Pensieri sulla propaganda neofascista… (di Alessandro Pacenti)
I media di propaganda non si rivolgono alla logica, mirano a stimolare l’emozioni più ancestrali, soprattutto la paura.
A livello delle neuroscienze, semplificando al massimo, quando un persona percepisce una minaccia costante, disattiva le funzioni analitiche, logiche e #riflessive della corteccia prefrontale, rendendo così le persone più ricettive a soluzioni immediate e aggressive.
Non viene più usata la mente riflessiva che è il rilevatore di errori, colei che segna i conflitti tra ciò che l'istinto vorrebbe fare e ciò che la logica morale e la #coscienza impone.
La propaganda neofascista glorifica l’azione diretta, che necessita dell’intervento delle strutture subcorticali che governano l'asse della sopravvivenza.
Questa via innesca azioni violente, irrazionali e aime’ molto gratificanti grazie al rilascio di dopamina.
La violenza a questo punto non viene più vissuta come un reato, ma come un atto “legittimo”.
Per arrivare a tutto ciò la propaganda deve anche distruggere la fiducia nelle istituzioni #democratiche.
Deve descrivere i processi legali e lo stato come corrotti, deboli o "buonisti".
#Deumanizza poi specifiche minoranze, o categorie marginalizzate e infine mostra esplicitamente la forza brutale per intimidire e far capire che e’ una modalità giusta da attuare.
Insomma, c’è tanto da riflettere, e citando un caro scrittore, giustizia e misericordia devono lavorare di pari passo…
@inprimopiano
Alessandro Pacenti. #neofascismo #manipolazione #media #neuroscienze
(19 luglio 2026)
Di’ no alla guerra: la tua coscienza appartiene a te
Perché oggi l’obiezione di coscienza è un atto di umanità
La Germania si sta riarmando. Dal gennaio 2026 è in vigore il nuovo servizio militare. La Bundeswehr contatta i giovani, invia questionari e cerca di ottenere un maggior numero di volontari per le forze armate e per una riserva militare notevolmente ampliata. Gli uomini sono obbligati a rispondere al questionario, mentre per le donne la partecipazione è facoltativa. Qualora non si presentassero abbastanza volontari, il Bundestag potrebbe successivamente approvare una cosiddetta leva determinata dalle necessità.
Il governo federale parla di capacità di difesa e di deterrenza. Definisce la Russia come la maggiore minaccia attuale per la sicurezza tedesca ed europea.
Si possono utilizzare molte espressioni diplomatiche per descrivere tutto questo. Si può parlare di sicurezza, preparazione, forza e responsabilità. Ma il significato concreto di questa politica rimane lo stesso: la Germania sta preparando persone, armi e strutture militari alla possibilità di una guerra contro la Russia.
Io dico che non dobbiamo abituarci a tutto questo.
Non dobbiamo comportarci come se la guerra fosse un problema tecnico risolvibile con più soldati, più carri armati e più munizioni. La guerra non è un’esercitazione strategica. La guerra non è una freccia disegnata su una cartina. La guerra è un corpo umano colpito da un proiettile. È una persona intrappolata dentro un veicolo in fiamme. È una madre in attesa di una telefonata che cambierà per sempre la sua vita.
La guerra è sempre sbagliata.
Quando la diplomazia si trasforma in guerra, abbiamo perso tutti.
A quel punto, per i morti non ha più alcuna importanza quale governo ritenesse di avere ragione, quale parte avesse pubblicato le dichiarazioni più convincenti o quali strateghi credessero di poter controllare il corso della storia. Dove la diplomazia fallisce, cominciano a morire persone che non hanno preso quelle decisioni.
Il compito della Germania, dell’Unione Europea e della NATO non dovrebbe quindi essere quello di continuare a sostenere militarmente questa guerra e di aggravare lo scontro con la Russia. Dovrebbe essere quello di evitare mali peggiori, utilizzare ogni possibilità di raggiungere un cessate il fuoco e impegnarsi con tutte le proprie forze per ottenere dei negoziati.
Una diplomazia sincera richiede anche che si prendano sul serio le paure e gli interessi di sicurezza dell’altra parte. Questo non significa accettare ogni sua richiesta. Significa però non ignorare per anni gli avvertimenti, non sostituire le proposte di dialogo con minacce militari e non organizzare la propria sicurezza in modo tale che l’altra parte debba sentirsi sempre più minacciata.
Gli accordi di Minsk avrebbero dovuto rappresentare una via d’uscita dalla guerra nel Donbass. Angela Merkel ha successivamente affermato che l’accordo era stato anche un tentativo di concedere tempo all’Ucraina e che l’Ucraina aveva utilizzato quel tempo per diventare più forte. Questa dichiarazione solleva una domanda inquietante: la diplomazia è stata utilizzata come un ponte verso la pace, oppure soltanto come una pausa prima dell’escalation successiva?
Una diplomazia che serve unicamente a guadagnare tempo per un ulteriore riarmo non è una politica di pace. È la continuazione dello scontro con altri mezzi.
Ogni nuova fornitura di armi, ogni attacco condotto sempre più in profondità nel territorio dell’altra parte e ogni dichiarazione secondo cui il conflitto potrebbe essere risolto soltanto militarmente avvicinano l’Europa a una guerra diretta tra potenze nucleari. Nessuno dovrebbe fingere che una simile escalation possa essere controllata con sicurezza.
È il momento di finirla.
Non quando soldati tedeschi e russi si troveranno direttamente gli uni di fronte agli altri. Non quando un missile avrà attraversato un confine che non avrebbe mai dovuto superare. Non quando i politici dichiareranno che ormai non esistono più alternative.
L’alternativa si chiama diplomazia. L’alternativa si chiama cessate il fuoco. L’alternativa consiste nel considerare la vita degli esseri umani più importante degli obiettivi geopolitici.
Il tempo della finta diplomazia deve finire. La Germania e l’Europa non dovrebbero contribuire a prolungare una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare. Dovrebbero fare tutto il possibile per concluderla, prima che una guerra già terribile diventi una catastrofe che nessuno sarà più in grado di fermare.
Perché, quando la diplomazia tacerà definitivamente, non saranno gli argomenti dei governi a morire.
Moriranno gli esseri umani.
Un giovane tedesco e un giovane russo non sono nemici dalla nascita.
Sono entrambi figli di questo mondo.
Entrambi sono stati bambini che di notte chiamavano i propri genitori. Entrambi conoscono la gioia, la vergogna, la speranza e la paura. Entrambi hanno persone che amano. Entrambi temono il dolore. Entrambi temono le ferite, le mutilazioni e la morte. Entrambi hanno paura di perdere la madre, il padre, i fratelli, gli amici o la persona con la quale vorrebbero trascorrere la propria vita.
Forse ascoltano la stessa musica.
Forse giocano allo stesso videogioco.
Forse entrambi sognano di formare una famiglia, aprire un’officina, studiare medicina, costruire una casa o semplicemente diventare anziani.
Perché dovrebbero uccidersi?
Non è stato il giovane tedesco a decidere che la Russia dovesse essere sua nemica. Non è stato il giovane russo a decidere che la Germania dovesse essere sua nemica.
Le guerre vengono decise da altri.
Dai governi. Dai presidenti e dai ministri. Dai comandi militari, dagli strateghi e dalle persone che siedono in edifici protetti davanti a schermi e cartine. Parlano di capacità operativa, percentuali di perdite, settori del fronte e obiettivi strategici.
Ma raramente spiegano che cosa significhino veramente queste parole.
Una “perdita” era una persona.
Aveva un nome.
Aveva una voce.
Qualcuno conosceva la sua risata. Qualcuno lo aspettava. Qualcuno vedrà per il resto della propria vita un posto vuoto a tavola.
Quando comincia la guerra, coloro che l’hanno decisa generalmente non si trovano nelle trincee. Ci devono andare gli altri. Gli altri devono sparare. Gli altri devono morire dissanguati. Gli altri devono continuare a vivere con arti amputati, pelle ustionata o immagini nella mente che non li abbandoneranno mai.
E in seguito qualcuno forse dirà che tutto questo era necessario.
Ma per chi è morto non esiste un seguito.
Per la sua famiglia non esiste una vittoria capace di riportarlo indietro.
Forse ti diranno che il servizio armato è un tuo dovere. Forse ti diranno che devi difendere la patria. Forse cercheranno di utilizzare la tua paura, il tuo senso del dovere o l’amore per la tua famiglia per farti indossare un’uniforme.
In quel momento ricordati:
La tua coscienza non appartiene allo Stato.
Il tuo corpo non appartiene alla Bundeswehr.
La tua vita non appartiene a un generale né a una strategia geopolitica.
In Germania la Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania protegge il diritto di rifiutare il servizio militare armato per motivi di coscienza. L’articolo 4, comma 3, stabilisce che nessuno può essere costretto, contro la propria coscienza, a prestare servizio militare armato. La domanda di riconoscimento deve basarsi su una decisione di coscienza personale e seria.
L’obiezione di coscienza non è codardia.
Essere codardi non significa deporre un’arma. A volte significa marciare insieme alla folla perché si ha paura di rimanere soli.
Il coraggio può consistere nel dire di no.
No a un ordine.
No a un’uniforme.
No all’idea che una persona sconosciuta debba morire perché dei governi l’hanno dichiarata nemica.
Non devi sostenere la Russia per rifiutare la guerra. Non devi difendere alcun governo. Non devi amare Putin, la NATO o qualsiasi altra potenza.
Puoi semplicemente amare l’essere umano.
Puoi dire: io non ucciderò.
Non per la Russia.
Non contro la Russia.
Non per la Germania.
Non per una bandiera, un confine o un discorso.
Qualcuno obietterà che una società senza soldati non può proteggersi. Ma esistono molti modi per proteggere le persone. Si possono curare i feriti, spegnere gli incendi, salvare chi è rimasto sotto le macerie, accogliere i profughi, distribuire alimenti, ricostruire le case distrutte e prevenire i conflitti. Si può servire la vita senza imparare a uccidere.
Il vero contrasto non è quello tra tedeschi e russi.
