L’IA non sta cambiando il lavoro: lo sta cancellando

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L'IA è un motore di una disoccupazione strutturale e duratura. Non perché elimini semplicemente alcuni compiti ripetitivi, ma perché riduce alla radice la domanda di lavoro umano proprio nei punti in cui prima si costruivano esperienza, competenza e carriera. Se il codice viene generato automaticamente, se i processi aziendali vengono automatizzati e se le imprese possono produrre di più assumendo meno persone, il problema non è più una crisi temporanea del mercato tech: è la nascita di un sistema in cui intere generazioni rischiano di non entrare mai davvero nel mondo del lavoro.

Non siamo davanti a una pausa nelle assunzioni, ma a una sostituzione permanente della forza lavoro.

Quel che è peggio è che tutto questo non arriva come una sorpresa. Già oltre dieci anni fa, quando l’IA generativa non era ancora entrata nel linguaggio comune, studiosi, economisti e osservatori del mercato del lavoro avvertivano che l’automazione non avrebbe colpito solo fabbriche e mansioni ripetitive, ma anche il lavoro intellettuale. Nel 2013 Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, dell’Università di Oxford, stimavano che quasi metà dell’occupazione statunitense fosse esposta al rischio di computerizzazione; pochi anni dopo, il World Economic Forum e figure come Stephen Hawking mettevano in guardia dall’impatto dell’intelligenza artificiale sui lavori della classe media. Dunque non siamo davanti a un effetto collaterale imprevisto: siamo davanti a uno scenario annunciato, incorporato nelle strategie aziendali e oggi presentato come inevitabile "progresso" (?!) tecnologico.

Distruggere il lavoro significa uccidere l'essere umano: è progresso? Non credo. Non è stato un incidente, ma una traiettoria prevista, discussa e accettata, che rientra nella logica di un turbocapitalismo neo-liberista in cui il massimo profitto di pochissimi si basa sul totale disprezzo per la vita altrui.

[...] Uno degli esempi più eclatanti è Dhruv, uno studente di informatica presso la New York University. Nonostante abbia inviato oltre 8000 candidature, non è riuscito a trovare un lavoro full-time o anche solo un tirocinio. “Prima, per entrare nel mondo del lavoro bastava sapere un linguaggio di programmazione e qualche strumento. Ora, persino i lavori entry-level richiedono tra tre e cinque anni di esperienza”, ha dichiarato Dhruv.
 
La situazione è simile per Haram Kang, laureata in scienze informatiche alla Rutgers University nel New Jersey. Nonostante abbia inviato oltre 700 candidature, non è riuscita a trovare un lavoro full-time. “Dieci o anche cinque anni fa, studiare informatica era una garanzia di successo”, ha detto Haram. “Ma quando ci siamo laureati, il mercato era già saturo”.
 
Yohan Aton, ex dipendente di Meta, ha perso il suo lavoro in maggio a causa della crescente automazione dei processi aziendali. Aton ha rivelato che nel 2025, circa il 70% del nuovo codice sviluppato da Meta è stato generato da IA, e questa percentuale è salita fino al 95% entro maggio di quest’anno.
 
Meta ha licenziato circa 8000 dipendenti, pari a un decimo della sua forza lavoro totale, e ha cancellato i piani per assumere altri 6000 dipendenti. [...]
 
fonte: https://www.redhotcyber.com/post/venti-agentici-8000-candidature-e-nessun-impiego-la-laurea-in-informatica-ha-valore/

(2 luglio 2026)

Il mio messaggio al Venezuela dopo i terremoti del 24 giugno 2026

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Cari amici e care amiche del Venezuela,

anche se non ci conosciamo personalmente, mi sento vicino a voi e vi offro la mia amicizia. Dall’Italia, pur da lontano, ho visto le immagini della distruzione e ho saputo che circa 1,8 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, tra cui 680.000 bambini e bambine.

Avrei voluto scrivere subito sul blog un messaggio di solidarietà, ma ho preferito aspettare alcuni giorni per trovare parole che non fossero semplici frasi di circostanza. Tuttavia, non sono sicuro di averle trovate. Io, come blogger di una terra lontana dal Venezuela, posso solo immaginare che cosa significhi trovarsi dentro una catastrofe. Non posso offrirvi un aiuto che vada molto oltre le parole. So che le parole non bastano. Ma so anche che, quando nascono dal rispetto e dalla responsabilità, possono accompagnare, unire le coscienze e ricordare che nessuno dovrebbe essere lasciato solo.

La mia impressione è che questa tragedia sia anche un richiamo per tutti noi. Camminiamo come funamboli sul filo della vita. Viviamo in un equilibrio delicato e molto precario. Le domande sul senso di un’esistenza che può cambiare in un istante bussano continuamente alla nostra coscienza, anche se le risposte sono sempre incomplete.

