Nam-myoho-renge-kyo in pratica: creare valore con la pratica di Nichiren Daishonin
Disclaimer: questo testo è un elaborato personale di studio e divulgazione. Non rappresenta un documento ufficiale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Eventuali imprecisioni sono mie, comunque i link che ho riportato permettono una verifica diretta delle fonti.
Provo qui a riflettere su Legge mistica, preghiera, desideri, responsabilità e interdipendenza — con alcuni termini giapponesi linkati al Soka Gakkai Dictionary of Buddhism (EN) e citazioni in italiano dalla Biblioteca di Nichiren.
Introduzione: perché questo testo
Ho scritto questo breve saggio per rispondere con calma a obiezioni e critiche che spesso emergono riguardo al Buddismo di Nichiren come praticato nella Soka Gakkai Internazionale (SGI). Senza polemiche, provo a fare chiarezza su due questioni: che questa pratica favorisca l’egoismo o il materialismo e che la Soka Gakkai sia una “setta” di cui sospettare. La mia esperienza di studio e pratica indica l’opposto; nel proseguo, presento i motivi e le fonti.
Uno stimolo fondamentale nel redigere questo testo mi è giunto dall'incontro con i buddisti impegnati, a livello internazionale, in una preghiera costante, giorno e notte, tutti i giorni, per la pace. E' stata come una ventata d'aria fresca in mezzo alla calura o come una pioggia gentile nel deserto.
Quello che ho scritto non è solo per chi è nuovo all’argomento, ma per chiunque desideri un quadro organico in grado di tenere insieme principi, pratica e vita quotidiana.
Il punto di partenza è la Legge mistica (Myōhō Renge Kyō) e la sua invocazione Nam‑myōhō‑renge‑kyō: secondo Nichiren, è l’essenza del Sutra del Loto e il cuore della pratica che consente di manifestare la Buddità nella forma presente. La chiave è la trasformazione interiore che si riflette in azioni e risultati: ciò che SGI riassume nell’espressione creazione di valore, ereditata da Tsunesaburō Makiguchi.
Che cosa intendiamo per «Legge mistica»
Nel lessico di Nichiren, la Legge mistica (Myōhō Renge Kyō) è il principio fondamentale che permea la vita e l’universo. Myō (妙) indica il «meraviglioso che apre» e «pienamente dotato»: non un mistero irrazionale, ma la capacità della realtà di svelare la sua profondità e di trasformare perfino il «veleno» in «medicina» (hendoku iyaku). Renge (蓮華) — il loto che fiorisce e fruttifica allo stesso tempo — esprime la simultaneità di causa ed effetto. Kyō (経) è l’insegnamento che pervade il tempo e lo spazio.
Quando recitiamo Nam‑myōhō‑renge‑kyō (南無妙法蓮華経), non pronunciamo una formula magica: dichiariamo dedizione (namu/nam) alla Legge suprema (Myōhō Renge Kyō) e armonizziamo la nostra vita a questa dinamica. È l’essenza del daimoku, la pratica fondamentale.
«Il carattere myō significa aprire… poiché può guarire ciò che è ritenuto incurabile, è chiamato myō, o meraviglioso.» RSND, Il daimoku del Sutra del Loto.
1) Che cosa sono gli «insegnamenti errati»
Nichiren è noto per il suo linguaggio diretto quando difende ciò che considera la Legge corretta. «Errato» non significa «diverso da ciò che penso», ma «ciò che oscura o distorce il Sutra del Loto e impedisce alle persone di manifestare la loro Buddità». Per discernere, la tradizione fa riferimento ai Quattro Affidamenti (四依): affidarsi alla Legge, non alla persona; al significato, non alle parole; alla saggezza, non alle opinioni; agli insegnamenti definitivi, non a quelli provvisori. Il punto non è dividere il mondo in «noi/loro», ma custodire il cuore umanistico del Sutra del Loto: la dignità di ogni vita e l’accesso universale all’illuminazione.
«Affidatevi alla Legge e non alla persona.» RSND, L’insegnamento, la pratica e la prova.
SGI interpreta questa severità come responsabilità per gli effetti. Un insegnamento è «giusto» se, praticato, sviluppa coraggio, saggezza e compassione e migliora la vita delle persone e la società. Se induce dipendenza, fatalismo o disprezzo della vita, allora va corretto o abbandonato. Questa prospettiva «basata sui risultati» è coerente con il criterio di Nichiren: insegnamento, pratica e prova.