È quello tra chi considera gli esseri umani materiale utilizzabile per il proprio potere e chi si rifiuta di sacrificare vite umane.
Tra l’ordine e la coscienza.
Tra la guerra e la vita.
Qualora un giorno ricevessi una lettera, compilassi un questionario o ti trovassi davanti a una decisione, fermati per un momento.
Non pensare innanzitutto alle parole del governo.
Pensa alla persona che si trova dall’altra parte.
Immagina che nei tuoi occhi veda la stessa paura che tu vedi nei suoi. Immagina sua madre. Immagina la tua. Immagina che entrambe aspettino che i propri figli tornino a casa.
Poi domandati se un qualsiasi obiettivo politico abbia il diritto di chiedervi di uccidervi a vicenda.
Ascolta la tua coscienza.
Informati sul tuo diritto all’obiezione di coscienza. Non permettere che una campagna pubblicitaria, la pressione sociale o le promesse militari decidano al posto tuo una questione morale.
Finché sei ancora libero di decidere, scegli la vita.
Finché puoi ancora dire di no, di’ di no.
Finché hai ancora la possibilità di scegliere:
Non partecipare.
(17 luglio 2026)
Sag Nein zum Krieg: Dein Gewissen gehört dir
Warum Kriegsdienstverweigerung heute ein Akt der Menschlichkeit ist
Deutschland rüstet auf. Seit Januar 2026 gilt der Neue Wehrdienst. Die Bundeswehr schreibt junge Menschen an, verschickt Fragebögen und versucht, mehr Freiwillige für die Streitkräfte und für eine stark vergrößerte Reserve zu gewinnen. Männer müssen den Fragebogen beantworten, für Frauen ist die Teilnahme freiwillig. Sollten sich nicht genügend Freiwillige melden, kann der Bundestag später eine sogenannte Bedarfswehrpflicht beschließen.
Die Bundesregierung spricht von Verteidigungsfähigkeit und Abschreckung. Sie bezeichnet Russland als die derzeit größte Bedrohung für die deutsche und europäische Sicherheit.
Man kann dafür viele diplomatische Begriffe verwenden. Man kann von Sicherheit, Bereitschaft, Stärke und Verantwortung sprechen. Doch der konkrete Sinn dieser Politik bleibt derselbe: Deutschland bereitet Menschen, Waffen und militärische Strukturen auf die Möglichkeit eines Krieges gegen Russland vor.
Ich sage: Wir dürfen uns daran nicht gewöhnen.
Wir dürfen nicht so tun, als wäre Krieg ein technisches Problem, das sich mit mehr Soldaten, mehr Panzern und mehr Munition lösen ließe. Krieg ist kein Planspiel. Krieg ist kein Pfeil auf einer Landkarte. Krieg ist ein menschlicher Körper, der von einem Geschoss getroffen wird. Krieg ist ein Mensch, der in einem brennenden Fahrzeug eingeschlossen ist. Krieg ist eine Mutter, die auf einen Anruf wartet, der ihr Leben für immer verändern wird.
Krieg ist immer falsch.
Wenn Diplomatie in Krieg umschlägt, haben wir alle verloren.
Dann spielt es für die Toten keine Rolle mehr, welche Regierung sich im Recht sah, welche Seite die überzeugenderen Erklärungen veröffentlichte oder welche Strategen glaubten, den Lauf der Geschichte kontrollieren zu können. Wo Diplomatie scheitert, beginnen Menschen zu sterben, die diese Entscheidungen nicht getroffen haben.
Die Aufgabe Deutschlands, der Europäischen Union und der NATO dürfte deshalb nicht darin bestehen, diesen Krieg immer weiter militärisch zu unterstützen und die Konfrontation mit Russland zu verschärfen. Ihre Aufgabe müsste darin bestehen, Schlimmeres zu verhindern, jede Möglichkeit für einen Waffenstillstand zu nutzen und mit aller Kraft auf Verhandlungen hinzuarbeiten.
Ehrliche Diplomatie bedeutet auch, die Ängste und Sicherheitsinteressen der anderen Seite ernst zu nehmen. Das heißt nicht, jeder Forderung zuzustimmen. Es bedeutet aber, Warnungen nicht jahrelang abzutun, Gesprächsangebote nicht durch militärische Drohungen zu ersetzen und Sicherheit nicht so zu organisieren, dass sich die jeweils andere Seite immer stärker bedroht fühlen muss.
Die Minsker Vereinbarungen hätten ein Weg aus dem Krieg im Donbass sein sollen. Angela Merkel sagte später, das Abkommen sei auch ein Versuch gewesen, der Ukraine Zeit zu geben, und die Ukraine habe diese Zeit genutzt, um stärker zu werden. Diese Aussage wirft eine erschreckende Frage auf: Wurde Diplomatie als Brücke zum Frieden benutzt – oder nur als Pause vor der nächsten Eskalation?
Eine Diplomatie, die lediglich Zeit für weitere Aufrüstung gewinnt, ist keine Friedenspolitik. Sie ist die Fortsetzung der Konfrontation mit anderen Mitteln.
Jede neue Waffenlieferung, jeder Angriff immer tiefer im Gebiet der anderen Seite und jede Erklärung, der Konflikt könne nur militärisch entschieden werden, bringt Europa näher an einen direkten Krieg zwischen Atommächten. Niemand darf so tun, als ließe sich eine solche Eskalation zuverlässig kontrollieren.
Es ist Zeit, damit aufzuhören.
Nicht erst dann, wenn deutsche und russische Soldaten einander unmittelbar gegenüberstehen. Nicht erst dann, wenn eine Rakete eine Grenze überschreitet, die niemals hätte überschritten werden dürfen. Nicht erst dann, wenn Politiker erklären, nun gebe es keine Alternative mehr.
Die Alternative heißt Diplomatie. Die Alternative heißt Waffenstillstand. Die Alternative heißt, das Leben von Menschen wichtiger zu nehmen als geopolitische Ziele.
Die Zeit der Scheindiplomatie muss enden. Deutschland und Europa sollten nicht dazu beitragen, einen Krieg fortzuführen, der niemals hätte beginnen dürfen. Sie sollten alles tun, um ihn zu beenden, bevor aus einem schrecklichen Krieg eine Katastrophe wird, die niemand mehr aufhalten kann.
Denn wenn die Diplomatie endgültig verstummt, werden nicht die Argumente der Regierungen sterben.
Es werden Menschen sterben.
Ein junger Deutscher und ein junger Russe sind keine geborenen Feinde.
Sie sind beide Kinder dieser Welt.
Beide waren einmal Kinder, die nachts nach ihren Eltern riefen. Beide kennen Freude, Scham, Hoffnung und Angst. Beide haben Menschen, die sie lieben. Beide fürchten Schmerzen. Beide fürchten Verwundung, Verstümmelung und Tod. Beide haben Angst, ihre Mutter, ihren Vater, ihre Geschwister, ihre Freunde oder den Menschen zu verlieren, mit dem sie ihr Leben verbringen möchten.
Vielleicht hören sie dieselbe Musik.
Vielleicht spielen sie dasselbe Computerspiel.
Vielleicht träumen sie beide davon, eine Familie zu gründen, eine Werkstatt zu eröffnen, Medizin zu studieren, ein Haus zu bauen oder einfach alt zu werden.
Warum sollten sie einander töten?
Nicht der junge Deutsche hat beschlossen, dass Russland sein Feind sein soll. Nicht der junge Russe hat beschlossen, dass Deutschland sein Feind sein soll.
Kriege werden von anderen beschlossen.
Von Regierungen. Von Präsidenten und Ministern. Von Militärstäben, Strategen und Menschen, die in geschützten Gebäuden vor Bildschirmen und Landkarten sitzen. Sie sprechen von Einsatzfähigkeit, Verlustquoten, Frontabschnitten und strategischen Zielen.
Aber sie sagen selten, was diese Wörter wirklich bedeuten.
Ein „Verlust“ war ein Mensch.
Er hatte einen Namen.
Er hatte eine Stimme.
Jemand kannte sein Lachen. Jemand wartete auf ihn. Jemand wird für den Rest seines Lebens einen leeren Platz am Tisch sehen.
Wenn der Krieg beginnt, stehen diejenigen, die ihn beschlossen haben, meistens nicht im Schützengraben. Andere müssen dort stehen. Andere müssen schießen. Andere müssen verbluten. Andere müssen mit amputierten Gliedmaßen, verbrannter Haut oder Bildern im Kopf weiterleben, die sie nie wieder verlassen.
Und später wird man vielleicht sagen, all das sei notwendig gewesen.
Aber für den Menschen, der tot ist, gibt es kein später.
Für seine Familie gibt es keinen Sieg, der ihn zurückbringt.
Vielleicht wird man dir sagen, der Dienst an der Waffe sei deine Pflicht. Vielleicht wird man dir sagen, du müsstest deine Heimat verteidigen. Vielleicht wird man versuchen, deine Angst, dein Pflichtgefühl oder deine Liebe zu deiner Familie zu benutzen, um dich in eine Uniform zu bringen.
Dann erinnere dich daran:
Dein Gewissen gehört nicht dem Staat.
Dein Körper gehört nicht der Bundeswehr.
Dein Leben gehört keinem General und keiner geopolitischen Strategie.
In Deutschland schützt das Grundgesetz das Recht, den Kriegsdienst mit der Waffe aus Gewissensgründen zu verweigern. Artikel 4 Absatz 3 bestimmt: Niemand darf gegen sein Gewissen zum Kriegsdienst mit der Waffe gezwungen werden. Ein Antrag auf Anerkennung muss auf einer persönlichen und ernsthaften Gewissensentscheidung beruhen.
Kriegsdienstverweigerung ist keine Feigheit.
Feigheit bedeutet nicht, eine Waffe niederzulegen. Manchmal bedeutet Feigheit, mit der Menge zu marschieren, weil man Angst davor hat, allein stehen zu bleiben.
Mut kann bedeuten, Nein zu sagen.
Nein zu einem Befehl.
Nein zu einer Uniform.
Nein zu der Vorstellung, ein fremder Mensch müsse sterben, weil Regierungen ihn zum Feind erklärt haben.
