Il Budda e la salute: perché non mangiare di sera, meglio solo di mattina
Quando si parla della regola buddista di non mangiare dopo mezzogiorno (o, in traduzioni letterali, di “non mangiare fuori tempo”), generalmente, in molti testi divulgativi in italiano, ci si limita a considerarne le motivazioni sociali, trascurando del tutto quelle salutistiche o, peggio, asserendo che non ce ne sono. Nei testi che ho letto, tra l'altro, di solito manca una precisa citazione dei testi canonici.
Per queste ragioni, ho deciso di scrivere questo piccolo approfondimento.
Le motivazioni salutistiche
Partiamo dal Majjhima Nikāya 70 (Kīṭāgiri Sutta), nel Sutta Piṭaka del Canone pāli:
- Testo canonico in pāli (SuttaCentral):
https://suttacentral.net/mn70/pli/ms - Traduzione inglese (SuttaCentral):
https://suttacentral.net/mn70/en/sujato
Il Budda afferma in prima persona di evitare il pasto notturno e descrive gli effetti che osserva: meno disturbi, meno malattie, leggerezza, agilità, forza e una vita più confortevole. Poi invita i monaci a fare lo stesso.
Traduzione:
“Così ho udito.
Una volta il Beato stava peregrinando nel paese dei Kāsī insieme a una grande comunità di monaci. Là il Beato si rivolse ai monaci:
‘Monaci, io mangio astenendomi dal pasto notturno. E, monaci, astenendomi dal pasto notturno, mi riconosco in questo modo: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.
Su, monaci: anche voi mangiate astenendovi dal pasto notturno. E anche voi, monaci, astenendovi dal pasto notturno, vi riconoscerete così: con poche indisposizioni, con poche malattie, con agilità e prontezza, con forza, e con un vivere confortevole.’
‘Sì, venerabile’, risposero quei monaci al Beato.”
Dopo mezzogiorno?
Nel sutra appena citato la formula è rattibhojana (pasto notturno). La regola del “dopo mezzogiorno” è formulata in modo più preciso nel Vinaya (la disciplina monastica).
Le motivazioni sociali
La motivazione del proteggere se stessi dai pericoli e del non disturbare i laici di notte per elemosinare cibo si trova, ad esempio, in MN 66, nella maledizione pronunciata da una donna spaventata da un monaco:
In passato, i mendicanti vagavano alla ricerca di elemosine nel buio della notte. Si addentravano in una palude, cadevano in una fogna, urtavano contro un cespuglio spinoso, si scontravano con una mucca addormentata, incontravano giovani in fuga dopo aver commesso un crimine o diretti a commetterne uno, oppure venivano invitati da una signora a compiere atti osceni.
Una volta mi capitò di vagare in cerca di elemosina nel buio della notte. Una donna che lavava una pentola mi vide alla luce di un lampo. Spaventata, gridò: “Ahimè! È un maledetto demone!”.
Quando disse questo, io le risposi: “Sorella, non sono un demone. Sono un mendicante in attesa di elemosina”.
“Muori, padre del mendicante! Muori, madre del mendicante!”. Meglio farsi squarciare il ventre con una affilata mannaia da macellaio che vagare per l'elemosina nel buio della notte per il bene del proprio ventre!
Contesto storico e approfondimenti
Riporto una traduzione della nota 227 del monaco Bhikkhu Sujato, tratta dal PDF "SuttaCentral Editions - Middle Discourses II" a pag. 151:
Sebbene non sia riuscito a trovare alcuna regola giainista riguardante il mangiare nel pomeriggio, non mangiare di notte (rattibhojanā) era una pratica standard degli asceti giainisti (Uttarādhyayana 19.30, 13.2; Dasaveyāliya 4.6, 6.26; Sūyagaḍa 1.2.3.3). Essa fu adottata sin dalle prime fasi della Formazione Graduale (MN 27:13.9). Il mancato rispetto di questa regola da parte dei mendicanti portò alla definizione di una regola formale del Vinaya (Bu Pc 37). Tuttavia, alcuni finirono per pentirsi delle loro obiezioni, riconoscendo che il Budda aveva agito per il loro bene (MN 66:6.4). | La pratica correlata di mangiare in un'unica seduta, al contrario, non è richiesta nel Vinaya, ma era incoraggiata (MN 21:7.4, MN 65:2.1).
