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Le trappole della tecnologia: alcune proposte e riflessioni

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Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2020

Questo documento è disponibile anche in inglese

La tecnologia odierna nasconde molte trappole, molte insidie. Alcune di queste, e forse le principali, sono il pressoché totale controllo operato da Google e da Apple nel mondo delle applicazioni mobili, da Google nella pubblicazione dei video e nella visibilità dei contenuti presenti nel web, da Facebook e Twitter per quanto riguarda ciò di cui le persone possono discutere. Questa è una semplificazione, ci sono altri problemi, ma già questi sono molto gravi. Oggi non c’è contenuto pubblicato su Internet che non sia mediato da soggetti terzi, ovvero da corporations, che agiscono con il loro libero arbitrio, spesso al di sopra di qualsiasi legge. Se i mezzi attraverso cui viaggiano i nostri pensieri e i contenuti con cui essi si esprimono sono incatenati e sottoposti al capriccio dei potenti, allora i nostri pensieri non sono liberi. Se la tecnologia che noi usiamo non è libera, allora noi siamo schiavi.

Possiamo fare qualcosa? Direi di sì, se siamo disposti a cambiare le nostre abitudini.

1. Le applicazioni mobili

Quasi tutte le applicazioni mobili sono nelle mani di Google e di Apple, tutto passa attraverso i loro store, i loro contratti, i loro balzelli. Se un’app permette al suo sviluppatore di guadagnare soldi, Google e Apple si prendono il 30%. Se un’app a loro non piace, non la pubblicano. Se tu sviluppi un’app, non sei padrone neanche del tuo codice, perché non sai se Google o Apple modificano il tuo codice quando pubblichi la tua app. Non solo: queste corporations ti obbligano a rispettare contratti che sono sotto la giurisdizione statunitense anche se tu abiti in qualunque altro posto del mondo. Se Google e Apple abusano del loro potere contro di te, quasi certamente nessun giudice del tuo paese potrà aiutarti, se abiti fuori dagli Stati Uniti. Se nel tuo paese il software non è brevettabile e se non hai vincoli sugli algoritmi che puoi usare, Google e Apple ti imporrano di rispettare tutti i vincoli e i brevetti che sono in vigore negli Stati Uniti.

Una possibile soluzione è quella di non affidarsi agli standard di Google e di Apple, ma agli standard del web: invece di scrivere un’app destinata a finire negli store, scrivi una web-app basata su html5 e javascript, in modo che funzioni in qualsiasi browser moderno di qualsiasi dispositivo, e pubblicala su un server che si trovi all’interno della tua nazione. In questo modo, la giurisdizione vigente sarà quella della tua nazione e non dovrai prostituirti a Google o ad Apple. Di contro, coloro che useranno la tua web-app dovranno essere così intelligenti, informati e consapevoli da capire che stare lontano dagli store di Google e di Apple è una questione di libertà.

In certi casi e in base ai tuoi obiettivi, può essere utile decentrare il più possibile l’esecuzione del codice: potresti permettere a chiunque di scaricare il tuo codice e di eseguirlo su un proprio server, in modo che gli eventuali abusi dei governi per bloccarti si scontrino con tale decentramento. Tecnicamente queste app si chiamano “DApp” (Decentralized Application). Un esempio è DTube, piattaforma decentrata per la pubblicazione di video, “resistant to censorship” e “ads free”. E’ simile a YouTube, ma totalmente decentralizzata e quindi libera da un potere centrale e autoritario. Inoltre, diversamente da YouTube, rispetta pienamente di standard del web e non applica strani algoritmi per impedirti di scaricare i video, anzi, il download dei video è molto semplice.

Conseguenze logiche – 1

Per tutte queste ragioni, anche l’uso di servizi popolari per la condivisione di codice, come Github, ha seri limiti in materia di libertà. Microsoft (proprietaria di Github) ha imposto limiti agli sviluppatori che abitano in paesi del mondo che agli Stati Uniti non piacciono. Una soluzione  alternativa è scaricarsi il codice di GitLab, rilasciato con MIT license, e installarselo su un proprio server: io ho fatto così. Anche l’uso di servizi popolari di file sharing come Dropbox o Google Drive ha gli stessi problemi di privacy e di possibilità di banning in qualsiasi momento: in questo caso, mi sono scaricato il codice sorgente di OwnCloud, rilasciato con licenza GNU Affero General Public License v.3, e l’ho installato su un mio server.