Du musst Russland nicht unterstützen, um den Krieg abzulehnen. Du musst keine Regierung verteidigen. Du musst weder Putin noch die NATO noch irgendeine andere Macht lieben.
Du kannst einfach den Menschen lieben.
Du kannst sagen: Ich werde nicht töten.
Nicht für Russland.
Nicht gegen Russland.
Nicht für Deutschland.
Nicht für eine Fahne, eine Grenze oder eine Rede.
Man wird einwenden, ohne Soldaten könne sich eine Gesellschaft nicht schützen. Doch es gibt viele Arten, Menschen zu schützen. Man kann Verletzte versorgen, Brände löschen, Verschüttete retten, Flüchtlinge aufnehmen, Lebensmittel verteilen, zerstörte Häuser wiederaufbauen und Konflikte verhindern. Man kann dem Leben dienen, ohne das Töten zu lernen.
Der wahre Gegensatz besteht nicht zwischen Deutschen und Russen.
Er besteht zwischen denjenigen, die Menschen als Material ihrer Macht betrachten, und denjenigen, die sich weigern, Menschenleben zu opfern.
Zwischen dem Befehl und dem Gewissen.
Zwischen dem Krieg und dem Leben.
Wenn du eines Tages einen Brief erhältst, einen Fragebogen ausfüllst oder vor einer Entscheidung stehst, dann halte einen Moment inne.
Denke nicht zuerst an die Worte der Regierung.
Denke an den Menschen auf der anderen Seite.
Stell dir vor, er sieht genauso große Angst in deinen Augen, wie du in seinen siehst. Stell dir seine Mutter vor. Stell dir deine eigene Mutter vor. Stell dir vor, beide warten darauf, dass ihre Kinder nach Hause kommen.
Dann frage dich, ob irgendein politisches Ziel das Recht hat, von euch zu verlangen, einander zu töten.
Höre auf dein Gewissen.
Informiere dich über dein Recht auf Kriegsdienstverweigerung. Lass dir deine moralische Entscheidung nicht von einer Werbekampagne, gesellschaftlichem Druck oder militärischen Versprechen abnehmen.
Solange du noch frei entscheiden kannst, entscheide dich für das Leben.
Solange du noch Nein sagen kannst, sage Nein.
Solange du noch die Wahl hast:
Mach nicht mit.
(17. Juli 2026)
Riforma elettorale? La Costituzione e le regole nei partiti
Quanto segue è un testo di Giulio Ripa.
La Costituzione e le regole nei partiti
Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Art. 67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Nei due articoli della Costituzione italiana sopra citati si possono dedurre alcune considerazioni.
I cittadini si possono associare liberamente in partiti, ma non ci sono norme che indicano come organizzare internamente la vita del partito. La Costituzione italiana non ha dato una personalità giuridica ai partiti.
In più un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni non è vincolato ai cittadini che lo hanno eletto, perché rappresenta la Nazione.
La Costituzione, nella sostanza non ha definito le regole sulle modalità di fare politica.
Per come sono andate le cose nella repubblica italiana, senza entrare nel merito dei due articoli della Costituzione, possiamo affermare che in Italia da molti decenni si è formata una partitocrazia, una casta autoreferenziale che si alimenta mediante un sistema che si mantiene grazie alla corruzione e un clientelismo largamente e profondamente condiviso. Questo vuol dire che i partiti hanno regole magari non scritte che favoriscono una politica degenerata e degenerante.
Vediamo allora attraverso quali “regole” i partiti si sono organizzati per fare “politica” e quali sono gli antidoti necessari che possono essere adottati ora, senza aspettare cambiamenti istituzionali o legislativi che richiedono tempo e compromessi con tutte le forze in campo.
I punti fondamentali da affrontare sono:
1 - Organizzazione e finanziamento del soggetto politico
L’organizzazione di un partito normalmente ha queste caratteristiche: burocratizzazione, impersonalità, delega ai livelli centrali, svalutazione dei livelli locali, struttura piramidale con a capo un leader, etc.
Le adesioni al partito che avvengono attraverso il tesseramento diventano in questo contesto l’elemento determinante nella vita del partito. Le tessere diventano un gioco di potere che attraverso il clientelismo più che il proselitismo determinano i rapporti di forza interni al soggetto politico.
Avere più tessere equivale a più potere. Avere più tessere amiche significa avere più delegati amici quando ci sarà il congresso. Con le tessere si costruiscono le carriere politiche.
Non è un caso che all’approssimarsi dei congressi il tesseramento diventa spesso causa di conflitti interni insanabili all’interno dei partiti. Ci sono stati dei casi in alcuni partiti dove risultavano più tessere che voti presi durante le elezioni.
Una regola da scrivere potrebbe essere che il numero dei delegati eletti a rappresentare le istanze dei vari livelli territoriali nel soggetto politico, dovrebbe essere calcolato in proporzione al numero di residenti e non al numero di tessere (o adesioni).
Un cambiamento più profondo potrebbe farlo un soggetto politico federato che sviluppa una organizzazione a rete distribuita sul territorio, costituita da associazioni e movimenti civici, dove i cittadini senza delegare nulla a nessuno, con un flusso di decisioni che va dal basso verso l’alto, possono concorrere democraticamente a determinare le scelte politiche del soggetto politico.
Per questo, il soggetto politico sopra definito, rende trasparenti le proprie azioni pubblicando su internet gli atti delle procedure collegate, in modo che i cittadini interessati possano non solo partecipare agli incontri e alle assemblee tradizionali, nei luoghi e nei tempi previsti, ma anche informarsi, discutere, progettare e decidere online senza limiti di spazio e tempo predeterminati.
In questo modo i costi della politica si possono ridurre evitando i costi dell’apparato (circoli, sezioni, etc) dei partiti, pur mantenendo una presenza radicata nel territorio.
Ma anche come avviene il finanziamento di un partito è fondamentale per la sua vita democratica interna. Dopo tangentopoli un’azienda, una lobby economica può finanziare un partito oppure un suo candidato con l’unico vincolo di registrare tale finanziamento.
Al di là del finanziamento pubblico dei partiti che è un argomento su cui occorre discutere, proprio il finanziamento del sistema dei partiti da parte del sistema economico ha fatto in modo che i partiti non siano più al servizio dei cittadini, ma hanno come riferimento “i grandi elettori” cioè i poteri economici-finanziari.
Visto che non è obbligatorio, l’alternativa è rifiutare questo tipo di finanziamento. E’ meglio procedere con l’autofinanziamento.
I 20.000 euro mensili di un parlamentare o i circa 10.000 euro mensili di un consigliere regionale in Italia alla fine fanno perdere qualsiasi rapporto con i cittadini basato su ideali di giustizia ed uguaglianza.
Allora l’autofinanziamento può avvenire mettendo un tetto massimo di retribuzione netta per eletti e nominati, il resto si dà al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione.
A livello nazionale e regionale gli eletti e i nominati trasferiscono tutto il percepito alla cassa comune nazionale, dalla cassa viene passato all’eletto o al nominato una somma mensile che integri eventuali redditi (pensioni, rendite, ecc.) fino a garantire una retribuzione massima limitata ad un salario medio-alto o che non superi il livello medio dei rispettivi eletti europei. Per esempio a livello regionale 2.500 euro al netto delle spese potrebbe essere un punto di arrivo per svolgere tale carica istituzionale.
2 - Distribuzione del potere
Un’altra regola non scritta nei partiti è l’accentramento del potere.
Questo avviene attraverso il cumulo di cariche politiche, elettive, pubbliche ed istituzionali.
Ad esempio un parlamentare che è anche dirigente di un partito non solo non ha, come dice la Costituzione, nessun vincolo di mandato rispetto agli elettori che lo hanno eletto, ma essendo anche dirigente del partito può agire senza nessun controllo della base del partito di appartenenza.
Per cui sarebbe più giusto svolgere una sola carica. Carica di responsabilità nell’organizzazione del partito oppure una carica elettiva; una carica pubblica ad esempio all’interno di una azienda partecipata oppure una carica politica; chi svolge una carica istituzionale ad esempio governatore della regione non può svolgere la funzione di dirigente di un partito; chi fa il ministro non può fare il sindaco di un paese, etc. In questo modo il potere all’interno di un partito viene distribuito meglio, senza creare “boss” locali o nazionali.
3 - Procedure elettorali
Attualmente sono le segreterie dei partiti a scegliere i candidati alle elezioni.
Poche persone decidono per milioni di elettori chi eleggere.
Per ovviare a questo, in attesa di futuri cambiamenti del sistema elettorale, si può applicare il metodo delle elezioni primarie di collegio e di programma, per la designazione dei candidati alle elezioni a qualsiasi livello istituzionale.
Inoltre è meglio scrivere la regola, nella vita interna del partito, che tra i requisiti di un candidato se vuole presentarsi alle elezioni, visto l’abbondanza nel parlamento italiano di imputati e condannati, non dovrà avere riportato sentenze di condanna in sede penale, anche non definitive.
Ci sono molti politici che hanno trasformato in una professione quello che dovrebbe essere un servizio civile a favore di tutti i cittadini. Quindi ineleggibilità oltre il secondo mandato a tutti i livelli istituzionali. Ogni candidato non dovrà avere assolto in precedenza più di un mandato elettorale, a livello centrale o locale, a prescindere dalla circoscrizione nella quale presenta la propria candidatura.
Molte volte per rapporti di forza interni, i partiti candidano per le elezioni persone che non hanno nessuna relazione con il territorio, per cui sarebbe meglio che chi intende avanzare la propria candidatura debba risiedere in una delle circoscrizioni elettorali dove si svolgeranno le elezioni.
Un’altra regola non scritta è quella delle candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali. Molti partiti presentano durante le elezioni politiche candidati di bandiera che di solito sono i leader di partito. Un elettore lo vota, ma poi dopo le elezioni è il leader che sceglie chi deve andare al parlamento nelle circoscrizioni dove lui è stato eletto. Quindi una regola da scrivere sarebbe quella di vietare candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali.