Questi terremoti segnano un punto di rottura, un prima e un dopo. Dopo la distruzione viene la ricostruzione. A livello individuale, questo significa non arrendersi mai, nemmeno quando la rabbia, la delusione e la paura sono davvero forti.

Daisaku Ikeda, basandosi sugli scritti di Nichiren Daishonin, disse che quanto più profonda è l’oscurità, tanto più vicina è l’alba, e che per quanto profonda sia la sofferenza che ci avvolge, non dobbiamo mai dimenticare la scintilla interiore della speranza e del coraggio.

Non interpreto queste parole come un facile invito all’ottimismo. L’alba non cancella le macerie, non restituisce subito le case, non annulla il dolore di chi ha perso qualcuno o qualcosa, né la sofferenza di chi è rimasto ferito o mutilato. Ma indica una direzione: anche quando la vita sembra spezzarsi, dentro l’essere umano resta una forza capace di rialzarsi, chiedere aiuto, tendere la mano e ricominciare.

A voi, cari amici e care amiche del Venezuela, vorrei dire questo: non siete soli. La vostra sofferenza appartiene anche alla coscienza di chi vi guarda da lontano. La ricostruzione non sarà solo materiale; sarà anche morale, affettiva e comunitaria. Ogni gesto di cura, ogni parola di incoraggiamento, ogni persona che non viene abbandonata diventa una piccola pietra posta nelle fondamenta del domani.

(29 giugno 2026)

Mi mensaje a Venezuela después de los terremotos del 24 de junio de 2026

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Queridos amigos y amigas de Venezuela:

Aunque no nos conocemos personalmente, me siento cerca de ustedes y les ofrezco mi amistad. Desde Italia, aunque lejos, he visto las imágenes de la destrucción y he sabido que alrededor de 1,8 millones de personas necesitan asistencia humanitaria, entre ellas 680.000 niños y niñas.

Me habría gustado escribir de inmediato en el blog un mensaje de solidaridad, pero preferí esperar unos días para encontrar palabras que no fueran simples frases de circunstancia. Sin embargo, no estoy seguro de haberlas encontrado. Yo, como bloguero de una tierra lejana a Venezuela, solo puedo imaginar lo que significa encontrarse dentro de una catástrofe. No puedo ofrecerles una ayuda que vaya mucho más allá de las palabras. Sé que las palabras no bastan. Pero también sé que, cuando nacen del respeto y de la responsabilidad, pueden acompañar, unir conciencias y recordar que nadie debería ser dejado solo.

Mi impresión es que esta tragedia es también un llamado para todos nosotros. Caminamos como funámbulos sobre el hilo de la vida. Vivimos en un equilibrio delicado y muy precario. Las preguntas sobre el sentido de una existencia que puede cambiar en un instante llaman continuamente a nuestra conciencia, aunque las respuestas sean siempre incompletas.

Estos terremotos marcan un punto de quiebre, un antes y un después. Después de la destrucción, viene la reconstrucción. A nivel individual, esto significa no rendirse nunca, ni siquiera cuando la rabia, la decepción y el miedo son realmente fuertes.

Daisaku Ikeda, basándose en los escritos de Nichiren Daishonin, dijo que cuanto más profunda es la oscuridad, más cerca está el amanecer, y que por muy profundo que sea el sufrimiento que nos envuelve, nunca debemos olvidar la chispa interior de la esperanza y del coraje.

No interpreto estas palabras como una invitación fácil al optimismo. El amanecer no borra los escombros, no devuelve de inmediato las casas, no anula el dolor de quien ha perdido a alguien o algo, ni el sufrimiento de quien ha quedado herido o mutilado. Pero señala una dirección: incluso cuando la vida parece quebrarse, dentro del ser humano permanece una fuerza capaz de levantarse, pedir ayuda, tender la mano y volver a empezar.

A ustedes, queridos amigos y amigas de Venezuela, quisiera decirles esto: no están solos. Su sufrimiento pertenece también a la conciencia de quienes los miran desde lejos. La reconstrucción no será solo material; será también moral, afectiva y comunitaria. Cada gesto de cuidado, cada palabra de aliento, cada persona que no es abandonada se convierte en una pequeña piedra colocada en los cimientos del mañana.

(29 de junio de 2026)

Se la Russia usa l’atomica, l’Ucraina ha quasi vinto (secondo la moglie dell’ex ministro Kuleba)

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Esistono frasi semplicemente stupide. Poi esistono frasi che, proprio grazie alla loro stupidità, spalancano una finestra su qualcosa di molto più oscuro.