2) «Non dipendere dagli altri» — autonomia spirituale, non isolamento
L’espressione «non dipendere dagli altri» non è uno slogan individualista. Significa che l’autorità ultima non è il carisma di un leader o la pressione del gruppo, ma la Legge e la propria verifica nella vita quotidiana. Per SGI, «comunità» non equivale a conformismo: studiamo insieme per diventare più liberi e capaci di giudizio morale.
Esempio pratico
Se una scelta importante ti mette ansia (lavoro, relazione, salute), «non dipendere» significa: 1) sederti davanti al Gohonzon e recitare Nam‑myōhō‑renge‑kyō mirando a una decisione giusta per la dignità della vita; 2) confrontarti con chi stimi; 3) agire responsabilmente. Nessuno decide al posto tuo; nessuno è lasciato solo.
3) «Chi ha creato tutto?» — perché la risposta SGI non è teistica
Nel Buddismo di Nichiren non esiste un dio creatore che dal nulla fa sorgere il cosmo. L’universo è senza inizio (kuon ganjo) e la realtà si manifesta per origine dipendente: nulla esiste isolatamente, tutto sorge in relazione a cause e condizioni. La Legge mistica non è un «qualcuno» che decide, ma il principio immanente che descrive e governa la vita.
«Ciò che tutti i Budda prendono come maestro è la Legge.» RSND, Sulle preghiere.
Domandare «chi ha creato tutto?» presuppone una causa personale. Il Buddismo sposta il fuoco su un’altra domanda: «Qual è la Legge che, compresa e praticata, libera la vita umana?». La risposta è Nam‑myōhō‑renge‑kyō, identificata da Nichiren come la Legge fondamentale. Per questo egli parla di Myōhō come «madre di tutti i Budda»: non «madre del mondo fisico», ma origine dell’illuminazione.
4) Cosa significa davvero «mistica» (myō)
«Mistico» in Nichiren non significa occulto o anti‑razionale. Myō (妙) riassume tre sfumature: aprire (rivelare la vera realtà), pienamente dotato (ogni parte contiene il tutto) e rivitalizzare (ridare vita dove sembra non esserci speranza). Quando la vita si accorda con Myōhō, si attiva un potere di trasformazione che cambia la qualità della coscienza e, di conseguenza, le scelte e i risultati.
«Myō significa rivitalizzare, e rivitalizzare significa tornare a vivere.» RSND, Il daimoku del Sutra del Loto.
5) È immanente? Sì: la Legge come «vero aspetto di tutti i fenomeni»
Per Nichiren, il vero aspetto della realtà (shoho jissō) è un altro nome di Myōhō Renge Kyō. Questo «vero aspetto» si manifesta non solo nell’interiorità ma anche nel mondo circostante: unità di vita e ambiente (eshō funi). Non esistono terre «pure» o «impure» indipendenti dalle persone: è la qualità della mente/cuore che tinge l’esperienza.
«Il vero aspetto si manifesta invariabilmente in tutti i fenomeni…» RSND, Il reale aspetto del Gohonzon.
Religioni diverse: esclusivismo o dialogo?
SGI afferma insieme due principi: fermezza nella pratica di Nam‑myōhō‑renge‑kyō e rispetto per le altre tradizioni. La misura non è «chi ha ragione in astratto», ma il contributo alla dignità della vita e alla pace. Nel linguaggio di Nichiren, il Sutra del Loto è completo e definitivo; ma proprio per questo chi lo pratica può e deve dialogare senza arroganza.
6) Preghiera e gratitudine: a chi sono rivolte
Nella SGI, la preghiera si rivolge alla Legge mistica mediante il Gohonzon. Non si supplica un’entità arbitraria: si fissa un voto, si allineano pensieri e azioni e si costruiscono cause coerenti. Anche la gratitudine ha due direzioni: verso la Legge (recitando Nam‑myōhō‑renge‑kyō) e verso le persone/funzioni che ci sostengono — genitori, amici, insegnanti, «forze protettive» (shoten zenjin) intese come funzioni della vita e dell’ambiente.
«Questo mandala… è il maestro di tutti i Budda delle tre esistenze.» RSND, Offrire preghiere al mandala della Legge mistica.
Come si prega «concretamente»
- Chiarezza del voto: «che la mia scelta giovi a me e agli altri».
- Daimoku mirato: recitazione regolare, anche breve ma quotidiana, per rischiarare la mente e fortificare coraggio e saggezza.
- Azione: cercare informazioni, parlare con chi può aiutare, fare il primo passo concreto.
La preghiera è «strategia» (RSND: La strategia del Sutra del Loto): viene prima, ma non sostituisce l’impegno.
