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L'essere umano è inconsapevole, emotivo e intuitivo... non agisce per ragione, ma per emozione!

Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2017

Chi siamo?

I fattori limitanti della natura umanaL'essere umano è inconsapevole, emotivo e intuitivo... è follemente intelligente nella sua irrazionalità.
Le nostre decisioni - tutte le decisioni - prendono le mosse dalle emozioni, e tali decisioni sono già pronte "prima" che il pensiero conscio (la nostra coscienza, la nostra voce interna) se ne renda conto (per la precisione, mezzo secondo prima). Ovvero: prima le nostre decisioni si formano a un livello del tutto inconsapevole e secondo processi mentali a noi ignoti; soltanto in secondo momento, entrano nella nostra coscienza e le razionalizziamo, magari per giustificarle o comunque per dare al nostro pensare e al nostre agire un senso di coerenza interna, illudendoci che le "nostre" scelte siano la conseguenza di un pensiero cosciente e razionale (ma così non è). Sarebbe invece più corretto ritenere la razionalità come la serva delle emozioni e delle nostre decisioni già prese a un livello inconscio, non il contrario.

In altre parole... A un livello basso c'è il pensiero razionale, che da solo però non serve assolutamente a nulla, perché non muove né noi né l'intera umanità: con la sola razionalità, infatti, non saremmo capaci di prendere alcuna decisione che ci riguardi, nemmeno la più semplice (come scegliere un giorno per un appuntamento), non saremmo capaci di relazionarci in modo socialmente conveniente, né di svolgere efficacemente un lavoro. A un livello ben più alto ci sono le emozioni, che sono la vera forza che muove ogni persona e la società intera, e che ci rende veramente "vivi" ed "umani". Ovviamente non sono nostra prerogativa: come noi, anche gli animali hanno emozioni, e del resto l'homo sapiens appartiene al regno degli animali. Persino le piante provano emozioni.

Quanto ho fin qui scritto, sicuramente in controtendenza rispetto al comune sentire e all'idea (infondata) della pura razionalità, ha precise basi neurologiche, riscontrabili nell'esperiento di Libert e nel caso clinico di Elliot, di seguito illustrati.

L'esperimento di Libet

Nel 1977 il neurofisiologo e psicologo statunitense Benjamin Libet (1916-2007), trovandosi a Bellagio sul lago di Como, a tentare di elaborare un metodo sperimentale per misurare il rapporto tra processi cerebrali e volontà, ebbe l’intuizione chiave per poter effettuare il suo esperimento.

Questo esperimento consiste nello studio del particolare momento in cui l’azione diventa consapevole. Il soggetto, guardando un orologio, deve riferire il tempo cronometrico della sua intenzione cosciente di agire. Gli viene chiesto di compiere un’azione semplice (ad esempio flettere un dito) senza decidere preventivamente quando agire, in modo da poter separare il processo di preparazione dell’azione da quello dello svolgimento dell’azione stessa. Durante l’esecuzione del compito, la sua attività elettrica cerebrale viene registrata tramite elettrodi posti sullo scalpo. Successivamente viene esaminato il suo elettroencefalogramma (EEG) per rilevare i cambiamenti di potenziale elettrico precedenti rispetto alla sua decisione di muovere il dito. L’inizio del cambiamento di potenziale che precede un movimento viene definito potenziale di prontezza motoria (o di preparazione, PPM, readiness potential).

Dai risultati del test, e da altri risultati raccolti in precedenza, risulta che il processo di volizione (il potenziale di prontezza motoria) comincia 550 ms prima dell’azione. Lo sconcertante risultato rivela che la consapevolezza inizia in media solo 200 ms prima dell’azione. Dunque noi cominciamo a volere prima di rendercene conto; come spiegare questi 350 ms di scarto tra il tempo soggettivo della decisione e il tempo neurale?

