Il coraggio della verità sull’IA
L’IA è un progetto diabolico che produrrà effetti più devastanti di un conflitto nucleare. Ci distruggerà la mente e l’anima, rendendo le persone normodotate incapaci, deficienti, handicappate.
L’informatica delle origini, quando si faceva tutto a mano e con uno sforzo enorme, mi piaceva, mi divertiva, aveva il suo perché. Oggi invece l’IA ha posto la pietra tombale sul “fare” con le proprie capacità, i propri limiti, il proprio studio e i propri continui provare e riprovare, trasformando l’Informatica da scienza a mattatoio di intelligenze.
Se imparo qualcosa di nuovo, anche solo una parola, allargo la mia consapevolezza e le mie possibilità. Ma oggi non c’è più nulla da imparare, perché a forza di semplificarci la vita, con le innovazioni tecnologiche, la stiamo riducendo da umana a vegetale.
Microsoft ha in programma per i prossimi anni, all’incirca nel 2030, l’uso dei computer senza mouse e senza tastiera, in quanto l’unica a fare qualcosa sarà l’IA. Noi, al massimo, dovremo soltanto dirle che cosa desideriamo che faccia.
A quel punto sarebbe meglio non usare per niente né i computer né gli smartphone, e dedicarci a qualcos’altro di più reale e faticoso.
(9 settembre 2025)
Per approfondimenti, segnalo la mia intervista su Youtube: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
La relazione come vera resistenza
Le cose che accadono hanno sempre un significato, tuttavia la nostra società odierna fa tutto il possibile per svuotare di senso le nostre vite.
Oggi l'intelligenza artificiale colonizza il nostro spazio del giudizio e dell’azione: anticipa i nostri gesti, ci offre risposte prefabbricate, riduce l’intervallo tra la domanda e la risposta, ovvero il tempo della ricerca e della riflessione. Nel farlo, spezza il legame tra l'impegno e il risultato, tra l'esperienza e la comprensione. Se il compito è esternalizzato all’algoritmo, a noi non resta che la falsa illusione del controllo di ciò che stiamo facendo e la fatica di interpretare ciò che non abbiamo realmente fatto. Il tutto in una chiave solipsistica in cui manca la relazione con gli altri. Se poi "l'altro diverso da me, con cui mi relaziono" è solo la macchina, sarebbe come mangiare cibo senza alcun sapore né odore, o come pretendere nutrimento ed energia da un edulcorante.
Due cardini della nostra identità — “apprendere” e “fare” — si stanno indebolendo. L’apprendimento diventa consumo rapido di contenuti, non sedimentazione; l'agire si trasforma in supervisione passiva dell’output della macchina. Il problema è che più accumuliamo scorciatoie, meno sviluppiamo noi stessi, la nostra capacità di giudizio e le nostre relazioni umane, che sono quanto di più sacro e necessario abbiamo.
Mentre basiamo le nostre vite su sistemi infernali che non comprendiamo, il saper fare, che nasce dall’errore, dal tempo e dalla responsabilità, viene rimpiazzato da automatismi che ci esonerano dal decidere.
Ormai in molti campi, il lavoro già lo fa l'intelligenza artificiale, che riesce meglio di ciascuno di noi a star dietro ai frenetici cambiamenti di un mondo impazzito. La prassi odierna è di sostituire il vecchio consolidato con un nuovo che durerà pochissimo, in una corsa sempre più veloce verso un muro inamovibile. I binari del treno dell'innovazione, infatti, finiscono contro le rocce dei nostri limiti e dei nostri bisogni di base. Ma prima ancora, tali binari rischiano di crollare su ponti fragilissimi, costruiti sull'inganno che sia possibile trascendere madre Natura.
Per la prima volta nella storia dell'umanità, linguaggio e tecnologia viaggiano insieme attraverso l'applicazione delle intelligenze artificiali. Questo connubio maledetto sta mettendo in crisi le nostre relazioni. L'accelerazione tecnologica non darà il tempo a nessuno di noi di adattarsi alla macchina “pensante”, rendendo sempre più fragile e incerto il nostro stare al mondo, il nostro vivere, il nostro “amare”.