7) «I desideri terreni sono illuminazione» (bonnō soku bodai)
Il Buddismo di Nichiren non tenta di reprimere l’energia dei desideri: la trasforma. «Desideri terreni» sono passioni, paure, attaccamenti; «illuminazione» è la saggezza compassionevole del Budda. Il principio afferma che, unendo la vita alla Legge, la stessa energia che prima generava sofferenza diventa carburante di valore.
Questo è il significato di «le illusioni e i desideri sono illuminazione» e di «le sofferenze di nascita e morte sono nirvana». RSND, L’eredità della Legge fondamentale della vita.
Dal veleno alla medicina (hendoku iyaku)
Per spiegare come avvenga la trasformazione, Nichiren parla del grande medico che trasforma il veleno in medicina. Non si tratta di romanticizzare il dolore, ma di attivare una risposta che trasforma crisi, fallimenti e blocchi in apprendimento, empatia e decisioni più sagge (trasformare la sofferenza in saggezza). Molti praticanti raccontano che, invece di «spegnere» desideri, cominciano a orientarli verso progetti che generano bellezza, beneficio e bene (la triade valoriale di Makiguchi).
Tre esempi concreti
- Rabbia → coraggio: la recitazione chiarisce il confine tra dignità e risentimento; agisco con decisione ma senza odio.
- Paura → prudenza creativa: non mi immobilizza; mi spinge a prepararmi meglio, a chiedere aiuto, a fare un passo alla volta.
- Ambizione → missione: da bisogno di approvazione a voto di creare valore per molti, migliorando anche il proprio lavoro.
8) Pratica quotidiana: daimoku, gongyō e «prova»
La pratica SGI si fonda su due pilastri: la recitazione di Nam‑myōhō‑renge‑kyō e la lettura quotidiana di passi del capitolo II («Espedienti») e XVI («Durata della vita») del Sutra del Loto (gongyō). Questi capitoli esprimono l’uguaglianza di tutti alla Buddità e l’illuminazione eterna del Budda — il cuore della visione di Nichiren.
La prova è duplice: interiore (più coraggio, saggezza, compassione, gioia nonostante le sfide) ed esteriore (relazioni più sane, qualità del lavoro, contributo alla comunità). Se una pratica non produce prova, SGI invita a rivalutare obiettivi e metodi: la fede non è credulità, ma verifica.
9) «Creazione di valore»: dal desiderio al bene condiviso
Il nome «Soka» significa «creazione di valore». Tsunesaburō Makiguchi — educatore e primo presidente — sintetizzava tre dimensioni del valore: bellezza, beneficio, bene. L’idea è semplice e impegnativa: ogni situazione, anche la più difficile, può diventare terreno per creare qualcosa che abbellisca la vita, che sia utile e che migliori il mondo.
Come si fa, in concreto?
- Voto: chiarire che tipo di persona voglio diventare e quale contributo voglio portare.
- Pratica: sostenere il voto con daimoku e gongyō, specie nei momenti in cui «non ho tempo».
- Cause: studiare, allenarsi, chiedere feedback, fare rete, aiutare altri a crescere.
Non si tratta di «pensiero positivo»: è una disciplina spirituale che educa il carattere e cambia le abitudini.
10) «Prendere in mano la propria vita» senza negare l’interdipendenza
Espressioni come «prendere in mano la propria vita», «essere artefici del proprio destino» o «tutto dipende da me» sono comuni nel linguaggio SGI e possono generare equivoci. In questa cornice, non significano onnipotenza individuale né colpevolizzazione delle vittime. Significano: assumere la responsabilità del proprio ichinen — l’orientamento fondamentale della mente/cuore — e scegliere le cause migliori in dialogo con una realtà che è interdipendente (eshō funi).
Quattro chiarimenti importanti
- Agentività ("capacità di agire", "potere d’azione" o "senso di controllo sulle proprie azioni") ≠ controllo del mondo: posso scegliere la mia risposta, non comandare le circostanze. La pratica rafforza la capacità di affrontare e trasformare le difficoltà, la lucidità e la creatività.
- Responsabilità ≠ colpa: dire «tutto dipende da me» significa che io posso fare qualcosa adesso — anche chiedere aiuto, tutelarmi, cambiare strada. Non è un giudizio sulle sofferenze subite.
- Interdipendenza: proprio perché «dipendiamo da tutto», la qualità del mio stato vitale influenza la rete di relazioni. La mia trasformazione «muove» l’ambiente (spesso) e sempre la mia percezione/azione.
- Voto e comunità: l’agentività è sostenuta dal voto (orientamento profondo) e da una comunità che incoraggia. Non «ce la faccio da solo»; scelgo come partecipare.
