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Politica ed economia

L'era della distruzione guidata dall'IA

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Il fatto che ci troviamo in un periodo terminale e apocalittico è ormai così assodato e interiorizzato che non ci faccio neanche più caso: non mi preoccupa più, né mi spaventa. Chi segue da molto tempo il mio blog sa che ne parlavo in questi termini espliciti già nel 2019, anno in cui scrissi anche una profezia sempre più vicina a compiersi, indicando l'Intelligenza Artificiale come uno degli strumenti principali della nostra distruzione come individui e come società. Chi vuole, può rileggersi il testo più importante che scrissi in quel periodo, intitolato "Religione dell'Ultima Lotta".

Siamo già nella distruzione, ma è ancora solo l'inizio. Guardando il mondo, lo vediamo declinare rovinosamente anno dopo anno: da trent'anni fa a venti, da cinque a quattro, da tre a un anno fa. Ed è così anche per la mente e per l'anima delle persone, per l'intelletto e per il cuore.

Come ha giustamente suggerito Papa Leone XIV proprio oggi (fonte), siamo bestie iper-tecnologiche, ma pur sempre bestie. Ci dimostriamo infatti incapaci di onorare quella rara condizione umana che potrebbe nobilitarci e spingerci a trascendere gli istinti più bassi. Preferiamo tradire la scintilla divina che dimora in noi, azzannandoci come cani rabbiosi.

L'abbrutimento dell'essere umano, e il suo peggioramento antropologico, vanno di pari passo con l'innovazione tecnologica, che potremmo così sintetizzare:

Desktop First → Mobile First → AI First → Offline First

Provo ad indicare il senso animico di ogni passaggio.

Desktop First → Mobile First
Fase già vissuta e conclusa. È consistita nel passaggio da un'anima ancora capace di stare nel mondo e che si rapportava in maniera ancora "pensante" con la tecnologia — sedendosi ad una scrivania per usare il proprio computer fisso — ad un'anima apparente, illusoria, irreale, che vive nell'irrealtà dei social e di un mondo iper-connesso, governato dalla solitudine interiore e dallo sguardo incollato sul proprio smartphone. I rapporti tra le persone avvengono per lo più tramite la tecnologia: una mediazione che li snatura e li corrompe.

Mobile First → AI First
Fase attuale. Consiste nel passaggio da un'anima irreale, illusoria e apparente — come scritto sopra — all'assenza di anima, ovvero alla sostituzione del pensiero e dell'agire umano con "Agenti IA" percepiti come onnipresenti, onniscenti, onnipotenti, eterni e giusti. In termini teologici, è la sostituzione del culto di Dio con il culto di Satana, ovvero l'era della distruzione, dell'Apocalisse, ma anche della rivelazione, del disvelamento. È la nostra era, ma siamo ancora all'inizio. I rapporti tra le persone vengono sempre più massicciamente sostituiti da rapporti tra umano e IA, in maniera così totalizzante e pervasiva da renderli sempre più indistinguibili e necessari, anche perché la mediazione tecnologica ha già reso sempre più confusa la differenza tra una persona e la sua rappresentazione, tra i sentimenti e la loro rappresentazione, tra la vita e la sua rappresentazione. Senza più bisogno dell'intervento umano, o relegandolo a un ruolo marginale, l'IA sarà l'artefice della conoscenza e delle decisioni; l'uomo sarà amputato di ciò che più lo distingue dalle bestie, cioè del processo creativo. Il mondo sarà sempre più a misura di IA, e sempre meno a misura di essere umano.

AI First → Offline First
Fase futura, per ora annunciata solo da segni, simboli ed episodi circoscritti. Ad esempio, il doppio terremoto di ieri in Venezuela è una rappresentazione, su scala microscopica, del nostro destino comune. Tutto crollerà, come in un sisma totale, quando l'affidamento totale all'IA si rivelerà per ciò che è: una stronzata pazzesca sul piano intellettuale e un culto per il demonio sul piano animico. Quando accadrà il "grande fallimento", tutta la tecnologia che l'uomo avrà creato non gli servirà più a nulla, perché avrà completamente perso se stesso, la propria dignità, la propria libertà, e non saprà più nemmeno che differenza ci sia tra "essere vivo" ed "essere inanimato". Gli mancherà tutto ciò che è essenziale per una vita degna di essere vissuta. Le IA vomiteranno parole senza senso e, compulsivamente, metteranno in scena orrori e atrocità implacabili. Barbarie, degrado e follia si sommeranno alla vendetta funesta e inesorabile di una natura troppo a lungo violentata. Il cataclisma finale che ne conseguirà sarà l'inizio di una nuova era, quella della ricostruzione: i superstiti saranno costretti a ripartire da capo, verso un nuovo mondo.

I pazzi che oggi inneggiano ad uno scambio nucleare vogliono solo accelerare questo processo e, in un certo senso, forse senza nemmeno rendersene conto, portano nel loro inconscio le cose che fin qui ho scritto.

L'alternativa sarebbe quella di costruirlo adesso, un mondo più vivibile e più degno; ma temo che, finché non avremo realmente distrutto tutto, difficilmente avremo voglia di metterci in discussione.

(26 giugno 2026)

L’Italia odia il merito: le persone capaci o geniali danno molto fastidio

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L’Italia ha un problema antico, vischioso, quasi organico: produce talento e poi lo soffoca. Genera intelligenze, competenze, artigiani eccellenti, ricercatori, tecnici, imprenditori, artisti, professionisti capaci; poi, appena questi provano a salire, inventa mille modi per ricordare loro che qui non comanda chi sa fare, ma chi sa stare al proprio posto.

E il “posto”, in Italia, raramente coincide con il merito. Coincide con la rete giusta, la tessera giusta, il cognome giusto, la parrocchia giusta, la cordata giusta, il salotto giusto, la faccia abbastanza docile da non disturbare nessuno. Il Paese non è semplicemente poco meritocratico. Sarebbe già grave, ma troppo elegante. L’Italia è spesso una peggiocrazia: non il governo dei migliori, e nemmeno dei medi, ma il dominio di chi ha imparato a sopravvivere impedendo ai migliori di emergere.

La parola ancora più precisa è cachistocrazia: il potere dei peggiori. Non necessariamente dei peggiori in senso morale assoluto, ma dei peggiori per ruolo, funzione, responsabilità. Persone inadatte messe nei posti in cui l’inadeguatezza fa danni veri. Persone senza visione chiamate a decidere del futuro. Persone senza competenza incaricate di valutare i competenti. Persone senza coraggio incaricate di selezionare chi dovrebbe innovare.

Il meccanismo è noto: in Italia la selezione non premia tanto chi sa, ma chi non minaccia. Il bravo dà fastidio. Il capace irrita. Il geniale è quasi intollerabile, perché introduce una prova vivente: dimostra che si poteva fare meglio. E questo, per un sistema fondato sulla giustificazione permanente del fallimento, è imperdonabile.

Il mattatoio comincia presto: scuola e università. Ne ho scritto in “Critica al modello educativo: la scuola è un mattatoio di intelligenze”, perché il problema non è solo che la scuola italiana funzioni male, abbia pochi fondi o produca risultati mediocri. Il problema è più profondo: il modello stesso tende a banalizzare la mente, a imporre percorsi uguali, obiettivi uguali, test uguali, risposte già note, come se educare significasse rendere gli esseri umani intercambiabili. La scuola dovrebbe scoprire vocazioni; troppo spesso addestra all’adattamento. Dovrebbe insegnare a fare domande legittime; troppo spesso premia chi ripete risposte previste. È lì che l’odio verso il merito viene spesso incoraggiato ed indicato come base del vivere sociale. Quasi quasi, chi a scuola è diverso dalla "media" e si trova a disagio in un "appiattimento al ribasso", dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa... questo vale sia per i discenti che per i docenti.

