Presento una traduzione dei glossari e dei commenti di uno studio in sette parti sul Gosho «La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”», pubblicato nel 2024 su Il Gosho giorno per giorno, un sito giapponese dedicato agli scritti di Nichiren. Le sette parti seguono lo stesso Gosho, che riporto nella traduzione ufficiale della Soka Gakkai italiana.
Data e destinataria del Gosho: diciassettesimo giorno del quarto mese del primo anno di Bun’ei (1264); Nichiren aveva quarantatré anni. Lettera alla moglie di Daigaku Saburo.
Indice
- I benefici della recitazione del daimoku
Testo del Gosho · Glossario · Commento - Elogio della fede della destinataria nel Sutra del Loto
Testo del Gosho · Glossario · Commento - L’immensità dei benefici del daimoku
Testo del Gosho · Glossario · Commento - I benefici della fede e le conseguenze dell’offesa alla Legge
Testo del Gosho · Glossario · Commento - La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”
Testo del Gosho · Glossario · Commento - La pratica durante il periodo mestruale
Testo del Gosho · Glossario · Commento - I punti essenziali della pratica
Testo del Gosho · Glossario · Commento
Fonti, collegamenti ai Gosho e criteri della traduzione
Capitolo 1. I benefici della recitazione del daimoku
Testo del Gosho
Nella lettera che mi hai inviato dici che eri solita leggere l’intero Sutra del Loto in ventotto giorni, leggendo un capitolo al giorno, ma che adesso leggi una volta al giorno il capitolo “Re della Medicina”. Mi chiedi se sarebbe meglio leggere ogni giorno un capitolo diverso come facevi prima.
Nel caso del Sutra del Loto, si può recitare ogni giorno l’intero sutra di ventotto capitoli in otto volumi; si può recitare soltanto un volume, o un capitolo, un verso, una frase, una parola, o anche semplicemente recitare il daimoku, Nam-myoho-renge-kyo, una sola volta al giorno, o una sola volta nella vita. Oppure si può gioire nell’udirlo recitare una sola volta nella vita, o anche gioire sentendo la voce di un altro che gioisce nell’udirlo, e così via sino al cinquantesimo ascoltatore. E chi si trovasse alla fine [di questo processo di trasmissione da una persona all’altra], anche se la sua fede fosse debole e la sua sensazione di gioia fievole come la fragilità di un bambino di due o tre anni, o come l’incapacità di una vacca o di un cavallo di distinguere il prima dal poi, riceverà benefici cento, mille, diecimila, centomila volte maggiori di persone dotate di un’acuta intelligenza e di un’elevata saggezza che studiano altri sutra, persone come Shariputra, Maudgalyayana, Manjushri e Maitreya che hanno mandato a memoria il testo completo dei vari sutra.
Questo si legge sia nel Sutra del Loto sia nei sessanta volumi dei commentari di T’ien-t’ai e di Miao-lo. Infatti, il sutra afferma: «Neppure la saggezza del Budda potrebbe mai finire di calcolarne la portata». Nemmeno la saggezza di un Budda può conoscere i benefici che tale persona otterrà. La saggezza del Budda è talmente meravigliosa che egli può sapere quante gocce di pioggia cadono in questo sistema maggiore di mondi, per esempio, in un periodo di sette giorni o di due volte sette giorni, eppure è scritto che i benefici ottenuti da una persona che reciti anche una sola parola del Sutra del Loto sono l’unica cosa che non può conoscere. Come possiamo conoscere tali benefici noi, persone ordinarie che hanno commesso gravi colpe?
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Sutra del Loto
Sutra mahayana, chiamato in sanscrito Saddharmapundarika-sutra. Oltre alle diverse versioni dell’originale sanscrito e alla traduzione tibetana, ne esistono tre traduzioni cinesi: il Sutra del Loto della Legge corretta, tradotto da Dharmaraksha nel 286; il Sutra del Loto della Legge meravigliosa, tradotto da Kumarajiva nel 406; e il Sutra del Loto della Legge meravigliosa integrato, tradotto congiuntamente da Jnanagupta e Dharmagupta nel 601. La versione di Kumarajiva è quella più largamente utilizzata e, in genere, l’espressione “Sutra del Loto” si riferisce a essa. Si ritiene che il sutra sia stato compilato intorno al I secolo dell’era volgare.
Il suo contenuto supera e ricompone l’opposizione allora esistente fra Hinayana e Mahayana. Sottolinea che esporre il Sutra del Loto, il quale insegna che tutti possono conseguire la Buddità, costituisce lo scopo fondamentale dell’apparizione dei Budda in questo mondo e che esso è il più elevato fra tutti i sutra del passato, del presente e del futuro. Anche gli indiani Nagarjuna e Vasubandhu, noto in cinese come Shiqin o Tianqin, tennero il Sutra del Loto in altissima considerazione. Il Trattato sulla grande perfezione della saggezza, attribuito a Nagarjuna, ne presenta il pensiero; Vasubandhu scrisse il Trattato sul Sutra del Loto, ossia il Commentario sul Sutra del Loto della Legge meravigliosa, per illustrarlo e diffonderlo.
In Cina, il Gran Maestro T’ien-t’ai, Chih-i, e il Gran Maestro Miao-lo, Chan-jan, e in Giappone il Gran Maestro Dengyo, Saicho, scrissero commentari sul Sutra del Loto. Oltre a chiarirne l’eccellenza rispetto agli altri sutra, diffusero la pratica buddista fondata su di esso. Come testo rappresentativo dei sutra mahayana, il Sutra del Loto è stato ampiamente venerato, dalle classi dominanti fino alla gente comune, nei paesi di tradizione mahayana, come Cina, Corea e Giappone, ed esercitò una profonda influenza sulla letteratura, l’architettura, la scultura, la pittura, l’artigianato artistico e altri ambiti della cultura.
Struttura e contenuto del Sutra del Loto. Il Sutra del Loto della Legge meravigliosa consta di ventotto capitoli: la traduzione di Kumarajiva ne comprendeva ventisette, ai quali fu aggiunto successivamente il capitolo “Devadatta”. Il Gran Maestro T’ien-t’ai suddivise il sutra in due parti, definendo “insegnamento transitorio” i primi quattordici capitoli e “insegnamento originale” i successivi quattordici, e interpretò il Sutra del Loto nel suo insieme come un’unità coerente.
L’idea centrale dell’insegnamento transitorio è quella dell’“unico veicolo del Budda”. È il principio di “aprire i tre veicoli e rivelare l’unico veicolo”: i tre veicoli degli ascoltatori della voce, dei risvegliati all’origine dipendente e dei bodhisattva sono espedienti, mentre l’unico veicolo del Budda costituisce la verità. Nei sutra precedenti erano stati esposti gli insegnamenti dei due o dei tre veicoli in accordo con le capacità degli esseri viventi. Essi, però, sono espedienti per guidare gli esseri viventi, mentre il Sutra del Loto espone la verità suprema, la Legge corretta o Legge meravigliosa, che li supera e li unifica. Il Sutra del Loto riunisce dunque gli insegnamenti dei tre veicoli nell’unico veicolo del Budda.
Un’espressione concreta di questo principio sono le predizioni del conseguimento della Buddità conferite, nell’insegnamento transitorio, alle persone dei due veicoli. I precedenti sutra mahayana, nel criticare le scuole buddiste, avevano definito “hinayana” gli ascoltatori della voce e i risvegliati all’origine dipendente, che miravano esclusivamente alla propria liberazione, escludendoli dal conseguimento della Buddità. Il Sutra del Loto, invece, conferisce anche a costoro la predizione che diventeranno Budda in futuro. Inoltre, il dodicesimo capitolo, “Devadatta”, insegna il conseguimento della Buddità di Devadatta e della figlia del re drago, rivelando che anche le persone malvagie e le donne, fino ad allora ritenute incapaci di conseguirla, possono diventare Budda.
In tal modo, l’insegnamento transitorio del Sutra del Loto elimina tutte le precedenti discriminazioni e chiarisce che tutti gli esseri dei nove mondi possono ugualmente conseguire la Buddità. In esso si manifesta la caratteristica propria del Sutra del Loto: non escludere nessun essere vivente e abbracciarli tutti nella Legge meravigliosa. Sulla base del pensiero sviluppato nell’insegnamento transitorio del Sutra del Loto, il Gran Maestro T’ien-t’ai formulò la dottrina dei tremila regni in un singolo istante di vita.
L’idea centrale dell’insegnamento originale, che costituisce la seconda metà del sutra, è quella del “Budda originale del remoto passato”. Si tratta del principio di “aprire il vicino e rivelare il lontano”: Shakyamuni rivela di avere in realtà conseguito la Buddità nel remotissimo passato indicato dall’espressione gohyaku-jintengo. Un altro punto essenziale dell’insegnamento originale consiste nell’affidare la propagazione dopo la morte di Shakyamuni ai Bodhisattva della Terra, che fanno la loro apparizione nel quindicesimo capitolo, “Emergere dalla terra”, all’inizio di tale insegnamento.
Nel sedicesimo capitolo, “Durata della vita del Tathagata”, Shakyamuni insegna di non avere ottenuto l’illuminazione per la prima volta nella sua esistenza presente. La sua vera identità è quella del Budda che ottenne l’illuminazione nel remotissimo passato di gohyaku-jintengo e che da allora ha continuato a istruire gli esseri viventi nel mondo di saha. Egli insegna inoltre di avere praticato la via del bodhisattva prima di ottenere l’illuminazione e che, anche dopo essere diventato Budda, la durata della sua vita come bodhisattva continua. In altre parole, Shakyamuni è un’esistenza eterna, che non nasce né si estingue nella vita presente. Il sutra rivela che questo Budda Shakyamuni del remoto passato ha assunto varie forme per istruire gli esseri viventi, mostrando che è il Budda originale nel quale si unificano tutti i Budda.
L’insegnamento transitorio rivela che i nove mondi sono il mondo di Buddità, mentre l’insegnamento originale rivela che il mondo di Buddità è i nove mondi. Inoltre, l’insegnamento transitorio espone l’universalità della Legge, mentre l’insegnamento originale mostra l’universalità del Budda, ossia della persona. Da questo punto di vista, si può vedere come i due insegnamenti costituiscano una struttura unitaria.
Tuttavia, anche lo Shakyamuni che ottenne l’illuminazione nel remotissimo passato di gohyaku-jintengo, detto “Shakyamuni che conseguì realmente l’illuminazione nel remoto passato”, non sfugge al limite di avere un inizio: era stato un bodhisattva e, come risultato della pratica, era divenuto Budda in un determinato momento, quello di gohyaku-jintengo. Non è quindi ancora il vero Budda fondamentale, senza inizio né fine. Insegnando il conseguimento dell’illuminazione in quel remotissimo passato, il capitolo “Durata della vita” allude alla Legge meravigliosa fondamentale che fu maestra di Shakyamuni, e al Budda fondamentale che è una sola cosa con tale Legge.
Un ulteriore elemento di grande rilievo è il forte carattere profetico del Sutra del Loto rispetto alla sua futura propagazione. Questa caratteristica compare già nell’insegnamento transitorio, a partire dal decimo capitolo, “Maestro della Legge”, in cui Shakyamuni esorta i discepoli a propagare il sutra dopo la sua morte. Si manifesta però con maggiore chiarezza all’inizio dell’insegnamento originale, nel quindicesimo capitolo, “Emergere dalla terra”, quando appaiono i grandi Bodhisattva della Terra, ai quali è affidata la propagazione dopo la morte del Budda.
Il suo orientamento verso il futuro emerge anche nel ventesimo capitolo, “Il bodhisattva Mai Sprezzante”. Attraverso il comportamento di Mai Sprezzante viene mostrato un modo di propagare il sutra nel futuro: istruire gli esseri viventi attraverso una relazione di opposizione, ossia facendo sì che persino l’opposizione all’insegnamento diventi un legame con esso. Il carattere profetico del Sutra del Loto raggiunge il culmine nel ventunesimo capitolo, “Poteri sovrannaturali del Tathagata”, con l’“affidamento dell’essenza” dell’insegnamento: Shakyamuni affida la missione di propagarlo dopo la propria morte al bodhisattva Pratiche Superiori, guida dei Bodhisattva della Terra. Questo affidamento a Pratiche Superiori significa che il maestro che istruisce e guida gli esseri viventi passa dallo Shakyamuni del presente al Pratiche Superiori del futuro.
Nell’assegnazione della missione di propagazione futura, l’affidamento dell’essenza costituisce l’atto principale, mentre l’affidamento contenuto nel successivo ventiduesimo capitolo, “Affidamento”, è supplementare. Con questo capitolo si conclude il contenuto principale del Sutra del Loto. Dal ventitreesimo capitolo, “Precedenti vicende del bodhisattva Re della Medicina”, fino al ventottesimo, “Gli incoraggiamenti del bodhisattva Virtù Universale”, l’intento è collocare e accogliere nell’insegnamento dell’unico veicolo del Sutra del Loto forme di fede già diffuse all’epoca della sua compilazione: la devozione al bodhisattva Re della Medicina, al bodhisattva Suono Meraviglioso, al bodhisattva Percettore dei Suoni del Mondo, al bodhisattva Virtù Universale, le dharani e altre ancora.
Nichiren Daishonin e il Sutra del Loto. Nichiren Daishonin definisce se stesso “devoto del Sutra del Loto” e “praticante che agisce in accordo con l’insegnamento”, nel senso di una persona che pratica il Sutra del Loto esattamente come esso insegna. Il sutra predice che coloro che, dopo la morte di Shakyamuni, vi credono, lo praticano e lo diffondono saranno sottoposti a varie persecuzioni. Nel decimo capitolo, “Maestro della Legge”, si afferma: «E poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?» (Sutra del Loto, edizione giapponese, p. 362). Nel tredicesimo capitolo, “Esortazione alla devozione”, è esposto il voto dei bodhisattva di propagare il Sutra del Loto anche quando, nell’epoca malvagia dell’Ultimo giorno della Legge, contro coloro che lo diffondono imperverseranno le persecuzioni delle tre categorie di persone arroganti — laici, membri del clero e falsi santi — dette “tre potenti nemici”. Inoltre, il ventesimo capitolo, “Il bodhisattva Mai Sprezzante”, insegna che nel Medio giorno della Legge del Budda Re Suono Maestoso, il bodhisattva Mai Sprezzante diffuse il Sutra del Loto sopportando aggressioni con bastoni, pezzi di legno, tegole e pietre, e salvò anche coloro che avevano stabilito con esso una relazione di opposizione.
Il Daishonin incontrò grandi persecuzioni esattamente corrispondenti a questi passi del sutra. In particolare, dopo aver ammonito la massima autorità politica del tempo con il trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese, nel settimo mese del primo anno di Bun’o, il 1260, la sua vita fu una successione di persecuzioni che ne misero in pericolo l’esistenza: la persecuzione di Matsubagayatsu, l’esilio a Izu, la persecuzione di Komatsubara, quella di Tatsunokuchi e l’esilio a Sado. Poiché le difficoltà incontrate per avere diffuso il Sutra del Loto corrispondevano, in ogni particolare, alle predizioni contenute nel sutra, egli afferma: «Non può esserci dubbio che io, Nichiren, sia il supremo devoto del Sutra del Loto in tutto il Giappone» (La scelta del tempo; GZ, p. 284, r. 8) e «io, Nichiren, sono il più importante devoto del Sutra del Loto dell’intero continente di Jambudvipa» (stesso scritto; GZ, p. 266, r. 11).
Va però considerato ciò che egli afferma in questi passi: «Ora, nell’Ultimo giorno della Legge, né il Sutra del Loto né gli altri sutra sono più efficaci, solo Nam-myoho-renge-kyo lo è» (L’insegnamento per l’Ultimo giorno della Legge; GZ, p. 1546, r. 11); e: «Ora, all’inizio dell’Ultimo giorno della Legge, io, Nichiren, per primo ho propagato in tutto Jambudvipa i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, che sono il cuore del Sutra del Loto e l’occhio di tutti i Budda. Durante gli oltre duemiladuecento anni passati dalla morte del Budda, nessuno li ha mai propagati, nemmeno Mahakashyapa, Ananda, Ashvaghosha, Nagarjuna, Nan-yüeh, T’ien-t’ai, Miao-lo o Dengyo» (Le azioni del devoto del Sutra del Loto; GZ, p. 910, r. 17).
Come indicano queste parole, il Daishonin espose e propagò Nam-myoho-renge-kyo delle Tre grandi Leggi segrete, il cuore del Sutra del Loto celato nelle profondità del suo testo, che nessuno aveva mai diffuso prima. In ciò risiede la ragione per cui egli è il maestro dell’Ultimo giorno della Legge. Il capitolo “Durata della vita” del Sutra del Loto rivela che Shakyamuni ottenne l’illuminazione nel remotissimo passato di gohyaku-jintengo, ma non chiarisce quale Legge egli avesse praticato per conseguire la Buddità. Il Daishonin rivelò come Nam-myoho-renge-kyo quell’unica Legge fondamentale, ossia il seme della Buddità, grazie alla quale tutti gli esseri viventi possono diventare Budda e che non era stata esplicitamente rivelata nel testo del Sutra del Loto.
I tre tipi di Sutra del Loto. Il Sutra del Loto non parla soltanto del sutra in ventotto capitoli predicato da Shakyamuni, ma anche del Sutra del Loto predicato dal Budda Splendore del Sole e della Luna, dal Budda Grande Saggezza Universale e dal Budda Re Suono Maestoso. Il principio ultimo per conseguire la Buddità è uno solo, mentre gli insegnamenti esposti presentano varie differenze. In ogni caso, sono insegnamenti attraverso i quali, nelle rispettive epoche, un Budda ha rivelato la Legge per conseguire la Buddità alla quale si era personalmente risvegliato, mirando alla vera felicità e serenità di tutti gli esseri viventi. Tutti questi insegnamenti sono il Sutra del Loto.
