Per la cornice teorica di riferimento, e in particolare per l’approccio graduale e non violento verso se stessi, rimando prima di tutto a Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti. È all’interno di questa prospettiva — legata al lavoro di Nicolas Pilartz e alla sua idea di transizione progressiva — che ha senso parlare della masticazione non semplicemente come funzione fisica, ma come abitudine profondamente radicata, capace di riattivare automatismi "bestiali" che magari credevamo già superati.
Chi ha trascorso periodi ad alimentazione liquida lo sa: a volte il problema non è la fame. Il corpo può ricevere ciò di cui ha bisogno attraverso succhi, frullati, creme, zuppe o altre forme liquide e, nonostante questo, può emergere un impulso molto preciso: voglio masticare qualcosa. È un desiderio diverso dalla necessità di nutrirsi. Ha a che fare con il gesto, con la consistenza, con il primo impatto del sapore, con la memoria e con il rituale.
È qui che l’espressione di Nicolas Pilartz sul rischio di “risvegliare la bestia” diventa particolarmente efficace. Non c’è bisogno di interpretarla in senso moralistico, come se il corpo fosse un nemico. La “bestia”, in questo contesto, è l’insieme degli automatismi che possono riprendere rapidamente il comando: il bisogno di sentire qualcosa sotto i denti, il richiamo del gusto, l’associazione tra cibo e consolazione, la voglia di continuare dopo il primo boccone. È una parte di noi che non ragiona in termini di reale necessità, ma di ripetizione di un comportamento conosciuto.
La masticazione come interruttore
Una delle testimonianze più esplicite che ho trovato è un lungo resoconto personale in spagnolo, “Vivere di luce-prana: il processo di 21 giorni”. L’autore dedica un’intera sezione a quella che chiama “la dipendenza dalla masticazione”.
Racconta che, dopo un periodo senza solidi, aveva ricominciato a masticare della frutta pensando che non vi fosse una differenza sostanziale tra ridurla in polpa con i denti o con un frullatore. La sua esperienza fu invece diversa: scrive che la masticazione gli fece tornare “fame e ansia” e riemergere vecchie tendenze alla golosità. Poco dopo formula l’idea in modo ancora più netto: “La sola masticazione innesca l’abitudine di mangiare solidi”.
È un’osservazione importante perché sposta il problema dal cibo al gesto. Non è necessariamente ciò che entra nello stomaco a riattivare l’antico schema: può bastare il ritorno della bocca alla sua vecchia funzione di ricerca, triturazione e piacere. Nello stesso testo, l’autore descrive il desiderio di masticare e sentire sapori come qualcosa che può restare costante anche quando il bisogno alimentare viene percepito come già superato.
La sua immagine degli impulsi interiori è quasi perfettamente sovrapponibile alla metafora della “bestia”. In un passaggio racconta che mente ed emozioni “assaltarono la cucina come due lupi famelici”, arrivando a masticare il cibo e poi sputarlo, pur di soddisfare temporaneamente il bisogno di masticare e sentire sapori. Altrove parla di parti interiori golose e istintive che tentano di tornare al comando. Il punto non è combatterle con violenza: il punto è riconoscerle mentre si attivano.
Deprogrammare il piacere della masticazione
Un’altra formulazione molto chiara compare in un testo francese di Marie-Odile Sansault, “La nascita del divinoumano. Raccolta di indicazioni per l’unificazione – volume 2”, a pag. 16. Parlando dell’esperienza di un periodo ad alimentazione esclusivamente liquida, Sansault scrive: «Prima di tutto, bisogna deprogrammare il piacere della masticazione».
La parola interessante è proprio deprogrammare. Non reprimere, non proibire, non dichiarare guerra al corpo: deprogrammare. Cioè interrompere per un tempo sufficientemente significativo l’associazione automatica tra nutrimento, piacere orale e movimento della mandibola, fino a poter osservare quella sequenza dall’esterno.
Per chi pratica un’alimentazione liquida o una transizione pranica, questo può diventare un lavoro molto intimo. Finché si continua a masticare ogni giorno, il gesto resta invisibile perché coincide con la normalità. Quando invece si passa un periodo senza masticare, il gesto emerge come oggetto di coscienza. Ci si accorge di quanto spesso la bocca chieda attività anche in assenza di una vera richiesta di nutrimento.