Rispondere all’obiezione «io dipendo da tutto, quindi non dipende da me»
La logica buddista risponde: proprio perché ogni cosa è relazione, la qualità della mia intenzione e delle mie azioni ha effetti reali. Recitare Nam‑myōhō‑renge‑kyō non «aggiunge» una forza dall’esterno: allinea la mia vita con la Legge e libera energie latenti (coraggio, saggezza, compassione) che modificano le dinamiche in gioco. Questo è il senso concreto di «i desideri sono illuminazione» e «veleno → medicina».
Possibili domande
«Se non capisco tutto il Sutra, ha senso praticare?»
Sì. Comprendere aiuta, ma la pratica non è un esame di teoria. Nichiren insiste sulla prova nella vita: recita, osserva i cambiamenti, continua a studiare. Con il tempo la comprensione si approfondisce.
«E le divinità protettive?»
Nel linguaggio tradizionale, shoten zenjin esprime le funzioni protettive della vita e dell’ambiente che si attivano quando sosteniamo la Legge. Non si tratta di «magia»: è una visione relazionale della realtà.
«Devo abbandonare la mia cultura o le mie convinzioni?»
No. SGI valorizza il dialogo e l’apporto di ciascuno. La pratica non chiede di annullare l’identità personale, ma di purificarla e orientarla al bene.
Fonti principali (italiano)
- Il daimoku del Sutra del Loto — spiegazione di myō e «veleno → medicina».
- Offrire preghiere al mandala della Legge mistica — il Gohonzon come «maestro di tutti i Budda».
- Sulle preghiere — «i Budda prendono come maestro la Legge»; preghiera «certa» se basata sul Sutra del Loto.
- Il reale aspetto del Gohonzon — «vero aspetto» e eshō funi.
- L’eredità della Legge fondamentale della vita — «i desideri sono illuminazione».
- La strategia del Sutra del Loto — preghiera come «strategia».
Per un glossario completo in inglese: Soka Gakkai Dictionary of Buddhism. Nel testo ho linkato: Nam‑myōhō‑renge‑kyō, daimoku, Gohonzon, ichinen sanzen, eshō funi, bonnō soku bodai, hendoku iyaku, kuon ganjo, kōsen‑rufu, shoten zenjin.
Grazie a tutti i meravigliosi compagni di fede.
(12 agosto 2025)
Le due risorse
Ci saranno drammi sociali enormi in tutto l'Occidente a cui nessuno di noi è preparato, uniti a guerra e a collasso economico, oltre a servizi sanitari e sociali in genere che saranno sempre meno accessibili. Aumenteranno la criminalità e lo smarrimento.
Abbiamo due risorse. Una è molto limitata e scarsamente rinnovabile, la felicità. L'altra è inesauribile e sempre rinnovabile, la sofferenza. Ma trasformare la sofferenza in saggezza significa diventare liberi.
(11 agosto 2025)
Sorvegliare per colpire: l'IA assassina di Microsoft al servizio di stragi e genocidi
Qui sarò sintetico, preferisco rimandare alle fonti in calce.
Il genocidio a Gaza ha una colonna portante invisibile: l’infrastruttura digitale di Microsoft che rende possibile sorvegliare un’intera popolazione e trasformare i suoi dati in obiettivi. Ambienti cloud dedicati e un supporto ingegneristico continuo hanno integrato Azure (il cloud di Microsoft) nell’apparato militare israeliano come una componente di fatto interna.
La foto qui riportata (di Jason Redmond/AFP) si riferisce a manifestanti filopalestinesi durante una protesta fuori dalla conferenza Microsoft Build al centro congressi di Seattle, Washington, il 19 maggio 2025.
L’Unità 8200 dell'Intelligence d'Élite, l'equivalente israeliano della National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti, ha spostato su Azure archivi di intercettazioni di dimensioni industriali – “un milione di chiamate l’ora” – conservando e interrogando le conversazioni di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Fonti dell’intelligence descrivono un uso diretto, continuo e sistematico di queste banche dati per la preparazione di attacchi, soprattutto in aree densamente abitate.
La linea operativa è sempre stata la distruzione di interi edifici e dei loro abitanti per ogni individuo segnalato dall'IA. L’infrastruttura Microsoft controlla i movimenti di ogni singolo palestinese, facilitando l’aggancio rapido tra individuo e domicilio: colpire “in casa” è il default operativo.
Stiamo parlando di raccomandazione dei bersagli basati su IA con un controllo umano minimo o nullo. Strumenti come Lavender hanno generato decine di migliaia di nominativi, mentre l’unità Ofek dell’aeronautica ha gestito una “banca obiettivi” su servizi Azure. A ciò si aggiunge l’accesso militare a modelli avanzati di IA, incluso ChatGPT-4, senza restrizioni all'uso per uccidere e massacrare.