Il maestro Toda spiegò che esiste un Sutra del Loto per ciascuna delle tre epoche, il Primo, il Medio e l’Ultimo giorno della Legge. Il Sutra del Loto del Primo giorno della Legge è il sutra in ventotto capitoli di Shakyamuni; quello del Medio giorno della Legge è Grande concentrazione e visione profonda del Gran Maestro T’ien-t’ai; quello dell’Ultimo giorno della Legge è Nam-myoho-renge-kyo rivelato da Nichiren Daishonin. Li chiamò, nel loro insieme, “i tre tipi di Sutra del Loto”.
Capitolo “Re della Medicina”
È il ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto della Legge meravigliosa, intitolato “Precedenti vicende del bodhisattva Re della Medicina”. I cinque capitoli che iniziano con questo appartengono alla sezione della “propagazione per istruire gli altri”, all’interno della sezione della propagazione affidata dal Budda. Essi riguardano il compito di farsi maestri nella propagazione della Legge. Il capitolo porta questo nome perché Shakyamuni, rispondendo a una domanda del bodhisattva Fiore Sovrano della Costellazione, narra le precedenti vicende del Tathagata Pura e Splendente Virtù del Sole e della Luna e del bodhisattva Re della Medicina, che aveva ricevuto da quel Budda l’affidamento dell’insegnamento.
Vi si narra come il bodhisattva Re della Medicina, attraverso le austerità, ottenne il samadhi del corpo e della mente e, per ripagare il debito di gratitudine, offrì il proprio corpo dandogli fuoco. Tutti i Budda lo lodarono con le stesse parole: «Bene, bene, uomo devoto! Questa è vera assiduità. Questo si chiama offrire ai Tathagata la vera Legge». Nella parte successiva sono esposte le dieci similitudini del capitolo “Re della Medicina”.
Nota del traduttore: l’espressione «samadhi del corpo e della mente» è quella presente nella pagina giapponese; potrebbe essere un refuso. L’ho mantenuta nella traduzione.
Pratica quotidiana
Il gongyo del mattino e della sera e le altre pratiche.
L’intero sutra in otto volumi e ventotto capitoli
Indica la struttura del Sutra del Loto.
Un verso
Il termine tradotto con “verso” è la trascrizione fonetica del sanscrito gatha. Indica un passo delle scritture buddiste composto in forma poetica per lodare le virtù del Budda o esporre un principio della Legge; è chiamato anche “strofa”. Nei testi buddisti sanscriti esistono, fra le altre, la forma shloka, costituita da quattro versi di otto sillabe ciascuno, e la forma arya, nella quale il numero delle sillabe è libero, ma che consta sempre di otto segmenti distribuiti su due righe.
Nei testi buddisti tradotti in cinese si distinguono “strofe propriamente dette” e “strofe come unità di misura del testo”. Le prime sono formate da quattro versi, ognuno con un numero prefissato di caratteri, per esempio tre o quattro. Si suddividono a loro volta in due tipi: gatha, versi non preceduti da un’esposizione dottrinale in prosa, e geya, versi che ripetono il significato di un insegnamento precedentemente esposto in prosa. Nel secondo senso, chiamato anch’esso shloka, si conta come una strofa ogni gruppo di trentadue caratteri, indipendentemente dal fatto che il testo sia in prosa o in versi. Nell’uso dottrinale, tuttavia, il termine “verso” indica soltanto le strofe propriamente dette.
Una frase
In genere, “frase” indica l’unità minima costituita da alcune parole che esprimono un significato; nei sutra tradotti in cinese, molte frasi sono composte da quattro o cinque caratteri. “Verso” indica invece, in generale, i passi dei sutra esposti in forma poetica, che lodano le virtù del Budda o gli insegnamenti.
Una vita
L’intera durata di un’esistenza.
Gioire
È spiegato come «accordarsi con i fenomeni e con il principio, gioire per sé e gioire per gli altri». Ascoltare l’insegnamento sulla profonda ed eterna vera identità di Shakyamuni e accoglierlo con fede significa “accordarsi con il principio”; ascoltare come l’opera benefica del Budda a favore degli esseri viventi si estenda ovunque, nelle tre esistenze, e accoglierlo con fede significa “accordarsi con i fenomeni”.
“Gioire per sé” significa ascoltare, comprendere con fede e provare gioia per il principio del vero aspetto di tutti i fenomeni, esposto nell’insegnamento transitorio, e per la realtà della vera identità del Budda nel remoto passato, rivelata nell’insegnamento originale. “Gioire per gli altri” significa, sulla base della comprensione che tanto il Budda quanto gli esseri viventi possiedono i tre corpi non creati, far sorgere una grande compassione che desidera condurre tutti gli esseri viventi al risveglio alla via corretta.
Dal punto di vista dell’osservazione della mente, significa fondarsi sulla concezione dell’eternità della vita, credere nel potere assoluto del Gohonzon e impegnarsi con gioia e vigore nella pratica e nello studio.
Trasmissione continua fino alla cinquantesima persona
Dopo la morte del Budda, una persona ascolta il Sutra del Loto, ne gioisce e lo trasmette a un’altra; l’insegnamento viene così trasmesso successivamente fino alla cinquantesima persona. Il diciottesimo capitolo del Sutra del Loto, “I benefici di chi risponde con gioia”, afferma: «Ajita, dopo l’estinzione del Tathagata, se monaci, monache, laici, laiche o altre persone sagge, anziane o giovani, ascoltano questo sutra e ne gioiscono, e poi escono dall’assemblea della Legge e si recano altrove — in monasteri, in luoghi appartati, in città, per le strade, nei villaggi o nei campi — e, secondo le proprie capacità, espongono ai genitori, ai parenti, agli amici e ai conoscenti ciò che hanno udito, queste persone, dopo aver ascoltato, ne gioiranno e andranno a loro volta a insegnarlo ad altri. Questi ultimi, dopo aver ascoltato, ne gioiranno anch’essi e lo insegneranno ad altri ancora. In tal modo la trasmissione continuerà fino alla cinquantesima persona».
L’espressione “trasmissione continua” significa letteralmente “rotolare”, “passare successivamente dall’uno all’altro”. Lo stesso capitolo insegna che i benefici della gioia provata dalla cinquantesima persona superano quelli ottenuti offrendo ogni mezzo di felicità a innumerevoli esseri viventi e facendo loro conseguire lo stato di arhat.
Bambini piccoli
L’essere ancora in tenera età.
Debole e incostante
Ciò che muta senza stabilizzarsi e su cui non si può fare affidamento.
Facoltà acute
“Acute” significa penetranti; “facoltà” indica le cinque facoltà, a cominciare dalla fede che non nutre dubbi, oppure i cinque organi di senso, a cominciare dagli occhi. È l’espressione opposta a “facoltà ottuse” e indica una persona dalle capacità penetranti.
Shariputra
Trascrizione del sanscrito Shariputra, reso anche con “figlio del corpo” o “figlio dell’airone”. Uno dei dieci principali discepoli di Shakyamuni. Nacque in una famiglia brahmanica nei dintorni di Rajagriha, nel regno del Magadha. Dotato di straordinaria intelligenza fin da bambino, si dice che all’età di otto anni disputasse con gli studiosi di Rajagriha senza essere mai sconfitto. All’inizio fu discepolo di Sanjaya, uno dei sei maestri non buddisti, ma in seguito si convertì all’insegnamento di Shakyamuni insieme a Maudgalyayana, suo compagno di studi. Era considerato il primo in saggezza.
L’inizio del terzo capitolo del Sutra del Loto, “Parabola e similitudine”, descrive come Shariputra, avendo compreso il meraviglioso principio del vero aspetto di tutti i fenomeni esposto nel secondo capitolo, “Espedienti”, fosse colmo di una gioia incontenibile. Egli riceve la predizione che in futuro diventerà il Tathagata Fiore Splendente.
Maudgalyayana
Il suo nome sanscrito è Mahamaudgalyayana; nelle trascrizioni sino-giapponesi compare anche come Maka-mokukenren o Mokukenren e viene reso, fra l’altro, con i termini Saifukukon e Saishukushi. Uno dei dieci principali discepoli di Shakyamuni, era considerato il primo nei poteri sovrannaturali. Secondo il volume quarantasettesimo della Raccolta delle storie delle precedenti pratiche del Budda e altri testi, proveniva da una famiglia brahmanica nei pressi di Rajagriha, nel regno del Magadha. Insieme a Shariputra aveva studiato con Sanjaya, uno dei sei maestri non buddisti; continuando a cercare la vera Legge, divenne poi discepolo di Shakyamuni. Nel sesto capitolo del Sutra del Loto, “Predizioni”, ricevette la predizione che sarebbe diventato il Budda Fragranza di Sandalo Tamalapattra. Secondo il primo volume del Sutra di Ullambana, seguendo l’insegnamento di Shakyamuni salvò la madre defunta, che era caduta nel regno degli spiriti affamati.
Nota del traduttore: ho conservato in traslitterazione i due termini Saifukukon e Saishukushi, le cui grafie nella pagina giapponese non consentono una resa italiana sicura.
Manjushri
Si riferisce al bodhisattva Manjushri. Il nome è una trascrizione del sanscrito Manjushri, reso anche come “Meravigliosa virtù”, “Meraviglioso capo” o “Meravigliosa fortuna”. Insieme al bodhisattva Virtù Universale è una delle guide dei bodhisattva dell’insegnamento transitorio. Raffigurato su un leone, alla sinistra di Shakyamuni, presiede alle virtù della conoscenza, della saggezza e della realizzazione.
Manjushri è il bodhisattva che incarna la saggezza. Il Sutra dell’invio della ciotola afferma che «Manjushri è padre e madre nella via del Budda»; anche altri sutra lo definiscono “padre e madre dei bodhisattva” oppure “madre dei Budda delle tre esistenze”. Nel primo capitolo del Sutra del Loto, “Introduzione”, spiega che i sei portenti annunciano la predicazione del Sutra del Loto; nel dodicesimo capitolo, “Devadatta”, è colui che ha istruito la figlia del re drago, la quale offre un esempio del conseguimento della Buddità da parte delle donne.
Maitreya
Il nome viene tradotto “Compassionevole”; è chiamato anche Ajita, che significa “Invincibile”. Nato in India in una famiglia brahmanica, divenne in seguito discepolo di Shakyamuni. Considerato il primo nella compassione, divenne il bodhisattva destinato a succedere a Shakyamuni nella posizione di Budda. Il Sutra del bodhisattva nel grembo materno insegna che morì prima di Shakyamuni, rinacque nella corte interna del cielo Tushita e, dopo cinque miliardi e seicentosettanta milioni di anni, riapparirà nel mondo per succedergli.
Nel capitolo “Emergere dalla terra” del Sutra del Loto è il bodhisattva che, con la propria domanda, dà avvio all’esposizione; nei capitoli “Durata della vita”, “Distinzioni dei benefici” e “I benefici di chi risponde con gioia” è l’interlocutore al quale il Budda rivolge l’insegnamento.
I sessanta volumi di T’ien-t’ai e Miao-lo
Sono i dieci volumi di Grande concentrazione e visione profonda, i dieci volumi del Significato profondo del Sutra del Loto e i dieci volumi di Parole e frasi del Sutra del Loto, del Gran Maestro T’ien-t’ai, Chih-i, insieme ai commentari che il Gran Maestro Miao-lo, Chan-jan, dedicò a queste opere: i dieci volumi delle Annotazioni su “Grande concentrazione e visione profonda”, i dieci volumi delle Annotazioni su “Il significato profondo del Sutra del Loto” e i dieci volumi delle Annotazioni su “Parole e frasi del Sutra del Loto”.
La parte centrale del decimo volume delle Annotazioni su “Parole e frasi del Sutra del Loto” afferma: «Perciò persino i bodhisattva giunti allo stadio più elevato degli insegnamenti provvisori non eguagliano la cinquantesima persona». Inoltre, nella seconda parte del primo volume di Grande concentrazione e visione profonda si legge: «Sappi che il supremo frutto dello Hinayana non eguaglia il primo aspirare alla via del Mahayana»; e nella prima parte del decimo volume di Parole e frasi del Sutra del Loto: «Pur avendo conseguito il frutto finale, non eguagliano il nostro primo aspirare alla via». Questi passi chiariscono l’immensità dei benefici di chi ha appena iniziato ad avere fede nel Sutra del Loto.
Persone comuni colpevoli di gravi offese
Persone comuni che hanno commesso gravi colpe contrarie al principio della Legge, come i cinque peccati capitali.
Commento
Si ritiene che questo scritto sia stato composto a Kamakura il diciassettesimo giorno del quarto mese del primo anno di Bun’ei, il 1264, e indirizzato alla moglie di Hiki Daigaku Saburo Yoshimoto. Dopo la caduta della famiglia Hiki, suo marito Daigaku Saburo si recò a Kyoto, dove studiò il confucianesimo. Entrò al servizio dell’imperatore Juntoku, del quale ottenne il favore; in seguito si trasferì a Kamakura e fu assunto dal governo militare come funzionario confuciano. Si dice che si sia convertito all’insegnamento di Nichiren Daishonin intorno all’era Bun’o.
Che la sua fosse una fede pura, consistente nel mettere in pratica gli insegnamenti del Daishonin esattamente come questi li impartiva, risulta anche dalle parole della risposta a Shijo Kingo intitolata Gli otto venti: «Daigaku e Uemon no Tayu hanno ottenuto risposta alle loro preghiere perché hanno seguito il mio consiglio» (GZ, p. 1151, r. 11).
Come indica l’altro suo titolo, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, questo scritto tratta della pratica abituale di una credente laica. Alla domanda della moglie di Daigaku Saburo — se dovesse recitare l’intero Sutra del Loto oppure il solo capitolo “Re della Medicina” — il Daishonin risponde invitandola a recitare i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”. Il titolo con cui lo scritto è tradizionalmente conosciuto in giapponese, Gosho dell’acqua della luna, deriva dalla domanda e dalla risposta sulla pratica durante le mestruazioni contenute nella parte finale. Considerando il peso dei diversi argomenti trattati, tuttavia, l’altro titolo sembra più appropriato.
Rispondendo alle domande della donna, il Daishonin illustra anzitutto l’immensità dei benefici del Sutra del Loto. Quindi insegna che, poiché ogni cosa è compresa nei due capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, sono questi due capitoli che ella dovrebbe recitare. Anche riguardo al daimoku, poiché la donna recitava Namu-ichijo-myoten, egli le insegna a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Infine, a proposito della pratica durante le mestruazioni, spiega che di per sé non vi è nulla da considerare impuro; tenendo conto delle consuetudini sociali, suggerisce tuttavia, in via provvisoria, di limitarsi alla recitazione del daimoku.
«leggendo un capitolo al giorno […] adesso leggi una volta al giorno il capitolo “Re della Medicina”»
Quanto al fatto che la moglie di Daigaku Saburo recitasse in particolare il capitolo “Re della Medicina”, esso contiene questo passo: «Se una donna ascolta questo capitolo, “Precedenti vicende del bodhisattva Re della Medicina”, e riesce ad accettarlo e sostenerlo, una volta terminata questa esistenza in un corpo femminile non ne riceverà più un altro. Se, dopo l’estinzione del Tathagata, nell’ultimo periodo di cinquecento anni, una donna ascolta questo sutra e lo pratica come esso insegna, al termine della vita in questo mondo si recherà immediatamente nel Mondo di Pace e Felicità, dove dimora il Budda Amida circondato da una moltitudine di grandi bodhisattva, e nascerà su un trono ingioiellato all’interno di un fiore di loto». Sembra perciò che questo capitolo fosse particolarmente apprezzato come insegnamento sul conseguimento della Buddità da parte delle donne.
In questo passo, «una volta terminata questa esistenza in un corpo femminile non ne riceverà più un altro» non significa conseguire la Buddità trasformando il proprio corpo, ma conseguirla secondo il principio dei tremila regni in un singolo istante di vita. Anche l’Amida qui menzionato va inteso come l’Amida del Sutra del Loto, non come il Budda degli insegnamenti provvisori.
Nell’Essenza del capitolo “Re della Medicina” il Daishonin scrive: «Tuttavia, nel capitolo “Re della Medicina” del Sutra del Loto, il Budda afferma che le donne possono ottenere la rinascita nella pura terra. È veramente molto strano!» (GZ, p. 1503, r. 7). Da queste parole si può comprendere il motivo per cui le donne sceglievano, fra i ventotto capitoli, di recitare in particolare “Re della Medicina”. Tuttavia, considerarlo il fondamento equivale a capovolgere il rapporto fra radice e rami. Anche nello stesso scritto si insegna che questo capitolo spiega «in primo luogo come le persone comuni delle epoche future debbano mettere in pratica le dottrine del capitolo “Durata della vita” e in secondo luogo come mettere in pratica quelle degli altri otto capitoli a partire dal capitolo “Espedienti”» (GZ, p. 1499, r. 4). Il fondamento resta dunque, in ogni caso, nei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”.
Prima di dedicarsi alla recitazione del capitolo “Re della Medicina”, la donna leggeva l’intero sutra al ritmo di un capitolo al giorno. All’epoca erano diffuse la recitazione integrale del sutra, la sua copiatura e altre pratiche; sembra inoltre che alcuni considerassero la recitazione del daimoku una semplificazione della lettura dell’intero sutra. Il Daishonin, però, insegnava a dare sempre il primo posto alla recitazione del daimoku, come risulta da questi passi: «Come pratica quotidiana si dovrebbe recitare il daimoku, Nam-myoho-renge-kyo» (Sulla recitazione del daimoku del Sutra del Loto; GZ, p. 12, r. 16); e: «il cuore del Sutra del Loto è il suo titolo, o daimoku: Nam-myoho-renge-kyo. In verità, se lo reciti mattina e sera, stai leggendo correttamente l’intero Sutra del Loto» (L’unica frase essenziale, risposta a Myoho; GZ, p. 1402, r. 15).
