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Oltre il vegan: compassione, digiuno, rinnovamento, guarigione

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I pensieri di un uomo saggio verso gli animali si basano più sulla compassione e sull'amore fraterno che sulla paura, sul dominio, sulla rabbia, sulla superiorità o sull'interesse economico. Come gli esseri umani, gli animali condividono tutti le sofferenze universali della nascita, vecchiaia, malattia e morte, ma a differenza dell'uomo, sono incapaci di realizzare cosa sia bene e cosa sia male, cosa meritorio e cosa demeritorio. Pertanto, un essere umano senza tale realizzazione non sarebbe migliore di un animale.

Il termine "animale" è attribuito arbitrariamente dall'uomo e non si sa quale nome gli "animali" diano all'uomo. Se c'è, potrebbe forse essere "demone" o "orco" per descrivere la sua pratica abituale di uccidere indiscriminatamente, sia per cibo che per divertimento. Tale appellativo è in gran parte appropriato e ragionevole. È evidente quanti tra coloro che si definiscono "umani" siano in realtà così implacabili verso gli animali e verso altri esseri umani, ricorrendo spesso alla violenza e all'uccisione.

Gli umani alimentano i fuochi del pericolo e della paura sia nella società degli uomini che in quella degli animali. È per questo che gli animali, soprattutto quelli selvatici, sono istintivamente sospettosi degli uomini.

Molti credono che tutta la questione dell'essere vegan, erroneamente dipinta da alcuni come una "religione" per usare termini gentili, sia innanzitutto una questione etica, di rispetto della salute e dell'ambiente. Ciò è indubbiamente vero, tuttavia temo che questo sia un modo troppo raffinato di vedere la questione. In termini più grezzi e diretti, parlerei semplicemente di "legittima difesa". Nutrirsi delle sofferenze e della morte altrui provoca le proprie sofferenze e la propria morte. Tutto qua. Il resto sono solo ragionamenti.

Eppure non mi basta. Anche se l'orco di cui sopra riuscisse a entrare in contatto con la propria e altrui anima, comprese le anime dei fratelli e delle sorelle animali, e diventasse vegan a vita, avrebbe fatto solo il primo passo. Il secondo è quello di avere sufficiente consapevolezza da accorgersi che quasi tutte le malattie umane, fisiche e mentali, derivano non solo da "cosa" si mangia, ma anche da "quanto" e "con quale frequenza". Mangiare e bere tutti i giorni, più volte al giorno, attira i demoni, le malattie e la morte. Anche riporre la propria attenzione e fede solo nelle cose materiali, pur con tutte le buone intenzioni, spalanca le porte dell'inferno.

Digiuno e preghiera, digiuno e meditazione, digiuno e studio, digiuno e attività fisica all'aperto, soprattutto in mezzo alla natura, sono componenti inseparabili e indispensabili di ogni rinnovamento. Se questi mancano, ne consegue inevitabilmente la morte, tanto del singolo individuo quanto di un intero popolo. Se invece ci sono e sono praticati consapevolmente, la guarigione arriva spontaneamente.

Suggerisco la lettura di "20 Domande Sul Digiuno Secco" (Vera Giovanna Bani, Sergej Filonov). Una parte di queste riflessioni l'ho tratta dalla biografia di Luang Pu Mun, sez. "The Dhutanga Observances", pag. 37 e seguenti. Restando in tema, segnalo anche il mio libro "Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace".

(21 aprile 2026)

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