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“Che cosa non può essere realizzato?” Desideri e preghiera davanti al Gohonzon

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Quando si sente dire che, continuando a recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, alla fine si realizzeranno tutti i propri desideri, è facile comprendere queste parole nel senso più immediato: abbiamo un desiderio, preghiamo, e la pratica dovrebbe produrre l'oggetto desiderato. Una lettura del genere, però, non rende giustizia né agli scritti di Nichiren Daishonin né all'interpretazione sviluppata dai tre presidenti fondatori della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda.

La questione richiede una distinzione fondamentale. Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di negare i desideri concreti: salute, lavoro, sicurezza economica, amore, riconoscimento, riuscita personale. Possiamo pregare per questi desideri con assoluta sincerità. Ma il fine ultimo della pratica non consiste nel soddisfare indefinitamente i desideri di un io che rimane identico a se stesso. La pratica trasforma il soggetto che desidera e, trasformandolo, trasforma progressivamente anche la natura dei suoi desideri. Il desiderio personale viene così inserito in un desiderio più vasto: manifestare la Buddità, costruire una felicità profonda e contribuire alla felicità degli altri.

Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon

In Risposta a Kyo'o, una lettera del 1273 indirizzata alla famiglia di Shijo Kingo, la cui figlia Kyo'o era gravemente malata, Nichiren scrive:

«Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora, che cosa non può essere realizzato?»

Fonte: Nichiren Daishonin, Risposta a Kyo'o.

Il contesto è importante. Nichiren sta incoraggiando due genitori angosciati per la malattia della figlia. Non sta formulando una teoria secondo cui qualsiasi desiderio individuale verrà automaticamente soddisfatto. Nella stessa lettera insiste sulla fede, sul coraggio e sulla capacità di affrontare la malattia. La frase, dunque, è potentissima, ma va letta dentro l'intero insegnamento.

Lo stesso vale per un'altra famosa affermazione di Nichiren, contenuta nello scritto Sulle preghiere: «Non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta». Anche questa frase, se isolata dal resto, potrebbe sembrare la promessa di un esaudimento automatico. Il problema è capire che cosa significhi, nel Buddismo di Nichiren Daishonin, una preghiera che «riceve risposta».

Fonte: Nichiren Daishonin, Sulle preghiere.

Il desiderio più profondo del Budda

Per comprendere il significato della preghiera bisogna partire dal desiderio che il Sutra del Loto attribuisce al Budda stesso. Alla conclusione del sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata, Shakyamuni dichiara:

«Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla Via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?»

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 16, «Durata della vita del Tathagata».

Nichiren commenta questo passo in modo ancora più esplicito. In Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto, afferma che quelle parole esprimono «il desiderio più profondo del Budda» di condurre gli esseri viventi alla Buddità.

Fonte: Nichiren Daishonin, Domande e risposte riguardo all'abbracciare il Sutra del Loto.

Anche il secondo capitolo del Sutra del Loto, Espedienti, presenta la stessa idea sotto un'altra forma: i Budda appaiono nel mondo per «un'unica grande ragione», cioè aprire, mostrare e rendere accessibile a tutti gli esseri viventi la saggezza del Budda. Il punto centrale non è quindi concedere favori dall'esterno, ma permettere a ogni persona di manifestare una condizione di vita illuminata.

Fonte: Sutra del Loto, capitolo 2, «Espedienti».

Per evitare fraintendimenti, «conseguire la Buddità» non significa trasformarsi in un essere soprannaturale. Nella lettura della Soka Gakkai significa far emergere nella propria vita una condizione caratterizzata da saggezza, coraggio, compassione e libertà interiore, capace di affrontare la realtà e di creare valore al suo interno.

I desideri non vengono eliminati, ma trasformati

A questo punto diventa più chiaro il principio giapponese bonno soku bodai, che possiamo tradurre come «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione». Non significa che qualunque impulso sia già, in quanto tale, saggio o benefico. Significa che il desiderio non deve necessariamente essere soppresso per raggiungere l'Illuminazione: può diventare il materiale stesso della trasformazione.