Anche nella risposta contenuta in questo scritto il Daishonin comincia adattandosi alla domanda della moglie di Daigaku Saburo: «Nel caso del Sutra del Loto, si può recitare ogni giorno l’intero sutra di ventotto capitoli in otto volumi; si può recitare soltanto un volume». In seguito, tuttavia, afferma: «o anche semplicemente recitare il daimoku, Nam-myoho-renge-kyo, una sola volta al giorno»; e verso la fine scrive: «recita a memoria Nam-myoho-renge-kyo» e «leggi il sutra, se puoi, e recita Nam-myoho-renge-kyo». Insegna così che il primo posto spetta alla recitazione del daimoku.
Quanto alla recitazione dell’intero sutra, Nisshin del tempio Yoho-ji e altri sostennero la posizione dei cinque preti anziani, favorevole a tale pratica. Nichikan Shonin la confutò chiaramente nella prima parte del Trattato sulla pratica appropriata all’Ultimo giorno della Legge, adducendo tre ragioni.
La prima è che non si ammette la recitazione integrale perché essa ostacola il daimoku, che è la pratica primaria. Recitare tutti i ventotto capitoli richiede molto tempo e fa trascurare la recitazione del daimoku, che costituisce il fondamento.
La seconda è che l’Ultimo giorno della Legge è il tempo dello shakubuku. La Confutazione dei cinque preti afferma: «Ora che siamo entrati nell’Ultimo giorno della Legge, se consideriamo la forma che deve assumere lo shakubuku, non dobbiamo dedicarci principalmente alla recitazione dell’intero sutra, ma recitare soltanto il daimoku di cinque caratteri e, pur subendo gli attacchi dei tre potenti nemici, confutare le dottrine erronee dei vari maestri» (GZ, p. 1614, r. 17). La recitazione integrale è una pratica di shoju propria del Primo e del Medio giorno della Legge; nell’Ultimo giorno della Legge, tempo dello shakubuku, non la si pratica.
La terza è che molte persone non conoscono il significato del Sutra del Loto. Recitarlo senza sapere che cosa esso sia non ha senso. Nel Significato dei sacri insegnamenti della vita del Budda si legge: «Ma le persone che hanno l’abitudine di discutere il Sutra del Loto senza averne una piena comprensione ottengono soltanto lo stesso tipo di beneficio e di vantaggio che otterrebbero dai sutra predicati prima del Loto» (GZ, p. 404, r. 3).
Le cinque pratiche — abbracciare, leggere, recitare, spiegare e copiare il sutra — appartengono al Primo e al Medio giorno della Legge. Come si afferma nella risposta a Nichinyo intitolata Il reale aspetto del Gohonzon, «Abbracciare il Sutra del Loto e recitare Nam-myoho-renge-kyo comprende tutte le cinque pratiche» (GZ, p. 1245, r. 4). Tutto è dunque compreso nella pratica di abbracciare il daimoku e recitarlo.
Capitolo 2. Elogio della fede della destinataria nel Sutra del Loto
Testo del Gosho
Comunque sia, sono passati più di ventidue secoli dalla morte del Tathagata. Le cinque impurità hanno prosperato e ormai da molti anni, in tutte le situazioni, le buone azioni sono diventate estremamente rare. Siamo in un’epoca in cui, se anche una persona fa del bene, compiendo una buona azione ne accumula dieci cattive; in definitiva, facendo un piccolo bene commette un gran male, eppure in cuor suo si vanta di aver praticato un “gran bene”.
Benché tu sia nata nel remoto paese del Giappone, un’isoletta situata a est e lontana ben duecentomila ri di montagne e di mari dalla terra natale del Tathagata, e, come donna, sia soggetta ai cinque ostacoli e costretta alle tre obbedienze, tu hai fede nel Sutra del Loto: non ci sono parole per esprimere quanto ciò sia meraviglioso.
Persino i sapienti e gli eruditi, che hanno studiato tutti i sacri insegnamenti esposti dal Budda nel corso della sua vita e che conoscono a fondo le dottrine essoteriche ed esoteriche, attualmente abbandonano il Sutra del Loto e recitano il Nembutsu. Chissà che buone radici devi aver creato [nelle vite passate] per nascere come una persona in grado di recitare anche un solo verso o una sola frase del Sutra del Loto!
Leggere questa tua lettera mi è sembrata una cosa ancor più rara che vedere i fiori di udumbara, ancor meno frequente che una tartaruga con un occhio solo trovi un ceppo galleggiante con una cavità adatta a lei. Mosso da sincera ammirazione, avrei voluto esaltare il merito della tua buona azione con una parola o un’esclamazione di gioia; temo però che, come le nuvole nascondono la luna e la polvere offusca lo specchio, con le mie brevi e maldestre parole non farei che nascondere e offuscare i tuoi incomparabili meriti, e ciò mi dispiacerebbe. Eppure, non posso tacere di fronte alla tua richiesta. Ma devi capire che sto solo versando una goccia d’acqua in un fiume o nel mare per aumentarne il volume o accostando una candela al sole o alla luna per accrescerne la luce.
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Le cinque impurità
Sono l’impurità dell’epoca, del desiderio, degli esseri viventi, del pensiero e della vita. L’impurità dell’epoca è il disordine dell’epoca stessa, in cui si verificano carestie, epidemie e guerre. L’impurità del desiderio è il disordine delle inclinazioni innate degli esseri umani: avidità, collera, stupidità, arroganza e dubbio. L’impurità degli esseri viventi è il deterioramento degli esseri umani stessi, che si manifesta, per esempio, nel forte aumento della delinquenza e della criminalità. L’impurità del pensiero è la confusione delle idee e delle concezioni. L’impurità della vita consiste nel diffondersi delle malattie e delle morti premature. Si insegna che, nella malvagia epoca dell’Ultimo giorno della Legge, tutte queste cinque impurità imperversano. Poiché esse sorgono dalla mancanza di fede nella Legge mistica, possono essere sconfitte attraverso la fede. Nella Raccolta degli insegnamenti orali si legge:
Parole e frasi, volume quarto, dice: «L’impurità del kalpa o dell’epoca non ha alcuna forma indipendente [ma corrisponde alle impurità associate con quella particolare epoca]. Kalpa si riferisce a un lungo periodo di tempo, mentre kshana si riferisce a un breve periodo di tempo. […] L’impurità degli esseri viventi non ha alcuna forma indipendente [ma corrisponde alle impurità associate con quei particolari esseri viventi]. È la conseguenza delle illusioni del pensiero e dell’arroganza [e delle altre illusioni del desiderio] che si manifestano tra gli esseri viventi […] L’impurità del desiderio prende forma quando si viene governati dalle cinque inclinazioni illusorie. L’impurità delle visioni prende forma quando si viene governati dalle cinque false visioni. L’impurità della durata della vita prende forma attraverso l’esistenza continuata di corpo e mente».
La Raccolta degli insegnamenti orali dice: Nichiren e i suoi seguaci si sono separati da queste cinque impurità. Dato che, come dice il sutra, «questa, la mia terra, rimane salva e illesa» (sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata), noi non siamo affetti dall’impurità dell’epoca. Dato che manifestiamo l’incondizionato corpo del Budda del vero aspetto, noi non siamo affetti dall’impurità degli esseri viventi. Dato che comprendiamo la meravigliosa verità che i desideri terreni sono Illuminazione e che le sofferenze di nascita e morte sono nirvana, noi non siamo affetti dall’impurità del desiderio. Dato che possediamo il corpo del Budda che è esistito senza inizio da un numero di kalpa pari alle particelle di polvere di innumerevoli sistemi maggiori di mondi, noi non siamo affetti dall’impurità della durata della vita. E dato che siamo devoti del Sutra del Loto che «mettendo da parte onestamente gli espedienti / [esporranno] unicamente la via suprema» (secondo capitolo), noi non siamo affetti dall’impurità delle visioni.
In effetti, è la fede in Nam-myoho-renge-kyo che determina se emergeranno queste cinque impurità. Perciò il brano sulle cinque impurità si applica a tutti gli esseri viventi del Giappone [che non hanno questa fede]. Per questo il quarto volume di Parole e frasi dice: «Il segno dell’impurità dell’epoca è il fatto che gli altri quattro tipi di impurità appaiono in quantità e con intensità crescenti e imperversano nell’epoca. Poiché la collera cresce di intensità, si scatenano conflitti armati. Poiché l’avidità cresce di intensità, sopraggiunge la carestia. Poiché la stupidità cresce di intensità, scoppiano le epidemie. E poiché si verificano queste tre calamità, i desideri terreni diventano più intensi e le false visioni prosperano sempre più».
Questo è ciò che intende il sutra quando dice: «Poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?» (decimo capitolo, Il maestro della Legge).
Le persone che non hanno fede nel Sutra del Loto sono gravemente ostacolate dalle cinque impurità.
Giappone
Il termine qui usato indica il Giappone.
Terra remota
Un luogo lontano dai centri principali. 1) Indica il Giappone, assai distante dall’India, luogo d’origine del Buddismo. 2) Indica il luogo di nascita di Nichiren Daishonin, lontano da Kyoto e Kamakura, i centri principali del Giappone.
I cinque ostacoli
I cinque impedimenti attribuiti alle donne. L’espressione presenta anche una grafia alternativa con lo stesso significato. Nella parte del dodicesimo capitolo del Sutra del Loto, «Devadatta», che narra il conseguimento della Buddità della figlia del re drago, Shariputra deplora che il corpo femminile non sia un recipiente adatto alla Legge. Elenca poi i cinque ostacoli per contestare la possibilità che una donna consegua la Buddità: «Inoltre, il corpo di una donna è ancora soggetto a cinque ostacoli. Primo, non può diventare il re Brahma; secondo, Shakra; terzo, un re demone; quarto, un saggio re che mette in moto la ruota; quinto, un Budda. Come potrebbe dunque una donna conseguire rapidamente la Buddità?».
Le tre obbedienze
Precetto relativo alla vita delle donne, in uso fin dall’antichità in Cina e presente anche nel Libro dei riti e nel Cerimoniale. Si riteneva che una donna dovesse «da giovane obbedire al padre e ai fratelli maggiori; da sposata, al marito; dopo la morte del marito, al figlio». L’espressione indica la condizione di subordinazione della donna all’interno della famiglia.
I sacri insegnamenti dell’intera vita del Budda
Tutti gli insegnamenti esposti da Shakyamuni dal conseguimento dell’illuminazione fino al suo ingresso nel nirvana. Il Gran Maestro T’ien-t’ai li suddivise, secondo l’ordine in cui furono predicati, in cinque periodi: Ghirlanda di fiori, Agama, Corretto ed equo, Saggezza e Loto. Per maggiori dettagli si veda il Diagramma dei cinque periodi degli insegnamenti della vita di Shakyamuni, nella raccolta giapponese degli scritti (GZ, p. 633).
Le due vie, essoterica ed esoterica
Indicano gli insegnamenti essoterici ed esoterici. La scuola della Vera parola sostiene una dottrina erronea che capovolge ciò che è fondamentale e ciò che è secondario: definisce esoterici i sutra, come il Sutra di Mahavairochana, nei quali il vero intento del Budda sarebbe stato esposto segretamente, ed essoterici quelli, come il Sutra del Loto, nei quali l’insegnamento sarebbe stato esposto apertamente. In realtà, proprio i sutra anteriori al Sutra del Loto, come il Sutra di Mahavairochana, sono insegnamenti esteriori e superficiali, dunque essoterici; è invece il Sutra del Loto, che rivela la grande filosofia della vita mai esposta prima, a essere esoterico. Nel capitolo «Durata della vita» si parla del «segreto e i poteri sovrannaturali del Tathagata». Riferendosi a questo passo, nel nono volume di Parole e frasi del Sutra del Loto T’ien-t’ai afferma: «Il fatto che un corpo sia al tempo stesso tre corpi è detto “segreto”; il fatto che tre corpi siano al tempo stesso un corpo è detto “nascosto”. Inoltre, ciò che non è mai stato esposto prima è detto “segreto”; ciò che solo il Budda conosce è detto “nascosto”. I Budda delle tre esistenze possiedono ugualmente i tre corpi, ma negli altri insegnamenti questo è stato tenuto segreto e non è stato trasmesso».
Sapienti ed eruditi
Persone dotate di saggezza e studiosi.
Buone cause accumulate nelle esistenze passate
Le buone radici accumulate nelle vite precedenti. Per buone radici si intende ciò che dà origine al bene. Accumulandole si possono ottenere buoni effetti. L’espressione può anche indicare i legami creati nelle esistenze passate.
Udumbara
Forma abbreviata della trascrizione fonetica del termine sanscrito udumbara, tradotto come «auspicio prodigioso». 1) Pianta leggendaria dell’India. La prima parte del quarto volume di Parole e frasi del Sutra del Loto e altri testi la descrivono come un fiore rarissimo, che sboccia una volta ogni tremila anni: quando fiorisce, appare un re che mette in moto la ruota d’oro e, quando appare un tale re, il fiore sboccia. Nel ventisettesimo capitolo del Sutra del Loto, «Precedenti vicende del re Ornamento Meraviglioso», si legge che «è difficile incontrare un Budda, quanto vedere il fiore di udumbara». Il fiore è usato come similitudine della difficoltà di incontrare l’apparizione di un Budda nel mondo. 2) Albero a foglie caduche del genere dei fichi, appartenente alla famiglia delle Moracee, diffuso nella regione himalayana, in Birmania e nello Sri Lanka. 3) Altro nome del fiore del banano. 4) Nome dato alle uova delle crisope attaccate agli steli e ad altre parti delle piante.
La tartaruga con un occhio solo
In La tartaruga con un solo occhio e il tronco galleggiante, risposta alla monaca laica vedova di Matsuno, si legge:
Anche se, contro ogni probabilità, la tartaruga si imbatte in un tronco di sandalo galleggiante con una cavità della misura giusta, avendo un solo occhio, la sua visione è distorta e perciò vede il tronco scorrere verso est quando invece la corrente lo trasporta verso ovest. Così, più si affretta a nuotare per salire sul tronco, più si allontana da esso. Quando il tronco è trasportato verso est, la tartaruga lo vede muoversi verso ovest, e allo stesso modo confonde il sud con il nord allontanandosi sempre più dal tronco e non riuscendo mai ad avvicinarsi.
(GZ, p. 1391, r. 10). Usando questa immagine come similitudine delle concezioni errate delle persone comuni, il Daishonin afferma:
La tartaruga scambia l’est con l’ovest e il nord con il sud: allo stesso modo, noi persone comuni ci diamo arie di intelligenza e ci atteggiamo a saggi e poi consideriamo inferiori gli insegnamenti superiori e superiori gli insegnamenti inferiori; crediamo che conducano all’illuminazione insegnamenti privi di tale potere e affermiamo che insegnamenti inadatti alla capacità delle persone sono invece adatti. Così crediamo che l’insegnamento della scuola della Vera parola sia superiore e il Sutra del Loto inferiore, che il primo sia adatto alla capacità delle persone, mentre il secondo no.
(GZ, p. 1392, r. 2).
Buone radici
Buone cause destinate a produrre buoni effetti. «Radice» indica la causa da cui scaturisce un risultato. Recitare il daimoku e impegnarsi concretamente nello shakubuku e nella propagazione costituiscono le più alte buone radici. Ne Il conseguimento della Buddità in questa esistenza si legge:
Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici. Pratica la fede con questa convinzione.
(GZ, p. 383, r. 14).
Benefici che si estendono oltre
Circostanze fortunate che sorgono come ricompensa dei benefici e delle buone radici. Indica, per esempio, la ricompensa delle buone radici create dagli antenati che si manifesta nei discendenti, oppure gli effetti favorevoli delle buone radici accumulate nelle esistenze passate che permangono e si manifestano nella vita presente. L’espressione ha anche il significato di ciò che avanza o sovrabbonda.
Tacere
1) Rimanere in silenzio senza dire ciò che si dovrebbe dire. 2) Lasciare le cose come stanno. 3) Ignorare.
Commento
Nel capitolo precedente il Daishonin ha accennato ai benefici della recitazione del daimoku. Qui, nel Giappone di quest’ultima epoca, in cui sono numerose le persone arroganti che non abbracciano il Sutra del Loto, egli loda la fede con cui la destinataria, pur essendo donna, crede nel Sutra del Loto e pone domande al riguardo, ricorrendo alle similitudini del fiore di udumbara e della cavità in un ceppo galleggiante.
sono passati più di ventidue secoli dalla morte del Tathagata. Le cinque impurità hanno prosperato e ormai da molti anni, in tutte le situazioni, le buone azioni sono diventate estremamente rare. Siamo in un’epoca in cui, se anche una persona fa del bene, compiendo una buona azione ne accumula dieci cattive; in definitiva, facendo un piccolo bene commette un gran male, eppure in cuor suo si vanta di aver praticato un “gran bene”.
Il Daishonin afferma che nell’Ultimo giorno della Legge le cinque impurità imperversano. Le cinque impurità riguardano l’epoca, la società, i desideri terreni, il pensiero e la vita. Alla loro radice vi sono l’impurità del desiderio e quella del pensiero, ossia il disordine delle concezioni, che provocano l’impurità della vita e quella degli esseri viventi e, infine, producono l’impurità dell’epoca nel suo insieme. È questo il significato del passo della seconda parte del quarto volume di Parole e frasi del Sutra del Loto di T’ien-t’ai: «Quanto alla loro successione, i desideri e le concezioni ne costituiscono la radice. Da queste due impurità prendono forma gli esseri viventi; con gli esseri viventi vi è la vita che si mantiene nel tempo. Il protrarsi nel tempo di queste quattro è detto impurità dell’epoca».
