Siamo in punizione

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Rinasciamo in questo mondo come punizione per quanto fatto nella vita precedente. Ma non è una punizione fine a se stessa per il gusto sadico di infliggere sofferenza.

Questo mondo è un grande carcere con finalità di rieducazione interiore, civile e sociale. È strutturato per infliggere sofferenza, eppure lo scopo ultimo di tale sofferenza è di agevolarci nel desiderio di percorrere la Via indicata dai grandi maestri dell’umanità.

La saggezza dei saggi, dei santi e dei maestri non ha mai educato né salvato nessuno, perché nessuno può insegnare qualcosa a qualcun altro. Lo stesso verbo “insegnare” indica qualcosa che non esiste. Al massimo possiamo capire da soli, sperimentando sulla nostra pelle l’esito dei nostri pensieri, delle nostre parole e azioni.

Se non facciamo alcuno sforzo per trasformarci interiormente nonostante i duri schiaffi della vita, esistenza dopo esistenza le nostre vite saranno soltanto un crescendo di dolore. Se invece facciamo la fatica di capire e un profondo lavoro interiore di trasformazione, allora potremo godere di rinascite un po’ più sopportabili. Se e quando non avremo più motivo di rinascere in questo carcere, non ci rinasceremo, perché magari il nostro posto sarà altrove. Ma fino ad allora, accettare la sofferenza anziché contrastarla è il primo passo per non peggiorare la nostra condizione.

(14 maggio 2026)

Firma per NEUTRALITÀ dell'ITALIA, per la pace e contro la guerra

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Servono 50.000 firme. La firma è gratuita e va fatta sul sito del Ministero della Giustizia a questo link:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

Proposte:

1. All’articolo 11 della Costituzione, dopo le parole: «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati,» sono inserite le seguenti: «e in conformità ai principi e ai diritti garantiti dalla Costituzione».
 
2. All’articolo 11 della Costituzione è aggiunto, infine, il seguente comma: «L’Italia, a salvaguardia della propria sovranità e indipendenza, assume lo status di neutralità permanente rispetto a schieramenti o alleanze militari con altri Paesi, senza pregiudizio del legittimo diritto alla difesa della Nazione».
 
Io ho firmato. Tuttavia, a proposito del "legittimo diritto alla difesa", ho serie perplessità perché con queste parole si finisce con il giustificare qualsiasi guerra. Suggerisco una lettura di questo libro, disponibile anche come e-book gratuito:
 
 
(14 maggio 2026)

Digiuno secco per cinque giorni: parametri vitali, peso, metabolismo e reni

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Nel 2013 la rivista Forschende Komplementärmedizin / Research in Complementary Medicine ha pubblicato uno studio intitolato Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation (PDF integrale). Gli autori hanno esaminato gli effetti di cinque giorni di privazione completa di cibo e acqua — indicata nello studio con la sigla FWD, food and water deprivation — su parametri corporei, vitali, metabolici e renali.

Lo studio parte dall’osservazione che il digiuno con acqua o succhi era già stato studiato e applicato in ambito terapeutico, mentre risultavano disponibili molte meno informazioni sulla privazione contemporanea di cibo e acqua. Gli obiettivi dichiarati erano tre: valutare gli effetti della FWD su parametri di sicurezza emodinamici, metabolici e renali; aggiungere nuovi parametri antropometrici a quelli già noti; osservare come cambiassero tali parametri durante i cinque giorni di intervento.

La ricerca è stata condotta nel dicembre 2007 su 10 adulti apparentemente sani: 4 uomini e 6 donne, con età media di 47,5 anni, compresa tra 19 e 66 anni. Il BMI medio era 28 kg/m², con valori tra 19 e 38. Nei due giorni precedenti l’intervento i partecipanti avevano mangiato normalmente secondo le proprie abitudini. Nei cinque giorni successivi non hanno assunto né cibo né acqua. Nei tre giorni dopo il digiuno hanno ripreso gradualmente l’alimentazione, con succhi, frutta, un pasto leggero e poi un pasto regolare.