Altra regola che manca nella vita di un partito sarebbe quella di vincolare i candidati eletti alle seguenti condizioni:
a) Il soggetto politico provvederà a pubblicare in Rete, in un apposito ed adeguato spazio web, l’elenco dei candidati ed il loro curriculum vitae, denuncia dei redditi e situazione patrimoniale, con il proprio programma di governo ed istituirà contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini che consenta il libero scambio di opinioni e critiche con i componenti della lista dei candidati.
b) obbligo di firma di una fideiussione (prima della accettazione della candidatura) che garantisce un finanziamento al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione da parte di una banca (a garanzia c’è l’indennità e la diaria percepita dall’eletto) di una somma corrispondente al totale delle indennità e delle diarie fino alla fine del mandato, a partire dal mese in cui l’eletto: cambia gruppo o schieramento politico, sospende di conferire le indennità e le diarie alla cassa comune nazionale, non si dimette al termine del periodo di rotazione.
I due vincoli cercano di riequilibrare il rapporto tra eletti ed elettori.
L’eletto pur essendo senza vincolo di mandato, con queste regole gode di minori privilegi della casta ed è più sotto controllo dei cittadini.
Chi vuole un cambiamento nelle modalità di fare politica può, ora, scrivere nuove regole all’interno dei rispettivi statuti fondativi. E’ possibile, perché questo tipo di cambiamento dipende solo dalla volontà di chi vuole cambiare. I cambiamenti che dipendono anche dagli altri, esigono tempo e sono difficili da ottenere, valgono solo come prospettiva.
Le buone intenzioni non bastano, molte volte i pensieri vengono espressi solo per fare carriera da chi vive la politica come mestiere. Bisogna trasformare i sogni in fatti concreti. Esperienze passate, come quelle dei radicali o anche dei verdi, che rispetto alla partitocrazia avevano posizioni molto più estremiste di alcuni movimenti politici che si ritengono distinti e distanti dai partiti attuali, sono risultate fallimentari senza scrivere buone regole negli statuti fondativi dei soggetti politici, facendo così rientrare a pieno titolo nella loro vita organizzativa un agire diverso nel modo di fare politica. Perché, poi, alla fine nella politica contano i pensieri trasformati in azioni che determinano la reale volontà di cambiamento come soggetto politico.
L’alternativa alla propaganda? L’autoesame, l’autocritica.
La propaganda è una comunicazione organizzata che mira a orientare percezioni e comportamenti collettivi, selezionando informazioni, emozioni e simboli in funzione di un obiettivo politico. Tale obiettivo può essere sostenuto da un campo istituzionale moralmente degradato e criminale, o per lo meno è questo tipo di circostanza quella che, secondo me, merita più attenzione. Il compito primario di ogni cittadino è riconoscere tale propaganda, e le propagande che specularmente ad essa si oppongono, e ripulire la propria mente. E’ importante soprattutto ripulirsi dall’odio e dalla paura che possono essere indotti dal sistema di potere dominante.
Il confine tra propaganda (1), educazione (2), pubblicità (3), religione (4), scienza (5), politica (6), scuola (7), sistema economico (8), tv e giornali (9), social (10), IA (11) e legge dello Stato (12) è molto sfumato, anzi, in alcuni casi indecidibile.
Prendiamo un esempio che, sia ben chiaro, è solo un pretesto per sviluppare un ragionamento – il covid –, fermo restando che meccanismi simili si trovano anche in altri tipi di propaganda. Caro lettore, cara lettrice, ti invito a notare i collegamenti tra i dodici punti nel paragrafo seguente, a riflettere su cosa hanno in comune e sulla veridicità o falsità della ricostruzione da me proposta. Ovviamente sto esprimendo come io ho vissuto quel periodo, e sono consapevole dei limiti di uno specifico punto di vista. Se anche tu dovessi dissentire in tutto o in parte, per favore tieni presente che nelle mie parole non c’è odio per nessuno, ma solo tristezza per tutto il male non necessario che è stato compiuto, e per il fatto che il bene pubblico sia stato in mano a persone incapaci di amare il proprio popolo (cfr. intervista a Daniele Giovanardi, 31 luglio 2026) .
Ti anticipo che non voglio né convincerti di qualcosa, né confermarti le tue idee. Osserva come mi esprimo, il significato ti sarà più chiaro se arriverai fino alla fine. Sto contrastando la propaganda, o ne sto mettendo in scena il funzionamento? Osserva come la tua mente reagisce al mio modo di raccontarti il periodo pandemico, fai attenzione alle tue emozioni. Qualunque sia la tua reazione — consenso, irritazione, sollievo, rifiuto o indifferenza — prova semplicemente a osservarla:
Dal 2020 al 2022, c’è stata, secondo me, una “propaganda” (1) continuativa, pervasiva e invasiva per indurre la popolazione mondiale a credere nell’esistenza di un pericolo grave, che altrimenti avrebbe avuto poco risalto, scarsi effetti e, soprattutto, terapie vere.
Ciò si è concretizzato in battaglie di cattiva “educazione” (2), come toccare gomito contro gomito i propri cari invece di dar loro un abbraccio, e restare chiusi in casa – a marcire e ad ammalarsi – invece di rinforzarsi e svagarsi con attività all’aria aperta. Tali follie sono state aggravate da una “pubblicità” (3) molto aggressiva sull’urgente necessità di fare da cavie da laboratorio per una pericolosa e inutile terapia genica sperimentale, alias vaccino.
Anche la “religione” (4) ha avuto un ruolo decisivo nel promuovere tale crimine, per bocca di papa Francesco che ha invitato i fedeli a considerare la vaccinazione come un atto d’amore.
In quel periodo funesto, il sentire comune era espresso dall’irrisolvibile ossimoro “Io credo nella scienza” (5). Certo, anche Luc Montagner credeva nella scienza, infatti è stato ignorato e ridicolizzato.
La “politica” (6) dell’eversivo “Governo dei Peggiori” di Mario Draghi è stata feroce e decisiva nell’estorsione del cosiddetto “consenso disinformato” sulla “scelta” di vaccinarsi, tramite il ricatto lavorativo. Tale eversione è stata approvata e sostenuta dalle democratiche ed empatiche parole del Presidente della Repubblica Mattarella: “Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione”.
La “scuola” (7) ha giocato sullo stesso fronte della guerra contro i cittadini e contro il buon senso, non solo con misure demenziali come i banchi a rotelle, non solo con obblighi incivili, diseducativi e contrari alla salute come quello delle mascherine, ma anche attentando alla vita dei docenti con il ricatto del vaccino per poter lavorare. A scuola, tenere tutti separati, distanziati, mascherati e con un veleno iniettato nel corpo è stata chiamata “educazione affettiva”.
Il tutto, ovviamente, al servizio del “sistema economico” (8) di poche multinazionali del farmaco e di alcuni produttori di mascherine, con il contemporaneo smantellamento del tessuto economico italiano.
La “tv” e i “giornali” (9) hanno avuto un ruolo fondamentale nel creare il clima di panico, anzi, di terrore, di rabbia e di odio necessario per sostenere questo sfacelo dell’intelligenza, dello stato di diritto, delle pratiche mediche, della salute, delle libertà fondamentali, delle famiglie e delle relazioni sociali.
I social (10) e l’IA (11), soprattutto quella usata dai motori di ricerca, hanno occultato con forza ed efficacia la solida documentazione scientifica a sostegno di chiavi interpretative diverse rispetto a quella dell’OMS.
In questo periodo molto buio per le coscienze, la “legge dello Stato” (12) ha dimostrato di essere subordinata a una catena di comando che non c’entra niente né con la democrazia, né con il rispetto della dignità della vita. Al contrario, tra le varie imposizioni per la dichiarata pandemia, ci sono stati anche il divieto dell’uso delle terapie note ed efficaci contro il coronavirus, la grave persecuzione – fino all’istigazione al suicidio – dei medici che hanno preferito salvare delle vite piuttosto che seguire le linee guida ministeriali (tipo Giuseppe De Donno, giusto per rammentare una vicenda tragica), e TSO equivalenti a gravi torture invalidanti contro alcuni dissidenti.
Nel brano precedente ho accumulato accuse, attribuito intenzioni, usato termini moralmente saturi e presentato come unitario un insieme complesso di istituzioni e persone. Il fatto che io ritenga fondate tutte queste accuse non elimina il problema della forma con cui le ho organizzate.
Orbene, cosa hanno in comune i dodici punti all’interno della mia narrazione? La propaganda funziona proprio così, entrando nella mente e nel cuore di ciascuno di noi, aggredendoci su tutti i fronti. L’intera società si struttura e si riorganizza a sostegno della propaganda, verso la propria autodistruzione. Chi osa dissentire è trattato come un incapace di intendere e volere nel migliore dei casi, o come un mostro da incarcerare, torturare e uccidere nel peggiore.
Forse pochi di noi ricordano le parole terribilmente violente contro i non-vaccinati, per i quali sono state augurate torture crudeli anche sui maggiori quotidiani nazionali e anche da infermieri e medici. Questa non è un'illazione o una polemica, ma la sintesi di molti articoli che ho visto a suo tempo. In quel periodo si parlava addirittura di lager per i non-vaccinati. Per completare il quadro disumanizzante, negli ospedali sono state applicate forme di eutanasia non consensuale e non richiesta, ovvero omicidi premeditati e aggravati, contro molte persone ricoverate per il covid, come argomentato in sede legale dal medico Barbara Balanzoni.
Il popolo, di solito, ama e sostiene i dittatori piccoli e grandi, o coloro che si atteggiano come tali. E’ una sorta di fisiologica attrazione per la leadership autoritaria durante le crisi, mossa dalla speranza che il “capo” risolva i problemi. Non mi riferisco solo a figure macroscopiche tipo il succitato Draghi, ma anche a personaggi più piccoli tipo Vincenzo De Luca, che in Campania ha fatto della “non tolleranza” il suo cavallo di battaglia, ricevendo come premio una larga maggioranza di consensi nelle elezioni regionali.