L'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai lo formula con grande chiarezza: gli insegnamenti di Nichiren «pongono l'accento sulla trasformazione, piuttosto che sull'eliminazione, dei desideri».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Come vengono visti i desideri dai buddisti della Soka Gakkai?».

La stessa fonte spiega che, attraverso la pratica, desideri inizialmente egoistici e diretti verso una felicità passeggera possono ampliarsi fino a comprendere la felicità degli altri e, infine, del mondo intero. Questo passaggio è essenziale. Non si parte necessariamente da motivazioni altruistiche o compassionevoli. Possiamo iniziare a recitare perché abbiamo paura, perché vogliamo un lavoro, perché una relazione ci fa soffrire o perché abbiamo bisogno di denaro. La pratica non richiede di fingere di avere motivazioni più nobili di quelle reali. Ci chiede piuttosto di portare nella preghiera l'intera realtà della nostra vita e di trasformarla.

Daisaku Ikeda parla di un «desiderio fondamentale», una forza capace di spingere «tutti gli altri desideri umani nella direzione della creatività».

Fonte: Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, «Desideri e Illuminazione».

Possiamo allora dire, con una precisazione, che il desiderio fondamentale «include» gli altri desideri. Non li contiene nel senso che garantisce la realizzazione letterale di tutto ciò che vogliamo. Li include nel senso che può orientarli, ampliarli e attribuire loro un significato più profondo. È in questa prospettiva — senza escludere la possibilità di benefici concreti — che va compresa l'affermazione secondo cui la pratica conduce alla realizzazione dei propri desideri. Nel seguito di questo articolo, il concetto diverrà ancora più chiaro.

Il desiderio particolare non viene necessariamente cancellato: cambia il modo in cui desideriamo e cambia ciò che vogliamo fare della nostra eventuale vittoria.

Makiguchi: la felicità non coincide con il possesso

Tsunesaburo Makiguchi, fondatore della Soka Gakkai, pose la felicità al centro della propria riflessione sull'educazione e sulla vita. In una delle sue formulazioni più note afferma:

«Qual è lo scopo della vita? Se dovessimo esprimerlo con una sola parola, sarebbe “felicità”»

Fonte: Tsunesaburo Makiguchi Website, «Quotes».

Ma proprio perché la felicità è lo scopo, essa non può essere identificata semplicemente con l'accumulo di beni o con il soddisfacimento di una serie di richieste. Nei testi della Soka Gakkai viene ricordato che Makiguchi criticava l'idea di poter considerare compiuta la propria vita soltanto perché si era riusciti a mettere da parte denaro, comprare la casa desiderata o concedersi qualche lusso. Il possesso può avere valore, ma non coincide con la felicità più profonda. Il problema non è avere una casa, denaro o comodità; il problema nasce quando questi diventano la misura definitiva del valore della vita.

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 1.2

Toda: dalla felicità relativa alla felicità assoluta

Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, chiarì ulteriormente questa distinzione parlando di «felicità relativa» e «felicità assoluta». Per felicità relativa intendeva la soddisfazione che dipende dalle circostanze: ottenere ciò che desideriamo, migliorare la nostra posizione, possedere qualcosa che prima non avevamo. Queste cose possono essere importanti e non vengono disprezzate; sono però instabili, perché dipendono da condizioni che cambiano.

La rivoluzione umana, secondo Toda, mira invece a «creare una condizione vitale di felicità assoluta, uno stato interiore che non può essere distrutto dalle influenze esterne».

Fonte: Josei Toda Website, «Human Revolution».

La distinzione è decisiva per comprendere l'espressione «realizzare i propri desideri». Una pratica religiosa il cui scopo fosse semplicemente moltiplicare le soddisfazioni relative lascerebbe intatto il problema fondamentale: avremmo continuamente bisogno di una nuova condizione esterna per poterci sentire felici. Toda sposta invece il centro della questione dalla quantità di cose ottenute alla qualità della condizione vitale con cui affrontiamo l'esistenza.

