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La rivoluzione interiore come resistenza ai media, all’IA e all’ingegneria del consenso

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In un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 99% della ricchezza, non può che regnare una corruzione spinta fino alle mostruosità più aberranti. È un mondo in cui questo 1% condanna miliardi di persone alla povertà assoluta; in cui decine di migliaia di esseri umani muoiono di fame ogni giorno; senza contare morti e mutilati in guerre, carestie, malanni vari. E, cosa ancor più grave perché politicamente accettata e collocata in una “zona grigia”, ci sono altri miliardi di persone che muoiono lentamente: mutilate nella gioia di vivere, nell’intelligenza, nello spirito creativo; affondate nella depressione più nera e degenerante; private del minimo giudizio, della capacità di discernimento e di autorigenerazione; tenute per la gola con la scusa del lavoro, sfruttate, svuotate, alienate; distaccate dalla Madre Terra come fonte di origine e di attingimento a una vita piena — una vita che dovrebbe essere, per tutti, gratuita.

Ecco: questo 1% (o forse anche meno, lo 0,01%) è il padrone dell’IA. Chi infatti ha una fortissima influenza sui governi, controllando ingenti capitali, infrastrutture, media, dati e piattaforme, finisce anche per controllare e possedere l’IA. Quindi, cosa dovremmo aspettarci di buono dall’IA?

Il gioco dei poteri forti è proprio questo: abituare le menti al male, inoculare idee tossiche e letali, per continuare a operare come hanno sempre fatto.

Ridurre drasticamente l’esposizione ai media e trattarli come pozzi avvelenati, non come realtà da interiorizzare, è, secondo me, ogni giorno di più, la scelta migliore per una vita serena. Bisogna capire che eliminare le fonti di ansia, preoccupazione e paura è un presupposto primario e imprescindibile per poter rinascere umani. Occorre liberare la mente da tutti i problemi che non possiamo verosimilmente risolvere e concentrarci sulle nostre vite individuali, per la nostra “rivoluzione interiore”. Non è né spreco di tempo né egoismo: tutt’altro, è semplicemente l’unica cosa sensata da fare, perché il ritiro dall’intossicazione mediatica non è una fuga dal mondo, ma un requisito di igiene mentale. Tale igiene è necessaria ad un lavoro interiore che sia da premessa all’azione etica, non una sua sostituzione.

A scanso di equivoci: non intendo quindi che dobbiamo rimanere nell’ignoranza, ma casomai imparare a cercarci da soli la verità con spirito di ricerca e sguardo critico, senza dare troppo credito alla narrativa horror-fantasy in stile giornalistico che ci viene continuamente propinata, o alla miriade di escrementi del non-pensiero di cui i social sono pieni. Soprattutto, significa ubbidire alla propria coscienza, non a quella dei manipolatori e dei propagandisti asserviti a un potere corrotto, degradato e degradante. Certo, fuori dal mainstream esistono anche giornalisti seri; tuttavia, stiamo molto attenti a non lasciarci trascinare dai facili fanatismi. Vedere i “buoni” e i “cattivi” nel modo proposto dai propagandisti mascherati da giornalisti, o vederli al contrario come propone la cosiddetta “controinformazione”, ci porta comunque poco lontano: non ci fa crescere e, in entrambi i casi, giustifichiamo la logica della guerra anziché combatterla. Ignorare i media non significa nemmeno diventare neutrali. Ciò che dobbiamo fare è risvegliare il nostro sole interiore, mentre il mondo viene spinto nella più totale oscurità.

Il motivo di un tale sforzo? La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità. Questo i “padroni del discorso” — cioè dei media, dei social e dell’IA — lo sanno benissimo: perciò fanno tutto il possibile per manipolare le nostre menti nella direzione che a loro piace, così da realizzare il mondo che desiderano. Peccato che questi padroni nutrano un odio profondo per tutto il creato, per la vita, e fondamentalmente ci considerino insetti da schiacciare. Eppure hanno paura — tanta paura — dei cuori e delle menti risvegliate. Per questo combattono, con ogni mezzo lecito e illecito, chi pronuncia o scrive parole di verità. La verità è ciò che, più di ogni altra cosa, temono; perciò oggi dire qualcosa di vero, nel senso di aderente alla realtà, è un atto rivoluzionario.

Il ragionamento serve per orientarsi nel mondo, ma le consapevolezze decisive sul senso e sul valore della vita provengono dall’esperienza personale della fede. Ragione e fede devono andare insieme. Mi riferisco a quel qualcosa di metafisico che oggi viene, più che mai, combattuto da chi è al potere. Gran parte dei padroni dell'Occidente si comportano come atei, anzi, credono di essere essi stessi Dio, e combattono ogni forma di sana spiritualità come se fosse follia, mentre le follie vere — perversioni, malattia mentale, guerre — vengono da loro elogiate e praticate. Noi cosa possiamo fare?

Entrando più nello specifico della mia esperienza e dei miei studi, “rivoluzione umana” è la definizione utilizzata dal secondo presidente della Soka Gakkai, Josei Toda, per descrivere quel processo fondamentale di trasformazione interiore attraverso il quale ci liberiamo dalle catene del nostro “piccolo io”, imprigionato dall’ego e dall’autoconsiderazione, e accresciamo l’altruismo del “grande io” capace di preoccuparsi e di agire per gli altri e, in ultima analisi, per l’umanità intera.