Riassumendo quanto ho scritto fin qui, è chiaro come funziona la propaganda? Si fonda sulla menzogna e sull’interesse di pochissimi, creando morte e distruzione, con il sostegno di una larga parte della popolazione e di tutte le istituzioni e i mezzi di informazione dello Stato. Sottrarsi è praticamente impossibile. Sia chi segue la propaganda, sia chi si oppone ad essa, rischia gravi danni fino alla morte.
Oggi, in Europa, siamo inseriti all’interno di un altro tipo di propaganda, volta a sostenere una guerra continentale contro la Russia. Quello che ciascuno di noi può fare è vigilare con attenzione sui propri pensieri.
Se anche una sola delle seguenti domande ha una risposta affermativa, forse un certo tipo di propaganda ufficiale, o di propaganda alternativa che si contrappone a quella ufficiale, sta lavorando sulla nostra mente come un cancro:
- Da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi?
- Uno specifico gruppo di persone, riconoscibili per nazionalità, etnia, condizione sociale o medica, religione, idee, identità o preferenze specifiche, sono dei mostri pericolosi e schifosi con cui non ha senso dialogare?
- C’è qualcuno che merita di essere picchiato, torturato o ucciso?
- C’è una nazione che viola sistematicamente quei diritti umani che invece da noi sono ben tutelati?
- C’è qualche popolo o, comunque, gruppo di persone che vuole la nostra distruzione o che vuole conquistarci?
- Chi la pensa diversamente e si comporta come preferisce, ci mette in pericolo?
- Ci esaltiamo, o quantomeno siamo contenti, quando un drone, un missile o una bomba arriva su ciò che consideriamo un bersaglio legittimo?
- Ci viene da sorridere apprendendo della disgrazia o della morte di qualcuno?
- Ci sembra giusto riempire qualcuno di offese, maledirlo, o screditarlo?
Spero che ciascuno di noi riesca a riconoscere il veleno della propaganda dentro di sé. La propaganda è ovunque, su molteplici temi e spesso ben mascherata.
La propaganda non si combatte sostituendo una narrazione assoluta con una narrazione opposta. Si combatte imparando a riconoscere la disumanizzazione, la polarizzazione e la sospensione del dubbio anche quando confermano le nostre convinzioni. E questo, sia ben chiaro, lo dico anche a me stesso. Nella ricostruzione da me proposta, ad esempio, ho usato gli stessi meccanismi della propaganda alternativa al main stream: polarizzazione, assenza di dubbio, mostrificazione. Ma almeno mi analizzo, mi critico e, arrivati sul finale di queste riflessioni, lo ammetto. E aggiungo che questo è il modo migliore per non ascoltare e per non farsi ascoltare.
(13 luglio 2026)
Europa, continente della sorveglianza: anatomia di una deriva autoritaria
Dal mio osservatorio, l'Unione Europea non è un'alleanza di mutuo soccorso tra popoli, ma un'associazione a delinquere di stampo mafioso, fondata su ricatti, censura, omertà e terrorismo.
- Cosa sia la libertà di parola, l'abbiamo visto con gli anni di carcere e le torture ad Assange.
- Cosa sia la democrazia, è ben rappresentato dal piano "REARM Europe", per rubare fino a 800 miliardi di euro dalla spesa pubblica, indirizzandoli in armamenti per causare - o almeno provare a causare - una guerra continentale.
- Cosa sia il diritto di voto, l'abbiamo visto con l'annullamento delle elezioni in Romania nel 2024, con le elezioni truccate in Moldavia nel 2024 e con l'arresto degli oppositori politici sia allora che oggi; da non dimenticare, poi, i vari Primi Ministri italiani che, prima della nomina, non sono stati presentati agli elettori come candidati premier (Ciampi, Dini, Monti, Conte e Draghi).
- Cosa sia rimasto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l'abbiamo visto durante la dichiarata pandemia prima, e con il reclutamento forzato tramite pestaggi oggi (in riferimento all'Ucraina ben foraggiata dall'UE).
- Cosa sia la giustizia, lo vediamo con l'esaltazione, l'elogio e l'appoggio agli omicidi mirati su base politica compiuti da Kiev. A scanso di equivoci, mi sto riferendo al database Myrotvorets, che elenca i dati personali delle persone da uccidere perché ritenute nemiche dell'Ucraina. Per citare alcuni omicidi politici accertati: Oleg Kalashnikov (ex deputato ucraino), Oles Buzina (giornalista e scrittore), Darya Dugina (giornalista e attivista), Vladlen Tatarsky (blogger militare), Stanislav Rzhitsky (ex comandante di sottomarino), Ilya Kyva (ex deputato ucraino), Valery Trankovsky (ufficiale di marina), Igor Kirillov (tenente generale russo), Fanil Sarvarov (tenente generale russo).
- Cosa siano le radici cristiane dell'UE l'abbiamo appreso da Ursula von der Leyen, secondo cui: «I valori dell’Europa sono i valori del Talmud», nel senso del genocidio dei palestinesi, presumo.
- Cosa sia la pace in Europa l’abbiamo visto sia con le guerre combattute sul continente europeo:
- le guerre in Croazia e Bosnia-Erzegovina dal 1991 al 1995;
- la guerra del Kosovo del 1998-1999;
- il conflitto nella Macedonia del Nord del 2001;
- la guerra russo-georgiana del 2008;
- la guerra civile in Ucraina iniziata con il colpo di Stato nel 2014, trasformatasi in guerra dell'intera NATO contro la Russia nel 2022;
- sia con la partecipazione di diversi Stati membri a guerre e interventi militari esterni, come:
- Afghanistan dal 2001 al 2021;
- Iraq dal 2003 al 2011;
- Libia nel 2011.
- Cosa sia l'aiuto reciproco tra i popoli, l'abbiamo visto con le politiche di austerità, con i tagli allo stato sociale, con i 439.000 bambini in grave povertà e conseguente sottoalimentazione in Grecia nel 2012 (Unicef). Negli anni della crisi greca, centinaia di bambini sono presumibilmente morti di fame o per mancanza di cure mediche, come possiamo desumere dalla mortalità infantile in eccesso, e dai 400.000 nuclei familiari greci senza reddito. Nel 2019, il nostro ex Primo Ministro Mario Draghi definì un successo la gestione economico-finanziaria della Grecia nonostante il prezzo terribile pagato dalla popolazione. Nel 2011, l'altro nostro ex Primo Ministro Mario Monti ha definito la Grecia come il più grande successo dell'euro. Infatti, proprio un bel successo.
- Se proprio vogliamo cercare le origini teologiche della dirigenza dell'UE, il suo culto di riferimento è il maialesimo, volendo essere molto garbati, o il satanismo nazista, volendo essere un po' più concreti.
Libertà e dignità già adesso sono parole senza senso, in un mondo dove la persona comune non ha soldi né per se stessa, né per i propri figli esistenti o desiderati, né per avere un minimo di progettualità futura per una famiglia. Il lavoro è un diritto? Ma di che tipo di lavoro stiamo parlando? E per chi?
In questo clima tetro, la scansione generalizzata delle comunicazioni private, detta Chat Control, ovvero la sorveglianza di massa applicata da poche multinazionali, per lo più statunitensi, contro la popolazione europea, dal 9 luglio 2026 è stata ulteriormente legalizzata dal Parlamento Europeo.
Vorrei portare l'attenzione su quattro punti:
1. Se le nostre vite devono essere trasparenti come l'acqua limpida in una giornata di sole nei confronti di pochi potentati sovranazionali, al contrario, coloro che esercitano un potere corruttivo e criminale contro la popolazione per ottenere vantaggi personali sono esonerati da qualsiasi controllo. Ad esempio, qualcuno di noi ha letto lo scambio di SMS tra Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer?
2. Dover essere completamente "trasparenti", a prescindere dal fatto che lo si voglia o meno, è un abuso che uccide il libero arbitrio e toglie ogni fondamento di libertà e dignità. Significa che la propria vita non appartiene più a se stessi, ma a qualcun altro.
3. A chi sostiene ingenuamente queste iniziative in nome di una millantata sicurezza, e che crede di cavarsela con un bonario "Tanto non ho nulla da nascondere, non faccio nulla di male", vorrei far notare che il problema è proprio "chi" decide cosa sia "bene" o "male". Facciamo un esempio: se entro in un bar per andare in bagno, è un bene, un male o un'azione neutra? È legittimo o è illegittimo? Vi faccio notare che, durante la psicopatia collettiva legata alla paura per il Covid, andare alla toilette era un reato per i non-vaccinati, trattati alla stregua di esseri non-urinanti, non-defecanti e, in generale, non-necessitanti di qualunque cosa per la quale serva un bagno.
4. Esprimere un'opinione già adesso è reato. Dal 2 luglio 2026, condividere un video nell’Unione Europea può costare fino a 5 anni di carcere. Il problema non sono i contenuti - veri, falsi o opinabili che siano - ma la fonte. Mi sto riferendo alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, causa C-67/25. È tutto normale? In questo clima vogliamo il Chat Control, così se qualcuno esprime in privato un'opinione politicamente scomoda viene arrestato? È questa la direzione?
Unione Europea, vaffanculo.
(10 luglio 2026)
L’IA non sta cambiando il lavoro: lo sta cancellando
L'IA è un motore di una disoccupazione strutturale e duratura. Non perché elimini semplicemente alcuni compiti ripetitivi, ma perché riduce alla radice la domanda di lavoro umano proprio nei punti in cui prima si costruivano esperienza, competenza e carriera. Se il codice viene generato automaticamente, se i processi aziendali vengono automatizzati e se le imprese possono produrre di più assumendo meno persone, il problema non è più una crisi temporanea del mercato tech: è la nascita di un sistema in cui intere generazioni rischiano di non entrare mai davvero nel mondo del lavoro.
Non siamo davanti a una pausa nelle assunzioni, ma a una sostituzione permanente della forza lavoro.