La causa del dilagare delle cinque impurità nell’Ultimo giorno della Legge risiede dunque nel disordine del pensiero. Ma a quali impurità si riferiscono l’impurità del desiderio e quella del pensiero? Nel cinquantacinquesimo volume del Sutra della Grande raccolta si legge: «All’interno del mio insegnamento sorgeranno lotte e dispute; la pura Legge sarà oscurata e perduta, e tale condizione si consoliderà». Ciò significa che nell’Ultimo giorno della Legge sorgeranno varie contese all’interno del Buddismo. Non si potrebbe dunque ritenere che l’impurità del pensiero indichi proprio il deteriorarsi del modo in cui gli esseri viventi considerano il Buddismo e, più in generale, la religione? La sua manifestazione più evidente è la sfiducia nella religione stessa. Confrontando l’Ultimo giorno della Legge con il Primo e il Medio giorno della Legge, sarebbe eccessivo affermare che nell’Ultimo giorno ogni cosa sia impura. Anche riguardo al disordine del pensiero e ad altri aspetti, vi sono state epoche in cui non si aveva neppure consapevolezza della morale. Se si pensa a un tempo in cui la società non disponeva di leggi adeguate e le uccisioni erano all’ordine del giorno, si può anche sostenere che l’epoca presente sia meno impura. Tuttavia, fra l’Ultimo giorno della Legge e il Primo e il Medio giorno della Legge si può individuare una differenza evidente nell’atteggiamento fondamentale verso la religione.
Nel Primo e nel Medio giorno della Legge, sebbene con il passare del tempo la pratica fosse divenuta sempre più formale, non erano ancora sorti dubbi sulla religione stessa. Nell’Ultimo giorno della Legge, invece, ciò che risalta maggiormente è proprio questa sfiducia nella religione. Gli stessi religiosi, anziché porre la fede a fondamento del proprio agire, sono giunti a considerare la loro religione uno strumento per ottenere fama, profitto e affermazione sociale. Perciò, anche riguardo ai desideri terreni, se il Primo e il Medio giorno della Legge furono epoche in cui, pur essendone contaminati, ci si sforzava di liberarsene attraverso la religione, si può dire che l’attuale Ultimo giorno della Legge sia un’epoca in cui si utilizza la religione stessa per soddisfare i desideri terreni.
Il problema grave, inoltre, è che questa impurità fondamentale provoca l’impurità della società, della vita umana e, infine, dell’intera epoca. Per quanto si cerchi di contribuire in vari modi al bene degli esseri umani, manca una ricerca che penetri a fondo nella filosofia fondamentale della vita; così si assiste a numerose tragedie in cui, anziché contribuire all’autentica prosperità dell’umanità, si finisce soltanto per accrescere l’impurità. E proprio nell’arroganza che impedisce un’umile riflessione sulla propria stoltezza e sui propri aspetti più meschini si rivela la profondità dell’impurità dell’intera epoca.
«Siamo in un’epoca in cui, se anche una persona fa del bene, compiendo una buona azione ne accumula dieci cattive; in definitiva, facendo un piccolo bene commette un gran male, eppure in cuor suo si vanta di aver praticato un “gran bene”.» Con queste parole, il Daishonin indica la natura fondamentale dell’epoca dell’Ultimo giorno della Legge. Si può ritenere che, a un primo livello di interpretazione, il bene e il male di cui parla qui riguardino il confronto fra il Sutra del Loto e i sutra provvisori che lo precedono. Ampliando un poco la considerazione, si può però intendere che egli stia indicando la confusione dei criteri con cui si concepiscono il bene e il male.
In genere, si tende a giudicare il bene e il male sulla base della morale sociale. In altri termini, secondo tale criterio, un’azione intenzionale compiuta da una persona nei confronti degli altri o della società è giudicata buona se reca felicità anche agli altri e alla società; al contrario, se produce infelicità, è considerata cattiva.
Inoltre, vi sono un piccolo bene e un grande bene. Anche ciò che sul piano individuale è considerato «bene» può svolgere il ruolo del «male» quando lo si guarda dalla prospettiva più ampia della società, di un popolo o dell’umanità. Può accadere, per esempio, che un’azione compiuta considerando soltanto l’interesse di una comunità locale arrechi danno all’insieme. In tal caso, quel «bene» non è altro che un piccolo bene; anzi, si trasforma in un grande male. Anche nella religione, talvolta si postula un essere assoluto e si insegna un modo di vivere fondato sulla sottomissione a esso. Sebbene ciò possa aver avuto un proprio valore nell’insegnare l’umiltà di fronte alla vita, non si può negare che abbia anche creato la possibilità che la religione fosse utilizzata dal potere. Se in questo modo si rendono le persone inerti e si fa perdere loro la forza di opporsi a un’ingiusta oppressione, si può dire che si tratti di un grande male.
Di conseguenza, anche quando si parla di morale sociale, occorre chiarirne i criteri. Bisogna cioè riflettere su che cosa contribuisca davvero alla felicità dell’intera umanità e, sul piano individuale, a una felicità che abbia radici profonde.
Si consideri, per esempio, una persona che soffre a causa della povertà. Anche darle denaro o beni materiali può essere considerato una buona azione. Ciò ha un significato se contribuisce ad aprire una via d’uscita nella sua vita; ma se le fa perdere la volontà di lavorare e di impegnarsi con le proprie forze, facendola cadere nell’inerzia, il bene cessa di essere bene.
In alcuni casi, offrirle un lavoro e trasmetterle competenze potrebbe avere un ruolo più importante. Ma neppure questo può costituire una salvezza fondamentale. A un livello più profondo, occorre aiutarla ad assumere un atteggiamento attivo verso la vita e a sviluppare da sé la forza di superare ogni difficoltà. Ciò che viene dato dall’esterno va perduto. Ma la forza conquistata dentro di sé non si perde; e quella persona può acquisire la capacità di risolvere non soltanto il problema della povertà, ma anche ogni altra questione. È questo che si può considerare il vero bene.
Il Sutra del Loto, che insegna a far emergere nella vita delle persone la forza dello stato di Budda, è, anche in questo senso, proprio la Legge del grande bene. I sutra che precedono il Sutra del Loto e insegnano i tre veicoli rappresentano ancora un bene parziale. Se, a causa dell’attaccamento ai tre veicoli, non si ricerca lo stato di Budda, si finisce invece per cadere nel male.
Allo stesso modo, se perseguire la prosperità materiale o insegnare una morale semplicistica finisce per far perdere di vista la vera filosofia della vita, ciò diventa un grande male. Gli esseri umani hanno sempre bisogno di osservare la propria arroganza e di mantenere uno spirito umile, volto a ricercare il grande bene.
Capitolo 3. L’immensità dei benefici del daimoku
Testo del Gosho
Prima di tutto, per quanto riguarda il Sutra del Loto, sappi che i meriti che si acquistano recitando gli otto volumi, un volume, un capitolo, un verso, una frase, o semplicemente il daimoku, sono gli stessi. È come l’acqua del grande mare: ogni singola goccia contiene l’acqua di innumerevoli fiumi e torrenti; è come il gioiello che esaudisce i desideri il quale, pur essendo uno solo, può far piovere ogni sorta di tesori. Lo stesso vale per cento, mille, diecimila, centomila di queste gocce o gioielli. Un singolo carattere del Sutra del Loto è come una di queste gocce o gioielli e cento milioni di caratteri sono come cento milioni di gocce o gioielli.
D’altra parte, un singolo carattere degli altri sutra o il nome di uno dei vari Budda è come una goccia d’acqua di un fiume o di un torrente, come la pietra di una certa montagna o di un certo mare: tale goccia non contiene l’acqua di innumerevoli altri fiumi o torrenti e tale pietra non possiede le virtù di innumerevoli altre pietre.
Perciò, nel caso del Sutra del Loto, è lodevole recitare il capitolo nel quale hai posto la tua fiducia, qualunque esso sia.
In generale, fra i sacri insegnamenti del Tathagata non se ne trova alcuno che contenga falsità. Tuttavia, esaminando attentamente gli insegnamenti buddisti, anche fra le auree parole del Tathagata vi sono diversi insegnamenti, mahayana e hinayana, provvisori e veri, essoterici ed esoterici. Queste distinzioni derivano dai sutra stessi e pertanto le ritroviamo a grandi linee nei commentari dei vari studiosi e maestri.
In sostanza, tra i vari insegnamenti predicati dal Budda Shakyamuni in più di cinquant’anni, quelli predicati nei primi quarant’anni e più possono ancora suscitare dubbi. Infatti il Budda stesso nel Sutra degli Innumerevoli significati affermò: «In questi quarant’anni e più, non ho ancora rivelato la verità». E nel Sutra del Loto, in merito a ogni sua parola o frase, il Budda stesso dichiarò: «Mettendo da parte onestamente gli espedienti, esporrò unicamente la via suprema».
Inoltre, il Budda Molti Tesori emerse dalla terra e testimoniò: «Il Sutra del Loto della Legge meravigliosa, […] tutto ciò che hai esposto [Budda Shakyamuni] è la verità!», e tutti i Budda delle dieci direzioni radunati nell’assemblea in cui fu predicato il Sutra del Loto allungarono le loro lingue confermando che nel sutra non vi è neppure una parola falsa. Era come se un grande re, la regina e gli anziani, di comune accordo avessero dato la loro parola.
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Gioiello che esaudisce i desideri
Gioiello dal quale si dice sia possibile ottenere a volontà tesori, abiti e cibo. È chiamato anche “gemma che esaudisce i desideri” o “tesoro che esaudisce i desideri”. Esistono diverse spiegazioni della sua origine: il Trattato sulla grande perfezione della saggezza afferma che deriva dalla trasformazione delle reliquie del Budda oppure che proviene dal cervello di un re drago; il Sutra del tesoro miscellaneo afferma che proviene dal cervello del makara; secondo un’altra spiegazione, sarebbe un frammento staccatosi dal vajra, lo scettro di diamante posseduto da Shakra. Nella prima parte del quinto volume di Grande concentrazione e visione profonda si legge: «Il gioiello che esaudisce i desideri è il più eccelso tesoro del cielo. Pur avendo le dimensioni di un seme di senape o di un chicco di miglio, possiede grandi poteri». Nella Lettera ai fratelli si legge: «estrasse, dal deposito dei cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, il gioiello che esaudisce i desideri del singolo istante di vita che comprende tremila regni e lo donò alla gente dei tre paesi» (GZ, p. 1087, r. 12). Inoltre, nel primo volume della Raccolta degli insegnamenti orali, spiegando l’espressione “un gioiello […] prezioso” del capitolo “Devadatta”, il Daishonin afferma: «la parola “un” o “uno” indica Myoho-renge-kyo [abbreviato in myoho, o la Legge meravigliosa]. “Prezioso” indica il funzionamento della Legge meravigliosa, e il gioiello indica l’entità della Legge meravigliosa» (GZ, p. 747, r. 1).
Falsità
Significa mentire. È una delle dieci azioni malvagie. Nel mondo comune, le conseguenze di una menzogna sono temporanee e circoscritte; una menzogna in materia buddista, invece, fa cadere nell’inferno di incessante sofferenza chi vi crede. Inoltre, le menzogne di chi ricopre responsabilità di guida gettano nella sofferenza moltissime persone. Ciò vale a maggior ragione per le falsità che riguardano la Legge corretta.
Studiosi dei trattati
Chiamati anche maestri dell’Abhidharma. In origine il termine indicava persone esperte nel canestro dei trattati, uno dei tre canestri delle scritture buddiste; designa anche coloro che eccellevano nel dibattito o che scrissero trattati per diffondere gli insegnamenti buddisti.
Maestri
Coloro che istruiscono e guidano le persone. In generale, mentre Nagarjuna e Vasubandhu sono chiamati studiosi dei trattati, T’ien-t’ai e Dengyo sono chiamati maestri.
Gli insegnamenti dei primi quarant’anni e più
Shakyamuni abbandonò la vita secolare a diciannove anni e conseguì l’illuminazione sotto l’albero della bodhi a trent’anni. Da allora, fino alla morte avvenuta a ottant’anni, espose per cinquant’anni gli insegnamenti dei sutra mahayana e hinayana. L’espressione indica i quarantadue anni precedenti l’esposizione del Sutra del Loto.
Sutra degli Innumerevoli significati
Opera in un volume, tradotta da Dharmagatayashas sotto la dinastia dei Ch’i meridionali. È considerata il sutra di apertura del Sutra del Loto. Spiega che gli innumerevoli significati «nascono da un’unica Legge» e chiarisce che, praticando l’insegnamento degli innumerevoli significati, si consegue la suprema e perfetta illuminazione.
Budda Molti Tesori
Budda che dimora nel mondo Purezza del Tesoro, a oriente. Compare nell’assemblea nell’aria del Sutra del Loto, seduto all’interno della torre preziosa, e testimonia che il Sutra del Loto predicato dal Budda Shakyamuni è vero. Siede inoltre accanto a Shakyamuni nella torre preziosa, al centro della cerimonia nell’aria. Il Budda Molti Tesori non predica personalmente la Legge: ogni volta che viene esposto il Sutra del Loto, appare immancabilmente nelle terre delle dieci direzioni per testimoniarne la verità.
«Il Sutra del Loto della Legge meravigliosa, […] tutto ciò che hai esposto [Budda Shakyamuni] è la verità!»
Nell’undicesimo capitolo del Sutra del Loto, “L’apparizione della torre preziosa”, si legge: «Eccellente, eccellente! Shakyamuni, Onorato dal Mondo, hai saputo esporre alla grande assemblea il Sutra del Loto della Legge meravigliosa, la grande saggezza imparziale, l’insegnamento che istruisce i bodhisattva ed è custodito dai Budda. È proprio così, è proprio così! Tutto ciò che Shakyamuni, Onorato dal Mondo, ha esposto è vero». Sono le parole con cui il Tathagata Molti Tesori, dall’interno della torre preziosa, loda il Sutra del Loto predicato da Shakyamuni e ne attesta la verità.
I Budda delle dieci direzioni
Le dieci direzioni comprendono l’alto e il basso, i quattro punti cardinali — est, ovest, sud e nord — e le quattro direzioni intermedie: nord-est, nord-ovest, sud-est e sud-ovest. L’espressione indica i Budda che dimorano in tutte le terre, cioè in tutto l’universo.
L’assemblea del Sutra del Loto
I luoghi in cui fu predicato il Sutra del Loto, espressi dalla formula “due luoghi e tre assemblee”: la prima assemblea sul Picco dell’Aquila, l’assemblea nell’aria e la seconda assemblea sul Picco dell’Aquila.
Commento
Qui, a proposito della lettura e della recitazione del Sutra del Loto, viene sottolineato in particolare il beneficio della recitazione del daimoku. Le parole «i meriti che si acquistano recitando gli otto volumi, un volume, un capitolo, un verso, una frase, o semplicemente il daimoku, sono gli stessi» sembrano, a una prima lettura, porre sullo stesso piano la recitazione dell’intero sutra e quella del daimoku. Il vero intento, tuttavia, è spiegare che la recitazione del daimoku possiede una forza tanto grande. Anche l’analogia successiva, secondo cui una sola goccia d’acqua del grande mare racchiude l’acqua di innumerevoli fiumi, rende evidente che il significato essenziale riguarda il daimoku, nel quale ogni cosa è contenuta. Perciò anche le parole seguenti, «Perciò, nel caso del Sutra del Loto, è lodevole recitare il capitolo nel quale hai posto la tua fiducia, qualunque esso sia», possono essere intese come una lode alla fede di questa donna e come un’espressione della premura del Daishonin affinché non indietreggi.
«fra i sacri insegnamenti del Tathagata non se ne trova alcuno che contenga falsità. Tuttavia, esaminando attentamente gli insegnamenti buddisti, anche fra le auree parole del Tathagata vi sono diversi insegnamenti, mahayana e hinayana, provvisori e veri, essoterici ed esoterici. Queste distinzioni derivano dai sutra stessi»
Una delle obiezioni all’idea che sia necessario distinguere ciò che è corretto da ciò che è erroneo nel Buddismo e chiarire la maggiore o minore profondità dei suoi insegnamenti è questa: «La religione è come la salita su una montagna: qualunque insegnamento si segua, si sale comunque sulla stessa montagna». È vero che gli insegnamenti buddisti sono tanto vasti da essere chiamati gli “ottantamila insegnamenti” e che è difficile comprenderli tutti fino in fondo. Inoltre, in passato vi furono monaci che, sostenendo che tutte le scritture fossero le auree parole del Budda, estraevano un sutra a caso dal deposito dei testi e lo assumevano come fondamento. Non è dunque incomprensibile che le persone comuni possano ragionare in questo modo.
Occorre però sapere che questa stessa idea contraddice già l’insegnamento del Budda. Chi ha stabilito che tutti i diversi sutra conducano alla medesima vetta? In realtà, già questa affermazione è un’opinione personale arbitraria. Quello che si riteneva un sentiero verso la vetta desiderata potrebbe essere soltanto un percorso di allenamento; e non si può affermare con certezza che, proseguendo, esso non conduca a un precipizio sul fondo di una valle o a un labirinto.
Il Daishonin indica chiaramente che anche fra le auree parole del Budda esistono distinzioni fra mahayana e hinayana, fra insegnamenti provvisori e veri. Basti considerare passi come «In questi quarant’anni e più, non ho ancora rivelato la verità» e «Mettendo da parte onestamente gli espedienti»: sono i sutra stessi a dire che vi sono insegnamenti da assumere come fondamento e altri che non lo sono. È questo il significato delle parole «Queste distinzioni derivano dai sutra stessi».