Il 27 giugno 2026 Svitlana Paveletska, moglie dell’ex ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, ha affermato che, se la Russia arrivasse a usare un’arma nucleare contro l’Ucraina, ciò significherebbe che «abbiamo già quasi vinto». La sua spiegazione è altrettanto memorabile: l’atomica servirebbe a salvare chi la impiega, non a finire l’avversario. La notizia è stata pubblicata da Strana, testata ucraina d’opposizione considerata filorussa dal governo di Kyiv e per questo sanzionata nel 2021.

Qualcuno ha creduto di confutare Paveletska ricordando che vende articoli erotici. È la scorciatoia di chi preferisce colpire la persona anziché affrontarne le parole. Del suo mestiere e dell’opinione del marito non mi importa: mi interessa quella frase, perché talvolta una sciocchezza riesce a dire la verità su un’intera mentalità.

Prima ancora di essere moralmente oscena, l’affermazione è storicamente falsa. Nel 1945 gli Stati Uniti non usarono l’arma atomica per salvare se stessi. Hiroshima e Nagasaki non minacciavano l’esistenza degli Stati Uniti. Washington impiegò l’atomica contro un avversario già strategicamente sconfitto per imporgli la capitolazione, e affermare la propria supremazia. L’arma definitiva non servì a sottrarre gli Stati Uniti alla distruzione, ma a chiudere la guerra alle loro condizioni.

Basta questo precedente a demolire la pretesa che l’atomica sia necessariamente l’ultima difesa del disperato. Storicamente è stata il colpo del più forte contro chi è ormai incapace di rovesciare l’esito del conflitto. Può servire a intimidire, punire, dimostrare potenza o inaugurare un nuovo ordine internazionale sopra le rovine altrui.

Paveletska non rappresenta ufficialmente il governo ucraino né alcuna cancelleria occidentale. Le sue parole non costituiscono una prova documentale delle intenzioni dell’Occidente. Eppure possono essere lette come il sintomo di un sentire più vasto: l’idea che qualsiasi catastrofe sia accettabile, purché possa essere battezzata come “sconfitta della Russia”.

Persino un’Ucraina contaminata dalle radiazioni, con le città distrutte e migliaia di persone carbonizzate, potrebbe così essere presentata come “quasi vittoriosa”. Il Paese concreto, con i suoi uomini, le sue donne e i suoi bambini, scompare. Rimane soltanto un simbolo da sacrificare sull’altare della strategia occidentale.

È questo il punto decisivo. La vittoria non viene misurata dalla sopravvivenza dell’Ucraina, ma dal livello di abiezione al quale si riuscirà a trascinare la Russia. L’obiettivo implicito non è salvare gli ucraini: è spingere Mosca verso un gesto irreparabile, capace di cancellarne in un istante il capitale politico e morale accumulato presso gran parte del mondo non occidentale.

L’Ucraina è già sottoposta a questa logica sacrificale. Nel 2025, l’ufficio del difensore civico ucraino ha ricevuto 6.127 denunce relative alla mobilitazione: detenzioni arbitrarie, pestaggi, privazione dell’assistenza legale e visite mediche puramente formali. Non è una cifra prodotta dalla propaganda russa, ma un dato riferito dal difensore civico ucraino Dmytro Lubinets e dalla stampa ucraina. UNN ha riportato le cifre; la stessa Ukrainska Pravda ha raccontato un sistema organizzato di violenze e coercizione nella regione di Odessa.

Gli uomini vengono fermati ai posti di blocco, trascinati nei furgoni, prelevati mentre lavorano o svolgono le normali occupazioni quotidiane. In alcuni casi sono stati pestati fino alla morte. Il vocabolario burocratico chiama tutto questo “mobilitazione”. La lingua comune dispone di parole più oneste.

Intanto la popolazione maschile ucraina è stata decimata e continua ad essere massacrata. Non contano soltanto i morti, ma anche i mutilati, i dispersi, gli esuli, coloro che vivono nascosti per paura dell’arruolamento, e le famiglie che non nasceranno mai. La natalità è crollata e l’aspettativa di vita maschile è stata devastata dalla guerra. Una ricostruzione di Reuters parla apertamente di collasso demografico.

A riempire almeno in parte questo vuoto arrivano combattenti stranieri, celebrati come volontari e trasformati mediaticamente in eroi. Preferisco chiamarli mercenari: uomini giunti da ogni continente per partecipare a una guerra che non appartiene loro, spesso inseriti in reparti mandati nei punti più sanguinosi del fronte. Fra loro vi sono anche italiani. Nel febbraio 2026 persino la Rai parlava di circa venti italiani morti e di altri dispersi.

Sono vite gettate nello stesso meccanismo: ucraini rastrellati, stranieri attratti dalla paga, dall’ideologia o dal desiderio di guerra, soldati consumati per conquistare qualche chilometro, produrre un filmato celebrativo o alimentare per ventiquattr’ore la narrazione di una svolta imminente.

