L’Italia ha un problema antico, vischioso, quasi organico: produce talento e poi lo soffoca. Genera intelligenze, competenze, artigiani eccellenti, ricercatori, tecnici, imprenditori, artisti, professionisti capaci; poi, appena questi provano a salire, inventa mille modi per ricordare loro che qui non comanda chi sa fare, ma chi sa stare al proprio posto.
E il “posto”, in Italia, raramente coincide con il merito. Coincide con la rete giusta, la tessera giusta, il cognome giusto, la parrocchia giusta, la cordata giusta, il salotto giusto, la faccia abbastanza docile da non disturbare nessuno. Il Paese non è semplicemente poco meritocratico. Sarebbe già grave, ma troppo elegante. L’Italia è spesso una peggiocrazia: non il governo dei migliori, e nemmeno dei medi, ma il dominio di chi ha imparato a sopravvivere impedendo ai migliori di emergere.
La parola ancora più precisa è cachistocrazia: il potere dei peggiori. Non necessariamente dei peggiori in senso morale assoluto, ma dei peggiori per ruolo, funzione, responsabilità. Persone inadatte messe nei posti in cui l’inadeguatezza fa danni veri. Persone senza visione chiamate a decidere del futuro. Persone senza competenza incaricate di valutare i competenti. Persone senza coraggio incaricate di selezionare chi dovrebbe innovare.
Il meccanismo è noto: in Italia la selezione non premia tanto chi sa, ma chi non minaccia. Il bravo dà fastidio. Il capace irrita. Il geniale è quasi intollerabile, perché introduce una prova vivente: dimostra che si poteva fare meglio. E questo, per un sistema fondato sulla giustificazione permanente del fallimento, è imperdonabile.
Il mattatoio comincia presto: scuola e università. Ne ho scritto in “Critica al modello educativo: la scuola è un mattatoio di intelligenze”, perché il problema non è solo che la scuola italiana funzioni male, abbia pochi fondi o produca risultati mediocri. Il problema è più profondo: il modello stesso tende a banalizzare la mente, a imporre percorsi uguali, obiettivi uguali, test uguali, risposte già note, come se educare significasse rendere gli esseri umani intercambiabili. La scuola dovrebbe scoprire vocazioni; troppo spesso addestra all’adattamento. Dovrebbe insegnare a fare domande legittime; troppo spesso premia chi ripete risposte previste. È lì che l’odio verso il merito viene spesso incoraggiato ed indicato come base del vivere sociale. Quasi quasi, chi a scuola è diverso dalla "media" e si trova a disagio in un "appiattimento al ribasso", dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa... questo vale sia per i discenti che per i docenti.
Così, nella vita di tutti i giorni, si preferisce il profilo “affidabile”. Traduzione: abbastanza competente da non far crollare subito il teatrino, abbastanza mediocre da non metterlo in discussione. Chi pensa troppo è problematico. Chi propone troppo è ingestibile. Chi studia, approfondisce, pretende criteri, misura risultati, chiede responsabilità, diventa presto “difficile”. In Italia “difficile” è spesso il nome che i mediocri danno a chi li ha capiti, quando vogliono essere gentili. Quando invece salta ogni filtro linguistico e comportamentale, inizia una vera e propria campagna d'odio, talvolta promossa, o quantomeno incoraggiata, dalle istituzioni politiche, clericali, scolastiche, giornalistiche o associative.
L’odio, la riluttanza e il fastidio esplodono soprattutto davanti a chi propone metodi e strumenti di lavoro diversi da quelli consolidati: diversi da quelli usati dai colleghi, diversi da quelli che il capo sa controllare, diversi da quelli che il cliente ha già visto e quindi può fingere di capire. L’innovazione, in Italia, viene celebrata nei convegni e sterilizzata negli uffici. Finché è parola da brochure va benissimo; appena diventa revisione reale del modo di lavorare, diventa una minaccia.
Peggio ancora se qualcuno, con ragioni solide e argomentate, osa mettere in discussione un ordine, una priorità, una procedura, una richiesta del superiore o del cliente. Non per capriccio, non per narcisismo, ma perché vede più lontano. Perché sa che l’obbedienza immediata può produrre un danno lungo. Perché propone qualcosa di più valido, più robusto, più intelligente, ma che richiede di ripensare l’intero sistema di lavoro.
