L’Europa discute un limite d’età, ma non ha ancora scelto quale
Il 26 novembre 2025 il Parlamento Europeo ha approvato, con 483 voti favorevoli, una relazione non legislativa che propone un’età minima ordinaria di sedici anni per accedere ai social network, alle piattaforme di condivisione video e ai sistemi di intelligenza artificiale destinati alla compagnia personale. Fra tredici e sedici anni l’accesso sarebbe consentito con l’autorizzazione dei genitori. Non si tratta, però, di una legge già vigente, bensì di un indirizzo politico rivolto alla Commissione Europea e agli Stati membri [1].
Nel luglio 2026 il gruppo di esperti incaricato dalla Commissione Europea ha indicato una soluzione in parte diversa: una restrizione comune nell’Unione per i minori di tredici anni, accesso limitato e sorvegliato durante l’infanzia e progressiva autonomia durante l’adolescenza, purché i servizi siano adeguati all’età e sicuri per progettazione. La Commissione Europea ha dichiarato che valuterà le raccomandazioni e presenterà le proprie proposte. Parlare di un “divieto Europeo sotto i sedici anni” descrive dunque una direzione politica reale, ma non ancora una norma definita: il Parlamento Europeo ha proposto sedici anni; il gruppo di esperti ha indicato tredici anni come soglia comune minima, lasciando agli Stati la possibilità di adottarne una più alta [2], [3].
La difficoltà tecnica dell’accertamento dell’età è evidente, ma non è il problema che qui ci interessa maggiormente. Basti ricordare che nel maggio 2025 la Commissione Europea ha aperto procedimenti contro Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos, sospettati di non avere adottato misure adeguate per impedire l’accesso dei minorenni. Se ancora si discute dell’efficacia dei controlli su siti il cui contenuto è inequivocabilmente riservato agli adulti, sarebbe ingenuo immaginare che una soglia anagrafica applicata a migliaia di servizi globali possa diventare rapidamente impermeabile [7].
Questo non rende inutile ogni limite d’età. Una restrizione può ridurre l’esposizione, attribuire alle piattaforme obblighi più severi e segnalare socialmente che certi ambienti non sono adatti all’infanzia. Ma il divieto, preso da solo, non risponde alla domanda decisiva:
Da che cosa vogliamo realmente proteggere preadolescenti e adolescenti?
Un divieto non funziona se chi lo rispetta viene escluso dal gruppo
L’esperienza australiana mostra uno dei principali ostacoli. Quattro mesi dopo l’entrata in vigore del divieto per i minori di sedici anni, un documento di lavoro del Becker Friedman Institute dell’Università di Chicago ha rilevato che solo circa un quarto dei quattordicenni e quindicenni intervistati dichiarava di rispettarlo. La maggioranza riteneva che i propri coetanei continuassero a usare le piattaforme; inoltre, chi rispettava il divieto veniva percepito come meno popolare. Gli adolescenti affermavano che avrebbero smesso più facilmente se lo avesse fatto circa due terzi del loro gruppo di riferimento [6].
Lo studio è recente, circoscritto e non ancora sufficiente per giudicare definitivamente la politica australiana. È però importante perché mostra che la partecipazione ai social non è una scelta puramente individuale. Quando il gruppo-classe, gli amici e le relazioni sentimentali si organizzano su una piattaforma, non partecipare comporta un costo sociale. La connessione diventa obbligatoria non per legge, ma per effetto della norma collettiva.
È ciò che nella tesi L’era della persuasione tecnologica ho definito «principio comunitario» e, più in generale, «obbligatorietà della connessione»: la tecnologia costruisce una realtà sociale nella quale chi non utilizza determinati strumenti rischia di essere escluso dalle conversazioni, dagli appuntamenti, dai simboli e dai rituali condivisi. Il dispositivo non è più soltanto un mezzo posseduto dall’individuo; diventa una condizione informale di appartenenza [5].
Un divieto facilmente aggirabile può perciò produrre un paradosso: lasciare collegati gli adolescenti più influenti e meno controllati, isolando proprio quelli che obbediscono ai genitori o alla legge. La questione tecnica si trasforma immediatamente in una questione psicosociale. Finché la maggioranza significativa del gruppo continuerà a trovarsi online, il singolo ragazzo dovrà scegliere fra la regola e l’appartenenza.