Conseguenze logiche – 2

Il fatto che i sorgenti di un software siano distribuiti con licenza GNU GPL o altra licenza libera, in realtà non offre alcuna garanzia se per usare l’app devi obbligatoriamente scaricarla da uno store. L’app disponibile negli store, infatti, potrebbe essere stata alterata rispetto ai sorgenti. L’unica garanzia è che tu possa compilarti autonomamente il codice e installarti l’app da te compilata, ma questo è fortemente ostacolato da Apple e da Google. Se l’app usa un server, dovresti avere anche il codice del server per poterlo installare su un server tuo. Inoltre noi non sappiamo cosa realmente fanno i sistemi operativi degli smartphone (iOS e Android), visto che non possiamo scaricarci i sorgenti, studiarli, modificarli e utilizzarli con le nostre modifiche. Da questo punto di vista, una web-app è indipendente da qualsiasi sistema operativo e da qualsiasi store: ciò non risolve tutti i problemi che ho elencato, ma almeno una parte di essi.

Obiezione 1: La presenza della mia app negli store di Google e di Apple è essenziale per il mio business.

Risposta: Saresti ancora convinto di ciò se Google e Apple ti chiedessero commissioni del 90% invece che del 30%?  Saresti ancora convinto di ciò se Google e Apple ti chiedessero di fare importanti modifiche alla tua app che per te sarebbero troppo costose?  Saresti ancora convinto di ciò se Google e Apple rimuovessero la tua app dagli store o, in maniera più subdola, ne limitassero fortemente la visibilità?
Ogni volta che storicamente un potere dispotico e antidemocratico si è imposto, le persone hanno creduto che collaborare col quel potere fosse l’unica opzione. Se ciò fosse stato vero, allora Hitler sarebbe diventato il padrone del mondo.
Questo è innanzitutto un problema politico ed economico. Oggi valgono le regole che se tu non sei su Google allora non esisti, se non sei dentro Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn e altri social popolari, allora non esisti, se la tua app non è negli store di Google e di Apple allora non esiste, e così via. Eppure le alternative esistono, io non vivo dentro Facebook eppure esisto, giusto per fare un esempio.
Ricorda che Google, Apple, Microsoft, Amazon, Facebook, Twitter e altri social, in poche parole tutte le grandi corporations di Internet, in qualunque momento possono bannarti e annientarti.
Sarebbe cosa buona e giusta sensibilizzare le persone agli standard del web e ai motivi per cui Tim Berners-Lee ha inventato l’Html.

Obiezione 2: la segretezza del codice è essenziale per il mio business

Nessuno ti obbliga a pubblicare il tuo codice e a condividerlo con gli altri, fai ciò che vuoi. Sappi però che esistono app popolari e persino raccomandate dalla Commissione Europea al suo staff, come Signal, che sono rilasciate con licenza GNU GPL v.3. Il codice sorgente di Signal è disponibile su Github. L’organizzazione che c’è dietro a tale app, nel momento in cui sto scrivendo, ha alcuni “open roles”, cioè sta cercando sviluppatori ed è disposta ad assumerli con uno stipendio decente e con contratti full time. Questo è solo un esempio che dimostra che la segretezza del codice non è l’unico business possibile nel mondo delle app.

Vorrei farti un altro esempio. Nel 2001, Microsoft paragonò il software libero, nel senso intenso da Richard Matthew Stallman, a un cancro. Più precisamente, queste furono le parole: «Linux is a cancer that attaches itself in an intellectual property sense to everything it touches». L’accusa di Microsoft era rivolta nello specifico alla licenza GNU GPL. Nel 2019, Microsoft ha invitato Stallman in un suo campus per farsi dare consigli e spiegazioni. Nel 2020, Microsoft usa Ubuntu, che è una distribuzione GNU/Linux, per pubblicizzare il suo “Surface Book 3”, all’interno di un spot che inizia con «Run Linux on Windows». Con il tempo anche i più ostinati nel difendere la segretezza del codice stanno scoprendo che il software libero è una seria alternativa da valutare.

Obiezione 3: ci ho messo anni per imparare a programmare per una specifica piattaforma (Android, iOS, Windows, MacOS, Linux o un’altra), devo reimparare tutto da capo per fare una web-app?

Sarebbe importante, sin dall’inizio, imparare strumenti e metodi di programmazione che siano il più possibile cross-platform. Secondo la mia personale opinione, l’ideale sarebbe scrivere un codice che funzioni più o meno ovunque. Io ottengo questo risultato con Codename One, che è un framework per lo sviluppo multipiattaforma al cui codice contribuisco anche io, ma questa è la mia scelta che hai i suoi “pro” e i suoi “contro”, tu sei libero di cercare altri strumenti e di fare altre scelte.

Obiezione 4: le web-app sono tecnicamente più limitate rispetto alle app native

Ciò è in parte vero, dipende da cosa vuoi fare. I limiti sono imposti soprattutto da come sono implementati i browser e quindi, ancora una volta, dal modo in cui Google e Apple hanno realizzato i loro Chrome e Safari. Non cito altri browser perché, negli smartphone, questi sono quasi gli unici due browser utilizzati. Nei computer desktop, l’unico browser “libero” e indipendente, nel senso di non manipolato da una multinazionale, è Firefox. A questo proposito, considera che Apple vieta lo sviluppo di qualsiasi browser alternativo a Safari sui propri iPhone: il fatto che per iOS siano disponibili browser diversi da Safari è una messa in scena per ingannare gli utenti, gli sviluppatori sanno bene che Apple vieta loro di fare concorrenza a Safari.
Ad ogni modo, ciò che si può fare in maniera cross-platform e cross-browser con una web-app è molto ampio. Ancora una volta, però, gli utenti vanno educati a capire cosa c’è di sbagliato negli store.