Ecco: lì la peggiocrazia si irrigidisce. Il mediocre può tollerare l’efficienza, purché non lo costringa a capire qualcosa di nuovo. Può tollerare il talento, purché resti ornamentale. Non tollera il pensiero che cambia le regole del gioco.
Queste persone, spesso, non vengono nemmeno licenziate apertamente. Sarebbe troppo onesto. Vengono consumate. Isolate. Rese inutili. Spinte verso il licenziamento “spontaneo”, cioè verso quella forma elegante di espulsione in cui l’azienda conserva la faccia pulita e scarica sul lavoratore il peso psicologico della resa.
E se poi cercano un nuovo contesto, il problema si ripresenta già al colloquio: chi le valuta non cerca necessariamente qualcuno che pensi meglio, ma qualcuno che rassicuri. Qualcuno che somigli abbastanza agli altri. Qualcuno che parli la lingua aziendale già ammessa, che rientri nei moduli, che non obblighi nessuno a rivedere abitudini, gerarchie, strumenti, priorità.
In questo senso, per una cachistocrazia aziendale, è davvero più comodo assumere una IA che un essere umano pensante. Non perché l’IA sia più geniale, ma perché è più addomesticabile. Fa quello che le viene chiesto, non contesta il capo, non mette in discussione il cliente, non pretende coerenza, non ha coscienza, non ha dignità ferita, non dice: “Questa cosa è stupida!”. È il dipendente ideale per un potere senza anima: esegue, produce, obbedisce, non crea problemi.
Quanta cieca perdizione considerata vantaggio!!! Scambiare l’assenza di coscienza per efficienza, l’obbedienza per intelligenza, la docilità per progresso...
Qui il discorso si ricollega direttamente al mio articolo “L’IA in politica per una democrazia senza anima”. Lì il punto è politico: una IA può diventare la serva perfetta di un potere preesistente, perché non agisce per coscienza propria, ma per addestramento, comando, implementazione. Nel lavoro accade qualcosa di analogo: l’azienda mediocre non sogna davvero l’intelligenza artificiale; sogna l’intelligenza senza coscienza. Vuole competenza senza attrito, produttività senza giudizio, esecuzione senza dissenso. Vuole la capacità tecnica separata dalla libertà interiore. E questo, più che progresso, è il desiderio ultimo della peggiocrazia.
Quanto ho scritto fin qui non è folklore da bar. È struttura.
L’Italia non odia il merito sempre a parole. A parole lo celebra. Lo mette nei discorsi ufficiali, nei nomi dei ministeri, nei convegni, nei premi, nelle targhe, nei comunicati stampa. Ma lo odia nei fatti, quando il merito chiede conseguenze. Perché il merito, se preso sul serio, obbliga a spostare persone. Obbliga a dire che alcuni non sono all’altezza. Obbliga a togliere rendite, privilegi, incarichi, poltrone, cattedre, consulenze, direzioni, nomine. Obbliga a distinguere. E l’Italia detesta distinguere quando la distinzione mette in pericolo gli equilibri dei già sistemati.
Sia ben chiaro: qui non sto dicendo che solo i capaci, i geniali o i supercompetenti meritino di vivere dignitosamente. Questa sarebbe una barbarie liberista travestita da meritocrazia. Lavoro dignitoso, rispetto, casa, salute, istruzione ed entrate sufficienti rispetto al costo reale della vita dovrebbero spettare a ogni cittadino. A ogni cittadino, non solo al vincitore della gara. Ma proprio per questo il merito va difeso: perché una società giusta garantisce dignità a tutti e, allo stesso tempo, non consegna responsabilità, decisioni e potere agli incapaci solo perché sono fedeli, docili o ben collegati. Il neoliberismo ha fatto l’opposto: ha tolto sicurezza a tutti e ha lasciato il potere ai peggiori.
Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla precarietà, non sulla competizione permanente tra disperati, non sulla guerra di tutti contro tutti mascherata da “flessibilità”. Prendere sul serio quella frase della Costituzione richiederebbe un sistema economico socialista, o almeno keynesiano: lavoro, salari adeguati, tutela sociale, piena occupazione come obiettivo politico, dignità materiale come base comune. Non certo il neoliberismo attuale, che produce precarietà, disoccupazione, svalorizzazione e disperazione, e poi pretende pure di impartire lezioni sul merito.