I social non sono strumenti neutrali
Il dibattito pubblico continua spesso a trattare i social come contenitori nei quali possono comparire contenuti buoni o cattivi. È una rappresentazione insufficiente. Un social network è contemporaneamente un mezzo di comunicazione, un mercato pubblicitario, un sistema di sorveglianza, un meccanismo reputazionale e un ambiente progettato per modificare il comportamento.
Le tecnologie persuasive sono tecnologie costruite per influenzare atteggiamenti, scelte e abitudini. Non si limitano a rendere possibile un’azione: la suggeriscono, la facilitano, la premiano e cercano di renderla ripetitiva. Lo scorrimento senza fine, la riproduzione automatica dei video, le notifiche persistenti, i contatori pubblici, i suggerimenti personalizzati e gli inviti a tornare sulla piattaforma non sono decorazioni. Sono parti dell’architettura comportamentale.
È il nucleo della cosiddetta economia dell’attenzione: il tempo dell’utente, le sue reazioni, i suoi dati e le sue relazioni vengono trasformati in valore economico. L’interesse commerciale della piattaforma non coincide necessariamente con il benessere dell’utente. Per un’impresa finanziata dalla pubblicità, un adolescente insoddisfatto che ritorna continuamente a controllare il proprio profilo può essere più redditizio di un adolescente sereno che spegne il telefono.
La tesi da me formulata sulla persuasione tecnologica proponeva già un criterio etico essenziale: non basta domandarsi per quale scopo dichiarato sia stata progettata una tecnologia; occorre verificare come venga effettivamente usata, quali comportamenti produca, chi ne ricavi vantaggio e su chi ricadano i danni. Queste domande diventano ancora più urgenti quando non si esamina una singola applicazione, ma un ambiente gestito da poche imprese e capace di incidere sulla vita di miliardi di persone [5].
Il rapporto europeo del 2026 adotta finalmente un’impostazione simile: considera responsabili in primo luogo i fornitori dei servizi e afferma che l’onere di dimostrare la sicurezza dovrebbe ricadere sulle piattaforme, non sui bambini, sui genitori o sui regolatori [3]. È un rovesciamento importante. Non si dovrebbe mettere sul mercato un ambiente potenzialmente nocivo per i minori e poi pretendere che siano loro a difendersi, grazie a una forza di volontà che proprio quell’ambiente cerca sistematicamente di indebolire.
L’effetto simile a una dipendenza: ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo
L’espressione «i social sono una droga» coglie un aspetto reale, ma va usata con precisione. Non esiste una dimostrazione secondo cui ricevere un “mi piace” abbia effetti identici all’assunzione di una sostanza stupefacente. Esistono, invece, comportamenti problematici caratterizzati da perdita di controllo, astinenza psicologica, trascuratezza di altre attività e conseguenze negative nella vita quotidiana.
Nel 2022 lo studio internazionale HBSC, coordinato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha coinvolto quasi 280.000 ragazzi di undici, tredici e quindici anni in 44 paesi e regioni. L’11 per cento mostrava un uso problematico dei social con sintomi analoghi a quelli delle dipendenze, rispetto al 7 per cento registrato nel 2018. Il dato non autorizza a definire “dipendente” ogni adolescente che trascorre molte ore online, ma mostra che il fenomeno clinicamente rilevante esiste e non riguarda una minoranza trascurabile [8].
Gli studi di neuroimmagine aiutano a comprenderne alcuni meccanismi. In un esperimento con risonanza magnetica funzionale — una tecnica che osserva indirettamente quali aree cerebrali risultano più attive durante un compito — gli adolescenti erano più propensi ad approvare fotografie che apparivano già molto apprezzate dai coetanei. Le immagini con molti “mi piace” attivavano maggiormente aree associate alla ricompensa, all’attenzione, all’imitazione e alla cognizione sociale. Quando le immagini raffiguravano condotte rischiose, risultava inoltre ridotta l’attività delle reti coinvolte nel controllo cognitivo [9].
Un successivo studio longitudinale su 169 studenti ha osservato che l’abitudine a controllare frequentemente Facebook, Instagram e Snapchat era associata, nell’arco di tre anni, a traiettorie differenti della sensibilità cerebrale all’attesa di approvazioni e punizioni sociali. Gli stessi autori hanno però precisato che l’associazione non dimostra un rapporto causale: è possibile che caratteristiche preesistenti rendano alcuni ragazzi più inclini sia al controllo compulsivo sia a determinate risposte neurali [10].
