Il concetto di karma può essere frainteso fino a trasformarsi in un giudizio su chi soffre. Attribuire alla vittima la colpa del male subito rischia di giustificare chi lo compie e di indebolire la solidarietà verso chi ne ha bisogno. Riporto qui alcuni brani della Proposta di pace 2013 di Daisaku Ikeda, Compassione, saggezza e coraggio, che affrontano il fatalismo, la dignità della persona e l’impegno a condividere le sofferenze degli altri.
Proposta del 26 gennaio 2013, pubblicata in Buddismo e società, n. 158, 1 maggio 2013. Leggi il testo integrale su BS.
Il Buddismo come risposta alla sofferenza umana
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L'interesse di Shakyamuni fu sempre rivolto all'arroganza interiore che ci fa oggettivare e isolare le persone che affrontano sofferenze come la vecchiaia e la malattia, e fu quindi incapace di chiudere gli occhi davanti a persone che soffrivano in solitudine a causa della malattia o erano interdette dal mondo a causa dell'età. Un episodio della sua vita ne è testimonianza. Si narra che un giorno Shakyamuni incontrò un monaco affetto da una malattia e gli chiese: «Perché stai soffrendo e perché sei solo?». Il monaco rispose che essendo pigro per natura e incapace di sopportare la sofferenza che comporta il fornire cure mediche agli altri, non c'era nessuno che ora si prendesse cura di lui. Al che Shakyamuni rispose: «Buon uomo, mi occuperò io di te». Portò il monaco sofferente all'esterno, gli cambiò la biancheria sporca, lo lavò e gli fece indossare vestiti nuovi. Poi lo incoraggiò con convinzione a essere sempre diligente nella sua pratica religiosa, e il monaco recuperò subito uno stato fisico e mentale di benessere e gioia.
Dal mio punto di vista non fu solo la cura devota e inaspettata di Shakyamuni a influenzare in questo modo il monaco, quanto piuttosto il fatto che Shakyamuni lo incoraggiasse con lo stesso linguaggio severo ma caloroso che usava con gli altri discepoli in buona salute, che ravvivò in lui la fiamma della dignità che era molto vicina a spegnersi.
Questa storia è basata su un racconto contenuto in The Great Tang Dynasty Record of the Western Regions,10 ma quando la confrontiamo con la versione riportata in altri sutra, viene alla luce un ulteriore aspetto delle motivazioni di Shakyamuni: dopo essersi preso cura del monaco malato, si dice che abbia riunito gli altri monaci e abbia chiesto loro cosa sapessero delle sue condizioni. Come risultò, erano consapevoli della sua malattia e della gravità della sua condizione, e tuttavia nessuno di loro aveva fatto uno sforzo per fornirgli delle cure: i discepoli del Budda si giustificarono in termini quasi identici a quelli del monaco sofferente, dicendo che egli non si era mai occupato di nessuno di loro quando erano malati.
Ciò corrisponde alla logica della responsabilità personale così come viene spesso espressa in scenari contemporanei per negare la necessità di prendersi cura degli altri. Nel monaco sofferente questo atteggiamento alimentava sentimenti di rassegnazione, e negli altri discepoli si manifestava come un'arrogante giustificazione per il loro disinteresse, una logica che atrofizzava lo spirito del monaco malato e offuscava quello degli altri.
«Chiunque si prenda cura di me, dovrebbe prendersi cura dei malati». Con queste parole Shakyamuni cercò di dissipare le illusioni che offuscavano la mente dei suoi discepoli e di stimolarli a una comprensione corretta.
In altre parole, praticare la via del Budda significa condividere attivamente le gioie e le sofferenze degli altri: mai dare le spalle a chi è turbato e in difficoltà ma sentirsi toccati dalle esperienze degli altri come se fossero le proprie. Attraverso un simile impegno, non solo chi è direttamente afflitto dalla sofferenza ma anche chi la abbraccia empaticamente recupera il proprio senso di dignità.
La dignità innata della vita non si manifesta nell'isolamento, ma è attraverso il nostro attivo confronto con gli altri che la natura unica e insostituibile di ciascuno diventa evidente; allo stesso tempo la determinazione di proteggere quella dignità contro ogni attacco adorna le nostre vite e le fa risplendere.