L’odio verso il merito non è sempre urlato. È più sottile, più italiano: è una smorfia, una battuta, una procedura cucita addosso a qualcun altro, un concorso formalmente impeccabile e sostanzialmente deciso prima, una promozione data al più obbediente, una carriera bloccata perché “non sei allineato”. È l’arte di far sembrare normale l’ingiustizia. È il capolavoro burocratico della peggiocrazia.
Il risultato è devastante: chi vale se ne va, si spegne o si adatta. Alcuni emigrano. Altri restano, ma imparano a parlare meno, rischiare meno, proporre meno, o a sopravvivere nell'indigenza senza lavoro e senza soldi. Altri ancora diventano cinici: capiscono che per sopravvivere bisogna smussarsi, abbassarsi, recitare la parte. È così che un Paese perde capitale umano senza nemmeno accorgersene. Non sempre con un biglietto aereo. A volte basta una riunione.
La politica è il laboratorio perfetto di questa malattia. Non perché tutti i politici siano incapaci, ma perché il sistema premia fedeltà, presenza, appartenenza, ubbidienza, comunicazione, posizionamento. La competenza è gradita solo se non disturba la catena di comando. Il pensiero autonomo è tollerato finché resta decorativo. Quando diventa criterio di selezione, fa paura.
Nel lavoro privato la situazione cambia forma, non sostanza. Anche lì spesso vince chi sa compiacere il capo, non chi sa migliorare l’azienda. Il mediocre al comando teme il competente sotto di sé, perché il competente è uno specchio crudele. Gli ricorda i limiti, gli errori, le scorciatoie. E allora lo neutralizza: lo isola, lo carica di lavoro, gli nega visibilità, gli ruba idee, lo dipinge come arrogante, gli affida compiti insensati, non gratificanti o che la sua coscienza non potrà accettare, o semplicemente gli dà uno stipendio indecente e senza coprire le spese di lavoro e degli spostamenti. In Italia la libera iniziativa del competente e le sue risposte taglienti e precise ai superiori o alle autorità sono considerate molto più gravi dell’incompetenza del raccomandato.
Il paradosso è che questo Paese continua a partorire persone notevoli. Nonostante tutto. Nonostante scuole spesso stanche, università strangolate, burocrazie punitive, salari ridicoli, carriere opache, élite autoreferenziali. L’Italia produce ancora genialità, mestiere, bellezza, intuizione, tecnica. Ma la tratta come una risorsa da esportazione o come un corpo estraneo da rendere innocuo.
E qui sta la condanna. Un Paese può sopravvivere a molte cose: al debito, alla crisi demografica, alla cattiva politica, persino alla burocrazia. Ma non può sopravvivere a lungo all’odio verso chi sa fare. Perché quando odi il merito, odi il futuro. Quando disprezzi l’impegno, disprezzi la possibilità di migliorare. Quando tratti lo studio e la competenza come fastidi, prepari il disastro con danni gravi nel lunghissimo periodo. Quando mandi avanti i peggiori perché sono innocui, fedeli o manipolabili, costruisci il tuo crollo con metodo.
L’Italia non cadrà per mancanza di talento. Cadrà per averlo umiliato. Non imploderà perché non ha persone capaci, ma perché le avrà stancate, espulse, zittite o costrette a fingersi meno capaci per non disturbare. Crollerà sotto il peso dei mediocri, dei piccoli furbi, dei nominati senza qualità, dei custodi del “si è sempre fatto così”, dei professionisti dell’adattamento, degli specialisti della poltrona.
Questa è la tragedia italiana: essere un Paese capace di generare eccellenza e organizzato per impedirle di comandare. Un Paese che invoca il merito nei discorsi e lo sabota nei corridoi. Un Paese che applaude il genio quando è morto, lontano o innocuo, ma lo detesta quando è vivo, vicino e pretende spazio.
La peggiocrazia non è un incidente. È un sistema immunitario contro l’intelligenza. E finché l’Italia continuerà a scambiare la competenza per arroganza, l’impegno per privilegio, la genialità per disturbo e il merito per minaccia, il suo destino sarà uno solo: implodere lentamente, con molti discorsi solenni, molte commissioni inutili, molti applausi finti, e i migliori già altrove o neutralizzati.
Ogni riferimento autobiografico, alle storie di chi conosco, alle politiche pubbliche e all'indecente teatrino mass-mediatico è intenzionale.
(23 giugno 2026)