Il punto non è quindi sostenere un’equivalenza semplicistica fra Instagram e una sostanza. Il punto è che le piattaforme industrializzano il bisogno umano di riconoscimento. L’approvazione viene resa numerica, pubblica, continuamente confrontabile e distribuita in maniera intermittente. Il ragazzo non sa quando arriverà una gratificazione, una critica o un’esclusione e viene indotto a controllare ripetutamente.
La persuasione più efficace è quella che non viene percepita come persuasione. L’utente crede di stare liberamente scegliendo di aprire l’applicazione, mentre il sistema ha costruito notifiche, ricompense, timori di esclusione e automatismi proprio per rendere quella scelta estremamente probabile.
Dal «comunico dunque sono» al «sono visto dunque sono»
Nell’adolescenza non è in gioco soltanto il tempo. È in gioco la formazione dell’identità.
I social hanno trasformato ogni esperienza in materiale potenzialmente pubblicabile. Un viaggio, un pasto, un’amicizia, un’emozione, una relazione sentimentale e persino un momento di dolore possono essere immediatamente fotografati, commentati e valutati. La rappresentazione dell’esperienza tende a sovrapporsi all’esperienza stessa.
Nella tesi Solitudine e Contesti Virtuali ho proposto una distinzione fondamentale fra solitudine reale e solitudine percepita. La prima indica il trovarsi fisicamente soli; la seconda consiste nel sentirsi privi delle relazioni desiderate, anche in mezzo ad altre persone. È soprattutto questa discrepanza soggettiva — tra i rapporti di cui si avrebbe bisogno e quelli effettivamente disponibili — a compromettere il benessere. Si può stare bene da soli e sentirsi disperatamente soli in una chat affollata [4].
La connessione continua promette di eliminare ogni intervallo di solitudine, ma rischia di renderci meno capaci di abitarlo. Si cerca il dispositivo non soltanto per comunicare qualcosa, ma per sentirsi vivi attraverso una risposta esterna. La comunicazione diviene così una conferma ontologica: non più soltanto «penso, dunque sono», ma «comunico, dunque sono» [4].
Nella tesi L’era della Persuasione Tecnologica, ho portato questa trasformazione un passo oltre. Quando l’identità personale dipende dalle pubblicazioni, dalle connessioni e dalle reazioni ottenute, al «condivido dunque sono» si sostituisce il più esatto «sono visto dunque sono». Mostrarsi non è più un’attività fra le altre: diventa una prova della propria esistenza sociale [5].
Questa dinamica è particolarmente potente nei giovanissimi, che stanno ancora cercando di capire chi siano. Il profilo offre una risposta pronta: sei ciò che riesci a esibire e ciò che gli altri premiano. L’identità viene esternalizzata e affidata a metriche possedute da un’impresa privata.
Il rischio non consiste soltanto nella ricerca narcisistica di popolarità. Consiste nella dipendenza da uno specchio sociale incessante. Un’identità costruita quasi esclusivamente attraverso lo sguardo altrui diventa fragile, perché ogni silenzio appare come irrilevanza, ogni esclusione come inesistenza e ogni critica come attacco all’intera persona.
Cyberbullismo: quando l’umiliazione occupa tutto lo spazio sociale
Il cyberbullismo è una forma di aggressione realizzata attraverso messaggi, immagini, profili, gruppi o altri strumenti digitali. Non è semplicemente il bullismo tradizionale trasferito su uno schermo. Può raggiungere la vittima in qualunque luogo e orario; può coinvolgere un pubblico enorme; può essere anonimo; può conservare, replicare e modificare indefinitamente il materiale offensivo.
Una metanalisi pubblicata su JAMA Pediatrics, comprendente 34 studi sull’ideazione suicidaria e nove sui tentativi di suicidio, ha riscontrato che la vittimizzazione fra pari era associata a probabilità più che doppie di pensieri suicidari e tentativi. Nei dati esaminati, il cyberbullismo presentava un’associazione con l’ideazione suicidaria più forte rispetto al bullismo tradizionale [11]. Associazione non significa automatismo causale: il suicidio è sempre un esito multifattoriale. Significa però che il fenomeno è un serio fattore di rischio e non una semplice “lite fra ragazzi”.
