Nel linguaggio buddista si parla spesso di “prendere rifugio”. Per chi non ha familiarità con questa espressione, la parola può sembrare strana: può far pensare a una fuga dal mondo, a un riparo dalle difficoltà, a un luogo protetto in cui nascondersi quando la vita diventa troppo dura.
Ma nel buddismo il rifugio non è una fuga dalla realtà. È, piuttosto, una scelta di orientamento. Significa decidere su che cosa fondare la propria vita. Significa chiedersi: quando tutto cambia, quando le circostanze esterne diventano instabili, quando le emozioni si agitano e la mente perde chiarezza, a che cosa ritorno? Qual è il mio punto fermo?
Nelle varie tradizioni buddiste, prendere rifugio significa generalmente rivolgersi ai Tre Tesori, chiamati anche Tre Gioielli: il Budda, il Dharma e il Sangha. Il Budda è colui che si è risvegliato alla verità profonda della vita. Il Dharma è la Legge, l’insegnamento, ma anche la realtà fondamentale alla quale il Budda si è risvegliato. Il Sangha è la comunità di coloro che praticano, proteggono e trasmettono l’insegnamento.
Questi tre elementi non sono semplicemente tre concetti religiosi da imparare. Indicano tre dimensioni fondamentali della pratica: un modello di risveglio, una Legge su cui basarsi e una comunità in cui sostenersi reciprocamente. Nessuno pratica davvero in modo isolato. Anche quando recitiamo da soli, la nostra pratica vive dentro una trasmissione, dentro una storia, dentro una relazione con chi ha mantenuto viva la Legge e con chi oggi continua a praticarla.
Nella Soka Gakkai, nel linguaggio quotidiano, raramente usiamo l’espressione “prendere rifugio”. Un praticante dirà più facilmente “recitare Daimoku”, “fare Gongyo”, “basarsi sul Gohonzon”, “rafforzare la fede”, “fare la propria rivoluzione umana”. Tuttavia, il contenuto profondo del rifugio nei Tre Tesori è presente nella nostra pratica quotidiana, anche se espresso con parole specifiche del Buddismo di Nichiren Daishonin.
Lo vediamo, per esempio, nella prima preghiera silenziosa di Gongyo, la pratica quotidiana della Soka Gakkai. In quella preghiera esprimiamo devozione e gratitudine per il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, per Nichiren Daishonin e per Nikko Shonin. Non si tratta di una formula casuale. Essa richiama, nella forma propria del Buddismo di Nichiren, la struttura dei Tre Tesori.
Il Tesoro della Legge è il Gohonzon di Nam-myoho-renge-kyo, l’essenza del Sutra del Loto e l’espressione concreta della Legge mistica. Il Tesoro del Budda è Nichiren Daishonin, che ha rivelato Nam-myoho-renge-kyo come via per permettere a tutte le persone di manifestare la Buddità nella propria vita. Il Tesoro dell’Ordine buddista è rappresentato da Nikko Shonin, il discepolo e successore che ha protetto e trasmesso correttamente l’insegnamento del Daishonin.
In senso più ampio, questo terzo tesoro vive anche nella comunità dei praticanti che proteggono, trasmettono e diffondono la Legge mistica. Per noi, questa comunità è la Soka Gakkai: l’unione di persone comuni che praticano per la propria felicità e per quella degli altri, portando avanti kosen-rufu, cioè l’ampia propagazione della Legge mistica per la pace e la felicità dell’umanità.
Da questo punto di vista, parlare del Gohonzon come rifugio non significa importare nella Soka Gakkai un linguaggio estraneo alla nostra pratica. Significa piuttosto chiarire un aspetto che è già presente nel nostro modo di praticare. Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, quando facciamo Gongyo e Daimoku, non stiamo soltanto compiendo un rito quotidiano. Stiamo ritornando al fondamento della nostra fede: la Legge mistica, il Budda che l’ha rivelata e la comunità che la custodisce e la diffonde.