Ikeda: Nam-myoho-renge-kyo non è una formula magica

Daisaku Ikeda affronta direttamente il possibile fraintendimento in un'intervista con Clark Strand. Alla domanda su come sia possibile pregare per carriera, salute, matrimonio e altri desideri senza contraddire il Buddismo, Ikeda risponde che l'ideale del Buddismo mahayana è la felicità per sé e per gli altri e che la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo rinnova il voto di vivere secondo questo ideale.

Poi formula un'avvertenza inequivocabile:

«Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri»

Fonte: Daisaku Ikeda, intervista di Clark Strand.

La pratica, prosegue Ikeda, è un processo di trasformazione mediante il quale possiamo superare il «piccolo io», dominato dall'attaccamento e dalla paura, e manifestare un io più ampio, capace di saggezza e compassione. Questo non comporta l'abolizione della dimensione personale. Il desiderio di guarire, di trovare un lavoro o di risolvere un conflitto rimane reale. Ma la domanda diventa progressivamente più grande: Che tipo di persona posso diventare attraversando questa difficoltà? Quale valore posso creare? Come può la mia vittoria diventare incoraggiamento anche per altri?

La preghiera personale e kosen-rufu non sono due cose separate

Kosen-rufu significa letteralmente l'ampia propagazione dell'insegnamento; nel linguaggio della Soka Gakkai, indica il movimento volto a diffondere la Legge mistica e a costruire pace e felicità per le persone.

Ikeda afferma:

«Pregare per le sfide della nostra vita e pregare per kosen-rufu [...] sono essenzialmente una cosa sola e indivisibile».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 12.2.

Questo non significa che, quando abbiamo bisogno di un lavoro, dovremmo smettere di desiderarlo e sostituire artificialmente quel bisogno con un pensiero astratto sulla pace mondiale. Significa piuttosto che il bisogno personale può diventare la porta attraverso cui il nostro desiderio si amplia.

«Voglio questo lavoro perché ho paura di non farcela» può trasformarsi in: «Voglio superare questa situazione, sviluppare le mie capacità, sostenere chi dipende da me e dimostrare con la mia vita che una difficoltà può essere trasformata». Il desiderio iniziale non è stato negato. È diventato più grande.

Analogamente, «voglio guarire» può diventare: «Voglio vivere pienamente, trasformare questa sofferenza in forza e diventare capace di comprendere e incoraggiare chi attraversa una prova simile». «Voglio essere riconosciuto» può trasformarsi nel desiderio di sviluppare davvero le proprie capacità e usarle per creare valore. «Voglio denaro» può trasformarsi nel desiderio di sicurezza, libertà responsabile, sostegno alla famiglia e capacità di contribuire.

Pregare significa formulare un voto e agire

Un altro chiarimento di Ikeda impedisce di intendere la preghiera come attesa passiva. In un episodio della Nuova rivoluzione umana, parlando a un agricoltore, viene respinta esplicitamente l'idea che la pratica possa far prosperare i campi senza studio, ingegno e sforzo. Ikeda sintetizza:

«La preghiera nel Buddismo di Nichiren significa recitare Nam-myoho-renge-kyo basandosi su un voto».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 16.6.

L'essenza di questo voto è kosen-rufu. La preghiera, quindi, non è semplicemente «Gohonzon, dammi questo». È più vicina a una decisione: «Trasformerò questa situazione; manifesterò la mia Buddità; userò questa esperienza per creare valore». Alla preghiera seguono studio, iniziativa, correzione degli errori, perseveranza e azione concreta.

Questo aspetto è essenziale anche per chi osserva il Buddismo dall'esterno: la fede non viene presentata come sostituto della responsabilità personale. Al contrario, dovrebbe rafforzarla.

