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Internet e privacy: prospettiva funzionale dell'interazione in rete

Ultimo aggiornamento: 14 Luglio 2014

Ho già espresso, chiarito, argomentato e documentato quel che penso dell'interazione online tramite i social network, ragion per cui non intendo ripetermi, rinviando piuttosto a un paio di articoli:

Oggi vorrei soffermarmi su un aspetto specifico dell'interazione in rete, ovvero su quella infinità di problemi legati alla privacy, alla data retention permanente e al diritto all'oblio, ponendomi alcune domande di tipo funzionale, ovvero: “Qual è lo scopo per il quale una parte consistente dell'umanità riversa ogni giorno informazioni riservate, intime, confidenziali e sensibili nella rete, e in particolare nei social network, incurante delle conseguenze nel lungo periodo? Qual è la funzione di questo continuo “denudarsi” in rete, con conseguenze potenzialmente devastanti per gli individui stessi?”. E inoltre: “Qual è il motivo, la funzione, per cui i grandi dell'ICT (Google, Facebook e Twitter in testa) eseguono questa continua raccolta di dati?”. Infine: “Esistono strade diverse percorribili?”.

Prima di tentare una risposta il più possibile sintetica, che vada al cuore delle questioni, e che pertanto non vuole porsi né come esaustiva né come conclusiva, vorrei sottolineare il fatto che la data retention, ovvero la conservazione per un tempo indefinitamente lungo di tutte le informazioni raccolte sulle persone, e il loro utilizzo per “schedare” in maniera assolutamente precisa ogni persona, ogni cittadino, non è un problema esclusivo dei social network, ma riguarda tutta la comunicazione tecnomediata, comprese telefonate, sms ed email. Il recente scandalo datagate lo dimostra: in questo contesto le leggi servono a poco o a nulla, perché quando la tecnologia è in mano di terzi che possono fare quel che a loro pare e piace, non c'è possibilità di avere tutele “vere”. Nessun utente può sapere cosa succede lungo i canali (in mano a terzi) su cui viaggino le proprie comunicazioni, né cosa fanno i programmi (non liberi, cioè che non sono software libero) installati sul proprio computer o sul proprio smartphone. Per chi vuole soffermarsi sugli aspetti legali dell'obbligo di conservazione dei dati relativi alle comunicazioni dei cittadini europei, segnalo che il parere dell'Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell'Unione Europea Cruz Villalón, emesso nel mese di dicembre 2013, condannava la Direttiva 2006/24/CE come uno strumento di controllo del cittadino:
http://punto-informatico.it/4026659/PI/News/ue-data-retention-non-valida.aspx

E' evidente che c'è una volontà precisa di controllare e schedare ogni singolo cittadino e le relazioni tra i cittadini, e quel che fanno i social network e molti altri servizi online è rendere possibile tale mostruosa sorveglianza di massa nella maniera più precisa e sofisticata possibile e, al contempo, geniale, ovvero con l'esplicito consenso dei diretti interessati e con la forza di un contratto legalmente vincolante accettato dagli stessi nel momento in cui usufruiscono di determinati servizi (si veda l'articolo "Una questione fondamentale: la proprietà dei dati in rete"). Ad esempio: quante persone si sono lette il contratto che l'utente deve accettare per usare Facebook o Gmail? In entrambi i casi, l'utente rinuncia alla proprietà su ciò che scrive o pubblica (cedendola nel primo caso a Facebook e nel secondo a Google). All'atto pratico, ciò implica che nessun dato immesso su Google o su Facebook può essere cancellato dall'utente, né che l'utente può sapere a chi saranno rivenduti i suoi dati: anche svuotando la propria pagina Facebook da tutti i post o la propria casella Gmail da tutte le email, ciò che ormai è stato scritto o pubblicato (foto o video) rimarrà per sempre nei database, anche se l'utente non potrà più accedervi.

