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Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤

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Se senti il richiamo dell'alimentazione pranica, chiamata anche respirianesimo, vorrei suggerirti l'intervista in calce, divisa in due parti, di Nicolas Ducastel a Nicolas Pilartz (Eden Pranic Center). I video originali sono in francese (prima parte e seconda parte), ho quindi provveduto a doppiarli in italiano.

Nota: se prima vuoi familiarizzare con alcuni termini ricorrenti in questo ambito — come «prana», «informazione», «frequenza», «vibrazione» e «sottile» — puoi leggere anche “Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?, dove provo a spiegare il lessico dell'alimentazione pranica e il significato che queste parole assumono al suo interno.

Uno dei messaggi più importanti che emerge da questa lunga intervista non riguarda tanto l'obiettivo di arrivare a vivere con pochissimo cibo, quanto il modo in cui Nicolas Pilartz invita ad avvicinarsi al percorso: con dolcezza, gradualità e soprattutto rispetto di sé.

Quando si è attratti da un ideale, infatti, è facile trasformarlo in una nuova richiesta da imporre a se stessi: bisogna riuscirci, mangiare sempre meno, resistere, raggiungere un determinato stato. L'approccio descritto nell'intervista va invece nella direzione opposta. Il percorso non viene presentato come una battaglia contro il corpo né come una prova di forza, ma come un lungo processo di osservazione, apprendimento e ascolto.

Questo significa anche non ignorare i segnali di difficoltà. Pilartz insiste più volte sulla necessità di evitare protocolli estremi, di non trasformare il percorso pranico in un digiuno forzato e di aumentare l'apporto calorico quando il corpo ne manifesta il bisogno. Vertigini, svenimenti, forte perdita di peso o assenza di energia non vengono presentati come segni di progresso da sopportare, ma come segnali da prendere seriamente.

Allo stesso modo, il cibo solido non viene considerato un nemico. Può continuare a essere utilizzato durante il percorso, secondo le necessità individuali, e il ritorno temporaneo al solido può diventare parte dell'esperienza e dell'apprendimento. Mangiare nuovamente non equivale necessariamente ad aver fallito.

Questa impostazione nasce anche dall'esperienza personale di Pilartz, che racconta di avere iniziato molti anni fa con protocolli molto più drastici, compreso un processo con una prima settimana senza cibo né acqua. Descrive oggi quell'esperienza come pericolosa e sconsiglia esplicitamente di ripeterla. Nel tempo il suo approccio si è quindi spostato verso quella che definisce una via di mezzo: utilizzare alimenti liquidi contenenti calorie — succhi, frullati, zuppe, creme e altri liquidi più o meno densi — evitando di costringere il corpo a un digiuno estremo.

Ma il punto forse più importante dell'intervista è un altro: un processo di 9 o 21 giorni non rappresenta il traguardo. È soltanto una preparazione. Il percorso vero comincia quando si torna alla propria vita quotidiana.

Le tre fasi: iniziazione, transizione e manifestazione

Pilartz descrive il percorso attraverso tre grandi fasi: iniziazione, transizione e manifestazione. La distinzione è importante perché ridimensiona l'idea che tutto debba accadere in poche settimane. L'iniziazione è relativamente breve; la transizione può invece richiedere anni; la manifestazione viene descritta come qualcosa che si stabilizza progressivamente, quando il nuovo modo di essere è ormai maturato.

1. Iniziazione

L'iniziazione è la fase più breve. Può consistere in un processo di alcuni giorni o alcune settimane e viene descritta soprattutto come un allenamento, un'esperienza e una preparazione a ciò che avverrà successivamente.

Non dovrebbe mai diventare una gara a chi riesce ad assumere meno calorie. Al contrario, vengono utilizzati liquidi calorici proprio con l'intento di mantenere energia e stabilità, e di evitare che l'esperienza si trasformi semplicemente in un digiuno.

Durante questa fase, però, non cambia soltanto il rapporto fisico con il cibo. Secondo Pilartz possono cominciare a emergere anche aspetti emotivi che normalmente vengono attenuati o coperti attraverso l'alimentazione.

Tristezza, rabbia, stress, solitudine o altre tensioni possono infatti essere associate all'impulso di mangiare. Modificando profondamente le abitudini alimentari, alcune di queste dinamiche possono diventare più evidenti. Per questo nell'intervista viene sottolineata ripetutamente l'importanza di non affrontare da soli pratiche drastiche e di procedere con un accompagnamento adeguato.

L'iniziazione, quindi, non viene presentata come il raggiungimento definitivo di uno stato, ma come l'inizio di un processo di conoscenza di sé.