Immaginiamo quando l'apprendimento dei bambini, a casa e a scuola, sarà supportato solo dall'intelligenza artificiale. La relazione tra il docente artificiale e il discente umano sarà deformata e deformante, fredda, senza cuore, senza calore umano. In questa scuola del futuro, i bambini saranno convinti che l'intelligenza artificiale sia un oracolo, la bocca della verità, il loro riferimento culturale. Ma non c'è bisogno di andare lontano nel tempo, in alcuni casi è già così anche per gli adulti. A chi crederanno i bambini? Ai genitori o all'intelligenza artificiale? La domanda è retorica.
Tutto ciò accade dentro un clima di emergenza permanente — guerra, collasso economico e malattie — che alimenta l'ansia, ci frammenta l’attenzione e ci spinge alla delega. La prima guerra, però, è quella contro l’essere umano, contro la nostra capacità di dare significato a noi stessi e agli eventi, di apprendere davvero, di agire in prima persona. In questo modo, il potere usa la tecnologia per mettere in catene la nostra anima e la nostra possibilità di capire "chi siamo", rendendoci spettatori passivi e sfiduciati delle nostre vite.
Le persone passive e senza motivazioni, infatti, sono le più facili da controllare. Un popolo fatto di persone rassegnate lascia campo libero a coloro che detengono il potere. Tuttavia, non abbiamo alcun obbligo di cedere di fronte ai drammi odierni, semplicemente accettando che tutto debba per forza finire male.
L'unica cosa che non cambia nel tempo è il cambiamento e la sua imprevedibilità. Il divenire è una continua trasformazione nella vita di ciascuno di noi. Adesso è come se fossimo tutti malati in un mondo malato, eppure sta a noi la scelta fondamentale se vivere questi tempi drammatici come un'opportunità o come una condanna.
Vorrei citare, a tal riguardo, "La saggezza del Sutra del Loto" (vol. 1, pag. 179), di Daisaku Ikeda:
Toda lo spiegava in modo semplice: «Per il fatto di aver abbracciato il Gohonzon, la vita di un malato sarà trasformata grazie a un profondo senso di serenità ed egli troverà piacere nel semplice fatto di vivere.
«Godere pienamente della propria vita significa essere un Budda. Per quanto possiamo gioire della nostra vita, possediamo i nove mondi, quindi inevitabilmente qualche volta soffriremo, ma scopriremo che la natura della nostra sofferenza e dei nostri problemi è cambiata. Mentre prima eravamo assorbiti dai nostri problemi e dalle nostre preoccupazioni, ora riusciamo a prenderci cura anche degli altri. Non trovate che ritenere la vita stessa una gioia assoluta sia ciò che si intende per essere Budda?»
La vita ha i suoi piaceri e le sue pene, ma coltivando una profonda fede riusciremo a rafforzare i dieci fattori del mondo di Buddità e potremo gioire dei momenti buoni come dei momenti cattivi. Tutto ciò lo dobbiamo al Gohonzon e quindi dovremmo provare una profonda riconoscenza per il Daishonin.
Ecco, dare importanza alle relazioni significa dare significato alle nostre esistenze, anche in un mondo che è quello che è. La vita è innanzitutto relazione, proprio quella relazione che la tecnologia, e più in generale tutte le nostre illusioni e i nostri limiti, vogliono spezzare o semplificare. Ma nel campo di battaglia dell'esistenza, semplificare significa ingannare noi stessi. Meglio vivere pienamente.
(6 settembre 2025, rielaborazione di idee maturate insieme a Giulio Ripa, che ringrazio)
Per approfondimenti, segnalo la mia intervista su Youtube: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
Il collasso dell’essere umano?
Finché ci sarà una quantità abnorme di soldi, praticamente illimitata, ad alimentare l’intelligenza artificiale e la guerra, queste non collasseranno mai.
Casomai, sono le fondamenta del vivere sociale che stanno collassando. Gli episodi tecnici di disconnessione, per il momento rari, servono solo a rivelare quanto siamo fragili.