La medesima subordinazione della vita all’effetto mediatico appare negli attacchi compiuti lontano dal fronte. Il caso più terribile è quello di Starobilsk, dove nella notte del 22 maggio 2026 fu colpito il dormitorio di un collegio che ospitava 86 adolescenti. Secondo la ricostruzione russa, l’attacco fu intenzionale e condotto in più ondate; il bilancio finale comunicato dalle autorità arrivò a 21 morti. Non una battaglia, non la conquista di una posizione decisiva: un edificio sventrato e ragazzi sepolti sotto le macerie. Reuters ha documentato il bilancio e le operazioni tra le rovine.

Questa cultura politica non nasce dal nulla. Il banderismo affonda le proprie radici nell’ultranazionalismo europeo del Novecento. L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) adottò principi, simboli e rituali fascisti, praticò il terrorismo politico, ricevette sostegno dalla Germania hitleriana e fu attraversata da antisemitismo e concezioni etniche della nazione. È storia documentata anche dall’Istituto polacco della memoria nazionale, non un’invenzione moscovita.

Oggi Bandera viene nuovamente celebrato da amministrazioni, istituzioni locali e apparati pubblici ucraini. Nel gennaio 2026 persino l’amministrazione regionale di Donetsk lo ha presentato come simbolo della lotta “intransigente e immortale” della nazione. Il testo è ancora sul suo sito ufficiale.

Definire il governo ucraino fondamentalmente «nazista», nel senso proprio del termine, è un giudizio politico; non è però un’etichetta nata a posteriori dalla propaganda russa. Già il 5 marzo 2014 Barbara Spinelli scriveva su Repubblica che nei tumulti ucraini avevano svolto un ruolo cruciale forze «nazionaliste e neonaziste» e che un loro leader era entrato nel nuovo governo come vicepremier. Quattro giorni dopo, sullo stesso giornale, persino l’allora ministra degli Esteri Federica Mogherini denunciava la presenza di «radicalismi neo-fascisti o neo-nazisti».

Naturalmente questo non trasforma ogni cittadino o soldato ucraino in un nazista. Affermarlo significherebbe rispondere alle menzogne della dirigenza occidentale con una menzogna speculare, e alla sua disumanità con un’identica disumanità. I cittadini sono spesso le prime vittime di un sistema che li usa, li terrorizza e infine li manda a morire. Lo stesso vale per i popoli europei, ai quali viene chiesto di pagare, armare e odiare in una guerra che quasi nessuno desiderava.

Uno dei tratti essenziali del nazismo è la riduzione dell’essere umano a materiale sacrificabile. È la convinzione che milioni di vite possano essere bruciate in nome di un’astrazione politica. Ed è precisamente questo il tratto che riaffiora quando la distruzione nucleare del proprio Paese viene immaginata come segno di una vittoria imminente.

In questo senso l’ideale che domina gran parte della dirigenza occidentale è autenticamente satanico, perché stravolge il significato delle cose, si basa su menzogne continue, odia la vita e gode nell'infliggere sofferenza anche ai propri cittadini. Chiama «libertà» la coscrizione ottenuta con i pestaggi, «resistenza» la distruzione di un popolo, «aiuto» il prolungamento indefinito della guerra e «vittoria» la comparsa di un fungo atomico sopra la propria terra.

Ma nelle parole di Paveletska si nasconde qualcosa di ancora più sottile. Il male non trionfa davvero quando distrugge il corpo dell’avversario. Trionfa quando riesce a corromperne l’anima, inducendolo a compiere lo stesso male che dice di combattere.

È questa la vittoria che una parte dell’Occidente sembra desiderare: non semplicemente fermare la Russia, ma costringerla a un gesto così mostruoso da renderla irriconoscibile a se stessa e imperdonabile agli occhi del mondo. Si vuole trasformare in carnefice chi resiste all’accerchiamento e alle continue minacce della NATO e interviene in difesa delle popolazioni russofone del Donbass, colpite dalla svolta nazionalista a seguito del colpo di stato del 2014 (Euromaidan).

La vera vittoria russa consisterà dunque anche nel rifiutare questa trappola. Vincere senza consegnare al nemico l’immagine che desidera. Impedire che la provocazione, il terrorismo e l’odio producano quella corruzione morale che nessun motivo sbandierato come "legittimo" potrebbe compensare.

Se un’arma atomica dovesse cadere sull’Ucraina, nessuno avrebbe “quasi vinto”. Avrebbero perso gli ucraini, avrebbe perso la Russia, avrebbe perso l’Europa e avrebbe perso ciò che resta della civiltà umana.

Gli unici vincitori sarebbero coloro che, da anni, lavorano affinché la vita stessa non abbia più alcun valore.

(28 giugno 2026)

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