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Curare le cause profonde del malessere giovanile con la "creazione di valore" (Makiguchi)

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La domanda fondamentale: cosa significa vivere?

Di fronte al malessere diffuso tra i giovani, la domanda principale– che dovremmo imparare a fare innanzitutto a noi stessi – è una sola, essenziale e radicale: "Cosa significa vivere?". È a partire da questo interrogativo che possiamo sperare di curare un disagio che, altrimenti, rischiamo di osservare solo in superficie.

Quando ci confrontiamo con problemi come la dipendenza da alcol, l'abuso di droghe pesanti, i disturbi alimentari, il tabagismo o fenomeni drammatici come la prostituzione giovanile, commettiamo spesso l'errore di fermarci agli effetti. Tendiamo a trattare questi fenomeni come se fossero la malattia stessa. Ma se li osserviamo più da vicino, ci accorgiamo che non sono le cause originarie: sono, piuttosto, risposte disfunzionali al male di vivere. Sono gli anestetici di fronte all'impossibilità, o all'incapacità, di trovare soluzioni ai problemi della vita e, soprattutto, di trovare un senso in essa. Sono il sintomo di una società che ha smarrito la risposta alla domanda su cosa significhi vivere.

Dalle cause superficiali alle cause profonde: chi educa, e in cosa?

Per affrontare il malessere, è cruciale distinguere tra cause superficiali, cause profonde ed effetti. La tendenza generale è quella di semplificare ed eludere i problemi, a cominciare dalla difficoltà, tipica dei nostri tempi, di relazionarsi in modo autentico. Ma se scaviamo sotto la crosta delle cause superficiali, scopriamo che la causa profonda risiede nell'educazione.

Occorre tuttavia chiarire cosa si intenda per educazione. In senso ampio e generico, l'educazione oggi non manca affatto. I giovani ricevono costanti "modelli ambientali" dai quali imparare. La vera, drammatica questione è: chi educa, e in cosa? L'educazione di fatto è stata delegata alla televisione, ai social network, agli algoritmi dell'intelligenza artificiale, al gruppo dei pari, ai siti pornografici accessibili a tutti senza alcun filtro, alle consuetudini sociali e, ovviamente, all'esempio degli adulti (genitori inclusi, quando ci sono e quando sono presenti).

La causa profonda del malessere risiede in tutta quella parte strutturale della società che, progredendo tecnologicamente, ha lasciato indietro l'educazione ai valori fondamentali. Non c'è stata educazione al rispetto della vita; all'ascolto dell'altro diverso da sé; al portare avanti un progetto comune; all'idea che la famiglia – o comunque il nucleo affettivo di partenza, per chi ha questa fortuna – sia il luogo da cui iniziare la propria vita e quello verso cui tendere, da adulti, con un nuovo amore.

Soprattutto, è mancata l'educazione a un principio fondamentale: il fatto che ciascuno di noi esiste perché esistono gli altri, e viceversa. La filosofia africana dell'Ubuntu ci ricorda che "io sono ciò che sono in relazione a ciò che tutti siamo". La società contemporanea ha ribaltato questo principio in un individualismo estremo: "io sono ciò che sono in relazione a me stesso". Il risultato è una concentrazione sull'ego in cui non si condivide più nulla, in cui ciascuno è isolato e in competizione – cioè, di fatto, in guerra – con gli altri.

La competizione come bullismo sistemico e il peso del "karma" storico

Questa dinamica di competizione perpetua affonda le radici in scelte economiche e sociali di generazioni passate. Si tratta di una sorta di "karma" collettivo: l'educazione che stiamo subendo è quella ereditata da epoche che avevano come scopo dichiarato quello di evitare la guerra e le sue conseguenze di fame e miseria, ma che per farlo si sono affidate proprio alla competizione spietata (modello neo-liberista turbo-capitalistico). E il karma, per definizione, ci ripresenta all'infinito le stesse situazioni finché non ne comprendiamo l'errore.

Già, ma cosa c'è da capire? C'è da capire che l'unica vera via d'uscita è l'ahimsa, la non-violenza in senso gandhiano. Questo implica mettere in discussione e smontare il nostro intero sistema economico basato sulla competizione, che si concretizza quotidianamente nella bullizzazione reciproca e, su larga scala, nella guerra. La competizione, infatti, non è altro che un altro nome della guerra e del bullismo. Nell'economia, chi è il bullo se non il concorrente più forte, colui che calpesta gli altri per emergere?

Tutti questi problemi derivano da cause che stanno producendo i loro effetti. Le cause ambientali e strutturali sono devastanti: c'è un sistema economico che rende rischioso, se non da incoscienti, il fatto di fare figli; la precarietà del lavoro obbliga alla miseria o alla migrazione forzata, rendendo difficilissimo stare insieme e costruire una vera vita di famiglia. A questo si aggiungono gravi compromissioni della salute dei giovani – tra cui i permanenti danni neurologici e le morti da reazioni avverse ai vaccini pediatrici, che distruggono ogni possibilità di una vita serena per le famiglie colpite – e l'assenza di una comunità reale e di prospettive lavorative. Tutto questo va a togliere senso alla vita stessa.