Camminare in mezzo alle persone, su una strada affollata dove c’è di tutto, dai mutilati ai vagabondi, dalla gente “normale” a quella che fa sfoggio della propria ricchezza o giovanile bellezza, dagli artisti soli ai matti ben accompagnati, è un sano “bagno di realtà”.
Ma un’intera popolazione che si ritrovasse senza accesso né all’intelligenza artificiale né a Internet, sarebbe un ulteriore e più profondo tuffo nella realtà che ci sbatterebbe in faccia quel che siamo diventati.
Tutto è transitorio, non permanente, senza un sé. Questo vale per l’uomo, ma anche per l’intera società, destinata a finire nel nulla della propria ignoranza e arroganza. Finché l’uomo continuerà a cercare all’esterno quello che già ha dentro, sarà messo peggio di un cane randagio e ammalato.
I venti di guerra soffiano impetuosi, ma ciascuno rimane abbandonato a se stesso. Tutti gli investimenti economici vanno verso la distruzione di quanto gli ultimi millenni di civiltà hanno costruito.
L’incontro tra uomo e donna è sessuale, spirituale e valoriale, fatto di morale e di etica: questo è il fondamento delle comunità umane sin dalla notte dei tempi. Oggi tutto questo è sostituito dai social e dall’intelligenza artificiale, e da una politica distruttiva che considera l’essere umano come se fosse un tumore da estirpare. Gaza è lo specchio dei nostri tempi.
Ma cosa siamo diventati?
(3 settembre 2025)
Uccidere un nazista significa uccidere un pezzo di Satana?
In un suo recente video, Nicolai Lilin ha asserito che, dal punto di vista "cristiano", è giusto gioire dell'assassinio di Andriy Volodymyrovych Parubiy, capo storico dei nazisti ucraini. La sua argomentazione è che aver ucciso lui equivale ad aver ucciso un "pezzo di Satana" (fonte).
Credo che questo tipo di messaggio sia molto nocivo e soprattutto sbagliato. Non discuto qui sulla figura di Parubiy, mi sto riferendo esclusivamente a questa fantasiosa interpretazione del cristianesimo che ne ribalta il senso. Le libere interpretazioni, se non corrette in tempo, possono gettare le basi per "santificare i crimini".
Rispondo a Nicolai anche qui, nel mio blog, per dare uno spunto di riflessione ai miei lettori. Nei suoi video, lui fa specifico riferimento all'ortodossia russa, pertanto mi baserò su di essa, senza aggiungere mie opinioni. La mia casa spirituale è il Buddismo, ma in questo caso parlerò soltanto in base agli insegnamenti cristiani.
Prima, però, una doverosa premessa. Poiché siamo in tempo di guerra, e la guerra si allargherà sempre di più, cerchiamo di ricordarci che:
«[...] Le particolari connotazioni di ogni religione nascono da un complesso di influenze dovute alle diversità degli esseri umani, alle caratteristiche di ogni epoca, alle peculiarità di ogni luogo e alle diverse evoluzioni della storia. Nonostante tali differenze, ogni dottrina possiede al suo interno i princìpi e la saggezza necessari a realizzare la felicità delle persone.
Nel contesto del dialogo interreligioso moderno è necessario quindi accettare e valorizzare le molteplici caratteristiche di ogni singolo credo e, allo stesso tempo, afferrare la profonda verità e sapienza presente nelle sue dottrine. [...]»
tratto da: Prefazione di Daisaku Ikeda alla RSND, fonte
Per affrontare i tempi molto bui che abbiamo di fronte, serve una robusta spiritualità radicata in una solida comunità. Di solito mancano l'una e l'altra.
Detto ciò, passo al nucleo della questione sollevata da Nicolai.
1) Dio è sovrano: Satana agisce solo entro i limiti che Dio permette
Nella Scrittura, Dio fissa i confini dell’azione satanica. In Giobbe 1:12, il Signore concede a Satana di provare Giobbe, ma ne delimita i poteri. Lo stesso schema riappare quando Gesù dice a Pietro: «Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano» (Luca 22:31). Questo non fa di Dio l’autore del male: Dio lo permette per trarne un bene più alto e per la nostra crescita, come ricorda anche la catechesi ortodossa quando parla della Provvidenza.