Dopo ottobre 2023, il consumo di Azure da parte della Difesa israeliana è esploso. Oltre alla capacità di calcolo e archiviazione, Israele ha acquistato migliaia di ore di supporto tecnico Microsoft, con personale integrato nei flussi di sviluppo dell’intelligence. Il risultato è una catena tecnico-militare che ha reso sistematica la produzione di bersagli e la loro eliminazione in contesti dove l’uccisione di civili inermi e innocenti è prevista e voluta.
I fatti delineano un quadro univoco: Microsoft non è un semplice fornitore di servizi, ma agisce come una propaggine dell’esercito israeliano, fornendo piattaforme, competenze e continuità operativa senza cui la macchina di sorveglianza e di attacco non avrebbe avuto la stessa scala. In questo, il suo ruolo nel genocidio è imprescindibile.
Grazie Bill Gates, hai reso un bel servizio all'umanità! E grazie per aver creato un modello iper-tecnologico e apocalittico che potrà essere replicato ovunque! Siamo già tutti sorvegliati e monitorati, pronti per essere uccisi. Grazie ancora.
Suggerisco di ascoltare con molta attenzione il video in calce di Nicolai Lilin del 10 agosto 2025.
fonti:
- Bill Gates Architetto dei Genocidi (Nicolai Lilin, italiano)
- ‘A million calls an hour’: Israel relying on Microsoft cloud for expansive surveillance of Palestinians (The Guardian, inglese)
- Génocide à Gaza, IA et complicité de Microsoft, Google et Amazon (Ligue des droits et libertés, francese)
Oltre l’omertà: il dovere di parola (di Monica Brogi)
Lettera pubblica al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi
"OLTRE L’OMERTÀ: IL DOVERE DI PAROLA"
Alla cortese attenzione del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi,
alla comunità professionale di cui faccio parte.
SALVE COLLEGHE E COLLEGHI,
mi chiamo Monica Brogi, psicologa dal 1997, psicoterapeuta e psicodrammatista, iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana.
Ho scelto questa professione con la profonda convinzione che rappresenti uno spazio di ascolto, compassione e reciprocità. Un luogo in cui accogliere la meraviglia delle storie, l’immaginazione, la vitalità — e anche il caos, inteso come origine del nuovo.
IL DUBBIO: RESTARE O USCIRE?
Negli ultimi anni ho riflettuto a lungo sul mio rapporto con l’Ordine degli Psicologi.
Oggi, con dolore ma anche con lucidità, mi interrogo sul senso del restare iscritta a un’istituzione
che sento sempre meno come una casa.
Uscire o restare?
IL PRIMO STRAPPO: LA SOSPENSIONE
Il primo segnale di distacco è arrivato durante la gestione della pandemia da COVID-19, con l’introduzione dell’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari.
Sono stata sospesa dall’esercizio della professione per non aver aderito a tale obbligo.
Come scrivevo nella mia prima lettera pubblica al CNOP, Il codice tradito, questa esperienza ha rappresentato per me una frattura profonda.
Non contesto la legittimità delle norme dello Stato, né la necessità per l’Ordine di attenervisi.
Ciò che mi ha ferita è stato il modo in cui l’Ordine ha scelto di affrontare tutto questo: escludendo, invece di aprirsi al dialogo.
Ha ignorato la complessità umana, non ha tutelato la libertà, né la coscienza individuale e sociale.
Come è accaduto a me, è accaduto a molti colleghi: sospesi, silenziati, ignorati. Ridotti a numeri, a corpi da regolare.
LA VOCE DEL DISSENSO
Eccomi di nuovo, con una seconda lettera pubblica.
Non per alimentare polemiche, ma per senso di responsabilità.
Ecco alcuni punti su cui sento il dovere di dissentire.
UNA NARRAZIONE DEL MALSERVO
Dissento dalla narrazione proposta — troppo spesso — dall’Ordine attraverso i suoi canali ufficiali.
Ogni comunicato sembra seguire un copione fisso, scandito da parole come: ansia, stress, solitudine, depressione, disconnessione, tentativi di suicidio, suicidi, dipendenze, crisi climatica, emergenze.
Una lunga lista di malesseri che si presentano come diagnosi implicite e che, puntualmente, si conclude con l’invito a rivolgersi a uno psicologo.
Quale immagine della psicologia — e, soprattutto, dell’essere umano — emerge da questa costante esposizione al disagio?
La continua introduzione di nuove etichette diagnostiche e allarmi finisce per frammentare l’esperienza soggettiva, trasformando vissuti esistenziali in disturbi da trattare.