Durante lo studio, i partecipanti sono stati visitati quotidianamente alla fine di ogni giornata di intervento. Sono stati misurati peso, BMI, pressione arteriosa sistolica e diastolica, frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, glucosio, sodio, potassio, cloro, urea, creatinina, osmolalità sierica, volume urinario delle 24 ore e clearance della creatinina. Sono state inoltre misurate varie circonferenze corporee: collo, torace all’altezza delle ascelle, torace all’altezza dei capezzoli, vita, fianchi e una circonferenza obliqua dal solco gluteo all’ombelico.

Secondo gli autori, le condizioni fisiche dei partecipanti sono rimaste soddisfacenti durante tutti i cinque giorni. Nei giorni 2 e 3, 7 partecipanti hanno mostrato stanchezza, 2 nausea, 1 mal di testa e 3 dolori muscolari. Questi sintomi sono stati alleviati con riposo o bagno caldo e sono scomparsi dopo 24–36 ore. Nei giorni 4 e 5 tutti i partecipanti hanno riferito una sete controllabile, ma nessuno ha mostrato segni di disidratazione; tutti hanno inoltre descritto intervalli di resistenza fisica ed euforia.

Sul piano emodinamico, pressione sistolica, pressione diastolica, frequenza cardiaca e saturazione dell’ossigeno non hanno mostrato cambiamenti significativi dal giorno 0 al giorno 5. Gli autori interpretano questo dato come indicazione di stabilità emodinamica. L’auscultazione cardiaca e il tracciato del pulsossimetro non hanno mostrato aritmie o anomalie del polso. ([Karger Publishers][1])

Per quanto riguarda metabolismo ed elettroliti, il glucosio sierico è sceso fino al valore medio minimo di 3,4 mmol/l, cioè 60 mg/dl, al giorno 3, per poi risalire nei giorni 4 e 5. L’osmolalità sierica è invece aumentata gradualmente, raggiungendo il valore medio massimo di 302 mOsm/l al giorno 5. Dopo tre giorni di FWD, anche urea, sodio e cloro sono aumentati progressivamente, raggiungendo rispettivamente 8,2 mmol/l, 148 meq/l e 105 meq/l al giorno 5. Il potassio è aumentato lievemente, con valore medio massimo di 5,29 meq/l al giorno 2; in un partecipante si è avvicinato al valore critico di 7 meq/l senza raggiungerlo, e senza sintomi o alterazioni del ritmo cardiaco.

Lo studio ha valutato anche creatinina sierica e clearance della creatinina come indicatori della funzione renale. La creatinina sierica è aumentata leggermente, raggiungendo il valore medio massimo di 8 μmol/l, pari a 0,96 mg/dl, al giorno 5. La clearance della creatinina è invece aumentata in modo marcato: da 150 ml/min al giorno 0 a 229 ml/min al giorno 1, 222 ml/min al giorno 2, 181 ml/min al giorno 3, 250 ml/min al giorno 4 e 207 ml/min al giorno 5. Tre giorni dopo la FWD, al giorno 8, era scesa a 125 ml/min.

La perdita media di peso è stata di 1,390 ± 60 g al giorno. In cinque giorni, la perdita totale media è stata di 6,97 ± 0,29 kg. Il BMI è diminuito in media di 0,49 ± 0,02 kg/m² al giorno, per un totale di 2,43 ± 0,09 kg/m² nei cinque giorni. La diuresi media giornaliera è stata di 730 ± 80 g al giorno, con una perdita totale di urina nelle 24 ore pari a 3,63 ± 0,4 kg nei cinque giorni.

Anche le circonferenze corporee sono diminuite. In cinque giorni, la circonferenza del collo si è ridotta di 1,25 ± 0,23 cm; quella del torace all’altezza delle ascelle di 3,05 ± 1,44 cm; quella del torace all’altezza dei capezzoli di 4,65 ± 1,89 cm; la circonferenza vita di 8,2 ± 2,60 cm; la circonferenza fianchi di 4,3 ± 1,31 cm; la circonferenza obliqua dei fianchi di 4,45 ± 0,62 cm. La riduzione più marcata è stata quella della circonferenza vita, mentre la minore è stata quella del collo.