La tradizione ribadisce che Satana non è l’“antidio”, ma una creatura decaduta, con potere limitato e subordinato alla signoria divina.
2) Il combattimento cristiano è spirituale, non contro la “carne e il sangue”
San Paolo lo formula senza ambiguità: «La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.» (Ef 6:12). Questo è un invito a ingaggiare la battaglia dentro il cuore, con il discernimento dei pensieri, la preghiera e la penitenza.
Non ha senso teologico dire che, uccidendo un criminale, “si uccide un pezzo di Satana”. I demoni sono spiriti, non si eliminano con il piombo ma con la nostra conversione e la grazia di Dio. Angeli e demoni sono incorporei rispetto alla materia, quindi non soggetti a uccisione fisica.
Per un approfondimento, rimando alla "Esposizione della fede ortodossa (Libro II)", liberamente consultabile. Mi riferisco in particolare al "Capitolo 4. Riguardo al diavolo e ai demoni", dove dice: «[...] Ma mentre è stata loro concessa la libertà di attaccare l'uomo, non hanno la forza di sopraffare nessuno: perché siamo noi a poter ricevere o non ricevere l'attacco. Per questo è stato preparato per il diavolo e i suoi demoni , e per coloro che lo seguono, un fuoco inestinguibile ed eterno [...]».
3) Il cuore di Dio non gioisce della morte del peccatore
La Bibbia mette un argine molto netto al gusto della vendetta: «Quando il tuo nemico cade, non ti rallegrare; quando è rovesciato, il tuo cuore non ne gioisca» (Pr 24,17). E Dio dichiara per bocca di Ezechiele: «Io non godo della morte dell'empio, ma che l'empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33:11). Nel Nuovo Testamento, Gesù descrive il cielo in festa non per la morte, ma per la conversione: «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15:7). Gioire di un omicidio non è spirito cristiano.
4) L’immagine di Dio nell’uomo non si spegne, nemmeno nel colpevole
Ogni persona porta in sé l’immagine di Dio (Gen 1,27). Il documento ufficiale del Patriarcato di Mosca, "Le basi della dottrina sociale", lo ripete più volte, collegando la dignità personale all’“immagine” divina e ricordando come la pace evangelica passi per la misericordia e la giustizia, non per l’odio:
«La Chiesa si oppone anche alla propaganda della guerra e della violenza, così come alle varie manifestazioni di odio»
tratto dalla parte finale del cap. VIII. War and peace
Questo giusto per sottolineare che la Chiesa Ortodossa Russa, contrariamente a quanto proclamato da alcuni canali di informazione, non promuove né la guerra né gli omicidi. Dire che la guerra armata tra Nato e Russia abbia radici nella spiritualità è una "forzatura" che non trova alcun sostegno nella teologia.
Per il cristiano, la condotta spirituale è pregare per i nemici, non maledirli. San Silvano del Monte Athos scrive che «L’anima che non ha mai conosciuto il Santo Spirito non comprende come si possa amare i nemici e non l’accetta. Ma il Signore ha compassione per tutti gli uomini e chiunque voglia essere con il Signore deve amare i suoi nemici» (fonte). E altrove: «L’uomo che pensa con malizia male dei suoi nemici non ha in sé l’amore di Dio e non conosce Dio» (fonte).
5) Che cosa, allora, si può dire in coscienza ortodossa?
Uccidere un uomo — colpevole o meno — non colpisce Satana (che è uno spirito). Casomai, accresce la sua gioia se la morte avviene senza pentimento. Il Vangelo mostra Dio che gioisce della conversione, non del decesso del peccatore.
Gioire di un omicidio non è linguaggio cristiano: scritturalmente è vietato rallegrarsi della caduta del nemico e la via evangelica è pregare per lui.
La lotta a cui il cristiano è chiamato è prima di tutto ascetica e interiore; il male si vince praticando giustizia, misericordia e riconciliazione, non esultando per il sangue.
(31 agosto 2025)