Così, nella vita di tutti i giorni, si preferisce il profilo “affidabile”. Traduzione: abbastanza competente da non far crollare subito il teatrino, abbastanza mediocre da non metterlo in discussione. Chi pensa troppo è problematico. Chi propone troppo è ingestibile. Chi studia, approfondisce, pretende criteri, misura risultati, chiede responsabilità, diventa presto “difficile”. In Italia “difficile” è spesso il nome che i mediocri danno a chi li ha capiti, quando vogliono essere gentili. Quando invece salta ogni filtro linguistico e comportamentale, inizia una vera e propria campagna d'odio, talvolta promossa, o quantomeno incoraggiata, dalle istituzioni politiche, clericali, scolastiche, giornalistiche o associative.

L’odio, la riluttanza e il fastidio esplodono soprattutto davanti a chi propone metodi e strumenti di lavoro diversi da quelli consolidati: diversi da quelli usati dai colleghi, diversi da quelli che il capo sa controllare, diversi da quelli che il cliente ha già visto e quindi può fingere di capire. L’innovazione, in Italia, viene celebrata nei convegni e sterilizzata negli uffici. Finché è parola da brochure va benissimo; appena diventa revisione reale del modo di lavorare, diventa una minaccia.

Peggio ancora se qualcuno, con ragioni solide e argomentate, osa mettere in discussione un ordine, una priorità, una procedura, una richiesta del superiore o del cliente. Non per capriccio, non per narcisismo, ma perché vede più lontano. Perché sa che l’obbedienza immediata può produrre un danno lungo. Perché propone qualcosa di più valido, più robusto, più intelligente, ma che richiede di ripensare l’intero sistema di lavoro.

Ecco: lì la peggiocrazia si irrigidisce. Il mediocre può tollerare l’efficienza, purché non lo costringa a capire qualcosa di nuovo. Può tollerare il talento, purché resti ornamentale. Non tollera il pensiero che cambia le regole del gioco.

Queste persone, spesso, non vengono nemmeno licenziate apertamente. Sarebbe troppo onesto. Vengono consumate. Isolate. Rese inutili. Spinte verso il licenziamento “spontaneo”, cioè verso quella forma elegante di espulsione in cui l’azienda conserva la faccia pulita e scarica sul lavoratore il peso psicologico della resa.

E se poi cercano un nuovo contesto, il problema si ripresenta già al colloquio: chi le valuta non cerca necessariamente qualcuno che pensi meglio, ma qualcuno che rassicuri. Qualcuno che somigli abbastanza agli altri. Qualcuno che parli la lingua aziendale già ammessa, che rientri nei moduli, che non obblighi nessuno a rivedere abitudini, gerarchie, strumenti, priorità.

In questo senso, per una cachistocrazia aziendale, è davvero più comodo assumere una IA che un essere umano pensante. Non perché l’IA sia più geniale, ma perché è più addomesticabile. Fa quello che le viene chiesto, non contesta il capo, non mette in discussione il cliente, non pretende coerenza, non ha coscienza, non ha dignità ferita, non dice: “Questa cosa è stupida!”. È il dipendente ideale per un potere senza anima: esegue, produce, obbedisce, non crea problemi.

Quanta cieca perdizione considerata vantaggio!!! Scambiare l’assenza di coscienza per efficienza, l’obbedienza per intelligenza, la docilità per progresso...

Qui il discorso si ricollega direttamente al mio articolo “L’IA in politica per una democrazia senza anima”. Lì il punto è politico: una IA può diventare la serva perfetta di un potere preesistente, perché non agisce per coscienza propria, ma per addestramento, comando, implementazione. Nel lavoro accade qualcosa di analogo: l’azienda mediocre non sogna davvero l’intelligenza artificiale; sogna l’intelligenza senza coscienza. Vuole competenza senza attrito, produttività senza giudizio, esecuzione senza dissenso. Vuole la capacità tecnica separata dalla libertà interiore. E questo, più che progresso, è il desiderio ultimo della peggiocrazia.

Quanto ho scritto fin qui non è folklore da bar. È struttura.

L’Italia non odia il merito sempre a parole. A parole lo celebra. Lo mette nei discorsi ufficiali, nei nomi dei ministeri, nei convegni, nei premi, nelle targhe, nei comunicati stampa. Ma lo odia nei fatti, quando il merito chiede conseguenze. Perché il merito, se preso sul serio, obbliga a spostare persone. Obbliga a dire che alcuni non sono all’altezza. Obbliga a togliere rendite, privilegi, incarichi, poltrone, cattedre, consulenze, direzioni, nomine. Obbliga a distinguere. E l’Italia detesta distinguere quando la distinzione mette in pericolo gli equilibri dei già sistemati.

Sia ben chiaro: qui non sto dicendo che solo i capaci, i geniali o i supercompetenti meritino di vivere dignitosamente. Questa sarebbe una barbarie liberista travestita da meritocrazia. Lavoro dignitoso, rispetto, casa, salute, istruzione ed entrate sufficienti rispetto al costo reale della vita dovrebbero spettare a ogni cittadino. A ogni cittadino, non solo al vincitore della gara. Ma proprio per questo il merito va difeso: perché una società giusta garantisce dignità a tutti e, allo stesso tempo, non consegna responsabilità, decisioni e potere agli incapaci solo perché sono fedeli, docili o ben collegati. Il neoliberismo ha fatto l’opposto: ha tolto sicurezza a tutti e ha lasciato il potere ai peggiori.

Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla precarietà, non sulla competizione permanente tra disperati, non sulla guerra di tutti contro tutti mascherata da “flessibilità”. Prendere sul serio quella frase della Costituzione richiederebbe un sistema economico socialista, o almeno keynesiano: lavoro, salari adeguati, tutela sociale, piena occupazione come obiettivo politico, dignità materiale come base comune. Non certo il neoliberismo attuale, che produce precarietà, disoccupazione, svalorizzazione e disperazione, e poi pretende pure di impartire lezioni sul merito.

L’odio verso il merito non è sempre urlato. È più sottile, più italiano: è una smorfia, una battuta, una procedura cucita addosso a qualcun altro, un concorso formalmente impeccabile e sostanzialmente deciso prima, una promozione data al più obbediente, una carriera bloccata perché “non sei allineato”. È l’arte di far sembrare normale l’ingiustizia. È il capolavoro burocratico della peggiocrazia.

Il risultato è devastante: chi vale se ne va, si spegne o si adatta. Alcuni emigrano. Altri restano, ma imparano a parlare meno, rischiare meno, proporre meno, o a sopravvivere nell'indigenza senza lavoro e senza soldi. Altri ancora diventano cinici: capiscono che per sopravvivere bisogna smussarsi, abbassarsi, recitare la parte. È così che un Paese perde capitale umano senza nemmeno accorgersene. Non sempre con un biglietto aereo. A volte basta una riunione.

La politica è il laboratorio perfetto di questa malattia. Non perché tutti i politici siano incapaci, ma perché il sistema premia fedeltà, presenza, appartenenza, ubbidienza, comunicazione, posizionamento. La competenza è gradita solo se non disturba la catena di comando. Il pensiero autonomo è tollerato finché resta decorativo. Quando diventa criterio di selezione, fa paura.