La vittima non subisce soltanto un insulto. Può percepire di avere perso il proprio posto nel gruppo. Durante l’adolescenza l’identità è fortemente legata alla reputazione fra i pari; quando l’umiliazione viene resa pubblica e misurabile, il danno assume una dimensione esistenziale. Non è più soltanto «mi hanno fatto qualcosa», ma «davanti a tutti sono diventato quella cosa».
Un’età minima non basta a risolvere questo problema. Il cyberbullismo può migrare verso servizi di messaggistica, videogiochi, gruppi scolastici e piattaforme formalmente non considerate social network. Occorrono responsabilità educative, interventi scolastici tempestivi, procedure di rimozione rapide e adulti capaci di riconoscere che la violenza digitale è reale nelle sue conseguenze.
Disturbi alimentari, auto-presentazione sessualizzata e auto-oggettivazione
Neppure la promozione dei disturbi alimentari può essere considerata un problema definitivamente risolto. I contenuti definiti pro-ana — abbreviazione utilizzata per indicare materiali che presentano l’anoressia, la magrezza estrema o le pratiche alimentari restrittive come ideali da perseguire — possono evitare i controlli attraverso parole alterate, immagini, simboli e nuovi codici.
Il rapporto europeo avverte che i sistemi di raccomandazione possono introdurre un minore in una sequenza apparentemente interminabile di contenuti riguardanti disturbi alimentari, autolesionismo o suicidio. È il cosiddetto effetto “tunnel”: dopo un’interazione iniziale, l’algoritmo propone materiale sempre più omogeneo e intenso, perché ha appreso che trattiene l’attenzione [3].
Uno studio sperimentale del 2024 ha esposto 273 giovani donne fra diciotto e ventotto anni a contenuti neutrali o favorevoli all’anoressia. Il secondo gruppo ha mostrato il maggiore calo immediato della soddisfazione per il proprio corpo e una maggiore interiorizzazione degli ideali estetici sociali. Il campione non era composto da minorenni e non permette quindi di trasferire automaticamente i risultati alle adolescenti; dimostra tuttavia che anche un’esposizione breve può modificare nell’immediato la percezione corporea. Gli autori hanno inoltre rilevato che i contenuti riescono ancora ad aggirare le misure adottate dalle piattaforme [12].
A questo problema si collega l’auto-presentazione sessualizzata: la costruzione pubblica della propria immagine mettendo in primo piano l’attrattiva sessuale come mezzo per ottenere attenzione, approvazione o status. Non va confusa con la sessualità adolescenziale, che appartiene allo sviluppo della persona e non deve essere trattata in termini moralistici. Il problema sorge quando un sistema commerciale insegna che il valore sociale dipende dalla capacità di rendere il proprio corpo visibile e desiderabile.
L’auto-oggettivazione è il processo attraverso cui una persona impara a guardare il proprio corpo prevalentemente dalla prospettiva di un osservatore esterno, valutandolo come oggetto da mostrare anziché come parte vissuta di sé. Il rapporto europeo associa l’esposizione ripetuta a corpi idealizzati a maggiore insoddisfazione corporea, auto-oggettivazione e, in alcuni casi, desiderio di ricorrere alla chirurgia estetica. Le adolescenti risultano particolarmente esposte [3].
Questa economia della visibilità crea inoltre occasioni per l’adescamento progressivo, spesso indicato con il termine inglese grooming. L’aggressore conquista gradualmente la fiducia del minore, costruisce una relazione privilegiata, ne raccoglie informazioni intime, cerca di allontanarlo dalle persone che potrebbero proteggerlo e aumenta progressivamente le richieste.
L’adescamento può condurre all’estorsione sessuale, o sextortion: la minaccia di diffondere fotografie o video intimi per ottenere denaro, altro materiale sessuale o obbedienza. Può essere aggravato dai deepfake, cioè immagini, audio o video generati o manipolati artificialmente per attribuire falsamente a una persona un corpo, un comportamento o parole che non le appartengono. In tutti questi casi la responsabilità è dell’aggressore e dell’ambiente che ne facilita l’azione, non del minore che ha cercato attenzione, affetto o approvazione. La Commissione Europea rileva che social network, servizi di messaggistica e piattaforme di gioco vengono sistematicamente usati per stabilire il primo contatto e che la manipolazione online può tradursi in abuso offline [3].
Il debito sociale lasciato dalle restrizioni del 2020–2022
Esiste poi un punto politicamente scomodo che non dovrebbe essere rimosso dalla discussione. La stessa sfera politico-istituzionale che oggi riscopre il valore dello sport, delle relazioni in presenza, della scuola e delle comunità reali ha contribuito, durante il triennio della dichiarata pandemia, a limitarli drasticamente.