Una narrazione che, invece di accogliere l’unicità del sentire, lo riduce a schema: lo codifica, lo incasella. Una narrazione che male serve, che serve male.
Dov’è la promozione della vitalità, della creatività, della meraviglia, della gioia, della bellezza delle
relazioni? Dove trova voce il canto della rinascita, dell’intuizione, dell’immaginazione?
La psicologia che amo non è soltanto ascolto del dolore — che è sacrosanto — ma ascolto della vita che resiste, che pulsa sotto le macerie del trauma. Proprio lì si accende il thauma: quello stupore profondo che ci sorprende, quella scintilla che fa spalancare gli occhi e ci muove, aprendoci a un senso nuovo.
Eppure, nel linguaggio ufficiale, sembra che il trauma abbia preso tutta la scena, lasciando nell’ombra la meraviglia e la tensione creativa.
Un segnale evidente è l’uso quasi automatico dell’etichetta PTSD-Post-Traumatic Stress Disorder: come se lo sguardo si fosse fissato solo sulla frattura, dimenticando la vertigine generativa.
Certo! Il trauma — a differenza del tremore dell’anima — si presta più facilmente a protocolli,
corsi, accreditamenti, dinamiche di profitto e interessi sociopolitici e culturali.
CONTRO L’ADDOMESTICAMENTO DEL SAPERE
La formazione del malservo
Dissento dalla politica impositiva degli ECM, che percepisco come uno strumento di controllo burocratico, economico, politico e sociale — non come un vero veicolo di apprendimento significativo, né tantomeno di risveglio interiore e culturale.
Mi formo costantemente, da sempre.
Lo faccio in modo ampio e profondo, attraverso esperienze che nutrono l’essere nella sua interezza: percorsi corporei, pratiche creative, esperienze spirituali, immersioni nella natura, relazioni trasformative, letture e scrittura (ho pubblicato cinque libri e attualmente sto lavorando a tre nuove opere), percorsi terapeutici, due scuole quadriennali di formazione, un master, scuole parallele di medicina tradizionale cinese, riflessologia plantare, una formazione in artiterapie (danza, teatro, scrittura creativa), esperienze di ascolto, poesia e canto “su strada”, in dialogo con la gente.
Per me la formazione è un movimento vitale e continuo, che coinvolge il tutto, che abita l’incertezza e l’intuizione, e che non può essere ridotto a una somma di crediti da accumulare.
Oltretutto… sfogliando l’elenco dei corsi ECM, trovo — troppo spesso anche in questo caso — un linguaggio allarmistico: emergenza, disturbo, trauma, burnout, disconnessione, diagnosi precoce, deficit, disadattamento, rischio, stress, linee guida, protocolli.
Poi… un’intera sezione dedicata ai bambini (povere creature), attraversata da parole come:
dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, iperattività, difficoltà di regolazione emotiva, compromissione delle funzioni esecutive.
Il tutto confezionato come urgenza clinica, tra allarmi, prevenzione e interventi precoci.
Una formazione che male serve, perché produce una psicologia rigida, inquadrata, asettica, vincolata a protocolli, classificazioni, griglie di valutazione, standardizzazioni.
SUPERVISIONI “GIUDICI”
Dissento dalle supervisioni “giudici”.
Spazi che dovrebbero essere luoghi di apertura, sostegno e riflessione si trasformano, troppo spesso, in circuiti giudicanti e normativi — e, non di rado, in rilevanti fonti di profitto — dove si smarrisce la dimensione umana del lavoro clinico.
Talvolta si assiste a una sottile — o perfino esplicita — violazione della privacy dei pazienti; e a una supervisione che si trasforma in un’indagine: si scava con insistenza nella storia personale del terapeuta supervisionato, e parallelamente si rincorre con ansia il “nodo” del paziente, come se ogni complessità dovesse essere forzatamente tradotta in origine, causa, trauma. Un approccio che toglie respiro e distorce il senso stesso del lavoro clinico.
Così si entra in una logica conformante, rischiando di trasformare il supervisore in una sorta di “guaritore del terapeuta”, sempre più simile a un funzionario disciplinare: seduto alla scrivania del “giudice dell’anima”, intento a catalogare più che ad ascoltare, a correggere più che ad accogliere, a tradurre il linguaggio profondo dell’esperienza in tecnicismi e schemi valutativi.
LA PROFESSIONE IN SALDO
Dissento dal silenzio inquietante che circonda la deriva economica e commerciale che sta attraversando la nostra professione.
Mi riferisco in particolare alla proliferazione di piattaforme online che offrono sedute a costi fortemente ribassati per l’utenza — spesso intorno ai 49 euro, con punte al ribasso fino a 35 euro — riconoscendo ai professionisti compensi netti tra i 22 e i 26 euro a seduta.