Per insegnare ai bambini la morale e l’etica si raccontano fiabe. Le fiabe, tuttavia, non sono fatti realmente accaduti. Sono utili per comprendere la morale, ma non bisogna considerare vero tutto ciò che raccontano: restano un insegnamento “provvisorio”. Anche nelle scienze, per esempio, la legge di gravitazione universale di Newton è sufficiente come conoscenza applicabile alla vita quotidiana. Dal punto di vista del principio di relatività di Einstein, però, essa non è una verità assoluta, ma soltanto un’approssimazione. In campi come la scienza dello spazio e la fisica delle particelle elementari deve essere trattata come tale: se non si effettuassero i calcoli sulla base della relatività, ne deriverebbero gravi problemi.
Il Buddismo è una filosofia della vita estremamente complessa, sottile e profonda. Per farla comprendere alle persone, il Budda iniziò esponendo verità parziali attraverso diverse analogie; solo alla fine rivelò la verità ultima, completando l’intero insegnamento. Anche quando qualcosa è vero in parte, ritenerlo vero in ogni circostanza costituisce un grave errore. Affermare che qualsiasi sutra vada bene può dunque essere considerato un modo di pensare del tutto irresponsabile.
Poiché il Sutra del Loto espone la Legge ultima, ogni suo carattere e ogni sua frase contengono il tutto. I sutra precedenti, che rivelano soltanto una parte, non possono invece racchiudere da soli l’intero insegnamento. «La pratica del Sutra del Loto è shakubuku, la confutazione delle dottrine provvisorie»: poiché il Sutra del Loto espone l’origine fondamentale della vita, esamina rigorosamente il contenuto degli insegnamenti e confuta con severità i principi delle dottrine provvisorie.
Capitolo 4. I benefici della fede e le conseguenze dell’offesa alla Legge
Testo del Gosho
Supponiamo che un uomo o una donna che hanno recitato anche una sola parola del Sutra del Loto vengano trascinati in basso dal karma infinitamente pesante delle dieci azioni malvagie, dei cinque peccati capitali o delle quattro offese maggiori, e cadano nei cattivi sentieri. Anche se il sole e la luna non spuntassero mai più da est, la grande terra si rovesciasse, e le maree del grande mare cessassero di fluire e rifluire, anche se le pietre rotte ritornassero intere e l’acqua dei fiumi e dei torrenti cessasse di affluire nel grande mare, nessuna donna che crede nel Sutra del Loto potrà mai essere trascinata in basso da colpe mondane e cadere nei cattivi sentieri.
Se una donna che ha fede nel Sutra del Loto cadesse nei cattivi sentieri perché è gelosa, bisbetica o eccessivamente avida, il Tathagata Shakyamuni, il Budda Molti Tesori e i Budda delle dieci direzioni in un istante si renderebbero colpevoli di aver infranto il voto di non mentire che osservavano da un infinito numero di kalpa, superando persino le menzogne e i raggiri di Devadatta e le grandi menzogne di Kokalika. Può mai succedere una cosa simile? Dunque la persona che abbraccia il Sutra del Loto ne godrà sicuramente i benefici.
D’altro canto però, una persona che non commette un solo atto malvagio in tutta la vita, che osserva i cinque precetti, gli otto precetti, i dieci precetti, i dieci buoni precetti, i duecentocinquanta precetti, i cinquecento precetti o un numero infinito di precetti, che conosce a memoria tutti i sutra, fa offerte a tutti i Budda e bodhisattva e accumula meriti incommensurabili, se non ha fede nel Sutra del Loto, o se, pur avendo fede in esso, lo considera alla pari di tutti gli altri sutra e degli insegnamenti degli altri Budda, o se non lo considera alla pari ma pratica costantemente altre discipline e pratica il Sutra del Loto solo di tanto in tanto, se ha rapporti amichevoli con preti Nembutsu che non credono nel Sutra del Loto e lo offendono, o se non considera colpevoli quelli che sostengono che il Sutra del Loto non è adatto alle capacità delle persone dell’ultima epoca, allora i meriti delle innumerevoli buone azioni di tutta la sua vita svaniranno immediatamente. Inoltre, anche i benefici del Sutra del Loto saranno oscurati per un certo tempo e cadrà nella grande fortezza dell’inferno Avichi, sicuramente come la pioggia cade dal cielo o come le pietre rotolano a valle dalla vetta.
Anche una persona che ha commesso le dieci azioni malvagie o i cinque peccati capitali, se non volta le spalle al Sutra del Loto, rinascerà sicuramente nella pura terra e conseguirà la Buddità, mentre leggiamo nel sutra che, anche se una persona osserva i precetti, abbraccia tutti i sutra e crede nei vari Budda e bodhisattva, se non ha fede nel Sutra del Loto cadrà sicuramente nei cattivi sentieri.
Secondo il mio umile parere, osservando il mondo attuale, la maggior parte dei laici e dei preti offende l’insegnamento corretto.
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Dieci azioni malvagie
Dieci tipi di azioni karmiche malvagie, le più gravi fra quelle compiute con il corpo, la parola e la mente. Sono esposte, fra l’altro, nel sedicesimo volume del Tesoro dell’Abhidharma. Sono chiamate anche dieci azioni negative o dieci azioni non virtuose. Le tre azioni malvagie del corpo sono uccidere, rubare e avere una condotta sessuale scorretta; le quattro della parola sono mentire, parlare in modo frivolo, usare un linguaggio offensivo e seminare discordia; le tre della mente sono l’avidità, la collera e la stupidità.
Cinque peccati capitali
Chiamati anche cinque gravi trasgressioni o cinque azioni che conducono all’inferno di incessante sofferenza: uccidere il proprio padre, uccidere la propria madre, uccidere un arhat, turbare l’armonia della comunità buddista e ferire un Budda facendone versare il sangue. Si ritiene che chi li commette cada nell’inferno di incessante sofferenza.
Quattro offese maggiori
Le colpe più gravi per i bhikshu, i monaci, uno dei quattro gruppi della comunità buddista. Fra le dieci azioni malvagie, si tratta delle quattro particolarmente gravi: uccidere, rubare, avere una condotta sessuale scorretta e mentire. Sono dette anche quattro proibizioni maggiori: 1) il precetto di non uccidere; 2) quello di non rubare; 3) quello di non avere una condotta sessuale scorretta; 4) quello di non mentire. Chi le viola viene espulso dalla comunità. Costituiscono le colpe più gravi per chi ha abbracciato la vita religiosa.
Gravi azioni karmiche
Azioni karmiche gravemente colpevoli. La colpa di offendere la Legge corretta.
Cattivi sentieri
Forma abbreviata di “tre cattivi sentieri” — inferno, avidità e animalità — o di “quattro cattive destinazioni”, che ai tre precedenti aggiungono lo stato di asura. Sono i mondi di sofferenza verso cui conducono le cattive azioni. Sono detti anche cattive destinazioni.
Essere bisbetica
1) Essere maliziosa. 2) Essere irascibile.
Avidità
Il desiderare avidamente. Uno dei tre veleni e una delle radici di tutte le illusioni e i desideri. È la funzione che spinge a bramare le cose del mondo e ad attaccarsi ai cinque desideri.
Un infinito numero di kalpa
Un periodo di tempo di lunghezza incommensurabile. “Infinito” significa privo di limiti, mentre “kalpa” indica un tempo lunghissimo. I sutra e i trattati ne danno diverse definizioni. Secondo il dodicesimo volume del Tesoro dell’Abhidharma, il periodo durante il quale la durata della vita umana, partendo da dieci anni, aumenta di un anno ogni cento anni fino a raggiungere gli ottantamila anni costituisce un periodo di crescita. Il processo inverso, dagli ottantamila anni ai dieci anni, costituisce un periodo di diminuzione. Questi due periodi, uno di crescita e uno di diminuzione, formano un kalpa. Esistono anche altre spiegazioni.
Precetto di non mentire
Non pronunciare parole false, non dire menzogne. È uno dei cinque precetti e delle dieci proibizioni maggiori.
Chodatsu
Forma abbreviata del nome di Devadatta.
Colpa di mentire
La colpa di dire menzogne.
Kokalika
Trascrizione fonetica del sanscrito Kokālika, presente anche in altre grafie cinesi e tradotto come “uomo del tempo malvagio” o “guardiano dei buoi”. Apparteneva al clan degli Shakya. Secondo il quarantottesimo volume degli Agama vari e altre fonti, fu discepolo di Devadatta. Senza ascoltare gli ammonimenti di Shakyamuni, accusò Shariputra e Maudgalyayana di nutrire cattivi desideri. Come conseguenza, il suo corpo si ricoprì di piaghe maligne ed egli cadde nell’inferno del grande loto.
Cinque precetti
Precetti esposti negli insegnamenti hinayana, insieme agli otto precetti, per uomini e donne laici: 1) non uccidere; 2) non rubare; 3) non mentire; 4) non avere una condotta sessuale scorretta; 5) non bere alcolici. Si dice che chi osserva fedelmente questi cinque precetti sia apprezzato e goda della fiducia del proprio signore, dei genitori, dei fratelli, della moglie e dei figli e delle persone del mondo; viva sereno nel corpo e nella mente e incontri pochi ostacoli nel fare il bene. Dopo la morte, potrà rinascere come essere umano e godere di felicità e buona fortuna.
Otto precetti
Otto precetti che gli uomini e le donne laici osservano per un solo giorno, seguendo il modello della vita monastica. Nei cinque precetti, il divieto della condotta sessuale scorretta viene sostituito dall’astinenza da ogni attività sessuale; vi si aggiungono tre prescrizioni: rinunciare agli ornamenti e ai cosmetici e non assistere a canti e danze; non dormire su letti alti e sontuosi; non mangiare negli orari non consentiti. Sono detti anche otto precetti di purificazione o osservanza degli otto precetti.
Dieci precetti
Non è chiaro a quali dieci precetti laici si faccia riferimento negli insegnamenti hinayana. I dieci buoni precetti per i laici del Mahayana sono: non uccidere, non rubare, non avere una condotta sessuale scorretta, non mentire, non seminare discordia, non usare un linguaggio offensivo, non parlare in modo frivolo, non essere avidi, non adirarsi e non avere opinioni errate.
Dieci buoni precetti
I dieci sentieri delle buone azioni, esposti nel secondo volume del Sutra della contemplazione della Legge corretta: 1) non uccidere; 2) non rubare; 3) non avere una condotta sessuale scorretta; 4) non mentire; 5) non parlare in modo frivolo; 6) non usare un linguaggio offensivo; 7) non seminare discordia; 8) non essere avidi; 9) non adirarsi; 10) non avere opinioni errate. I dieci buoni precetti impediscono di compiere le dieci azioni malvagie con il corpo, la parola e la mente e sono chiamati anche dieci buoni sentieri. Nel Sutra dell’accettazione dei dieci buoni precetti si legge: «Chi accetta e osserva questi dieci buoni precetti, eliminando le dieci azioni malvagie, se rinasce in alto, nei cieli, diventa il re Brahma; se rinasce in basso, nel mondo umano, diventa un re che mette in moto la ruota e istruisce le persone nelle dieci buone azioni».
Duecentocinquanta precetti
Le duecentocinquanta norme di disciplina, ossia regole della comunità, che i religiosi maschi, i bhikshu, devono osservare. Sono esposte nelle Quadruplici regole della disciplina. Nel Giappone di quel tempo, riceverle significava essere riconosciuti ufficialmente come monaci. Le norme per le religiose, le bhikshuni, sono precisamente trecentoquarantotto, ma vengono indicate approssimativamente come cinquecento precetti. Nella Biografia del Gran Maestro del monte Hiei, dedicata al Gran Maestro Dengyo, Saicho, alla voce relativa alla tarda primavera, il terzo mese, del nono anno di Konin (818), si legge, in sostanza, che egli «abbandonò immediatamente i duecentocinquanta precetti». Il Gran Maestro Dengyo criticò quelle norme di disciplina in quanto appartenenti allo Hinayana e sostenne che per i bodhisattva mahayana fosse corretto ricevere l’ordinazione attraverso i precetti mahayana, precisamente quelli esposti nel Sutra della Rete di Brahma. Tenendo conto anche di questo precedente, Nichiren Daishonin insegna che, nell’Ultimo giorno della Legge, l’osservanza dei precetti si esaurisce nell’abbracciare Nam-myoho-renge-kyo, che contiene ogni beneficio.
Cinquecento precetti
I precetti completi delle bhikshuni. Esistono diverse indicazioni circa il loro numero; generalmente si fa riferimento ai trecentoquarantotto precetti esposti nelle Quadruplici regole della disciplina. La cifra cinquecento viene usata per indicarne la grande quantità.
Tutte le scritture
Tutti i sutra esposti da Shakyamuni nei cinquant’anni della sua predicazione. Sono detti anche canone degli insegnamenti di un’intera vita o grande canone. L’espressione viene inoltre usata come denominazione complessiva delle scritture, dei trattati e dei commentari buddisti, comprendendo i tre canestri dei sutra, delle regole della disciplina e dei trattati. Anticamente, le scritture buddiste erano chiamate “tre canestri”; in seguito, con la comparsa di scritture e commentari che non rientravano interamente in questa classificazione, si cominciò a usare le espressioni “tutte le scritture” e “grande canone”.
Seguaci del Nembutsu
Laici o religiosi che credono nella scuola Nembutsu, o della Pura terra. Originariamente “nembutsu” significava contemplare le caratteristiche e i benefici del Budda e pronunciarne il nome. Qui, però, il termine è usato come altra denominazione della scuola della Pura terra. Questa scuola fu diffusa in Cina da T’an-luan, Tao-ch’o, Shan-tao e altri, e in Giappone da Honen. Si fonda sui tre sutra della Pura terra, appartenenti agli insegnamenti provvisori precedenti al Sutra del Loto. Riferendosi a questa scuola, Nichiren Daishonin stabilì che il Nembutsu conduce all’inferno di incessante sofferenza.
La grande fortezza dell’inferno Avichi
Chiamata anche inferno Avichi o inferno di incessante sofferenza. “Avichi” è la trascrizione del sanscrito Avīci, tradotto come “incessante”: il nome deriva dal fatto che la sofferenza vi viene sperimentata senza interruzione. Fra gli otto grandi inferni, si dice che la sofferenza di questo sia mille volte superiore a quella degli altri sette. Si trova al di sotto dell’inferno del grande calore, nella parte più profonda del mondo del desiderio; misura ottantamila yojana in lunghezza e in larghezza ed è circondato da sette cerchie di mura di ferro. La sua sofferenza è così grande che i suoi abitanti, guardando quelli dell’inferno del grande calore, giudicano la loro condizione piacevole quanto quella del cielo in cui si gode liberamente delle creazioni altrui. È inoltre pieno di un fetore terribile: si dice che, se lo respirassero, tutti gli esseri dei quattro continenti e dei sei cieli del mondo del desiderio morirebbero. Tuttavia, i monti dell’Emersione e dell’Immersione trattengono questo fetore, impedendogli di raggiungere il mondo umano. Si dice anche che, se il Budda descrivesse nei particolari le sofferenze dell’inferno di incessante sofferenza, chi lo ascoltasse vomiterebbe sangue e morirebbe. La durata della vita in questo inferno è di un kalpa medio; vi cadono coloro che hanno commesso i cinque peccati capitali. Chi offende la Legge corretta, anche se si pente, vi subisce grandi sofferenze per un periodo mille volte più lungo, cioè mille kalpa. Quanto a chi non si pente, il sutra afferma: «Vedendo coloro che leggono, recitano, trascrivono e abbracciano il sutra, li disprezzano, li odiano, li invidiano e nutrono rancore nei loro confronti. […] Quando queste persone moriranno, entreranno nell’inferno Avichi. Vi rimarranno per un intero kalpa e, al termine del kalpa, vi rinasceranno ancora. In questo modo il ciclo continuerà per innumerevoli kalpa».
Rinascere nella pura terra e conseguire la Buddità
1) Lasciare questo mondo di saha, in cui vivono gli esseri comuni, recarsi in una terra del Budda e ottenere una nascita come risultato karmico favorevole. Fra le forme di rinascita vi sono quella nella Terra della Perfetta Beatitudine di Amida, a occidente, e quella nel cielo Tushita di Maitreya. 2) L’espressione può essere distinta nei suoi due significati: “rinascere” indica nascere in un altro mondo dopo la morte; “conseguire la Buddità” significa ottenere lo stato vitale del Budda.
Osservare i precetti
I precetti sono una delle tre discipline — precetti, meditazione e saggezza — e costituiscono le norme che devono essere rispettate da chi pratica il Buddismo. Il loro significato è prevenire le azioni scorrette del corpo e della mente e impedire il male. Osservarli significa riceverli e mantenerli attraverso le tre attività del corpo, della parola e della mente.
Laici
Il termine giapponese indica: 1) abbracciare il Buddismo continuando a condurre una vita secolare, oppure la persona che lo fa; 2) un’abitazione privata, una casa di provincia o di campagna; 3) nel Medioevo, i contadini che ricevevano un terreno abitativo all’interno dei possedimenti di un signore, vi risiedevano ed erano soggetti ai relativi tributi e servizi.
Religiosi
Abbandonare la casa e la vita secolare per entrare nella via buddista; il termine si contrappone a “laici”. Indica chi recide i legami con moglie, figli e familiari e si dedica alla pratica buddista: i bhikshu e le bhikshuni, monaci e monache.
Offesa
Parlare male e denigrare. Il capitolo “Parabola e similitudine” espone quattordici tipi di offesa. Nello scritto Le quattordici offese, una risposta al signor Matsuno, si legge: «1) arroganza; 2) negligenza; 3) opinioni personali errate; 4) comprensione superficiale; 5) attaccamento alle illusioni e ai desideri; 6) non [voler] comprendere; 7) non credere; 8) mostrare ripugnanza aggrottando le sopracciglia; 9) covare dubbi; 10) offendere la Legge; 11) disprezzare; 12) odiare; 13) invidiare; 14) serbare rancore» (GZ, p. 1382).