Sostenendo l'uguaglianza fondamentale tra sé e un monaco malato, il Budda cercò di risvegliare le persone al fatto che il valore della vita umana rimane immutato nella malattia o nella vecchiaia, rifiutando di riconoscere distinzioni e discriminazioni basate su questi aspetti. In tal senso, considerare le sofferenze degli altri dovute alla malattia o alla vecchiaia come segni di sconfitta o di fallimento esistenziale non è solo un errore di valutazione, ma mina la dignità di tutti.
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Fede nelle possibilità illimitate della vita
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In qualità di Organizzazione non governativa (ONG) accreditata presso le Nazioni Unite, da lungo tempo la SGI promuove l'educazione ai diritti umani come una delle sue attività centrali; alla base di tali iniziative c'è un convincimento che affonda le sue radici nella filosofia buddista. Quando Shakyamuni affermava con insistenza: «Non chiedere del lignaggio, chiedi del comportamento», stava criticando la visione del mondo della sua epoca secondo cui le circostanze della nascita nella vita presente sono determinate dal karma accumulato nelle esistenze passate. Allo stesso tempo, attraverso l'analogia: «Da qualunque legno, in verità, nasce il fuoco...»,12 dichiarava che tutte le persone possiedono una condizione vitale innata di dignità suprema e che per questo sono fondamentalmente uguali e dotate di possibilità illimitate.
Una prospettiva fatalistica della vita priva chi discrimina gli altri di ogni opportunità per riflettere o interrogarsi sulle proprie azioni, e impedisce di farsi veramente spronare dalla voce della coscienza. Crea le condizioni per cui la società di fatto viene pervasa da un tragico disinteresse nei confronti dei diritti umani che toglie forza alle vittime della discriminazione, offuscando la consapevolezza del loro insostituibile valore e alimentando rassegnazione e senso di inutilità.
La visione secondo cui la situazione presente è irrevocabilmente determinata dalle cause passate mina il rispetto per la dignità della vita, sia per gli esecutori che per le vittime della discriminazione. Di conseguenza, Shakyamuni non poteva tralasciare questo punto: invitando a concentrarsi sul comportamento delle persone e non sulla loro nascita, voleva spiegare che la relazione tra causa ed effetto non è immutabile, ma che le nostre azioni e il nostro atteggiamento al momento presente diventano nuove cause che possono generare risultati totalmente nuovi. È per questa ragione che il vero valore di una persona si vede nelle sue azioni nell'attimo presente.
Inoltre l'insegnamento buddista dell'origine dipendente sottolinea la nostra interdipendenza, il fatto che tutte le cose esistono all'interno di una trama di reciproca influenza. Momento per momento il flusso di cause ed effetti stratificati si propaga attraverso questa rete di interdipendenza, influenzando gli altri e il nostro ambiente. Di conseguenza le nostre azioni in questo istante hanno il potere non solo di trasformarci, ma di creare una nuova cascata di reazioni e risultati positivi. È questa splendida capacità della vita - che esiste all'interno di tutte le persone a prescindere dalla loro condizione - che Shakyamuni stava cercando di comunicare con la frase: «Da qualunque legno, in verità, nasce il fuoco...».
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Una delle storie presentate nel DVD A Path to Dignity è quella di una donna turca costretta a sposarsi contro la propria volontà e diventata poi vittima della violenza del marito. Quando decise di divorziare, si ritrovò minacciata fisicamente non solo da lui ma anche dai membri della propria famiglia d'origine. Riuscì però a trovare rifugio presso un'organizzazione di donne che le fece recuperare la consapevolezza dei propri diritti e decise così di iniziare una nuova vita, dichiarando: «Mi sento forte... davvero tanto. Se potessi aiutare altre donne, allora sarei ancora più felice, ciò che desidero è essere un esempio».
Siamo di fronte a un episodio di educazione concreta ai diritti umani di inestimabile valore. Nel sorriso di questa donna che ha riguadagnato la forza di vivere percepiamo il calore della speranza e il potere della fiducia in se stessi che derivano dalla piena consapevolezza della propria dignità.
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(Traduzione di Cristina Proto)
Note
10) Cfr. Xuanzang, The Great Tang Dynasty Record of the Western Regions (Cronaca della grande dinastia Tang delle regioni occidentali), trad. di Li Rongxi, Numata Center for Buddhist Translation and Research, Berkley, 1996.
12) Friedrich Max Müller, The Sutta-nipata, in The Sacred Books of the East (I libri sacri dell'Oriente), Elibron, Massachusetts, 2005, vol. 10, parte 2, 4:9:462.