Non sempre si tratta materialmente delle stesse persone o degli stessi organi legislativi. Si tratta però dello stesso sistema pubblico che, fra il 2020 e il 2022, ha chiuso o limitato scuole, attività sportive, oratori, associazioni, feste, incontri e rituali di passaggio. Quelle decisioni furono assunte in una situazione di presunta emergenza sanitaria per un virus per lo più innocuo sui più giovani; ciò ha comportato costi evolutivi, relazionali ed esistenziali.
Una metanalisi condotta su 29 studi e oltre 80.000 bambini e adolescenti ha stimato, nel primo anno della dichiarata pandemia, sintomi depressivi clinicamente elevati nel 25,2 per cento dei giovani e sintomi ansiosi nel 20,5 per cento: circa il doppio delle stime precedenti alla dichiarata pandemia [13].
Una successiva revisione sistematica di 24 studi longitudinali ha rilevato soprattutto un aumento dei problemi interiorizzanti, come ansia e depressione, e un declino della qualità della vita che non si è necessariamente risolto con la fine delle chiusure. Gli autori ricordano che distanziamento, restrizioni agli incontri, didattica a distanza e riduzione dell’attività fisica limitarono le possibilità di socializzazione e interazione fra pari [16].
Sarebbe scientificamente scorretto sostenere che le restrizioni abbiano causato direttamente gli episodi di violenza giovanile osservati alcuni anni dopo. Gli studi disponibili non dimostrano una catena causale del tipo «isolamento durante la dichiarata pandemia, quindi violenza». Durante la dichiarata pandemia agirono contemporaneamente paura, lutti, conflitti familiari, precarietà economica, interruzioni scolastiche, aumento del tempo trascorso davanti agli schermi e riduzione dei servizi psicologici.
Sarebbe però altrettanto scorretto espellere il triennio della dichiarata pandemia dal quadro interpretativo. Una generazione è stata privata, in una fase non ripetibile dello sviluppo, di esperienze fondamentali per la costruzione dell’autonomia, della fiducia, della corporeità e dell’identità sociale. Le finestre evolutive non sono file informatici che possano essere recuperati in seguito senza residui.
La violenza può essere uno dei molti possibili esiti di una fragilità accumulata, ma non è l’unico e neppure il più frequente. Molto più comuni sono ansia, depressione, ritiro sociale, dispersione scolastica, dipendenze, disturbi alimentari e incapacità di immaginare il futuro. Una politica seria dovrebbe riconoscere questo debito sociale e investire nella sua riparazione, invece di comportarsi come se la storia dei ragazzi fosse iniziata con l’ultima applicazione installata.
La radice comune: solitudine e perdita di senso
Cyberbullismo, uso compulsivo, disturbi alimentari, auto-oggettivazione e reclutamento violento sembrano problemi distinti. In realtà possono condividere una medesima vulnerabilità di fondo: la necessità di essere riconosciuti, di appartenere e di attribuire un significato alla propria esistenza.
La solitudine estrema non è semplicemente assenza di compagnia. È la sensazione di essere irrilevanti, sostituibili e non necessari a nessuno. È possibile avere centinaia di contatti e non avere una persona alla quale affidare la propria sofferenza. La comunicazione continua può diventare uno pseudo-contatto che riempie temporaneamente il vuoto senza trasformarlo in una relazione significativa.
Il rapporto fra solitudine e social è bidirezionale. L’isolamento può spingere a cercare legami online; contemporaneamente, il confronto permanente, la rappresentazione idealizzata di sé e lo scorrimento passivo possono accrescere solitudine, stress e sintomi depressivi. Le piattaforme possono certamente offrire relazioni autentiche e sostegno, soprattutto a chi non li trova nel proprio ambiente. Ma non ogni connessione è una relazione e non ogni comunità produce appartenenza stabile [3].
Nella tesi Solitudine e Contesti Virtuali osservo che la connessione costante può essere più un sintomo che una cura: la tecnologia viene cercata per evitare l’esperienza della solitudine, ma l’incapacità di stare con se stessi rende ancora più dipendenti dalla conferma esterna. L’uso prevalente della comunicazione tecnomediata può inoltre accompagnarsi a maggiori ansie sociali e a minori competenze nelle relazioni faccia a faccia [4].