Prendere rifugio, quindi, non significa affidarsi passivamente a qualcosa di esterno, come se una forza superiore dovesse risolvere la vita al posto nostro. Significa riconoscere una direzione, una via, un principio più profondo a cui tornare continuamente per trasformare se stessi e la propria esistenza.
Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, questa idea assume una forma molto concreta. Nichiren insegna che la Legge fondamentale della vita è Nam-myoho-renge-kyo, la Legge mistica. Non si tratta di una formula magica, né di una semplice invocazione. Nam-myoho-renge-kyo esprime la realtà più profonda della vita: la possibilità, presente in ogni essere umano, di manifestare la Buddità.
La Buddità non è una condizione lontana, riservata a esseri speciali o irraggiungibili. È lo stato vitale più alto, caratterizzato da saggezza, coraggio, compassione, forza interiore e libertà. È la capacità di non essere dominati dalle circostanze, ma di trasformarle partendo da una vita forte e risvegliata.
Il Gohonzon è l’oggetto di culto davanti al quale i praticanti della Soka Gakkai recitano Nam-myoho-renge-kyo. Per chi lo vede dall’esterno, può apparire semplicemente come una pergamena con caratteri cinesi e sanscriti. Ma per chi pratica, il Gohonzon non è un simbolo decorativo né un idolo da venerare. È la rappresentazione concreta della Legge mistica e dello stato di Buddità presente nella vita.
Per questo, nella prospettiva di Nichiren, il Budda, la Legge mistica e il Gohonzon non vanno intesi come realtà separate e distanti tra loro. Il Budda è colui che si risveglia alla Legge; la Legge è la verità fondamentale a cui il Budda si risveglia; il Gohonzon è l’espressione concreta di questa Legge e della Buddità che ogni persona può manifestare. Non è un oggetto esterno che possiede un potere indipendente da noi: è uno specchio della nostra vita più profonda.
Questa immagine dello specchio è molto importante. Uno specchio non crea il volto di chi vi si guarda, ma lo riflette. Allo stesso modo, il Gohonzon non ci dona qualcosa che non possediamo. Ci permette piuttosto di richiamare, riconoscere e far emergere ciò che nella nostra vita esiste già, ma che spesso rimane coperto dalla paura, dalla sfiducia, dall’abitudine a sentirci piccoli, dalle ferite, dalla confusione o dalla sofferenza.
Recitare Daimoku davanti al Gohonzon significa tornare a questa sorgente. Significa rimettere la propria vita in contatto con la Legge mistica. Significa ricordare, ogni giorno, che la nostra esistenza non è definita soltanto dai problemi che abbiamo, dagli errori che abbiamo commesso, dal giudizio degli altri o dalle condizioni in cui ci troviamo. La nostra vita contiene una dignità più profonda, una forza più grande, una possibilità di trasformazione che non dipende dalle circostanze esterne.
In questo senso, per un praticante della Soka Gakkai, rifugiarsi nel Budda significa rifugiarsi nel Gohonzon. Non perché il Gohonzon sia un rifugio nel senso passivo del termine, come un luogo in cui nascondersi dal dolore. Ma perché davanti al Gohonzon si ritorna alla realtà più vera della propria vita. Si ritorna alla Legge. Si ritorna alla decisione di vivere da Budda, cioè di affrontare la realtà con coraggio, saggezza e compassione.
La vita quotidiana è mutevole. Cambiano le persone, cambiano le relazioni, cambiano le condizioni economiche, la salute, il lavoro, gli stati d’animo. Anche ciò che oggi sembra stabile, domani può trasformarsi. Questo non significa che il mondo ci tradisca. Significa semplicemente che la vita è fatta così: tutto ciò che è condizionato cambia, nasce, cresce, si modifica e, prima o poi, finisce.