Quando, ad esempio, si sceglie di fare un clic con il mouse, si prende coscienza di toccare l’oggetto simultaneamente alla decisione di eseguire quel gesto. Tuttavia la realtà non è così semplice: al cervello occorre un tempo relativamente lungo (circa mezzo secondo) per diventare consapevole dell’evento. Com’è possibile allora che si avverta il tocco contemporaneamente alla decisione di toccare, invece che con mezzo secondo di scarto? Esiste un meccanismo cerebrale che ritarda l’effettiva consapevolezza di un evento, in modo da farla coincidere con l’evento stesso. In altre parole: viviamo in perenne ritardo sulla realtà, ed è proprio questo mezzo secondo a rendere possibile la coscienza. Se questa mancasse non avremmo il tempo di interpretare, modulare o inibire le sensazioni immediate che recepiamo, saremmo quindi schiavi degli eventi. Secondo Libet infatti:

Dovremmo modificare il punto di vista esistenziale dell’esperienza dell'”ora: è un’esperienza perennemente in ritardo.

Forse è proprio in questo intervallo temporale che si inseriscono la nostra categorizzazione della realtà ed altri filtri consci o inconsci, con i quali conferiamo un senso alla realtà e ci proteggiamo da eventi psicologicamente dolorosi. Resta problematica l’interpretazione di Libet, secondo cui, a partire da questi dati, le nostre scelte (quelle immediate, che includono molte delle nostre azioni quotidiane come parlare e guidare) inizierebbero prima della nostra consapevolezza delle stesse. Questo pone un problema per il libero arbitrio: le nostre intenzioni coscienti non sarebbero la causa delle nostre azioni. Allora una scelta non consapevole, è veramente una scelta? Ed è davvero nostra? Scrive ancora Libet:

Il libero arbitrio se esiste, non inizia come azione volontaria

Per ulteriori approfondimenti sull'esperimento di Libert, rimando alla pagina da cui ho tratto queste informazioni: http://www.athenenoctua.it/lesperimento-di-libet-siamo-veramente-liberi/

Il caso clinico di Elliot, l'uomo razionale senza emozioni

Nota: Elliot è solo uno pseudonimo, la sua vera identità è tenuta nascosta, come da prassi nella pratica clinica.

La pensione d’invalidità

Ad Elliot, la cui sopravvivenza dipendeva dal fratello, era stata negata la pensione d’invalidità. Il cervello era in ordine, dicevano i dottori; solo problemi psicologici. Le malattie del cervello, tumori, ictus, Parkinson  sono riconosciute proprio come malattie; e al paziente non sì da certo la colpa di esserne colpito. Quelle emotive invece, le malattie della mente, sono spesso viste come mancanza di volontà o debolezza caratteriale. Questa distinzione permea ancora la nostra società. Fonte di frustrazione nei poveri ammalati etichettati come colpevoli del loro disagio. Elliot era stato operato di meningioma: un tumore benigno a partenza dalle meningi, le membrane che avvolgono il cervello. Erano state asportate parti del cervello nella zona prefrontale e sopraorbitaria che sono di collegamento tra la corteccia razionale e il sistema emotivo interno. Per il resto, il cervello era rimasto in larga parte intatto. Infatti tutto in Elliot sembrava funzionare alla perfezione. I movimenti, il linguaggio, le sensazioni, l’apprendimento, la memoria, l’intelligenza, il ragionamento, il senso dell’umorismo. Tutti i test degli esaminatori erano risultati negativi. Non si poteva dare perciò l’assegno d’invalidità: appariva perfetto, sotto tutti punti di vista. Anzi una persona piacevole nella conversazione, interessante, controllata nelle emozioni. Persino con un leggero sorriso ironico indicante una saggezza, lungimiranza e comprensione per le pazzie del mondo d’oggi. In passato per alleviare le sofferenze di pazienti schizofrenici violenti ed esagitati fu provata una operazione chirurgica che interveniva proprio in quelle zone. Almeida Lima, un neurochirurgo che applicò la teoria di Egas Moniz, tagliò alcune connessioni in quel tratto e ottenne la calma dei pazienti; tuttavia era una calma talmente piatta che la tecnica fu presto abbandonata.