Commento
Questo passo chiarisce i profondissimi benefici del Sutra del Loto e le colpe di chi non vi crede o segue una fede errata.
Il capitolo può essere suddiviso nelle seguenti parti principali. Il passo che va da «Supponiamo che un uomo o una donna che hanno recitato anche una sola parola del Sutra del Loto» fino a «Dunque la persona che abbraccia il Sutra del Loto ne godrà sicuramente i benefici» espone i grandi benefici dell’abbracciare il Sutra del Loto. Quello successivo, da «D’altro canto però, una persona che non commette un solo atto malvagio in tutta la vita» fino a «come le pietre rotolano a valle dalla vetta», chiarisce le colpe di chi non crede o segue una fede errata.
A partire da «Anche una persona che ha commesso le dieci azioni malvagie o i cinque peccati capitali», vengono riassunti concisamente i benefici della fede e le colpe della mancanza di fede, concludendo così il capitolo.
«nessuna donna che crede nel Sutra del Loto potrà mai essere trascinata in basso da colpe mondane e cadere nei cattivi sentieri»
Questo passo mostra la forza dei benefici del Sutra del Loto.
Le “colpe mondane” indicano qui il male nel senso comune del termine. Più precisamente, si può intendere che il passo si riferisca agli aspetti negativi delle tendenze vitali generalmente presenti nelle donne. Una donna che abbraccia il Sutra del Loto ha accolto con fede la Legge suprema del Buddismo; per i suoi benefici, a differenza delle donne comuni, non cadrà nei cattivi sentieri a causa della “natura” propria del suo sesso. Questo è il significato del passo. Il Daishonin elenca poi tre caratteristiche innate delle donne, con le parole «gelosa, bisbetica o eccessivamente avida». La gelosia corrisponde alla stupidità, l’essere bisbetica alla collera e l’avidità eccessiva al desiderio avido: possiamo quindi ricondurle ai tre veleni di avidità, collera e stupidità che si celano nelle profondità della vita.
I tre veleni sono le illusioni e i desideri fondamentali degli esseri umani, la radice che li conduce all’infelicità. Il passo sottolinea che questi tre veleni sono profondamente radicati nelle donne. Al tempo stesso, chiarisce che una donna che accetta con fede il Sutra del Loto non viene trascinata da tali tendenze verso i cattivi sentieri.
L’insegnamento della Legge meravigliosa non chiede di recidere la disposizione ai tre veleni: ciò è, per sua natura, impossibile. Insegna invece a trasformare i tre veleni nelle tre virtù e le illusioni e i desideri nell’illuminazione; a trasformare ogni male in bene e ciò che è negativo in positivo. La grande forza del Budda e della Legge del Sutra del Loto consiste proprio nel rendere possibile questa trasformazione. I principi secondo cui “le illusioni e i desideri sono illuminazione” e “i tre veleni sono le tre virtù” costituiscono il cuore stesso del Sutra del Loto. Se una donna che lo ha accolto con fede potesse essere trascinata dai tre veleni nei cattivi sentieri, l’insegnamento del sutra stesso diventerebbe una menzogna. Per questo il Daishonin dichiara con assoluta convinzione che «il Tathagata Shakyamuni, il Budda Molti Tesori e i Budda delle dieci direzioni in un istante si renderebbero colpevoli di aver infranto il voto di non mentire che osservavano da un infinito numero di kalpa, superando persino le menzogne e i raggiri di Devadatta e le grandi menzogne di Kokalika».
«i meriti delle innumerevoli buone azioni di tutta la sua vita svaniranno immediatamente. Inoltre, anche i benefici del Sutra del Loto saranno oscurati per un certo tempo e cadrà nella grande fortezza dell’inferno Avichi, sicuramente come la pioggia cade dal cielo o come le pietre rotolano a valle dalla vetta»
È un severo ammonimento: per quanto una persona pratichi il Buddismo durante tutta la vita, se si oppone al Sutra del Loto e pratica altri sutra, cadrà nella grande fortezza dell’inferno Avichi.
Qui si descrive concretamente quali persone cadano nella grande fortezza dell’inferno Avichi. Seguiamo dunque il testo. Anzitutto, come indicano le parole «se non ha fede nel Sutra del Loto», si tratta di chi non crede nel Sutra del Loto. Anche una persona che osserva molti precetti e accumula innumerevoli buone cause, se non crede nel Sutra del Loto, la via diretta al conseguimento della Buddità, rende prive di significato tutte quelle buone cause e, anzi, cade nell’inferno Avichi per la colpa di non credere nel sutra. Viene poi chi, «pur avendo fede in esso, lo considera alla pari di tutti gli altri sutra e degli insegnamenti degli altri Budda». Il Sutra del Loto espone l’unico veicolo del Budda; gli altri sutra sono insegnamenti provvisori, esposti come espedienti. Chi, ignorando questa differenza fondamentale, li colloca sullo stesso piano non solo non può conseguire la Buddità, ma viene ammonito che «anche i benefici del Sutra del Loto saranno oscurati per un certo tempo e cadrà nella grande fortezza dell’inferno Avichi».
Vi è poi chi «non lo considera alla pari ma pratica costantemente altre discipline e pratica il Sutra del Loto solo di tanto in tanto». Le “altre buone cause” consistono nel leggere e praticare scritture diverse dal Sutra del Loto. In un senso più ampio, l’espressione può indicare anche chi si dedica incessantemente a buone azioni nella condotta quotidiana. Coltivare senza sosta queste buone cause estranee al Sutra del Loto e praticare quest’ultimo «solo di tanto in tanto» significa collocarlo al di sotto degli altri sutra. Naturalmente, anche una persona di questo tipo, come quelle descritte prima, cade nell’inferno Avichi.
Vi è inoltre chi «ha rapporti amichevoli con preti Nembutsu che non credono nel Sutra del Loto e lo offendono». A proposito del Nembutsu, il Daishonin afferma con decisione: «Il Nembutsu è una pratica che conduce all’inferno di incessante sofferenza». Intrattenersi amichevolmente con i seguaci del Nembutsu senza confutare né loro né l’insegnamento che è all’origine dell’infelicità delle persone equivale già a sedersi insieme a chi offende la Legge. Naturalmente, vivendo nella società, è del tutto normale coltivare rapporti cordiali con chiunque e prosperare insieme. Il problema indicato qui è l’atteggiamento di chi asseconda amichevolmente il pensiero del Nembutsu, che conduce le persone all’infelicità, senza confutarlo. Chi ha perduto lo spirito di confutare l’erroneo e rivelare il corretto non è un autentico devoto del Sutra del Loto. Per questo finisce fra coloro che cadono nell’inferno Avichi.
Infine, vi è chi «non considera colpevoli quelli che sostengono che il Sutra del Loto non è adatto alle capacità delle persone dell’ultima epoca». Anche qui vale lo stesso principio: l’anima del Sutra del Loto risiede nello shakubuku. Restare del tutto indifferenti davanti a chi offende il Sutra del Loto, la grande Legge dell’Ultimo giorno, significa avere già perduto lo spirito dello shakubuku. Per quanto una persona dichiari di credere nel Sutra del Loto, se non possiede questo spirito, le sue buone cause sono soltanto come rugiada che svanisce al sole del mattino. Il passo ammonisce che una fede puramente formale non solo annulla i benefici del Sutra del Loto, ma conduce anche all’inferno Avichi. Ognuna di queste indicazioni costituisce una guida di grande importanza sulla quale un autentico praticante buddista dovrebbe riflettere per vigilare su se stesso.
Capitolo 5. La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”
Testo del Gosho
Ma per tornare alla tua domanda, come ho già affermato prima, benché nessun capitolo del Sutra del Loto sia trascurabile, fra i ventotto capitoli, i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita” sono particolarmente importanti, tutti gli altri sono come loro rami e foglie. Ti consiglio quindi nella tua pratica giornaliera di leggere le parti in prosa dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”. Inoltre puoi anche trascriverle. Gli altri ventisei capitoli sono come l’ombra che segue il corpo o come il valore contenuto in un gioiello. Se leggi i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, tutti gli altri saranno inclusi anche senza leggerli. I capitoli “Re della Medicina” e “Devadatta” espongono il conseguimento della Buddità e la rinascita nella pura terra da parte delle donne, tuttavia, il capitolo “Devadatta” è un ramo o una foglia del capitolo “Espedienti” e il capitolo “Re della Medicina” è un ramo o una foglia dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”. Quindi leggi regolarmente i due capitoli “Espedienti” e “Durata della vita” e leggi gli altri capitoli di tanto in tanto, quando hai un po’ di tempo libero.
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Capitolo “Espedienti”
Il secondo capitolo del Sutra del Loto della Legge meravigliosa. Segna l’inizio della sezione della rivelazione dell’insegnamento transitorio e sviluppa il suo principio centrale: aprire i tre veicoli e rivelare l’unico veicolo. Shakyamuni emerge dalla meditazione sul luogo degli innumerevoli significati e, lodando la saggezza del Budda, rivela la Legge difficile da comprendere da lui conseguita nella forma dei dieci fattori. Richiamando il modello di predicazione di cinque categorie di Budda — i Budda delle dieci direzioni, quelli del passato, del futuro e del presente e il Budda Shakyamuni —, chiarisce di aver istituito, grazie al potere degli espedienti, gli insegnamenti dei tre veicoli per esporre l’unico veicolo del Budda.
Capitolo “Durata della vita”
Il sedicesimo capitolo, “Durata della vita del Tathagata”. “Tathagata” è una denominazione generale dei Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze, dei due Budda, dei tre Budda, del Budda dell’insegnamento originale e del Budda dell’insegnamento transitorio. In senso specifico, designa i tre Budda dello stato originale. “Durata della vita” indica la valutazione dei benefici di tutti i Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze, dei due Budda e dei tre Budda: da qui il titolo del capitolo. Qui, in particolare, vengono valutati i benefici dei tre Budda dello stato originale. Questo capitolo costituisce lo scopo fondamentale dell’apparizione di Shakyamuni nel mondo ed esprime il vero significato del conseguimento della Buddità da parte di tutti gli esseri viventi. Nello scritto L’essenza del capitolo “Durata della vita”, il Daishonin ne sottolinea l’importanza: «Se non fosse per la presenza del capitolo “Durata della vita” fra tutti gli insegnamenti di Shakyamuni, questi sarebbero come un cielo senza sole e senza luna, come un regno senza re, come montagne e mari senza tesori, come una persona senza anima. Cioè, se non fosse per il capitolo “Durata della vita”, tutti i sutra sarebbero senza significato» (GZ, p. 1211, r. 17). La ragione fondamentale è che nelle profondità del testo si cela Nam-myoho-renge-kyo, i tremila regni in un singolo istante di vita nella pratica concreta. Nella Raccolta degli insegnamenti orali si legge: «Il Tathagata è il Budda Shakyamuni o, parlando più in generale, tutti i Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze. O, più specificamente, si riferisce al Budda dello stato originale che è eternamente dotato dei tre corpi. Ora Nichiren e i suoi seguaci comprendono che, parlando in generale, il termine “Tathagata” si riferisce a tutti gli esseri viventi. Più specificamente, si riferisce ai discepoli e ai sostenitori laici di Nichiren. Stando così le cose, il termine “eternamente dotato dei tre corpi” si riferisce ai devoti del Sutra del Loto nell’Ultimo giorno della Legge. Il titolo onorifico di chi è eternamente dotato dei tre corpi è Nam-myoho-renge-kyo» (GZ, p. 752, r. 4). Vi si legge inoltre: «Sia come sia, questo capitolo non rappresenta l’insegnamento che è essenziale per l’Ultimo giorno della Legge. La ragione è che questo capitolo incarna il Buddismo del raccolto adatto al tempo in cui il Budda era nel mondo. Ma solo i cinque caratteri del Daimoku costituiscono il Buddismo della semina che è adatto all’epoca attuale. Perciò, il Buddismo del raccolto è per il tempo in cui il Budda era nel mondo, e il Buddismo della semina è per l’epoca dopo la sua morte. Quindi è il Buddismo della semina che è necessario nell’Ultimo giorno della Legge» (GZ, p. 753, r. 7; terzo punto, relativo alle parole “Da quando ho realmente conseguito la Buddità, sono trascorsi innumerevoli, sconfinati…”). Nell’Ultimo giorno della Legge, dunque, anche il capitolo “Durata della vita” è una spiegazione del Dai-Gohonzon delle tre grandi Leggi segrete: il rapporto fra i due è quello fra il deposito e il tesoro che contiene.
Parti in prosa
Le parti del sutra scritte in prosa, senza vincoli nel numero dei caratteri. Non essendovi un limite alle parole e ai caratteri, i periodi sono lunghi.
Capitolo “Devadatta”
Il dodicesimo capitolo del Sutra del Loto della Legge meravigliosa. Mentre i capitoli “Maestro della Legge” e “L’apparizione della torre preziosa” esortano alla propagazione illustrando la profondità e la grandezza dei benefici, questo capitolo ne dà prova e incoraggia la propagazione richiamando un precedente nel quale furono benefiche sia la predicazione di Devadatta sia l’illuminazione conseguita da Shakyamuni. Nella prima parte viene narrata l’antica storia di un re e dell’asceta Asita; si descrive l’austera pratica di Shakyamuni, che per mille anni servì l’asceta «raccogliendo frutti, attingendo acqua, raccogliendo legna e preparando il cibo». L’asceta Asita era Devadatta. Questo saggio, una grande manifestazione provvisoria, per mostrare il principio secondo cui le cause karmiche producono i loro effetti, commise egli stesso i cinque peccati capitali e cadde nell’inferno ancora in vita; tuttavia, grazie al potere della Legge meravigliosa, ricevette la predizione che sarebbe diventato il Tathagata Re del Cielo. Gli otto capitoli della sezione della rivelazione dell’insegnamento transitorio espongono la predizione del conseguimento della Buddità da parte degli ascoltatori della voce. Entrando poi nella sezione della trasmissione, il capitolo “Maestro della Legge” rivela il conseguimento della Buddità da parte delle persone buone, mentre “Devadatta” lo rivela per le persone malvagie e per le donne. Nel capitolo della torre preziosa, Shakyamuni e Molti Tesori seduti fianco a fianco rappresentano il corpo e la mente di tutti gli esseri viventi che manifestano la realtà e la saggezza intrinsecamente possedute: vi viene quindi esposto il conseguimento della Buddità nella forma presente sul piano del principio. In “Devadatta”, invece, si espone il conseguimento della Buddità da parte di Devadatta, che si trova nell’inferno, e della figlia del re drago, un essere del mondo di animalità emerso dal mare; viene così rivelato il conseguimento della Buddità nella forma presente sul piano concreto.
«il capitolo “Devadatta” è un ramo o una foglia del capitolo “Espedienti” e il capitolo “Re della Medicina” è un ramo o una foglia dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”»
I sutra esposti da Shakyamuni nel corso della sua vita vengono suddivisi, secondo il contenuto, nelle sezioni della preparazione, della rivelazione e della trasmissione. Nell’insegnamento transitorio del Sutra del Loto, la preparazione comprende il Sutra degli Innumerevoli significati e il capitolo “Introduzione”; la rivelazione va dal secondo capitolo, “Espedienti”, al nono, “Predizioni conferite ai novizi e ai discepoli anziani”; la trasmissione va dal decimo, “Maestro della Legge”, al quattordicesimo, “Pratiche pacifiche”. Perciò il dodicesimo capitolo, “Devadatta”, appartiene alla sezione della trasmissione ed è un ramo o una foglia di “Espedienti”, il cuore dell’insegnamento transitorio. Considerando invece l’insieme del sutra in dieci volumi, la preparazione comprende il Sutra degli Innumerevoli significati e il capitolo “Introduzione”; la rivelazione va dal secondo capitolo, “Espedienti”, fino ai versi delle prime diciannove righe del diciassettesimo capitolo, “Distinzioni dei benefici”; la trasmissione va dalla parte successiva del diciassettesimo capitolo fino al ventottesimo, “Gli incoraggiamenti del bodhisattva Virtù Universale”, e comprende il Sutra di Virtù Universale. Perciò il ventitreesimo capitolo, “Re della Medicina”, appartiene alla sezione della trasmissione ed è un ramo o una foglia dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”.
Commento
In questo capitolo, alla moglie di Daigaku Saburo, che si dedicava alla recitazione dell’intero Sutra del Loto e poi del capitolo “Re della Medicina”, viene insegnato a modificare la propria pratica e a recitare i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”.
Possiamo ben comprendere i sentimenti della moglie di Daigaku Saburo: prima leggeva un capitolo al giorno dei ventotto del Sutra del Loto, mentre più di recente si era dedicata con particolare assiduità a “Re della Medicina”, che espone il conseguimento della Buddità da parte delle donne. Come il conseguimento della Buddità della figlia del re drago nel capitolo “Devadatta”, anche “Re della Medicina” insegna chiaramente che le donne possono conseguire la Buddità e rinascere nella pura terra. È quindi naturale che, in quanto donna, ne fosse attratta. Tuttavia, il cuore del Sutra del Loto è costituito dai capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, mentre “Re della Medicina”, che ella leggeva, ne è un ramo o una foglia. Il contenuto di questo capitolo consiste dunque nell’indicarle che la sua pratica si concentrava su aspetti secondari, insegnandole a recitare abitualmente “Espedienti” e “Durata della vita” e a leggere gli altri capitoli, come “Re della Medicina”, quando avesse tempo libero.