Concludo con un invito ad approfondire ulteriormente sui testi canonici, senza dare troppo credito a chi scrive senza citare le fonti.
(21 gennaio 2026)
Anche quando il cuore soffre e piange...
Anche quando il cuore soffre e piange, c'è sempre uno spazio protetto dove andare.
Questo luogo si trova nascosto nella matassa delle relazioni.
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(dedicato a Silvia Tagliaferri, 5 gennaio 2026, vai alla mia galleria)
Fidarsi del miracolo della vita
Ho il sospetto che una delle cause primarie della sofferenza umana sia il fatto di "non fidarsi" della vita, ovvero di non riuscire ad essere una "tranquilla presenza" in questo mondo, felice per il semplice fatto di esserci. Già questo basterebbe, eppure non siamo mai contenti.
Il malcontento nasce fin da piccolissimi, se entriamo nel binario di pensiero che l'amore dei genitori sia "condizionato" dai nostri comportamenti, ovvero se dobbiamo fare qualcosa per meritarcelo. Da adulti, questo si traduce negli insegnamenti della società secondo cui "se non produci abbastanza", "se non guadagni abbastanza", allora non meriti di esistere... Quindi, siamo educati all'incapacità di amare.
Il significato del "fare" senza aspettative di giudizi sociali o interiorizzati è nell'azione fatta per il desiderio di farla, senza motivazioni ulteriori. Non abbiamo bisogno di "consumare" o di "produrre" per giustificare ciò che facciamo. Non abbiamo bisogno di giustificarci né agli altri, né a noi stessi.
Collegato a tutto questo, ovvero all'amare la realtà così com'è, al fidarsi della vita, allo sgombrare la mente da zavorre inutili e controproducenti, c'è la consapevolezza dell'andare bene, dell'essere ok, così come siamo. "Io sono ok, tu sei ok".
L'uomo medio di oggi, quello che con i suoi comportamenti esemplifica la quasi totalità della popolazione, non riesce né ad essere tranquillo, né a credere di andare bene così com'è. Da ciò ne seguono un'infinità di comportamenti disfunzionali. Tra questi, paradossalmente, non ci sono soltanto un ben nutrito numero di dipendenze, ma anche l'erudizione, l'essere intellettuali, il caricarsi di studio e di conoscenze.
Le conoscenze che servono davvero sono poche come le foglie che possono stare nelle proprie mani. Tutte le altre foglie della foresta non ci servono, possiamo farne a meno e rimanere più leggeri.
La cura per le sofferenze inizia dal fidarsi della vita e dall'amarla. Se questo non c'è, l'alternativa è il caos totale in cui l'umanità sta sprofondando.
Alcuni spunti:
1. Più diventi silenzioso, più inizi a sentire ciò che conta davvero.
2. Non inseguire nulla: ciò che è destinato a te arriva nella quiete.
3. Una mente limpida è più forte di una mente sempre occupata.
4. La felicità nasce dalla disciplina, non dal desiderio.
5. Chi domina la pazienza, domina la vita.
6. Soffri perché lotti contro ciò che è.
7. Meno cose superflue possiedi, più leggero diventa il tuo cuore.
8. La rabbia è come un carbone ardente: brucia solo la mano che lo stringe.
9. La routine vissuta con consapevolezza diventa meditazione.
10. La vera forza è essere gentili quando è più difficile.
11. L’ego urla, la saggezza sussurra.
12. Più osservi le cose semplici con stupore e sacralità, e più ti accorgi che tutto è un miracolo.
13. La verità non ha bisogno di essere urlata.
14. Il sorriso è la causa, non l'effetto, della felicità.
15. Questo punto scrivilo tu.
(15 gennaio 2025)
Il potere del Gohonzon è assoluto
Nichiren Daishonin, all'isola di Sado, era "armato" solo della sua fede nel Sutra del Loto, cioè nel Gohonzon, cioè in Nam-myoho-renge-kyo. Adempiere allo scopo per cui si era incarnato era la motivazione principale che lo teneva vivo.
Il potere del Gohonzon è assoluto, più forte di qualsiasi cosa, più forte di tutte le ricchezze materiali e più forte della bomba atomica. Nonostante due bombe atomiche, oggi l'insegnamento del Daishonin è diffuso in tutto il mondo.
Questo significa che alla logica della guerra possiamo contrapporre una logica molto più forte, che non ha bisogno di violenze e che nel tempo sarà l'unica vincente.
(10 gennaio 2026)