In questo scenario, la scuola – che dovrebbe essere un luogo di salvezza – è spesso un mattatoio di intelligenze. È un ambiente da cui fuggire o in cui doversi difendere: un luogo in cui è facile essere "accoltellati", non solo nel corpo, ma soprattutto nell'anima, perché la coscienza dei più giovani viene continuamente calpestata e derisa. Perché, altrimenti, una parte dei giovani si perde nell'alcol e in altre dipendenze? Spesso è proprio per reagire all'angoscia della scuola e, più in generale, della vita.

La risposta di Makiguchi: la Teoria della Creazione di Valore

È in questo panorama desolante che la "teoria della creazione di valore" (Soka) del pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi (1871 - 1944) si configura non solo come una proposta pedagogica, ma come una vera e propria cura per le cause profonde del malessere.

Per Makiguchi, lo scopo della vita non è subire passivamente un ambiente ostile, ma creare felicità, per sé e per gli altri. La felicità è il risultato di un'azione consapevole volta a generare tre tipi di valori:

  • Il valore della Bellezza: Non è un'estetica superficiale, ma la capacità di trovare gioia, armonia e apprezzamento nella vita quotidiana, nelle relazioni umane e in se stessi. È l'antidoto al cinismo e alla disperazione di chi non vede più bellezza in nulla.
  • Il valore del Beneficio (o Guadagno): È l'utilità pratica, ciò che serve a sostenere e migliorare la vita materiale. Studiare, imparare un mestiere, mantenere la propria salute. È il valore della sopravvivenza e della dignità, che va oltre la dilagante precarietà.
  • Il valore del Bene: È il valore più alto. Riguarda le azioni che migliorano la vita non solo di noi stessi, ma degli altri e della società. È la traduzione concreta dell'Ubuntu e dell'ahimsa: la compassione, la solidarietà, l'altruismo.

Secondo Makiguchi, una vita realizzata richiede l'equilibrio di questi tre valori. La società odierna spinge i giovani a cercare solo il "Beneficio" (il successo, il denaro) attraverso una competizione sfrenata (che è l'opposto del Bene). Senza il Bene e la Bellezza, il successo diventa vuoto e l'individuo si isola, perdendo il senso della vita e cadendo nelle dipendenze. La creazione di valore restituisce invece al giovane il potere d'azione (agency): insegna che, anche in una situazione di precarietà o sofferenza, si ha sempre la facoltà di compiere un atto di gentilezza (Bene) o di imparare qualcosa (Beneficio).

Cosa significa "educazione" nella prospettiva di Makiguchi

Se la causa profonda del malessere è un'educazione delegata al mercato e al conflitto, la soluzione è riprendere in mano il concetto di educazione. Per Makiguchi, educare non significa riempire la testa di nozioni per passare test ed esami in un "mattatoio di intelligenze", ma ha ben altri obiettivi:

  • Educare alla felicità e al senso della vita: La scuola e la famiglia devono insegnare come vivere, fornendo gli strumenti per creare i tre valori. Le conoscenze tecniche sono solo mezzi; il fine è imparare a trasformare gli ostacoli in opportunità.
  • Sviluppare la persona intera: Un'educazione che non si ferma all'intelletto, ma sviluppa l'empatia (per fare il Bene) e la sensibilità (per cogliere la Bellezza), formando il carattere.
  • Apprendimento per la vita: Imparare a creare valore è un'educazione che dura tutta la vita, una bussola per orientarsi nelle crisi e smettere di cercare rifugio nell'alcol o nelle droghe.
  • Relazione paritaria: L'educatore non è un bullo autoritario, ma una guida che cammina accanto al giovane aiutandolo a scoprire i propri talenti per metterli al servizio della comunità.

Conclusione: scegliere la vita attraverso il valore

In conclusione, curare il malessere giovanile richiede di abbandonare l'idea che i giovani siano "il problema" da curare con regole più rigide o terapie palliative. Il vero problema è un sistema che educa alla competizione, all'isolamento e all'impotenza. Rispondere alla domanda "cosa significa vivere?" significa abbracciare la sfida di Makiguchi: sostituire la logica della guerra con quella della creazione di valore, dimostrando che l'unica vera sopravvivenza dell'essere umano sta nel prendersi cura reciproca. Solo così potremo spezzare il karma della violenza e restituire ai giovani un motivo per scegliere la vita.

In ogni situazione, potremmo chiedere a noi stessi: "Sto creando valore? Che valore c'è in quello che sto o che stiamo facendo? C'è Bellezza? C'è Beneficio? C'è del Bene?"

(24 luglio 2026)