«come ho già affermato prima, benché nessun capitolo del Sutra del Loto sia trascurabile, fra i ventotto capitoli, i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita” sono particolarmente importanti»
Il Sutra del Loto è l’insegnamento esposto da Shakyamuni secondo la propria illuminazione, e tutti i suoi ventotto capitoli trasmettono la verità. Il significato di queste parole è chiaro alla luce di quanto il Daishonin ha già spiegato sulla superiorità del Sutra del Loto rispetto ai sutra precedenti: qui parla dal punto di vista del confronto fra gli insegnamenti provvisori e il vero insegnamento. All’interno del Sutra del Loto, tuttavia, fra i ventotto capitoli indica “Espedienti” e “Durata della vita” come particolarmente importanti. “Espedienti” è il cuore dell’insegnamento transitorio e “Durata della vita” quello dell’insegnamento originale. La ragione è che “Espedienti”, con parole quali «Nelle terre dei Budda delle dieci direzioni esiste soltanto la Legge dell’unico veicolo, non ve ne sono due, né tre», espone il principio di aprire i tre veicoli e rivelare l’unico veicolo, rendendo manifesto il profondo significato del conseguimento della Buddità da parte delle persone dei due veicoli. Il capitolo “Durata della vita”, nell’insegnamento originale, rivela invece la condizione originale dell’illuminazione di Shakyamuni con le parole: «Da quando ho realmente conseguito la Buddità, sono trascorsi innumerevoli, sconfinati…».
Questo punto è esaminato dettagliatamente nella trattazione dello scritto L’essenza del capitolo “Durata della vita”, contenuta nel presente volume.1 Nei sutra precedenti al Sutra del Loto e nell’insegnamento transitorio, la condizione originale dell’illuminazione di Shakyamuni non è ancora rivelata: egli è presentato come un Budda che ha conseguito l’illuminazione per la prima volta nella vita presente. Si insegna cioè che, come risultato di innumerevoli pratiche del bodhisattva compiute nelle vite passate, Shakyamuni apparve in India e qui ottenne per la prima volta l’effetto della Buddità. È il capitolo “Durata della vita” a confutare questa concezione.
Nella prima parte de L’apertura degli occhi si legge: «Arrivati all’insegnamento originale del Sutra del Loto, viene distrutta l’idea che il Budda Shakyamuni ottenne l’illuminazione per la prima volta in questo mondo e, di conseguenza, vengono distrutti anche gli effetti dei quattro insegnamenti. Essendo distrutti gli effetti dei quattro insegnamenti anche le cause lo sono. La causa e l’effetto dei Dieci mondi, così come erano spiegati nei sutra precedenti e nell’insegnamento transitorio del Sutra del Loto, vengono annullati e vengono rivelati la causa e l’effetto dei Dieci mondi dell’insegnamento originale. Questa è la dottrina della causa originale e dell’effetto originale: essa rivela che i nove mondi sono tutti presenti nella Buddità senza inizio e che la Buddità è intrinsecamente presente nei nove mondi senza inizio. Questo è il vero mutuo possesso dei Dieci mondi, i veri cento mondi e mille fattori, i veri tremila regni in un singolo istante di vita» (GZ, p. 197, r. 15).
Nella predicazione di un Budda che avrebbe conseguito l’illuminazione per la prima volta nella vita presente non viene esposto il vero significato dell’identità dei nove mondi con la Buddità. Fra il Budda e gli esseri comuni rimane una profonda frattura. È questo il difetto fondamentale dei sutra precedenti al Sutra del Loto. Anche nell’insegnamento transitorio, dal secondo capitolo, “Espedienti”, al nono, vengono conferite ai quattro grandi ascoltatori della voce e ad altri le predizioni del conseguimento della Buddità. Tuttavia, si tratta sempre di predizioni di una Buddità futura: uno stato che si può raggiungere al termine di pratiche protratte per innumerevoli kalpa, orientate verso un futuro lontanissimo. Non si tratta del conseguimento della Buddità nella forma presente.
È l’insegnamento del capitolo “Durata della vita” a superare tutti questi limiti dei sutra precedenti e dell’insegnamento transitorio.
Così, la profonda verità del Sutra del Loto è racchiusa nei due capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, mentre gli altri ne sono rami e foglie.
«Ti consiglio quindi nella tua pratica giornaliera di leggere le parti in prosa dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”»
Alla donna che si dedicava assiduamente alla recitazione di “Re della Medicina”, il Daishonin spiega con pazienza che proprio “Espedienti” e “Durata della vita” costituiscono il cuore del Sutra del Loto e le insegna a scegliere questi due capitoli per la recitazione quotidiana.
È evidente che, nell’Ultimo giorno della Legge, il fondamento della pratica del Sutra del Loto risiede nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo delle tre grandi Leggi segrete. Come si legge nello scritto L’insegnamento per l’Ultimo giorno della Legge, una risposta al signor Ueno: «Ora, nell’Ultimo giorno della Legge, né il Sutra del Loto né gli altri sutra sono più efficaci, solo Nam-myoho-renge-kyo lo è» (GZ, p. 1546, r. 11). Anche i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita” vengono recitati per far risaltare ancora più chiaramente il potere del daimoku della Legge meravigliosa.
Nichikan Shonin spiega così il significato della recitazione di “Espedienti” e “Durata della vita” nello scritto Le pratiche di questa scuola: «Esistono due tipi di pratica: la pratica primaria e la pratica di supporto. […] Fra le due pratiche osservate nella nostra scuola, la pratica di supporto consiste anzitutto nel recitare i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, contribuendo così a manifestare i profondissimi benefici della pratica primaria. È come la liscivia che aiuta l’acqua pura e come il sale e l’aceto che esaltano il sapore del riso e della pasta. Per questo è chiamata pratica di supporto. Anche all’interno di essa vi sono un aspetto secondario e uno principale: “Espedienti” è il secondario, “Durata della vita” il principale».
Come emerge chiaramente da questo passo, nell’Ultimo giorno della Legge la pratica primaria è Nam-myoho-renge-kyo; per contribuire a manifestare i profondissimi benefici della Legge meravigliosa, si leggono “Espedienti” e “Durata della vita” come pratica di supporto. Anche nelle analogie della liscivia e dell’acqua pura e del sale e dell’aceto con il riso e la pasta, la liscivia, il sale e l’aceto hanno un ruolo subordinato e corrispondono alla pratica di supporto, mentre l’acqua pura, il riso e la pasta hanno il ruolo principale e corrispondono alla pratica primaria. Nel secondo volume delle Annotazioni su Grande concentrazione e visione profonda si legge: «È come lavare un abito sporco usando prima la liscivia e poi l’acqua pura». In passato, infatti, invece del sapone si usava dapprima la liscivia per lavare e poi si risciacquava con acqua pura. La rimozione dello sporco dipende dall’acqua pura, ma l’aggiunta della liscivia ne rende l’azione ancora più efficace. Il riso e la pasta, inoltre, sono alimenti indispensabili; per gustarli meglio occorre l’aiuto del sale e dell’aceto. Attraverso queste analogie facilmente comprensibili, Nichikan Shonin illustra con chiarezza il rapporto fra pratica primaria e pratica di supporto. Miao-lo afferma: «Praticando insieme la pratica primaria e quella di supporto si ottengono grandi benefici», mostrando che grandi benefici sorgono dal compiere entrambe in reciproca collaborazione.
All’interno della pratica di supporto, poi, il capitolo “Espedienti” ha un ruolo secondario e “Durata della vita” un ruolo principale. Nichikan Shonin afferma che si legge “Espedienti” per confutarne l’insegnamento e prenderne a prestito il testo, mentre si legge “Durata della vita” per confutarne l’insegnamento e utilizzarlo. “Confutare” significa leggere i due capitoli respingendone il significato letterale alla luce dell’osservazione della mente nelle profondità del testo. Dal punto di vista del mistico relativo, ciò serve a rivelare il significato vasto e profondo della Legge meravigliosa celata nelle profondità del testo. Così, mentre da una parte si confutano “Espedienti” e “Durata della vita”, dall’altra si legge “Espedienti” prendendone a prestito le parole e si legge “Durata della vita” applicandone l’insegnamento. Questo è il modo di leggere dal punto di vista del mistico assoluto. Per una trattazione dettagliata, rimandiamo alle lezioni su Le pratiche di questa scuola.1
Capitolo 6. La pratica durante il periodo mestruale
Testo del Gosho
Inoltre nella lettera dici che ogni giorno veneri tre volte i sette caratteri [del daimoku] e che reciti diecimila volte Namu-ichijo-myoten, ma che durante il periodo mestruale eviti di leggere il sutra. Mi domandi se è sconveniente venerare [i sette caratteri] o recitare Namu-ichijo-myoten senza essere di fronte [all’oggetto di culto] o se è il caso di astenersi anche da questo nel periodo mestruale. Inoltre mi chiedi quanti giorni devi attendere dalla fine del ciclo prima di riprendere la recitazione del sutra.
Questa è una cosa che interessa tutte le donne e sulla quale pongono sempre delle domande. Anche nel passato molti si sono posti questo problema, ma poiché i sacri insegnamenti esposti dal Budda nel corso della sua vita non toccano mai questo punto, nessuno ha mai potuto fornire una chiara prova documentaria. Nei miei studi dei sacri insegnamenti ho trovato chiare proibizioni concernenti l’impurità dei rapporti sessuali, del consumo di carne e di vino o delle cinque spezie in specifici giorni del mese, ma non ho mai trovato un passo dei sutra o dei trattati che ponesse dei veti legati al periodo mestruale.
Quando il Budda era in vita, molte donne ancora giovani si fecero monache e si dedicarono alla pratica buddista, ma non vennero mai tenute a distanza a causa delle mestruazioni. Sulla base di ciò, si può affermare che le mestruazioni non rappresentano una impurità proveniente da fonte esterna, sono semplicemente una caratteristica del sesso femminile, un fenomeno connesso al perpetuarsi del seme di nascita e morte o, volendo, possono anche essere considerate una sorta di disturbo cronico ricorrente. Nel caso delle feci e delle urine, benché anch’esse siano escrezioni del corpo umano, purché si osservino le norme igieniche, non esiste alcun veto. Sicuramente lo stesso vale per le mestruazioni. Questa presumo sia la ragione per cui né in India né in Cina si è mai parlato di limitazioni particolari a questo proposito.
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
I sette caratteri
Nam-myoho-renge-kyo.
Namu-ichijo-myoten
Il daimoku del Sutra del Loto, Nam-myoho-renge-kyo.
Le cinque spezie
Cinque tipi di ortaggi dal sapore pungente. Ne esistono diverse enumerazioni, ma il secondo volume del Sutra della rete di Brahma indica l’aglio, il kakuso, il jiso, il ranso e l’assafetida. Il loro consumo era vietato o limitato per chi aveva abbandonato la vita laica, oppure in occasione delle pratiche e delle cerimonie buddiste.
“Acqua della luna”
Le mestruazioni.
Cina (Shina)
Nome con cui gli stranieri indicavano la Cina. Si ritiene che Shina derivi da una pronuncia alterata del nome della dinastia cinese Qin, trasmessa all’estero e successivamente trascritta in cinese. In India il paese era chiamato Chīna.
Commento
In questo capitolo il Daishonin risponde alla domanda su come praticare durante le mestruazioni. A giudicare dalla domanda, all’epoca sembra fosse piuttosto diffusa l’idea che le mestruazioni fossero qualcosa di impuro. Probabilmente questa era anche una delle cause del disprezzo nei confronti delle donne. Il Daishonin tiene pienamente conto di tali orientamenti della società e, nondimeno, le sue parole rivelano una concezione assai vicina a quella dei nostri giorni. Si può dire che anche queste affermazioni si fondino sull’idea della fondamentale uguaglianza tra uomini e donne.
Fin dall’antichità, alle mestruazioni femminili sono stati associati vari divieti che, divenuti consuetudini, hanno regolato ampiamente la vita quotidiana delle donne. Anche nel nostro paese, il Giappone, sin dai tempi antichi si sono usate espressioni come “acqua della luna”, “fiore della luna” e “acqua del ciclo”, e sembra che soprattutto nei riti dedicati alle divinità le mestruazioni fossero oggetto di divieti particolarmente rigorosi. Nell’Enciclopedia delle antiche consuetudini si legge: «Le donne che hanno le mestruazioni devono astenersi per sette giorni dal prendere parte ai riti delle divinità. Trascorsi i sette giorni, per altri tre giorni compiono i riti di purificazione e, mediante abluzioni, purificano il corpo e la mente. Dal decimo o dall’undicesimo giorno possono recarsi a pregare nei santuari senza impedimenti». Molti altri testi antichi riportano usanze analoghe e si dice che numerose consuetudini di questo genere sopravvivano tuttora nei villaggi agricoli e di pescatori. In esse si può riconoscere anche l’idea di proteggere le donne; tuttavia, sembra che alla loro base rimanga profondamente radicata la concezione dell’impurità femminile.
In questo capitolo il Daishonin infrange le consuetudini nate da simili pregiudizi religiosi e raccomanda con paziente premura di stabilire una fede e una pratica buddista corrette. In particolare, presenta i seguenti punti.
1. Nei sacri insegnamenti esposti dal Budda nel corso della sua vita non vi sono passi che prescrivano di evitare le mestruazioni; per questo nessuno ha potuto presentare una chiara prova documentaria in tal senso.
2. Sebbene il vino, la carne, le cinque spezie e i rapporti sessuali siano espressamente proibiti in quanto impuri, precisando persino i mesi e i giorni in cui astenersene, egli non ha mai trovato un sutra o un trattato che imponga di evitare le mestruazioni.
3. Quando Shakyamuni era in vita, molte donne si fecero monache e praticarono il Buddismo, ma non furono mai tenute a distanza perché si trovavano nel periodo mestruale.
Con questi argomenti il Daishonin mostra che il Buddismo non proibisce la pratica durante le mestruazioni né considera le mestruazioni in sé qualcosa da evitare, e insegna a dedicarsi con serenità alla fede e alla pratica.
Inoltre, con le parole «le mestruazioni non rappresentano una impurità proveniente da fonte esterna […]», spiega che esse non derivano da una cattiva azione su cui pronunciare un giudizio etico o morale, ma sono, per così dire, una caratteristica propria delle donne e si verificano affinché possa nascere una preziosa vita individuale. In altri termini, si possono considerare un fenomeno che accompagna il grande ruolo delle donne nella conservazione della specie e nella prosperità dei discendenti. Le mestruazioni possono anche essere paragonate a una malattia di lunga durata; considerate come fenomeno fisiologico, sono analoghe, per esempio, all’espulsione naturale delle feci e delle urine dal corpo umano. Queste sono comunemente ritenute impure, ma la loro eliminazione è un fenomeno fisiologico inevitabile che non ha nulla di tale da dover essere evitato con avversione. È anzi indispensabile al ricambio organico che mantiene in salute la vita umana. Allo stesso modo, afferma il Daishonin, neppure le mestruazioni devono essere considerate qualcosa da evitare. È davvero una concezione vicina a quella dei nostri giorni.
Nel settimo capitolo il Daishonin insegna un modo di praticare che tiene conto delle condizioni del Giappone, ma la sua vera intenzione è espressa in questo capitolo. Si può ben immaginare quanto fosse innovativo nutrire idee simili nella società di allora. Inoltre, nel fatto che le esponga verificandone il fondamento nei sutra e negli altri testi, possiamo riconoscere il suo rigoroso atteggiamento. Nel Buddismo del Daishonin, che considera uomini e donne assolutamente uguali in quanto esseri dotati della Buddità, il più elevato stato vitale, è naturale che differenze marginali non costituiscano un problema. Il grande significato di queste parole risiede tuttavia nell’audacia con cui vengono espresse, come risultato di una riflessione razionale e di un esame fondato sui testi originali.
Capitolo 7. I punti essenziali della pratica
Testo del Gosho
Tuttavia, il Giappone è una terra di dèi. Secondo i costumi di questo paese, benché qui i Budda e i bodhisattva si siano manifestati in forma di dèi, stranamente spesso non si comportano secondo i sutra e i trattati. E tuttavia chi disubbidisce a essi subisce punizioni concrete.
Esaminando attentamente i sutra e i trattati, scopriamo che esiste una dottrina che corrisponde a questo, quella che riguarda il precetto chiamato “seguire i costumi del luogo”. In sostanza questo precetto insegna che, a meno che ciò non implichi una grave mancanza, bisognerebbe seguire gli usi e costumi del paese anche se si discostano leggermente dagli insegnamenti buddisti. Questo precetto è stato esposto dal Budda. Sembra che alcuni sapienti, che ignorano questo punto, sostengano opinioni drastiche come quella che gli dèi non sono degni di rispetto perché sono esseri demoniaci, e che ciò abbia offeso molti credenti laici.
Pertanto, poiché le divinità di questo paese nella maggioranza dei casi pongono dei veti nei confronti delle mestruazioni, forse le persone nate in questo paese farebbero bene a tenerne conto e rispettarli. Tuttavia, io credo che tali proibizioni non dovrebbero interferire con la pratica religiosa giornaliera delle donne. Penso che quelli che ti dicono di astenerti dal recitare il sutra siano persone che non hanno mai avuto fede nel Sutra del Loto e, non potendo dire direttamente di abbandonare il sutra, cercano di allontanarti dal Sutra del Loto con il pretesto dell’impurità del corpo. Ti intimidiscono dicendo che, se pratichi il sutra in un periodo impuro, gli manchi di rispetto e così cercano di indurti con l’inganno a commettere una colpa [di offesa al Sutra del Loto].
Comprendi bene tutto quello che ho detto e durante il periodo mestruale, anche se durasse sette giorni, se lo ritieni opportuno, senza leggere il sutra, recita a memoria Nam-myoho-renge-kyo, senza inchinarti davanti al sutra.