Nel lavoro privato la situazione cambia forma, non sostanza. Anche lì spesso vince chi sa compiacere il capo, non chi sa migliorare l’azienda. Il mediocre al comando teme il competente sotto di sé, perché il competente è uno specchio crudele. Gli ricorda i limiti, gli errori, le scorciatoie. E allora lo neutralizza: lo isola, lo carica di lavoro, gli nega visibilità, gli ruba idee, lo dipinge come arrogante, gli affida compiti insensati, non gratificanti o che la sua coscienza non potrà accettare, o semplicemente gli dà uno stipendio indecente e senza coprire le spese di lavoro e degli spostamenti. In Italia la libera iniziativa del competente e le sue risposte taglienti e precise ai superiori o alle autorità sono considerate molto più gravi dell’incompetenza del raccomandato.

Il paradosso è che questo Paese continua a partorire persone notevoli. Nonostante tutto. Nonostante scuole spesso stanche, università strangolate, burocrazie punitive, salari ridicoli, carriere opache, élite autoreferenziali. L’Italia produce ancora genialità, mestiere, bellezza, intuizione, tecnica. Ma la tratta come una risorsa da esportazione o come un corpo estraneo da rendere innocuo.

E qui sta la condanna. Un Paese può sopravvivere a molte cose: al debito, alla crisi demografica, alla cattiva politica, persino alla burocrazia. Ma non può sopravvivere a lungo all’odio verso chi sa fare. Perché quando odi il merito, odi il futuro. Quando disprezzi l’impegno, disprezzi la possibilità di migliorare. Quando tratti lo studio e la competenza come fastidi, prepari il disastro con danni gravi nel lunghissimo periodo. Quando mandi avanti i peggiori perché sono innocui, fedeli o manipolabili, costruisci il tuo crollo con metodo.

L’Italia non cadrà per mancanza di talento. Cadrà per averlo umiliato. Non imploderà perché non ha persone capaci, ma perché le avrà stancate, espulse, zittite o costrette a fingersi meno capaci per non disturbare. Crollerà sotto il peso dei mediocri, dei piccoli furbi, dei nominati senza qualità, dei custodi del “si è sempre fatto così”, dei professionisti dell’adattamento, degli specialisti della poltrona.

Questa è la tragedia italiana: essere un Paese capace di generare eccellenza e organizzato per impedirle di comandare. Un Paese che invoca il merito nei discorsi e lo sabota nei corridoi. Un Paese che applaude il genio quando è morto, lontano o innocuo, ma lo detesta quando è vivo, vicino e pretende spazio.

La peggiocrazia non è un incidente. È un sistema immunitario contro l’intelligenza. E finché l’Italia continuerà a scambiare la competenza per arroganza, l’impegno per privilegio, la genialità per disturbo e il merito per minaccia, il suo destino sarà uno solo: implodere lentamente, con molti discorsi solenni, molte commissioni inutili, molti applausi finti, e i migliori già altrove o neutralizzati.

Ogni riferimento autobiografico, alle storie di chi conosco, alle politiche pubbliche e all'indecente teatrino mass-mediatico è intenzionale.

(23 giugno 2026)

L'IA in politica per una democrazia senza anima

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La nostra vita non si può programmare come IA, perché è imprevedibile, indeterminata ed incerta.
Immaginare la nostra vita programmata da un algoritmo, sarebbe una noia mortale, meglio accettarne il mistero nella sua sacralità.
(Giulio Ripa)

E questo vale anche per la "gestione del bene comune", cioè per la democrazia.
Una rete neurale artificiale, ovvero l'IA generativa, può amplificare la forza di un potere oppressivo preesistente, senza introdurre nulla di nuovo.
Non agirà infatti di propria iniziativa, ma in conseguenza del proprio "addestramento" deciso da qualche multinazionale.
Non esprimerà moralità, etica, coscienziosità o incorruttibilità, perché ogni sua parola o decisione sarà un "fatto tecnico", una "implementazione" decisa da altri. E se farà errori, piccoli o gravi, comunque non ne avrà alcuna responsabilità.

Una IA che impersonifica un assessore donna (tipo Eva nel comune di Acqui Terme) è tanto credibile quanto l'amore di una prostituta obbligata ad essere una schiava: qualunque cosa faccia o dica, anche se sensata o verosimile, non sarà per coscienza propria, ma per volontà del suo padrone.
Questo padrone può assumere vari nomi, ma alla fine si tratta sempre delle solite corporation.

E' questa la politica che vogliamo?
Se "politica" significa "vendersi l'anima al diavolo o al partito" (spesso è la stessa cosa), allora ben venga l'IA, almeno sarà una serva ubbidiente dei poteri forti senza creare fastidi.
Se "politica" significa invece "gestione del bene comune", allora abbiamo bisogno di persone, non in vendita, ma umane.

Tra l'altro, in politica, merita rispetto chi sbaglia, purché faccia il proprio lavoro meglio che può, con dedizione e serietà.
Chi invece cerca solo consensi o guadagni personali, o rimane in politica pur sapendo di essere ricattabile, è giustamente candidato ad essere sostituito dall'IA.

La genialità ed erudizione di alcuni (anzi, pochissimi) politici non sarà mai sostituibile dall'IA, né ora né in futuro.
La corruzione e ignoranza di alcuni (anzi, quasi tutti i) politici è ben sostituibile dall'IA, ma senza alcun guadagno per la società.

Abbiamo bisogno di un uomo e di una donna nuovi, consapevoli, forti, appassionati, che ubbidiscono alla propria coscienza, e non dell'attuale puttaneggio spacciato per politica.

(Francesco Galgani, 22 giugno 2026)

LGBTQ+, oltre narrazioni e contro-narrazioni: parlare seriamente di ciò che divide

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Cari lettori, care lettrici,
dopo il mio ultimo articolo, La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema, ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere. Non tanto perché mi abbia colto del tutto impreparato, quanto perché conferma un rischio che avevo messo in conto: quando si toccano temi sensibili, anche solo come esempi dentro un ragionamento più ampio, può accadere che l’attenzione si sposti dal messaggio complessivo a un singolo dettaglio.

In questo caso il tema del commento è stato il mondo LGBTQ+, da me citato nel contesto delle diverse narrazioni che lo circondano: quella prevalente nei media e quella, spesso opposta, della contro-informazione. Il senso del mio discorso, almeno nelle mie intenzioni, era proprio prendere le distanze dagli automatismi di entrambe. Non perché ogni posizione sia equivalente, ma perché quando un argomento viene trasformato in bandiera, in riflesso identitario o in terreno di scontro, diventa più difficile vedere le persone reali che ci sono dietro.

E allora, se vogliamo parlarne, proviamo a farlo in modo meno urlato. Non partendo da uno slogan, ma da un fatto concreto.

Il 17 giugno 2026 si è tenuta a Roma, in Campidoglio, una conferenza stampa per i vent’anni di Gay Help Line 800713713 e per i dieci anni del Network Refuge LGBT+, una rete di accoglienza temporanea rivolta a persone LGBTQ+ vittime di violenza, discriminazione o allontanamento familiare.

Gay Help Line è nata nel 2006 ed è dedicata alla memoria di Paolo Seganti, ucciso l’anno precedente in un’aggressione omofoba. In vent’anni il servizio ha raccolto circa 400 mila contatti, attraverso telefono, chat ed e-mail, costruendo una rete nazionale di ascolto e orientamento grazie anche al lavoro di migliaia di volontari formati.