Il Gohonzon non è un potere esterno che distribuisce favori

La lettura magica dell'appagamento dei desideri diventa ancora meno sostenibile se consideriamo come Nichiren descrive il Gohonzon, cioè l'oggetto di culto davanti al quale i praticanti recitano Nam-myoho-renge-kyo. Nello scritto Il reale aspetto del Gohonzon afferma:

«Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».

Fonte: Nichiren Daishonin, Il reale aspetto del Gohonzon.

Subito dopo spiega che il Gohonzon esiste nella vita delle persone comuni che abbracciano il Sutra del Loto e recitano Nam-myoho-renge-kyo. Naturalmente il Gohonzon è anche il mandala concreto iscritto da Nichiren e oggetto della pratica; ma il suo significato religioso non è quello di una divinità separata dalla persona che, dall'esterno, concede o nega favori.

La pratica davanti al Gohonzon serve a manifestare nella propria vita la condizione di Buddità che esso rappresenta. Attraverso questa pratica, vedremo quale forza vitale possiamo far emergere, quale saggezza possiamo sviluppare, quale paura possiamo affrontare, quale karma possiamo trasformare e quale significato nuovo possono assumere persino i desideri da cui eravamo partiti.

«Nessuna preghiera rimane senza risposta» non significa «ogni desiderio si avvera»

Ikeda chiarisce direttamente questo punto rispondendo a un giovane che non vedeva risultati nonostante la pratica. Scrive che nel Buddismo di Nichiren si afferma che nessuna preghiera rimane senza risposta, ma aggiunge:

«Questo è molto diverso dall'avere ogni desiderio immediatamente soddisfatto come per magia».

Fonte: Daisaku Ikeda, The Wisdom for Creating Happiness and Peace, cap. 3.18.

Alcune nostre preghiere immediate si realizzano nella forma desiderata, altre no. Ma, da una prospettiva più profonda e di lungo periodo, Ikeda afferma che tutte le preghiere ci spingono nella direzione della felicità e che, continuando a praticare, possiamo conseguire il miglior risultato.

La pratica non garantisce quindi che la realtà assuma la forma che avevamo immaginato all'inizio. La sua promessa più profonda riguarda la direzione della vita e la trasformazione della persona. Ikeda distingue per questo tra beneficio «visibile», cioè un cambiamento evidente delle circostanze, e beneficio «invisibile», cioè la costruzione graduale di una condizione vitale più forte, libera e capace di creare valore.

Questa distinzione impedisce due errori opposti. Il primo consiste nel dire che i risultati concreti non contano: sarebbe falso rispetto alla tradizione della Soka Gakkai, che attribuisce grande importanza alla prova concreta nella vita quotidiana. Il secondo consiste nell'identificare la prova concreta con l'ottenimento letterale di qualunque cosa sia stata desiderata. Anche questo è falso. Una vittoria può consistere nell'ottenere ciò per cui abbiamo pregato; può anche consistere nel diventare abbastanza liberi e saggi da comprendere che ciò che avevamo chiesto non era ciò di cui avevamo veramente bisogno (rispetto allo scopo della nostra vita), o la strada giusta da seguire.

Se non ci fossero anche le sofferenze, non avremmo mai lo stimolo per approfondire e migliorarci.

In che senso il desiderio del Budda comprende gli altri desideri?

Il «desiderio più profondo del Budda» è che tutti gli esseri viventi manifestino la Buddità. Nel linguaggio della Soka Gakkai, questo si esprime come realizzazione della felicità propria e altrui e, sul piano sociale, come impegno per kosen-rufu.

Dire che questo desiderio comprende tutti gli altri è corretto se lo intendiamo in senso esistenziale, non meccanico. Non significa: «Poiché il Budda desidera la felicità di tutti, allora riceverò necessariamente quella casa, quella relazione, quella promozione o quella somma di denaro». Significa invece: «Ogni desiderio umano può essere portato dentro il processo attraverso cui manifestiamo saggezza, coraggio e compassione, e può quindi essere trasformato in una causa di felicità più profonda per noi e per gli altri».