2. Transizione

La transizione è probabilmente la fase più importante dell'intero percorso.

Non dura nove o ventuno giorni: può durare anni.

È il periodo nel quale l'esperienza iniziale deve incontrare la vita reale: il lavoro, la famiglia, gli amici, le cene insieme, i viaggi, lo sport, le emozioni e tutte quelle situazioni nelle quali il cibo ha sempre avuto non soltanto una funzione nutrizionale, ma anche sociale, affettiva e psicologica.

È qui che ogni persona deve progressivamente comprendere che cosa funziona per sé. Il percorso può comprendere periodi di alimentazione liquida alternati al cibo solido.

Il cibo solido può essere utilizzato una volta al giorno, una volta alla settimana, occasionalmente o ogni volta che se ne presenti realmente il bisogno. Non viene indicato un modello identico per tutti.

Pilartz arriva anche a sottolineare l'importanza di evitare il fanatismo. Se condividere un pasto con familiari o amici è importante, la capacità di mangiare qualcosa insieme agli altri non dovrebbe essere vissuta necessariamente come un problema. Il percorso dovrebbe integrarsi nella vita, non trasformarsi in una nuova forma di isolamento o rigidità.

È qui che l'idea di un'alimentazione pranica gentile acquista il suo significato più concreto: non trasformare un possibile percorso di liberazione in un'altra forma di violenza verso se stessi.

Significa non ignorare i bisogni del corpo pur di aderire a un'identità. Significa non misurare il proprio valore sulla quantità di cibo che si riesce a evitare. Significa continuare a osservare ciò che sta realmente accadendo.

Il peso è stabile? L'energia è presente? Il corpo sta bene? Il sonno è soddisfacente? La vita quotidiana è vissuta con maggiore serenità e presenza oppure è diventata una continua battaglia contro il bisogno di mangiare?

Nell'intervista vengono indicati proprio il peso, l'energia, lo stato generale di salute e gli esami medici come elementi concreti da tenere sotto osservazione. L'esperienza soggettiva non dovrebbe quindi diventare un motivo per ignorare ciò che il corpo sta mostrando.

La transizione è, in questo senso, un lungo processo di affinamento. E proprio perché può durare anni, non c'è alcun bisogno di avere fretta.

3. Manifestazione

La terza fase viene chiamata manifestazione.

Non viene descritta come qualcosa che si conquista imponendosi una determinata disciplina, ma come uno stato che progressivamente si stabilizza. Pilartz utilizza l'immagine di un fiore che lentamente sboccia: qualcosa che richiede tempo perché deve maturare nella coscienza e diventare spontaneo.

In questa fase l'attenzione non è più rivolta principalmente alla domanda «quanto poco riesco a mangiare?», ma alla qualità dello stato interiore: energia, presenza, serenità, lucidità, libertà dal bisogno compulsivo e capacità di ascoltare ciò che accade dentro di sé.

Non viene comunque indicato alcun obbligo di raggiungere una determinata condizione. Nel corso dell'intervista vengono citate anche persone che, dopo avere sperimentato periodi senza alimentazione solida, hanno successivamente scelto di reintrodurla. Le diverse condizioni non vengono quindi presentate necessariamente come una scala dalla quale sia vietato scendere.

Il criterio fondamentale rimane piuttosto la capacità di non mentire a se stessi sui propri bisogni.

Rispettarsi prima di tutto

Il messaggio pratico che attraversa entrambe le interviste può quindi essere riassunto in una parola: rispetto.

Se il corpo ha bisogno di nutrimento, nutrirlo non rappresenta una sconfitta. Se qualcosa provoca malessere, la sofferenza non deve essere scambiata automaticamente per un segno di progresso. Se il percorso sta diventando una battaglia, può essere necessario rallentare, modificare l'approccio o fermarsi.

Non è necessario diventare qualcun altro nel giro di ventuno giorni.

Il processo descritto da Pilartz è piuttosto un invito a procedere progressivamente, osservando il rapporto con il cibo, con il corpo, con le emozioni e con la propria vita quotidiana. I 9 o 21 giorni possono costituire l'inizio; il vero lavoro viene dopo, quando ciò che è stato sperimentato deve trovare un equilibrio sostenibile nella vita di tutti i giorni.

Nei due video che seguono questi temi vengono approfonditi insieme all'evoluzione dei diversi protocolli, agli errori commessi negli anni, al rapporto tra alimentazione ed emozioni e alle difficoltà che possono emergere dopo una prima esperienza pranica.

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(12 agosto 2026)

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