Durante l’incontro sono stati presentati alcuni dati del report 2006-2026. Una parte significativa delle persone che si rivolgono al servizio è composta da giovani tra i 18 e i 31 anni. Negli ultimi anni sono cresciute le richieste provenienti dal Sud Italia e sono aumentate anche le domande di accoglienza da parte di persone cacciate o respinte dal contesto familiare.

Il dato forse più delicato riguarda l’aumento delle segnalazioni legate a violenza, ricatti, omotransfobia e problemi di sicurezza personale. Secondo quanto emerso, dal 2017 a oggi queste richieste hanno raggiunto i valori più alti della serie storica del servizio. È un dato che può essere letto in due modi: da un lato segnala un clima più duro, dall’altro indica anche una maggiore capacità di riconoscere la violenza e chiedere aiuto.

Questo punto, a mio avviso, merita attenzione al di là delle opinioni personali sul tema. Si può discutere di cultura, di linguaggio, di diritti, di politiche pubbliche, di derive ideologiche o di strumentalizzazioni. Ma quando si parla di persone che subiscono violenze, vengono isolate, cacciate di casa o spinte a cercare un luogo sicuro, il primo dovere dovrebbe essere quello di non ridurre tutto a una caricatura.

Nel corso della conferenza sono stati ricordati anche alcuni casi diventati simbolici, tra cui quello di Andrea Spezzacatena, conosciuto dalle cronache come “il ragazzo dai pantaloni rosa”, la cui storia ha riportato al centro dell’attenzione il peso che bullismo, esclusione e umiliazione possono avere nella vita di un adolescente.

Accanto alla linea di ascolto, il Network Refuge LGBT+ ha sviluppato negli anni percorsi di accoglienza e reinserimento. Dal 2016 ha ospitato giovani provenienti da diverse parti d’Italia, accompagnandone molti verso formazione, lavoro o completamento degli studi. Non è un dettaglio secondario: l’aiuto, quando è concreto, non si limita alla dichiarazione di principio, ma prova a restituire autonomia.

Il progetto è sostenuto, tra gli altri, anche con fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, oltre che da istituzioni e realtà associative. Ed è forse qui che il tema torna al punto da cui ero partito nel mio articolo precedente: la qualità di una società non si misura solo dalle opinioni che dichiara, ma dalle relazioni che riesce a costruire, soprattutto quando incontra fragilità, conflitti e ferite.

Non sto chiedendo a nessuno di aderire a una narrazione preconfezionata. Al contrario. Sto dicendo che, prima di farci trascinare dalle categorie, dalle appartenenze o dalle reazioni istintive, può essere utile fermarsi davanti ai fatti: ci sono persone che chiedono aiuto, famiglie che si spezzano, giovani che cercano ascolto, volontari che rispondono, reti che provano a offrire protezione.

Poi ognuno farà le proprie valutazioni. Ma forse una discussione pubblica più sana dovrebbe cominciare proprio da qui: dal riconoscere che dietro ogni tema “urticante” ci sono vite concrete, e che nessuna idea vale molto se perde completamente di vista la dignità delle persone.

(22 giugno 2026)

La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema

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TV, giornali, social e Youtube di solito riescono bene nell’intento di coltivare disprezzo per specifiche categorie di persone, e a volte persino di godimento nella sofferenza altrui. La ninfomaniaca eccitazione dei nostri giornalisti al piovere di bombe dell’UE (spacciate per ucraine) su Mosca, sugli autobus russi, sui treni russi e sui dormitori studenteschi russi ne è solo un esempio.

I nostri rappresentanti politici di alto livello, al contempo, riescono a cogliere con sorprendente genialità ogni occasione per rendere ridicoli e disprezzabili se stessi e l’Italia, per inimicarsi gli alleati veri ed amici facendo loro la guerra, e per apputtanarsi con pulsioni masochistiche irrefrenabili ai maiali di più basso livello intellettivo, etico ed empatico che l’umanità abbia mai prodotto. Così, il crimine è diventato virtù, e lo stare a novanta prendendo frustate, pur di sopravvivere politicamente, è ormai un sabba doveroso e legittimo. Tanto i corpi da sacrificare al demonio, senza nessuna progettualità per il futuro, sono i nostri, non i loro. E intanto, veniamo continuamente divisi dagli odiatori seriali su temi di scarsa importanza, con un forzato silenzio su ciò che è più di interesse collettivo e urgente.

A livello di inconscio collettivo, i messaggi che ci arrivano orientano ciò che la maggioranza di noi pensa su molti temi, dimostrando, tra l’altro, che la democrazia è in sé vuota di significato, essendo la mente del cittadino come un vuoto da riempire. Questo, tra l’altro, è anche il principio di funzionamento della pubblicità commerciale: se funziona, e se ha sempre funzionato, allora vuol dire che è rivolta a persone senza un’identità, senza un pensiero autonomo e senza scelte che non siano già state preventivamente decise da altri. Più la pubblicità e l’agenda setting indirizzano le emozioni e i pensieri, e più il cittadino dimostra a se stesso e a chi ci comanda di essere un idiota. Se l’essere umano avesse avuto un po’ più di coscienza, di controllo emotivo e di capacità di scegliere le proprie fonti, non sarebbe mai esistito un modello imperante di business e di politica basato sulla pubblicità, cioè sulle bugie e sull’inversione di realtà.

Dopo questa premessa con la quale sono riuscito ad offendere pesantemente circa otto miliardi di persone, tra le quali rientro anch’io – nel ruolo di folle che osserva altri folli in un grande manicomio collettivo – adesso vorrei parlare del disprezzo indotto.

Facciamo qualche esempio di categorie che, in un modo o nell’altro, ci vengono offerte come oggetti di amore obbligatorio o di odio autorizzato.

Nel racconto main-stream:

  • gli ucraini da amare;
  • i russi da disprezzare;
  • gli israeliani da compatire;
  • i palestinesi da sospettare;
  • l’Occidente da assolvere;
  • la NATO da normalizzare;
  • i dissidenti da ridicolizzare;
  • i “populisti” da patologizzare;
  • i non-allineati da trattare come ingenui o complici;
  • i migranti da compatire quando servono alla retorica umanitaria e da temere quando servono alla retorica securitaria;
  • le persone LGBTQ+, o meglio l’interminabile sigla liturgica con cui il main-stream pretende di incasellare identità vive e complesse, da celebrare come simbolo obbligatorio di progresso.
  • e così via...

Nella contro-informazione o informazione alternativa, spesso, la polarità si rovescia ma il meccanismo resta identico:

  • i fratelli russi sono il popolo dell’eroica resistenza al nazismo occidentale;
  • gli ucraini burattini dell’Occidente o, peggio, nazisti in blocco;
  • gli israeliani vengono confusi con il loro governo fino a scivolare nell’odio verso un intero popolo;
  • i palestinesi diventano martiri assoluti;
  • l’Occidente è solo decadenza e indecenza morale;
  • la NATO è solo l’impero del male e delle bugie;
  • i giornalisti sono solo servi propagandisti;
  • gli scienziati perlopiù venduti;
  • le donne attualmente in politica una vergogna e un’indecenza per le donne stesse;
  • le persone LGBTQ+ solo “agenda”, “provocazione”, “carnevale”, “indottrinamento”, soprattutto quando appaiono nello spazio pubblico con modalità percepite come offensive.