Qualcuno potrebbe obiettare che i dati raccolti non permettono di risalire alle persone fisiche, che potrebbero aver usato un nome e cognome fittizi. Purtroppo non è così: ormai ogni account Facebook e Google sono collegati a un numero di cellulare, dal quale è sempre possibile risalire al proprietario. Facebook richiede esplicitamente di fornire il proprio numero di cellulare (e di comprovarlo), Google lascia tale richiesta come facoltativa, ma in entrambi i casi basta usarli come app sul proprio smartphone per avere identificazione e tracciamento completo della persona (spostamenti compresi). Tra l'altro, ci tengo a precisare che Facebook è in grado di identificare in maniera precisa le reti di persone, comprensive delle persone che non hanno un account Facebook: a titolo di esempio, quando nel 2010 (anno più, anno meno, non ricordo esattamente) mi iscrissi per la prima volta in Facebook, mi comparvero automaticamente e immediatamente gli amici “suggeriti” da Facebook che – incredibile ma vero – corrispondevano a persone che realmente frequentavo a quel tempo, con tanto di nome, cognome e foto. Ero appena arrivato, non avevo ancora scritto neanche un post, ma Facebook già aveva una serie di informazioni su di me e sulle mie relazioni. Non sono più iscritto su Facebook già da tanto tempo, ma in qualche maniera continuo ad essere seguito: Google conosce le mie ricerche, i miei interessi e soprattutto la mia corrispondenza privata. Siamo tutti sorvegliati.

Torno alle mie domande iniziali, proponendo le mie risposte.

“Qual è lo scopo per il quale una parte consistente dell'umanità riversa ogni giorno informazioni riservate, intime, confidenziali e sensibili nella rete, e in particolare nei social network, incurante delle conseguenze nel lungo periodo? Qual è la funzione di questo continuo “denudarsi” in rete, con conseguenze potenzialmente devastanti per gli individui stessi?”

L'errore di fondo è quello di equiparare il reale con la sua rappresentazione, il dialogo vero e gli incontri veri con la comunicazione tecnomediata, i principi di funzionamento del mondo reale con quelli dei vari cyber-luoghi della rete: non sono la stessa cosa. Se faccio una battuta con un amico e ridiamo gioiosamente e spontaneamente, l'effetto temporale è limitato al momento presente; la stessa cosa, trasportata su Internet, ha un effetto temporale potenzialmente illimitato e va sempre, sistematicamente, oltre le intenzioni iniziali, in quanto le parole, foto o video scambiati, o anche un semplice “mi piace”, diventeranno proprietà di terzi, che li useranno per scopi diversi da quelli per cui l'interazione ha avuto luogo. E con questo arriviamo alla seconda domanda:

“Qual è il motivo, la funzione, per cui i grandi dell'ICT (Google, Facebook e Twitter in testa) eseguono questa continua raccolta di dati?”

  1. Per soldi, tanti soldi, miliardi di dollari ogni anno, che derivano sia dalla pubblicità venduta sia dalla vendita dei dati degli utenti. Non entro nella discussione sul social media marketing, il discorso sarebbe troppo vasto e tecnico: in sintesi, i nostri dati vengono aggregati, studiati, analizzati, rivenduti.
  2. Per la sorveglianza globale: la CIA ci spia, Microsoft, Apple, Google e Facebook l'aiutano. Suggerisco la lettura del seguente articolo: http://mazzetta.wordpress.com/2013/06/07/la-cia-ti-spia-microsoft-apple-google-e-facebook-laiutano/

A questo punto viene spontanea la terza domanda che ho posto, ovvero:

“Esistono strade diverse percorribili?”

Sì, quella suggerita da Richard Stallman...
https://www.informatica-libera.net/richard-stallman-sorveglianza-globale
... e soprattutto ritrovare la realtà delle cose. Sui concetti di reale e virtuale sono stati spesi fiumi di parole, spesso però dimenticando che è proprio nella percezione e non nella rappresentazione o simulazione della realtà la differenza totale tra reale e virtuale. Dal punto di vista della percezione, il contatto fisico affettivo vale molto di più del suo surrogato virtuale, così come una passeggiata lungo il mare ha un valore infinitamente più grande di qualunque spostamento immaginato dentro un'isola virtuale: un incontro vero con un amico vero vale più di un milione di “mi piace” su Facebook.

Francesco Galgani,
15 maggio 2014

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