Quando Gesù dice che certi demoni si vincono solo con la preghiera e il digiuno (Matteo 17:21), cerco di leggere questa frase in senso ampio. Mi sembra infatti che i demoni indichino tutto ciò che, dentro e fuori di noi, si alimenta di paura, dispersione, inerzia e mancanza di governo di sé. In questa prospettiva, un rapporto disordinato con il cibo non è mai soltanto un fatto materiale: può diventare un fattore di nervosismo, di dipendenza, di ottundimento interiore, e quindi favorire proprio quelle condizioni mentali in cui i demoni prosperano. Il digiuno, allora, non sarebbe una mortificazione fine a se stessa, ma una pratica di libertà e di ascesi: un modo per sottrarre nutrimento agli impulsi che ci dominano e per restituire alla coscienza lucidità, coraggio e padronanza di sé.
Il pensatore che più si avvicina a questa mia lettura è Evagrio Pontico (346-399), nato a Ibora, nel Ponto dell’Asia Minore, e morto nella Cellia, nel deserto nitriota d’Egitto. Evagrio fu uno dei grandi sistematori della sapienza dei Padri del deserto. La sua idea centrale è che il combattimento spirituale si gioca anzitutto nei logismoi, cioè nei pensieri che assediano la mente: non semplici idee passeggere, ma schemi interiori ricorrenti che seducono, indeboliscono e disorientano. Egli ne elenca otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. In questa visione i demoni agiscono attraverso le passioni e i pensieri che tolgono unità alla persona; e la prima porta d’accesso è spesso la gola, perché chi non governa l’appetito fatica poi a governare anche il resto.
Qui è utile precisare alcuni termini. Ascesi viene dal greco askesis e significa originariamente “esercizio”, “allenamento”: non odio del corpo, ma disciplina orientata a un fine. Logismoi, come si è detto, sono i pensieri che si presentano alla mente con forza quasi ossessiva e cercano di piegare la volontà. Accidia, dal greco akēdia, non è semplice pigrizia: è piuttosto una stanchezza del cuore, una forma di tedio, di svogliatezza e di indifferenza che svuota il gusto del bene e rende pesante ogni compito interiore. In questa accezione, l’accidia non è soltanto “non aver voglia di fare”, ma non riuscire più ad aderire con slancio a ciò che si riconosce come buono, vero o necessario. È per questo che la tradizione l’ha considerata così pericolosa.
Le intuizioni di Evagrio furono trasmesse in Occidente soprattutto da Giovanni Cassiano (ca. 360-435), nato in Scizia Minore — l’odierna Dobrugia, tra Romania e Bulgaria — e morto a Marsiglia, dove fondò l’abbazia di Saint-Victor. Cassiano afferma con chiarezza che la prima battaglia è contro la gola e che non esiste una sola regola di digiuno valida per tutti: il criterio dev’essere proporzionato alla costituzione, all’età, al sesso e alla condizione concreta di ciascuno. Questa precisazione coincide molto con ciò che intendo anch’io: il digiuno autentico non è fanatismo né rigidità astratta, ma conoscenza di sé, misura, correzione progressiva, e — aggiungerei — anche attenzione medica e studio. Cassiano insiste inoltre che l’astinenza troppo dura, se poi è seguita da compensazioni eccessive, perde il suo frutto; non è il rigore in sé a liberare, ma una continenza equilibrata e stabile, capace di rendere la mente più limpida.
A questa linea appartiene anche Atanasio di Alessandria (ca. 293-373), nato e morto ad Alessandria d’Egitto, autore della celebre Vita di Antonio. Il protagonista del libro, Antonio il Grande (ca. 251-356), nato a Koma presso al-Minyā in Egitto e morto presso il suo eremo vicino al Mar Rosso, diventa il modello di una lotta spirituale in cui i demoni tentano prima con il piacere e poi con la paura. Atanasio descrive i demoni come forze che producono confusione, angoscia, tristezza e timore della morte; ma aggiunge che essi vengono respinti da fede, preghiera, digiuno, umiltà, mitezza e libertà dall’ira. È un passaggio molto vicino a questo modo di vedere: i demoni non sono forti dove trovano una persona equilibrata, ma dove trovano una persona interiormente scomposta; e arretrano quando la coscienza ritrova ordine, coraggio e centratura.
In seguito, questa interpretazione viene ripresa anche da Giovanni Crisostomo (347-407), nato ad Antiochia e morto in esilio a Comana, e da Tommaso d’Aquino (1224/25-1274), nato a Roccasecca presso Aquino e morto a Fossanova. Crisostomo vede nell’incontinenza del ventre una delle prime vie attraverso cui l’uomo perde vigilanza. Tommaso, con il suo linguaggio più sistematico, spiega che il digiuno ha tre fini: frenare le concupiscenze, elevare la mente alla contemplazione e riparare il peccato; ma precisa anche che deve sempre rispettare la natura, cioè non deve distruggere la persona nel tentativo di salvarla. In questo senso, la misura non è un compromesso al ribasso: è una forma superiore di sapienza, perché sa coniugare disciplina e realtà.
Anche in età moderna il tema ritorna. Giovanni XXIII (1881-1963), nato a Sotto il Monte e morto a Roma, parla della penitenza come di una forza capace di tenere a freno la concupiscenza e denuncia la ricerca smodata dei piaceri, che indebolisce le facoltà più nobili dello spirito. Benedetto XVI (1927-2022), nato a Marktl am Inn in Baviera e morto nella Città del Vaticano, definisce il digiuno una “arma spirituale” contro gli attaccamenti disordinati e insiste sul fatto che esso aiuta a unificare corpo e anima, a evitare il peccato e a controllare gli appetiti senza negare il valore del corpo. Anche qui ritroviamo una conferma importante: la pratica non vale per la quantità della privazione, ma per la qualità dell’ordine interiore che produce.
Da buddista, trovo però essenziale allargare lo sguardo oltre il lessico cristiano. Il linguaggio dei “demoni” può essere compreso non solo teologicamente, ma anche come nome simbolico di tutto ciò che ci distrugge interiormente, ci separa dalla nostra anima, ci squilibria, ci fa ammalare e ci rende schiavi di passioni tristi e di confusione. In questo senso, il nucleo della riflessione vale ben oltre una singola religione. L’ascesi è presente, in forme diverse, in quasi tutte le grandi tradizioni spirituali.
Il Budda Shakyamuni, negli insegnamenti più antichi (Theravada), ci invitava a non abbandonarci ai piaceri, ma nemmeno a spezzarci con pratiche estreme e distruttive (cfr. mio e-book sulla non-violenza a pag. 57, nota 11).
Digiuno, preghiera, meditazione, vigilanza, sobrietà e cura del corpo appartengono a un tipo universale di esperienza: cambiano i simboli, le teologie e i riti, ma resta costante la consapevolezza che senza disciplina interiore la paura ci governa, mentre con una pratica giusta e proporzionata impariamo, poco a poco, a non offrire più alimento a ciò che ci rende schiavi.
Un digiuno fatto bene, unito a una costante pratica spirituale, è uno stato di grazia, un meraviglioso regalo, non una privazione.
(14 marzo 2026)