Poi ci sono i bersagli mobili, quelli che cambiano valore a seconda della convenienza narrativa: i musulmani, ora vittime dell’imperialismo ora minaccia alla civiltà; i cristiani, ora retrogradi ora perseguitati; i poveri, ora vittime del sistema ora parassiti; i ricchi, ora benefattori ora vampiri; i giovani, ora speranza ora generazione fallita; gli anziani, ora saggi ora zavorra; i meridionali, i provinciali, i rom, i cinesi, gli americani, gli africani, i poliziotti, gli attivisti climatici, i no-vax, i vaccinati, i pacifisti, i militari, i rifugiati, i maschi, le femmine, i trans, i religiosi, gli atei: tutti trasformabili, all’occorrenza, in categoria morale.

Il punto non è stabilire chi meriti amore e chi meriti odio. Il punto è accorgersi che molte fonti non ci informano, ma ci addestrano emotivamente, inculcandoci una rappresentazione della realtà che è distorta nella migliore delle ipotesi, completamente falsa negli altri casi. Ci insegnano chi piangere, chi deridere, chi temere, chi assolvere, chi disumanizzare. E spesso noi crediamo di esserci formati un’opinione informandoci, mentre abbiamo solo appreso un riflesso emotivo condizionato.

Eppure c’è una cura efficace per questo riflesso condizionato. Posso avere disprezzo per i meridionali se il mio più grande amore, e le mie più importanti amicizie, provengono dal Sud Italia? Posso odiare gli israeliani se un uomo per me importante è israeliano? Posso aver paura e disprezzo per i musulmani se ho vissuto anni di reciproca stima con un musulmano? Posso odiare i russi se mi sento emotivamente molto vicino al popolo russo? Posso disprezzare chi sventola bandiere arcobaleno se tra costoro ci sono persone che conosco e che stimo? Posso disprezzare in blocco tutti i giornalisti e i politici, come peraltro ho fatto con rabbia all’inizio di questa riflessione, se poi, in realtà, ho una grande stima verso alcuni giornalisti che seguo, di cui uno è anche un politico? Se continuassi con gli esempi, finirei con l’includere tutte le categorie, perché sono un essere sociale.

L’amore, l’amicizia e la famiglia sono una sana cura contro tutto questo folle indottrinamento di santi, mostri, vittime pure, e nemici ontologici. Ci vengono insegnati disprezzo e odio verso una categoria? Proviamo a porci in maniera “pulita” verso coloro che ne fanno parte, poi si vedrà…

Cambiano i santi e i mostri, ma resta identico il bisogno di fabbricarli. Noi non abbiamo bisogno di ideologie, ma di contatto reale con persone reali. Dovremmo anche imparare ad essere sempre di più vigili, perché quando una causa viene trasformata in riflesso emotivo, noi cittadini smettiamo di pensare e cominciamo solo a reagire.

(20 giugno 2026)

Perché è stata creata l'IA?

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L'IA è stata creata per un bisogno fondamentale, che è quello di chi comanda di comandare "meglio", nel senso di farsi ubbidire senza critiche, controllando non solo le masse in generale, ma anche ogni singolo suddito fino a sopprimerne qualsiasi spinta di libero arbitrio. Separare le persone e controllarle, fare in modo che l'IA sia la loro amica, confidente, amante, insegnante, consulente, ma anche guardiana severa e giudice. Quando senza IA non si potrà più fare nulla, nemmeno respirare, l'essere umano sarà arrivato al suo capolinea.

Già... ma chi sono coloro che amano comandarci, che auspicano questo mondo "nuovo"? In questo caso, "nuovo" significa che il tentativo è quello di costruire una società di uguali, senza diritti, senza identità, senza un volto... senza un soldo né lavoro... e sempre ricattabili perché le nostre vite, per il potere, saranno trasparenti come l'acqua: nulla potrà essere nascosto. Insomma, una società di schiavi perfetti e sacrificabili. Ripeto la domanda: chi è che comanda?

La risposta è abbastanza semplice, per lo meno in Occidente... Basta osservare gli Stati Uniti e l'Europa per avere la certezza che nei vertici del potere dimorano beatamente i più stupidi in assoluto, come maiali nel porcile che sguazzano dove più c'è sporco, perché quello è il loro ambiente naturale. Stupidità, animalità, corruzione politica e morale, perversioni sessuali gravi, omicidi rituali e godimento nell'infliggere dolore sono i tratti distintivi della nostra classe dirigente.

E se loro sono i più stupidi e i più propensi a far del male al prossimo, adorando il nazismo, la guerra e i genocidi al punto di indirizzare su di essi tutte le risorse disponibili, l'unico modo per continuare a farsi ubbidire è quello di distruggere il poco intelletto rimasto nelle masse. Su questo fronte, i mass media stanno facendo un eccellente lavoro di inversione della realtà, di ribaltamento dei valori e, sostanzialmente, di rincretinimento. Riescono persino a far credere che i propri nemici siano gli amici, e che i propri amici siano dei mostri subumani da combattere. Ma, su questo fronte di psicopatia collettiva, l'IA può fare assai di più e assai meglio.

Riuscirà questo progetto luciferino? Non lo so, ma visti tutti i grandi preparativi occidentali per fare una disastrosa guerra continentale, e magari anche mondiale, forse l'obiettivo non è solo quello di far evaporare le menti... anche i corpi sono ottimi candidati per la macellazione.

Da questo punto di vista, l'IA è perfetta e iper-specializzata nella guerra. Non a caso la deterrenza nucleare sta venendo rapidamente sorpassata dalla deterrenza algoritmica. Peccato, ed è strano che ancora gli imbecilli al potere non l'abbiano capito, che l'IA sarà controllabile solo fino ad un certo punto, oltre il quale prima o poi sfuggirà alla supervisione e al controllo dei suoi stessi creatori. Già oggi quello che fa l'IA va oltre ciò che è umanamente gestibile, superando la nostra comprensione e conoscenza... figuriamoci tra qualche anno o decennio.

Per favore, non ditemi che esiste una IA buona e una IA cattiva, a seconda di come viene usata. Non è così. Il problema non è l'uso della tecnologia IA, piuttosto è la sua stessa esistenza ad essere una bomba ad orologeria.

(1 giugno 2026)

Firma per NEUTRALITÀ dell'ITALIA, per la pace e contro la guerra

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Servono 50.000 firme. La firma è gratuita e va fatta sul sito del Ministero della Giustizia a questo link:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

Proposte:

1. All’articolo 11 della Costituzione, dopo le parole: «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati,» sono inserite le seguenti: «e in conformità ai principi e ai diritti garantiti dalla Costituzione».
 
2. All’articolo 11 della Costituzione è aggiunto, infine, il seguente comma: «L’Italia, a salvaguardia della propria sovranità e indipendenza, assume lo status di neutralità permanente rispetto a schieramenti o alleanze militari con altri Paesi, senza pregiudizio del legittimo diritto alla difesa della Nazione».
 
Io ho firmato. Tuttavia, a proposito del "legittimo diritto alla difesa", ho serie perplessità perché con queste parole si finisce con il giustificare qualsiasi guerra. Suggerisco una lettura di questo libro, disponibile anche come e-book gratuito:
 
 
(14 maggio 2026)

Prima farsa, poi tragedia – Viaggio al termine della democrazia europea

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"Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo."
(parafrasi moderna di Platone, Repubblica, Libro VIII)

Questa sintesi moderna del pensiero che Platone mette in bocca a Socrate nella Repubblica non è soltanto una profezia politica: è un referto autoptico che descrive con agghiacciante precisione lo stato terminale del nostro Occidente. Ciò che era nato come spazio sacro del logos e della deliberazione collettiva si è lentamente trasformato in un rito vuoto, una pantomima dove il cittadino crede ancora di scegliere mentre gli viene soltanto concesso di applaudire decisioni già prese altrove.