La china di Elliot

Elliot prima del tumore era un buon marito e un buon padre. Aveva uno stabile impiego in un rinomato studio legale in cui era considerato per impegno, risultati e applicazione, un modello. Aveva per questo raggiunto un’invidiabile condizione personale, professionale e sociale. Ma dopo l’operazione Elliot non era più Elliot. Eppure le sue doti intellettuali, la sua capacità di muoversi, d’interagire e di usare il linguaggio erano intatte. Al mattino bisognava sollecitarlo per mettersi in piedi e andare al lavoro, dove però non si poteva fare affidamento, per esempio in fatto di scadenze. Quando esaminava una pratica poteva perdersi su un dettaglio e tenere in sospeso tutto il fascicolo per un bazzecola. Oppure abbandonare un’attività per rivolgere la sua attenzione su di un’altra, non portando a termine né l’una né l’altra. Poteva passare tutto un pomeriggio a sceverare un criterio d’ordinamento in base alla data, alla lunghezza, alla pertinenza di un documento. Intanto il flusso del lavoro s’interrompeva. Dopo ripetuti richiami perse il lavoro. Gli venne poi la mania del collezionismo di oggetti inutili, si associò in affari con individui che lo fecero fallire. Al primo divorzio ne seguì un altro, con una donna poco raccomandabile. Tutto ciò nonostante gli avvertimenti dei familiari e degli amici che non riuscivano a capire come mai potesse agire in quel modo, così sciocco. Privo infine di reddito si avviò alla povertà, all’assistenza del fratello e alla ricerca dell’assegno di sostentamento.

Un incontro importante

Dopo che i dottori dissero che era sano non rimase, a questo punto, che chiedere una consulenza.  Un neurologo che seguiva casi del genere, il Dr. Damasio accettò e fu una fortuna perché alla fine il necessario assegno d’assistenza arrivò. “Io spiegai” dice Damasio “che causa dei suoi fallimenti era una condizione neurologica: certo, era ancora fisicamente abile e le sue facoltà mentali erano in massima parte integre; ma era menomata la sua capacità di giungere ad una decisione”. La radice dei suoi mali era un danno ad un settore limitato del cervello, “è corretto affermare che era stato compromesso il suo libero arbitrio”. Elliot era incapace di scegliere. Il neuropsichiatra racconta del suo sbigottimento quando si trattò di fissare il giorno per l’incontro successivo. Mentre sfogliava la sua agenda Elliot si perdeva in interminabili elencazioni dei pro e contro per ogni possibile data, dimostrando di non riuscire a decidersi per un giorno qualunque. Damasio aveva notato, cosa ancora più importante, che Elliot raccontava la sua tragedia come se non fosse lui il soggetto del racconto, con freddezza e distacco. Calmo e rilassato, la sua esposizione fluiva senza sforzo: “Mi accorsi che soffrivo di più io nell’ascoltarlo di quanto soffrisse lui”. Perplesso lo sottopose ad un test consistente in visioni d’immagini forti, incidenti sanguinosi, alluvioni, case incendiate, feriti, annegamenti. Lui disse apertamente che non provava alcuna reazione, né positiva né negativa.

Per ulteriori informazioni sul caso di Elliot, rimando alla pagina da cui ho tratto queste informazioni: https://www.riflessioni.it/mente/mente-senza-emozioni.htm
Segnalo anche questo articolo in inglese: How Only Being Able to Use Logic to Make Decisions Destroyed a Man’s Life

Conclusioni

Non ci sono conclusioni, ma soltanto una presa di consapevolezza di ciò che siamo. Come ha scritto Giulio Ripa nel suo articolo "I fattori limitanti della natura umana":

«La ragione ha un limite dovuto al sistema esperenziale che organizza le nostre conoscenze mediante una rappresentazione del mondo frutto della volontà incosciente, dove le emozioni interferiscono profondamente e sistematicamente con la razionalità.

Gran parte degli stati d'animo si verificano senza che da parte nostra ci sia un controllo conscio sulle emozioni che viviamo.

Vogliamo credere che siamo razionali, ma la ragione si rivela essere il modo in cui - a fatto compiuto - razionalizziamo ciò che le nostre emozioni già vogliono credere.

L'agire umano dipende da una irrazionalità insita nell'uomo che affiora ogni volta che la ragione cede il passo a tutta una serie di comportamenti che non sono il frutto di una logica ma di emozioni, istinti, sentimenti giustificati a posteriori, con argomenti che si sforzano di essere razionali nel tentativo di dare a noi stessi un ordine che non esiste.

Così nell'affrontare la difficoltà di vivere l'individuo inconsciamente esprime comportamenti irrazionali (come paranoie, fobie, fissazioni, manie, pregiudizi, dipendenze patologiche, etc) che sono tratti costitutivi di una persona.»

Francesco Galgani,
15 marzo 2017

 

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