Qui emerge il limite più profondo di qualunque divieto. Togliere una piattaforma non attribuisce automaticamente significato alla vita di un ragazzo. Non gli offre amicizie, responsabilità, una storia condivisa, un ruolo nella comunità o la percezione di essere necessario.
Quando questi elementi mancano, una comunità online distruttiva può presentarsi come una soluzione. Offre un nome nuovo, un linguaggio riservato agli iniziati, una spiegazione della sofferenza, un nemico al quale attribuirla, una missione e una gerarchia nella quale conquistare uno status.
Il contenuto ideologico può persino essere incoerente. Ciò che conta è la funzione psicologica: trasformare l’impotenza in importanza.
Quando il gruppo trasforma l’appartenenza in violenza
Le teorie psicologiche della radicalizzazione descrivono spesso l’interazione di tre elementi: un bisogno di significatività personale, una narrazione che indica come riconquistarla e una rete sociale che convalida quella narrazione [14], [15].
Il bisogno può nascere da umiliazione, esclusione, fallimento, perdita di status o semplice sensazione di non contare nulla. La narrazione sostiene che esista una causa, un nemico o un atto capace di riscattare l’individuo. La rete offre approvazione, modelli, pressioni e riconoscimento.
Nessuno di questi elementi, isolatamente, produce necessariamente violenza. La stragrande maggioranza dei giovani soli, depressi o arrabbiati non diventa violenta. La solitudine non è una diagnosi di pericolosità. La trasformazione avviene quando una comunità specifica fornisce alla fragilità una direzione, legittima l’aggressione e rende il riconoscimento dipendente da prove sempre più estreme.
Il caso delle reti riconducibili a “764”, esaminato anche nel rapporto europeo, mostra questo processo in forma radicale. Secondo le ricostruzioni giudiziarie riportate, gli aggressori stabiliscono rapidamente dipendenze emotive, isolano progressivamente le vittime dai sostegni esterni, utilizzano minacce, manipolazioni e ricatti e impongono comandi via via più pericolosi. Alcuni minori vengono costretti a filmare atti degradanti e ad adottare l’ideologia nichilista del gruppo come forma distorta di convalida; le vittime possono essere ricattate affinché coinvolgano a loro volta altre persone [3].
Per estremismo violento nichilista si intendono ambienti nei quali la violenza, l’umiliazione e la conquista di status possono essere più importanti di una dottrina politica coerente. Non è sempre necessario credere veramente nel nazismo, nel jihadismo o nel satanismo evocato dai simboli. Le ideologie possono essere usate come repertori estetici, strumenti di provocazione e linguaggi di appartenenza.
Il gruppo chiede una prova. La violenza diventa un segnale costoso di fedeltà: un’azione difficile da fingere che dimostra di non essere un semplice spettatore. La progressione assomiglia alla ludicizzazione, cioè all’applicazione di dinamiche tipiche del gioco — sfide, livelli, riconoscimenti e avanzamenti — a comportamenti che gioco non sono. Anche quando non esiste una classifica formalizzata, ogni comando eseguito rafforza il legame e rende più difficile tornare indietro.
Il ragazzo non agisce necessariamente perché possiede una convinzione ideologica profonda. Può agire perché quella è diventata l’unica comunità nella quale viene riconosciuto. La violenza non è soltanto il fine del gruppo: è il prezzo dell’identità ricevuta.
Perché affrontare separatamente i singoli danni non basta
È necessario contrastare il cyberbullismo, rimuovere i contenuti favorevoli all’anoressia, impedire l’adescamento, limitare le funzioni compulsive e intervenire contro il reclutamento violento. Ma affrontare ogni elemento come problema autonomo rischia di lasciare intatta la macchina che li collega.
La stessa architettura può:
- trasformare l’attenzione in profitto;
- trasformare il confronto in insoddisfazione;
- trasformare il corpo in materiale promozionale;
- trasformare l’umiliazione in spettacolo;
- trasformare la sofferenza in interazione misurabile;
- trasformare il bisogno di riconoscimento in dipendenza;
- trasformare l’appartenenza in obbedienza;
- trasformare la violenza documentata in reputazione.
La varietà dei danni non deriva da una coincidenza. Deriva dal fatto che i social concentrano in un unico ambiente bisogni affettivi, identità, reputazione, mercato, intrattenimento e controllo sociale.