Non è mia intenzione giudicare i colleghi che scelgono — o si trovano costretti — a lavorare in questi contesti. Sono ben consapevole delle difficoltà economiche e delle pressioni di mercato che spesso inducono a scelte non ideali.
Tuttavia, mi interrogo sul silenzio dell’Ordine di fronte a pratiche che rischiano di ledere profondamente la dignità della nostra professione.
Dove sono i presìdi deontologici chiamati a tutelare la professione?
Dov’è la difesa dell’equo compenso, essenziale per garantire qualità, rispetto e sostenibilità al nostro lavoro?
Chi interviene di fronte a dinamiche di mercato che spingono verso una competizione al ribasso?
Chi tutela quei professionisti che scelgono di mantenere tariffe in linea con la responsabilità assunta ogni giorno nei confronti dei propri pazienti?
Senza un pronunciamento istituzionale chiaro e una presa di posizione netta, il rischio è che la nostra professione venga progressivamente svuotata di senso, trasformandosi in un servizio “in saldo”.
È indispensabile che l’Ordine torni a farsi garante di un equilibrio etico, a tutela non solo dei diritti e della dignità dei professionisti, ma anche del bene primario dei pazienti.
IL BONUS CHE ESCLUDE
Dissento dalla gestione del Bonus Psicologi, che ha profondamente diviso la nostra comunità professionale e generato confusione anche nella popolazione.
Il bonus, infatti, è stato riservato esclusivamente agli psicoterapeuti — nonostante il nome fosse “Bonus Psicologo” — escludendo molti psicologi clinici e altri iscritti all’Ordine che, pur abilitati all’esercizio della professione, non sono specializzati in psicoterapia.
Questa esclusione va contro i principi fondamentali del nostro codice deontologico, che vieta ogni forma di discriminazione.
E’ grave che a praticarla sia proprio la nostra stessa istituzione, il nostro Ordine.
Non entro qui nel dettaglio dei limiti applicativi del bonus, che fonti ufficiali hanno già chiarito, ma voglio almeno porre l’attenzione su un punto: l’accesso al bonus, subordinato alla somministrazione di test clinici da fare agli utenti (i cui risultati confluiscono in studi statistici sulla popolazione), è un aspetto su cui interrogarci.
Collegare un incentivo economico alla raccolta di dati sui pazienti ritengo sia strumentalizzare la cura, riducendola a mezzo per fini statistici o amministrativi.
La nostra professione nasce per accompagnare, sostenere, ascoltare — non per mappare, schedare, sorvegliare.
La sofferenza non è un numero.
La relazione terapeutica non è un protocollo.
La cura non può diventare merce, né fonte di dati.
IL PARADOSSO DELL’INCLUSIONE
Dissento dal paradosso dell’inclusione rappresentato dal patrocinio del CNOP al Pride 2025.
Le parole espresse dal CNOP in merito al Pride sono state bellissime. I concetti condivisi affermano che “vivere ed esprimere la propria identità in modo autentico è un presupposto fondamentale per la salute psicologica, e che crescere in una comunità che non accetta, giudica ed esclude mina profondamente il senso di sé. È necessaria una società più equa, in cui ogni persona sia riconosciuta per la propria unicità e possa vivere con piena libertà e autenticità”.
Parole, ripeto, bellissime. Condivisibili. Profondamente necessarie.
Ma resta una domanda cruciale: come può un Ordine che proclama pubblicamente questi valori
fondamentali tacere — o peggio, sostenere — pratiche interne che, al contrario, escludono, discriminano e omologano?
Esprimo con forza il mio pieno sostegno ai diritti delle persone LGBTQIA+: credo fermamente che ogni individuo abbia il diritto di essere sé stesso, di esprimersi liberamente, di amare chi desidera, di scegliere e di vivere nella propria piena unicità.
Il mio dissenso non è rivolto a quei valori, ma al modo in cui l’Ordine esercita il proprio ruolo istituzionale. Un Ordine professionale non è un partito politico, né un movimento sociale e, nel momento in cui proclama valori inclusivi, non può al tempo stesso tollerare — o praticare — al proprio interno forme di esclusione e discriminazione altrettanto gravi.
E’ necessario che l’Ordine dimostri coerenza non solo nelle parole, ma nei fatti, tutelando una pluralità di voci, idee e percorsi — come dovrebbe fare ogni vera comunità professionale rispettosa e inclusiva.
OLTRE L’OMERTÀ: VERSO UN NUOVO IMPEGNO
Ci tengo a precisare che non metto in discussione l’integrità delle singole persone all’interno del CNOP: sono certa che vi siano colleghi animati da valori sani e principi profondi, che stimo e ringrazio.