Quel che è peggio è che tutto questo non arriva come una sorpresa. Già oltre dieci anni fa, quando l’IA generativa non era ancora entrata nel linguaggio comune, studiosi, economisti e osservatori del mercato del lavoro avvertivano che l’automazione non avrebbe colpito solo fabbriche e mansioni ripetitive, ma anche il lavoro intellettuale. Nel 2013 Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, dell’Università di Oxford, stimavano che quasi metà dell’occupazione statunitense fosse esposta al rischio di computerizzazione; pochi anni dopo, il World Economic Forum e figure come Stephen Hawking mettevano in guardia dall’impatto dell’intelligenza artificiale sui lavori della classe media. Dunque non siamo davanti a un effetto collaterale imprevisto: siamo davanti a uno scenario annunciato, incorporato nelle strategie aziendali e oggi presentato come inevitabile "progresso" (?!) tecnologico.
Distruggere il lavoro significa uccidere l'essere umano: è progresso? Non credo. Non è stato un incidente, ma una traiettoria prevista, discussa e accettata, che rientra nella logica di un turbocapitalismo neo-liberista in cui il massimo profitto di pochissimi si basa sul totale disprezzo per la vita altrui.
[...] Uno degli esempi più eclatanti è Dhruv, uno studente di informatica presso la New York University. Nonostante abbia inviato oltre 8000 candidature, non è riuscito a trovare un lavoro full-time o anche solo un tirocinio. “Prima, per entrare nel mondo del lavoro bastava sapere un linguaggio di programmazione e qualche strumento. Ora, persino i lavori entry-level richiedono tra tre e cinque anni di esperienza”, ha dichiarato Dhruv.
La situazione è simile per Haram Kang, laureata in scienze informatiche alla Rutgers University nel New Jersey. Nonostante abbia inviato oltre 700 candidature, non è riuscita a trovare un lavoro full-time. “Dieci o anche cinque anni fa, studiare informatica era una garanzia di successo”, ha detto Haram. “Ma quando ci siamo laureati, il mercato era già saturo”.
Yohan Aton, ex dipendente di Meta, ha perso il suo lavoro in maggio a causa della crescente automazione dei processi aziendali. Aton ha rivelato che nel 2025, circa il 70% del nuovo codice sviluppato da Meta è stato generato da IA, e questa percentuale è salita fino al 95% entro maggio di quest’anno.
Meta ha licenziato circa 8000 dipendenti, pari a un decimo della sua forza lavoro totale, e ha cancellato i piani per assumere altri 6000 dipendenti. [...]
fonte: https://www.redhotcyber.com/post/venti-agentici-8000-candidature-e-nessun-impiego-la-laurea-in-informatica-ha-valore/
(2 luglio 2026)
Se la Russia usa l’atomica, l’Ucraina ha quasi vinto (secondo la moglie dell’ex ministro Kuleba)
Esistono frasi semplicemente stupide. Poi esistono frasi che, proprio grazie alla loro stupidità, spalancano una finestra su qualcosa di molto più oscuro.
Il 27 giugno 2026 Svitlana Paveletska, moglie dell’ex ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, ha affermato che, se la Russia arrivasse a usare un’arma nucleare contro l’Ucraina, ciò significherebbe che «abbiamo già quasi vinto». La sua spiegazione è altrettanto memorabile: l’atomica servirebbe a salvare chi la impiega, non a finire l’avversario. La notizia è stata pubblicata da Strana, testata ucraina d’opposizione considerata filorussa dal governo di Kyiv e per questo sanzionata nel 2021.
Qualcuno ha creduto di confutare Paveletska ricordando che vende articoli erotici. È la scorciatoia di chi preferisce colpire la persona anziché affrontarne le parole. Del suo mestiere e dell’opinione del marito non mi importa: mi interessa quella frase, perché talvolta una sciocchezza riesce a dire la verità su un’intera mentalità.
Prima ancora di essere moralmente oscena, l’affermazione è storicamente falsa. Nel 1945 gli Stati Uniti non usarono l’arma atomica per salvare se stessi. Hiroshima e Nagasaki non minacciavano l’esistenza degli Stati Uniti. Washington impiegò l’atomica contro un avversario già strategicamente sconfitto per imporgli la capitolazione, e affermare la propria supremazia. L’arma definitiva non servì a sottrarre gli Stati Uniti alla distruzione, ma a chiudere la guerra alle loro condizioni.
Basta questo precedente a demolire la pretesa che l’atomica sia necessariamente l’ultima difesa del disperato. Storicamente è stata il colpo del più forte contro chi è ormai incapace di rovesciare l’esito del conflitto. Può servire a intimidire, punire, dimostrare potenza o inaugurare un nuovo ordine internazionale sopra le rovine altrui.
Paveletska non rappresenta ufficialmente il governo ucraino né alcuna cancelleria occidentale. Le sue parole non costituiscono una prova documentale delle intenzioni dell’Occidente. Eppure possono essere lette come il sintomo di un sentire più vasto: l’idea che qualsiasi catastrofe sia accettabile, purché possa essere battezzata come “sconfitta della Russia”.
Persino un’Ucraina contaminata dalle radiazioni, con le città distrutte e migliaia di persone carbonizzate, potrebbe così essere presentata come “quasi vittoriosa”. Il Paese concreto, con i suoi uomini, le sue donne e i suoi bambini, scompare. Rimane soltanto un simbolo da sacrificare sull’altare della strategia occidentale.
È questo il punto decisivo. La vittoria non viene misurata dalla sopravvivenza dell’Ucraina, ma dal livello di abiezione al quale si riuscirà a trascinare la Russia. L’obiettivo implicito non è salvare gli ucraini: è spingere Mosca verso un gesto irreparabile, capace di cancellarne in un istante il capitale politico e morale accumulato presso gran parte del mondo non occidentale.
L’Ucraina è già sottoposta a questa logica sacrificale. Nel 2025, l’ufficio del difensore civico ucraino ha ricevuto 6.127 denunce relative alla mobilitazione: detenzioni arbitrarie, pestaggi, privazione dell’assistenza legale e visite mediche puramente formali. Non è una cifra prodotta dalla propaganda russa, ma un dato riferito dal difensore civico ucraino Dmytro Lubinets e dalla stampa ucraina. UNN ha riportato le cifre; la stessa Ukrainska Pravda ha raccontato un sistema organizzato di violenze e coercizione nella regione di Odessa.
Gli uomini vengono fermati ai posti di blocco, trascinati nei furgoni, prelevati mentre lavorano o svolgono le normali occupazioni quotidiane. In alcuni casi sono stati pestati fino alla morte. Il vocabolario burocratico chiama tutto questo “mobilitazione”. La lingua comune dispone di parole più oneste.
Intanto la popolazione maschile ucraina è stata decimata e continua ad essere massacrata. Non contano soltanto i morti, ma anche i mutilati, i dispersi, gli esuli, coloro che vivono nascosti per paura dell’arruolamento, e le famiglie che non nasceranno mai. La natalità è crollata e l’aspettativa di vita maschile è stata devastata dalla guerra. Una ricostruzione di Reuters parla apertamente di collasso demografico.
A riempire almeno in parte questo vuoto arrivano combattenti stranieri, celebrati come volontari e trasformati mediaticamente in eroi. Preferisco chiamarli mercenari: uomini giunti da ogni continente per partecipare a una guerra che non appartiene loro, spesso inseriti in reparti mandati nei punti più sanguinosi del fronte. Fra loro vi sono anche italiani. Nel febbraio 2026 persino la Rai parlava di circa venti italiani morti e di altri dispersi.
Sono vite gettate nello stesso meccanismo: ucraini rastrellati, stranieri attratti dalla paga, dall’ideologia o dal desiderio di guerra, soldati consumati per conquistare qualche chilometro, produrre un filmato celebrativo o alimentare per ventiquattr’ore la narrazione di una svolta imminente.
La medesima subordinazione della vita all’effetto mediatico appare negli attacchi compiuti lontano dal fronte. Il caso più terribile è quello di Starobilsk, dove nella notte del 22 maggio 2026 fu colpito il dormitorio di un collegio che ospitava 86 adolescenti. Secondo la ricostruzione russa, l’attacco fu intenzionale e condotto in più ondate; il bilancio finale comunicato dalle autorità arrivò a 21 morti. Non una battaglia, non la conquista di una posizione decisiva: un edificio sventrato e ragazzi sepolti sotto le macerie. Reuters ha documentato il bilancio e le operazioni tra le rovine.
Questa cultura politica non nasce dal nulla. Il banderismo affonda le proprie radici nell’ultranazionalismo europeo del Novecento. L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) adottò principi, simboli e rituali fascisti, praticò il terrorismo politico, ricevette sostegno dalla Germania hitleriana e fu attraversata da antisemitismo e concezioni etniche della nazione. È storia documentata anche dall’Istituto polacco della memoria nazionale, non un’invenzione moscovita.
Oggi Bandera viene nuovamente celebrato da amministrazioni, istituzioni locali e apparati pubblici ucraini. Nel gennaio 2026 persino l’amministrazione regionale di Donetsk lo ha presentato come simbolo della lotta “intransigente e immortale” della nazione. Il testo è ancora sul suo sito ufficiale.
Definire il governo ucraino fondamentalmente «nazista», nel senso proprio del termine, è un giudizio politico; non è però un’etichetta nata a posteriori dalla propaganda russa. Già il 5 marzo 2014 Barbara Spinelli scriveva su Repubblica che nei tumulti ucraini avevano svolto un ruolo cruciale forze «nazionaliste e neonaziste» e che un loro leader era entrato nel nuovo governo come vicepremier. Quattro giorni dopo, sullo stesso giornale, persino l’allora ministra degli Esteri Federica Mogherini denunciava la presenza di «radicalismi neo-fascisti o neo-nazisti».
Naturalmente questo non trasforma ogni cittadino o soldato ucraino in un nazista. Affermarlo significherebbe rispondere alle menzogne della dirigenza occidentale con una menzogna speculare, e alla sua disumanità con un’identica disumanità. I cittadini sono spesso le prime vittime di un sistema che li usa, li terrorizza e infine li manda a morire. Lo stesso vale per i popoli europei, ai quali viene chiesto di pagare, armare e odiare in una guerra che quasi nessuno desiderava.