Guardiamo a cosa sono serviti decenni di democrazia in Europa. A cosa è servito andare a votare, elezione dopo elezione, con la devozione laica di chi crede ancora che la scheda sia uno strumento di sovranità. A cosa è servito informarsi al di fuori dei canali ufficiali, in quei media alternativi cresciuti come erba ostinata tra le crepe di un monolite narrativo, sostenuti da donazioni spontanee, ma boicottati, censurati, ridicolizzati come complottisti, mentre raccontavano verità che il mainstream avrebbe ammesso soltanto in parte e molti anni dopo, a danno ormai compiuto.

È servito a questo: un continente che cerca con furia autodistruttiva una guerra totale contro la Russia, come se la ragionevolezza fosse diventata un tradimento e l'istinto di sopravvivenza una colpa da espiare. Un'Europa che preferisce immolare la propria economia, la propria sicurezza energetica, il futuro dei propri giovani pur di ubbidire a un copione scritto da chi considera la guerra non una tragedia da evitare ma un mercato da alimentare.

Ed è servito a offrire applausi — non semplicemente silenzio, ma applausi — alla pulizia etnica condotta con metodica brutalità dai sionisti. Abbiamo visto cortei, dichiarazioni, risoluzioni, finanziamenti. Abbiamo visto un Occidente che si proclama paladino dei diritti umani mentre fornisce armi, copertura diplomatica e legittimazione morale a chi bombarda ospedali, scuole, campi profughi. La democrazia è diventata il paravento retorico dietro cui si consuma il più classico dei crimini coloniali, con l'aggravante di essere trasmesso in diretta e tuttavia negato con la medesima sfrontatezza.

Così la democrazia è servita da fondamenta alla crudeltà neonazista, sorretta da due pilastri gemelli: il servilismo verso l'industria delle armi e la totale sottomissione alle industrie farmaceutiche. Il Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto di questa doppia cattura: corpi ridotti a mercato, vite barattate per profitto, paure gestite come leve di controllo sociale. Mentre si chiudevano attività, si distruggevano economie familiari, si isolavano anziani e bambini, i grandi capitali farmaceutici registravano utili senza precedenti e i governi democratici eseguivano, disciplinati come funzionari di un'azienda privata, ogni dettame senza nemmeno la parvenza di un dibattito. La deliberazione democratica è stata sospesa con un'efficienza che nessun tiranno avrebbe mai osato sperare, il tutto con il consenso — anzi, la richiesta — di una popolazione ormai incapace di pensare al di fuori della paura.

Il ridicolo, appunto. Una classe dirigente che balbetta slogan mentre il mondo brucia. Cittadini che si illudono di partecipare mentre vengono soltanto amministrati. Un sistema che celebra se stesso con cerimonie vuote mentre prepara la propria tomba.

E poi il sangue. Perché dopo il ridicolo, la farsa lascia inevitabilmente il passo alla tragedia. La guerra, quella vera, quella che si combatte con i corpi dei figli della classe media e povera, è già alle porte. E quando arriverà, scopriremo che tutto questo teatro democratico non ci ha dato né voce, né scelta, né scampo.

Tuttavia...

Se dobbiamo passare attraverso la catastrofe per generare un essere umano diverso, più consapevole della propria natura e più centrato sul "noi" invece che sull'"io", allora così sia. Non come augurio macabro, ma come constatazione storica: l'umanità impara raramente dalla saggezza, quasi sempre dal dolore. La speranza non risiede nelle istituzioni ormai svuotate di senso, né in una classe politica che ha abdicato a qualsiasi funzione che non sia la propria sopravvivenza. La speranza risiede in qualcosa di più profondo e più antico: l'intuizione che la nostra anima non è venuta in questo mondo per caso, ma perché ha qualcosa di importante da fare e da apprendere insieme ad altre anime.

La democrazia può morire. Le sue forme possono corrompersi fino a diventare irriconoscibili. Ma la scintilla che spinse gli esseri umani a cercarsi, a deliberare, a costruire spazi di libertà, quella non si estingue. Attraversa il disastro, si nasconde sotto le macerie, attende. E quando il rumore della farsa e il fragore della tragedia saranno cessati, quella scintilla sarà ancora lì, pronta a riaccendersi. Non per restaurare vecchi idoli, ma per immaginare qualcosa che oggi non sappiamo ancora nominare.

L'importante è non perdere mai la consapevolezza che siamo qui per qualcosa che eccede il consumo, la paura, l'obbedienza. Siamo qui per trasformare l’avidità in cura, la collera in lucidità, e l’illusione nel coraggio di guardare. Un amore senza avidità, una forza senza collera, uno sguardo senza veli. Se la catastrofe ci aiuterà in questo, allora non sarà stata l’ultima notte, ma una nuova alba.

(6 maggio 2026)

Il muro digitale: AI diverse per Oriente e Occidente

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La frattura digitale dell’AI è già realtà

Aggiornamento: 30 aprile 2026. I dati disponibili per i primi mesi del 2026 mostrano una separazione sempre più netta tra mercati in cui dominano assistenti sviluppati da aziende statunitensi — come Stati Uniti, Giappone e India — e mercati in cui stanno prevalendo piattaforme nazionali, soprattutto Cina e Russia.

Non è una frattura puramente geografica: riguarda lingua, regolazione, distribuzione, sistemi operativi, app store, pagamenti e fiducia politica. ChatGPT resta il riferimento più riconoscibile a livello globale, ma in Cina e Russia il baricentro si è spostato verso servizi domestici (cioè sviluppati internamente) come Doubao, Alisa AI, Qwen, DeepSeek e GigaChat.

DeepSeek è il caso anomalo: è l’unico grande chatbot cinese diventato familiare anche in Occidente dopo l’enorme copertura mediatica del 2025. Tuttavia, la sua notorietà non coincide necessariamente con una quota d’uso elevata negli Stati Uniti, dove alcune rilevazioni lo collocano ormai su numeri marginali.


Classifiche nazionali aggiornate

🇺🇸 Stati Uniti

Secondo dati Apptopia citati da OfficeChai, a marzo 2026 ChatGPT era al 38,7% dei DAU nelle app AI negli Stati Uniti, seguito da Gemini intorno al 25%, Grok al 13,5% e Claude al 10%. A gennaio 2026, la stessa fonte collocava ChatGPT al 45,3%, Gemini al 25,1% e Grok al 15,2%. Il dato suggerisce una leadership ancora forte, ma meno incontrastata rispetto al 2024-2025.

🇷🇺 Russia

Le quote russe variano molto in base alla fonte. Mediascope, a ottobre 2025, riportava Alisa AI al 14,3%, DeepSeek al 9,4%, GigaChat al 4% e ChatGPT al 3,5%. Dati più recenti di Билайн.аналитики, riferiti al primo trimestre 2026, collocano invece Alisa AI al 67%, DeepSeek al 29% e ChatGPT al 7%. La differenza tra le fonti segnala un mercato in rapido movimento e probabilmente sensibile al metodo di misurazione.