Se all’improvviso dovessi sentirti vicina alla morte, anche se hai mangiato pesce o pollame, leggi il sutra, se puoi, e recita Nam-myoho-renge-kyo. È inutile dire che ciò vale anche per il periodo mestruale.
Inoltre, benché recitare le parole Namu-ichijo-myoten sia la stessa cosa, faresti meglio a recitare unicamente Nam-myoho-renge-kyo come facevano Vasubandhu e il Gran Maestro T’ien-t’ai. C’è un motivo preciso per cui ti dico questo.
Rispettosamente,
Nichiren
Il diciassettesimo giorno del quarto mese del primo anno di Bun’ei (1264), segno ciclico kinoe-ne
Alla moglie di Daigaku Saburo
Nichiren Daishonin, La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pp. 60–65. Traduzione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Glossario
Manifestazione provvisoria
Il termine suijaku significa letteralmente “lasciare le proprie tracce”. Indica il manifestarsi dei Budda e dei bodhisattva in luoghi diversi, assumendo forme differenti, per recare beneficio agli esseri viventi; indica anche la forma così assunta. Si contrappone a honji, lo stato originario. Il Budda o il bodhisattva originario nasconde la propria vera forma e appare in una forma provvisoria: questa è la manifestazione provvisoria. Il loro rapporto viene paragonato a quello tra un corpo e la sua ombra, oppure tra la luna nel cielo e il suo riflesso sulla terra.
Seguire i costumi del luogo
È un principio dei precetti buddisti che permette di stabilire restrizioni o di attenuarle in accordo con il tempo, il luogo e le circostanze. In giapponese è detto zuiho bini e anche zuisho bini. Bini è la trascrizione fonetica del sanscrito vinaya, che significa disciplina o precetti. In linea di principio, i precetti del Buddismo erano stati stabiliti dal Budda. Tuttavia, con la diffusione del Buddismo dall’India verso oriente, nella pratica si rese necessario modificarne le disposizioni in base alle regioni, alle consuetudini e alle epoche. Questo adattamento è detto zuiho, “seguire i costumi del luogo”. Si giunse così a ritenere che, purché si rispettasse la Legge del Budda, indipendentemente dalle restrizioni fondamentali del vinaya si potessero stabilire nuove norme oppure, al contrario, attenuarle o abolirle, secondo il tempo, il luogo e il caso concreto. Questo è il principio di “seguire i costumi del luogo”. Si ritiene che, con la diffusione del Buddismo, si siano verificati anche numerosi casi in cui questo sistema e la sua interpretazione vennero usati impropriamente per violare i precetti. Anche il divieto di accesso alle donne è considerato una forma di applicazione di questo principio peculiare del Giappone.
Sostenitore laico
Persona che fa offerte; in sanscrito dānapati, termine trascritto foneticamente anche in cinese. In giapponese viene chiamata danna o dan’otsu. A partire dal Medioevo, con l’istituzione presso i santuari più importanti dell’incarico di oshi, officianti che diffondevano il culto anche attraverso le preghiere offerte per i fedeli, tale attività si intensificò. Il termine danna venne così applicato non soltanto nell’ambito dei templi buddisti, ma anche nei santuari, a chi richiedeva preghiere e servizi analoghi. Fu usato inoltre come appellativo rispettoso, per esempio dai servitori nei confronti del proprio padrone, e ancora oggi le donne lo usano per indicare il marito.
Venerazione
Esprimere sentimenti, rispetto, preghiere o voti mediante gesti e forme rituali determinati. Rendere omaggio all’oggetto della propria fede.
Il bodhisattva Vasubandhu
Monaco e studioso indiano vissuto intorno al IV-V secolo; le date di nascita e di morte non sono note. Il suo nome sanscrito è Vasubandhu, tradotto anche come Seshin. Secondo il quinto volume delle Cronache delle regioni occidentali sotto la grande dinastia T’ang e altre opere, nacque nel regno del Gandhara, nell’India settentrionale. Era il fratello minore di Asanga. Dapprima, nel regno di Ayodhya, studiò gli insegnamenti hinayana della scuola Sarvastivada, tenne lezioni sul Grande commentario all’Abhidharma e scrisse il Tesoro dell’Abhidharma. In seguito, guidato dal fratello Asanga, abbandonò gli insegnamenti hinayana e studiò il Mahayana. Pentitosi dell’errore di essersi ostinato nell’Hinayana, stava per tagliarsi la lingua, ma il fratello lo ammonì: se con la lingua aveva offeso il Mahayana, da allora in poi avrebbe dovuto usarla per lodarlo e riparare alla propria colpa. Compose quindi numerosi trattati mahayana e ne propagò ampiamente gli insegnamenti. Tra le sue molte opere figurano il Tesoro dell’Abhidharma in trenta volumi, il Trattato sul Sutra dei dieci stadi in dodici volumi, il Trattato sul Sutra del Loto in due volumi, il Commentario al Compendio del Mahayana in quindici volumi e il Trattato sulla natura di Budda in sei volumi. È conosciuto come l’autore di mille trattati.
Il Gran Maestro T’ien-t’ai
Chih-i (538-597), monaco attivo in Cina durante le dinastie Ch’en e Sui, fu l’effettivo fondatore della scuola cinese T’ien-t’ai. È onorato con il titolo di Gran Maestro Chih-che, “il Saggio”. Fu discepolo del Gran Maestro Nan-yüeh Hui-ssu sul monte Ta-su. Conseguì il risveglio attraverso un passo del ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto, “Precedenti vicende del bodhisattva Re della Medicina”. In seguito salì sul monte T’ien-t’ai, conseguì il risveglio in un singolo istante e comprese la concentrazione e visione profonda perfette e immediate. Espose le Parole e frasi del Sutra del Loto, Il significato profondo del Sutra del Loto e Grande concentrazione e visione profonda; il suo discepolo, il Gran Maestro Chang-an Kuan-ting, ne raccolse e ordinò gli insegnamenti. Attraverso queste opere propagò il Sutra del Loto ed espose il principio dei tremila regni in un singolo istante di vita, quale pratica per osservare la propria mente. Ricevette la devozione degli imperatori delle dinastie Ch’en e Sui che regnarono durante la sua vita: Hsüan e Hou-chu Shu-pao della dinastia Ch’en, Wen e Yang della dinastia Sui; quest’ultimo era allora il principe di Chin, Yang Kuang.
Re della Medicina, T’ien-t’ai e Dengyo. Nel Giappone dell’epoca di Nichiren Daishonin era ampiamente conosciuta la teoria secondo cui il bodhisattva Re della Medicina si era manifestato come il Gran Maestro T’ien-t’ai, e il Gran Maestro Dengyo Saicho era poi apparso come reincarnazione di T’ien-t’ai. Anche il Daishonin si basa su questa teoria e nella Cronaca dei sovrani del Giappone e della Cina definisce il Gran Maestro Dengyo «reincarnazione di T’ien-t’ai».
Anakashiko
Ana è un’interiezione; kashiko è la radice dell’aggettivo kashikoshi, che esprime timore reverenziale. L’espressione può assumere quattro significati: 1. Manifesta venerazione di fronte a qualcosa di sacro o degno di rispetto: “Ah, quanto è venerabile!”, “Ah, quale timore reverenziale!”. 2. È una formula cortese per rivolgersi a qualcuno: “Mi permetto di disturbarvi”, “Scusatemi se oso”. 3. Accompagnata da una negazione, serve ad ammonire qualcuno riguardo alle sue parole o azioni: “assolutamente”, “mi raccomando”, “non sia mai” che si faccia una determinata cosa. 4. È una formula di rispetto posta alla fine di una lettera.
Commento
«Tuttavia, il Giappone è una terra di dèi. Secondo i costumi di questo paese, benché qui i Budda e i bodhisattva si siano manifestati in forma di dèi, stranamente spesso non si comportano secondo i sutra e i trattati. E tuttavia chi disubbidisce a essi subisce punizioni concrete»
In Giappone esistono fin dall’antichità lo scintoismo e la consuetudine di venerare le divinità. Qui il Daishonin sviluppa il proprio ragionamento assumendo provvisoriamente tale consuetudine. Inoltre, l’espressione “terra di dèi” può comprendere anche l’idea che il Giappone, paese di montagne e acque splendide, favorito dal clima e dai raccolti, sia una terra ricca di fortuna, protetta dagli dèi celesti e dalle divinità benevolenti.
Il Buddismo non respinge le concezioni locali per imporre unilateralmente il proprio pensiero. Stabilita come fondamento la sua filosofia essenziale, si diffonde accogliendo le consuetudini del paese e dell’epoca. Lo stesso vale per la concezione delle divinità. In Giappone, per esempio, la grande divinità Hachiman, venerata nei santuari a essa dedicati, è l’imperatore Ojin; ma, via via che il Buddismo si radica nel paese, questa divinità viene associata agli dèi celesti e alle divinità benevolenti dell’insegnamento buddista, e viene chiamata Grande Bodhisattva Hachiman. Per questo, nello scritto Sul rimproverare Hachiman, il Daishonin cita l’iscrizione su pietra del santuario principale di Hachiman a Osumi: «Tanto tempo fa, sul Picco dell’Aquila, egli predicò il Sutra del Loto della Legge meravigliosa. Adesso si è manifestato come il Grande Bodhisattva e risiede nel santuario principale» (GZ, p. 588, r. 3), e afferma che il Budda Shakyamuni è lo stato originario e il Grande Bodhisattva Hachiman la sua manifestazione provvisoria. Nell’insegnare a propagare il Buddismo, il Daishonin spiega che, anche quando le consuetudini incentrate su queste antiche divinità si discostano leggermente da quanto è esposto nei sutra e nei trattati, è opportuno, in prima istanza, conformarsi a tali usanze.
Le parole «E tuttavia chi disubbidisce a essi subisce punizioni concrete» sembrano riferirsi al fatto che contravvenire alle consuetudini tradizionali, ostinandosi su questioni marginali, arrecava un danno sia alla persona sia alla diffusione del Buddismo. Naturalmente, occorre comprendere che il Daishonin non sta insistendo sull’esistenza di “punizioni concrete”, ma sta insegnando la necessità di tener conto del contesto culturale del Giappone.
Va aggiunto che l’espressione resa qui con «non si comportano secondo i sutra e i trattati» può anche essere interpretata nel senso opposto, “sono in accordo con i sutra e i trattati”; in ogni caso, rimane immutato il principio generale secondo cui occorre tenere conto delle consuetudini tradizionali.
Sul precetto di seguire i costumi del luogo
Nell’espressione zuiho bini, zuiho significa seguire il luogo e il tempo, ossia conformarsi alle consuetudini di una regione e di un’epoca, mentre bini indica i precetti. Il principio afferma quindi che, purché non si contravvenga al significato fondamentale del Buddismo, si devono considerare le condizioni del paese, della società e dell’epoca e praticare in modo appropriato a esse. Da questo precetto comprendiamo quanto il Buddismo tenga conto dell’epoca e della società nel concepire la propria diffusione.
Il vero scopo del Buddismo è conoscere l’origine di tutti i fenomeni, e il suo significato consiste nel sostenere la civiltà su questa base. Non vi è l’idea angusta secondo cui il Buddismo dovrebbe dominare ogni cosa, fin nei più minuti dettagli. È noto che, nel cristianesimo medievale, la Chiesa esercitò pressioni contro la teoria eliocentrica di Copernico, Galileo e altri, sostenendo che, secondo la propria concezione, si dovesse necessariamente aderire al sistema geocentrico. Nel Buddismo non vi è una simile ristrettezza di vedute. Al contrario, come ben sappiamo, esso si è diffuso con modalità adeguate alle concezioni dei diversi paesi, accogliendone anche le consuetudini.
Una volta compresa l’origine di tutte le cose, per ciò che riguarda gli aspetti secondari si può scegliere liberamente che cosa accogliere e che cosa lasciare da parte, secondo le condizioni di ogni epoca e società. In questo senso, si può dire che il Buddismo sia un pensiero estremamente tollerante. Inoltre, non sarà proprio questa sua apertura di vedute il motivo per cui, ancora oggi, dopo tremila anni, non ha perso la propria freschezza?
Alla luce di questo principio, noi che abbracciamo il Buddismo dobbiamo mantenere un atteggiamento rigoroso sui suoi principi fondamentali, senza scendere al minimo compromesso, e perseverare nella posizione secondo cui la pratica del Sutra del Loto è shakubuku, la confutazione delle dottrine provvisorie. Per tutte le altre questioni, tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare di agire con flessibilità.
Dal punto di vista del significato fondamentale del Buddismo, avere o non avere le mestruazioni non comporta alcuna differenza, e non può dunque comportarne alcuna nella pratica buddista. Il Daishonin lo afferma chiaramente fin dall’inizio. Tuttavia, imporre questo principio senza tener conto delle circostanze poteva renderlo difficile da accogliere nel contesto spirituale del Giappone e provocare una reazione di rifiuto. Per questo, considerando tali condizioni, egli accetta un compromesso nelle forme concrete della pratica, ma al tempo stesso insegna con paziente insistenza che, in qualunque momento e in qualunque luogo, la recitazione del daimoku deve rimanerne il fondamento. In questo passo possiamo cogliere la premura del Daishonin.
Fonti, collegamenti ai Gosho e criteri della traduzione
Fonte giapponese: studio sul Gosho La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”, sul sito giapponese Il Gosho giorno per giorno. La pagina reca le date del 18 e del 20 luglio 2024. Ho omesso le rese in giapponese moderno presenti nella fonte, utilizzando per il Gosho la traduzione ufficiale italiana e mantenendo integralmente glossari e commenti.
Provenienza dei commenti: una trascrizione parallela dello studio lo colloca nel volume 25 delle Lezioni sugli scritti di Nichiren Daishonin, a cura del Comitato per la pubblicazione delle lezioni sul Gosho, editore Seikyo Shimbunsha. Il catalogo della Biblioteca nazionale della Dieta giapponese registra un’edizione del 1978. Questo è un riferimento bibliografico al volume: Seikyo Shimbunsha compare come editore del libro. Non ho confrontato direttamente la pagina con il volume stampato e non ho accertato quale edizione riproduca, né se tutto il suo apparato di studio provenga dalla stessa edizione. Per questo uso la formula «commenti riconducibili al volume 25».
1. I rimandi al volume e ad altre lezioni. Nel quinto capitolo, «contenuta nel presente volume» rimanda alla trattazione dell’Essenza del capitolo “Durata della vita” all’interno della raccolta di lezioni da cui proviene il commento. Anche il rinvio finale alle lezioni su Le pratiche di questa scuola appartiene alla fonte. Ho conservato questi rimandi e li ho chiariti qui, per distinguerli dai collegamenti e dalla struttura di questo articolo. Torna al primo richiamo.
Citazioni italiane degli scritti di Nichiren: per i testi presenti nella Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, voll. 1 e 2, ho utilizzato l’edizione italiana dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. I collegamenti seguenti conducono ai testi della Biblioteca di Nichiren. Ho riprodotto letteralmente i passi citati, conservando anche le ripetizioni presenti nei commenti. Ho eliminato gli indici di nota propri dei PDF, senza modificare il contenuto delle citazioni.
- La recitazione dei capitoli “Espedienti” e “Durata della vita”
- La scelta del tempo
- L’insegnamento per l’Ultimo giorno della Legge
- Le azioni del devoto del Sutra del Loto
- Gli otto venti
- L’essenza del capitolo “Re della Medicina”
- Sulla recitazione del daimoku del Sutra del Loto
- L’unica frase essenziale
- Il significato dei sacri insegnamenti della vita del Budda
- Il reale aspetto del Gohonzon
- La tartaruga con un solo occhio e il tronco galleggiante
- Il conseguimento della Buddità in questa esistenza
- Lettera ai fratelli
- Le quattordici offese
- L’essenza del capitolo “Durata della vita”
- L’apertura degli occhi
- Sul rimproverare Hachiman
Nel primo capitolo è inoltre menzionato, nel contesto storico, il trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese.
Raccolta degli insegnamenti orali: le citazioni sono riprese letteralmente dalla traduzione italiana pubblicata in Buddismo e società. I passi presenti in questo studio appartengono al capitolo secondo, «Espedienti», punto quarto, sulle cinque impurità (Buddismo e società, n. 110, 2005); al capitolo dodicesimo, «Devadatta», sul gioiello prezioso (n. 115, 2006); e al capitolo sedicesimo, «Durata della vita del Tathagata», sui tre corpi e sul Buddismo della semina (n. 117, 2006).
Riferimenti e criteri: la sigla GZ indica la raccolta giapponese completa degli scritti richiamata dalla pagina; i numeri che la seguono sono pagina e, quando indicata, riga dell’edizione giapponese. La numerazione non coincide con quella dei volumi italiani. I titoli delle opere sono resi in italiano; per quelle prive di un titolo italiano accertato ho usato una traduzione descrittiva. Le citazioni del Sutra del Loto, dei commentari e degli altri scritti per le quali non ho utilizzato una corrispondente versione italiana negli allegati sono tradotte dal testo giapponese riportato nella pagina. Ciò vale anche per il breve richiamo alla Cronaca dei sovrani del Giappone e della Cina, non compresa nei due volumi italiani utilizzati.
Le parentesi quadre e le ellissi nelle citazioni corrispondono a quelle della fonte o delle edizioni italiane. Ho conservato anche le cronologie tradizionali, le valutazioni storiche e le formulazioni dottrinali del commento, comprese quelle legate al suo contesto culturale. Le brevi precisazioni aggiunte da me sono contrassegnate come note del traduttore. Introduzione, indice e note sulle fonti sono miei; il testo tradotto conserva la voce e le formulazioni della fonte. Questa traduzione dei glossari e dei commenti è autonoma e non costituisce un’edizione ufficiale della Soka Gakkai.
(pubblicato su informatica-libera.net il 28 ottobre 2026)