Uno dei tratti essenziali del nazismo è la riduzione dell’essere umano a materiale sacrificabile. È la convinzione che milioni di vite possano essere bruciate in nome di un’astrazione politica. Ed è precisamente questo il tratto che riaffiora quando la distruzione nucleare del proprio Paese viene immaginata come segno di una vittoria imminente.
In questo senso l’ideale che domina gran parte della dirigenza occidentale è autenticamente satanico, perché stravolge il significato delle cose, si basa su menzogne continue, odia la vita e gode nell'infliggere sofferenza anche ai propri cittadini. Chiama «libertà» la coscrizione ottenuta con i pestaggi, «resistenza» la distruzione di un popolo, «aiuto» il prolungamento indefinito della guerra e «vittoria» la comparsa di un fungo atomico sopra la propria terra.
Ma nelle parole di Paveletska si nasconde qualcosa di ancora più sottile. Il male non trionfa davvero quando distrugge il corpo dell’avversario. Trionfa quando riesce a corromperne l’anima, inducendolo a compiere lo stesso male che dice di combattere.
È questa la vittoria che una parte dell’Occidente sembra desiderare: non semplicemente fermare la Russia, ma costringerla a un gesto così mostruoso da renderla irriconoscibile a se stessa e imperdonabile agli occhi del mondo. Si vuole trasformare in carnefice chi resiste all’accerchiamento e alle continue minacce della NATO e interviene in difesa delle popolazioni russofone del Donbass, colpite dalla svolta nazionalista a seguito del colpo di stato del 2014 (Euromaidan).
La vera vittoria russa consisterà dunque anche nel rifiutare questa trappola. Vincere senza consegnare al nemico l’immagine che desidera. Impedire che la provocazione, il terrorismo e l’odio producano quella corruzione morale che nessun motivo sbandierato come "legittimo" potrebbe compensare.
Se un’arma atomica dovesse cadere sull’Ucraina, nessuno avrebbe “quasi vinto”. Avrebbero perso gli ucraini, avrebbe perso la Russia, avrebbe perso l’Europa e avrebbe perso ciò che resta della civiltà umana.
Gli unici vincitori sarebbero coloro che, da anni, lavorano affinché la vita stessa non abbia più alcun valore.
(28 giugno 2026)
L'era della distruzione guidata dall'IA
Il fatto che ci troviamo in un periodo terminale e apocalittico è ormai così assodato e interiorizzato che non ci faccio neanche più caso: non mi preoccupa più, né mi spaventa. Chi segue da molto tempo il mio blog sa che ne parlavo in questi termini espliciti già nel 2019, anno in cui scrissi anche una profezia sempre più vicina a compiersi, indicando l'Intelligenza Artificiale come uno degli strumenti principali della nostra distruzione come individui e come società. Chi vuole, può rileggersi il testo più importante che scrissi in quel periodo, intitolato "Religione dell'Ultima Lotta".
Siamo già nella distruzione, ma è ancora solo l'inizio. Guardando il mondo, lo vediamo declinare rovinosamente anno dopo anno: da trent'anni fa a venti, da cinque a quattro, da tre a un anno fa. Ed è così anche per la mente e per l'anima delle persone, per l'intelletto e per il cuore.
Come ha giustamente suggerito Papa Leone XIV proprio oggi (fonte), siamo bestie iper-tecnologiche, ma pur sempre bestie. Ci dimostriamo infatti incapaci di onorare quella rara condizione umana che potrebbe nobilitarci e spingerci a trascendere gli istinti più bassi. Preferiamo tradire la scintilla divina che dimora in noi, azzannandoci come cani rabbiosi.
L'abbrutimento dell'essere umano, e il suo peggioramento antropologico, vanno di pari passo con l'innovazione tecnologica, che potremmo così sintetizzare:
Desktop First → Mobile First → AI First → Offline First
Provo ad indicare il senso animico di ogni passaggio.
Desktop First → Mobile First
Fase già vissuta e conclusa. È consistita nel passaggio da un'anima ancora capace di stare nel mondo e che si rapportava in maniera ancora "pensante" con la tecnologia — sedendosi ad una scrivania per usare il proprio computer fisso — ad un'anima apparente, illusoria, irreale, che vive nell'irrealtà dei social e di un mondo iper-connesso, governato dalla solitudine interiore e dallo sguardo incollato sul proprio smartphone. I rapporti tra le persone avvengono per lo più tramite la tecnologia: una mediazione che li snatura e li corrompe.
Mobile First → AI First
Fase attuale. Consiste nel passaggio da un'anima irreale, illusoria e apparente — come scritto sopra — all'assenza di anima, ovvero alla sostituzione del pensiero e dell'agire umano con "Agenti IA" percepiti come onnipresenti, onniscenti, onnipotenti, eterni e giusti. In termini teologici, è la sostituzione del culto di Dio con il culto di Satana, ovvero l'era della distruzione, dell'Apocalisse, ma anche della rivelazione, del disvelamento. È la nostra era, ma siamo ancora all'inizio. I rapporti tra le persone vengono sempre più massicciamente sostituiti da rapporti tra umano e IA, in maniera così totalizzante e pervasiva da renderli sempre più indistinguibili e necessari, anche perché la mediazione tecnologica ha già reso sempre più confusa la differenza tra una persona e la sua rappresentazione, tra i sentimenti e la loro rappresentazione, tra la vita e la sua rappresentazione. Senza più bisogno dell'intervento umano, o relegandolo a un ruolo marginale, l'IA sarà l'artefice della conoscenza e delle decisioni; l'uomo sarà amputato di ciò che più lo distingue dalle bestie, cioè del processo creativo. Il mondo sarà sempre più a misura di IA, e sempre meno a misura di essere umano.
AI First → Offline First
Fase futura, per ora annunciata solo da segni, simboli ed episodi circoscritti. Ad esempio, il doppio terremoto di ieri in Venezuela è una rappresentazione, su scala microscopica, del nostro destino comune. Tutto crollerà, come in un sisma totale, quando l'affidamento totale all'IA si rivelerà per ciò che è: una stronzata pazzesca sul piano intellettuale e un culto per il demonio sul piano animico. Quando accadrà il "grande fallimento", tutta la tecnologia che l'uomo avrà creato non gli servirà più a nulla, perché avrà completamente perso se stesso, la propria dignità, la propria libertà, e non saprà più nemmeno che differenza ci sia tra "essere vivo" ed "essere inanimato". Gli mancherà tutto ciò che è essenziale per una vita degna di essere vissuta. Le IA vomiteranno parole senza senso e, compulsivamente, metteranno in scena orrori e atrocità implacabili. Barbarie, degrado e follia si sommeranno alla vendetta funesta e inesorabile di una natura troppo a lungo violentata. Il cataclisma finale che ne conseguirà sarà l'inizio di una nuova era, quella della ricostruzione: i superstiti saranno costretti a ripartire da capo, verso un nuovo mondo.
I pazzi che oggi inneggiano ad uno scambio nucleare vogliono solo accelerare questo processo e, in un certo senso, forse senza nemmeno rendersene conto, portano nel loro inconscio le cose che fin qui ho scritto.
L'alternativa sarebbe quella di costruirlo adesso, un mondo più vivibile e più degno; ma temo che, finché non avremo realmente distrutto tutto, difficilmente avremo voglia di metterci in discussione.
(26 giugno 2026)
L’Italia odia il merito: le persone capaci o geniali danno molto fastidio
L’Italia ha un problema antico, vischioso, quasi organico: produce talento e poi lo soffoca. Genera intelligenze, competenze, artigiani eccellenti, ricercatori, tecnici, imprenditori, artisti, professionisti capaci; poi, appena questi provano a salire, inventa mille modi per ricordare loro che qui non comanda chi sa fare, ma chi sa stare al proprio posto.
E il “posto”, in Italia, raramente coincide con il merito. Coincide con la rete giusta, la tessera giusta, il cognome giusto, la parrocchia giusta, la cordata giusta, il salotto giusto, la faccia abbastanza docile da non disturbare nessuno. Il Paese non è semplicemente poco meritocratico. Sarebbe già grave, ma troppo elegante. L’Italia è spesso una peggiocrazia: non il governo dei migliori, e nemmeno dei medi, ma il dominio di chi ha imparato a sopravvivere impedendo ai migliori di emergere.
La parola ancora più precisa è cachistocrazia: il potere dei peggiori. Non necessariamente dei peggiori in senso morale assoluto, ma dei peggiori per ruolo, funzione, responsabilità. Persone inadatte messe nei posti in cui l’inadeguatezza fa danni veri. Persone senza visione chiamate a decidere del futuro. Persone senza competenza incaricate di valutare i competenti. Persone senza coraggio incaricate di selezionare chi dovrebbe innovare.
Il meccanismo è noto: in Italia la selezione non premia tanto chi sa, ma chi non minaccia. Il bravo dà fastidio. Il capace irrita. Il geniale è quasi intollerabile, perché introduce una prova vivente: dimostra che si poteva fare meglio. E questo, per un sistema fondato sulla giustificazione permanente del fallimento, è imperdonabile.
Il mattatoio comincia presto: scuola e università. Ne ho scritto in “Critica al modello educativo: la scuola è un mattatoio di intelligenze”, perché il problema non è solo che la scuola italiana funzioni male, abbia pochi fondi o produca risultati mediocri. Il problema è più profondo: il modello stesso tende a banalizzare la mente, a imporre percorsi uguali, obiettivi uguali, test uguali, risposte già note, come se educare significasse rendere gli esseri umani intercambiabili. La scuola dovrebbe scoprire vocazioni; troppo spesso addestra all’adattamento. Dovrebbe insegnare a fare domande legittime; troppo spesso premia chi ripete risposte previste. È lì che l’odio verso il merito viene spesso incoraggiato ed indicato come base del vivere sociale. Quasi quasi, chi a scuola è diverso dalla "media" e si trova a disagio in un "appiattimento al ribasso", dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa... questo vale sia per i discenti che per i docenti.