Quando il gusto diventa il cuneo che riapre la porta
La stessa dinamica compare nella testimonianza in inglese di Ladislav R. Hanka, “Vivere di luce: testimonianza sulla vita da respiriano / pranico”. Hanka distingue nettamente la fame dall’impulso più sottile che può riportare al vecchio modo di mangiare.
Secondo la sua esperienza, la fame può passare in secondo piano mentre restano i sapori, la curiosità e il piacere sensoriale. Paragona questo ritorno a ciò che accade con vecchie dipendenze: una piccola concessione può apparire innocua, ma alcuni sapori possono diventare, nelle sue parole, “il cuneo che ci riporta a mangiare come prima”, cioè il primo passo che può riportarci gradualmente alle vecchie abitudini alimentari.
Questa immagine è utile perché descrive bene il meccanismo soggettivo. La masticazione non deve necessariamente provocare subito una grande abbuffata. Può semplicemente riaprire una porta mentale: oggi assaggio, domani mastico qualcosa, dopodomani mi torna in mente un piatto particolare, poi ricompare l’idea di averne bisogno. Il punto della deprogrammazione è impedire che un automatismo torni a presentarsi come una necessità.
Il bisogno di masticare può essere distinto dalla fame
Che il desiderio di masticare possa essere vissuto come qualcosa di autonomo rispetto alla fame compare anche fuori dall’ambiente pranico. In un resoconto in prima persona pubblicato da Nebraska Medicine, “Ansia da colonscopia? Un resoconto in prima persona di cosa aspettarsi”, l’autrice racconta la giornata trascorsa ad alimentazione esclusivamente liquida prima dell’esame e osserva che “non ci volle molto perché cominciassi a sentire la mancanza della masticazione”.
Ancora più esplicita è una testimonianza pubblicata nel forum Reddit “Consigli per la fase senza masticazione (dieta liquida)?”. L’autrice spiega che la parte psicologicamente più difficile non era tanto bere liquidi, quanto il non poter masticare: descrive un “impulso inquietante a masticare qualcosa, qualsiasi cosa”, tanto da aver pensato di masticare del cibo e poi sputarlo senza inghiottirlo.
Sono testimonianze provenienti da contesti completamente diversi da quello pranico, ma proprio per questo sono interessanti: mostrano quanto il gesto possa essere percepito come bisogno a sé. Nell’ottica pranica, questa distinzione è preziosa perché permette di domandarsi, ogni volta che nasce un impulso: sto chiedendo nutrimento, oppure sto chiedendo un’esperienza orale conosciuta?
Che cosa si guadagna deprogrammando
Il primo beneficio è la chiarezza. Quando la masticazione smette di essere quotidiana, diventa più facile riconoscere quanto del nostro rapporto con il cibo appartenga alla fame e quanto invece alla memoria, alla noia, alla compensazione emotiva, alla socialità o al puro piacere sensoriale.
Il secondo beneficio è una maggiore stabilità nelle fasi liquide. Se ogni tanto si torna a masticare “solo per il gusto”, il gesto può mantenere vivo il collegamento con il solido. Se invece la fase liquida viene vissuta anche come sospensione della masticazione, l’esperienza diventa più coerente: non cambia soltanto ciò che assumiamo, cambia il modo in cui ci relazioniamo con l'atto del nutrirci.
Un terzo beneficio è la riduzione del rumore mentale legato ai cibi. Nella testimonianza spagnola, il semplice ritorno alla masticazione riporta con sé immagini e desideri di piatti precedentemente amati. È come se il gesto facesse da chiave di accesso a un archivio di ricordi gustativi. Deprogrammare significa lasciare che quell’archivio perda progressivamente la capacità di chiamarci in continuazione.
C’è poi un beneficio più profondo: la possibilità di sviluppare una maggiore autonomia rispetto al piacere orale. Questo non significa dichiarare che il piacere sia sbagliato. Significa smettere di esserne governati. Posso apprezzare un profumo, un sapore o la convivialità senza trasformare automaticamente quell’esperienza in una catena di azioni che mi riporta a vecchie abitudini.