Il punto decisivo non è soltanto che cambia l'oggetto del desiderio. Cambia soprattutto il soggetto che desidera. All'inizio possiamo volere qualcosa perché siamo dominati dalla paura, dal confronto, dal bisogno di approvazione o dalla sensazione di mancanza. Continuando la pratica, possiamo desiderare la stessa cosa con una motivazione diversa; oppure possiamo scoprire di volerne un'altra. In entrambi i casi, il desiderio non è più semplicemente un comando a cui la nostra vita deve obbedire. Diventa energia da orientare.

Questo è probabilmente il significato più concreto del principio bonno soku bodai, «le illusioni e i desideri terreni sono illuminazione»: non la consacrazione di ogni impulso, ma la possibilità di trasformare qualunque impulso in materiale per la crescita umana e per l'Illuminazione.

Il grande fraintendimento sull'appagamento dei desideri

Quando si dice senza spiegazioni «recita Nam-myoho-renge-kyo e realizzerai tutti i tuoi desideri», possono nascere almeno tre fraintendimenti.

  1. Il primo è trasformare il Gohonzon in un'entità esterna che premia chi pratica. Questo contrasta con l'affermazione di Nichiren: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te».
     
  2. Il secondo è identificare il beneficio con la perfetta coincidenza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che accade. Ikeda afferma invece esplicitamente che alcune preghiere immediate si realizzano e altre no, e che la risposta va compresa nella prospettiva più ampia della trasformazione della vita.
     
  3. Il terzo è immaginare che l'io che desidera possa rimanere immutato. Ma la pratica della Soka Gakkai chiama proprio «rivoluzione umana» il processo di profonda trasformazione interiore attraverso cui una persona cambia il proprio modo di vivere, di reagire e di creare valore.

La formula più fedele all'insieme degli insegnamenti non è quindi: «La realtà finirà per obbedire a tutti i miei desideri». È piuttosto: «Attraverso la pratica possiamo diventare persone capaci di trasformare la realtà e di trasformare il significato stesso dei nostri desideri».

Conclusione: il desiderio non viene cancellato, viene reso più grande

Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di arrivare davanti al Gohonzon già ripuliti da ogni egoismo. Possiamo recitare partendo esattamente da ciò che siamo: dalla paura per una malattia, dall'angoscia economica, dal desiderio di essere amati, dalla rabbia, dall'ambizione, dalla solitudine. Proprio per questo la pratica riguarda la vita reale.

Ma se continuiamo a praticare, il senso della preghiera non dovrebbe rimanere fermo al punto di partenza. Il desiderio personale può approfondirsi fino a congiungersi con il «desiderio più profondo del Budda» che ogni essere umano possa manifestare la propria Buddità. A quel punto, la felicità personale e la felicità degli altri cessano di apparire come interessi necessariamente contrapposti. Anzi, si rivelano profondamente inseparabili.

Possiamo quindi affermare che «realizzare tutti i propri desideri», letto alla luce dell'insieme degli scritti di Nichiren Daishonin e degli insegnamenti di Makiguchi, Toda e Ikeda, non significa ottenere automaticamente ogni oggetto desiderato. Significa entrare in un processo in cui nulla di ciò che desideriamo, soffriamo o affrontiamo deve andare sprecato: tutto può diventare materiale per manifestare una condizione di vita più vasta.

Alcuni desideri si realizzeranno nella forma immaginata. Altri cambieranno. Altri ancora verranno superati. Talvolta comprenderemo che dietro un desiderio particolare ce n'era uno più profondo. In questo senso, il desiderio fondamentale non è semplicemente un desiderio aggiuntivo, collocato accanto agli altri: è ciò che può orientarli, trasformarli e dare loro un significato.

Così anche il celebre incoraggiamento di Risposta a Kyo'o acquista una profondità diversa. Non promette un universo obbligato a soddisfare l'io. Indica la possibilità che, attraverso la fede e la pratica, la nostra stessa vita diventi capace di una trasformazione che all'inizio non potevamo ancora immaginare.

(11 agosto 2026)

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