Molte sofferenze nascono quando cerchiamo una sicurezza assoluta in ciò che, per sua natura, non può darcela. Possiamo cercarla nell’approvazione degli altri, nel successo, in una relazione, in una posizione sociale, in un’immagine di noi stessi, persino nelle nostre abitudini. Ma tutto questo è esposto al cambiamento. Quando ciò su cui abbiamo fondato la nostra identità vacilla, ci sentiamo traditi, smarriti, svuotati.
La pratica del Daimoku ci insegna un’altra strada. Non ci chiede di disprezzare le cose della vita, né di diventare freddi o distaccati. Al contrario, ci permette di amare, lavorare, costruire relazioni e affrontare responsabilità con una forza più libera, perché non chiediamo più alle cose mutevoli di darci una felicità assoluta.
Il punto stabile non è fuori di noi. Il punto stabile è la Legge mistica, che possiamo risvegliare nella nostra stessa vita. Il Gohonzon è il luogo concreto davanti al quale rinnoviamo questa consapevolezza. Ogni volta che recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, torniamo a ciò che non viene meno: la possibilità di trasformare la sofferenza in valore, la paura in coraggio, la confusione in saggezza, la chiusura in compassione.
Per questo il Daimoku non “tradisce”. Non perché produca sempre, immediatamente, il risultato che desideriamo. Non perché elimini magicamente ogni ostacolo. Non perché renda la vita priva di difficoltà. Il Daimoku non tradisce perché ci riporta sempre alla nostra vita, alla nostra responsabilità, alla nostra Buddità. Ci restituisce a noi stessi.
Quando ci sediamo davanti al Gohonzon, possiamo portare tutto: desideri, paure, rabbia, gratitudine, stanchezza, dubbi, sogni, contraddizioni. Non dobbiamo presentarci perfetti. Non dobbiamo fingere di essere spiritualmente elevati. La pratica comincia esattamente da dove siamo. Ma, proprio da quel punto, ci invita a non rassegnarci a una versione ridotta di noi stessi.
Il Gohonzon come rifugio è allora il luogo del ritorno e della ripartenza. È il ritorno alla Legge mistica e la ripartenza nella vita quotidiana. Non si pratica per fuggire dal mondo, ma per entrarvi con più forza. Non si pratica per evitare i problemi, ma per affrontarli da una condizione vitale più alta. Non si pratica per diventare qualcun altro, ma per manifestare pienamente ciò che di più vero e grande esiste già nella nostra vita.
Costruire se stessi è una delle azioni più profonde che possiamo compiere. La felicità, nel Buddismo di Nichiren, non è uno stato fragile che dipende dal fatto che tutto vada bene. È una condizione interiore solida, capace di resistere al cambiamento e di creare valore anche nelle difficoltà. È una felicità che non nega il dolore, ma non ne è schiacciata. Non ignora la realtà, ma la trasforma.
Per questo recitare Daimoku davanti al Gohonzon è un atto di dedizione, ma anche di libertà. È la scelta di non fondare la propria vita su ciò che cambia continuamente, ma sulla Legge che permette di trasformare ogni cambiamento in occasione di crescita. È la scelta di non cercare il proprio valore nello sguardo degli altri, ma nella dignità inerente alla vita. È la scelta di non aspettare che il mondo diventi perfetto per cominciare a vivere con coraggio.
Rifugiarsi nel Gohonzon, in definitiva, significa tornare ogni giorno alla parte più profonda e indistruttibile della propria esistenza. Significa ricordare che, anche quando tutto sembra instabile, esiste dentro di noi una sorgente di forza vitale, saggezza e gioia che possiamo far emergere attraverso la pratica.
Questo è il senso del rifugio: non nascondersi dalla vita, ma trovare il punto da cui affrontarla. Non dipendere dalle circostanze, ma trasformarle. Non cercare fuori di sé una salvezza definitiva, ma risvegliare, davanti al Gohonzon, la Buddità presente nella propria vita.
In questo senso, il Gohonzon è rifugio perché è ritorno alla Legge mistica. Ed è anche partenza, perché da quel ritorno nasce ogni giorno la forza di vivere, agire, amare, lottare e creare valore.
(2 giugno 2026)