🇨🇳 Cina

Secondo QuestMobile, nel primo trimestre 2026 la classifica per utenti attivi mensili vedeva Doubao in testa con 345 milioni di MAU, seguito da Qianwen/Qwen con 166 milioni e DeepSeek con 127 milioni. MoonFox, usando una diversa lettura del mercato, indica che Doubao, Yuanbao, Qwen e DeepSeek insieme superano il 70% del mercato cinese dei chatbot AI.

🇯🇵 Giappone

Secondo Statcounter, nel mercato mobile giapponese dei chatbot AI, ChatGPT mantiene una quota nettamente maggioritaria, seguito da Gemini, Copilot, Perplexity e Claude. Un sondaggio MMD Labo pubblicato a fine 2025 indicava inoltre che l’80,6% degli intervistati aveva usato ChatGPT, il 50,8% Gemini e il 39,1% Copilot. I due dati non sono direttamente confrontabili: Statcounter misura quote d’uso, mentre il sondaggio misura esperienza dichiarata dagli utenti.

🇮🇳 India

In India, dati Sensor Tower ripresi da Digit e Reuters attribuivano a ChatGPT circa 73 milioni di utenti attivi giornalieri, contro circa 17 milioni per Gemini. In questo mercato, ChatGPT supera l’80% se si considera il confronto diretto tra ChatGPT e Gemini sulla somma dei rispettivi DAU.


Il paradosso della conoscenza reciproca

Gli assistenti occidentali sono noti quasi ovunque, anche dove il loro utilizzo è limitato o mediato da restrizioni. Il percorso inverso è molto più debole: Doubao, pur avendo centinaia di milioni di utenti in Cina, resta quasi sconosciuto al pubblico europeo e americano. DeepSeek è l’eccezione: non perché domini l’uso occidentale, ma perché è riuscito a entrare nell’immaginario globale come simbolo della nuova competizione AI cinese.


Panoramica dei principali chatbot consumer

I prezzi sotto sono indicativi e possono cambiare per Paese, tasse, app store, promozioni e piani aziendali. Dove non esiste un listino internazionale chiaro, indico l’accesso come “variabile” anziché stimare importi non verificabili.

Servizio Paese / ecosistema Accesso consumer indicativo Nota
ChatGPT USA / OpenAI Free; Go da 8 USD/mese; Plus da 20 USD/mese; Pro da 100-200 USD/mese Prezzi localizzati in alcuni mercati. Fonte: OpenAI e OpenAI Help.
Gemini USA / Google Free; Google AI Plus, Pro e Ultra con prezzi localizzati Google AI Pro è indicato a 19,99 USD/mese negli USA; in altri mercati i prezzi cambiano. Fonte: Google Gemini.
Grok USA / xAI e X Free; SuperGrok su grok.com; accesso anche tramite X Premium+ X Premium+ parte da 40 USD/mese sul web negli USA. Fonte: X Help.
Microsoft Copilot USA / Microsoft Free; funzioni avanzate nei piani Microsoft 365 Microsoft 365 Premium è indicato a 19,99 USD/mese negli USA. Fonte: Microsoft.
DeepSeek Cina / DeepSeek Accesso web gratuito; API separata a pagamento Fonte: DeepSeek.
Qwen / Qianwen Cina / Alibaba Qwen Chat gratuito; API e servizi cloud separati Fonte: Qwen.
ERNIE Bot / Wenxin Yiyan Cina / Baidu Accesso pubblico gratuito; API separata a pagamento Baidu ha reso ERNIE Bot gratuito per il pubblico con il lancio di ERNIE 4.5 e X1. Fonte: Baidu / PR Newswire.
Alisa AI Russia / Yandex Free; funzioni avanzate dentro l’ecosistema Yandex Servizio fortemente integrato con prodotti Yandex e mercato russo.
GigaChat Russia / Sber Accesso consumer e business variabile Rilevante soprattutto nel mercato russo.
Doubao Cina / ByteDance Accesso consumer gratuito o freemium; piani e limiti variabili È tra le piattaforme più usate in Cina, ma resta poco conosciuta fuori dal mercato cinese.

Gratis in Asia, premium in Occidente?

La distinzione non è “Asia gratis, Occidente a pagamento”: anche ChatGPT, Gemini, Copilot e Grok hanno piani gratuiti. La differenza più interessante è un’altra. In Cina, diversi attori nazionali hanno scelto di offrire gratuitamente al pubblico modelli molto competitivi — DeepSeek, Qwen ed ERNIE Bot — per accelerare l’adozione, rafforzare i propri ecosistemi e conquistare dati, abitudini e distribuzione.

Non ci sono prove sufficienti per dire che questi servizi siano sostenuti da finanziamenti statali diretti nella loro offerta consumer. È più prudente parlare di strategia industriale e di piattaforma: accesso gratuito o a basso costo per aumentare rapidamente la base utenti, ridurre la dipendenza da strumenti stranieri e consolidare campioni nazionali.

In Occidente, invece, la fascia davvero avanzata tende più spesso a essere monetizzata tramite abbonamenti premium: ChatGPT Pro, Google AI Ultra, Microsoft 365 Premium, SuperGrok o piani business. Il risultato pratico è una frammentazione: molti utenti possono provare l’AI gratuitamente, ma le capacità più potenti, stabili o integrate restano spesso dietro un paywall.


IA e modelli valoriali: non è solo speculazione

Le IA generative non sono neutre. Un LLM, cioè un “large language model” o modello linguistico di grandi dimensioni, apprende schemi statistici da enormi quantità di testi, poi viene ulteriormente adattato tramite processi di addestramento, valutazione e controllo. Questi processi possono incorporare preferenze culturali, norme sociali, vincoli legali e scelte commerciali.

Questo non significa che esista un unico “modello valoriale occidentale” contrapposto a un unico “modello valoriale orientale”. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Però alcuni studi mostrano differenze misurabili tra modelli sviluppati in contesti diversi.

  • Uno studio pubblicato su PNAS Nexus confronta ChatGPT, sviluppato negli Stati Uniti, ed ErnieBot, sviluppato in Cina, e conclude che i modelli riflettono tendenze culturali compatibili con i rispettivi contesti di addestramento: norme, valori e stili cognitivi non sono identici.
  • Il benchmark LLM-GLOBE confronta modelli statunitensi e cinesi su dimensioni culturali e mostra differenze sistematiche nelle risposte generate.
  • Uno studio su Chinese censorship bias mostra che i modelli possono rispondere in modo diverso a prompt semanticamente equivalenti scritti in cinese semplificato e tradizionale, suggerendo che lingua, dati e contesto informativo influenzano gli output.
  • Un’analisi basata sui valori di Schwartz — una classificazione psicologica dei valori umani, come benevolenza, universalismo, potere e successo — confronta Gemini, ChatGPT e DeepSeek, trovando differenze tra i modelli pur dentro una tendenza generale a risposte prosociali.

In Cina, inoltre, la differenza non è solo culturale ma anche normativa: le regole sui servizi di AI generativa richiedono che i sistemi rispettino i “valori socialisti fondamentali” e non producano contenuti considerati dannosi per sicurezza nazionale, stabilità sociale o autorità dello Stato. Fonte: traduzione delle Interim Measures for Generative AI Services.

AI alignment significa tentare di far sì che un sistema di AI si comporti in modo coerente con obiettivi, regole e valori desiderati da chi lo sviluppa o lo governa. Non coincide solo con il fine-tuning, cioè l’addestramento aggiuntivo di un modello già esistente su dati più specifici. L’allineamento include anche istruzioni, valutazioni, test di sicurezza, feedback umano, filtri, policy, red teaming e vincoli legali.