Concretamente, per me significa affidarmi un po’ meno ai ragionamenti e un po’ di più alla connessione con il tutto, partendo sempre dalla pratica di Nam-myoho-renge-kyo. Se tu che leggi hai un percorso diverso, l’importante è andare nella direzione della pacificazione interiore ed esteriore, contribuendo a lasciare un’impronta positiva nella società, trasformando le avversità in una “pace e sicurezza” che solo la fede può permetterci di vivere. Le particolari caratteristiche di ogni percorso spirituale con solide radici nel nostro cuore dipendono dalle diversità tra di noi, dalle caratteristiche di ogni epoca, dalle peculiarità di ogni luogo e dalle diverse evoluzioni personali e della storia. Nonostante tali differenze, ogni spiritualità fondata sull’amore e sulla compassione possiede al suo interno i principi e la saggezza necessari per pacificarci.

Tuttavia, per compiere questa rivoluzione umana interiore, dobbiamo prima rivolgere l’attenzione dentro noi stessi. Non è facile, perché molti di noi hanno ferite talmente profonde che, se le guardassero in faccia, ne morirebbero. Così siamo spinti dalla nostra oscurità interiore a fuggire da noi stessi e a sintonizzarci sulla feccia che ci circonda: non importa quanto lontana e inarrivabile sia, basta che serva a distogliere la nostra attenzione dalle cose più vicine, quelle che fanno troppo male. I padroni di TV, social, giornali, radio e IA giocano su questo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, approfittando anche della nostra tremenda solitudine e dell’isolamento amplificati dalle stesse tecnologie che loro gestiscono. Per combattere tutto questo, serve un lavoro costante da parte nostra. E cos'è questo lavoro, dal punto di vista del Buddismo?

A questo punto serve una chiave pratica, non solo morale o intellettuale. La tradizione di Nichiren Daishonin usa una metafora chiarissima: «Quando l’acqua è limpida, la luna vi si riflette. Quando soffia il vento, gli alberi si agitano. La nostra mente è come l’acqua: una fede debole è come l’acqua torbida, una fede risoluta è come l’acqua limpida. Gli alberi sono come i princìpi e il vento che li agita è come la recitazione del sutra. Questo devi comprendere». In questa citazione, tratta da Risposta alla monaca laica Nichigon, la “recitazione del sutra” vuol dire Nam-myoho-renge-kyo, mentre “princìpi” traduce il giapponese 道理 (dōri): “ragione / principio / legge intrinseca”, cioè il modo in cui le cose funzionano secondo una legge oggettiva (nel contesto: la legge/principio del Buddismo, il nesso causa-effetto, la “logica” del beneficio). Nel testo originale infatti c’è: 「木は道理のごとし」 (Ki wa dōri nogotoshi, cioè “gli alberi sono come il dōri”).

Il senso della metafora è quindi più o meno questo:

  • I “princìpi” (dōri) sono come gli alberi: stanno lì, esistono comunque, solidi e impersonali. Non dipendono dal fatto che noi “ci crediamo” o no.
  • La recitazione del sutra, cioè di Nam-myoho-renge-kyo, è come il vento: è l’azione che “mette in moto” quegli alberi, rendendo visibile il loro funzionamento (gli alberi si muovono perché soffia il vento).

Quindi “gli alberi sono come i princìpi” significa che i benefici della pratica buddista non sono magia né arbitrio di qualcuno, ma seguono una legge; la pratica di Nam-myoho-renge-kyo è ciò che fa “operare” concretamente quella legge nelle nostre vite, mentre la qualità della fede (acqua limpida vs torbida) determina quanto chiaramente la risposta si manifesta.

Ovviamente il potere dominante ci vuole tenere assai lontani da questo tipo di saggezza, violentandoci con una vita estremamente precaria e piena di necessità di base che non riusciamo a soddisfare. Veniamo continuamente avvelenati nel corpo e nella mente. Scrivo questo con estremo rispetto per le vittime di questo meccanismo infernale — che equiparo a vittime di guerra. Le segnalazioni dell’abuso dell’IA contro le nostre vite, la nostra dignità e contro i lodevoli progetti nati in Rete sono ormai una conferma continua di ciò che io e altri diciamo da anni. Ma, ahinoi, pochissime persone comprendono le cose prima che accadano; poche le comprendono mentre accadono; e quasi tutte non le comprendono affatto, né prima, né durante, né dopo.

Gli entusiasti dell’IA hanno sempre sostenuto che, per giudicare l’IA, bisognasse considerare l’uso che ne fa l’essere umano. Il giudizio, però, dovrebbe partire dall’architettura del software e chiedersi perché l’IA sia stata progettata. Una volta si cercavano risposte su Wikipedia, oggi si fa una domanda all’IA o, molto peggio, si affida un compito tipicamente umano ad una IA autonoma, cioè ad un “agente”: la differenza è estremamente profonda.

Con l’inserimento di “agenti” nella struttura dell’IA, ora è più evidente che lo scopo principale è escludere l’essere umano dai processi decisionali. È sempre la macchina a decidere cosa fare. Certo, qualcuno di noi può anche svolgere un’opera di supervisione, ma in un contesto già predefinito dalla stessa macchina. Inoltre le IA sono in rete tra loro e si aggiornano automaticamente, senza bisogno del nostro intervento.

La digitalizzazione del mondo porta all’adattamento di noi alla macchina, e non viceversa. Tutto questo finisce per congelare la coscienza dell’essere umano: non serve più, perché la macchina, che è priva di qualsiasi forma di coscienza e di consapevolezza, “pensa” e decide al posto nostro.

Cerchiamo di rimanere umani e di compiere la nostra rivoluzione interiore fondata su una solida e sana spiritualità, sull’etica, e sulla fede nella massima bellezza e sacralità della vita e di tutto il creato.

(18 febbraio 2026)

Daisaku Ikeda - La “rivoluzione umana” di un singolo individuo contribuisce al cambiamento del destino di una nazione e conduce infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità

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