Gli autori hanno introdotto anche alcuni quozienti per esprimere la riduzione delle circonferenze per chilogrammo di peso perso. I valori riportati sono: 0,18 ± 0,08 cm/kg per il collo, 0,44 ± 0,30 cm/kg per il torace alle ascelle, 0,67 ± 0,38 cm/kg per il torace ai capezzoli, 1,18 ± 0,52 cm/kg per la vita, 0,62 ± 0,27 cm/kg per i fianchi e 0,64 ± 0,13 cm/kg per la circonferenza obliqua dei fianchi.

Nella discussione, gli autori affermano che cinque giorni di privazione di cibo e acqua comportano un triplice rischio: ipovolemia, ipertonicità e ipoglicemia. Nel loro campione, tuttavia, i partecipanti hanno tollerato bene il digiuno secco e non hanno mostrato ipotensione né alterazioni rilevanti di frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, concentrazione degli elettroliti, osmolalità sierica o glucosio. Gli autori attribuiscono questa gestione dei rischi a una controregolazione ormonale e nervosa.

Sempre secondo gli autori, non esiste una spiegazione definitiva per l’aumento temporaneo del potassio al giorno 2. La diminuzione del glucosio nei giorni 1–3 viene collegata all’interruzione dell’apporto alimentare, mentre il successivo aumento nei giorni 4–5 viene attribuito probabilmente alla controregolazione ormonale. Anche il meccanismo dell’aumento della clearance della creatinina non viene spiegato in modo definitivo.

Gli autori ipotizzano che l’aumento dell’osmolalità sierica possa avere un ruolo nella mobilizzazione degli edemi e nella riduzione generalizzata dei volumi, creando un gradiente osmotico tra liquido tissutale e sangue. Secondo questa ipotesi, l’acqua in eccesso dei tessuti passerebbe nel sangue; nel caso del parenchima renale, ciò potrebbe contribuire alla decongestione dei tessuti renali, al miglioramento della microcircolazione renale e all’aumento della filtrazione glomerulare.

Gli autori scrivono inoltre che, con una perdita media di 1,390 ± 60 g al giorno, la FWD appare come un protocollo dietetico molto efficace per la riduzione del peso, con una perdita superiore del 50–100% rispetto a quella osservata nel digiuno con succhi o con acqua nelle fonti da loro citate. Aggiungono che resta da studiare se la perdita di peso e la riduzione delle circonferenze corporee osservate durante la FWD abbiano un impatto sui rischi di malattia.

Nelle conclusioni, lo studio viene presentato come pilota. Gli autori specificano che i partecipanti erano individui sani con funzione renale normale, che il campione era piccolo, che i parametri clinici e di laboratorio sono stati monitorati quotidianamente e che il medico coinvolto aveva esperienza. In queste condizioni, affermano che il metodo si è dimostrato sicuro. Indicano infine la necessità di ulteriori studi sistematici per definire limiti e vantaggi della FWD e per approfondirne la fisiologia attraverso profili ormonali, ematologici e biochimici, inclusi parametri di stress ossidativo.

(11 maggio 2026)

Il digiuno (upavāsa) come vicinanza alla propria anima

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Nel linguaggio comune upavāsa viene spesso tradotto semplicemente come “digiuno”. Nelle tradizioni dell’India, però, il termine ha un significato più ampio: indica un’astensione che serve a riportare attenzione, energia e condotta “vicino” al sacro, al Sé interiore o alla propria anima. Con “anima” intendo un senso vicino al concetto sanscrito di ātman: il principio interiore, il Sé profondo, ciò che viene percepito come più essenziale rispetto al corpo, ai desideri e alle abitudini mentali.

Per evitare equivoci, il digiuno non va inteso come una lotta contro il corpo. Il corpo non è il nemico; il problema è l’automatismo del desiderio. Quando il cibo diventa il centro unico della mente, può “ancorare” l’individuo alla dimensione fisica. Quando invece l’attenzione si raccoglie e si fa più consapevole, l’astensione dal cibo può diventare un gesto di purificazione, ascolto e presenza.

