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Riconosci la tua ombra se vuoi esplorare i confini della tua anima (di Umberto Galimberti)

Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio 2016

L'ombra e l'anima

Articolo di Umberto Galimberti, pubblicato su Repubblica, il 19 giugno 2007 (fonte)

Quest’anno Topolino, quello famoso dei fumetti di Walt Disney, non è più quel simpatico personaggio che, con il suo cuore buono e la sua mente astuta, risolve tutti i problemi. Quest’anno Walt Disney, con la nuova serie, lo prevede anche cattivo, antipatico, dispettoso.

Ottima scelta, perché insegna ai bambini che cos’è la propria ombra con cui, prima o poi, dovranno fare i conti. Infatti, l’aspetto più diseducativo di tutte le favole e di tutti i fumetti per bambini è quello di presentare il protagonista buono e senza ombre, mentre tutti gli altri sono umbratili e cattivi. Identificandosi con il protagonista buono, i bambini imparano a proiettare fuori di loro, sugli altri, la cattiveria che c’è anche dentro di loro, dividendo così il mondo in due: buoni sono loro, come Topolino, e cattivi gli altri. Questa separazione del bene dal male, che le favole, e non solo, pericolosamente alimentano, origina dalle religioni che identificano Dio col bene e il male col diavolo. E siccome le religioni sono il fondamento delle culture, va a finire che ogni cultura identifica sé col bene e guarda le altre con sospetto, diffidenza, quando non con odio, fino a identificare, con una propaganda alimentata ai massimi livelli, i diversi “imperi del male”.

Finché non riconosciamo la nostra ombra, ossia il male che c’è in noi e la cattiveria che ci appartiene, continueremo a proiettarla fuori di noi, col risultato di vivere inquieti in un mondo di presunti nemici, che di volta in volta identifichiamo nei nostri concorrenti, nei nostri competitori, negli stranieri, nei vicini di casa, creando così quel mondo inospitale che alimenta sospetti, diffidenze, le quali, quando si fanno insostenibili, finiscono con l’approdare anche a gesti truci. La nostra ombra è carica di quell’energia che avvertiamo quando odiamo gli altri. Se non è riconosciuta, questa carica si rivolta contro di noi, facendo odiare noi stessi prima degli altri. Le punizioni che inconsciamente ci autoinfliggiamo, le insonnie che ci tormentano pensando ai torti che gli altri, ingiustamente, ci fanno subire, i risentimenti che ci rendono lividi e rabbiosi originano tutti dal fatto che ci riteniamo assolutamente buoni in un mondo di cattivi, come le favole infantili ci hanno insegnato. E noi, docili, docili, abbiamo imparato, creando un modo così sospettoso di guardare il mondo che ci rende infelici.
Una favola in cui il protagonista buono non nasconde la sua ombra, la sua parte cattiva, è d’aiuto ai bambini a cercare il male dentro di sé e non fuori di sé, a scrutare la propria ombra prima di quella degli altri. E quando l’ombra, la nostra parte cattiva, si sente accettata, cede a noi in dono tutta l’energia che possiede, perché i forti non sono quelli che sottomettono gli altri, ma quelli che, guardandosi dentro, sanno vedere e accogliere la propria ombra. E non si scompongono quando gli altri gliela segnalano, non si sentono, come si dice, “punti nel vivo”. Perché quella parte livida e cattiva la conoscono e, senza rifiutarla, hanno la forza di accettarla e tradurla in loro alleata.

Questa è la grandezza dei forti. Essi non proiettano il male sugli altri, ma, dopo averlo riconosciuto dentro di sé e accolto, si offrono agli altri con lo sguardo buono che è tipico di chi non ha rimosso la propria anima cattiva. Il riconoscimento dell’ombra infatti non è una faccenda morale, ma il riconoscimento del nostro limite. E non va dimenticato che in questo riconoscimento c’è il nostro profilo.

Parte oscura della nostra personalità, l’ombra sembra affliggerci senza scampo mostrandosi nella moralità che rifiutiamo, nei difetti che tentiamo di nascondere, nella pochezza intellettuale e sentimentale che più o meno ci caratterizza, e in tutte quelle situazioni in cui tocchiamo con mano la nostra impotenza. Essa esprime da un lato quel che siamo e non vorremmo essere, e dall’altro quel che non siamo e vorremmo essere. E chi non conosce il rifiuto di quel che siamo e il desiderio di quel che non siamo? Chi non soffre dei difetti che non può togliersi e delle virtù che non riesce a darsi?

Solo nell’oscurità completa posso non avere ombra, solo nel grembo materno o nell’incoscienza. Ma appena vengo alla luce, appena nasco, devo far i conti con l’ombra, a partire dal mio corpo, perché, mi piaccia o no, senza corpo non esisto. Ma il corpo, come ogni corpo, fa ombra. Se questa metafora del corpo ci persuade, allora l’ombra non è solo la mia parte cattiva, non è solo ciò che mi manca e vorrei avere, ma è anche ciò che mi definisce, mi dà forma. In questo senso la parola greca che sta per ombra, skiá, significa “profilo”. Io guadagno il mio profilo quando riconosco la mia ombra.

Ci sono due pratiche per riconoscere l’ombra. Una tipica della cultura giudaico-cristiana, una propria della cultura greca. La prima consiste nell’identificarsi con l’ombra, annullando ogni distanza tra sé e il negativo. Io sono il male, il peccato, che però la luce divina redime e annulla. Questa accettazione e questo riconoscimento senza riserve dell’ombra, tipico della mortificazione cristiana, in realtà è una forma di deresponsabilizzazione. Posso caricarmi impunemente di tutto l’orrore del mondo, solo perché in realtà non mi appartiene veramente, dal momento che la luce divina lo riassorbe e lo redime. La cultura greca, invece, che distribuisce l’ombra in modo imparziale tra uomini e dèi, non identifica l’uomo con l’ombra, non dice che l’uomo è peccatore o malvagio, dice piuttosto che “l’uomo è mortale”, e nella morte indica il limite delle possibilità umane. Nel riconoscimento del limite c’è per il greco il riconoscimento dell’ombra. E, con il riconoscimento, la segnalazione nell’hybris, nella tracotanza di chi oltrepassa il suo limite, la maggior colpa in cui l’uomo può incorrere. Per questo la saggezza greca dice: “Chi conosce il suo limite non teme il destino”. A noi scegliere a quale cultura appartenere.

(Umberto Galimberti)

 

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