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Yūraku: che cosa significa «felicità» nel Buddismo di Nichiren Daishonin?

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Per chi pratica il Buddismo di Nichiren Daishonin nella Soka Gakkai, la «felicità» è una parola centrale. Orienta la preghiera, accompagna lo studio e ricorre nei dialoghi di incoraggiamento. Proprio per questo merita attenzione: il significato che le attribuiamo può influire sul modo in cui comprendiamo la pratica e valutiamo la nostra esperienza.

Conoscere i termini giapponesi dei Gosho ci aiuta a distinguere il testo di Nichiren, le spiegazioni con cui oggi lo studiamo e il significato comune di “felicità”. 

Yūraku: la parola del Gosho “Felicità in questo mondo”

Nella lettera a Shijō Kingo del 1276, conosciuta in italiano come Felicità in questo mondo, il termine tradotto con “vera felicità” è yūraku (遊楽). Lo precisa la nota 1 dell’edizione italiana.

Il titolo del testo originale in giapponese è 衆生所遊楽御書 — Shujō sho yūraku gosho, ovvero:

Termine Rōmaji Traduzione e spiegazione
衆生 shujō Esseri viventi, esseri senzienti: nel lessico buddista, gli esseri che sperimentano l’esistenza e la sofferenza, non soltanto gli esseri umani.
所 sho Luogo; nella frase, “il luogo in cui” oppure “dove”.
遊楽 yūraku Godere, dilettarsi, vivere nella gioia. Nel passo del Sutra del Loto ripreso da Nichiren: “essere felici e a proprio agio”.
御書 gosho Scritto, espresso in forma rispettosa: go (御) è un prefisso onorifico; sho (書) significa “scritto”. Nella tradizione di Nichiren indica i suoi scritti e le sue lettere.

Quindi, il titolo completo può essere parafrasato così:

Scritto sul luogo in cui gli esseri viventi sono felici e a proprio agio.

Breve nota grafica: ū indica una u lunga, senza il segno sopra la “u” si può scrivere yuuraku; tuttavia, nelle pubblicazioni italiane, si incontra comunemente yuraku.

Il significato buddista emerge dal contesto

Il dizionario giapponese colloca yūraku nel campo del diletto, del divertirsi e del godere piacevolmente. La parola, considerata da sola, non contiene già tutta la dottrina della felicità buddista: per comprenderla nel Gosho occorre seguire il ragionamento del Daishonin.

Nichiren collega infatti yūraku a jiju hōraku (自受法楽), espressione che rimanda al godere personalmente della gioia della Legge. Il significato buddista del termine riguarda il Budda che assapora la propria illuminazione. Il glossario della Soka Gakkai lo spiega come il godere in prima persona dei benefici della Legge mistica.

Per chi recita daimoku, questo legame è essenziale. La gioia è inseparabile dalla fede nel Sutra del Loto e dalla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Espressioni come “forza interiore” o “capacità di affrontare le difficoltà” possono aiutare a coglierne alcuni aspetti, ma la spiegazione di Nichiren comprende un riferimento preciso alla Buddità.

La felicità può attraversare anche la sofferenza

Nella stessa lettera, il Daishonin scrive:

«Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo».

Questo passaggio riconosce entrambe le esperienze. La presenza della sofferenza, da sola, non permette quindi di concludere che una persona abbia fallito nella pratica. È una conseguenza della lettura del testo: la gioia di cui si parla comprende un rapporto con la vita più ampio dell’umore di un singolo momento.

Anche la nota 6 dell’edizione italiana interpreta i verbi dell’originale giapponese come un invito a comprendere attivamente ciò che si vive:

Lett.: «Quando c’è la sofferenza illuminati rispetto alla sofferenza e quando c’è la gioia apriti rispetto alla gioia». Il verbo satoru “illuminarsi” suggerisce non una mera rassegnazione alla sofferenza, ma un atteggiamento attivo nei confronti di essa che scaturisce da uno stato vitale elevato e permette di comprenderne il valore per la propria trasformazione individuale. Il verbo hiraku, “aprire”, è lo stesso carattere usato nel Gosho L’apertura degli occhi (Kaimoku sho), cioè kai, che si pronuncia anche hiraku. Suggerisce l’importanza di non abbandonarsi ciecamente all’estasi della gioia, ma continuare a mantenere una pratica costante, usando la gioia come trampolino di lancio per la gioia senza limiti che deriva dalla Legge.

Per un praticante, questa lettura invita a riconoscere con sincerità la propria esperienza. Un periodo di sofferenza non esaurisce il significato della propria vita, così come un momento di entusiasmo non ne riduce la profondità. Si può dare spazio a ciò che si prova e continuare a cercare, nella pratica, un modo più consapevole di vivere.

Felicità relativa e assoluta: la spiegazione di Toda

Nel linguaggio della Soka Gakkai ricorre la distinzione fra felicità relativa e felicità assoluta. La presentazione ufficiale dell’insegnamento sul "Conseguimento della Buddità in questa esistenza" attribuisce esplicitamente questa formulazione a Jōsei Toda.

La felicità relativa dipende da condizioni favorevoli e dall’appagamento dei desideri. La felicità assoluta viene descritta come una condizione vitale nella quale il vivere stesso è fonte di gioia, anche al mutare delle circostanze. Nella spiegazione della Soka Gakkai, il conseguimento della Buddità corrisponde allo sviluppo di questa condizione.

Nella vita quotidiana, questa prospettiva può orientare il nostro impegno verso condizioni migliori senza affidare a un unico risultato tutto il valore della nostra esistenza. Chiamare “relativa” una felicità non obbliga a disprezzarla: gli affetti, la sicurezza e la soddisfazione per un obiettivo raggiunto conservano il loro valore. Il chiarimento riguarda il fondamento e la stabilità della felicità che si cerca attraverso la pratica.

Shiawase e kōfuku: la felicità nel giapponese comune

Se cerchiamo come si dice “felicità” nel giapponese di oggi, incontriamo soprattutto due vocaboli:

  • Shiawase (幸せ): felicità, condizione desiderabile per la persona, soddisfazione e anche buona sorte. È il campo di significato descritto dal dizionario Daijisen.
  • Kōfuku (幸福), scrivibile anche koufuku: felicità, appagamento, condizione piacevole e soddisfacente, anche legata a circostanze favorevoli. La definizione lessicografica rinvia espressamente a shiawase.

I loro significati si sovrappongono ampiamente. Un giapponese che parla della propria shiawase non sta necessariamente esprimendo una concezione buddista. Per comprendere Nichiren, la traduzione di un dizionario contemporaneo va quindi accompagnata dallo studio del passo originale.

Che cosa cambia rispetto alla parola italiana “felicità”?

Anche in italiano “felicità” può indicare una gioia momentanea, una soddisfazione profonda o una condizione spirituale.

La differenza decisiva, in questo caso, dipende dall’insegnamento e dal contesto. Quando leggiamo “felicità” nel Gosho, possiamo comprenderla attraverso una parafrasi: una gioia radicata nella Buddità, vissuta nelle circostanze ordinarie e capace di attraversare anche le difficoltà.

(4 novembre 2026)

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