Il significato letterale: upa + vas

Il nucleo etimologico di upavāsa è molto importante. In modo semplificato, il termine può essere ricondotto a upa, “vicino”, “verso”, “accanto”, e vas, “abitare”, “dimorare”, “risiedere”. Il senso letterale diventa quindi: dimorare vicino.

Questa vicinanza non è geografica. È una vicinanza interiore: stare più vicino al divino, al proprio centro, alla coscienza, alla propria anima. Per questo la Wisdom Library raccoglie molte definizioni di upavāsa: alcune lo traducono come digiuno o astinenza, altre ne mostrano il legame con la disciplina religiosa, la purificazione e la prossimità al sacro.

Anche la voce Upavasa della Charak Samhita Online, in ambito ayurvedico, spiega il termine come uno “stare vicino” a Dio o alla divinità, oppure, in senso terapeutico e interiore, come uno stare vicino a se stessi.

La lettura di Osho: non fame, ma vicinanza

Osho distingue con forza il semplice “non mangiare” dal vero upavāsa. Nella sua interpretazione, il digiuno autentico non nasce dall’odio verso il corpo né dal desiderio di mortificarsi, ma da uno stato di coscienza: si è così raccolti nel proprio essere che il cibo perde temporaneamente centralità.

Nei discorsi raccolti nella OSHO Online Library, upvas viene spiegato come il rimanere vicino al Sé interiore e al divino. In un altro passo, sempre nella OSHO Online Library, la distinzione è ancora più netta: avvicinarsi al Sé significa creare una certa distanza dall’identificazione con il corpo.

La conseguenza è sottile ma decisiva: si può non mangiare e rimanere ossessionati dal cibo; in quel caso si sta solo patendo la fame. Oppure si può vivere un’astensione con presenza, sobrietà e chiarezza; in quel caso il digiuno diventa un mezzo per osservare il desiderio, non per reprimerlo ciecamente. La vera domanda non è soltanto “che cosa mangio?” o “che cosa non mangio?”, ma: dove abita la mia attenzione?

Che cosa significa “avvicinarsi all’anima”

Dire che il digiuno avvicina all’anima non significa affermare che il cibo sia impuro o spiritualmente negativo. Significa piuttosto riconoscere che il nutrimento, il gusto, l’abitudine e il piacere possono diventare punti di identificazione molto forti. Quando la mente è completamente assorbita dal bisogno, dal desiderio o dalla gratificazione, l’identità si restringe: “io” divento il corpo che vuole, la bocca che cerca, lo stomaco che reclama.

Upavāsa, nel suo senso più profondo, interrompe questo automatismo. Crea uno spazio. In quello spazio la persona può accorgersi che esiste anche altro: respiro, attenzione, silenzio, presenza, preghiera, meditazione, discernimento. È in questo senso che il digiuno può diventare vicinanza all’anima: non perché il corpo venga negato, ma perché il corpo non occupa più tutto il campo della coscienza.

Le tradizioni dharmiche: una pratica integrale

Per “tradizioni dharmiche” si intendono, in questo contesto, le grandi vie religiose e filosofiche nate in India, come hinduismo, buddhismo e giainismo. La parola dharma può indicare ordine, legge, dovere, condotta retta o insegnamento spirituale, a seconda del contesto.

Nel Dharmaśāstra, cioè nella letteratura normativa hindu sulla condotta religiosa e sociale, upavāsa appare come una forma di astinenza. Non riguarda solo il cibo, ma anche il contenimento dei sensi. Termini come maithuna, per esempio, indicano l’unione sessuale: la rinuncia temporanea alla sessualità fa parte, in certi contesti rituali, dello stesso principio di sobrietà.

Nei Purāṇa e negli Itihāsa, testi che intrecciano mito, devozione, cosmologia e racconti epici, upavāsa viene collegato al tornare indietro dalle azioni nocive e al condurre una vita più virtuosa. Alcune prescrizioni antiche parlano di evitare carne, certi legumi, ornamenti, profumi o contatti sensuali. Queste indicazioni vanno lette nel loro contesto storico e rituale: il punto centrale non è l’elenco materiale delle proibizioni, ma l’idea di ridurre ciò che alimenta distrazione, vanità e attaccamento.