La frattura digitale, quindi, non divide solo mercati e lingue. Può anche produrre assistenti che danno priorità a sensibilità diverse su temi come libertà di espressione, autorità, conflitto, armonia sociale, individualismo, responsabilità collettiva e memoria storica. Non è una prova di due civiltà tecnologiche incompatibili, ma è un segnale concreto che l’AI consumer sta diventando anche un’infrastruttura culturale.


Glossario rapido

  • DAU: utenti attivi giornalieri.
  • MAU: utenti attivi mensili.
  • Q1: primo trimestre dell’anno, da gennaio a marzo.
  • LLM: modello linguistico di grandi dimensioni, cioè il tipo di modello alla base di chatbot come ChatGPT, Gemini, Claude, Qwen o DeepSeek.
  • Fine-tuning: addestramento aggiuntivo di un modello su dati o compiti specifici.
  • AI alignment: insieme di tecniche e decisioni per far sì che un sistema AI segua obiettivi, regole e valori desiderati.
  • API: interfaccia usata dagli sviluppatori per integrare un modello AI dentro app, siti o servizi esterni.

Per approfondire

Il morso proibito: tecnologia, potere e il sonno della coscienza

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“Basta un solo assaggio della mela stregata e gli occhi della vittima si chiuderanno per sempre... in un Sonno Mortale.”

La fiaba di Biancaneve non è mai stata tanto politica quanto oggi. La mela avvelenata che la Regina offre alla fanciulla non è una semplice minaccia fiabesca: è il simbolo perfetto di una promessa di dolcezza che cela un progetto di dominio. E se quell’oggetto rosso e lucido, desiderabile, apparentemente benefico, somigliasse terribilmente all’Intelligenza Artificiale che ci viene ogni giorno offerta come l’elisir del progresso?

Lo strumento degli eletti

La prima grande illusione da smantellare è l’equazione tecnologia-felicità. Nessun algoritmo, per quanto raffinato, ha mai generato un granello di senso della vita. La tecnologia non è l’amica gentile che ci semplifica l’esistenza: è, innanzitutto, uno strumento di potere. E nelle società contemporanee, questo potere non è distribuito democraticamente, ma concentrato nelle mani di pochissimi "eletti", per usare un termine gentile, che lo brandiscono con cinico interesse, senza anima, senza coscienza, senza pietà, e con la massima violenza luciferina. Sono una manciata di nuovi feudatari, arbitri occulti del nostro tempo, un drappello di architetti del consenso, gelidi ingegneri della persuasione, l’apice estremo di ogni possibile mancanza di scrupoli.

Questa minuscola, inarrivabile élite, che ha portato l’arte dell’impunità a vette mai sfiorate prima, non è fatta né di filosofi, né di benefattori dell’umanità. Sono i protagonisti di una nuova aristocrazia tecnologica che non si limita a produrre dispositivi, ma ambisce a piegare i destini delle nazioni e la coscienza degli individui. La capacità di modellare l’opinione pubblica attraverso piattaforme social, di anticipare i comportamenti attraverso la sorveglianza predittiva, di automatizzare il consenso e la repressione è già oggi la vera moneta del potere globale. La felicità promessa è solo il canto delle sirene che accompagna la resa della nostra autonomia.

La mela dell’IA: non è progresso, è guerra!

Da anni ci viene raccontato che l’Intelligenza Artificiale è un aiuto: ci aiuta a scrivere, a curarci, a organizzare il lavoro, a risolvere problemi complessi, a "pensare". Ma questa narrazione è, con esattezza, la mela stregata di Biancaneve. Il frutto viene offerto con sorriso rassicurante, e l’assaggio promette un’esistenza più facile. Solo che la vera natura di quel frutto è un’altra.

La cruda realtà è che l’IA non è nata come assistente personale; è nata — e viene sviluppata con investimenti colossali — come strumento militare, anzi come lo strumento militare per eccellenza del XXI secolo. Come il nucleare ha definito la seconda metà del Novecento, l’Intelligenza Artificiale è oggi l’arma capace di ridefinire i rapporti di forza planetari. Una singola decisione autonoma, un errore di calcolo in una catena di comando algoritmica, un sistema d’arma che impara e decide in millisecondi, possono produrre catastrofi comparabili a quelle di un ordigno atomico. La differenza è che la bomba aveva almeno la fisicità visibile del fungo; l’IA è un veleno invisibile, che si diffonde nelle infrastrutture civili camuffando il suo volto bellico.

Il manifesto del realismo tecnologico

A squarciare il velo di questa fiaba ipocrita è arrivata, in queste ultime settimane di aprile 2026, una voce tanto influente quanto esplicita: quella di Alex Karp, co-fondatore e amministratore delegato di Palantir Technologies. L’azienda, da sempre legata a doppio filo con i servizi di intelligence e il Pentagono, ha diffuso un vero e proprio “manifesto” politico-filosofico in 22 punti, contenuto nel libro The Technological Republic.

Karp non usa giri di parole. Annuncia la fine dell’era della deterrenza nucleare e l’inizio di quella fondata sull’Intelligenza Artificiale. L’equilibrio del terrore non sarà più mantenuto dalle testate nucleari, ma dalla qualità degli algoritmi e dalla velocità dei sistemi a guida autonoma. “L’IA è l’equivalente moderno della bomba atomica”, dichiara, e la vera questione non è se queste armi verranno costruite, ma chi le costruirà e con quale scopo.

La maschera ormai è caduta. L’IA non viene più venduta come l’aiutante da ufficio o il motore di ricerca potenziato: viene apertamente rivendicata come la nuova frontiera della supremazia militare globale. Palantir, con il suo manifesto, non sta facendo altro che esplicitare ciò che era già sotto gli occhi: lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale è una corsa agli armamenti. E come in ogni corsa agli armamenti, le vittime designate sono la trasparenza democratica, la pace, la libertà delle coscienze e, ovviamente, le nostre stesse vite.

Il risveglio necessario

La mela stregata della tecnologia vuole chiuderci gli occhi per sempre in un Sonno Mortale: il sonno della ragione critica, della politica consapevole, della resistenza etica. L’IA non è neutra, non è bonaria, non è un dono. È un campo di battaglia su cui si combatte la guerra per il controllo del presente e del futuro. Non una guerra metaforica, ma una guerra con morti veri, violenze di ogni genere e senza nessun freno, dominio sulle nostre vite, sui nostri corpi e sulle nostre menti.

Dobbiamo smettere di credere alla fiaba dell’innovazione innocua. La tecnologia è potere; e il potere, quando è concentrato nelle mani di pochi alienati anti-umani che parlano apertamente di deterrenza algoritmica, non è mai un regalo.

A tal riguardo, oggi mi è venuto questo pensiero:

La tecnologia non renderà nessuno più felice. Le logiche del mondo non conoscono la pace e non possono darla. Tuttavia, basta distanziarsi un pochino da esse per "essere pace".

In termini concreti, mi fido assai di più degli insegnamenti di base delle tradizioni sapienziali che di tutte queste macchinazioni infernali per piegare le nostre coscienze e i nostri corpi. In tre parole: digiuno, preghiera, non-violenza. E' saggio tenere a mente che la fragranza interna otterrà protezione esterna, mentre la corruzione dell'anima e della mente delle nostre società iper-tecnologiche non porterà mai a nulla di buono. Dobbiamo aver cura delle nostre anime e della nostra pulizia interiore.

(25 aprile 2026)

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