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Proteste studentesche violente: guardare con gli occhi di chi subisce

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Di fronte alle violenze esplose in alcune manifestazioni studentesche europee, mi torna una domanda: che cosa vede, e soprattutto che cosa prova, chi si trova dall’altra parte? Penso a chi cerca riparo, a chi teme per una persona cara, a chi viene colpito mentre fa il proprio lavoro.

Possiamo condividere una protesta e giudicare inaccettabili alcuni gesti compiuti al suo interno. La paura di chi subisce un’aggressione merita attenzione anche quando il suo ruolo o le sue idee ci sono estranei. La domanda che vorrei rivolgere anche a me stesso è questa: la nostra idea di giustizia riesce a comprendere quella paura?

Provare a cambiare posto

Un episodio del Sutra Vimalakrti, ripreso da Daisaku Ikeda, mi sembra illuminante. Una dea scambia temporaneamente il proprio aspetto con quello di Shariputra, discepolo del Budda: lo mette così nella condizione di riconoscere lo sguardo discriminatorio che aveva rivolto a lei. Ikeda commenta:

Ciò che ritengo significativo qui è come lo scambio di aspetto consentì a Shariputra di diventare profondamente consapevole dello sguardo discriminatorio che aveva riservato alla dea, e di conseguenza fu in grado di rendersi profondamente conto del suo errore.
 
Con il progredire della globalizzazione, un numero sempre maggiore di persone si sposta oltre frontiera e molti, attraverso l'esperienza di viaggiare o di vivere in un altro paese, sono stati costretti a riconoscere quel tipo di sguardo discriminatorio che avevano gettato inconsapevolmente su altri gruppi quando vivevano nel loro paese di origine. Questo rende ancora più importante che le persone si allenino a comprendere gli altri e a vedere le cose attraverso i loro occhi.
 
Senza questi sforzi, in particolare in periodi di elevate tensioni, è fin troppo facile che le nostre idee personali di cosa sia la pace o la giustizia diventino una minaccia per la vita e la dignità di altre persone. Ecco perché il rovesciamento di prospettiva sperimentata da Shariputra è così importante: ci porta a vedere la minaccia implicita nello sguardo che rivolgiamo agli altri. Ci invita a immaginare attivamente le minacce avvertite dagli altri per se stessi e le loro famiglie e rovescia le nostre supposizioni e affermazioni.

Daisaku Ikeda, Proposta di pace 2015, «Buddismo e società», n. 170, sezione «Espandere l’amicizia per porre termine alla guerra».

Proviamo a fare quello scambio: immaginare il terrore di chi teme di essere ferito, il suo bisogno di trovare riparo, il desiderio di tornare a casa. Che cosa cambia nelle nostre ragioni, se ci mettiamo al suo posto?

La solitudine dentro il rumore

Mi chiedo se, in certi gesti, non ci sia anche una solitudine che cerca sollievo nel gruppo. In mezzo a migliaia di persone possiamo sentirci riconosciuti e protetti. Il rumore può darci l’impressione di essere finalmente qualcuno. Ma l’appartenenza diventa pericolosa quando ci abitua a cercare un nemico e a smettere di interrogarci.

Chiamo sterile la solitudine che cerchiamo soltanto di stordire. Fare un gran casino può essere un modo per non ascoltare ciò che ci manca. E lo schermo può prolungare questa fuga, quando passiamo da una reazione all’altra e perdiamo il tempo dell’attenzione.

Possiamo abitare diversamente anche il tempo da soli: leggere, dipingere, scrivere, pregare con gratitudine; assaporare un frutto, sentire l’odore di un prato, ascoltare il mare. E possiamo tornare ad ascoltare davvero una persona cara. È in questa attenzione alla vita, per me, che comincia la consapevolezza.

Penso anche all’Urlo di Edvard Munch: vi riconosco un’angoscia che chiede di essere ascoltata. L’arte può dare una forma al dolore e renderlo condivisibile. Forse dovremmo imparare a riconoscere quel grido anche sul volto di chi si trova davanti a noi.

Urlo di Edvard Munch

Una causa che vuole prendersi cura del mondo deve essere capace di fermarsi davanti alla paura di una persona.

E sotto questo frastuono temo che covi anche il desiderio di una mano forte: un potere che prometta di ristabilire l’ordine, chiedendoci in cambio di accettare l’oppressione. La violenza può rendere seducente questa promessa, soprattutto quando ci illudiamo che a perdere la libertà saranno sempre gli altri. È qui che rischiamo di preparare il terreno a nuove paure, nuove persecuzioni, nuove guerre.

Per questo vorrei prendere sul serio la storia della dea: riconoscere il terrore di chi abbiamo davanti, anche quando siamo convinti di agire per il bene di tutti.

(23 ottobre 2026)

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