Un singolo provvedimento non è necessariamente inutile, ma è radicalmente insufficiente. Un limite d’età può essere una barriera cautelare; non è una politica dell’adolescenza.
Una politica adeguata deve intervenire su più livelli
La prima responsabilità spetta alle piattaforme. I servizi destinati anche ai minori dovrebbero essere sicuri per progettazione, non resi apparentemente sicuri mediante avvisi che nessuno legge. Ciò significa profili privati per impostazione predefinita, impossibilità per adulti sconosciuti di contattare direttamente i minori, forti limitazioni alla raccolta dei dati, sistemi rapidi di segnalazione, algoritmi non ottimizzati esclusivamente per l’interazione, interruzione delle spirali di contenuti su autolesionismo e disturbi alimentari e disattivazione delle funzioni compulsive.
La seconda responsabilità è della scuola. L’educazione digitale non può ridursi a raccomandare di non comunicare la password. Deve insegnare come funzionano la persuasione, la profilazione, la reputazione online, il confronto sociale e i sistemi di raccomandazione. Deve inoltre offrire spazi di relazione non mediata, riconoscere tempestivamente bullismo e ritiro sociale e disporre di servizi psicologici ed educativi realmente accessibili.
La terza responsabilità è della famiglia. La sorveglianza tecnica, da sola, sposta il comportamento su un secondo profilo o su un altro dispositivo. La protezione più efficace nasce quando un adolescente può raccontare di essere stato ricattato, umiliato o manipolato senza temere di essere immediatamente colpevolizzato e privato di ogni relazione.
La quarta responsabilità appartiene alla comunità. Sport, musica, volontariato, laboratori, biblioteche, associazioni e spazi giovanili non sono ornamenti da finanziare quando avanza denaro. Sono infrastrutture preventive. Permettono di conquistare competenza, riconoscimento e responsabilità senza trasformare il corpo in contenuto o la violenza in prova di coraggio. Lo stesso rapporto europeo raccomanda di ampliare l’accesso economicamente sostenibile allo sport, alle arti, ai centri giovanili, alle biblioteche e agli spazi comunitari [3].
Infine, occorre pagare il debito lasciato dal triennio della dichiarata pandemia: assistenza psicologica, recupero scolastico, contrasto alla dispersione, ricostruzione delle reti associative e attenzione specifica ai ragazzi che hanno attraversato gli anni decisivi della crescita in condizioni di isolamento e iperconnessione.
Proteggere significa restituire un senso
I social non hanno inventato la solitudine, l’umiliazione, la violenza o la ricerca di status. Hanno però costruito un sistema capace di intercettare questi elementi, misurarli, amplificarli e monetizzarli con una velocità senza precedenti.
Il problema non è semplicemente che gli adolescenti trascorrano troppo tempo davanti a uno schermo. È che, dentro quello schermo, possono trovare il principale tribunale della propria reputazione, il luogo nel quale costruiscono l’identità, la misura del proprio valore e, nei casi estremi, una comunità pronta a convertire la sofferenza in odio.
Vietare l’accesso fino a una certa età può concedere tempo. Ma il tempo liberato deve essere riempito da qualcosa che abbia maggiore forza attrattiva della piattaforma. Se fuori dalla rete il ragazzo trova soltanto competizione, precarietà, adulti assenti, istituzioni screditate e nessun ruolo significativo, il divieto proteggerà poco e forse soltanto temporaneamente.
La protezione autentica non consiste esclusivamente nel sottrarre. Consiste nell’offrire ciò che le comunità distruttive promettono in forma contraffatta: identità, appartenenza, responsabilità, riconoscimento e scopo.
Una società che lascia un adolescente senza ragioni per sentirsi necessario e poi si limita a chiudergli un account interviene sul sintomo terminale. Il compito più difficile è costruire luoghi nei quali possa essere visto senza esibirsi, accolto senza obbedire e riconosciuto senza dover fare del male a se stesso o agli altri.
Riferimenti bibliografici e documentali
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https://commission.europa.eu/topics/digital-economy-and-society/protecting-children-online/special-panel_en - European Commission, “Child Safety Online: Protecting and Empowering Minors in a Digital World”, rapporto finale del gruppo speciale, luglio 2026.
https://commission.europa.eu/document/download/d833504d-5ec3-4fac-945f-38e7d0bd5326_en?filename=Special-panel-report.pdf - Francesco Galgani, “Solitudine e contesti virtuali”, tesi in Psicologia della Personalità, 2014.
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