In questa intervista sul canale «Spunti di riflessione», riprendiamo il discorso avviato con l’intervista della settimana scorsa, tornando sul tema della responsabilità umana nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Parto da una distinzione che ritengo fondamentale: la macchina non è un essere vivente né senziente. L’intelligenza appartiene alla vita, non agli algoritmi, ai quali tendiamo invece ad attribuire qualità umane, quando non addirittura divine.
Rileggo una mia profezia del 2019 sul ruolo dissacrante dell'intelligenza artificiale e sul rischio di non saper più distinguere ciò che è vivo da ciò che è soltanto una simulazione. Da qui nasce una riflessione sulle qualità umane più importanti: l’amore, la creatività, la consapevolezza e la capacità di costruire relazioni autentiche. Sono dimensioni che richiedono tempo e che non possono essere subordinate alle logiche della velocità, del profitto e della competizione.
Mi soffermo su come l’innovazione tecnologica possa ostacolare, anziché favorire, la crescita della consapevolezza. I limiti umani non sono una sconfitta, né qualcosa di cui vergognarsi: considerarli con disprezzo significa accettare un confronto disumanizzante con le prestazioni delle macchine. Le nostre priorità non possono essere stabilite dalla tecnologia, o, più precisamente, da chi la controlla e la promuove.
Una frase di Pier Paolo Pasolini del 1975 (cfr. intervista completa) ci accompagna nella critica a un sistema che ci educa al possesso e alla sopraffazione, spingendoci a primeggiare a ogni costo. In questo contesto si inserisce la seduzione del mezzo tecnico: la promessa di risparmiarci la fatica può sottrarci anche le esperienze attraverso cui impariamo, maturiamo e incontriamo gli altri. Ne parliamo attraverso esempi scolastici e quotidiani, insieme ad alcune mie esperienze nell’editoria, nella programmazione e nella creazione artistica. Il punto non è soltanto che cosa riusciamo a produrre, ma che cosa diventiamo nel percorso e quali relazioni costruiamo lungo la strada.
Lo sguardo si allarga poi alla competizione tra grandi potenze. Commento l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump, soffermandomi sul rapporto tra concorrenza e cooperazione. Affrontiamo anche l’impiego dell’IA in campo militare e il problema della responsabilità quando i tempi per decidere della vita e della morte vengono compressi fino a pochi secondi. Attribuire una strage a un errore della macchina non può diventare un modo per assolvere gli esseri umani.
Richiamo quindi il mio testo «Non siamo sacrificabili. Manifesto contro la sostituzione dell’umano», nel quale propongo di andare alla radice della questione: il problema non è soltanto l’uso dell’intelligenza artificiale, ma la sua stessa esistenza.
Nella parte conclusiva affronto alcuni grandi inganni dell’IA: la confusione tra contenuti autentici e falsificati, la seduzione di interlocutori artificiali sempre disponibili e compiacenti, e l’illusione che basti impartire istruzioni per mantenere il controllo. Il filo conduttore resta il diritto, e insieme il dovere, di restare umani, senza rinunciare al pensiero autonomo, alle relazioni e alla responsabilità delle nostre scelte.
Il libro citato in chiusura è Oltre l’invisibile, di Federico Faggin.
(28 settembre 2026)
Interviste precedenti:
- 24 agosto 2026: Sapere di non sapere, la vera scienza
- 24 luglio 2026: Social e giovani, tra divieti e qualche domanda per i genitori
- 25 gennaio 2025: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
- 27 agosto 2024: La base dell'educazione umana è l'amore, non lo smartphone