Nello yoga, upavāsa può essere presentato tra i niyama, cioè osservanze o discipline personali. Il termine niyama indica pratiche che orientano la vita quotidiana verso ordine, purezza, autocontrollo e consapevolezza. Quando si parla di vanāśrama, invece, ci si riferisce allo stadio tradizionale della vita “nella foresta”, associato al ritiro, alla contemplazione e alla progressiva semplificazione dell’esistenza.

Nell’Āyurveda, la medicina tradizionale indiana, upavāsa può rientrare nelle pratiche di langhana, termine che indica ciò che “alleggerisce” il corpo. Qui il digiuno è trattato anche come strumento terapeutico, ma sempre in relazione alla costituzione individuale, alla forza della persona, alla stagione, alla digestione e alla condizione di salute. Questo è un punto importante: nella prospettiva ayurvedica tradizionale, l’astensione non è una pratica uguale per tutti né generalmente consigliata, si fa solo in casi motivati. 

Nel buddhismo, il digiuno è spesso collegato alla disciplina del tempo corretto per mangiare e agli Otto Precetti, cioè regole di condotta etica e sobrietà. In questo caso l’accento non è sul sacrificio in sé, ma sulla riduzione dell’attaccamento e sul sostegno alla presenza mentale.

Nel giainismo, upavāsa è una delle forme di austerità esterna. Il giainismo attribuisce grande importanza ad ahiṃsā, la non-violenza, e al controllo delle passioni. Il digiuno può quindi diventare una pratica di purificazione, disciplina e distacco, ma idealmente non dovrebbe trasformarsi in violenza contro il corpo.

Ekādaśī e i giorni sacri di digiuno

Una delle osservanze più note è Ekādaśī, l’undicesimo giorno del ciclo lunare, particolarmente importante in molte tradizioni devozionali hindù, soprattutto vaiṣṇava. In questi giorni il digiuno non è soltanto alimentare: è pensato come un sostegno alla preghiera, alla meditazione, al canto sacro, alla lettura spirituale e alla purificazione della condotta.

Questo chiarisce un punto essenziale: upavāsa non è semplicemente “saltare i pasti”. È un modo per spostare il centro della giornata. Il tempo e l’energia che normalmente vengono assorbiti dalla preparazione, dal consumo e dal desiderio del cibo vengono orientati verso interiorità, devozione e presenza.

Il fuoco interiore e il simbolismo della trasformazione

Nei lessici sanscriti compaiono anche significati meno comuni di upavāsa, come “accensione del fuoco sacro” o “altare del fuoco”. Queste accezioni appartengono alla sfera rituale, ma sono simbolicamente molto evocative. Il fuoco, nelle tradizioni vediche, è luogo di offerta, trasformazione e passaggio: ciò che viene offerto al fuoco non resta com’era, ma cambia stato.

Letto in questa chiave, il digiuno è anch’esso un piccolo fuoco interiore. Non brucia il corpo, ma può bruciare automatismi, eccessi, dipendenze sottili, dispersioni. Quando è praticato con intelligenza, misura e consapevolezza, diventa una forma di trasformazione: meno rumore sensoriale, più ascolto; meno possesso, più presenza; meno reazione, più discernimento.

Il filo comune: dimorare più vicino

Che lo si guardi attraverso Osho, i lessici sanscriti, l’Āyurveda, il buddhismo o il giainismo, il cuore di upavāsa rimane lo stesso: dimorare più vicino. Vicino al Sé, vicino al divino, vicino alla propria anima, vicino a quella parte dell’essere che di solito viene coperta dal movimento continuo dei desideri.

Il digiuno, allora, non è una tecnica magica né una prova di superiorità spirituale. È un orientamento. Può essere utile solo se conduce a maggiore chiarezza, dolcezza, presenza e libertà interiore. Se invece produce orgoglio, ossessione, rigidità o disprezzo del corpo, tradisce il suo significato più profondo.

Upavāsa non chiede semplicemente di stare lontani dal cibo. Chiede di stare più vicini a ciò che siamo quando il desiderio si placa, i sensi si acquietano e la coscienza torna ad abitare se stessa.

(9 maggio 2026)

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