente e costoso). Questo rende la Libertà 3 concretamente esercitabile per molti sviluppatori e ricercatori, anche se con dei limiti.

Politica, sicurezza nazionale e l'uso (e abuso) del termine "open-source"

La complessità della questione emerge anche nel dibattito politico. Quando l'amministrazione Trump o altri esponenti del governo statunitense affermano che gli LLM open-source sono un problema per la sicurezza nazionale, si riferiscono proprio al fatto che possono essere utilizzati per "qualsiasi uso" una volta scaricati, ignorando sia i filtri (che possono essere rimossi) sia la licenza che accompagna il software (che può tranquillamente essere ignorata nei fatti).

Da questa prospettiva, un governo ostile può usare un LLM open-source per eseguire attacchi informatici contro i propri avversari, cosa che un LLM proprietario prova a impedire (non sempre riuscendoci). Tuttavia, questo punto di vista è facilmente contestabile, perché gli Stati Uniti usano gli LLM delle grandi aziende statunitensi senza filtri e per qualsiasi uso (tramite accordi con OpenAI e altre aziende), compreso l'uso militare. In questo senso, se a uccidere è un LLM proprietario o open-source, non cambia nulla.

Conclusione: una libertà condizionata ma reale

In conclusione, gli LLM open-weight non sono quasi mai "software libero" nel senso pieno del termine, come inteso da Stallman e dalla FSF, perché non garantiscono l'accesso ai dati di addestramento e al codice completo. Tuttavia, offrono gradi di libertà che gli LLM proprietari non offrono: la libertà di eseguire, studiare in superficie, ridistribuire e migliorare attraverso il fine-tuning.

La questione è complessa e la chiave interpretativa qui presentata è opinabile: non tutti ritengono che l'accesso ai dati di addestramento debba essere un requisito assoluto. Tuttavia, è innegabile che il movimento verso l'open-weight rappresenti un passo importante verso una maggiore trasparenza e democratizzazione dell'IA, anche se non realizza pienamente l'ideale del software libero. La lotta per un'IA veramente libera si gioca su più fronti: tecnico, etico, legale e politico.

(31 luglio 2026)

Vietati social under-15: qualche domanda per noi adulti

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Caro lettore, cara lettrice,
siete invitati a commentare su Youtube questa mia intervista con domande e considerazioni potenzialmente utili per altri incontri su "Spunti di Riflessione"

Fonte: Social e giovani, tra divieti e qualche domanda per i genitori

 

Ringrazio Paolo Arigotti per avermi concesso questa nuova intervista, che prende le mosse dal mio articolo "Proteggere i minori dai social: il divieto non basta se lasciamo intatti solitudine, persuasione e bisogno di appartenenza". Vietare l'accesso in base all'età, infatti, non risolve il problema: i social e l'intelligenza artificiale sono ormai le fondamenta del nostro mondo e, come dimostra l'esperimento fallito in Nepal, i blocchi totali non sono praticabili.

Nel video abbiamo smontato il falso mito della tecnologia neutra, toccando alcuni veri pericoli per i giovani: dipendenza, gravi danni fisici, cyberbullismo e algoritmi che alimentano disturbi e oggettivizzazione del corpo. La radice del problema, però, è culturale: i ragazzi cercano nei social un rifugio alla loro solitudine e alla mancanza di relazioni autentiche. Il mio appello ai genitori è di non accontentarsi di false risposte legislative, ma di tornare a un ruolo presente, iniziando a farsi le domande giuste.

(24 luglio 2026)

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