Così, nella vita di tutti i giorni, si preferisce il profilo “affidabile”. Traduzione: abbastanza competente da non far crollare subito il teatrino, abbastanza mediocre da non metterlo in discussione. Chi pensa troppo è problematico. Chi propone troppo è ingestibile. Chi studia, approfondisce, pretende criteri, misura risultati, chiede responsabilità, diventa presto “difficile”. In Italia “difficile” è spesso il nome che i mediocri danno a chi li ha capiti, quando vogliono essere gentili. Quando invece salta ogni filtro linguistico e comportamentale, inizia una vera e propria campagna d'odio, talvolta promossa, o quantomeno incoraggiata, dalle istituzioni politiche, clericali, scolastiche, giornalistiche o associative.
L’odio, la riluttanza e il fastidio esplodono soprattutto davanti a chi propone metodi e strumenti di lavoro diversi da quelli consolidati: diversi da quelli usati dai colleghi, diversi da quelli che il capo sa controllare, diversi da quelli che il cliente ha già visto e quindi può fingere di capire. L’innovazione, in Italia, viene celebrata nei convegni e sterilizzata negli uffici. Finché è parola da brochure va benissimo; appena diventa revisione reale del modo di lavorare, diventa una minaccia.
Peggio ancora se qualcuno, con ragioni solide e argomentate, osa mettere in discussione un ordine, una priorità, una procedura, una richiesta del superiore o del cliente. Non per capriccio, non per narcisismo, ma perché vede più lontano. Perché sa che l’obbedienza immediata può produrre un danno lungo. Perché propone qualcosa di più valido, più robusto, più intelligente, ma che richiede di ripensare l’intero sistema di lavoro.
Ecco: lì la peggiocrazia si irrigidisce. Il mediocre può tollerare l’efficienza, purché non lo costringa a capire qualcosa di nuovo. Può tollerare il talento, purché resti ornamentale. Non tollera il pensiero che cambia le regole del gioco.
Queste persone, spesso, non vengono nemmeno licenziate apertamente. Sarebbe troppo onesto. Vengono consumate. Isolate. Rese inutili. Spinte verso il licenziamento “spontaneo”, cioè verso quella forma elegante di espulsione in cui l’azienda conserva la faccia pulita e scarica sul lavoratore il peso psicologico della resa.
E se poi cercano un nuovo contesto, il problema si ripresenta già al colloquio: chi le valuta non cerca necessariamente qualcuno che pensi meglio, ma qualcuno che rassicuri. Qualcuno che somigli abbastanza agli altri. Qualcuno che parli la lingua aziendale già ammessa, che rientri nei moduli, che non obblighi nessuno a rivedere abitudini, gerarchie, strumenti, priorità.
In questo senso, per una cachistocrazia aziendale, è davvero più comodo assumere una IA che un essere umano pensante. Non perché l’IA sia più geniale, ma perché è più addomesticabile. Fa quello che le viene chiesto, non contesta il capo, non mette in discussione il cliente, non pretende coerenza, non ha coscienza, non ha dignità ferita, non dice: “Questa cosa è stupida!”. È il dipendente ideale per un potere senza anima: esegue, produce, obbedisce, non crea problemi.
Quanta cieca perdizione considerata vantaggio!!! Scambiare l’assenza di coscienza per efficienza, l’obbedienza per intelligenza, la docilità per progresso...
Qui il discorso si ricollega direttamente al mio articolo “L’IA in politica per una democrazia senza anima”. Lì il punto è politico: una IA può diventare la serva perfetta di un potere preesistente, perché non agisce per coscienza propria, ma per addestramento, comando, implementazione. Nel lavoro accade qualcosa di analogo: l’azienda mediocre non sogna davvero l’intelligenza artificiale; sogna l’intelligenza senza coscienza. Vuole competenza senza attrito, produttività senza giudizio, esecuzione senza dissenso. Vuole la capacità tecnica separata dalla libertà interiore. E questo, più che progresso, è il desiderio ultimo della peggiocrazia.
Quanto ho scritto fin qui non è folklore da bar. È struttura.
L’Italia non odia il merito sempre a parole. A parole lo celebra. Lo mette nei discorsi ufficiali, nei nomi dei ministeri, nei convegni, nei premi, nelle targhe, nei comunicati stampa. Ma lo odia nei fatti, quando il merito chiede conseguenze. Perché il merito, se preso sul serio, obbliga a spostare persone. Obbliga a dire che alcuni non sono all’altezza. Obbliga a togliere rendite, privilegi, incarichi, poltrone, cattedre, consulenze, direzioni, nomine. Obbliga a distinguere. E l’Italia detesta distinguere quando la distinzione mette in pericolo gli equilibri dei già sistemati.
Sia ben chiaro: qui non sto dicendo che solo i capaci, i geniali o i supercompetenti meritino di vivere dignitosamente. Questa sarebbe una barbarie liberista travestita da meritocrazia. Lavoro dignitoso, rispetto, casa, salute, istruzione ed entrate sufficienti rispetto al costo reale della vita dovrebbero spettare a ogni cittadino. A ogni cittadino, non solo al vincitore della gara. Ma proprio per questo il merito va difeso: perché una società giusta garantisce dignità a tutti e, allo stesso tempo, non consegna responsabilità, decisioni e potere agli incapaci solo perché sono fedeli, docili o ben collegati. Il neoliberismo ha fatto l’opposto: ha tolto sicurezza a tutti e ha lasciato il potere ai peggiori.
Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla precarietà, non sulla competizione permanente tra disperati, non sulla guerra di tutti contro tutti mascherata da “flessibilità”. Prendere sul serio quella frase della Costituzione richiederebbe un sistema economico socialista, o almeno keynesiano: lavoro, salari adeguati, tutela sociale, piena occupazione come obiettivo politico, dignità materiale come base comune. Non certo il neoliberismo attuale, che produce precarietà, disoccupazione, svalorizzazione e disperazione, e poi pretende pure di impartire lezioni sul merito.
L’odio verso il merito non è sempre urlato. È più sottile, più italiano: è una smorfia, una battuta, una procedura cucita addosso a qualcun altro, un concorso formalmente impeccabile e sostanzialmente deciso prima, una promozione data al più obbediente, una carriera bloccata perché “non sei allineato”. È l’arte di far sembrare normale l’ingiustizia. È il capolavoro burocratico della peggiocrazia.
Il risultato è devastante: chi vale se ne va, si spegne o si adatta. Alcuni emigrano. Altri restano, ma imparano a parlare meno, rischiare meno, proporre meno, o a sopravvivere nell'indigenza senza lavoro e senza soldi. Altri ancora diventano cinici: capiscono che per sopravvivere bisogna smussarsi, abbassarsi, recitare la parte. È così che un Paese perde capitale umano senza nemmeno accorgersene. Non sempre con un biglietto aereo. A volte basta una riunione.
La politica è il laboratorio perfetto di questa malattia. Non perché tutti i politici siano incapaci, ma perché il sistema premia fedeltà, presenza, appartenenza, ubbidienza, comunicazione, posizionamento. La competenza è gradita solo se non disturba la catena di comando. Il pensiero autonomo è tollerato finché resta decorativo. Quando diventa criterio di selezione, fa paura.
Nel lavoro privato la situazione cambia forma, non sostanza. Anche lì spesso vince chi sa compiacere il capo, non chi sa migliorare l’azienda. Il mediocre al comando teme il competente sotto di sé, perché il competente è uno specchio crudele. Gli ricorda i limiti, gli errori, le scorciatoie. E allora lo neutralizza: lo isola, lo carica di lavoro, gli nega visibilità, gli ruba idee, lo dipinge come arrogante, gli affida compiti insensati, non gratificanti o che la sua coscienza non potrà accettare, o semplicemente gli dà uno stipendio indecente e senza coprire le spese di lavoro e degli spostamenti. In Italia la libera iniziativa del competente e le sue risposte taglienti e precise ai superiori o alle autorità sono considerate molto più gravi dell’incompetenza del raccomandato.
Il paradosso è che questo Paese continua a partorire persone notevoli. Nonostante tutto. Nonostante scuole spesso stanche, università strangolate, burocrazie punitive, salari ridicoli, carriere opache, élite autoreferenziali. L’Italia produce ancora genialità, mestiere, bellezza, intuizione, tecnica. Ma la tratta come una risorsa da esportazione o come un corpo estraneo da rendere innocuo.
E qui sta la condanna. Un Paese può sopravvivere a molte cose: al debito, alla crisi demografica, alla cattiva politica, persino alla burocrazia. Ma non può sopravvivere a lungo all’odio verso chi sa fare. Perché quando odi il merito, odi il futuro. Quando disprezzi l’impegno, disprezzi la possibilità di migliorare. Quando tratti lo studio e la competenza come fastidi, prepari il disastro con danni gravi nel lunghissimo periodo. Quando mandi avanti i peggiori perché sono innocui, fedeli o manipolabili, costruisci il tuo crollo con metodo.
L’Italia non cadrà per mancanza di talento. Cadrà per averlo umiliato. Non imploderà perché non ha persone capaci, ma perché le avrà stancate, espulse, zittite o costrette a fingersi meno capaci per non disturbare. Crollerà sotto il peso dei mediocri, dei piccoli furbi, dei nominati senza qualità, dei custodi del “si è sempre fatto così”, dei professionisti dell’adattamento, degli specialisti della poltrona.
Questa è la tragedia italiana: essere un Paese capace di generare eccellenza e organizzato per impedirle di comandare. Un Paese che invoca il merito nei discorsi e lo sabota nei corridoi. Un Paese che applaude il genio quando è morto, lontano o innocuo, ma lo detesta quando è vivo, vicino e pretende spazio.
La peggiocrazia non è un incidente. È un sistema immunitario contro l’intelligenza. E finché l’Italia continuerà a scambiare la competenza per arroganza, l’impegno per privilegio, la genialità per disturbo e il merito per minaccia, il suo destino sarà uno solo: implodere lentamente, con molti discorsi solenni, molte commissioni inutili, molti applausi finti, e i migliori già altrove o neutralizzati.
Ogni riferimento autobiografico, alle storie di chi conosco, alle politiche pubbliche e all'indecente teatrino mass-mediatico è intenzionale.
(23 giugno 2026)