2. I social

Come ho precedentemente scritto, oggi non c’è contenuto pubblicato su Internet che non sia mediato da soggetti terzi, ovvero da corporations, che agiscono con il loro libero arbitrio, spesso al di sopra di qualsiasi legge. Nel mio paese, in Italia, Facebook e Youtube sono molto usati come strumenti di comunicazione politica, il nostro capo del governo e i nostri sindaci comunicano con la popolazione tramite Facebook. I giornalisti dissidenti usano Youtube e a volte vengono censurati. Amici miei che hanno pubblicato miei messaggi su Facebook, copiati dal mio blog, sono stati più volte bannati, cioè Facebook ha chiuso il loro profilo. Questi sono solo piccoli esempi, in altre nazioni la situazione è peggiore di quella italiana. A ciò andrebbero aggiunti mille altri problemi legati agli uso di questi social.

Secondo me, l’unica vera soluzione è non usare questi social. Se due persone o comunque poche persone hanno bisogno di scambiarsi messaggi per mezzo della tecnologia, possono usare le email o altri strumenti di messaggistica privata e crittografata, che non siano in mano a qualche multinazionale. Se tante persone hanno bisogno di comunicare tramite la tecnologia, possono pagarsi un server economico e installarci una piattaforma social basata su codice libero, in modo che tale social sia sotto il loro controllo. Se un politico, un’associazione o un capo di stato vuol comunicare con il resto del mondo, può usare gli standard del web, creandosi un proprio sito oppure un proprio blog, magari installato su un server che può controllare. Tutte queste soluzioni non proteggeranno completamente dagli abusi di potere e dalle violazioni dei diritti umani, ma potranno mitigare il problema.

Finché però le persone continueranno a usare Whatsapp, Facebook, Instagram e Youtube come mezzi principali di comunicazione, allora continueranno a prostituirsi a Mark Zuckerberg, a Sergey Brin e a Larry Page, e ai poteri occulti che tramite loro agiscono. Nella situazione attuale, secondo me, sarebbe meglio fare sforzi per incontrarsi di persona (dove non ci sono telecamere e microfoni) e non usare affatto la tecnologia per comunicare.

3. I motori di ricerca

Come ho precedentemente scritto, se una persona, un’associazione o un’azienda non compare nei primi risultati forniti da Google è come se non esistesse. Questo dà l’idea della tirannia di Google. Quello che noi comuni mortali possiamo fare è mitigare il problema, grazie alla decentralizzazione e alla ricerca tramite più fonti. Per mio uso personale e per le altre persone di lingua italiana, ho reso disponibile questo meta-motore di ricerca, che gira su un server che è sotto il mio controllo e che fornisce risultati estrapolati da molteplici fonti: https://ricercaalternativa.mydissent.net/
Questo motore di ricerca non spia gli utenti e non fa alcuna delle azioni malevole fatte da Google. Ho anche disabilitato i logs, in modo che io non sappia cosa le persone cercano né chi usa il mio motore. Il codice è con licenza “GNU Affero General Public License v3.0”: tu puoi scaricartelo e usarlo su un tuo server.
Ciò non risolve i problemi della censura, ma li mitiga. Inoltre il fatto che i dati siano estrapolati da più fonti, e solitamente quelli presi da Wikipedia sono al primo posto, riduce gli effetti degli abusi di potere da parte di Google.
Il fatto che il codice sia scaricabile e utilizzabile su un proprio server è una garanzia contro i poteri centralizzati.
Di contro, ci sono ancora molti miglioramenti da fare.

4. I sistemi operativi

Windows, Android, iOS e MacOS ci spiano continuamente. Al momento, la maggioranza delle distribuzioni GNU/Linux sono l’unica vera alternativa per avere maggior controllo della tecnologia che utilizziamo. Il problema è che oggi la maggioranza del computing è fatta tramite smartphone e servizi cloud: sugli smartphone non possiamo cambiare il sistema operativo e metterci GNU/Linux (se non in rarissimi casi) e sui servizi cloud non abbiamo alcun controllo. Piuttosto che proporre soluzioni o alternative, qui mi limito a sottolineare che la questione più urgente è creare una consapevolezza del problema. L’IoT (Internet of Things) sarà completamente al di fuori del nostro controllo e violerà continuamente i nostri diritti e le nostre libertà. Il 5G è al servizio dell’Internet of Things. Non ho soluzioni né proposte, se non quella di spargere la voce e di aiutare a costruire una consapevolezza del problema.

Francesco Galgani,
9 giugno 2020

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