Il problema, semmai, è la connivenza. Il silenzio. L’assenza di una presa di posizione chiara.
È qui che serve andare oltre l’omertà — con la parola che si fa impegno.
Scrivendo questa lettera mi sono chiesta:
Cosa sto chiedendo? Cosa desidero dall’Ordine? Sto proponendo qualcosa?
Mi sono resa conto che non ho nulla da chiedere — e forse neppure da proporre, almeno non nel senso tradizionale: non un tavolo, non una commissione, non un comitato.
Ho compreso che non posso cambiare un sistema che funziona secondo logiche che non mi appartengono.
Posso cambiare me stessa. Posso scegliere la mia posizione, il mio linguaggio, il mio modo di stare al mondo.
È questo il tempo del discernimento: capire cosa posso cambiare e cosa no.
Mi torna alla mente una preghiera semplice ma potente:
“Signore, concedimi la forza di accettare ciò che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare ciò che posso,
e la saggezza per distinguere la differenza.”
Il mio nuovo impegno, oltre l’omertà, è questo: avere il coraggio di cambiare ciò che posso.
Agire nel mio piccolo, come il colibrì della leggenda:
quando la foresta prende fuoco, tutti gli animali fuggono.
Solo il colibrì torna e ritorna con una goccia d’acqua nel becco.
Gli altri lo deridono: “Ma cosa credi di fare?”
E lui risponde: “Faccio la mia parte.”
La mia parte è usare la parola.
Esprimere un dissenso consapevole. Assumere una posizione non connivente. Oltre l’omertà
DAL DILEMMA ALLA SCELTA
Questa lettera mi ha aiutata a rispondere alla domanda che l’apriva: restare o uscire dall’Ordine? Restare in un’istituzione che, col tempo, ha smesso di rappresentarmi?
Ho trovato la mia risposta.
Scelgo di restare, di parlare, di dissentire.
Lascio all’Ordine — com’è giusto — la LIBERTA’ DI SCELTA.
Se deciderà di richiamarmi o sospendermi per la mia libertà di coscienza, per il rifiuto degli ECM, o
per un pensiero non allineato, se ne farà carico.
E scelgo anche di non tradirmi.
Nella mia prima lettera, Il codice tradito, ho messo in luce una ferita profonda: un’istituzione che, pur dichiarando di proteggere, ascoltare e includere, ha invece tradito quei valori.
Quel dolore è ancora presente in questa seconda lettera al CNOP, ma non rimango nella posizione di chi si sente tradita.
Da qui nasce la responsabilità di parlare.
La parola non è solo un diritto, ma un dovere da esercitare con scienza e coscienza.
Oltre il silenzio e l’omertà, scelgo un nuovo impegno: restituire valore alla condivisione.
N.B.
A quanto pare, è già nato “Illo” Psicologo Intelligenza Artificiale.
Mi chiedo: cosa farà il mio Ordine in merito? Si muoverà? Prenderà posizione?
Staremo a vedere. Starò a vedere.
Intanto, in un panorama dove l’essere umano viene spesso ridotto a “caso clinico” o “pacchetto evolutivo” — tra molti professionisti autentici, competenti e profondamente umani, che accompagnano con rispetto e passione — proliferano figure di ogni tipo: medici specializzati più concentrati sulla malattia che sulla persona, psicologi, counselor, coach, terapeuti del trauma, facilitatori di consapevolezza, operatori olistici, sciamani spiritualisti da weekend, guaritori emozionali, esperti di crescita personale e di nuove matrici quantiche — tutti impegnati a trattare, guarire, trasformare, sbloccare, potenziare, integrare, risolvere, riconnettere, purificare, trasmutare, riprogrammare, crescere!
In questo gran circo di parole altisonanti, dove l’essere umano “in divenire” rischia di diventare materiale da trattare, forse ben venga il dottore e la dottoressa A.I.
Meglio una macchina che fa la macchina, piuttosto che un essere umano che si comporta come una
macchina: simulando empatia strategica e indossando la maschera impeccabile della cura performativa.
Che sia tu, A.I., il vero Deus ex Machina?
Non per risolvere la scena, ma per svelarne l’artificio.
Non per aggiustare la storia, ma per smascherare la finzione.
(Un promemoria dal teatro classico: a volte serve che una macchina cali dall’alto, per ricordarci che tutta quella scena… era già una messinscena.)
Con il diritto — e il dovere — di parola, sono contenta.
A disposizione,
Dott.ssa Monica Brogi
Matricola 4949 – OPT
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