Non masticare non significa mangiare troppo poco
Qui è importante mantenere la cornice dell’alimentazione pranica gentile. La deprogrammazione della masticazione non deve diventare una nuova gara contro se stessi. Smettere di masticare e ridurre drasticamente l’apporto nutritivo sono due cose diverse.
Una persona può attraversare una fase senza masticazione assumendo comunque liquidi calorici, succhi, frullati, zuppe, creme e preparazioni compatibili con le proprie necessità. Lo stesso Eden Pranic Center, nella classificazione diffusa da Nicolas Pilartz, descrive come comune per molti praticanti pranici una condizione in cui vengono assunti quotidianamente liquidi contenenti calorie, con eventuali solidi soltanto occasionali.
Questa distinzione protegge il senso stesso della pratica. Se l’obiettivo è osservare e deprogrammare la masticazione, non serve trasformare l’esperienza in una prova di resistenza. Nel paradigma di Pilartz, la transizione deve restare sostenibile: energia, stabilità, peso e stato generale sono indicatori da ascoltare, non ostacoli da ignorare.
Masticare e sputare mantiene acceso il circuito
Una tentazione frequente, descritta esplicitamente nella testimonianza spagnola, è quella di mettere il cibo in bocca, masticarlo per sentirne il sapore e poi non inghiottirlo. A prima vista potrebbe sembrare un compromesso perfetto: ottengo il piacere senza tornare davvero al solido.
Ma proprio quella testimonianza racconta il contrario. La pratica dava sollievo momentaneo, ma tendeva ad aumentare la fame e a tenere vivo il desiderio. Nell’ottica della deprogrammazione è comprensibile: se ciò che vogliamo placare è l’automatismo della masticazione, continuare a offrirgli continuamente il suo stimolo preferito significa lasciarlo attivo.
Per questo il passaggio più interessante non consiste nel trovare un modo “furbo” per continuare a masticare senza mangiare, ma nel verificare che cosa accade quando il gesto viene semplicemente lasciato riposare.
Il periodo senza masticazione come osservatorio interiore
Vissuto in questo modo, un periodo senza masticazione può diventare una specie di osservatorio. Emergono desideri che prima sembravano normali e inevitabili. Ci si accorge che un particolare cibo può essere collegato a un ricordo, a una persona, a un momento di conforto, a un premio che ci concedevamo, a un’abitudine serale o a un modo di riempire il tempo.
La “bestia” non è dunque una creatura da sconfiggere. È il nome colorito di un automatismo che diventa visibile quando smettiamo di alimentarlo. Più che combatterlo, possiamo guardarlo passare: il pensiero del croccante, la nostalgia di un sapore, la voglia di usare i denti, il desiderio di sentire consistenza. Se non rispondiamo immediatamente, scopriamo che un impulso può esistere senza trasformarsi in comando.
Dalla privazione alla libertà
La differenza decisiva è quella tra privazione e libertà. Se non masticare viene vissuto come “non posso”, la tensione può aumentare. Se viene vissuto come un esperimento di deprogrammazione, la domanda cambia: quanto è davvero mio questo desiderio, e quanto appartiene a un programma ripetuto per decenni?
In questa prospettiva, il beneficio non consiste nell’aver “vinto” contro il cibo. Consiste nel poter scegliere con maggiore lucidità. Se un giorno si decide di mangiare qualcosa, lo si può fare senza trasformare quel gesto in un ritorno automatico alla precedente normalità. Se invece si desidera restare nella modalità liquida, diventa più facile farlo senza sentirsi continuamente tirati indietro dalla bocca.
La deprogrammazione della masticazione è quindi meno spettacolare di qualsiasi idea di digiuno estremo, ma forse più interessante e più utile nel lungo periodo. Tocca una delle abitudini più antiche e ripetitive della nostra vita quotidiana e la porta alla luce. Nel linguaggio pranico, significa sottrarre un po’ di potere alla “bestia” degli automatismi e restituirlo alla presenza, all’ascolto e alla scelta.
(26 agosto 2026)
Nota: la deprogrammazione della masticazione non implica ignorare segnali di debolezza, perdita di peso, disidratazione, problemi intestinali o altri segnali corporei. L’approccio di riferimento resta quello graduale e rispettoso verso se stessi, descritto nella cornice teorica iniziale. Per ogni difficoltà, suggerisco di consultare il proprio medico di fiducia.