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L’IA a scuola

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L’IA è uno strumento di sopraffazione da parte di pochi potentati contro la popolazione mondiale. Quando si parla di “sovranità digitale” non si intende mai — e sottolineo “mai” — la cessione di potere dalle grandi multinazionali del software al singolo cittadino. Piuttosto, la “sovranità” si riferisce a quale “monarca” il cittadino, ridotto da essere umano a un insieme di dati, debba ubbidire e conformarsi.

Così, la lotta dell’Europa da una parte, e del Giappone dall’altra, per avere la propria IA affrancandosi da USA e Cina, è da intendersi non come il tentativo di dare autonomia e sovranità al popolo, bensì di farlo controllare e manipolare da certi “padroni del pensiero e del discorso” piuttosto che da altri.

Sullo sfondo, rimane la crisi ecologica che presto, molto presto, non sarà più gestibile. Il problema non è solo l’IA, ma l’intero sistema economico turbocapitalista, che ha fatto della lotta contro la natura il suo cavallo di battaglia. Ma la “natura” siamo anche “noi”, quindi il modello imperante di economia, di politica, di guerra e, fondamentalmente, di pensiero, è innanzitutto una guerra contro noi stessi. Presto dovremo pagarne il conto.

A proposito di guerra, anche un solo giorno di ciò che sta accadendo nelle terre più disgraziate, e dimenticate da Dio, provoca un disastro ecologico ben maggiore di quanto ognuno di noi potrebbe causare nell’arco di un’intera vita. Quindi, per favore, smettiamola di prenderci in giro dicendo che la salvaguardia del pianeta dipende davvero dalle scelte del singolo cittadino. Se in linea di principio questo è vero almeno in parte, sul fronte della realtà oggettiva le guerre contemporanee, l’IA e un modo “imposto”, o quantomeno “fortemente condizionato”, di stare al mondo sono lo sterco di un gigante che ricopre e distrugge i fiori della natura. Se poi nel mercato “vince” chi inquina di più, malattia e morte sono assicurate.

In questo scenario drammatico, cosa fa la scuola? Si adegua ai tempi che corrono — anzi, che finiscono — perché è del tutto impotente di fronte alla pervasività e alla forza seduttiva della tecnologia. L’IA è ormai un sostegno quotidiano al pensiero, una sorta di “stampella” per il cervello di allievi, genitori e altri adulti di riferimento. Non ho usato la parola “insegnanti” perché ormai non c’è più nulla da insegnare… non nel senso maieutico e nobilitante del termine, ma in quello più grezzo e deprivante, secondo cui l’IA ha già tutta la conoscenza. Così, le domande più delicate e importanti vengono rivolte all’IA, non più ad altri esseri umani.

In questo susseguirsi di tragedie, la scuola ha perso. Se un adolescente vive la scuola come una prigione, come un’imposizione completamente scollegata dalla realtà della vita in generale, e della propria vita in particolare, perché dovrebbe svolgere da solo ciò che l’IA può fare per lui in pochi secondi? Se poi tutti gli altri la usano, all’interno di un ambiente competitivo basato su test e voti, il non-uso dell’IA sembrerebbe più un handicap che una conquista.

In realtà, una risposta ci sarebbe — anzi, più di una — ma temo che quasi nessuno le prenderà sul serio. L’IA ha un costo. E se, una volta finita la scuola, l’IA richiedesse un abbonamento troppo costoso? Cosa accadrà quando saremo disconnessi da Internet? La realtà descritta dall’IA è universalmente valida, o è una continua manipolazione? Saremo ancora capaci di vivere coltivando il dubbio e le domande, invece di aggrapparci a risposte preconfezionate?

La scuola ha perso. I padroni dell’IA hanno vinto. La mente di ciascuno di noi, e in particolare di bambini e adolescenti, è un campo di battaglia ricolmo di cadaveri. Eppure è il terreno su cui gli adulti, più che altrove, dovrebbero investire con amore, pazienza e speranza, soprattutto quando si tratta di giovani.

(5 luglio 2026)